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yoga

Perché le tecniche di respirazione non funzionano

10 Maggio 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Bramino che pratica Recaka nel Pranayama - Le tecniche di respirazione

Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che questo punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.

Paul Auster

Il titolo, in un certo senso, mente o esagera: i benefici della respirazione per il benessere psicofisico sono oggi ampiamente riconosciuti, tanto che alcune tecniche di controllo del respiro sono spesso suggerite da operatori sanitari e psicoterapeuti per calmare gli stati ansiosi, migliorare la concentrazione e facilitare il sonno, tra le altre cose.

Sappiamo ad esempio che una respirazione lenta, con l’accento sull’espiro e prevalentemente addominale stimola il nervo vago, che proprio attraverso il diaframma passa, trasmettendo al sistema nervoso autonomo un profondo impulso di distensione. All’estremo opposto, ma c’è un mondo intero nel mezzo, altri utilizzano respirazioni iperventilanti per i più vari scopi ludico-allucinatori, e ciò ha poco a che fare con lo Yoga, checché se ne dica, ma è una possibilità tra le tante. Insomma, le tecniche di respirazione funzionano e proprio per questo si prestano a una vasta gamma di utilizzi raccomandabili o meno.

Sarebbe facile quindi concludere che basta adeguare il respiro a una certa equazione ritmica per fare del nostro cervello quello che vogliamo, l’articolo finirebbe qui e avremmo potuto risparmiare il tempo di scriverlo affidandolo a uno di quei chatbot molto di moda che mettono una parola dopo l’altra secondo un criterio di probabilità.

In realtà, se c’è un senso nel dedicare la propria attenzione al respiro, dovrebbe basarsi su presupposti meno astratti. In altre parole, non è il respiro che si deve adeguare alla mente, ma è la mente che deve imparare ad andare al passo con il respiro, alla ricerca della pulsazione profonda da cui entrambi hanno origine.

Potrebbe sembrare un dettaglio nel momento in cui abbiamo degli obiettivi o una situazione a cui porre rimedio, ma è proprio qui che si gioca la possibilità di andare incontro a qualcos’altro che non siano i propri pensieri, ed è proprio trascurando questa premessa che i più abbandonano, concludendo, come le scimmie in viaggio di istruzione, che il mondo è noioso e viaggiare non serve a niente, non accorgendosi di non essere mai uscite dalla gabbia.

Quindi, siccome dobbiamo farci perdonare il titolo di questo articolo, vogliamo cominciare da quando le tecniche di respirazione non funzionano o smettono di farlo, perché è proprio di fronte alla sfinge del soccorritore se ne va senza avere soccorso che si sente per la prima volta, inaspettato, il proprio respiro autentico.

Contenuti

  • “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”
  • I due regimi della respirazione
  • Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

“Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”

Uno yogi che pratica una tecnica di respirazione - dal murale del tempio Zongdag Lukhang
Uno yogi dal murale del tempio Zongdag Lukhang

Prendiamo un caso abbastanza comune. Le mie prime esperienze sono positive e si sprecherebbero le frasi fatte: grazie agli esercizi di respirazione avverto letteralmente l’aria prendere vita dalle mie narici, quella sensazione leggermente elettrica vivifica ed energizza mente e corpo, proprio come se avessi aperto le finestre in una stanza da molto tempo chiusa e al buio. Tutto è lucidato a nuovo, le sensazioni sono più vive, il mio umore è più stabile, la mente è chiara, fatico meno a prendere sonno e soprattutto mi sveglio riposato.

Tuttavia, quando la novità diventa routine incontro delle difficoltà; mentre prima tutto sembrava così semplice e a portata di mano come premere un interruttore, ora quell’interruttore sembra funzionare a intermittenza e dopo svariati tentativi. Intanto, non solo il respiro diviene forzato – forse non ci metto abbastanza energia, penso – ma mi sorprendo a controllarlo rigidamente anche al di fuori dei momenti di pratica. In breve, ma forse ci vuole un po’ per ammetterlo, perdo ogni beneficio o addirittura vivo un peggioramento dei sintomi che inizialmente quelle tecniche si erano dimostrate efficaci ad alleviare.

Che cosa è successo: come in ogni attività ripetitiva, la pratica si è automatizzata. In altre parole, ho sperimentato la parabola con cui il mentale si appropria anche del ‘qui ed ora’ a cui la respirazione dovrebbe riavvicinarci. La mente fagocita, organizza, programma tutto, dalla vita coniugale alle esperienze trascendenti, organizzando meticolosi percorsi alternativi alle esperienze spiacevoli e pianificando la pantomima formale dei momenti felici, ma purtroppo conservando della felicità solo una memoria.

Così scopro che anche la relazione mente-corpo può ridursi a un circolo vizioso e meccanico, i cui due poli continuano a rinviarsi l’un l’altro, ma senza il palesarsi di qualcos’altro, di quella silenziosa presenza impersonale che emerge dallo sfondo in cui la mente e il respiro tendono a lasciarsi riassorbire per naturale propensione. Mi ritrovo così nella sala d’attesa di qualcosa che non può arrivare, perché l’attendere stesso è la separazione da quello che c’è in questo momento, dal reale. A questo punto, che si spezzi qualcosa è una benedizione, e per tornare a vivere è necessario cessare proprio la pratica di ciò che inizialmente doveva aiutare a rilassarmi.

Naturalmente quello appena descritto è un caso-limite ed esistono innumerevoli sfumature, a volte moderatamente innocue, altre più subdole. Una cosa è certa: ferma restando l’intuizione yogica fondamentale, ovvero che la mente segue il respiro (presupposto perché la mente si avvii oltre sé stessa), tuttavia è anche vero e possibile il contrario, ovvero che il respiro segua la mente: nel primo caso, la produzione di pensieri andrà a sfumare, nel secondo verrà alimentato a prescindere dal tipo di respirazione.

Ma per fare un passo oltre, lo Yoga, ad esempio, chiede innanzitutto di ridefinire i soggetti in gioco.

I due regimi della respirazione

Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Che il respiro sia l’unica funzione autonoma che può essere controllata in modo volontario è un’informazione che andrebbe contestualizzata. Di solito la nozione di questo questo doppio regime dà adito a interpretazioni inconsciamente tendenziose, secondo il pregiudizio mentale per cui ciò che è involontario è per sua natura inferiore a ciò che è volontario.

Pertanto, è facile che, sentendo parlare di respiro consapevole, si intenda con questo il respiro volontario. Ed è facile concludere che attraverso un intervento volontario sul respiro io possa correggere od orientare i processi autonomi. È un errore di prospettiva: in realtà, io ho bisogno di attingere, attraverso il respiro, a quella parte di me che non dipende dalla mia volontà.

Proprio su questo aspetto, Gerard Blitz ha dedicato numerose interessanti intuizioni, raccolte dai suoi allievi ne Il filo dello Yoga (gli a capo sono nell’originale):

Portiamo in noi
due “regimi” diversi
che coabitano e funzionano insieme
Uno è volontario
ci spostiamo nello spazio
pensiamo parliamo
L’altro non è volontario
qualcosa in noi
agisce a nostra insaputa
aziona i nostri organi
equilibra la nostra posizione nello spazio
coordina regola corregge
Questo “qualcosa” è intelligente

Questa intelligenza è diversa
più profonda
complementare alla prima
che chiamiamo mentale

Il ruolo dell’Hațha Yoga
è quello di insegnare all’uomo a creare le condizioni
in cui quest’altra intelligenza
che è in lui
possa manifestarsi e partecipare
alle sue azioni  al suo pensiero alla sua parola
Quando queste condizioni esistono
siamo nello stato di Yoga

Al contrario di quel che si penserebbe, il regime involontario, afferma Blitz, è intelligente. Emerge quindi un problema: cosa impedisce al nostro respiro autentico di trovare espressione? Da dove originano le difficoltà e le limitazioni nel respiro? La risposta è complessa, perché in parte originano da altre aree involontarie, su cui quindi non abbiamo modo di agire direttamente, ma in parte anche per l’ingerenza della componente volontaria, che con scarsa coordinazione e delicatezza cerca di controllare il respiro come controllerebbe i movimenti di un braccio. Qui però non si tratta di passare all’estremo opposto, di invertire la scala di valori: si tratta di “creare le condizioni” per un’integrazione.

Anche per questo, la premessa da cui occorre partire, sempre e non solo in via propedeutica, è di rendere cosciente il respiro naturale, ossia involontario, senza intervenire. Già ci potremmo fermare qui: se ci dedichiamo con serietà a questo compito, ci possiamo accorgere di quanto sia difficile e sempre nuovo. La passività cerebrale è fondamentale; in caso contrario, come osserva Eric Barét, scopriremo soltanto ciò che abbiamo accettato.

La storia finisce quindi senza essere mai veramente incominciata? Al contrario, è proprio qui che tutto inizia. Ci possiamo subito accorgere degli infiniti possibili approcci all’ascolto e della non banalità di alcun particolare che si presenta all’attenzione, ognuno dei quali contiene il tutto: sentire la temperatura, il suono e la traiettoria dell’aria che entra ed esce dalle narici, la pulsazione viscerale, il movimento spinale, costale, articolare ed epidermico, la riconfigurazione degli spazi del corpo e la sensazione di espansione e contrazione che riverbera nell’ambiente, le fluttuazioni nella cognizione del tempo a seconda che si propenda a ‘lasciarsi respirare’ o a intervenire attivamente. La sensazione delle pause, non forzate, naturali che preludono all’emergere dello sfondo da cui inspiro ed espiro sempre più occasionalmente salgono come razzi.

Attraverso questi inviti all’ascolto da cui ci lasciamo sfiorare, potremmo notare che il respiro naturale, quando riceve ascolto cosciente, non rimane uguale a sé stesso, ma come ogni cosa vivente si sviluppa. È proprio da questa terra di confine tra lasciar fare e fare che inizia realmente il pranayama, sia rimanendo nell’informalità, sia attraverso tecniche formali, se non risulteranno superflue, che si svilupperanno come forme di espansione e di esplorazione più che di controllo e costrizione, in cui i due regimi coopereranno in equilibrio.

Un’ulteriore considerazione, non meno importante: uno dei motivi principali per cui il respiro si irrigidisce, perdendo il collegamento con la sua forza vitale, è che reagiamo a sensazioni che interpretiamo come spiacevoli o indesiderabili. È quasi superfluo aggiungere, a questo punto, che è molto probabile che questo irrigidimento alimenterà ciò che respingiamo. Occorre, innanzitutto, includere nell’ascolto anche questa reazione, senza rifiutarla, e coltivare margini di maggior agio: in questo rimando al bellissimo passo di Gioia Lussana riportato nell’articolo precedente sul pranayama come custodire/proteggere piuttosto che come irrigidire/bloccare.

Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

I cinque corpi secondo il tantrismo del Kashmir - Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Vorrei concludere con questo diagramma, tratto da Tantra Illuminated di Christopher Wallis, che illustra i livelli di coscienza del sé secondo lo Sivaismo tantrico che fiorì nel Kashmir medievale. Chi ha dimestichezza con i manuali di Yoga sarà abituato forse a uno schema diverso, quello dei cinque involucri (kosha), di derivazione vedantica, spesso rappresentato graficamente come una matrioska di corpi via via più sottili.

La principale differenza – oltre alla pragmatica aggiunta di uno strato più esterno al corpo ‘in carne ed ossa’, quello della ‘roba’ – è la posizione di Prāṇa, ossia lo strato dell’energia vitale di cui il respiro è principale espressione e veicolo. Collocato tra corpo fisico e corpo mentale nello schema più celebre, qui invece si trova ancora più in profondità, ossia tra Citta, la mente-cuore e Shunya, il Vuoto trascendente, che a sua volta non è vuoto ma ‘contiene’ Cit, la Coscienza.

Ora, occorre considerare che in questi territori gli schemi in generale e le rappresentazioni bidimensionali hanno dei limiti intrinseci e quindi vanno prese con le dovute cautele: ad esempio – ed è un limite che affligge sia questa rappresentazione sia quella più nota – gli strati sempre più interni sembrerebbero limitati e contenuti da quelli esterni, mentre in realtà è vero il contrario: più ci muoviamo verso il centro, più andiamo dal particolare all’universale, dall’individuo al Sé indifferenziato.

Detto questo, i due diagrammi possono almeno in un aspetto convivere, descrivendo il legame a doppia mandata con il respiro: come punto di connessione corpo-mente (siamo ancora nell’individuo) ma al tempo stesso come ponte tra l’individuo e la forza vitale che condivide con tutte le creature. Forza vitale che è a sua volta passaggio privilegiato verso un silenzio che è letteralmente cosa viva.

E anche se gli schemi rimangono pur sempre schemi, possono almeno in questo caso sussurrarci un pur vago suggerimento del perché trovando il respiro possiamo trovare il centro esatto del mondo, e perché trovando il centro possiamo finalmente respirare.

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Archiviato in:Articoli, Yoga Contrassegnato con: Gerard Blitz, Gioia Lussana, hathayoga, pranayama, pratica, respiro, yoga, yoga Novara

[Evento 2023] Comprendere i bandha: quattro lezioni pratiche e teoriche

13 Aprile 2023 by Zénon


Tecnicamente, i bandha consistono nel controllo di tre aree chiave: a livello del collo, del diaframma e del pavimento pelvico. Molto spesso affrontati con un approccio molto muscolare, in questo seminario affronteremo i bandha come supporti che permettono di ricomporre ciò che nell’esperienza comune è frammentato e conflittuale.

Pertanto, con la pratica dei bandha non solo stabilizziamo la postura, ma allo stesso modo raccogliamo e stabilizziamo l’energia vitale altrimenti dispersa custodendola al centro di noi e permettendole di crescere e svilupparsi in modo organico.

Stabilità e coerenza nella postura e nell’energia significa un corpo più leggero, una mente più chiara, secondo il procedimento yogico, che è per sua natura dai molti all’uno.

Per questo, accanto a una approfondita analisi anatomica dei tre principali bandha, l’approccio pratico in questo seminario sarà di estrema dolcezza in modo da coglierne gli aspetti più sottili che risultano più significativi nella connessione mente-corpo.

In presenza e online
Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a sei mesi dal termine del corso

Il programma

Tutti i seminari dureranno circa due ore ciascuno. Si terranno in diretta via Zoom e potranno essere seguiti anche in differita. Se raggiungeremo un numero minimo di richieste, sarà possibile anche seguire le lezioni in presenza. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

MODULO 1. Tribandha: relazioni spinali e respiratorie. Sentire i bandha

Giovedì 18 maggio ore 19.10

Con Francesco Vignotto

Cominceremo da ciò che potrebbe sembrare la fine, ma in realtà è il principio: siccome le strutture del nostro corpo esistono separatamente solo per comodità di esposizione, cominceremo dal percepire i bandha nella loro interrelazione, attraverso movimenti comuni e attraverso il respiro.

MODULO 2. Mula Bandha: il piano perineale e il diaframma pelvico

Giovedì 25 maggio ore 19.10

Con Francesco Vignotto ed Erika Pizzo

Le dinamiche del pavimento pelvico e del basso addome sono fondamentali non solo per comprendere mula bandha, ma anche per comprendere gli altri due bandha e la stabilità del corpo nell’asana. In questo seminario approfondiremo assieme a Erika Pizzo le implicazioni per l’anatomia femminile.

MODULO 3. Uddiyana bandha: la relazione addome-diaframma toracico

Giovedì 8 giugno ore 19.10

Con Francesco Vignotto ed Erika Pizzo

In Uddiyana, è fondamentale la relazione tra muscolo trasverso dell’addome e diaframma toracico, tra ‘tenere’ e ‘lasciare’, tra respiro e stabilità nell’asana. Ma, come sempre, è nell’ascolto globale che la sintesi si può realizzare. Con un approfondimento di Erika Pizzo sull’anatomia femminile e il ruolo chiave del tono addominale nel recupero post-parto.

MODULO 4. Jalandhara bandha: il tratto cervicale e il diaframma vocale. Conclusione e sintesi

Giovedì 15 giugno ore 19.10

Con Francesco Vignotto

In apparenza il bandha più semplice, nella pratica il più trascurato ed equivocato, Jalandhara impone un ascolto più attento e permette di chiudere il circuito con Mula e Uddiyâna.
Jalandhara ci permetterà anche una sintesi e conclusione del percorso, con una pratica di ascolto della reciproca relazione tra tutti e tre i livelli affrontati.


I docenti

Francesco Vignotto

Insegnante di yoga presso Zénon.

    Erika Pizzo

    Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, allenamento funzionale presso Zénon.

      Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

      Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 4 seminari) è di 220€. Per chi si iscrive entro il 3 maggio – versando la quota – il prezzo è agevolato a 190€.

      Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

      Iscriviti o richiedi informazioni

      Per richiedere l’iscrizione o per maggiori informazioni puoi chiamarci al 3492462987 o scriverci su Whatsapp

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      Archiviato in:eventi conclusi Contrassegnato con: hathayoga, yoga, yoga Novara

      Fronteggiare il caos con lo yoga: su ansia e controllo

      13 Marzo 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

      Lo Yoga è efficace per fronteggiare l’ansia? Esistono due modi per scoprirlo. Il primo è estrapolarne una tecnica tra le tante che ci aiuti a ritrovare la calma, ma è bene sapere che è solo una tattica per guadagnare tempo, non una soluzione, e ha il pericolo di alimentare l’amara illusione di poter controllare le emozioni. Il secondo modo è scavare più a fondo negli strumenti filosofici e pratici che lo Yoga ci mette a disposizione per andare alla radice del caos e affrontarlo. In quest’ultimo caso, che è oggetto almeno a livello introduttivo di questo articolo, non bastano cinque minuti, quindi se volete mettetevi comodi.

      Sulla infinitezza (Om Det Oandliga) - Un film di Roy Andersson - Ansia e controllo nello yoga

      …non per quello che fai e forse malgrado

      Anonimo

      Ho appena visto un video, uno dei tanti, in cui un insegnante spiegava che per calmare l’ansia non è necessario fare un’ora di yoga, ma ne basta praticare una tecnica per cinque minuti, anche durante una crisi. Essendo un affezionato frequentatore del lato oscuro della mente, non ho potuto evitare di domandarmi: e se a tre minuti e trenta comincio ad accorgermi che non sta passando? Bisogna sempre fare attenzione a indicare l’orologio a chi si sente già schiacciato dagli eventi, e a creare aspettativa in chi ne è intossicato: può funzionare, occasionalmente e con sufficiente entusiasmo, ma la delusione nel medio periodo è inevitabile.

      Contributi come quello appena descritto sono oggi molto popolari, complice il formato dei video brevi in cui tutto dev’essere compresso, e per necessità di cose rispecchiano lo spirito dei tempi, in cui ci piace immaginarci automi, meri esecutori di algoritmi che si suppone funzionino nel vuoto e che non vadano al di là dell’uso locale, essendo superflua – del resto non c’è tempo – ogni forma di comprensione (di cosa? ad esempio degli schemi seriali che portano inevitabilmente alla sofferenza, la quale trovando una strada sbarrata riuscirà nel tempo ovviare per altre vie: la resilienza vale anche nel farsi del male).

      Certo, bisogna riconoscere i buoni intenti, la volontà di essere utili anche a chi non si è ancora mai accostato alle pratiche psico-corporee, fornendo degli strumenti rapidi e alla portata di tutti. Ma anche di questo principio, su cui peraltro ci sarebbe molto da discutere (apro la valvola cinque minuti per poi tornare alla mia vita insopportabile), non sarei nemmeno troppo sicuro.

      In parecchi casi, infatti, la micropratica proposta richiede in realtà delle competenze che non sono per nulla scontate nel neofita, e che implicano un certo grado di interiorizzazione e di pratica, un orecchio quasi musicale che in pochi minuti, schiacciati dall’obbiettivo da raggiungere, non è possibile acquisire: ad esempio, la capacità di coordinare movimento e respiro, di regolare (cioè di prolungare e di rendere omogeneo) il respiro stesso o di trattenerlo per un numero precisato di secondi, fossero anche pochi, senza che l’inesperienza e la volontà di dominio non peggiorino le cose.

      La capacità, o l’incapacità, insomma, di controllo sul proprio corpo e sulle funzioni vitali, se male intesa o male applicata può addirittura produrre nell’ansioso un aumento dei sintomi anziché calmarli: che cos’è l’ansia se non la drammatica esperienza di non poter tenere sotto controllo ciò che sta accadendo? e, risalendo ancora più a monte, di poterlo e di doverlo tenere sotto controllo? Scendendo a valle, potremo osservare come spesso sono proprio i nostri tentativi di controllare l’incontrollabile a soffiare sul fuoco.

      Contenuti

      • La posizione nell’ansia
      • Quale controllo nello yoga?
      • L’ira della Dea: fronteggiare il caos
      • Congedo
      • Bibliografia

      La posizione nell’ansia

      a picture of a person displaying despair surrounded with smoke - fronteggiare il caos: ansia e controllo nello yoga
      Photo by Mikhail Nilov on Pexels.com

      Le tecniche sono estemporanee: se cercando su Google le posizioni di yoga per l’ansia risulteranno sempre diverse, non è soltanto per superficialità dei redattori che spesso riciclano materiale già esistente, ma anche perché a dare sollievo è più spesso ciò che è stato occasionalmente mosso dalla tecnica. Il punto è proprio capovolgere lo schema mentale: pensare che l’ansia passi per aver fatto compulsivamente questo invece di quello è ancora farsi dominare dall’ansia.

      Lo yoga, del resto, ha parecchio a che fare con il riconoscimento e con l’accettazione della mancanza di controllo, anzi nell’acquisire una certa disinvoltura nel lasciar correre ciò che deve camminare sulle proprie gambe, senza che per questo il mondo vada a rotoli: è l’esperienza della posizione che deve rimanere rilassata e ricettiva anche quando impegnativa; è, a maggior ragione, l’esperienza del respiro, che in quanto funzione autonoma è molto più prossimo alla Coscienza del pensiero stesso che cerca di figurarsela, la cui traduzione in ritmi predefiniti non può essere automatizzata: bisogna chiedere il permesso, al respiro, prima di prendere le redini, altrimenti si ribellerà o si darà meccanicamente, senz’anima. Una volta appurato questo, può succedere che si verifichi ciò che nell’I Ching è chiamato la preponderanza del piccolo, ovvero quando le cedevoli linee yin dominano le robuste linee yang: in questa circostanza, teoricamente sfavorevole, la tecnica serve allora per respirare poco, per impegnare poco la muscolatura, appena un’idea, ma con risonanza enorme sulla mente.

      Pertanto, un suggerimento che darei per affrontare l’ansia è di dimenticarsi le tecniche-cerotto e dedicarsi in tempo di pace a coltivare spazi di attenzione e di meditazione, che sono i veri principi attivi di ogni pratica psico-corporea, indispensabili perché si ricavi, silenziosamente e al riparo dagli sguardi indiscreti, ciò che il buon Hervé Clerc chiama profondità strategica, ovvero zone in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico. Di ciò, ovviamente, non è possibile né consigliabile occuparsene mentre si è sotto attacco («Quando si è di fronte a un branco di rottweiler sguinzagliati è troppo tardi per pensare alla profondità strategica. Ci si dice solo che sarebbe bello averla»).

      Condizione indispensabile per mettere in atto il suggerimento di cui sopra, è dedicarsi alle pratiche psicocorporee senza uno scopo. D’accordo, ci accostiamo perché abbiamo il mal di schiena, perché abbiamo il fiato corto, perché siamo stati abbandonati. Ma qualunque sia la lamentela, dobbiamo posarla a terra prima di entrare nella sala pratica: di tutti i principi terapeutici questo è il più portentoso.

      E ora un suggerimento che mi permetto di dare agli insegnanti, da pessimo collega: il sapere che non è orientato verso il non so è profano e quindi inadatto a fronteggiare l’ignoto; non c’è una posizione o una respirazione per l’ansia, ma sicuramente si può trovare una posizione nell’ansia e un respiro nell’ansia. Chi si perde nel molteplice, lo dice la parola stessa, è perduto.

      Quale controllo nello yoga?

      Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin - Ansia e controllo nello yoga
      Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin

      Detto questo, qualcuno potrebbe obiettare che molte tecniche dello yoga prevedono di controllare e sottoporre a restrizioni il proprio corpo (l’immobilità nell’asana, le mudra), i pensieri, le azioni (yama e niyama), la muscolatura respiratoria (bandha) l’energia vitale (pranayama), e i sensi (pratyahara). Da questo punto di vista, la dimensione che più sembra appropriata è l’ascesi, ma è anche facile cadere nel tranello: se non funziona, non è stato esercitato abbastanza il controllo. Anche popolarmente, lo yoga appare come un esercizio di governo e padronanza di sé e nelle occasioni pubbliche è considerato degno di biasimo per un praticante, non sia mai un insegnante, perdere le staffe o manifestare incontinenza. Eppur tuttavia accade, forse anche perché da qualche parte le energie messe al giogo dovranno pur trovare sfogo.

      Prese alla leggera – ovvero: presupponendo che yoga sia un bagaglio di tecniche acquistabili separatamente dalla comprensione – queste pratiche sono potenziali armi a doppio taglio nelle mani dell’ansioso, con cui potrà rinforzare l’illusione di controllo che è invece la radice della propria sofferenza e, al subentro dell’abitudine, arriverà il disincanto e la ricerca di un’altra tecnica ancora (se invece la tecnica porta a un certo punto a una forma di comprensione – il presentimento di un cuore che può essere espresso anche altrimenti – a un certo punto la tecnica sarà superflua).

      È quindi importante comprendere quale tipo di controllo è da intendere nello yoga, e perché in questa forma di controllo molto particolare e sottile si debba inscrivere una data di scadenza.

      Proprio in questi giorni, girovagando alla ricerca di ispirazione, mi è capitato un vecchio articolo di Gioia Lussana, in cui si rifletteva sui significati del fare un asana. Tra i tanti spunti interessanti su cui varrà la pena tornare in futuro, ve ne è uno proprio dedicato al caso nostro:

      La radice verbale yam ha in questo senso un ruolo preminente nella prassi yogica. Termini fondamentali come yama, niyama, samyama, come pure pranayama, sono costituiti da questa radice che evidenzia la centralità dell’elemento ‘custodia’, ‘vigilanza’, ‘difesa’, ‘cura’, ‘preservazione’ che la disciplina interiore (yoga) mette in atto. Non si tratta quindi di controllo o dominio nel senso che comunemente tendiamo a dare, quanto di ‘covare’, ‘riscaldare’, ‘nutrire’, ‘proteggere’ lo stato di unificazione interna che la prassi yogica attua. Il controllo è spesso inteso come una qualità costrittiva del percorso ascetico, senza comprenderne la più vasta portata. Yam è sostenere, tenere, reggere, stabilire, non smuovere, prima e piuttosto che: tenere a bada, frenare, controllare. In ogni caso il freno che la radice verbale prevede è all’insegna del custodire/proteggere piuttosto che dell’irrigidire/bloccare. Significa mantenere il processo stabilizzato nell’alveo che ne favorisce la libera maturazione. Proprio questa difesa custodita, che può evocare l’immagine del tuorlo nell’uovo o dell’embrione nel liquido amniotico è la caratteristica dell’asana, che favorisce l’attitudine contemplativa.

      Ora, questo è uno di quei casi in cui un cambio di accezione non è pura questione concettuale ma si trascrive nella carne. Naturalmente il confine tra custodire/proteggere e irrigidire/bloccare è mobile e interpretabile, ma è proprio in questa dialettica tra fluidità e contenimento delle forme che, ad esempio, la vita si preserva, cresce e giunge al suo naturale compimento. D’altro canto, è proprio attraverso un’operazione di forzatura che l’agricoltore fa sì che la pianta si sviluppi, concentri i propri nutrienti e il proprio sapore in dosi di gran lunga maggiori rispetto a quanto non accadrebbe in natura; quest’operazione non prevede tuttavia l’utilizzo della forza bruta, ma l’impiego delle proprie risorse per creare un ambiente protetto quanto basta affinché ciò accada, temporaneamente al riparo dalle intemperie e dai predatori che altrimenti dissiperebbero tali sostanze.

      E allora, tornando a noi, le tecniche dello yoga servono proprio a questo: a raccogliere, custodire e nutrire le nostre energie vitali e mentali in luoghi protetti e privilegiati finché non abbiano sviluppato quelle qualità di consistenza e di stabilità per affrontare il campo aperto (si pensi a interpretare in questo senso tecniche quali i bandha come sottile controllo dei diaframmi a sostegno delle apnee, più che come contrazioni brutali da tenere con tutte le proprie forze). A quel punto, ciò che era sostenuto sostiene, ciò che era alimentato alimenta. La tranquillità non richiede più alcuno sforzo, semmai il vero sforzo lo richiederebbe spezzarla.

      Si potrà dire che stiamo parlando di stato dell’arte, di eventi miracolosi che si verificano solo in momenti di grazia. Ma anche alla grazia occorre preparare il terreno, attraverso la ricerca di una misura che non può essere segnata una volta per tutte con una pietra di confine.

      L’ira della Dea: fronteggiare il caos

      Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest'ultimo -Ansia e controllo nello yoga
      Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest’ultimo.

      Per andarsene da qui
      lasciarsi cadere,
      lasciare cadere a terra
      ogni possibile liquido

      Alessandro Ceni

      Il mostro è là fuori e noi sappiamo che, se ci presentiamo in queste condizioni, avrà il sopravvento. Possiamo svuotare la cassetta dei medicinali, incollarci alla bottiglia o armarci fino ai denti come nelle sceneggiature più scontate: affidarsi a una tecnica di yoga può rientrare nelle fattispecie appena elencate e in questo caso tutto accadrebbe secondo il copione, per il quale la tradizione indiana aveva un termine preciso: samsara. Il fatto è che neanche rifiutando la parte che ci è stata assegnata ci sottraiamo al moto perpetuo del divenire.

      Non andrà tutto bene. Per esperienza, niente è mai andato bene perché qualcuno lo ha ripetuto come una giaculatoria. Non è una pia menzogna, ma qualcosa forse di più miserabile: è una fuga. Grandi uscite a veder le stelle sono invece avvenute di fronte alla consapevolezza che la situazione volge al peggio, che la fine è una possibilità. Ovviamente, lo è anche la follia. Tuttavia, se non si riconosce che c’è bellezza nel tremendo – a cui non a caso, dalla tragedia greca al tantrismo hindu sono associate virtù catartiche – non è possibile evadere dalla miseria della paura.

      Le grandi tradizioni, l’idea stessa del Divino, la saggezza più profonda sono solo molto superficialmente dei sostegni per vivere in pace con sé stessi e al riparo da punizioni in questa o in altra vita. A un livello appena più profondo, ci istruiscono su come rapportarci col nostro nulla e con le potenze che abitano nel cosmo come nelle cellule del nostro stesso sangue. Il mostro, ammesso che sia tale, non è detto sia là fuori, ammesso che ci sia un fuori.

      Come illustrato da Małgorzata Sacha in un bellissimo saggio, l’ira della dea è il mitologema che condensa nella tradizione hindu la complessa questione delle passioni e del loro potenziale distruttivo. Vale la pena quindi ricordare l’incontrollabile danza di Kali, che nella lettura tantrica è anche signora della trasformazione, non solo dell’annichilimento. La sua ira si manifesta ogni qual volta la sua volontà incontra un ostacolo, la sua energia è stata troppo a lungo compressa.

      Kali calpesta il cadavere di Śiva - Ansia e  controllo nello yoga
      Kali calpesta il cadavere di Śiva

      Ancora più pertinenti ai temi qui trattati sono le strategie per fare fronte all’ira della dea, che rischia di distruggere i mondi: propiziazione, attraverso il sacrificio; sfida, attraverso un confronto attivo; o, infine, la resa: Śiva si getta tra i cadaveri o si trasforma in lattante risvegliando in Kali il pudore della moglie nel primo caso, l’istinto della madre nel secondo.

      È quindi per una pura associazione di idee di cui mi prendo tutta la responsabilità che associo per analogia queste strategie alle tre vie (upāya) dello Sivaismo del Kasmhir medievale: la via dei mezzi (che oggi chiameremo delle tecniche), la via potenziata o dell’energia, e infine la via divina o diretta. Come ogni analogia, è imperfetta, soprattutto per quanto riguarda l’opzione mediana, ma proprio questo imperfetto combaciare arricchisce l’accostamento.

      Vista sotto la luce della prima strategia, la più a portata di mano, la tecnica non cerca di controllare l’incontrollabile, ma attraverso di essa cedo una parte di me, concretamente o simbolicamente, in cambio della benevolenza della potenza distruttrice, e chiedo di rinascere (è interessante come già nel Vedanta il pranayama fosse a volte narrato in termini di rito sacrificale, in cui la mente ricopre il ruolo di officiante). Se volessimo disporre queste tre strategie su una scala gerarchica o temporale, ciò conduce quindi alla possibilità di assistere da spettatore all’onda dello sconvolgimento emotivo trovandovi il suo nucleo di pace e infine di arrendersi ad esso.

      Anche se è la strategia più azzardata e impervia – ogni esitazione sarebbe fatale – la resa incondizionata provoca l’immediata cessazione del conflitto per il venir meno di ogni parte in causa: ma allora chi o cosa deve essere sacrificato, e a chi?

      Congedo

      Il dramma si scioglie non quando il mostro viene ucciso, perché sappiamo che ne arriveranno altri, e perché dobbiamo riconoscere che la lotta è impari; il dramma, in verità, si scioglie quando l’eroe acconsente a sacrificare il suo ruolo. Le pratiche servono in tempo di pace, perché si arrivi al giorno fatale che è ogni giorno a mani nude.

      Dopo tutto questo parlare, però, manca la risposta alla domanda con cui si è concluso il paragrafo precedente, che potremmo anche riformulare: chi ha paura? e di chi o cosa ha paura? Per rispondere, ci vuole un vecchio rompiscatole come Jiddu Krishnamurti:

      Mentre osservate, vi rendete conto che l’osservatore è semplicemente un fascio di idee e di ricordi senza alcuna validità o sostanza, ma vi rendete anche conto che la paura è una realtà e che voi tentate di comprendere un fatto reale con una astrazione, cosa che, naturalmente, non potete fare. Ma, in realtà, l’osservatore che dice “Ho paura” è separato dalla cosa osservata cioè dalla paura? L’osservatore è la paura e quando lo si comprende non c’è più alcuno spreco di energia nel tentativo di sbarazzarsene e l’intervallo spazio-tempo tra l’osservatore e la paura scompare. Quando vedete che siete parte della paura, che non ne siete separati che voi siete la paura allora non potete farci più niente; allora la paura giunge totalmente alla fine.

      J. Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio

      “Respiro solo dimenticandomi di me” scriveva molto più sinteticamente l’immenso Philippe Jaccottet, poeta recentemente scomparso, in Passeggiata sotto gli alberi, un libro che è in sé una cura proprio perché non si propone di medicare nulla: e non c’è forse migliore indicazione su come accostarsi a una pratica Yoga.

      Bibliografia

      • Hervé Clerc, A Dio per la parete Nord, Adelphi, 2016
      • Gioia Lussana, I significati dell’Asana nello Yoga, 2012
      • Alessandro Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002
      • Małgorzata Sacha, “L’ira della dea”, in Passioni d’Oriente, a cura di Raffaele Torella e Giuliano Boccali, Einaudi, 2007
      • Jiddu Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio-Ubaldini, 1973
      • Philippe Jaccottet, Passeggiata sotto gli alberi, Marcos y Marcos, 2021
      Leggi

      Archiviato in:Articoli, filosofia, Poesia Contrassegnato con: Alessandro Ceni, ansia, Gioia Lussana, hathayoga, Hervé Clerc, Jiddu Krishnamurti, Kali, Philippe Jaccottet, tantra, yoga, yoga Novara

      Yogasana 6: la pratica in presenza di patologie

      5 Dicembre 2022 by Zénon

      Stage per insegnanti e praticanti – febbraio-aprile 2023


      Conoscere le patologie è importante, sia che si insegni yoga, sia che lo si pratichi individualmente. Sapere quali precauzioni prendere, cosa lo yoga può dare e cosa non può dare, ne è una conseguenza. Attraverso questo nuovo ciclo di seminari, l’approfondimento clinico sarà l’occasione per accrescere la nostra conoscenza delle strutture anatomiche e i sistemi fisiologici coinvolti. Questo ci permetterà di scoprire nuovi aspetti e interconnessioni nelle pratiche yogiche e di acquisire maggior consapevolezza e attenzione.

      I temi in programma per i sette incontri (vedi il programma più sotto) sono: asma bronchiale, ernia iatale, disturbi mestruali, scoliosi, diabete, ipertensione arteriosa e sclerosi multipla.

      Come sempre, ci muoveremo tra pratica, anatomia, biomeccanica e filosofia. E, come sempre, il Professor Marco Invernizzi e gli insegnanti Francesco Vignotto ed Erika Pizzo saranno lieti di analizzare i casi particolari e di rispondere alle domande dei partecipanti.


      in presenza e online

      Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a sei mesi dal termine del corso

      Il programma

      Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica interattiva in cui i partecipanti potranno sottoporre casistiche particolari. Si terranno in sala e contemporaneamente online, ma potranno essere seguiti anche in differita. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

      Asma

      Giovedì 2 febbraio ore 19.10

      La pratica dello yoga può fare molto per l’asma bronchiale, se conosciamo le caratteristiche di questa malattia e alcune dinamiche psicofisiche della respirazione con cui le tecniche di pranayama associate ad alcuni asana possono interagire. Come sempre, attraverso una pratica non violenta e rispettosa del praticante.


      Ernia iatale

      Giovedì 16 febbraio ore 19.10

      L’ernia iatale ci porta ad approfondire le dinamiche del muscolo diaframma e del suo ruolo nella buona salute degli organi addominali. In questo seminario vedremo quali asana possono essere d’aiuto e come, ancora una volta la respirazione può fare molto per un riassetto posturale e mentale.


      Disturbi mestruali

      Giovedì 2 marzo ore 19.10

      La pratica dello yoga non è mai neutra, e meno che mai lo è nei confronti del ciclo mestruale, che scandisce come un orologio biologico il periodo fertile della vita della donna. In questo seminario approfondiremo l’interazione tra le pratiche yogiche e le fasi del ciclo, analizzando le questioni più comuni e vedendo quali pratiche possono essere più utili (e soprattutto come praticarle) e quali evitare nei casi dei disturbi più diffusi.

      Scoliosi

      Giovedì 16 marzo ore 19.10

      Lo scopo degli asana yogici è principalmente la buona salute della colonna vertebrale. Nei confronti della scoliosi, lo yoga può dunque essere molto efficace, se praticato correttamente nel rispetto delle dinamiche vertebrali. Praticato superficialmente, invece, può addirittura esasperare alcune tendenze di chi ne è affetto. Non solo allungamento, quindi, ma anche stabilità e consapevolezza devono essere gli ingredienti di una dieta yogica equilibrata.


      Diabete

      Giovedì 6 aprile ore 19.10

      Che cos’è il diabete mellito e quali sono le differenze tra diabete di tipo 1 e di tipo 2? Quali sono le cause note e quali sono le cure? Come affrontare in modo yogico, oltre che clinico, questa malattia? Cosa bisogna sapere se un allievo ha il diabete? In questo seminario vedremo come non solo asana e pranayama si rivelano strumenti efficaci, ma anche la meditazione si rivela uno strumento indispensabile.


      Ipertensione arteriosa

      Giovedì 20 aprile ore 19.10

      L’ipertensione arteriosa è una delle malattie più diffuse nel mondo industrializzato, e le cause principali sono lo stile di vita sedentario, la cattiva alimentazione e, non meno importante, la genetica. È ormai noto anche che l’esercizio fisico è una vera e propria medicina nei confronti di questo disturbo e vedremo in questo seminario quali sono i protocolli più adatti, mettendoli a confronto con i metodi dello yoga.



      Sclerosi multipla

      Giovedì 27 aprile ore 19.10

      “Lo Yoga è relativamente poco costoso, generalmente sicuro e può potenzialmente migliorare i sintomi della sclerosi multipla. Un rigoroso studio clinico sulla SM ha scoperto che lo yoga riduce l’affaticamento. Altri studi sulla SM e su varie altre condizioni mediche hanno riportato un miglioramento di ansia, depressione, funzionalità della vescica, dolore, spasticità, debolezza e deambulazione. Ci sono rapporti aneddotici ma ricerche minime sullo yoga e sulla funzione sessuale. Per la salute generale, lo yoga può migliorare il dolore da artrite, ridurre la pressione sanguigna e favorire la perdita di peso.” (Allen C. Bowling, MD PhD) Concluderemo questo ciclo dedicando un seminario a una patologia molto seria, di cui lo yoga può aiutare a contrastare gli effetti più invalidanti.




      In ogni modulo si parlerà di…

      Corsi di Yoga a Novara

      Principi di anatomo-fisiologia e biomeccanica

      • Principi base: movimenti articolari, gruppi muscolari coinvolti
      • Adattamenti alle diverse costituzioni e in presenza di patologie
      • Cosa fare se l’allievo è in fase riabilitativa o post–riabilitativa

      Teoria e pratica del corpo energetico

      • L’asana e il corpo energetico secondo la tradizione yogica 
      • Analisi dell’asana secondo la Medicina Tradizionale Cinese

      Dimensione pratico-esperienziale

      • Modulare l’approccio: il rapporto tra ‘pretesa’ e possibilità, tra asana come fine o come mezzo
      • Precauzioni e attenzioni nella pratica in presenza di patologie  
      • Come modificare le pratiche in base alle condizioni dell’allievo
      • Esempi pratici
      • Domande e risposte dei partecipanti
      Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


      I docenti

      Marco Invernizzi

      Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
      Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

        Francesco Vignotto

        Insegnante di yoga presso Zénon.

          Erika Pizzo

          Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, Qi Gong e allenamento funzionale presso Zénon.

            Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

            Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Per chi si iscrive entro il 16 gennaio 2023 – versando la quota – il prezzo è agevolato a 268€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

            Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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            Yogasana 5: la pratica in presenza di patologie

            8 Luglio 2022 by Zénon Lascia un commento

            Stage per insegnanti e praticanti – settembre-dicembre 2022

            Yogasana: formazione per praticanti e insegnanti


            Che cos’è il sistema connettivo e miofasciale? Qual è la sua relazione con lo yoga e perché la Medicina Tradizionale Cinese può dirci qualcosa di molto interessante a riguardo? Quali adattamenti sono necessari nella pratica per chi ha delle protesi al ginocchio, all’anca o alla spalla? Come affrontare l’artrite reumatoide con lo yoga? Che cosa significa soffrire di sciatica, quali posizioni possono alleviarne i sintomi e quali devono essere evitate o adattate? Lo yoga può aiutare a tenere sotto controllo la diastasi addominale post parto?

            A queste domande risponderemo, durante la quinta edizione di YOGASANA: la pratica in presenza di patologie. In questa edizione, rispetto alle precedenti, vi sarà un seminario in più (per un totale di 7 seminari invece di 6), e pertanto ci sarà più spazio per l’approfondimento sia teorico sia pratico. Come sempre, ci muoveremo tra pratica, anatomia, biomeccanica e filosofia. E, come sempre, il Professor Marco Invernizzi e gli insegnanti Francesco Vignotto ed Erika Pizzo saranno lieti di analizzare i casi particolari e di rispondere alle domande dei partecipanti.


            in presenza e online

            Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a sei mesi dal termine del corso

            Il programma

            Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica interattiva in cui i partecipanti potranno sottoporre casistiche particolari. Si terranno in sala e contemporaneamente online, ma potranno essere seguiti anche in differita. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

            Il sistema miofasciale, tra mito e realtà/1

            Giovedì 22 settembre ore 19.10

            Durante gli ultimi anni, Fascia e sistema miofasciale sono diventate parole abbastanza inflazionate, nei dintorni dello yoga. Come sempre, andremo a indagare quale sia la sostanza che si nasconde al di sotto del rumore. E allora, in questo seminario scopriremo come vi siano parecchi punti di contatto tra le recenti scoperte sul sistema connettivo/miofasciale, lo yoga e alcuni aspetti meno noti della Medicina Tradizionale Cinese: l’idea di una rete di comunicazione onnipervasiva che si trasforma in semiconduttore attraverso sollecitazioni meccaniche, infatti, non può lasciare indifferenti chi abbia familiarità con le discipline psicofisiche.


            Il sistema miofasciale, tra mito e realtà/2

            Giovedì 6 ottobre ore 19.10

            Questo seminario sarà dedicato principalmente alla pratica e a esperire nel concreto il sistema connettivo/miofasciale nel contesto dello yoga. Sarà una pratica dedicata all’attenzione e alle relazioni tra le parti, alle sensazioni legate al tatto e alla scoperta di come il movimento ‘viaggi’ lungo percorsi noti e meno noti attraverso il nostro corpo. Ma questo lavoro servirà da ponte tra la percezione dello spazio del corpo – più libero e leggero rispetto al corpo denso del movimento meccanico – e il corpo che si dispone e si espande nello spazio. E, soprattutto, come questa espansione sensoriale possa sommergere e risolvere tensioni profonde e difficoltà motorie.


            Artrite reumatoide

            Giovedì 13 ottobre ore 19.10

            Durante una delle passate edizioni, in un seminario dedicato all’osteoartrosi, ci è stata posta una domanda sull’artrite reumatoide. Avevamo promesso allora un seminario dedicato all’argomento, perché nonostante la somiglianza nominale, tra osteoartrosi e artrite reumatoide c’è una grande differenza: la prima è un sintomo inevitabile dell’età che può essere alleviato attraverso l’esercizio fisico e la pratica yoga; la seconda è una malattia infiammatoria cronica e autoimmune. E come tale dovremo affrontarla, ricorrendo ad aspetti più sottili che lo yoga ci mette a disposizione e a ciò che la medicina può dirci oggi al riguardo.

            Diastasi addominale nel post parto

            Giovedì 27 ottobre ore 19.10

            La diastasi addominale, ovvero l’eccessiva separazione dei retti addominali, è un fenomeno molto diffuso fra le donne nel post parto ed è in parte fisiologico.
            In questo seminario, assieme a Erika Pizzo, vedremo quali sono le implicazioni funzionali, oltre che estetiche, della diastasi, e qual è la soglia di attenzione oltre alla quale occorre intervenire e in quale modo.
            Fortunatamente, nello yoga abbiamo a disposizione diversi strumenti, e non intendiamo solo Mula e Uddiyana Bandha, ma un intero approccio che ci offre l’occasione per riconsiderare il nostro addome e la nostra colonna vertebrale come centro e motore del nostro complesso psico-fisico.


            Sciatalgia e dolore sacroiliaco

            Giovedì 10 novembre ore 19.10

            La sciatica è sicuramente una delle patologie più diffuse e ‘gettonate’ tra chi si presenta a un corso di yoga, ed è riconoscibile da sintomi caratteristici: dolore, formicolio, intorpidimento e limitazioni motorie. Per comprenderne le cause, coglieremo l’occasione per esaminare l’anatomia del nervo sciatico e la biomeccanica delle strutture collegate, in particolar modo della colonna lombare e dell’articolazione sacro-iliaca sede quest’ultima di un dolore che spesso accompagna la cosiddetta sciatica, ma che in realtà ha cause diverse. Ovviamente, lo yoga può aiutare molto, se si sa cosa fare.


            Osteoporosi

            Giovedì 17 novembre ore 19.10

            L’osteoporosi è una patologia legata all’età che colpisce in particolar modo e con più forza le donne. Ma anche nei casi più acuti, le cosiddette ‘ossa che si sbriciolano’, l’attività fisica e in particolar modo lo yoga si rivelano molto importanti per la tenuta del sistema muscolo-scheletrico e per vivere una vita relativamente normale. Com’è ovvio però occorre adottare delle precauzioni e saper selezionare le tecniche più efficaci, evitando o adattare quelle potenzialmente dannose. In questo seminario faremo riferimento, oltre che alla pratica yogica, anche alle linee guida del WHO e allo stato dell’arte della terapia riabilitativa.



            La pratica con protesi: ginocchio, anca, spalla

            Giovedì 1 dicembre ore 19.10

            Per il seminario conclusivo prenderemo in esame tre articolazioni maggiori (il ginocchio, l’anca e la spalla) dal punto di vista di chi ha subito un intervento di sostituzione con protesi parziale o totale. Per ognuno di questi casi, valuteremo le limitazioni di movimento, le criticità e gli adattamenti, ma soprattutto come educarsi ed educare gli allievi a gestire la differente mobilità in autonomia.
            Ma questo appuntamento che conclude il ciclo ci permetterà di riprendere alcune delle nozioni e delle intuizioni relative al sistema connettivo/miofasciale, ovvero considerare l’elemento particolare, in questo caso ‘estraneo’, all’interno di un contesto fluido che cerca di adattarsi e armonizzarsi.




            In ogni modulo si parlerà di…

            Corsi di Yoga a Novara

            Principi di anatomo-fisiologia e biomeccanica

            • Principi base: movimenti articolari, gruppi muscolari coinvolti
            • Adattamenti alle diverse costituzioni e in presenza di patologie
            • Cosa fare se l’allievo è in fase riabilitativa o post–riabilitativa

            Teoria e pratica del corpo energetico

            • L’asana e il corpo energetico secondo la tradizione yogica 
            • Analisi dell’asana secondo la Medicina Tradizionale Cinese

            Dimensione pratico-esperienziale

            • Modulare l’approccio: il rapporto tra ‘pretesa’ e possibilità, tra asana come fine o come mezzo
            • Precauzioni e attenzioni nella pratica in presenza di patologie  
            • Come modificare le pratiche in base alle condizioni dell’allievo
            • Esempi pratici
            • Domande e risposte dei partecipanti
            Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


            I docenti

            Marco Invernizzi

            Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
            Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

              Francesco Vignotto

              Insegnante di yoga presso Zénon.

                Erika Pizzo

                Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, Qi Gong e allenamento funzionale presso Zénon.

                  Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

                  Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Per chi si iscrive entro il 7 settembre – versando la quota – il prezzo è agevolato a 278€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

                  Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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                  Yoga: per cominciare

                  29 Giugno 2022 by Zénon 1 commento

                  Spesso ci viene rivolta la fatidica domanda: che cosa posso leggere sullo yoga a titolo introduttivo? La risposta non è sempre facile, perché a fronte delle moltissime pubblicazioni sullo yoga, un po’ di buono c’è qua e là, ma i libri ‘di largo consumo’ raramente vanno oltre un’esposizione molto scolastica e schematica, a volte un po’ distorta dalle mode dei tempi. Insomma, per chi si affaccia per la prima volta c’è molta varietà apparente e poca profondità: quasi sempre un testo vale l’altro, con gli stessi pregi e gli stessi difetti.

                  D’altro canto, molti spunti veramente profondi possono essere trovati in testi che però sono di difficile lettura per chi non ha già un bagaglio di conoscenze sulla materia. Ed è un peccato, perché alcune idee potrebbero essere di grande aiuto fin dall’inizio.

                  Nell’arrovellarci per trovare la risposta al quesito di cui sopra, nel cercare un titolo che non fosse troppo New Age, non assomigliasse troppo a un catechismo o a un corso di motivazione per venditori, e che non richiedesse nemmeno un corso di grammatica sanscrita per essere compreso – ecco arrivare la classica scoperta dell’acqua calda: nel corso degli anni su questo sito abbiamo pubblicato una discreta quantità di articoli, che oltre a contenere riflessioni di carattere personale, a loro volta rimandano anche a testi che speriamo di aver reso comprensibili anche ai non addetti ai lavori, e magari, chissà, incuriosito alla lettura.

                  È il nostro modesto contributo, parziale, che ovviamente risente delle nostre esperienze e delle nostre idiosincrasie, ma può essere, almeno per noi, la provvisoria risposta alla fatidica domanda, in attesa che si aggiungano ulteriori tasselli (e, chissà, magari in futuro qualcosa di più strutturato).

                  Siccome questi articoli sono usciti lungo un arco temporale di ben 8 anni, non è esattamente facile trovarli sul sito. Pubblichiamo quindi di seguito una selezione di quelli che riteniamo possano essere più utili per cominciare, suddivisi per aree tematiche, includendo anche qualche scritto che non parla direttamente di yoga, ma che rientra a buon diritto in questo contesto come approfondimento.

                  Buona lettura!

                  PS: nei commenti ci suggeriscono che il miglior testo per principianti rimane forse Imparo lo Yoga del buon André Van Lysebeth e ci accorgiamo di essere d’accordo (ma si accettano ulteriori suggerimenti).


                  Il cuore dello Yoga

                  Rischiare grosso con lo yoga: qualche consiglio per chi pratica
                  “Ma a cosa serve lo yoga?” “A riabilitare gli invalidi”
                  Un’idea di (auto)guarigione
                  Cosa significa ‘fare un passo oltre’ nello yoga?
                  Il Coraggio di Distruggere

                  Esistono tanti Yoga o uno Yoga?

                  Il vero yoga non esiste, grazie al cielo

                  Asana: perché nello yoga si fanno le posizioni?

                  C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?
                  Yoga o ginnastica, forza o energia

                  Come praticare è più importante di cosa praticare: alcune questioni di principio

                  Accetta i tuoi limiti, ma vedi di toccarti i piedi in fretta
                  La cognizione del dolore negli yogāsana

                  Il respiro

                  Non saper respirare
                  Prāṇāyāma, questo sconosciuto
                  Pranayama: vita, respiro, morte e miracoli

                  Lo Yoga e la sua storia, la sua filosofia, tra ieri e oggi

                  Sensi soprannaturali: conversazione con Gioia Lussana sullo Yoga della bellezza
                  Lo yoga visto dai sadhu: intervista a Daniela Bevilacqua
                  Lo Yoga in una posizione: la storia improbabile degli āsana
                  Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook
                  Yoga, o la (re)invenzione di una tradizione: intervista a Marco Passavanti

                  Il rilassamento

                  Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento
                  Dormire col demone che grida: lo Yoga e il rilassamento profondo

                  La meditazione

                  Meditazioni per non uscire dal mondo
                  Meditare nel post-pandemia: un’inversione di tendenza
                  “Yoga” e i cani neri di Carrère
                  La meditazione può essere ‘usata’ per alleviare lo stress?
                  Lo Zen e le Neuroscienze: il Sé e l’Altro

                  Lo Yoga, in gravidanza

                  Lo Yoga e la Gravidanza: appunti di viaggio
                  La gravidanza non è smart, ovvero l’impazienza della dolce attesa
                  Diventare madri nell’era della ‘paura di vivere’
                  Leggi

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