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yoga

Yogasana 7: corpo, emozione, guarigione

10 Luglio 2023 by Zénon

La consapevolezza attraverso le emozioni: una prospettiva integrata tra pratiche psicofisiche moderne, neurofisiologia, yoga tantrico delle origini e Medicina Tradizionale Cinese – in 7 seminari online e in presenza


Sappiamo davvero che cosa sono le emozioni? Quali sono le basi neurofisiologiche note del rapporto tra emozione e salute? Come può lo Yoga intervenire in questo ambito? Se l’emozione influenza la postura, la postura può davvero influenzare l’emozione in modo diretto? Quali prospettive filosofiche sono state espresse nell’ambito dello Yoga riguardo alle emozioni e quali sono gli strumenti pratici per rapportaci a esse? Esistono vie alternative a quella del distacco? Se è bene coltivare emozioni positive, come possiamo rapportarci a quelle negative senza reprimerle, visto che non possiamo evitarle?

In questo nuovo ciclo di Yogasana, interamente dedicato al mondo delle emozioni, cercheremo le risposte a queste domande attraverso lo stato dell’arte della scienza medica, la visione filosofica dello Yoga Tantrico tradizionale e quella della Medicina Tradizionale Cinese, offrendo spunti di riflessione, competenze trasversali e strumenti pratici per relazionarci alle emozioni attraverso lo Yoga moderno, da praticanti e da insegnanti.

Saranno con noi in questo percorso Gioia Lussana, PhD esperta nello Yoga tantrico delle origini, il prof. Marco Invernizzi e Francesco Vignotto.


Contenuti

  • Il programma
    • I docenti
    • Contributo di partecipazione e attestato di frequenza
    • Iscriviti
    • Desideri maggiori informazioni?

    in presenza e online

    Il corso potrà essere seguito anche in differita tramite le registrazioni, che saranno disponibili il giorno dopo ogni seminario

    Il programma

    Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica. Potranno essere seguiti in queste tre modalità:

    • in presenza presso la nostra sede a Novara in via XXIII marzo al numero 17
    • online in diretta tramite la piattaforma Zoom
    • online in differita, tramite le registrazioni che saranno disponibili per la visione in streaming a partire dal giorno seguente

    Le registrazioni, assieme alle slide di ogni seminario, saranno a disposizione di tutti gli iscritti, anche di chi sceglierà di seguire in presenza.

    MODULO 1: Emozioni e patologie – La meditazione

    Online, giovedì 21 settembre ore 19.10-21.00
    Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

    La relazione tra emozioni e patologie è un tema che ha interessato la medicina fin dai suoi albori. In questo seminario Marco Invernizzi ci illustrerà come oggi, grazie anche all’avanzare delle neuroscienze, conosciamo molto di più sulle basi neurofisiologiche delle emozioni e la loro connessione con il sistema immunitario con importantissime conseguenze sia per la guarigione sia per la prevenzione.
    Nella parte pratica, vedremo come tutto questo ha una relazione importante anche per le pratiche psico-corporee e in particolar modo con la meditazione.



    MODULO 2: Emozioni e postura: un rapporto davvero così facilmente reversibile?

    Online e in presenza, giovedì 28 settembre ore 19.10-21.00
    Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

    Che gli stati d’animo e la postura si influenzino reciprocamente è noto ed è in fondo l’assunto alla base della pratica posturale dello Yoga. Ma quali sono le basi medico-scientifiche di questo rapporto? Ed è davvero così semplice ‘invertire’ il rapporto, ovvero utilizzare la postura per trasformare gli stati d’animo? Oppure emozione e āsana si devono incontrare in qualche luogo di confine?


    MODULO 3: Cosa sono le emozioni per lo yoga?

    Online, giovedì 5 ottobre ore 19.10-21.00
    Con Francesco Vignotto

    Cos’è una emozione? È davvero contrapposta al pensiero? Cosa intendevano gli antichi indiani con il concetto di mente-cuore? Le pratiche contemplative come lo yoga sembrano prescrivere il distacco, ma è l’unica via? Se l’emozione è energia, come rapportarsi a questa energia?
    In questo seminario affronteremo questi temi preliminari che avremo modo di approfondire secondo diverse prospettive. Nella parte pratica, affronteremo il grande interrogativo: cosa fare se sto provando un’emozione che almeno in teoria non è compatibile con la pratica, come la collera o la paura?


    MODULO 4: La centratura nel flusso delle percezioni

    Online, giovedì 19 ottobre ore 19.10-21.00
    Con Gioia Lussana

    Trovare un centro di tranquillità nel flusso dei pensieri e delle emozioni: potrebbe sembrare un concetto non troppo nuovo, abbastanza condiviso nell’ambito delle pratiche meditative. Il fatto è che, secondo lo Śivaismo del Kashmir medievale, ovvero l’espressione più raffinata dell’India Tantrica, questa operazione non dev’essere compiuta nell’ottica di un distacco dalle emozioni, ma rimanendo con le emozioni stesse, in quanto espressione della Coscienza da cui originano. Questo è śāktopāya, ovvero il mezzo basato sull’energia, che Gioia Lussana ci illustrerà proponendoci alcune pratiche tratte dal Vijñānabhairava Tantra, testo-radice di questa tradizione.


    MODULO 5: Il respiro come emozione fondamentale, tra neurofisiologia e Coscienza

    Online e in presenza, giovedì 2 novembre ore 19.10-21.00
    Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

    Dal punto di vista esperienziale, il respiro è emozione. Più che all’assenza di emozioni, il prāṇāyāma sembra mirare a quella emozione fondamentale che incontreremo nella teoria estetica nell’ultimo seminario e che costituisce la base, l’essenza di ogni altra emozione: la pace.
    Tuttavia, nel rapportarci con il nostro stesso respiro incontreremo inevitabilmente, dei conflitti, il più delle volte emotivi.
    Uno sguardo alla neurofisiologia del respiro, ovvero a come il respiro viene controllato dal sistema nervoso autonomo, su come le emozioni possano influenzarne il funzionamento, e su come il controllo corticale volontario può intervenire ed entro quali limiti, ci aiuterà a comprendere meglio la questione per ritornare a praticare con maggiore consapevolezza e maggiori strumenti.


    MODULO 6: L’equilibrio delle emozioni nella Medicina Tradizionale Cinese e nelle Pratiche di Lunga Vita

    Online e in presenza, giovedì 16 novembre ore 19.10-21.00
    Con Marco Invernizzi

    La teoria delle emozioni nella Medicina Tradizionale Cinese ci invita ad andare oltre la classica e istintiva distinzione tra emozioni negative ed emozioni positive. Fondamentale è infatti il concetto di equilibrio, senza il quale anche l’eccesso di un’emozione positiva come la gioia può essere fonte di disarmonia. In questo seminario, Marco Invernizzi ci illustrerà il ciclo delle emozioni, ognuna delle quali è associata a un elemento e a un organo, e le Pratiche di Lunga Vita (Daoyin, Qi Gong) connesse per riportare l’equilibrio.


    MODULO 7: Lo yoga della bellezza

    Online, giovedì 30 novembre ore 19.10-21.00
    Con Gioia Lussana

    Qual è l’unico ambito in cui tutte – e diciamo proprio tutte – le emozioni hanno pari dignità? La risposta è sotto i nostri occhi, ma forse non è così scontata: nell’esperienza estetica dell’opera d’arte. Non a caso, lo Śivaismo del Kashmir medievale riconosceva proprio al godimento estetico la stessa valenza dell’esperienza mistica. Chiudiamo questo percorso di nuovo in compagnia di Gioia Lussana, che ci spiegherà perché il tantrismo indiano attribuiva così tanta importanza ai Rasa (ovvero i sentimenti archetipici risvegliati dall’opera d’arte) e perché l’argomento è di estrema importanza e attualità anche per noi.


    Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


    I docenti

    Marco Invernizzi

    Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
    Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

      Francesco Vignotto

      Insegnante di yoga e meditazione presso Zénon.

        Gioia Lussana

        Docente yoga (Y.A.N.I.) e formatrice di insegnanti yoga. Laureata cum laude in Indologia con R.Gnoli e R.Torella. Co-fondatrice dell’A.ME.CO con Corrado Pensa, per oltre 20 anni ha approfondito la meditazione vipassanà con maestri del buddhismo contemporaneo. Ha pubblicato saggi sullo yoga in riviste scientifiche (RSO) e divulgative. Ha conseguito il PhD presso l’Università Sapienza di Roma con una ricerca sullo yoga tantrico delle origini.

          Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

          Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

          Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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          Archiviato in:eventi conclusi Contrassegnato con: yoga, yoga Novara

          Perché le tecniche di respirazione non funzionano

          10 Maggio 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

          Bramino che pratica Recaka nel Pranayama - Le tecniche di respirazione

          Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che questo punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.

          Paul Auster

          Il titolo, in un certo senso, mente o esagera: i benefici della respirazione per il benessere psicofisico sono oggi ampiamente riconosciuti, tanto che alcune tecniche di controllo del respiro sono spesso suggerite da operatori sanitari e psicoterapeuti per calmare gli stati ansiosi, migliorare la concentrazione e facilitare il sonno, tra le altre cose.

          Sappiamo ad esempio che una respirazione lenta, con l’accento sull’espiro e prevalentemente addominale stimola il nervo vago, che proprio attraverso il diaframma passa, trasmettendo al sistema nervoso autonomo un profondo impulso di distensione. All’estremo opposto, ma c’è un mondo intero nel mezzo, altri utilizzano respirazioni iperventilanti per i più vari scopi ludico-allucinatori, e ciò ha poco a che fare con lo Yoga, checché se ne dica, ma è una possibilità tra le tante. Insomma, le tecniche di respirazione funzionano e proprio per questo si prestano a una vasta gamma di utilizzi raccomandabili o meno.

          Sarebbe facile quindi concludere che basta adeguare il respiro a una certa equazione ritmica per fare del nostro cervello quello che vogliamo, l’articolo finirebbe qui e avremmo potuto risparmiare il tempo di scriverlo affidandolo a uno di quei chatbot molto di moda che mettono una parola dopo l’altra secondo un criterio di probabilità.

          In realtà, se c’è un senso nel dedicare la propria attenzione al respiro, dovrebbe basarsi su presupposti meno astratti. In altre parole, non è il respiro che si deve adeguare alla mente, ma è la mente che deve imparare ad andare al passo con il respiro, alla ricerca della pulsazione profonda da cui entrambi hanno origine.

          Potrebbe sembrare un dettaglio nel momento in cui abbiamo degli obiettivi o una situazione a cui porre rimedio, ma è proprio qui che si gioca la possibilità di andare incontro a qualcos’altro che non siano i propri pensieri, ed è proprio trascurando questa premessa che i più abbandonano, concludendo, come le scimmie in viaggio di istruzione, che il mondo è noioso e viaggiare non serve a niente, non accorgendosi di non essere mai uscite dalla gabbia.

          Quindi, siccome dobbiamo farci perdonare il titolo di questo articolo, vogliamo cominciare da quando le tecniche di respirazione non funzionano o smettono di farlo, perché è proprio di fronte alla sfinge del soccorritore se ne va senza avere soccorso che si sente per la prima volta, inaspettato, il proprio respiro autentico.

          Contenuti

          • “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”
          • I due regimi della respirazione
          • Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

          “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”

          Uno yogi che pratica una tecnica di respirazione - dal murale del tempio Zongdag Lukhang
          Uno yogi dal murale del tempio Zongdag Lukhang

          Prendiamo un caso abbastanza comune. Le mie prime esperienze sono positive e si sprecherebbero le frasi fatte: grazie agli esercizi di respirazione avverto letteralmente l’aria prendere vita dalle mie narici, quella sensazione leggermente elettrica vivifica ed energizza mente e corpo, proprio come se avessi aperto le finestre in una stanza da molto tempo chiusa e al buio. Tutto è lucidato a nuovo, le sensazioni sono più vive, il mio umore è più stabile, la mente è chiara, fatico meno a prendere sonno e soprattutto mi sveglio riposato.

          Tuttavia, quando la novità diventa routine incontro delle difficoltà; mentre prima tutto sembrava così semplice e a portata di mano come premere un interruttore, ora quell’interruttore sembra funzionare a intermittenza e dopo svariati tentativi. Intanto, non solo il respiro diviene forzato – forse non ci metto abbastanza energia, penso – ma mi sorprendo a controllarlo rigidamente anche al di fuori dei momenti di pratica. In breve, ma forse ci vuole un po’ per ammetterlo, perdo ogni beneficio o addirittura vivo un peggioramento dei sintomi che inizialmente quelle tecniche si erano dimostrate efficaci ad alleviare.

          Che cosa è successo: come in ogni attività ripetitiva, la pratica si è automatizzata. In altre parole, ho sperimentato la parabola con cui il mentale si appropria anche del ‘qui ed ora’ a cui la respirazione dovrebbe riavvicinarci. La mente fagocita, organizza, programma tutto, dalla vita coniugale alle esperienze trascendenti, organizzando meticolosi percorsi alternativi alle esperienze spiacevoli e pianificando la pantomima formale dei momenti felici, ma purtroppo conservando della felicità solo una memoria.

          Così scopro che anche la relazione mente-corpo può ridursi a un circolo vizioso e meccanico, i cui due poli continuano a rinviarsi l’un l’altro, ma senza il palesarsi di qualcos’altro, di quella silenziosa presenza impersonale che emerge dallo sfondo in cui la mente e il respiro tendono a lasciarsi riassorbire per naturale propensione. Mi ritrovo così nella sala d’attesa di qualcosa che non può arrivare, perché l’attendere stesso è la separazione da quello che c’è in questo momento, dal reale. A questo punto, che si spezzi qualcosa è una benedizione, e per tornare a vivere è necessario cessare proprio la pratica di ciò che inizialmente doveva aiutare a rilassarmi.

          Naturalmente quello appena descritto è un caso-limite ed esistono innumerevoli sfumature, a volte moderatamente innocue, altre più subdole. Una cosa è certa: ferma restando l’intuizione yogica fondamentale, ovvero che la mente segue il respiro (presupposto perché la mente si avvii oltre sé stessa), tuttavia è anche vero e possibile il contrario, ovvero che il respiro segua la mente: nel primo caso, la produzione di pensieri andrà a sfumare, nel secondo verrà alimentato a prescindere dal tipo di respirazione.

          Ma per fare un passo oltre, lo Yoga, ad esempio, chiede innanzitutto di ridefinire i soggetti in gioco.

          I due regimi della respirazione

          Perché le tecniche di respirazione non funzionano

          Che il respiro sia l’unica funzione autonoma che può essere controllata in modo volontario è un’informazione che andrebbe contestualizzata. Di solito la nozione di questo questo doppio regime dà adito a interpretazioni inconsciamente tendenziose, secondo il pregiudizio mentale per cui ciò che è involontario è per sua natura inferiore a ciò che è volontario.

          Pertanto, è facile che, sentendo parlare di respiro consapevole, si intenda con questo il respiro volontario. Ed è facile concludere che attraverso un intervento volontario sul respiro io possa correggere od orientare i processi autonomi. È un errore di prospettiva: in realtà, io ho bisogno di attingere, attraverso il respiro, a quella parte di me che non dipende dalla mia volontà.

          Proprio su questo aspetto, Gerard Blitz ha dedicato numerose interessanti intuizioni, raccolte dai suoi allievi ne Il filo dello Yoga (gli a capo sono nell’originale):

          Portiamo in noi
          due “regimi” diversi
          che coabitano e funzionano insieme
          Uno è volontario
          ci spostiamo nello spazio
          pensiamo parliamo
          L’altro non è volontario
          qualcosa in noi
          agisce a nostra insaputa
          aziona i nostri organi
          equilibra la nostra posizione nello spazio
          coordina regola corregge
          Questo “qualcosa” è intelligente

          Questa intelligenza è diversa
          più profonda
          complementare alla prima
          che chiamiamo mentale

          Il ruolo dell’Hațha Yoga
          è quello di insegnare all’uomo a creare le condizioni
          in cui quest’altra intelligenza
          che è in lui
          possa manifestarsi e partecipare
          alle sue azioni  al suo pensiero alla sua parola
          Quando queste condizioni esistono
          siamo nello stato di Yoga

          Al contrario di quel che si penserebbe, il regime involontario, afferma Blitz, è intelligente. Emerge quindi un problema: cosa impedisce al nostro respiro autentico di trovare espressione? Da dove originano le difficoltà e le limitazioni nel respiro? La risposta è complessa, perché in parte originano da altre aree involontarie, su cui quindi non abbiamo modo di agire direttamente, ma in parte anche per l’ingerenza della componente volontaria, che con scarsa coordinazione e delicatezza cerca di controllare il respiro come controllerebbe i movimenti di un braccio. Qui però non si tratta di passare all’estremo opposto, di invertire la scala di valori: si tratta di “creare le condizioni” per un’integrazione.

          Anche per questo, la premessa da cui occorre partire, sempre e non solo in via propedeutica, è di rendere cosciente il respiro naturale, ossia involontario, senza intervenire. Già ci potremmo fermare qui: se ci dedichiamo con serietà a questo compito, ci possiamo accorgere di quanto sia difficile e sempre nuovo. La passività cerebrale è fondamentale; in caso contrario, come osserva Eric Barét, scopriremo soltanto ciò che abbiamo accettato.

          La storia finisce quindi senza essere mai veramente incominciata? Al contrario, è proprio qui che tutto inizia. Ci possiamo subito accorgere degli infiniti possibili approcci all’ascolto e della non banalità di alcun particolare che si presenta all’attenzione, ognuno dei quali contiene il tutto: sentire la temperatura, il suono e la traiettoria dell’aria che entra ed esce dalle narici, la pulsazione viscerale, il movimento spinale, costale, articolare ed epidermico, la riconfigurazione degli spazi del corpo e la sensazione di espansione e contrazione che riverbera nell’ambiente, le fluttuazioni nella cognizione del tempo a seconda che si propenda a ‘lasciarsi respirare’ o a intervenire attivamente. La sensazione delle pause, non forzate, naturali che preludono all’emergere dello sfondo da cui inspiro ed espiro sempre più occasionalmente salgono come razzi.

          Attraverso questi inviti all’ascolto da cui ci lasciamo sfiorare, potremmo notare che il respiro naturale, quando riceve ascolto cosciente, non rimane uguale a sé stesso, ma come ogni cosa vivente si sviluppa. È proprio da questa terra di confine tra lasciar fare e fare che inizia realmente il pranayama, sia rimanendo nell’informalità, sia attraverso tecniche formali, se non risulteranno superflue, che si svilupperanno come forme di espansione e di esplorazione più che di controllo e costrizione, in cui i due regimi coopereranno in equilibrio.

          Un’ulteriore considerazione, non meno importante: uno dei motivi principali per cui il respiro si irrigidisce, perdendo il collegamento con la sua forza vitale, è che reagiamo a sensazioni che interpretiamo come spiacevoli o indesiderabili. È quasi superfluo aggiungere, a questo punto, che è molto probabile che questo irrigidimento alimenterà ciò che respingiamo. Occorre, innanzitutto, includere nell’ascolto anche questa reazione, senza rifiutarla, e coltivare margini di maggior agio: in questo rimando al bellissimo passo di Gioia Lussana riportato nell’articolo precedente sul pranayama come custodire/proteggere piuttosto che come irrigidire/bloccare.

          Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

          I cinque corpi secondo il tantrismo del Kashmir - Perché le tecniche di respirazione non funzionano

          Vorrei concludere con questo diagramma, tratto da Tantra Illuminated di Christopher Wallis, che illustra i livelli di coscienza del sé secondo lo Sivaismo tantrico che fiorì nel Kashmir medievale. Chi ha dimestichezza con i manuali di Yoga sarà abituato forse a uno schema diverso, quello dei cinque involucri (kosha), di derivazione vedantica, spesso rappresentato graficamente come una matrioska di corpi via via più sottili.

          La principale differenza – oltre alla pragmatica aggiunta di uno strato più esterno al corpo ‘in carne ed ossa’, quello della ‘roba’ – è la posizione di Prāṇa, ossia lo strato dell’energia vitale di cui il respiro è principale espressione e veicolo. Collocato tra corpo fisico e corpo mentale nello schema più celebre, qui invece si trova ancora più in profondità, ossia tra Citta, la mente-cuore e Shunya, il Vuoto trascendente, che a sua volta non è vuoto ma ‘contiene’ Cit, la Coscienza.

          Ora, occorre considerare che in questi territori gli schemi in generale e le rappresentazioni bidimensionali hanno dei limiti intrinseci e quindi vanno prese con le dovute cautele: ad esempio – ed è un limite che affligge sia questa rappresentazione sia quella più nota – gli strati sempre più interni sembrerebbero limitati e contenuti da quelli esterni, mentre in realtà è vero il contrario: più ci muoviamo verso il centro, più andiamo dal particolare all’universale, dall’individuo al Sé indifferenziato.

          Detto questo, i due diagrammi possono almeno in un aspetto convivere, descrivendo il legame a doppia mandata con il respiro: come punto di connessione corpo-mente (siamo ancora nell’individuo) ma al tempo stesso come ponte tra l’individuo e la forza vitale che condivide con tutte le creature. Forza vitale che è a sua volta passaggio privilegiato verso un silenzio che è letteralmente cosa viva.

          E anche se gli schemi rimangono pur sempre schemi, possono almeno in questo caso sussurrarci un pur vago suggerimento del perché trovando il respiro possiamo trovare il centro esatto del mondo, e perché trovando il centro possiamo finalmente respirare.

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          Archiviato in:Articoli, Yoga Contrassegnato con: Gerard Blitz, Gioia Lussana, hathayoga, pranayama, pratica, respiro, yoga, yoga Novara

          [Evento 2023] Comprendere i bandha: quattro lezioni pratiche e teoriche

          13 Aprile 2023 by Zénon


          Tecnicamente, i bandha consistono nel controllo di tre aree chiave: a livello del collo, del diaframma e del pavimento pelvico. Molto spesso affrontati con un approccio molto muscolare, in questo seminario affronteremo i bandha come supporti che permettono di ricomporre ciò che nell’esperienza comune è frammentato e conflittuale.

          Pertanto, con la pratica dei bandha non solo stabilizziamo la postura, ma allo stesso modo raccogliamo e stabilizziamo l’energia vitale altrimenti dispersa custodendola al centro di noi e permettendole di crescere e svilupparsi in modo organico.

          Stabilità e coerenza nella postura e nell’energia significa un corpo più leggero, una mente più chiara, secondo il procedimento yogico, che è per sua natura dai molti all’uno.

          Per questo, accanto a una approfondita analisi anatomica dei tre principali bandha, l’approccio pratico in questo seminario sarà di estrema dolcezza in modo da coglierne gli aspetti più sottili che risultano più significativi nella connessione mente-corpo.

          In presenza e online
          Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a sei mesi dal termine del corso

          Il programma

          Tutti i seminari dureranno circa due ore ciascuno. Si terranno in diretta via Zoom e potranno essere seguiti anche in differita. Se raggiungeremo un numero minimo di richieste, sarà possibile anche seguire le lezioni in presenza. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

          MODULO 1. Tribandha: relazioni spinali e respiratorie. Sentire i bandha

          Giovedì 18 maggio ore 19.10

          Con Francesco Vignotto

          Cominceremo da ciò che potrebbe sembrare la fine, ma in realtà è il principio: siccome le strutture del nostro corpo esistono separatamente solo per comodità di esposizione, cominceremo dal percepire i bandha nella loro interrelazione, attraverso movimenti comuni e attraverso il respiro.

          MODULO 2. Mula Bandha: il piano perineale e il diaframma pelvico

          Giovedì 25 maggio ore 19.10

          Con Francesco Vignotto ed Erika Pizzo

          Le dinamiche del pavimento pelvico e del basso addome sono fondamentali non solo per comprendere mula bandha, ma anche per comprendere gli altri due bandha e la stabilità del corpo nell’asana. In questo seminario approfondiremo assieme a Erika Pizzo le implicazioni per l’anatomia femminile.

          MODULO 3. Uddiyana bandha: la relazione addome-diaframma toracico

          Giovedì 8 giugno ore 19.10

          Con Francesco Vignotto ed Erika Pizzo

          In Uddiyana, è fondamentale la relazione tra muscolo trasverso dell’addome e diaframma toracico, tra ‘tenere’ e ‘lasciare’, tra respiro e stabilità nell’asana. Ma, come sempre, è nell’ascolto globale che la sintesi si può realizzare. Con un approfondimento di Erika Pizzo sull’anatomia femminile e il ruolo chiave del tono addominale nel recupero post-parto.

          MODULO 4. Jalandhara bandha: il tratto cervicale e il diaframma vocale. Conclusione e sintesi

          Giovedì 15 giugno ore 19.10

          Con Francesco Vignotto

          In apparenza il bandha più semplice, nella pratica il più trascurato ed equivocato, Jalandhara impone un ascolto più attento e permette di chiudere il circuito con Mula e Uddiyâna.
          Jalandhara ci permetterà anche una sintesi e conclusione del percorso, con una pratica di ascolto della reciproca relazione tra tutti e tre i livelli affrontati.


          I docenti

          Francesco Vignotto

          Insegnante di yoga presso Zénon.

            Erika Pizzo

            Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, allenamento funzionale presso Zénon.

              Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

              Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 4 seminari) è di 220€. Per chi si iscrive entro il 3 maggio – versando la quota – il prezzo è agevolato a 190€.

              Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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              Fronteggiare il caos con lo yoga: su ansia e controllo

              13 Marzo 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

              Lo Yoga è efficace per fronteggiare l’ansia? Esistono due modi per scoprirlo. Il primo è estrapolarne una tecnica tra le tante che ci aiuti a ritrovare la calma, ma è bene sapere che è solo una tattica per guadagnare tempo, non una soluzione, e ha il pericolo di alimentare l’amara illusione di poter controllare le emozioni. Il secondo modo è scavare più a fondo negli strumenti filosofici e pratici che lo Yoga ci mette a disposizione per andare alla radice del caos e affrontarlo. In quest’ultimo caso, che è oggetto almeno a livello introduttivo di questo articolo, non bastano cinque minuti, quindi se volete mettetevi comodi.

              Sulla infinitezza (Om Det Oandliga) - Un film di Roy Andersson - Ansia e controllo nello yoga

              …non per quello che fai e forse malgrado

              Anonimo

              Ho appena visto un video, uno dei tanti, in cui un insegnante spiegava che per calmare l’ansia non è necessario fare un’ora di yoga, ma ne basta praticare una tecnica per cinque minuti, anche durante una crisi. Essendo un affezionato frequentatore del lato oscuro della mente, non ho potuto evitare di domandarmi: e se a tre minuti e trenta comincio ad accorgermi che non sta passando? Bisogna sempre fare attenzione a indicare l’orologio a chi si sente già schiacciato dagli eventi, e a creare aspettativa in chi ne è intossicato: può funzionare, occasionalmente e con sufficiente entusiasmo, ma la delusione nel medio periodo è inevitabile.

              Contributi come quello appena descritto sono oggi molto popolari, complice il formato dei video brevi in cui tutto dev’essere compresso, e per necessità di cose rispecchiano lo spirito dei tempi, in cui ci piace immaginarci automi, meri esecutori di algoritmi che si suppone funzionino nel vuoto e che non vadano al di là dell’uso locale, essendo superflua – del resto non c’è tempo – ogni forma di comprensione (di cosa? ad esempio degli schemi seriali che portano inevitabilmente alla sofferenza, la quale trovando una strada sbarrata riuscirà nel tempo ovviare per altre vie: la resilienza vale anche nel farsi del male).

              Certo, bisogna riconoscere i buoni intenti, la volontà di essere utili anche a chi non si è ancora mai accostato alle pratiche psico-corporee, fornendo degli strumenti rapidi e alla portata di tutti. Ma anche di questo principio, su cui peraltro ci sarebbe molto da discutere (apro la valvola cinque minuti per poi tornare alla mia vita insopportabile), non sarei nemmeno troppo sicuro.

              In parecchi casi, infatti, la micropratica proposta richiede in realtà delle competenze che non sono per nulla scontate nel neofita, e che implicano un certo grado di interiorizzazione e di pratica, un orecchio quasi musicale che in pochi minuti, schiacciati dall’obbiettivo da raggiungere, non è possibile acquisire: ad esempio, la capacità di coordinare movimento e respiro, di regolare (cioè di prolungare e di rendere omogeneo) il respiro stesso o di trattenerlo per un numero precisato di secondi, fossero anche pochi, senza che l’inesperienza e la volontà di dominio non peggiorino le cose.

              La capacità, o l’incapacità, insomma, di controllo sul proprio corpo e sulle funzioni vitali, se male intesa o male applicata può addirittura produrre nell’ansioso un aumento dei sintomi anziché calmarli: che cos’è l’ansia se non la drammatica esperienza di non poter tenere sotto controllo ciò che sta accadendo? e, risalendo ancora più a monte, di poterlo e di doverlo tenere sotto controllo? Scendendo a valle, potremo osservare come spesso sono proprio i nostri tentativi di controllare l’incontrollabile a soffiare sul fuoco.

              Contenuti

              • La posizione nell’ansia
              • Quale controllo nello yoga?
              • L’ira della Dea: fronteggiare il caos
              • Congedo
              • Bibliografia

              La posizione nell’ansia

              a picture of a person displaying despair surrounded with smoke - fronteggiare il caos: ansia e controllo nello yoga
              Photo by Mikhail Nilov on Pexels.com

              Le tecniche sono estemporanee: se cercando su Google le posizioni di yoga per l’ansia risulteranno sempre diverse, non è soltanto per superficialità dei redattori che spesso riciclano materiale già esistente, ma anche perché a dare sollievo è più spesso ciò che è stato occasionalmente mosso dalla tecnica. Il punto è proprio capovolgere lo schema mentale: pensare che l’ansia passi per aver fatto compulsivamente questo invece di quello è ancora farsi dominare dall’ansia.

              Lo yoga, del resto, ha parecchio a che fare con il riconoscimento e con l’accettazione della mancanza di controllo, anzi nell’acquisire una certa disinvoltura nel lasciar correre ciò che deve camminare sulle proprie gambe, senza che per questo il mondo vada a rotoli: è l’esperienza della posizione che deve rimanere rilassata e ricettiva anche quando impegnativa; è, a maggior ragione, l’esperienza del respiro, che in quanto funzione autonoma è molto più prossimo alla Coscienza del pensiero stesso che cerca di figurarsela, la cui traduzione in ritmi predefiniti non può essere automatizzata: bisogna chiedere il permesso, al respiro, prima di prendere le redini, altrimenti si ribellerà o si darà meccanicamente, senz’anima. Una volta appurato questo, può succedere che si verifichi ciò che nell’I Ching è chiamato la preponderanza del piccolo, ovvero quando le cedevoli linee yin dominano le robuste linee yang: in questa circostanza, teoricamente sfavorevole, la tecnica serve allora per respirare poco, per impegnare poco la muscolatura, appena un’idea, ma con risonanza enorme sulla mente.

              Pertanto, un suggerimento che darei per affrontare l’ansia è di dimenticarsi le tecniche-cerotto e dedicarsi in tempo di pace a coltivare spazi di attenzione e di meditazione, che sono i veri principi attivi di ogni pratica psico-corporea, indispensabili perché si ricavi, silenziosamente e al riparo dagli sguardi indiscreti, ciò che il buon Hervé Clerc chiama profondità strategica, ovvero zone in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico. Di ciò, ovviamente, non è possibile né consigliabile occuparsene mentre si è sotto attacco («Quando si è di fronte a un branco di rottweiler sguinzagliati è troppo tardi per pensare alla profondità strategica. Ci si dice solo che sarebbe bello averla»).

              Condizione indispensabile per mettere in atto il suggerimento di cui sopra, è dedicarsi alle pratiche psicocorporee senza uno scopo. D’accordo, ci accostiamo perché abbiamo il mal di schiena, perché abbiamo il fiato corto, perché siamo stati abbandonati. Ma qualunque sia la lamentela, dobbiamo posarla a terra prima di entrare nella sala pratica: di tutti i principi terapeutici questo è il più portentoso.

              E ora un suggerimento che mi permetto di dare agli insegnanti, da pessimo collega: il sapere che non è orientato verso il non so è profano e quindi inadatto a fronteggiare l’ignoto; non c’è una posizione o una respirazione per l’ansia, ma sicuramente si può trovare una posizione nell’ansia e un respiro nell’ansia. Chi si perde nel molteplice, lo dice la parola stessa, è perduto.

              Quale controllo nello yoga?

              Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin - Ansia e controllo nello yoga
              Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin

              Detto questo, qualcuno potrebbe obiettare che molte tecniche dello yoga prevedono di controllare e sottoporre a restrizioni il proprio corpo (l’immobilità nell’asana, le mudra), i pensieri, le azioni (yama e niyama), la muscolatura respiratoria (bandha) l’energia vitale (pranayama), e i sensi (pratyahara). Da questo punto di vista, la dimensione che più sembra appropriata è l’ascesi, ma è anche facile cadere nel tranello: se non funziona, non è stato esercitato abbastanza il controllo. Anche popolarmente, lo yoga appare come un esercizio di governo e padronanza di sé e nelle occasioni pubbliche è considerato degno di biasimo per un praticante, non sia mai un insegnante, perdere le staffe o manifestare incontinenza. Eppur tuttavia accade, forse anche perché da qualche parte le energie messe al giogo dovranno pur trovare sfogo.

              Prese alla leggera – ovvero: presupponendo che yoga sia un bagaglio di tecniche acquistabili separatamente dalla comprensione – queste pratiche sono potenziali armi a doppio taglio nelle mani dell’ansioso, con cui potrà rinforzare l’illusione di controllo che è invece la radice della propria sofferenza e, al subentro dell’abitudine, arriverà il disincanto e la ricerca di un’altra tecnica ancora (se invece la tecnica porta a un certo punto a una forma di comprensione – il presentimento di un cuore che può essere espresso anche altrimenti – a un certo punto la tecnica sarà superflua).

              È quindi importante comprendere quale tipo di controllo è da intendere nello yoga, e perché in questa forma di controllo molto particolare e sottile si debba inscrivere una data di scadenza.

              Proprio in questi giorni, girovagando alla ricerca di ispirazione, mi è capitato un vecchio articolo di Gioia Lussana, in cui si rifletteva sui significati del fare un asana. Tra i tanti spunti interessanti su cui varrà la pena tornare in futuro, ve ne è uno proprio dedicato al caso nostro:

              La radice verbale yam ha in questo senso un ruolo preminente nella prassi yogica. Termini fondamentali come yama, niyama, samyama, come pure pranayama, sono costituiti da questa radice che evidenzia la centralità dell’elemento ‘custodia’, ‘vigilanza’, ‘difesa’, ‘cura’, ‘preservazione’ che la disciplina interiore (yoga) mette in atto. Non si tratta quindi di controllo o dominio nel senso che comunemente tendiamo a dare, quanto di ‘covare’, ‘riscaldare’, ‘nutrire’, ‘proteggere’ lo stato di unificazione interna che la prassi yogica attua. Il controllo è spesso inteso come una qualità costrittiva del percorso ascetico, senza comprenderne la più vasta portata. Yam è sostenere, tenere, reggere, stabilire, non smuovere, prima e piuttosto che: tenere a bada, frenare, controllare. In ogni caso il freno che la radice verbale prevede è all’insegna del custodire/proteggere piuttosto che dell’irrigidire/bloccare. Significa mantenere il processo stabilizzato nell’alveo che ne favorisce la libera maturazione. Proprio questa difesa custodita, che può evocare l’immagine del tuorlo nell’uovo o dell’embrione nel liquido amniotico è la caratteristica dell’asana, che favorisce l’attitudine contemplativa.

              Ora, questo è uno di quei casi in cui un cambio di accezione non è pura questione concettuale ma si trascrive nella carne. Naturalmente il confine tra custodire/proteggere e irrigidire/bloccare è mobile e interpretabile, ma è proprio in questa dialettica tra fluidità e contenimento delle forme che, ad esempio, la vita si preserva, cresce e giunge al suo naturale compimento. D’altro canto, è proprio attraverso un’operazione di forzatura che l’agricoltore fa sì che la pianta si sviluppi, concentri i propri nutrienti e il proprio sapore in dosi di gran lunga maggiori rispetto a quanto non accadrebbe in natura; quest’operazione non prevede tuttavia l’utilizzo della forza bruta, ma l’impiego delle proprie risorse per creare un ambiente protetto quanto basta affinché ciò accada, temporaneamente al riparo dalle intemperie e dai predatori che altrimenti dissiperebbero tali sostanze.

              E allora, tornando a noi, le tecniche dello yoga servono proprio a questo: a raccogliere, custodire e nutrire le nostre energie vitali e mentali in luoghi protetti e privilegiati finché non abbiano sviluppato quelle qualità di consistenza e di stabilità per affrontare il campo aperto (si pensi a interpretare in questo senso tecniche quali i bandha come sottile controllo dei diaframmi a sostegno delle apnee, più che come contrazioni brutali da tenere con tutte le proprie forze). A quel punto, ciò che era sostenuto sostiene, ciò che era alimentato alimenta. La tranquillità non richiede più alcuno sforzo, semmai il vero sforzo lo richiederebbe spezzarla.

              Si potrà dire che stiamo parlando di stato dell’arte, di eventi miracolosi che si verificano solo in momenti di grazia. Ma anche alla grazia occorre preparare il terreno, attraverso la ricerca di una misura che non può essere segnata una volta per tutte con una pietra di confine.

              L’ira della Dea: fronteggiare il caos

              Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest'ultimo -Ansia e controllo nello yoga
              Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest’ultimo.

              Per andarsene da qui
              lasciarsi cadere,
              lasciare cadere a terra
              ogni possibile liquido

              Alessandro Ceni

              Il mostro è là fuori e noi sappiamo che, se ci presentiamo in queste condizioni, avrà il sopravvento. Possiamo svuotare la cassetta dei medicinali, incollarci alla bottiglia o armarci fino ai denti come nelle sceneggiature più scontate: affidarsi a una tecnica di yoga può rientrare nelle fattispecie appena elencate e in questo caso tutto accadrebbe secondo il copione, per il quale la tradizione indiana aveva un termine preciso: samsara. Il fatto è che neanche rifiutando la parte che ci è stata assegnata ci sottraiamo al moto perpetuo del divenire.

              Non andrà tutto bene. Per esperienza, niente è mai andato bene perché qualcuno lo ha ripetuto come una giaculatoria. Non è una pia menzogna, ma qualcosa forse di più miserabile: è una fuga. Grandi uscite a veder le stelle sono invece avvenute di fronte alla consapevolezza che la situazione volge al peggio, che la fine è una possibilità. Ovviamente, lo è anche la follia. Tuttavia, se non si riconosce che c’è bellezza nel tremendo – a cui non a caso, dalla tragedia greca al tantrismo hindu sono associate virtù catartiche – non è possibile evadere dalla miseria della paura.

              Le grandi tradizioni, l’idea stessa del Divino, la saggezza più profonda sono solo molto superficialmente dei sostegni per vivere in pace con sé stessi e al riparo da punizioni in questa o in altra vita. A un livello appena più profondo, ci istruiscono su come rapportarci col nostro nulla e con le potenze che abitano nel cosmo come nelle cellule del nostro stesso sangue. Il mostro, ammesso che sia tale, non è detto sia là fuori, ammesso che ci sia un fuori.

              Come illustrato da Małgorzata Sacha in un bellissimo saggio, l’ira della dea è il mitologema che condensa nella tradizione hindu la complessa questione delle passioni e del loro potenziale distruttivo. Vale la pena quindi ricordare l’incontrollabile danza di Kali, che nella lettura tantrica è anche signora della trasformazione, non solo dell’annichilimento. La sua ira si manifesta ogni qual volta la sua volontà incontra un ostacolo, la sua energia è stata troppo a lungo compressa.

              Kali calpesta il cadavere di Śiva - Ansia e  controllo nello yoga
              Kali calpesta il cadavere di Śiva

              Ancora più pertinenti ai temi qui trattati sono le strategie per fare fronte all’ira della dea, che rischia di distruggere i mondi: propiziazione, attraverso il sacrificio; sfida, attraverso un confronto attivo; o, infine, la resa: Śiva si getta tra i cadaveri o si trasforma in lattante risvegliando in Kali il pudore della moglie nel primo caso, l’istinto della madre nel secondo.

              È quindi per una pura associazione di idee di cui mi prendo tutta la responsabilità che associo per analogia queste strategie alle tre vie (upāya) dello Sivaismo del Kasmhir medievale: la via dei mezzi (che oggi chiameremo delle tecniche), la via potenziata o dell’energia, e infine la via divina o diretta. Come ogni analogia, è imperfetta, soprattutto per quanto riguarda l’opzione mediana, ma proprio questo imperfetto combaciare arricchisce l’accostamento.

              Vista sotto la luce della prima strategia, la più a portata di mano, la tecnica non cerca di controllare l’incontrollabile, ma attraverso di essa cedo una parte di me, concretamente o simbolicamente, in cambio della benevolenza della potenza distruttrice, e chiedo di rinascere (è interessante come già nel Vedanta il pranayama fosse a volte narrato in termini di rito sacrificale, in cui la mente ricopre il ruolo di officiante). Se volessimo disporre queste tre strategie su una scala gerarchica o temporale, ciò conduce quindi alla possibilità di assistere da spettatore all’onda dello sconvolgimento emotivo trovandovi il suo nucleo di pace e infine di arrendersi ad esso.

              Anche se è la strategia più azzardata e impervia – ogni esitazione sarebbe fatale – la resa incondizionata provoca l’immediata cessazione del conflitto per il venir meno di ogni parte in causa: ma allora chi o cosa deve essere sacrificato, e a chi?

              Congedo

              Il dramma si scioglie non quando il mostro viene ucciso, perché sappiamo che ne arriveranno altri, e perché dobbiamo riconoscere che la lotta è impari; il dramma, in verità, si scioglie quando l’eroe acconsente a sacrificare il suo ruolo. Le pratiche servono in tempo di pace, perché si arrivi al giorno fatale che è ogni giorno a mani nude.

              Dopo tutto questo parlare, però, manca la risposta alla domanda con cui si è concluso il paragrafo precedente, che potremmo anche riformulare: chi ha paura? e di chi o cosa ha paura? Per rispondere, ci vuole un vecchio rompiscatole come Jiddu Krishnamurti:

              Mentre osservate, vi rendete conto che l’osservatore è semplicemente un fascio di idee e di ricordi senza alcuna validità o sostanza, ma vi rendete anche conto che la paura è una realtà e che voi tentate di comprendere un fatto reale con una astrazione, cosa che, naturalmente, non potete fare. Ma, in realtà, l’osservatore che dice “Ho paura” è separato dalla cosa osservata cioè dalla paura? L’osservatore è la paura e quando lo si comprende non c’è più alcuno spreco di energia nel tentativo di sbarazzarsene e l’intervallo spazio-tempo tra l’osservatore e la paura scompare. Quando vedete che siete parte della paura, che non ne siete separati che voi siete la paura allora non potete farci più niente; allora la paura giunge totalmente alla fine.

              J. Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio

              “Respiro solo dimenticandomi di me” scriveva molto più sinteticamente l’immenso Philippe Jaccottet, poeta recentemente scomparso, in Passeggiata sotto gli alberi, un libro che è in sé una cura proprio perché non si propone di medicare nulla: e non c’è forse migliore indicazione su come accostarsi a una pratica Yoga.

              Bibliografia

              • Hervé Clerc, A Dio per la parete Nord, Adelphi, 2016
              • Gioia Lussana, I significati dell’Asana nello Yoga, 2012
              • Alessandro Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002
              • Małgorzata Sacha, “L’ira della dea”, in Passioni d’Oriente, a cura di Raffaele Torella e Giuliano Boccali, Einaudi, 2007
              • Jiddu Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio-Ubaldini, 1973
              • Philippe Jaccottet, Passeggiata sotto gli alberi, Marcos y Marcos, 2021
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              Archiviato in:Articoli, filosofia, Poesia Contrassegnato con: Alessandro Ceni, ansia, Gioia Lussana, hathayoga, Hervé Clerc, Jiddu Krishnamurti, Kali, Philippe Jaccottet, tantra, yoga, yoga Novara

              Yogasana 6: la pratica in presenza di patologie

              5 Dicembre 2022 by Zénon

              Stage per insegnanti e praticanti – febbraio-aprile 2023


              Conoscere le patologie è importante, sia che si insegni yoga, sia che lo si pratichi individualmente. Sapere quali precauzioni prendere, cosa lo yoga può dare e cosa non può dare, ne è una conseguenza. Attraverso questo nuovo ciclo di seminari, l’approfondimento clinico sarà l’occasione per accrescere la nostra conoscenza delle strutture anatomiche e i sistemi fisiologici coinvolti. Questo ci permetterà di scoprire nuovi aspetti e interconnessioni nelle pratiche yogiche e di acquisire maggior consapevolezza e attenzione.

              I temi in programma per i sette incontri (vedi il programma più sotto) sono: asma bronchiale, ernia iatale, disturbi mestruali, scoliosi, diabete, ipertensione arteriosa e sclerosi multipla.

              Come sempre, ci muoveremo tra pratica, anatomia, biomeccanica e filosofia. E, come sempre, il Professor Marco Invernizzi e gli insegnanti Francesco Vignotto ed Erika Pizzo saranno lieti di analizzare i casi particolari e di rispondere alle domande dei partecipanti.


              in presenza e online

              Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a sei mesi dal termine del corso

              Il programma

              Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica interattiva in cui i partecipanti potranno sottoporre casistiche particolari. Si terranno in sala e contemporaneamente online, ma potranno essere seguiti anche in differita. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

              Asma

              Giovedì 2 febbraio ore 19.10

              La pratica dello yoga può fare molto per l’asma bronchiale, se conosciamo le caratteristiche di questa malattia e alcune dinamiche psicofisiche della respirazione con cui le tecniche di pranayama associate ad alcuni asana possono interagire. Come sempre, attraverso una pratica non violenta e rispettosa del praticante.


              Ernia iatale

              Giovedì 16 febbraio ore 19.10

              L’ernia iatale ci porta ad approfondire le dinamiche del muscolo diaframma e del suo ruolo nella buona salute degli organi addominali. In questo seminario vedremo quali asana possono essere d’aiuto e come, ancora una volta la respirazione può fare molto per un riassetto posturale e mentale.


              Disturbi mestruali

              Giovedì 2 marzo ore 19.10

              La pratica dello yoga non è mai neutra, e meno che mai lo è nei confronti del ciclo mestruale, che scandisce come un orologio biologico il periodo fertile della vita della donna. In questo seminario approfondiremo l’interazione tra le pratiche yogiche e le fasi del ciclo, analizzando le questioni più comuni e vedendo quali pratiche possono essere più utili (e soprattutto come praticarle) e quali evitare nei casi dei disturbi più diffusi.

              Scoliosi

              Giovedì 16 marzo ore 19.10

              Lo scopo degli asana yogici è principalmente la buona salute della colonna vertebrale. Nei confronti della scoliosi, lo yoga può dunque essere molto efficace, se praticato correttamente nel rispetto delle dinamiche vertebrali. Praticato superficialmente, invece, può addirittura esasperare alcune tendenze di chi ne è affetto. Non solo allungamento, quindi, ma anche stabilità e consapevolezza devono essere gli ingredienti di una dieta yogica equilibrata.


              Diabete

              Giovedì 6 aprile ore 19.10

              Che cos’è il diabete mellito e quali sono le differenze tra diabete di tipo 1 e di tipo 2? Quali sono le cause note e quali sono le cure? Come affrontare in modo yogico, oltre che clinico, questa malattia? Cosa bisogna sapere se un allievo ha il diabete? In questo seminario vedremo come non solo asana e pranayama si rivelano strumenti efficaci, ma anche la meditazione si rivela uno strumento indispensabile.


              Ipertensione arteriosa

              Giovedì 20 aprile ore 19.10

              L’ipertensione arteriosa è una delle malattie più diffuse nel mondo industrializzato, e le cause principali sono lo stile di vita sedentario, la cattiva alimentazione e, non meno importante, la genetica. È ormai noto anche che l’esercizio fisico è una vera e propria medicina nei confronti di questo disturbo e vedremo in questo seminario quali sono i protocolli più adatti, mettendoli a confronto con i metodi dello yoga.



              Sclerosi multipla

              Giovedì 27 aprile ore 19.10

              “Lo Yoga è relativamente poco costoso, generalmente sicuro e può potenzialmente migliorare i sintomi della sclerosi multipla. Un rigoroso studio clinico sulla SM ha scoperto che lo yoga riduce l’affaticamento. Altri studi sulla SM e su varie altre condizioni mediche hanno riportato un miglioramento di ansia, depressione, funzionalità della vescica, dolore, spasticità, debolezza e deambulazione. Ci sono rapporti aneddotici ma ricerche minime sullo yoga e sulla funzione sessuale. Per la salute generale, lo yoga può migliorare il dolore da artrite, ridurre la pressione sanguigna e favorire la perdita di peso.” (Allen C. Bowling, MD PhD) Concluderemo questo ciclo dedicando un seminario a una patologia molto seria, di cui lo yoga può aiutare a contrastare gli effetti più invalidanti.




              In ogni modulo si parlerà di…

              Corsi di Yoga a Novara

              Principi di anatomo-fisiologia e biomeccanica

              • Principi base: movimenti articolari, gruppi muscolari coinvolti
              • Adattamenti alle diverse costituzioni e in presenza di patologie
              • Cosa fare se l’allievo è in fase riabilitativa o post–riabilitativa

              Teoria e pratica del corpo energetico

              • L’asana e il corpo energetico secondo la tradizione yogica 
              • Analisi dell’asana secondo la Medicina Tradizionale Cinese

              Dimensione pratico-esperienziale

              • Modulare l’approccio: il rapporto tra ‘pretesa’ e possibilità, tra asana come fine o come mezzo
              • Precauzioni e attenzioni nella pratica in presenza di patologie  
              • Come modificare le pratiche in base alle condizioni dell’allievo
              • Esempi pratici
              • Domande e risposte dei partecipanti
              Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


              I docenti

              Marco Invernizzi

              Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
              Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

                Francesco Vignotto

                Insegnante di yoga presso Zénon.

                  Erika Pizzo

                  Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, Qi Gong e allenamento funzionale presso Zénon.

                    Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

                    Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Per chi si iscrive entro il 16 gennaio 2023 – versando la quota – il prezzo è agevolato a 268€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

                    Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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                    Yogasana 5: la pratica in presenza di patologie

                    8 Luglio 2022 by Zénon Lascia un commento

                    Stage per insegnanti e praticanti – settembre-dicembre 2022

                    Yogasana: formazione per praticanti e insegnanti


                    Che cos’è il sistema connettivo e miofasciale? Qual è la sua relazione con lo yoga e perché la Medicina Tradizionale Cinese può dirci qualcosa di molto interessante a riguardo? Quali adattamenti sono necessari nella pratica per chi ha delle protesi al ginocchio, all’anca o alla spalla? Come affrontare l’artrite reumatoide con lo yoga? Che cosa significa soffrire di sciatica, quali posizioni possono alleviarne i sintomi e quali devono essere evitate o adattate? Lo yoga può aiutare a tenere sotto controllo la diastasi addominale post parto?

                    A queste domande risponderemo, durante la quinta edizione di YOGASANA: la pratica in presenza di patologie. In questa edizione, rispetto alle precedenti, vi sarà un seminario in più (per un totale di 7 seminari invece di 6), e pertanto ci sarà più spazio per l’approfondimento sia teorico sia pratico. Come sempre, ci muoveremo tra pratica, anatomia, biomeccanica e filosofia. E, come sempre, il Professor Marco Invernizzi e gli insegnanti Francesco Vignotto ed Erika Pizzo saranno lieti di analizzare i casi particolari e di rispondere alle domande dei partecipanti.


                    in presenza e online

                    Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a sei mesi dal termine del corso

                    Il programma

                    Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica interattiva in cui i partecipanti potranno sottoporre casistiche particolari. Si terranno in sala e contemporaneamente online, ma potranno essere seguiti anche in differita. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

                    Il sistema miofasciale, tra mito e realtà/1

                    Giovedì 22 settembre ore 19.10

                    Durante gli ultimi anni, Fascia e sistema miofasciale sono diventate parole abbastanza inflazionate, nei dintorni dello yoga. Come sempre, andremo a indagare quale sia la sostanza che si nasconde al di sotto del rumore. E allora, in questo seminario scopriremo come vi siano parecchi punti di contatto tra le recenti scoperte sul sistema connettivo/miofasciale, lo yoga e alcuni aspetti meno noti della Medicina Tradizionale Cinese: l’idea di una rete di comunicazione onnipervasiva che si trasforma in semiconduttore attraverso sollecitazioni meccaniche, infatti, non può lasciare indifferenti chi abbia familiarità con le discipline psicofisiche.


                    Il sistema miofasciale, tra mito e realtà/2

                    Giovedì 6 ottobre ore 19.10

                    Questo seminario sarà dedicato principalmente alla pratica e a esperire nel concreto il sistema connettivo/miofasciale nel contesto dello yoga. Sarà una pratica dedicata all’attenzione e alle relazioni tra le parti, alle sensazioni legate al tatto e alla scoperta di come il movimento ‘viaggi’ lungo percorsi noti e meno noti attraverso il nostro corpo. Ma questo lavoro servirà da ponte tra la percezione dello spazio del corpo – più libero e leggero rispetto al corpo denso del movimento meccanico – e il corpo che si dispone e si espande nello spazio. E, soprattutto, come questa espansione sensoriale possa sommergere e risolvere tensioni profonde e difficoltà motorie.


                    Artrite reumatoide

                    Giovedì 13 ottobre ore 19.10

                    Durante una delle passate edizioni, in un seminario dedicato all’osteoartrosi, ci è stata posta una domanda sull’artrite reumatoide. Avevamo promesso allora un seminario dedicato all’argomento, perché nonostante la somiglianza nominale, tra osteoartrosi e artrite reumatoide c’è una grande differenza: la prima è un sintomo inevitabile dell’età che può essere alleviato attraverso l’esercizio fisico e la pratica yoga; la seconda è una malattia infiammatoria cronica e autoimmune. E come tale dovremo affrontarla, ricorrendo ad aspetti più sottili che lo yoga ci mette a disposizione e a ciò che la medicina può dirci oggi al riguardo.

                    Diastasi addominale nel post parto

                    Giovedì 27 ottobre ore 19.10

                    La diastasi addominale, ovvero l’eccessiva separazione dei retti addominali, è un fenomeno molto diffuso fra le donne nel post parto ed è in parte fisiologico.
                    In questo seminario, assieme a Erika Pizzo, vedremo quali sono le implicazioni funzionali, oltre che estetiche, della diastasi, e qual è la soglia di attenzione oltre alla quale occorre intervenire e in quale modo.
                    Fortunatamente, nello yoga abbiamo a disposizione diversi strumenti, e non intendiamo solo Mula e Uddiyana Bandha, ma un intero approccio che ci offre l’occasione per riconsiderare il nostro addome e la nostra colonna vertebrale come centro e motore del nostro complesso psico-fisico.


                    Sciatalgia e dolore sacroiliaco

                    Giovedì 10 novembre ore 19.10

                    La sciatica è sicuramente una delle patologie più diffuse e ‘gettonate’ tra chi si presenta a un corso di yoga, ed è riconoscibile da sintomi caratteristici: dolore, formicolio, intorpidimento e limitazioni motorie. Per comprenderne le cause, coglieremo l’occasione per esaminare l’anatomia del nervo sciatico e la biomeccanica delle strutture collegate, in particolar modo della colonna lombare e dell’articolazione sacro-iliaca sede quest’ultima di un dolore che spesso accompagna la cosiddetta sciatica, ma che in realtà ha cause diverse. Ovviamente, lo yoga può aiutare molto, se si sa cosa fare.


                    Osteoporosi

                    Giovedì 17 novembre ore 19.10

                    L’osteoporosi è una patologia legata all’età che colpisce in particolar modo e con più forza le donne. Ma anche nei casi più acuti, le cosiddette ‘ossa che si sbriciolano’, l’attività fisica e in particolar modo lo yoga si rivelano molto importanti per la tenuta del sistema muscolo-scheletrico e per vivere una vita relativamente normale. Com’è ovvio però occorre adottare delle precauzioni e saper selezionare le tecniche più efficaci, evitando o adattare quelle potenzialmente dannose. In questo seminario faremo riferimento, oltre che alla pratica yogica, anche alle linee guida del WHO e allo stato dell’arte della terapia riabilitativa.



                    La pratica con protesi: ginocchio, anca, spalla

                    Giovedì 1 dicembre ore 19.10

                    Per il seminario conclusivo prenderemo in esame tre articolazioni maggiori (il ginocchio, l’anca e la spalla) dal punto di vista di chi ha subito un intervento di sostituzione con protesi parziale o totale. Per ognuno di questi casi, valuteremo le limitazioni di movimento, le criticità e gli adattamenti, ma soprattutto come educarsi ed educare gli allievi a gestire la differente mobilità in autonomia.
                    Ma questo appuntamento che conclude il ciclo ci permetterà di riprendere alcune delle nozioni e delle intuizioni relative al sistema connettivo/miofasciale, ovvero considerare l’elemento particolare, in questo caso ‘estraneo’, all’interno di un contesto fluido che cerca di adattarsi e armonizzarsi.




                    In ogni modulo si parlerà di…

                    Corsi di Yoga a Novara

                    Principi di anatomo-fisiologia e biomeccanica

                    • Principi base: movimenti articolari, gruppi muscolari coinvolti
                    • Adattamenti alle diverse costituzioni e in presenza di patologie
                    • Cosa fare se l’allievo è in fase riabilitativa o post–riabilitativa

                    Teoria e pratica del corpo energetico

                    • L’asana e il corpo energetico secondo la tradizione yogica 
                    • Analisi dell’asana secondo la Medicina Tradizionale Cinese

                    Dimensione pratico-esperienziale

                    • Modulare l’approccio: il rapporto tra ‘pretesa’ e possibilità, tra asana come fine o come mezzo
                    • Precauzioni e attenzioni nella pratica in presenza di patologie  
                    • Come modificare le pratiche in base alle condizioni dell’allievo
                    • Esempi pratici
                    • Domande e risposte dei partecipanti
                    Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


                    I docenti

                    Marco Invernizzi

                    Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
                    Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

                      Francesco Vignotto

                      Insegnante di yoga presso Zénon.

                        Erika Pizzo

                        Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, Qi Gong e allenamento funzionale presso Zénon.

                          Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

                          Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Per chi si iscrive entro il 7 settembre – versando la quota – il prezzo è agevolato a 278€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

                          Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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