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asana

Lo yoga che pratichiamo è propriocettivo?

29 Dicembre 2025 by Zénon 1 commento

Alcune riflessioni di fine anno sulla propriocezione nello yoga.

La propriocezione è il senso nascosto con cui il corpo ‘vede’ sé stesso e diviene davvero ‘nostro’. In una parola: è autosufficiente. Non ha bisogno di spiegazioni, non serve nemmeno che ci piaccia o non ci piaccia.

Ricorda qualcosa? Certo, perché tutti noi ne abbiamo memoria. È la completezza, l’autonomia che ci manca.

È curioso che questo ruolo fondante sia da attribuire alla propriocezione, che riguarda il senso del corpo nello spazio. Più che alla enterocezione (la sensazione degli stati interni), e più che alla esterocezione (la percezione di tutto ciò che è esterno alla nostra pelle).

È curioso, ma fino a un certo punto: finché ci riferiamo solo a un ‘fuori’ e a un ‘dentro’, il fuori sarà potenzialmente una minaccia, il ‘dentro’ sarà fonte di preoccupazione per il nostro stato di salute.

In entrambi i casi, il corpo è conteso tra due mondi ugualmente estranei, perché non si appartiene.

È attraverso la propriocezione che troviamo una sintesi, un equilibrio, una identità in relazione col tutto: è proprio così che possiamo anche identificarci col tutto senza perdere la nostra identità.

Per questo lo yoga è per sua natura propriocettivo, se non cediamo alla lusinga di voler assomigliare a un’immagine vista all’esterno.

Ma lo yoga moderno è davvero propriocettivo?

Lo yoga moderno, essenzialmente posturale, è, almeno sulla carta, la quintessenza della propriocezione: richiede di affidarsi al senso interno del corpo, di orientarsi ed equilibrarsi, facendo a volte a meno della vista, di sentire il movimento del respiro e di sentire il movimento nel respiro.

Tutto questo sarà oggetto di ampia riflessione e pratica nel corso di Yogasana 12. Non serve un altro yoga, serve uno yoga che non perda il contatto con questa dimensione fondamentale che, come abbiamo già detto, è anche la soglia per gli stadi più interni: lo yoga, ne siamo sempre più convinti, è uno stato di elevata propriocezione. Il proprio, portato a ebollizione, non può che portare al Sé.

Oggi tuttavia non mancano occasioni, anche nello yoga, di perdere il contatto con la propriocezione: e non parliamo solo dell’escalation innescata dai social media (ciò che faccio ha valore per come si vedrà dall’esterno), che ha esacerbato la performatività e la competitività che già caratterizzano l’approccio contemporaneo.

Parliamo infatti anche di tanti mantra che oggi modernizzano e giustificano la pratica, siano essi regolare/resettare il sistema nervoso o rilasciare la fascia che sono ottimi e interessantissimi argomenti oltre che alla moda (ne parleremo, infatti), ma che troppo spesso vengono affrontati in modo deterministico, come se si trattasse di regolare un termostato per avere la temperatura desiderata.

Senonché il termostato è un nostro sistema profondo che per definizione è tutt’altro che alla mercé di interventi di controllo diretto, oltre a essere spesso parte in causa non solo della temperatura, ma anche del desiderio di cambiarla.

In altre parole: finché la tecnica mantiene il praticante nel ruolo di controllore ‘esterno’, non c’è yoga, il nostro corpo continua a essere “conteso tra due mondi ugualmente estranei”, diventa terreno di conflitto e di separazione (perché ci sarà sempre qualcosa fuori posto) laddove l’esperienza genuinamente propriocettiva, che non tollera altri obiettivi oltre il sentire, è unità di là dal dubbio.

Pertanto, quando parliamo di una funzione così pervasiva e così fondativa come la propriocezione, il nostro compito non è tanto di partorire esercizi propriocettivi, quanto di far emergere nelle azioni – e nelle pratiche più comuni dello yoga – l’elemento propriocettivo dallo sfondo dove nessuno lo notava, potenziandolo ed elevandolo, accrescendo peraltro la sua capacità autoregolativa.

Abbiamo infatti più di un sospetto che il praticante tradizionale partisse (e parta) da uno stato di propriocezione già molto più elevata rispetto al sedentario e virtualizzato, oltre che volitivo, occidentale. E che gran parte delle istruzioni e delle prassi con cui lo yoga si è introdotto al mondo globalizzato non sono giustificabili se non si parte da questo presupposto e se non si lavora sulla coltivazione di questo senso nascosto.

Perciò, quello che per il praticante tradizionale era (è) una celebrazione, per noi oggi è una riscoperta se non una riconquista di ciò che è estremamente nostro. A partire dal corpo yogico, ma questa è un’altra storia di cui parleremo tra breve.

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Archiviato in:Articoli Contrassegnato con: asana, propriocezione, yogasana

‘Ascolta il tuo corpo’ significa ancora qualcosa?

7 Maggio 2025 by Zénon Lascia un commento

Può un invito così generico e inflazionato essere ancora di qualche utilità? Sì, se lo utilizziamo per metterci in discussione invece che per ricevere conferme…

Da qualche tempo, è impossibile dire “Ascolta il tuo corpo” senza provare qualche imbarazzo, e ciò accade da ben prima che questa frase diventasse il tormentone di un comico televisivo (questo, piuttosto, è la conferma di quanto la frase rischi il luogo comune).

“Ascolta il tuo corpo” è una frase ormai da riempire a piacimento, prediletta da chi si sottrae al confronto con la realtà evitando qualsiasi attrito (il corpo – ma siamo sicuri che sia veramente il corpo? – mi ha detto che non ha voglia di fare fatica, che non mi devo forzare), ma è ormai presenza fissa anche sulle labbra di chi sottopone il corpo a ogni genere di forzatura per piegarlo alle proprie pretese, incurante dei messaggi che il corpo stesso gli invia, o forse no (anche il dolore – ribatteranno – non è una forma di ascolto?).

Il problema è che “ascolta il tuo corpo” è ormai un goal a porta vuota, come “no alla discriminazione” o “salviamo il pianeta”: chi si alzerebbe per dire che non è d’accordo? Questo, come ben sappiamo, è un grande ostacolo a che le parole si traducano in fatti.

Così, in entrambi i casi più sopra descritti viene escluso in partenza il presupposto di ogni ascolto, ossia l’incontro con l’altro. Perché l’incontro con il proprio corpo, se l’ascolto è reale, potrebbe essere addirittura sconvolgente, in quanto alieno alle risposte prevedibili, rassicuranti, che in fondo suggeriscono di fare come hai sempre fatto “ascoltando il tuo corpo”.

Per questo, dovremmo intendere “ascolta il tuo corpo” come un termine tecnico anziché come uno slogan ornamentale, perché indica una precisa fase nel lavoro corporeo e nella pratica contemplativa: la fase in cui dal fare e dal pensare si passa al sentire.

Quindi non ascoltiamo il corpo tanto perché ci dica cosa dobbiamo fare, ma per fare chiarezza là dove il pensiero ci porta sempre a maggior complicazione. Ascoltare il corpo permette di fare spazio, di lasciar decongestionare il pensiero e magari di creare le condizioni perché arrivi una risposta.

Suggeriremmo soltanto una piccola correzione: evitare il pronome “tuo”, che ci riallaccia a una storia, là dove le storie, come le scarpe all’entrata di un tempio, sarebbe meglio lasciarle fuori, perché ci ingabbiano nel conosciuto.

Fin quando è tuo, il corpo è collegato a un passato e a delle aspettative.
Quando ascolti veramente il corpo, invece, c’è sempre una sensazione, anche se solo parziale, di incontrare uno sconosciuto. Uno sconosciuto di cui però sentivi la mancanza…

Siccome ascolti il corpo per entrare in contatto con qualcosa che non sia il tuo pensiero, il corpo non può essere tuo.

Ascoltare il proprio respiro come si ascoltasse qualcun altro respirare, ad esempio, è un esercizio molto interessante. Non per trovarvi dei difetti, ma anzi, per tornare a sentire tutto ciò che non cogli a causa dell’abitudine condensata in quel pronome possessivo, del tuo credere di conoscerlo, nel considerare banale ripetizione ciò che è pulsazione vitale.

Ascoltare il corpo significa prenderlo per come è, non per come pensiamo che debba essere.
Significa sentirlo a prescindere da ciò che sappiamo o pensiamo di sapere di lui: dei suoi presunti pregi o dei suoi difetti, dei suoi meriti o delle cause delle sue sofferenze, anche delle nozioni che abbiamo su di lui.

Sì, è un lavoro impegnativo, e non si può mai dire di aver trovato la soluzione definitiva, di aver trovato una verità e di potercela mettere in tasca per utilizzarla ogni volta che ci serve: ma è proprio qui il bello.

Il corpo è lo strumento della coscienza. È tornare a come sentivamo prima che qualcuno ci avesse spiegato una volta per tutte cosa fosse.

Qualcuno, con più enfasi, sostituirebbe sentire con essere, ma quest’ultima parola rischierebbe di complicarci la vita con dubbi amletici. Sentire è molto più diretto e concreto, non mi richiede il fardello di un’identità.

Lasciando aperto l’interrogativo su chi sente, riposando anzi su quell’interrogativo, il sentire può agire da solvente, rendendo permeabile e allentando la corazza che mi vuole separato da tutto il resto, soprattutto, perché la corazza sono io: esiste non solo per limitare, ma anche per permettermi di guardarci attraverso.

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Archiviato in:Articoli, pratiche, Yoga Contrassegnato con: asana, ascolto, hathayoga, pratica, tantra, yoga, yoga Novara

Yoga, articolazioni e movimento armonico: un approfondimento

22 Aprile 2025 by Zénon Lascia un commento

Un approfondimento sul prossimo corso sul rapporto spesso sottovalutato tra yoga e articolazioni, analizzandolo non solo sotto l’aspetto muscolare e quello miofasciale, ma anche prenderemo a prestito un principio dalle Pratiche di Lunga Vita cinesi ed eleggendo gli spazi articolari come strumento privilegiato di meditazione.



Le articolazioni sono luoghi di connessione e di possibilità: sia che mobilitiamo, sia che stabilizziamo una o più articolazioni, noi moduliamo la nostra struttura creando sempre nuove configurazioni, sempre nuovi equilibri attraverso un linguaggio stratificato e tutt’altro che ovvio.

Proprio per questo, quando abbiamo scarsa consapevolezza delle nostre articolazioni, i nostri movimenti ne risentono in termini di ‘risoluzione’, proprio come un’immagine che perdendo qualità diventa ‘sgranata’. Risulta così compromessa l’abilità di sentire il movimento più che eseguirlo meccanicamente, di lasciarlo propagare attraverso le linee di forza inscritte nel rapporto tra le parti e l’ambiente.

Le nostre articolazioni, insomma, non sono strutture come altre, perché – in modo più misterioso – sentire profondamente anche una sola articolazione è sentire tutte le articolazioni, tutto il corpo, o meglio l’unità che lo sottende.

Non si tratta però di apprendere una somma di particolari anatomici, ma, anche attraverso l’anatomia e la cinesiologia, di eleggere le articolazioni come luogo privilegiato di ascolto. Non allo scopo di correggerlo, ma di leggerlo nella sua lingua madre.

Questo favorirà una conoscenza più sintetica e diretta del corpo, un’attenzione globale e immediata che solitamente è occultata dalle tensioni, oltre che dalla pretesa di ottenere dei risultati senza passare dall’ascolto del corpo: lo yoga moderno, purtroppo, non ha sempre dato il buon esempio, malgrado le buone intenzioni.

Proprio per questo, in questi quattro seminari affronteremo il tema attraverso quattro livelli che ci permetteranno progressivamente di allargare sempre di più il campo e di considerare le articolazioni a livelli sempre più raffinati:

  • Quello muscolare, attraverso lo studio dei muscoli mono e bi-articolari, grazie ai quali cominceremo a comprendere come il movimento viaggi meccanicamente attraverso più articolazioni.
  • Quello miofasciale, attraverso cui espanderemo il quadro delle interconnessioni.  
  • Quello del rapporto armonico tra le tre coppie di articolazioni maggiori, attraverso un principio empirico in uso nel Taijiquan, che ci permetterà, attraverso pochi elementi, di sviluppare l’attenzione per il tutto e i rapporti soggiacenti nelle posture yogiche.
  • Quello della consapevolezza, approfondendo il rapporto tra articolazioni e rilassamento, tra articolazioni e silenzio mentale.

Il corso, che inizierà giovedì 29 maggio online e in presenza, è a un prezzo agevolato per chi si iscrive in anticipo. Il programma, le date e le modalità di iscrizione si trovano a questo indirizzo:

Yoga, articolazioni e movimento armonico

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Archiviato in:eventi conclusi Contrassegnato con: asana, yoga, yoga Novara

[Yoga Online] Tra asana e pranayama: 9 lezioni sull’accordatura del respiro attraverso le posizioni

26 Marzo 2025 by Zénon

Nello yoga, il sottile confine tra la pratica posturale e le pratiche di respirazione può essere un luogo estremamente fertile. In questo ciclo di nove lezioni online sperimenteremo come già gli asana stessi siano uno strumento che ci permette di prolungare e accordare il soffio in base alle modificazioni degli spazi del respiro, introducendoci alle tecniche di pranayama propriamente dette.

Questo corso è interamente online. Se desideri approfondire questi temi in presenza, vai alla pagina dei corsi di yoga in presenza.

Contenuti

  • A chi è rivolto questo percorso
  • Struttura delle lezioni
  • I temi del corso
  • Il docente
  • Contributo di partecipazione
  • Iscriviti
    • Richiedi informazioni
    Imparare a meditare

    A chi è rivolto questo percorso

    A chi pratica yoga e vuole approfondire l’aspetto della respirazione.

    A chi vuole accostarsi a una forma di yoga che vada in profondità senza rinunciare al lavoro corporeo.

    A chi viene da altre discipline e vuole comprendere meglio la specificità della pratica delle posture yogiche.

    A chi vuole approfondire la pratica posturale come strumento di consapevolezza e regolazione del respiro.

    Struttura delle lezioni

    Ogni lezione dura un’ora e ha carattere prevalentemente pratico, con una breve introduzione.

    I temi del corso

    Iscrivendoti, avrai accesso a un ciclo di 9 lezioni settimanali, che toccheranno questi argomenti:

    • Il respiro che guida il movimento o il movimento che suscita il respiro?
    • La posizione come stimolazione, espansione, compressione delle aree del respiro.
    • L’accordatura del soffio, lasciarsi accordare dal soffio.
    • Suono, tattilità, enterocezione, rapporto tra qualità del respiro e attività del pensiero.
    • Dentro e fuori: forme di respirazione in interazione con lo spazio interno ed esterno.
    • Il prolungamento del respiro nella stasi.
    • Il respiro e il movimento frazionati. Le pause nel movimento, le pause nel respiro.
    • La lateralità e gli influssi sottili sulla mente.

    Dove e quando si svolgono le sessioni


    Il corso online si terrà a partire dal 28 aprile 2025 ogni lunedì alle 18.00, in diretta via Zoom. Saranno disponibili anche le registrazioni, per la partecipazione in differita, che rimarranno disponibili per tre mesi.

    Il docente

    Francesco Vignotto

    Insegnante di yoga e meditazione presso Zénon.

      Contributo di partecipazione

      La quota di partecipazione del corso (comprensivo di 9 lezioni) è di 160€. Tramite Paypal, è possibile pagare la quota in 3 rate mensili senza interessi.

      Iscriviti

      Vuoi iscriverti? Servono solo due passaggi: 1) paghi la quota e 2) compili e invii la domanda di iscrizione.


      1. Dati per il pagamento

      Costo: 160€ (9 lezioni)

      Puoi scegliere di pagare:

      • con carta di credito o di debito attraverso Paypal (non serve avere un account): in questo caso puoi anche usufruire dell’opzione paga in tre rate;
      • con bonifico bancario.

      Con carta di credito/debito (con o senza Paypal)

      Con bonifico bancario

      Ecco le coordinate bancarie su cui versare la quota di iscrizione:

      IT32R0503410196000000000905
      Importo: 160,00 intestato a: Zenon ASD 
      Causale: Iscrizione corso e quota tesseramento [specificare il nome se il conto non è intestato all’iscritto/a]

      2. Scarica e compila il modulo di iscrizione

      Scarica la domanda di iscrizione e inviala compilata all’indirizzo info@zenon.it oppure inviacela via whatsapp cliccando sull’icona in basso a sinistra.

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      Richiedi informazioni

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      Archiviato in:eventi conclusi Contrassegnato con: asana, pranayama, yoga, yoga Novara

      Perché ci infortuniamo facendo yoga? (Ovvero la dimenticata arte di conservarsi)

      5 Agosto 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento

      la vera camera ha l’entrata occultata,
      l’altra (la prima) resta vuota
      per deludere coloro che la visitassero

      Alessandro Ceni

      In questo articolo non troverete, se non nelle note, come evitare lo ‘yoga butt’1 o come evitare di infortunarvi alle spalle e ai polsi in chaturanga dandasana2. Certo, fatalità, distrazione e patologie pregresse sono dietro l’angolo, ma a leggere degli infortuni più frequenti che capitano ai praticanti di yoga oggi, si rimane stupefatti per la prevedibilità delle cause, che spesso possono ridursi alla co-occorrenza di due fattori: superamento dei limiti fisiologici e ripetizione nel tempo (ognuno decida in cuor suo se si tratti della naturale conseguenza o della parodia del dettato patanjaliano: distacco e pratica costante).

      Se la soluzione sembrerebbe semplice e di buonsenso, a complicare il quadro c’è il fatto che molti insegnanti – spesso in buona fede – sono ancora convinti per imprinting che l’asana sia un valore in sé e che la versione più estrema di una posizione comporti più benefici. Il che giustifica la forzatura e il dolore in vista di un bene e di un equilibrio che probabilmente non arriverà mai, semplicemente perché il punto di equilibrio è ormai parecchio dietro le nostre spalle.

      Ma al di là di un generico invito alla moderazione, l’infortunio può essere però a volte più sottile e insidioso, perché molto spesso è la conseguenza di un matrimonio infelice, quello tra la rappresentazione mentale del corpo (sia essa di tipo performativo, medico-anatomico, olistico o filosofico) ed esperienza reale del corpo e degli strati di coscienza di cui è ricettacolo, con l’aggravante che uno dei due coniugi è convinto di conoscere in ogni dettaglio le esigenze dell’altro.

      Possiamo quindi con una piccola iperbole usare la parola infortunio per indicare inconvenienti di diversa portata e qualità, non necessariamente una lesione: anche il semplice e vago fastidio persistente dopo una pratica di yoga, in particolare se accompagnato dalla relativa e altrettanto vaga sensazione di ‘non essere a posto’. Questa sensazione, se affrontata con il principio di compensazione a cui siamo abituati, può innescare un circolo vizioso di autocorrezioni che non faranno altro che esacerbare il problema, proprio perché rispondono alla stessa logica che li ha generati. Ma se indaghiamo e ascoltiamo bene, può rivelarsi qualcosa di molto interessante.

      Spesso infatti, questo disagio è sintomo che il tentativo volontario di allinearsi a una forma esteriore non trova una risposta se non passiva nel corpo, che la percepisce come estranea. In altre parole, se l’azione esterna non muove incontro a un molto meno definibile moto interno, procederà ottusamente e superficialmente verso il suo estremo.

      Il che, se non porta a vere e proprie lesioni (e per molti praticanti di lunga data queste sono all’ordine del giorno, soprattutto negli stili più intransigenti), provoca comunque uno scollamento dalla realtà corporea, o meglio a un divario tra l’idea di corpo e corpo in sé, la cui esperienza, quando è reale, equivale ogni volta a un primo contatto, anche se col tempo si impara a gestire lo shock culturale.

      Vista la predominanza e l’importanza attribuita, nello yoga contemporaneo, ai modelli teorici (soprattutto di stampo medico e terapeutico), non dobbiamo dare troppo per scontato di sapere realmente riconoscere una esperienza corporea. Anzi, forse più crediamo di saperlo, più la prevediamo e la preveniamo, più siamo fuori strada.

      Come mi disse Gioia Lussana in un confronto proprio su questo argomento, quello che quasi sempre manca nello yoga oggi è il coraggio di esplorare “una sensorialità più inclusiva di ciò che non è immediatamente percepibile o definibile”. Il fatto è che “rimanere nell’incerto e farci il nido” è oggi ritenuto poco autorevole: ci vuole uno schema a giustificarlo.

      Non che qualsiasi formalizzazione sia da rigettare, ma potrebbe essere un madornale errore di prospettiva (anche e soprattutto culturale) presumere che la prassi sia l’attuazione pedissequa di una teoria che la precede, esattamente come credere che l’assenza di un modello teorico ci porti dritto verso l’infortunio o a perderci per strada.

      Per cui ben venga, nello yoga, la formazione all’anatomia e alla biomeccanica, ben vengano i tropici e i meridiani, ma c’è anche qualcosa di ben meno definibile eppure tutt’altro che impreciso (è del resto il presupposto taciuto ma indispensabile di ogni prassi psicocorporea e contemplativa), alla cui sensibilizzazione è bene dedicare altrettanto spazio, pena l’impossibilità di uscire dal conosciuto. Senza l’approssimata precisione di questa incertezza, il corpo non apre all’increato, ma si chiude nella sua finitudine di cosa sola e separata: per questo tiriamo e stiriamo anche i canali sottili, cambiando sacco ma non comprendendo lo schema di fondo che ci limita.

      E a chi ragionevolmente domanderà che cosa occorra fare per coltivare questa sensibilità, la risposta potrebbe essere innanzitutto imparare a non stroncarla sul nascere, perché essa emerge naturalmente quando non viene soffocata.

      Ma c’è anche dell’altro che può aiutare ad orientarci e preferiamo lasciarlo raccontare a un episodio della tradizione taoista, quello del macellaio del principe Wen-hui narrato nello Zhuang-zi, che con essenzialità e ironia descrive con rara efficacia il senso più intimo della pratica su e attraverso il corpo:

      Il macellaio del principe Wen-hui così smembrava un bue: con le mani afferrava la bestia; con la spalla la spingeva  e, tenendo i piedi ben fermi al suolo, la sosteneva con le ginocchia. Affondava il coltello con un ritmo così musicale che ricordava quello delle celebri melodie suonate durante la « danza del boschetto dei gelsi» e «l’appuntamento delle teste piumate ».
      «Ehi! » chiese il principe Wen-hui « come può la tua arte giungere a un tale grado di perfezione?.
      Il macellaio posò il coltello e disse: «Amo il Tao e così miglioro nella mia arte. All’inizio della mia carriera non vedevo che il bue. Dopo tre anni di  di pratica, non vedevo più il bue. Adesso è il mio spirito che opera, più che i miei occhi. I miei sensi non agiscono più, ma soltanto il mio spirito. Conosco la conformazione naturale del bue e attacco solo gli interstizi. Non scalfisco mai né le vene né le arterie, né i muscoli né i nervi, né a maggior ragione le grandi ossa! Un macellaio consuma un coltello all’anno perché taglia la carne. Un normale macellaio consuma un coltello al mese perché lo rovina sulle ossa. Lo stesso coltello mi è servito per diciannove anni. Ha smembrato diverse migliaia di buoi e la sua lama è ancora come fosse affilata da poco. In verità, le giunture delle ossa hanno degli interstizi e il taglio del coltello non ha spessore. Colui che sa introdurre il filo della lama in quegli interstizi usa agevolmente il proprio coltello perché si muove attraverso i vuoti. E per questo che io ho usato il mio coltello per diciannove anni e il suo taglio sembra sempre affilato di fresco. Ogni volta che devo dividere le giunture delle ossa, osservo le difficoltà da superare, mi concentro, fisso lo sguardo e lentamente procedo. Con grande dolcezza maneggio il coltello e le giunture si separano cadendo al suolo come terra che frana. Ritraggo il mio coltello e mi rialzo; volgo lo sguardo attorno e mi distraggo, compiaciuto; con cura pulisco allora il mio coltello e lo ripongo nel suo astuccio».
      «Molto bene, » disse il principe Wen-hui « dopo aver udito le parole del macellaio ho capito l’arte di conservarmi ».

      Zhuang-zi (Chuang-tzu)

      Ecco cosa caratterizza moltissimo yoga contemporaneo: il suo coltello rovina sulle ossa o sulla carne. E ancora crede che, non riuscendo a spremere dal corpo risultati prevedibili e pianificabili, occorra aumentare la dose: nemmeno li cerca, gli interstizi che su nessuna cartina possono trovarsi.


      1. Si tratta di una fastidiosa irritazione o infiammazione dei tendini dei muscoli posteriori delle cosce o ischiocruali, molto diffusa tra i praticanti che ripetono molto spesso piegamenti in avanti (pinze e ‘cani a testa in giù’) con le gambe completamente tese: si evita piegando anche solo leggermente le ginocchia, dacché gli ischiocruali limitano l’anteroversione del bacino. ↩︎
      2. Al di là delle frammentarie indicazioni di allineamento che si trovano ovunque su internet per qualsiasi posizione, basate sull’infausta idea che una postura sia la somma di particolari anatomici, una delle spiegazioni migliori su come approcciare questa faticosa posizione è quella di Leslie Kaminoff, che integra l’ascolto delle dinamiche motorie e di quelle respiratorie, nel video più sotto.
        ↩︎
      3. Non a caso la parola mudra indica contemporaneamente il sigillo e lo stampo del sigillo; e non a caso mudra è un gesto esteriore che esprime un atteggiamento esteriore, o addirittura, come in bhairavi e krama mudra nella tradizione del Kashmir, un gesto del tutto interiore che non ha espressione esteriore. ↩︎
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      Perché vuoi diventare insegnante di yoga?

      30 Maggio 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento

      Perché tanti corsi di formazione e perché tutti – almeno così sembra oggi – vogliono diventare insegnanti di yoga?

      Dobbiamo fare i conti con la coscienza: di fronte al proliferare di scuole per insegnanti di yoga e alla produzione industriale di diplomi, per anni abbiamo reagito con un’alzata di braccia e ripetendo che ormai sono più gli insegnanti che i praticanti. Ma, si sa, ogni ironia oggi diventa molto velocemente luogo comune, soprattutto di fronte a una corrente che si ingrossa sempre di più, incurante delle battute di chi si ritiene superiore e intanto se ne rimane con le mani in mano.

      Per cui, anche se a giudicare da certi curriculum cronologicamente molto compressi, lo yoga appare oggi in effetti come “quella cosa che tutti vogliono insegnare e ben pochi praticare” – ci sia concessa un’ultima battuta – abbiamo maturato infine la decisione di allestire anche noi un percorso per diventare insegnanti.

      Se così deve essere, almeno lanciamo una proposta a modo nostro, obliqua, in cui la parola yoga sia un crocevia e non un recinto riservato a una certa identità sottoculturale, fatta di stereotipi, di gergo e umorismo per iniziati, di tanti stili cosmeticamente diversi ma in fondo tutti uniformi nel posporre le questioni centrali, dando per scontato che l’arresto delle fluttuazioni della mente sia un’eventualità fuori portata e che peraltro non interessa nessuno (parliamo ovviamente di yoga industriale, non dei tantissimi artigiani che con umiltà svolgono il loro lavoro alla larga dagli scaffali dei supermercati, e che sicuramente offrono già occasioni di formazione per insegnanti ben più valide della nostra).

      Una proposta, quella che vorremmo lanciare, in cui il sapere non sia semplicemente nozione da inoculare in vista del questionario finale, ma possibilità di incarnare consapevolmente uno dei molteplici aspetti in cui la trama del reale si rivela, seguendo sì le ispirazioni che provengono da India e dintorni, ma con la consapevolezza tuttavia della nostra identità culturale e del nostro tempo.

      Soprattutto, una proposta riservata a poche persone – non numeri – e motivate, curiose e desiderose più di scoprire che di aggiungere alla propria collezione di diplomi un ennesimo pezzo di carta. Pezzo di carta che, qualunque cifra e qualunque marchio rechi in effige (nonostante certi retropensieri ben radicati nell’inconscio collettivo del settore), non conferisce in sé alcuna abilitazione o autorità legale, né intellettuale, né spirituale.

      Né alcuna certificazione – spiace deludere anche gli amanti delle certezze – perché per qualunque insegnante, terminato l’apprendistato formale, comincia l’apprendistato reale sul campo, dove è solo responsabile delle sue scelte, delle risposte che, grazie a quello che avrà interiorizzato e grazie anche a una buona dose di creatività, dovrà formulare a domande che nessun manuale, nessun corso, nessuna accademia poteva prevedere, tale è la varietà di questioni e di configurazioni psico-fisiche che si presenteranno alla sua attenzione.

      Ecco, e qui ci avviciniamo al cuore di questo articolo, inoltrarsi nel terreno dello yoga significa acquisire familiarità tanto con il conoscere quanto con il non conoscere: non basta socraticamente sapere di non sapere, occorre addirittura sapere non sapere. Si potrebbe anzi dire che tutta la conoscenza cosiddetta orientale converge su questo punto, ovvero sugli infiniti modi, attraverso mirabolanti stimolazioni estetiche, sensoriali e intellettuali, di formulare e preparare l’abbandono al non conoscibile, ovvero a ciò che rende ogni tradizione viva e presente.

      A questo punto si impongono due domande: innanzitutto, può un corso di due anni – ma anche quattro, dieci, venti, trenta! – essere all’altezza di quanto appena espresso? Rispondere positivamente potrebbe apparire un’imperdonabile mancanza di umiltà. Ma, proprio in nome di quest’ultima, diremo che è riconoscendo la propria inadeguatezza che appaiono anche le prime fessure nella corazza dei propri limiti. E che, lungi dal volerci disfare di questi ultimi, cercheremo di fornire qualche strumento utile per rintracciare o almeno suggerire le coordinate di alcune di queste fessure, lasciando che questi spazi finalmente consapevoli facciano da sé il loro lavoro: perché uno spazio non impedito prima o poi si espande rivelando la trama vibratoria sottostante, come suggerivano – e non solo – i maestri del Kashmir medievale.

      Ecco, vivere e aiutare a vivere corporalmente questo è forse un obiettivo realizzabile, un obiettivo passibilissimo di futuri aggiornamenti e ulteriori e non preventivabili sviluppi.

      La seconda domanda è: a chi può essere rivolto un percorso di questo tipo? O meglio: quali requisiti deve possedere o lo rendono incompatibile, oltre ovviamente alla sintonia o meno con i sottoscritti? La domanda non è scontata e una possibile risposta deve scardinare alcuni luoghi comuni. Il che non è sempre facile.

      Ad esempio, ci siamo accorti che alla chiamata alle armi dell’insegnamento rispondono di solito persone che hanno sì motivazione – a volte nemmeno a farne una professione quanto ad approfondire un percorso – ma che hanno anche qualche carta da giocare sul terreno delle abilità fisiche. Di questo non ce ne lamentiamo, per carità: lo yoga può essere anche sperimentazione corporea più spinta, purché non si finisca per voler spremere dal corpo le riposte che ci darebbe molto volentieri se solo lo si trattasse con un po’ più di gentilezza.

      Ci rimane il dubbio però che una buona fetta di praticanti, dotate di altre qualità, magari mature quanto o più rispetto alle prime, non prendano nemmeno in considerazione il percorso perché hanno uno spettro di mobilità più limitato.

      Se infatti lo yoga contemporaneo è stato costretto a fare i conti con la varietà di fattezze e di patologie diffuse nella popolazione (ne avevamo parlato qui) e adattarvisi, insegnarlo sembra essere ancora faccenda per chi ha un corpo da yogi(ni), o forse il suo stereotipo. L’equazione “esecutore di asana complicate=buon insegnante di yoga” è ancora difficile da scardinare: se così non fosse, nelle foto profilo sui social, gli insegnanti di yoga si fotograferebbero in posizioni più comode senza temere che non si capisca che mestiere fanno.

      Ma, se è vero che per un insegnante di yoga sia utile e buona cosa poter illustrare con il proprio corpo ciò che insegna, ritenersì fit/unfit all’insegnamento su base corporea significa lasciarsi condizionare da un’idea molto limitata di cosa sia yoga, oltreché declinata dalle solite forme-pensiero che nemmeno anni di sutra imparati a memoria riescono a sradicare (come ad esempio che venire dalla danza sia per forza vantaggio).

      Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di trovare il punto: quando il silenzio cala come un’ascia in un momento imprevisto della sessione, come può accadere al ritorno da una posa, cosa importa se non abbiamo ancora allungato gli ischio-cruali, se dobbiamo ancora eseguire la stessa posizione sul lato opposto o se dobbiamo completare la sequenza? Qual è allora il senso di ciò che facciamo quando facciamo yoga? Quale il senso di questo continuo acquisire certificati, di sapere cose, di saper fare cose: arrivare più ingombri o conoscere nuove strategie per slacciare le zavorre in cui di volta in volta si trasformerà ciò che riterremo di avere acquisito?

      Non è forse l’insegnante di yoga colei o colui che, con i mezzi di cui dispone e gli stimoli che osa assimilare da qualsiasi occasione della vita, è in grado di assistere i propri allievi nell’affrontare questi momenti inevitabili senza soffocarli, permettendo loro anzi di sbocciare, lasciando una memoria del tutto particolare, una memoria non legata a eventi accaduti nel passato, ma a ciò che è in ogni momento presente?

      Ovviamente, gioverà sapere anche cosa siano gli ischio-cruali, oltre a qualche principio di compensazione e concatenamento sequenziale, senza confondere i fini con i mezzi: ma quanto di ciò che viene oggi proposto ha realmente a cuore l’essenziale – anche sbagliando, perché a volte la sincerità delle intenzioni corregge gli strabismi e le imperizie – e quanto invece è volto a venderti un’altra maschera, altra zavorra e altre sbarre?

      Ecco, eravamo persi in queste elucubrazioni quando ci arriva il parere Antonella Usai, che sarà parte del nostro corpo docenti. E ci ricorda come anni fa, entrando in contatto con il suo futuro maestro in India, fu da lui messa alla prova con provocazioni che avrebbero fatto vacillare anche i più determinati, ad esempio invitandola a intraprendere il viaggio ma lasciandola nell’incertezza di incontrarlo o meno.

      Questo ci ricorda che c’è una tradizione che testa gli allievi, soprattutto valutandone le reazioni di fronte alla delusione delle aspettative, e che lo fa per comprendere se sono davvero meritevoli di accedere alla conoscenza e soprattutto se la utilizzeranno realmente per aiutare o per fini egoici (e se la prima eventualità non sia in realtà una maschera della seconda).

      Certo, conveniamo tutti che, nella porzione di mondo e nell’epoca in cui viviamo, difficilmente queste modalità sono adottabili, per ragioni che non vale nemmeno la pena di spiegare qui. Però possono servire da invito a una ispezione più approfondita sui propri reali moventi: perché vogliamo diventare insegnanti di yoga, al di là dei sogni di farne un mestiere e di vivere facendo qualcosa che ci piace (illudendoci pertanto parecchio e non avendo ancora varcato la bolla della propria egoicità)? E perché in così tanti vogliono questo?

      Mettiamola così: e se quella che stanno cercando di venderti come una bacchetta magica capace di realizzare tutti i tuoi desideri fosse in realtà il proverbiale cerino in mano, che non solo ti scotterà ma ti costringerà a rimettere in discussione ciò che desideri e chi lo desidera? (Ammesso, ovviamente, che avrai l’avventura di indagare il desiderio stesso fino alla sua fonte).

      Fare yoga una o due volte la settimana è carino e non fa male a nessuno. Ma il bianconiglio che ti attende nella tana è feroce e può scorticarti, sottoporti a dolorose rese dei conti come a miracolosi e insperati ricongiungimenti. Bene, se accetti questa possibilità senza che la tua motivazione venga meno, allora puoi passare alla domanda successiva.

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