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asana

Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento

14 Maggio 2019 di Francesco Vignotto Lascia un commento


Il rilassamento è un tema di interesse universale. Chiunque desidera abbandonare lo sforzo, anche i più stacanovisti cultori della fatica e persino i più masochisti seguaci di Wim Hof. Perché superata la china ci sarà la discesa, e non sarà la stessa discesa di chi vi è arrivato a bordo del suo Suv.

Si parla spesso di uscire dalla zona di conforto, ma se a qualcuno viene in mente di abbandonare la comodità e le false certezze è per trovare una tranquillità più autentica, un luogo dove deporre le armi; che per alcuni questo luogo possa trovarsi proprio nel mezzo della mischia, ci fa presentire che la questione è meno scontata di quanto sembrerebbe.

Da questo punto di vista, dunque, il rilassamento assomiglia al mito di Sisifo capovolto, ma non troppo: perché non desidero altro che far cadere a valle quel macigno; eppure, non passerà molto tempo che dovrò spingerlo di nuovo faticosamente a monte, perché, per un altro curioso paradosso, sprofondare nell’inerzia è tutt’altro che acquietante.

Può capitare che un giorno l’immagine di questo saliscendi appaia in tuta la sua comicità. E si desideri un abbandono definitivo. Ma in realtà, quel rilassamento ultimo che cerchiamo, quella tranquillità definitiva, non si trova più a valle e non si raggiunge prendendo la rincorsa più a monte: è al di là della quiete e dello sforzo, nonostante spesso sia necessario quest’ultimo per trovarlo.

Non dobbiamo illuderci però di possedere la tranquillità fondamentale una volta per tutte, soprattutto se ‘facciamo yoga’, che è un ottimo strumento di indagine, ma può anche diventare il tappeto sotto cui nascondere una polveriera pronta ad esplodere.

A questo proposito, tra i commenti a un articolo precedente, qualcuno raccontò che durante un seminario di yoga, mentre si trovava nella posizione distesa, l’insegnante gli si accostò urlandogli nell’orecchio: “TI DEVI RI-LA-SSA-RE!”. L’aneddoto non è soltanto tragicomico, perché noi tutti finiamo per introiettare quel maestro urlante, il volume della cui voce è proporzionale alla nostra impotenza.

Con lo yoga in un certo senso abbiamo perso l’innocenza, perché cominciamo a sentire un po’ più in dettaglio il corpo, e a sentire come piccole e grandi tensioni, piccole e grandi dissonanze permangono pressoché sempre – e chissà quanto l’ascolto stesso, ineducato alla passività, non contribuisca al loro alimento.

Siccome è facile concludere che la tensione è ‘cattiva’ e che il rilassamento è ‘buono’, potremmo struggerci perché non riusciamo a ‘lasciar andare’ se non a singhiozzi e contraccolpi (ma è anche facile addormentarsi in un reame ovattato dove non esistono attriti, niente giudizio, un giardino personale ben sigillato e sterile).

Purtroppo, o per fortuna, il rilassamento non può essere trasformato in un numero da circo. Occorre accettare il paradosso della volontà: l’inaspettato arriva, perlopiù non riconosciuto, quando l’ultimo membro del comitato di accoglienza ha abbandonato il presidio.

Proviamo allora a risalire ancora più a monte. Come abbiamo accennato in apertura, il rilassamento non implica necessariamente che si eviti lo sforzo, né la stravagante ricerca di una passività totale dei corpo, che oltre a essere vana e poco funzionale espone anche al rischio di procurarsi dei seri grattacapi.

Siccome poi abbiamo perso l’innocenza, occorre accettare il fatto compiuto. Ovvero: sentire fino in fondo, senza respingerla, la tensione in esubero nel compiere un movimento, nello stare in una posizione, anche nel respirare e nel pensare. A ben vedere, non è necessario nemmeno che abbandoniamo quella tensione, perché qui si imporrebbe il ‘come’ e il rimedio potrebbe essere peggio del problema: come faccio a ‘fare’ il ‘non fare’? Per questo è così facile iniziare a fumare o a mangiare in eccesso, e così difficile decidere di non farlo più.

Il rilassamento è nel privilegio dell’ascolto stesso. Se posso ascoltare, sono seduto comodamente anche se sto fuggendo a gambe levate da una belva feroce, c’è spazio sufficiente per contemplare quella esuberanza, quella sovra-reattività: sentire ciò che non voglio sentire, sentire il mio stesso non voler sentire! Voler essere rilassati, così come voler dimagrire o voler trovare l’anima gemella, è un altro modo per non sentire, per proiettarsi sulla circonferenza del pallone evitando accuratamente il centro.

Ascolto, invece, e ciò che sento non è il corpo, ma la sua corazza reattiva, l’orbita del respingere e dell’afferrare al di là della circostanza e di quanto richieda la circostanza. Buco il foglio, per scrivere il mio nome. ‘Spingo via’ il pavimento con le gambe. La mia mascella si serra, la gola, le stesse narici, che dovrebbero filtrare l’aria, più spesso ne ostruiscono il passaggio. La mia parete addominale allenata al prendere e lasciare il respiro finisce per anticiparne gli schemi. Sento, ma non considero questo corpo reattivo ‘altro’ da un corpo che non c’è, che non sento.

Bisogna voler bene alle nostre tensioni, è tutto ciò che abbiamo.

È importante lasciare l’interpretazione al terapeuta o allo psicologo, il cui indispensabile mestiere non ci compete – e con cui anzi potremmo cooperare meglio facendo ‘il nostro’. Perché le interpretazioni aggiungono spessore, e in realtà le tensioni sono stabili solo finché le riteniamo tali.

Quando la tensione ‘si rilascia’, si rilascia appunto: non c’è qualcuno ad abbandonarla. Per questo, quando avviene, è straniante. C’era qualcuno a tenerla, non c’è nessuno a lasciarla.

Ciò significa anche che, quando la tensione non ‘si rilascia’, non c’è fallo, nessun rimorso, nessuna conseguenza. Insistere nel volere, nel tentare, significa che c’è ancora qualcuno. Qualcuno che ancora non si arrende all’evidenza che sentire la gamba contratta è sentirla per la prima volta davvero; e all’evidenza ultima, allo scacco matto di tutti i corpo-a-corpo: la constatazione che non può essere altrimenti. Non esiste qualcosa come il silenzio, almeno se lo cerchiamo tra le cose e non attraverso le cose. 

Il fatto è che il corpo, così come tratteggiato nei libri di anatomia, una volta caduta la tensione per forze di causa maggiore, non c’è. Questo non è l’omega ma l’alfa, lo spazio non più del pensiero lineare ma dell’intuizione, la dimensione fuori dall’ordinario con cui lo yoga non dovrebbe mai perdere il contatto.

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C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?

8 Marzo 2019 di Francesco Vignotto 1 commento



Oggi vi è molta attenzione agli aspetti anatomici e biomeccanici degli āsana yogici, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di adattarne la pratica a un pubblico di massa, con tutta la varietà di condizioni fisiche che questo comporta.

Tuttavia, questi aspetti, pur essendo oggi imprescindibili per la pratica e per l’insegnamento, non bastano a spiegare il perché e il come della pratica corporea all’interno dello yoga, che ha come obiettivo non solo l’integrazione dell’insieme corpo-mente, ma il superamento di esso (ovvero: non sono né il corpo né la mente, ma ne sono lo spettatore).

La questione però non riguarda soltanto il quadro teorico e dottrinario entro cui la pratica yogica è tradizionalmente inserita, che peraltro, come spesso abbiamo rilevato, può variare anche in modo significativo. Da un punto di vista strettamente pratico, infatti, i sistemi coinvolti nella pratica degli āsana non sono esattamente gli stessi che vengono coinvolti nell’esercizio fisico comunemente inteso, anche se occasionalmente possono coincidere.

Ad esempio, i concetti di ‘sovraccarico funzionale’ (ovvero lo stress che fornisco al corpo per produrre un adattamento) e di ‘soglia aerobica’ (il momento in cui si ‘rompe il fiato’ passando dal metabolismo anaerobico a quello aerobico) non sono esattamente applicabili allo yoga, che tendenzialmente mira, anche nel sovraccarico, a rallentare il metabolismo energetico piuttosto che accelerarlo, complice, oltre alla ricerca dell’agio persino nello sforzo, la particolare regolazione del respiro: controllo dell’addome e filtraggio alla glottide (ujjayi), estensione delle fasi respiratorie, con conseguente diminuzione del consumo di energia laddove l’esercizio fisico tende temporaneamente a incrementarlo. In altre parole, se pratichiamo āsana anche per ore non varcheremo mai la soglia aerobica, ma non possiamo dire nemmeno che sfrutteremo i processi anaerobici.

Eppure, nonostante si muova secondo modalità che per il comune modo di pensare sarebbero improduttivi, la pratica degli yogāsana produce anche una profonda risposta fisiologica e un notevole effetto di ritorno sulle prestazioni fisiche. E inoltre, un’importante conquista mentale, ovvero la capacità di trovare la stabilità anche nei momenti di maggiore sollecitazione ed eccitazione: non sono né il corpo, né la mente, ma ne sono lo spettatore.

Da cosa dipendono queste differenze? È possibile, nel caso degli āsana, parlare di energia esclusivamente come biochimica (ATP) o dovremmo ricorrere al concetto di energia come… prana? Ammettendo quest’ultima ipotesi, come evitare la vaghezza olistica e l’autosuggestione da un lato, e le alzate di spalle degli scettici dall’altro?

Non è qui il luogo per dare risposte troppo definite, che rischierebbero di creare inutili sovrastrutture e aspettative. Possiamo constatare però che quando togli l’alimentazione e la macchina continua ad andare, significa che il carburante – forse un altro tipo di carburante – ha iniziato a circolare per altre vie. Allo stesso modo, praticando gli āsana si impara progressivamente a utilizzare meno la forza fisica, e più qualcos’altro. Che poi questo qualcos’altro, risalendo molto a monte, sia a sua volta la fonte anche della forza fisica, è un’altra storia ancora.

Anche per questo, durante una lezione di yoga si può assistere spesso a un curioso capovolgimento: praticanti fisicamente ‘dotati’ che arrancano da un lato perché avvezzi alle modalità contrattive; e, dall’altro, praticanti che ‘sulla carta’ dovrebbero essere svantaggiati che invece scoprono inaspettate abilità e libertà dai vincoli gravitazionali.

Ed ecco che a volte è possibile prendersi alcune licenze rispetto a ciò che il chinesiologo raccomanderebbe (ovviamente, chi ci conosce sa che non intendiamo con questo giustificare indiscriminatamente qualsiasi prassi solo perché presentata sotto il cappello yogico).

Potremmo quindi concludere provvisoriamente che lo yoga non solo serve a ‘riabilitare gli invalidi’ (invalidità che Giorgio Invernizzi nell’articolo precedente intendeva a un livello ancora più a monte), ma anche a rivedere i canoni – spesso viziati da logiche devianti – che definiscono l’abilità.

Nel riconoscere la propria inadeguatezza, sorge la vera forza, e quando non sai nemmeno da dove arrivi di preciso, allora significa che non può realmente venire meno.

________________

PS: naturalmente, dato l’ampio ventaglio di declinazioni dello yoga presenti sul mercato, non sempre si incontrerà una pratica che collima con quanto descritto più sopra, in quanto alcuni ‘stili’ propenderanno più verso una pratica aerobica. Senza voler sollevare il dibattito su cosa sia ‘più yoga’ di altro (e senza voler attribuire quanto detto a una specifica scuola o brand), rimandiamo al nostro vecchio articolo Lo yoga in una posizione per inquadrare meglio dal punto di vista storico e filosofico la pratica degli āsana all’interno dello yoga.

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De-costruire il corpo: Ardha Matsyendrāsana

20 Settembre 2018 di Zénon Lascia un commento

Matsyendrāsana è una delle āsana archetipiche dello yoga: non a caso è dedicata alla figura semi-leggendaria di Matsyendra, considerato uno dei capostipiti della tradizione dello haṭhayoga. Qui è presentata la sua forma parziale, Ardha Matsyendrāsana (la versione completa contempla una gamba in semiloto).

Perché la posizione non si limiti alla superficie, occorre dimenticarsi di ‘stirare’ o tirare la schiena utilizzando le gambe o le braccia come leva (il che produrrebbe un eccesso sollecitazione nella zona dorsale). Le anche, le spalle, la gamba a terra sono a riposo: il loro attivarsi al di là dello stretto necessario segnala il limite oltre cui non forzare.

E allora come entrare in questa posizione? Nel Chuang-Tsu, il macellaio dell’Imperatore non consumava mai il filo del proprio coltello perché penetrava l’animale seguendone gli interstizi. Allo stesso modo, in Matsyendrāsana occorre muoversi verso la torsione del tronco andando e venendo più volte in forme parziali, alla ricerca della linea di non resistenza del corpo, prendendo familiarità con le sensazioni più sottili.

Per questo, prima ancora di sistemare le braccia oltre la gamba sollevata abbracceremo il ginocchio senza tirarlo a noi, prima ancora di toccare il ginocchio proveremo a sentire la sua vicinanza al busto, prima della posizione eretta proveremo con diverse inclinazioni del tronco la sua docilità nel seguire il movimento, prima ancora di rivolgere il tronco verso la coscia sollevata ve lo abbandoneremo sopra, prima di avvicinarci alla gamba sentiremo il peso che dal bacino scivola verso la coscia a terra.

Questo permetterà alla posizione di stabilirsi senza creare altre tensioni, di collegare alto e basso con un movimento a spirale il cui punto di partenza potrà essere percepito ben al di sotto del contatto al suolo. E permetterà, infine, di sperimentare la dimensione più profonda dell’āsana: stare, senza bisogno di altro.

(Cliccare o toccare le immagini per farle scorrere)

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Se non sai stare seduto, non hai mai praticato yoga

22 Agosto 2018 di Francesco Vignotto Lascia un commento


Sono belle le inversioni, gli equilibrismi sulle mani, il fluire delle sequenze con l’alternarsi del respiro, le argute soluzioni posturali. Ma se la pratica non porta a sentirsi comodi nella posizione seduta, riposando in sé stessi, rimarrà ben poco nella fretta di rialzarsi.

Le posizioni sedute sono le āsana più antiche dello yoga. A quanto ne sappiamo (ne abbiamo parlato altrove), il termine stesso āsana indicava originariamente un modo di sedersi per la meditazione e il controllo del respiro, e solo successivamente il termine avrebbe incluso posture che hanno scopi terapeutici e preparatori.

Sedersi è l’alfa e l’omega e contiene in sé tutti i suoni dell’alfabeto dello yoga. Tutta la pratica e la sua efficacia dipende da come ci si siede prima, dopo e durante.  Forse non ha nemmeno tanta importanza quale tra le posizioni meditative codificate scegliere, e varrebbe lo stesso stare su una sedia: conta il gesto, essenziale, di stare. Né distesi nell’abbandono passivo alla terra, né nel farsi attivo della posizione: stare seduti è, corporalmente, l’equivalente della pausa nel respiro. Se non vi fosse ascolto a questa fase, tutto si risolverebbe in un rimbalzo tra inspiro ed espiro, non rimarrebbe spazio per l’intuizione dello spazio.

Eppure, incontriamo molto spesso praticanti con diversi anni di esperienza – e con notevole mobilità – che non sono in grado di sedersi per pochi minuti, anche se con facilitazioni: al netto delle difficoltà fisiche, la loro mente, come tutte le menti, ha bisogno di un corpo che si muove. Solo, non è stato insegnato loro a osservare questo fenomeno invece di perdervi la testa, e a non credere alla fase acuta dell’insofferenza, perché il gioco dell’anticipazione mentale prelude all’inaspettato, all’ascolto reale.

Con il dovuto tatto e la dovuta decisione, riteniamo che il compito dell’insegnante è dimostrare che il mostro non esiste, più che creare nuove distrazioni per far sì che l’allievo guardi dall’altra parte. Il problema è che spesso queste posizioni vengono percepite – in primo luogo dagli insegnanti stessi – come ‘tempi morti’ tra una cosa e l’altra da fare, sottovalutandone peraltro gli effetti psicofisici addirittura superiori rispetto agli altri e più giovani āsana.

In realtà, tutto ciò che è essenziale nello yoga accade proprio ora, forse proprio perché sono momenti che il comune modo di pensare ritiene morti. È tutt’altro che una glorificazione dell’ozio, è come accorgersi che lo spazio che si riteneva vuoto è invece vivo. Perché se non si capovolge prima la prospettiva, care yogini e cari yogi, è del tutto inutile che capovolgiate il corpo.

Per questo, a chi ci domanda cosa fare quando è solo, ci sentiamo di dire: siedi in una qualunque posizione a gambe incrociate o sui talloni (quella nella foto è siddhāsana, ma puoi anche allentare le gambe). Usa anche un cuscino o due se ti può aiutare. Come detto, può anche andare bene una sedia, purché la schiena non si appoggi. Possibilmente, il peso che scivola verso la zona genitale e le cosce, la testa sopra il bacino, spalle e scapole a riposo, che scivolano naturalmente aprendo un leggero spazio nel petto. Rimani qualche istante ad ascoltare, senza cercare di elevarti volitivamente, e senza accasciarti: in equilibrio tra il peso deposto nel suolo e l’aria in cui si erige la colonna. Non correggere nulla. Tutto ciò che arriva può essere ascoltato, compresa la voglia di muoversi.

Quando non c’è più alcuna differenza tra andare e restare, allora può arrivare il momento di muoversi verso qualcos’altro. Ma se non sai stare in una posizione seduta, non hai mai fatto yoga.

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Accetta i tuoi limiti, ma vedi di toccarti i piedi in fretta

27 Giugno 2018 di Francesco Vignotto 7 commenti

Tira!

Einstürzende Neubauten, Yu Gung (fütter mein Ego, “nutri il mio ego”)

Quando andavo a lezione di yoga diversi anni fa, ero molto orgoglioso di piegarmi in avanti fino ad appoggiare il busto sulle gambe, o di posarlo a terra se le gambe erano divaricate. A quel punto spesso l’insegnante interveniva con un’energica spinta sui lombi per farmi arrivare ancora più in là. Solo più tardi ho avuto il coraggio di lasciare emergere la domanda che già allora echeggiava in sottofondo: arrivare dove?

L’approccio alla pratica posturale, nello yoga moderno, è principalmente volontaristico: volere è potere; il dominio sul tuo corpo; la rimozione dei blocchi fisici, emotivi, mentali, come se quei nodi non fossero parte integrante di ciò che sei, e come se il volertene sbarazzare in tutta fretta non fosse cibo per la tensione stessa; il maestro, che ti fa ‘andare oltre’, espressione con cui si è giustificato ogni genere di azioni e correzioni altrimenti discutibili e inconsulte: spesso, il maestro vuole solo farti entrare nell’idea che i suoi schemi mentali gli hanno imposto.

‘Ascolta il tuo corpo’ e ‘rispetta i tuoi limiti’ sono allora belle frasi di circostanza, che suonano spesso involontariamente sarcastici, come il celebre meme sui giornali femminili: accettati per come sei, però intanto perdi dieci chili e rifatti le labbra; rispetta i tuoi limiti e prenditi il tuo tempo, però vedi di afferrare quei piedi, e possibilmente prima della fine della lezione. Con buona pace dell’interiorizzazione che, secondo il luogo comune, la flessione in avanti dovrebbe favorire.

Il problema è che, di fronte ai piedi da prendere o al pavimento da toccare, ogni disponibilità all’ascolto è già evaporata. Non c’è nulla che posso sentire, nel ‘qui ed ora’ tanto caro alla retorica olistica, quando sono proiettato verso un risultato. Non sono né qui né ora dove mi trovo, bensì là e dopo dove ancora non sono. Perché naturalmente anche quando avrò raggiunto l’obiettivo, cercherò qualcosa di fisicamente oltre: e ciò può avere un senso, ma non vedo perché catalogarlo sotto il termine yoga.

Con gli anni, ho imparato che nella fretta di allungarmi, nella ricerca della conferma di essere flessibile come ieri, c’era qualcosa a cui non prestavo attenzione, ma che lasciava una traccia molto più profonda e meno dissimulabile di quanto pensassi. Una tensione nell’area dell’anca destra interveniva a un certo punto dell’avanzare, come a frenare da quel lato. Come appariva logico, e applicando tutte le precauzioni – avendo cura che il bacino ruotasse in avanti, estendendo le ginocchia, avanzando verso le gambe dal basso ventre al torace eccetera –  pensavo che lavorando analiticamente sulla posizione avrei sciolto il nodo che mi affliggeva: insomma, dovevo allungare le catene cinetiche posteriori, sul manuale era tutto così semplice, simmetrico e lineare!

Ma ciò, al contrario, estendeva la geografia della tensione lungo tutta la linea destra: psoas, scapola, gluteo, polpaccio, pianta del piede. Ora penso con un sorriso alla frustrazione che provavo quando camminavo zoppicando dopo aver praticato una tecnica che avrebbe dovuto riallinearmi, e invece scompaginava l’equilibrio del mio corpo – equilibrio che, come più tardi ho imparato, è fatto anche di tante piccole anomalie e zoppicamenti, che però suonano bene insieme, a differenza di quel clangore artificioso e stucchevole.

Ma quando non sei ancora disposto a negoziare sull’efficacia di ciò che stai facendo, pensi che sei tu a essere sbagliato, di avere qualche difetto congenito da correggere e finisci per essere ancora più intransigente (forse non ‘tiro’ abbastanza).  Ti viene in aiuto, poi, la psicologia spiccia: stai “buttando fuori” tensioni molto profonde e antiche; senza sofferenza non si cresce; il tuo lato destro bloccato indica un problema con la tua parte razionale; il dolore – o il fastidio – è il tuo maestro. Ipotesi non del tutto peregrine (almeno le prime due, sulle restanti ho qualche dubbio), ma altamente improbabili quando la tensione si cronicizza. Non si può ‘buttare fuori’ per sempre: significa che la cura stessa è il problema.

Beninteso, avrei potuto anche fregarmene: nella posizione, almeno esteriormente, io ci arrivavo. E col tempo ho cominciato a sospettare che per molti sia così, visto che diversi insegnanti di lunga data e molto più aitanti di me cominciano a confessare di soffrire di dolori cronici e in alcuni casi di essere ricorsi a operazioni di sostituzione dell’anca.

Ma le mie remore erano di natura diversa: perché, in un certo senso, era la percezione globale del corpo a essermi sottratta, e la pratica di alcune posizioni sembrava generare più danno di quanti problemi volessero risolvere. E soprattutto, sentivo che non era questa o un’altra procedura per entrare in posizione la soluzione del problema, ma che la questione era a monte.

Ho evitato per molto tempo le posizioni di piegamento in avanti a terra, un po’ come quando tra amici si evita un argomento che in passato ha generato discussioni. Poi, siccome non potevo insegnare qualcosa su cui io stesso nutrivo dei dubbi, ho deciso di indagare la questione cominciando da ciò che un tempo era l’impensabile: regredire volontariamente nella posizione, come se non fossi in grado di ‘arrivare’.

La prima cosa che ho imparato è che senza alcuna forzatura ero in grado di fare ben poco. Le gambe stese a terra erano come un chiodo conficcato nel terreno che impedivano al mio tronco di muoversi. Spesso, praticando a gambe piegate, ascoltavo la rotazione del bacino e quella strana sensazione avvolgente che proviene ‘da dietro’ quando le lombari avanzano e la distensione penetra fin nelle viscere. Ho compreso allora che lo stiramento di quella zona ottenuto tramite la forza, oltre a essere estremamente dispendioso, non ha nulla a che vedere con una reale distensione, ma rimane solo in superficie.

Poi a un certo punto, lasciando lavorare il respiro a partire dalla cintura addominale, imparando a non rifiutare la sensazione di tensione, a retrocedere e riprendere da capo, qualcosa accade di inaspettato, in principio come uno smottamento involontario: il busto avanza da solo, come se il ventre attraversasse frontalmente le gambe senza incontrare nulla di denso. Non sei tu a muoverti, ma il movimento accade, ti porta con sé.

Senza voler arrivare, riprendi da capo. È questione inizialmente di millimetri, eventi così piccoli da essere quasi impercettibili. Esplorando con la sensazione lo spazio della bocca senti un rilascio nel bacino, ma attenzione a stabilire corrispondenze valide per ogni circostanza. Senti le gambe, senti il pavimento, senti la tensione, senti la distensione, ti accorgi che là dove pensavi di alleviare stai invece alimentando, dove togli peso lo stai portando, dove credi di compensare stai depredando, ma non puoi mettere a posto tutto questo con la ragione: tensione e distensione sono due facce della stessa medaglia, interdipendenti. C’è qualcos’altro prima ancora, che attraversa e sostiene entrambe.

Ritorni ancora indietro, respiri, senza fretta, e riprendi. Ripetizione dopo ripetizione, la sensazione corporea e la sensazione del respiro diventano una sola: il corpo diventa un unico spazio dilatato dove i punti di resistenza vengono divorati. O forse, quelle resistenze appaiono nella loro necessità per l’equilibrio del tutto, poco importa.

Forse non si arriva mai a terra, forse ci vuole, almeno all’inizio, molto più tempo di quanto siamo disposti a dedicarvi nella fretta di arrivare. È difficile ammettere che il pavimento in realtà è solo una costruzione mentale che può inizialmente servire, ma in seguito è un inutile ingombro.

Forse è vero che ‘vince chi arriva ultimo’, come proclamava ironicamente Eric Barét durante un seminario, congelando la foga con cui i praticanti (tra i quali il sottoscritto) si gettavano nella posizione. Ed è anche un po’ a lui che devo il merito di avermi inizialmente complicato la vita, instillando il dubbio là dove c’era una geometrica certezza.

Ma forse – e credo che Barét sarebbe d’accordo – in ultimo non c’è nessuno che vince e nessuno che arriva: questo è lo yoga.

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La vita ultraspirituale degli Yogi su Instagram

31 Maggio 2017 di Francesco Vignotto 2 commenti

Questa posizione deve per quanto possibile essere tenuta segreta (la reazione che produce su coloro che la vedono è loro nociva, e mai uno yogi si mostrerebbe così sulla pubblica piazza).

Kalyana, Yoga anka, commento allo Shiva Samhita 1Il commento è riferito alla postura paschimottanāsana (comunemente denominata pinza). La citazione è contenuta a sua volta in A. Daniélou, Yoga: metodo di reintegrazione, Ubaldini, 1974

Le tre cose più importanti nella mia vita sono Dio, la mia famiglia e il mio account Instagram. E non necessariamente in quest’ordine.

JP Sears, How to Take Yoga Photos for Instagram

Esistono ancora Yogi che non si mostrano sulla pubblica piazza in una posizione?

Sì, naturalmente esistono, a contraddire la regola che se qualcosa non si esibisce, non è mai accaduto. Esistono, com’è vero che il cuore batte anche quando non ci pensiamo, e le piante crescono anche senza che continuiamo a fissarle.

La pubblica piazza sappiamo quale sia, oggi. Ma non è mia intenzione annoiare il lettore con una rampogna sulla degenerazione dello yoga occidentalizzato rispetto alla purezza della tradizione, che spesso è a sua volta deformata secondo le dissonanze cognitive e i capricci dei turisti che la frequentano. Capricci che contemplano tanto l’esibizionismo esasperato dei monaci da social network quanto l’austerità bacchettona del censore, anch’egli sui social network: siamo sulla stessa barca.

Tuttavia, devo confessare il mio disagio, probabilmente a dimostrare che chi scrive non è immune alle pretese di cui sopra. Disagio non tanto verso l’abbondanza di immagini in sé, ma all’abbondanza delle immagini di sé. Immagini dove tutto è sempre in accordo con l’Universo, tutto è splendente e irraggia luce e pace interiore, anche i postumi di un clistere yogico, laddove la pratica dello yoga implica una discreta familiarità con la melma del corpo e dell’anima.

Il forte accento su di sé e la rimozione delle ombre è un tratto molto comune. La dinamica di Facebook e Instagram, quando la si prende un po’ troppo sul serio, si basa sulla premessa che la persona sia un brand, una linea di prodotti che necessita di posizionarsi sul mercato da un lato, e di ridondare il messaggio dall’altro. Come il Cavaliere Inesistente di Calvino, questo senso dell’io al quadrato necessita di mantenersi sempre attivo – e nel nostro caso visibile – pena l’ansia da cessazione di esistere.

Che lo yoga sia una delle tante declinazioni, dei tanti colori selezionabili di questa ridondanza, cambia qualcosa? No, ma proprio il fatto che spesso non faccia la differenza è il problema. Ecco, il mio disagio: disagio perché lo yoga, in molti casi, non sembra minimamente mettere in dubbio la serietà di un meccanismo, ma lo rinforza.

Il fatto anzi che appartenga all’arcipelago della cultura fisica (ammettiamolo) e a quello delle pratiche spirituali lo avvolge spesso di un’aura di superiorità e di autoindulgenza abbastanza sconcertante, laddove gli stessi fenomeni in altri ambiti susciterebbero al massimo un sorriso.

Naturalmente è legittimo fotografarsi anche nell’esecuzione di āsana yogiche ed è altrettanto legittimo condividere tali immagini (anche su Zénon, ogni tanto lo facciamo), e ciò non comporta necessariamente il ricadere nella fattispecie qui descritta. Non è qui in discussione la validità dell’esperienza catturata nell’immagine, ma la sua con-fusione con l’immagine stessa, la con-fusione con sé, la con-fusione con il Sé.

Confusione che traspare peraltro nel fenomeno borderline della memeficazione di tali immagini, mescolando citazioni del Buddha e della Bhagavadgita (spesso false: e questo è un grosso problema culturale), autocitazioni e frasi di copywriter motivazionali che rinforzano, a uno sguardo appena estraneo, l’impressione di aggirarsi all’interno di una sottocultura che ha corso di validità solo al proprio interno.

Una obiezione a questi dubbi riguarda lo yoga come missione. L’idea che mostrare la propria pratica sia d’aiuto ad altri non è peregrina. Certo si possono trarre enormi benefici grazie alla possibilità di confrontarsi con la pratica di altri, ma la manualistica e la didattica (anche informale) non sono argomento di discussione qui.

In questa sede parliamo di situazioni comunicative dove il messaggio non è qualcosa, ma quasi esclusivamente chi lo emette. In questi casi, bisognerebbe lasciare spazio a un legittimo dubbio, prima di convincersi di essere fonte di ispirazione per altri ricordando loro ad ogni istante la propria vita iperspirituale nello yoga.

Farsi un selfie in sirsāsana al tramonto davanti a un Buddha potrebbe non essere tanto diverso dal fotografarsi gli addominali nello specchio del bagno. Del resto, potrebbe non esserlo nemmeno scrivere lunghi articoli sullo yoga. Il template non cambia, si è solo spuntata la casella yoga. Per questo, occorrerebbe un’auto-riflessione silenziosa con l’assoluta astensione dallo scagliare la prima pietra.

Ma la vera questione, in fondo, è che lo yoga sia qualcosa tra le altre cose; qualcosa che si fa e che cessa di essere se non lo si fa, se non lo si è immagazzinato e custodito sotto forma di simboli tangibili e visibili. Un po’ come l’intera categoria della spiritualità mediatica, per la pretesa stessa di voler catturare la trascendenza in una categoria, l’infinito in un segno distintivo.

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Questa non troppo lunga e noiosa rampogna – nonostante le intenzioni iniziali – è dedicata e liberamente ispirata all’incommensurabile JP Sears, autore della serie How to be ultra spiritual e di video come How to become gluten intolerant.

La mia arte yogica serve ad aiutare la gente a trovare la propria bellezza interiore e a vivere il loro pieno potenziale. Il modo migliore in cui posso farlo è di cercare disperatamente più attenzione possibile su instagram.

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↑1Il commento è riferito alla postura paschimottanāsana (comunemente denominata pinza). La citazione è contenuta a sua volta in A. Daniélou, Yoga: metodo di reintegrazione, Ubaldini, 1974
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