Tira!

Einstürzende Neubauten, Yu Gung (fütter mein Ego, “nutri il mio ego”)

Quando andavo a lezione di yoga diversi anni fa, ero molto orgoglioso di piegarmi in avanti fino ad appoggiare il busto sulle gambe, o di posarlo a terra se le gambe erano divaricate. A quel punto spesso l’insegnante interveniva con un’energica spinta sui lombi per farmi arrivare ancora più in là. Solo più tardi ho avuto il coraggio di lasciare emergere la domanda che già allora echeggiava in sottofondo: arrivare dove?

L’approccio alla pratica posturale, nello yoga moderno, è principalmente volontaristico: volere è potere; il dominio sul tuo corpo; la rimozione dei blocchi fisici, emotivi, mentali, come se quei nodi non fossero parte integrante di ciò che sei, e come se il volertene sbarazzare in tutta fretta non fosse cibo per la tensione stessa; il maestro, che ti fa ‘andare oltre’, espressione con cui si è giustificato ogni genere di azioni e correzioni altrimenti discutibili e inconsulte: spesso, il maestro vuole solo farti entrare nell’idea che i suoi schemi mentali gli hanno imposto.

‘Ascolta il tuo corpo’ e ‘rispetta i tuoi limiti’ sono belle frasi di circostanza, che suonano spesso involontariamente sarcastici, come il celebre meme sui giornali femminili: accettati per come sei, però intanto perdi dieci chili; rispetta i tuoi limiti e prenditi il tuo tempo, però vedi di afferrare quei piedi, e possibilmente prima della fine della lezione. Con buona pace dell’interiorizzazione che, secondo il luogo comune, la flessione in avanti dovrebbe favorire.

Il problema è che, di fronte ai piedi da prendere o al pavimento da toccare, ogni disponibilità all’ascolto è già evaporata. Non c’è nulla che posso sentire, nel ‘qui ed ora’ tanto caro alla retorica olistica, quando sono proiettato verso un risultato. Non sono né quiora dove mi trovo, bensì e dopo dove ancora non sono. Perché naturalmente anche quando avrò raggiunto l’obiettivo, cercherò qualcosa di fisicamente oltre: e ciò può avere un senso, ma non vedo perché catalogarlo sotto il termine yoga.

Con gli anni, ho imparato che nella fretta di allungarmi, nella ricerca della conferma di essere flessibile come ieri, c’era qualcosa a cui non prestavo attenzione, ma che lasciava una traccia molto più profonda e meno dissimulabile di quanto pensassi. Una tensione nell’area dell’anca destra interveniva a un certo punto dell’avanzare, come a frenare da quel lato. Come appariva logico, e applicando tutte le precauzioni – avendo cura che il bacino ruotasse in avanti, estendendo le ginocchia, avanzando verso le gambe dal basso ventre al torace eccetera –  pensavo che lavorando analiticamente sulla posizione avrei sciolto il nodo che mi affliggeva: insomma, dovevo allungare le catene cinetiche posteriori, sul manuale era tutto così semplice, simmetrico e lineare!

Ma ciò, al contrario, estendeva la geografia della tensione lungo tutta la linea destra: psoas, scapola, gluteo, polpaccio, pianta del piede. Ora penso con un sorriso alla frustrazione che provavo quando camminavo zoppicando dopo aver praticato una tecnica che avrebbe dovuto riallinearmi, e invece scompaginava l’equilibrio del mio corpo – equilibrio che, come più tardi ho imparato, è fatto anche di tante piccole anomalie e zoppicamenti, che però suonano bene insieme, a differenza di quel clangore artificioso e stucchevole.

Ma quando non sei ancora disposto a negoziare sull’efficacia di ciò che stai facendo, pensi che sei tu a essere sbagliato, di avere qualche difetto congenito da correggere e finisci per essere ancora più intransigente (forse non ‘tiro’ abbastanza).  Ti viene in aiuto, poi, la psicologia spiccia: stai “buttando fuori” tensioni molto profonde e antiche; senza sofferenza non si cresce; il tuo lato destro bloccato indica un problema con la tua parte razionale; il dolore – o il fastidio – è il tuo maestro. Ipotesi non del tutto peregrine (almeno le prime due, sulle restanti ho qualche dubbio), ma altamente improbabili quando la tensione si cronicizza. Non si può ‘buttare fuori’ per sempre: significa che la cura stessa è il problema.

Beninteso, avrei potuto anche fregarmene: nella posizione, almeno esteriormente, io ci arrivavo. E col tempo ho cominciato a sospettare che per molti sia così, visto che diversi insegnanti di lunga data e molto più aitanti di me cominciano a confessare di soffrire di dolori cronici e in alcuni casi di essere ricorsi a operazioni di sostituzione dell’anca.

Ma le mie remore erano di natura diversa: perché, in un certo senso, era la percezione globale del corpo a essermi sottratta, e la pratica di alcune posizioni sembrava generare più danno di quanti problemi volessero risolvere. E soprattutto, sentivo che non era questa o un’altra procedura per entrare in posizione la soluzione del problema, ma che la questione era a monte.

Ho evitato per molto tempo le posizioni di piegamento in avanti a terra, un po’ come quando tra amici si evita un argomento che in passato ha generato discussioni. Poi, siccome non potevo insegnare qualcosa su cui io stesso nutrivo dei dubbi, ho deciso di indagare la questione cominciando da ciò che un tempo era l’impensabile: regredire volontariamente nella posizione, come se non fossi in grado di ‘arrivare’.

La prima cosa che ho imparato è che senza alcuna forzatura ero in grado di fare ben poco. Le gambe stese a terra erano come un chiodo conficcato nel terreno che impedivano al mio tronco di muoversi. Spesso, praticando a gambe piegate, ascoltavo la rotazione del bacino e quella strana sensazione avvolgente che proviene ‘da dietro’ quando le lombari avanzano e la distensione penetra fin nelle viscere. Ho compreso allora che lo stiramento di quella zona ottenuto tramite la forza, oltre a essere estremamente dispendioso, non ha nulla a che vedere con una reale distensione, ma rimane solo in superficie.

Poi a un certo punto, lasciando lavorare il respiro a partire dalla cintura addominale, imparando a non rifiutare la sensazione di tensione, a retrocedere e riprendere da capo, qualcosa accade di inaspettato, in principio come uno smottamento involontario: il busto avanza da solo, come se il ventre attraversasse frontalmente le gambe senza incontrare nulla di denso. Non sei tu a muoverti, ma il movimento accade, ti porta con sé.

Senza voler arrivare, riprendi da capo. È questione inizialmente di millimetri, eventi così piccoli da essere quasi impercettibili. Esplorando con la sensazione lo spazio della bocca senti un rilascio nel bacino, ma attenzione a stabilire corrispondenze valide per ogni circostanza. Senti le gambe, senti il pavimento, senti la tensione, senti la distensione, ti accorgi che là dove pensavi di alleviare stai invece alimentando, dove togli peso lo stai portando, dove credi di compensare stai depredando, ma non puoi mettere a posto tutto questo con la ragione: tensione e distensione sono due facce della stessa medaglia, interdipendenti. C’è qualcos’altro prima ancora, che attraversa e sostiene entrambe.

Ritorni ancora indietro, respiri, senza fretta, e riprendi. Ripetizione dopo ripetizione, la sensazione corporea e la sensazione del respiro diventano una sola: il corpo diventa un unico spazio dilatato dove i punti di resistenza vengono divorati. O forse, quelle resistenze appaiono nella loro necessità per l’equilibrio del tutto, poco importa.

Forse non si arriva mai a terra, forse ci vuole, almeno all’inizio, molto più tempo di quanto siamo disposti a dedicarvi nella fretta di arrivare. È difficile ammettere che il pavimento in realtà è solo una costruzione mentale che può inizialmente servire, ma in seguito è un inutile ingombro.

Forse è vero che ‘vince chi arriva ultimo’, come proclamava ironicamente Eric Barét durante un seminario, congelando la foga con cui i praticanti (tra i quali il sottoscritto) si gettavano nella posizione. Ed è anche un po’ a lui che devo il merito di avermi inizialmente complicato la vita, instillando il dubbio là dove c’era una geometrica certezza.

Ma forse – e credo che Barét sarebbe d’accordo – in ultimo non c’è nessuno che vince e nessuno che arriva: questo è lo yoga.

3 comments

  1. Comment by Zormok

    Zormok Rispondi 27 giugno 2018 a 14:50

    Sempre interessanti i vostri articoli, in cui si scardinano i luoghi comuni e le fantasie costruite intorno allo Yoga. Complimenti.

  2. Comment by Sonia Conci

    Sonia Conci Rispondi 27 giugno 2018 a 22:56

    Grazie! sempre meraviglioso leggerti…

  3. Comment by cristina

    cristina Rispondi 2 luglio 2018 a 8:12

    Scrivere di un’esperienza yogica è difficile; tu sei riuscito a comunicarla con la semplicità e la modestia che dovrebbe abitare in ogni insegnante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Close
Go top