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asana

Yogasana 5: la pratica in presenza di patologie

8 Luglio 2022 by Zénon Lascia un commento

Stage per insegnanti e praticanti – settembre-dicembre 2022

Yogasana: formazione per praticanti e insegnanti


Che cos’è il sistema connettivo e miofasciale? Qual è la sua relazione con lo yoga e perché la Medicina Tradizionale Cinese può dirci qualcosa di molto interessante a riguardo? Quali adattamenti sono necessari nella pratica per chi ha delle protesi al ginocchio, all’anca o alla spalla? Come affrontare l’artrite reumatoide con lo yoga? Che cosa significa soffrire di sciatica, quali posizioni possono alleviarne i sintomi e quali devono essere evitate o adattate? Lo yoga può aiutare a tenere sotto controllo la diastasi addominale post parto?

A queste domande risponderemo, durante la quinta edizione di YOGASANA: la pratica in presenza di patologie. In questa edizione, rispetto alle precedenti, vi sarà un seminario in più (per un totale di 7 seminari invece di 6), e pertanto ci sarà più spazio per l’approfondimento sia teorico sia pratico. Come sempre, ci muoveremo tra pratica, anatomia, biomeccanica e filosofia. E, come sempre, il Professor Marco Invernizzi e gli insegnanti Francesco Vignotto ed Erika Pizzo saranno lieti di analizzare i casi particolari e di rispondere alle domande dei partecipanti.


in presenza e online

Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a sei mesi dal termine del corso

Il programma

Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica interattiva in cui i partecipanti potranno sottoporre casistiche particolari. Si terranno in sala e contemporaneamente online, ma potranno essere seguiti anche in differita. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

Il sistema miofasciale, tra mito e realtà/1

Giovedì 22 settembre ore 19.10

Durante gli ultimi anni, Fascia e sistema miofasciale sono diventate parole abbastanza inflazionate, nei dintorni dello yoga. Come sempre, andremo a indagare quale sia la sostanza che si nasconde al di sotto del rumore. E allora, in questo seminario scopriremo come vi siano parecchi punti di contatto tra le recenti scoperte sul sistema connettivo/miofasciale, lo yoga e alcuni aspetti meno noti della Medicina Tradizionale Cinese: l’idea di una rete di comunicazione onnipervasiva che si trasforma in semiconduttore attraverso sollecitazioni meccaniche, infatti, non può lasciare indifferenti chi abbia familiarità con le discipline psicofisiche.


Il sistema miofasciale, tra mito e realtà/2

Giovedì 6 ottobre ore 19.10

Questo seminario sarà dedicato principalmente alla pratica e a esperire nel concreto il sistema connettivo/miofasciale nel contesto dello yoga. Sarà una pratica dedicata all’attenzione e alle relazioni tra le parti, alle sensazioni legate al tatto e alla scoperta di come il movimento ‘viaggi’ lungo percorsi noti e meno noti attraverso il nostro corpo. Ma questo lavoro servirà da ponte tra la percezione dello spazio del corpo – più libero e leggero rispetto al corpo denso del movimento meccanico – e il corpo che si dispone e si espande nello spazio. E, soprattutto, come questa espansione sensoriale possa sommergere e risolvere tensioni profonde e difficoltà motorie.


Artrite reumatoide

Giovedì 13 ottobre ore 19.10

Durante una delle passate edizioni, in un seminario dedicato all’osteoartrosi, ci è stata posta una domanda sull’artrite reumatoide. Avevamo promesso allora un seminario dedicato all’argomento, perché nonostante la somiglianza nominale, tra osteoartrosi e artrite reumatoide c’è una grande differenza: la prima è un sintomo inevitabile dell’età che può essere alleviato attraverso l’esercizio fisico e la pratica yoga; la seconda è una malattia infiammatoria cronica e autoimmune. E come tale dovremo affrontarla, ricorrendo ad aspetti più sottili che lo yoga ci mette a disposizione e a ciò che la medicina può dirci oggi al riguardo.

Diastasi addominale nel post parto

Giovedì 27 ottobre ore 19.10

La diastasi addominale, ovvero l’eccessiva separazione dei retti addominali, è un fenomeno molto diffuso fra le donne nel post parto ed è in parte fisiologico.
In questo seminario, assieme a Erika Pizzo, vedremo quali sono le implicazioni funzionali, oltre che estetiche, della diastasi, e qual è la soglia di attenzione oltre alla quale occorre intervenire e in quale modo.
Fortunatamente, nello yoga abbiamo a disposizione diversi strumenti, e non intendiamo solo Mula e Uddiyana Bandha, ma un intero approccio che ci offre l’occasione per riconsiderare il nostro addome e la nostra colonna vertebrale come centro e motore del nostro complesso psico-fisico.


Sciatalgia e dolore sacroiliaco

Giovedì 10 novembre ore 19.10

La sciatica è sicuramente una delle patologie più diffuse e ‘gettonate’ tra chi si presenta a un corso di yoga, ed è riconoscibile da sintomi caratteristici: dolore, formicolio, intorpidimento e limitazioni motorie. Per comprenderne le cause, coglieremo l’occasione per esaminare l’anatomia del nervo sciatico e la biomeccanica delle strutture collegate, in particolar modo della colonna lombare e dell’articolazione sacro-iliaca sede quest’ultima di un dolore che spesso accompagna la cosiddetta sciatica, ma che in realtà ha cause diverse. Ovviamente, lo yoga può aiutare molto, se si sa cosa fare.


Osteoporosi

Giovedì 17 novembre ore 19.10

L’osteoporosi è una patologia legata all’età che colpisce in particolar modo e con più forza le donne. Ma anche nei casi più acuti, le cosiddette ‘ossa che si sbriciolano’, l’attività fisica e in particolar modo lo yoga si rivelano molto importanti per la tenuta del sistema muscolo-scheletrico e per vivere una vita relativamente normale. Com’è ovvio però occorre adottare delle precauzioni e saper selezionare le tecniche più efficaci, evitando o adattare quelle potenzialmente dannose. In questo seminario faremo riferimento, oltre che alla pratica yogica, anche alle linee guida del WHO e allo stato dell’arte della terapia riabilitativa.



La pratica con protesi: ginocchio, anca, spalla

Giovedì 1 dicembre ore 19.10

Per il seminario conclusivo prenderemo in esame tre articolazioni maggiori (il ginocchio, l’anca e la spalla) dal punto di vista di chi ha subito un intervento di sostituzione con protesi parziale o totale. Per ognuno di questi casi, valuteremo le limitazioni di movimento, le criticità e gli adattamenti, ma soprattutto come educarsi ed educare gli allievi a gestire la differente mobilità in autonomia.
Ma questo appuntamento che conclude il ciclo ci permetterà di riprendere alcune delle nozioni e delle intuizioni relative al sistema connettivo/miofasciale, ovvero considerare l’elemento particolare, in questo caso ‘estraneo’, all’interno di un contesto fluido che cerca di adattarsi e armonizzarsi.




In ogni modulo si parlerà di…

Corsi di Yoga a Novara

Principi di anatomo-fisiologia e biomeccanica

  • Principi base: movimenti articolari, gruppi muscolari coinvolti
  • Adattamenti alle diverse costituzioni e in presenza di patologie
  • Cosa fare se l’allievo è in fase riabilitativa o post–riabilitativa

Teoria e pratica del corpo energetico

  • L’asana e il corpo energetico secondo la tradizione yogica 
  • Analisi dell’asana secondo la Medicina Tradizionale Cinese

Dimensione pratico-esperienziale

  • Modulare l’approccio: il rapporto tra ‘pretesa’ e possibilità, tra asana come fine o come mezzo
  • Precauzioni e attenzioni nella pratica in presenza di patologie  
  • Come modificare le pratiche in base alle condizioni dell’allievo
  • Esempi pratici
  • Domande e risposte dei partecipanti
Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


I docenti

Marco Invernizzi

Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

    Francesco Vignotto

    Insegnante di yoga presso Zénon.

      Erika Pizzo

      Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, Qi Gong e allenamento funzionale presso Zénon.

        Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

        Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Per chi si iscrive entro il 7 settembre – versando la quota – il prezzo è agevolato a 278€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

        Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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        Yoga: per cominciare

        29 Giugno 2022 by Zénon 1 commento

        Spesso ci viene rivolta la fatidica domanda: che cosa posso leggere sullo yoga a titolo introduttivo? La risposta non è sempre facile, perché a fronte delle moltissime pubblicazioni sullo yoga, un po’ di buono c’è qua e là, ma i libri ‘di largo consumo’ raramente vanno oltre un’esposizione molto scolastica e schematica, a volte un po’ distorta dalle mode dei tempi. Insomma, per chi si affaccia per la prima volta c’è molta varietà apparente e poca profondità: quasi sempre un testo vale l’altro, con gli stessi pregi e gli stessi difetti.

        D’altro canto, molti spunti veramente profondi possono essere trovati in testi che però sono di difficile lettura per chi non ha già un bagaglio di conoscenze sulla materia. Ed è un peccato, perché alcune idee potrebbero essere di grande aiuto fin dall’inizio.

        Nell’arrovellarci per trovare la risposta al quesito di cui sopra, nel cercare un titolo che non fosse troppo New Age, non assomigliasse troppo a un catechismo o a un corso di motivazione per venditori, e che non richiedesse nemmeno un corso di grammatica sanscrita per essere compreso – ecco arrivare la classica scoperta dell’acqua calda: nel corso degli anni su questo sito abbiamo pubblicato una discreta quantità di articoli, che oltre a contenere riflessioni di carattere personale, a loro volta rimandano anche a testi che speriamo di aver reso comprensibili anche ai non addetti ai lavori, e magari, chissà, incuriosito alla lettura.

        È il nostro modesto contributo, parziale, che ovviamente risente delle nostre esperienze e delle nostre idiosincrasie, ma può essere, almeno per noi, la provvisoria risposta alla fatidica domanda, in attesa che si aggiungano ulteriori tasselli (e, chissà, magari in futuro qualcosa di più strutturato).

        Siccome questi articoli sono usciti lungo un arco temporale di ben 8 anni, non è esattamente facile trovarli sul sito. Pubblichiamo quindi di seguito una selezione di quelli che riteniamo possano essere più utili per cominciare, suddivisi per aree tematiche, includendo anche qualche scritto che non parla direttamente di yoga, ma che rientra a buon diritto in questo contesto come approfondimento.

        Buona lettura!

        PS: nei commenti ci suggeriscono che il miglior testo per principianti rimane forse Imparo lo Yoga del buon André Van Lysebeth e ci accorgiamo di essere d’accordo (ma si accettano ulteriori suggerimenti).


        Il cuore dello Yoga

        Rischiare grosso con lo yoga: qualche consiglio per chi pratica
        “Ma a cosa serve lo yoga?” “A riabilitare gli invalidi”
        Un’idea di (auto)guarigione
        Cosa significa ‘fare un passo oltre’ nello yoga?
        Il Coraggio di Distruggere

        Esistono tanti Yoga o uno Yoga?

        Il vero yoga non esiste, grazie al cielo

        Asana: perché nello yoga si fanno le posizioni?

        C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?
        Yoga o ginnastica, forza o energia

        Come praticare è più importante di cosa praticare: alcune questioni di principio

        Accetta i tuoi limiti, ma vedi di toccarti i piedi in fretta
        La cognizione del dolore negli yogāsana

        Il respiro

        Non saper respirare
        Prāṇāyāma, questo sconosciuto
        Pranayama: vita, respiro, morte e miracoli

        Lo Yoga e la sua storia, la sua filosofia, tra ieri e oggi

        Sensi soprannaturali: conversazione con Gioia Lussana sullo Yoga della bellezza
        Lo yoga visto dai sadhu: intervista a Daniela Bevilacqua
        Lo Yoga in una posizione: la storia improbabile degli āsana
        Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook
        Yoga, o la (re)invenzione di una tradizione: intervista a Marco Passavanti

        Il rilassamento

        Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento
        Dormire col demone che grida: lo Yoga e il rilassamento profondo

        La meditazione

        Meditazioni per non uscire dal mondo
        Meditare nel post-pandemia: un’inversione di tendenza
        “Yoga” e i cani neri di Carrère
        La meditazione può essere ‘usata’ per alleviare lo stress?
        Lo Zen e le Neuroscienze: il Sé e l’Altro

        Lo Yoga, in gravidanza

        Lo Yoga e la Gravidanza: appunti di viaggio
        La gravidanza non è smart, ovvero l’impazienza della dolce attesa
        Diventare madri nell’era della ‘paura di vivere’
        Leggi

        Archiviato in:Articoli, Yoga Contrassegnato con: asana, hathayoga, pratica, yoga, yoga per cominciare

        Sensi soprannaturali: conversazione con Gioia Lussana sullo Yoga della bellezza

        7 Gennaio 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

        foto di Gioia Lussana

        Il sé è un danzatore
        Il sé interiore è la scena
        I sensi sono gli spettatori

        Vasugupta, Gli Aforismi di Śiva

        Lo yoga della bellezza di Gioia Lussana è uno dei testi più interessanti e originali degli ultimi anni sullo yoga. Il tema di fondo si sviluppa intorno a una intuizione del tantrismo del Kaśmīr medievale ancora poco esplorata, secondo cui lo stupore meravigliato di fronte all’opera d’arte è esperienza del sacro; sacro che attraverso questa breccia può essere colto in ogni aspetto della vita ordinaria.

        Gioia Lussana è laureata cum laude in Indologia con Raniero Gnoli e Raffaele Torella ed è dottore di ricerca in Civiltà e Culture dell’Asia presso l’Università Sapienza di Roma. Il rigore con cui affronta le fonti non le impedisce il confronto, da un lato, con la tradizione filosofica e poetica occidentale e, dall’altro, con la sua esperienza di praticante e di insegnante di yoga, contribuendo a espandere gli orizzonti di ciò che intendiamo oggi con questo nome.

        Anche per questo, era abbastanza inevitabile parlare direttamente con lei del suo ultimo libro.

        Gioia Lussana

        Due cose colpiscono subito l’occhio riguardo a Lo yoga della bellezza. La prima è il sottotitolo: “Spunti per una riformulazione contemporanea dello yoga del Kaśmīr”. La seconda è la doppia prefazione: di Raffaele Torella, ovvero uno dei più importanti esperti a livello internazionale di Tantrismo indiano; e di Eric Barét, riformulatore moderno dell’approccio del Kaśmīr come prima di lui Jean Klein (un ulteriore elemento di sorpresa, ma bisogna avere letto il libro, è il tuo contatto diretto con una forma di Haṭha-yoga tradizionale del Kaśmīr).
        Per il senso comune, qualcosa che si richiama a una tradizione o vi aderisce letteralmente oppure suona un po’ sospetto; d’altro canto, le riletture contemporanee hanno sempre suscitato qualche alzata di sopracciglia tra gli studiosi. Qui, invece, sembra di trovarsi di fronte a un particolare caso di superamento degli opposti, e allora ti chiedo: cosa intendi con il termine riformulazione? E come può essere possibile riformulare una tradizione di cui, come spieghi, ci mancano ormai molti elementi operativi? Ma soprattutto: se una tradizione può (deve?) essere riformulata, che cosa intendiamo con la parola tradizione?

        Ᾱgama, tradizione, in sanscrito è letteralmente un ‘flusso ininterrotto’. Ᾱgama è anche il nome dei testi tantrici śivaiti rivelatori di una visione rivoluzionaria del sacro. Voler dare nuova linfa a una fiorente e antica tradizione è rimanere nell’alveo del suo torrente e continuare a scorrere in esso. Si potrebbe dire mantenendo il ricordo della sorgente, ma attraversando nuovi paesaggi.

        Come accenno nel mio libro, già all’inizio del secolo scorso, quando nacque in Kaśmīr Lakshmanjoo, considerato l’ultimo depositario per trasmissione diretta del lignaggio dei maestri medievali, si era persa la decodifica delle pratiche, spesso altamente esoteriche, descritte da Abhinavagupta nelle sue opere. Si potrebbe in ogni caso affermare che lo yoga del Kaśmīr non è uno yoga preminentemente ‘tecnico’, ma incentrato su un messaggio profondo. Ciò che era presentato per iscritto era già
        nel X e XI secolo solo una traccia di ciò che veniva essenzialmente comunicato per
        via orale da maestro a discepolo e costituiva la prassi vera e propria.

        In virtù di ciò è tanto più lecito oggi tentare di riformulare, di interpretare in modo nuovo quel poco che risulta accessibile delle tecniche antiche, cercando soprattutto di non distaccarsi dalla trasmissione originaria – prettamente filosofica – che esse veicolavano attraverso il corpo. Una riformulazione moderna deve in qualche modo farsi carico dell’evoluzione di segno e di senso della visione filosofica originale, da trasporre in uno yoga non iniziatico e alla portata di un vasto pubblico. Uno yoga siffatto non è in ogni caso compatibile con le forme di gran parte dello yoga contemporaneo, classificabili come fenomeno di massa e con una valenza prettamente commerciale.

        I maestri śivaiti non erano solo filosofi, retori e maestri di estetica, ma anche potenti yogin che sapevano incarnare creativamente la stupefacente visione filosofica che emerge dai testi. Si tratta oggi di riproporre in un linguaggio attuale il palpito vitale e la profondità concettuale che essi seppero trasfondere nel rito dello yoga.

        Credo che riformulare oggi sia essenzialmente dare forma a uno yoga ‘generativo’, che non perda cioè la sua connotazione intuitiva, mai meccanica, sempre nuova, che scaturisce innanzitutto dal calore vitale e dal battito della vita in ognuno di noi, come da una fonte viva e nello stesso tempo cosciente. La tecnica non è che uno sviluppo ulteriore di questa percezione palpitante originaria.

        Il modo di esprimersi dell’artista, del fruitore dell’arte e dello yogin prende le mosse da questo ‘bollore vibrante’ – la cifra della vita – e sgorga ispirato da pratibhā, l’intuizione dell’intima coerenza di ogni cosa, la bellezza di ‘ciò che è’.

        Pratibhā, è quell’ingenium che ci fa presentire l’Assoluto. Ogni āsana, ogni gesto diviene allora il rito della bellezza e della sacralità dell’esistenza. L’arte dello yoga diviene in tal modo celebrazione della realtà in ogni sua manifestazione, che in quanto viva è allo stesso tempo auto-consapevole. Nei tantra śivaiti è rimarcata difatti la sorprendente omologia tra coscienza/sapienza e movimento della vita, che si riflettono nell’ordinario e nello straordinario con uguale splendore. Il rito dello yoga ha la funzione di intensificare ulteriormente tale ‘sapiente vividezza’.

        Veniamo al tema centrale del libro, ovvero la stretta connessione tra l’esperienza estetica e l’esperienza religiosa. Per sgombrare il campo da equivoci naïf, il bello di cui parliamo non è per nulla ornamentale: si ha anzi l’impressione che la poesia (cito un altro termine-chiave) in questo caso abbia ben poco a che fare con l’evasione della realtà a cui il senso comune l’associa. Puoi parlarci di questo aspetto?
        A ciò si collega un’altra domanda: da un approccio così radicalmente non-duale ci si aspetterebbe diffidenza nei confronti delle parole. Eppure nel tuo libro emerge la precisione chirurgica dei maestri del Kaśmīr nel descrivere ma soprattutto nell’evocare l’ineffabile, oltre a un tuo gusto particolare per l’etimologia anche nei confronti delle lingue europee. Evocare: in una riformulazione contemporanea, quanto è importante il linguaggio non solo per descrivere e istruire, ma per evocare una sensibilità straordinaria? Penso ad esempio a quando viene richiesto, nella riformulazione di Klein/Barét, di sentire il muro di fronte, o compiere un asana senza il corpo fisico. Anche qui abbiamo a che vedere con un uso poetico delle parole a tutti gli effetti creativo…

        Nella concezione tradizionale la percezione della bellezza (rasāsvāda), investigata con estrema eleganza dai maestri kaśmīri e con suprema maestria in special modo da Abhinavagupta, si qualifica in sostanza come il vero laboratorio dell’esperienza religiosa o spirituale in senso lato: brahmāsvāda, connotata da un vivo assaporamento, intensificato rispetto alla fruizione ordinaria, che vede i nostri sensi spesso assopiti e resi opachi dalla routine. Le due esperienze, entrambe intensissime, scaturiscono dal terreno comune della vita ordinaria, che viene dissodata e resa fertile attraverso questi due vissuti straordinari in virtù di un risveglio che rende straordinario anche l’ordinario. La vita nella sua interezza e in tutte le sue forme acquista allora significato e sapore in quanto celebrazione gratuita, ‘generazione’, come accennavamo precedentemente, compiuta in se stessa. Il rito dello yoga, non confinato dunque a un ambito esclusivamente rituale, si qualifica come una estasiata espressione della vita in quanto tale.

        Lo yoga del Kaśmīr, sia nella sua accezione tradizionale, sia nella sua riformulazione contemporanea, è fondamentalmente arte della contemplazione, in una parola bhāvanā, ‘attenzione generativa’, come potremmo tradurre questo termine complesso.

        Nel Medioevo in Kaśmīr Bhaṭṭa Nāyaka considera bhāvanā come il ‘desiderio di espressione’ che genera la poesia, l’arte che si propone di alludere a ciò che per sua natura è indescrivibile: la bellezza, ovvero l’essenza della realtà. Lo yoga kaśmīro incarna la capacità creativa che il termine bhāvanā contiene in sé. È risvegliare la presenza consapevole, gustandola attraverso la contemplazione. Uno yoga ‘filosofico’ dunque e altamente ‘poetico’, in quanto si propone di evocare nientemeno che il sacro attraverso la postura, il gesto, l’immagine, il suono.

        Per conservare la sua vitalità ispiratrice il linguaggio della pratica deve oggi a mio avviso accendere un significato, tradurre la filosofia in poesia e la poesia in āsana. Lo yoga si assume quindi il compito di suscitare l’intima natura del reale, esprimendo in modo rituale la sua sacralità naturale. Il suono e il gesto conservano in tal modo la loro matrice energetica, prima che discorsiva o intellettuale. Parole e immagini rese ‘corporee’, che non diminuiscono, anzi intensificano la verità delle cose.

        Lakshmanjoo

        I sensi e in particolar modo il tatto, o meglio la tattilità, altrove considerati una distrazione da cui ritirarsi, sono qui invece lo strumento principale di indagine. Anche in questo caso lo yoga del Kaśmīr sembra da un lato andare in controtendenza rispetto allo yoga classico (viene in mente la famosa critica di Abhinavagupta allo yoga di Patanjali, citato da Torella: “Ritirare i sensi dai loro oggetti porta a rafforzare il legame invece di allentarlo”1R Torella, “Abhinavagupta’s Attitude towards Yoga” in Journal of the American Oriental Society 139.3 (2019)); dall’altro siamo ben distanti anche dalle celebrazioni della positività del corpo-fatto-di-cibo che animano molto yoga contemporaneo. I sensi sembrano qui anzi già appartenere a territori che altrove sarebbero definiti soprannaturali. Puoi dirci qualcosa di più rispetto a questa particolarità?

        Rasāsvada, la percezione estetica, è l’esperienza unitaria del sentire attraverso l’uso dispiegato dei sensi, o meglio quella qualità alla base di ogni specifica conoscenza sensoriale: l’assaporamento. Non riguarda semplicemente il senso del gusto, ma quella completezza che deriva dall’usare fino all’estremo uno qualunque di tutti i sensi. Rasa come gustazione denota in generale la primordiale presa di coscienza che tutti i sensi attivano. Sensi che nello śivaismo kaśmīro sono ‘le Dee, le signore dei sensi’ (karaṇeśvarī o svasaṃvid-devī), potenti divinità che risvegliano la capacità di comprendere, di conoscere ovvero di assaporare intensamente la realtà. Sapere è in primis ‘gustare’.

        La cifra di questo yoga è sempre l’intensità, fiammante, nuova, per certi versi sempre un po’ spiazzante in quanto contemplazione smisurata e senza inibizioni di quello che c’è, senza omissioni né aggiunte. Questo, come dicevamo, è uno yoga contemplativo. Contemplare la bellezza, anche in ciò che ci spiazza, ci addolora o ci scuote dalle fondamenta.

        Contrariamente alla visione del Pātañjala-yoga o yoga classico e di gran parte del pensiero filosofico indiano, dove emozioni, passioni e desideri vengono demonizzati o considerati pericolosi nemici, nel tantrismo non duale del Kaśmīr lo yogin, come l’artista o il fruitore dell’arte, è un rasika, un ragavan o un sahṛdaya ovvero una persona ‘sensibile’, appassionata, che partecipa ‘con tutti i sentimenti’ a ciò che gli è dato di vivere o sperimentare. Potremmo affermare che lo yogin del tantrismo non duale ‘sente esteticamente’, rifacendoci al significato del greco aisthánomai, che è un sentire, comprendere attraverso l’emozione e il sentimento. Lo stato di coscienza estetico è in qualche modo ‘estatico’ per il particolare tipo di gioia che produce nel soggetto, completamente indipendente da un’utilità personale.

        L’intensità di un cuore attento e partecipe (heartful potremmo dire, prima che mindful), pur essendo spontanea, a volte richiede un allenamento per attivarsi e incrementarsi. Lavorare la mente-cuore rappresenta un livello specifico di yoga, forse il più diffuso nelle scuole non duali, interessate a dissodare la mente dai suoi impedimenti più che a potenziare la struttura muscolare del corpo. Il training della mente-cuore è in ogni caso un lavoro ‘tattile’, concreto, come impastare il pane o smuovere la terra per seminarla. Richiede la stessa cura, costanza, dedizione. Richiede non soltanto una mente pronta, ma anche un cuore vibrante e un corpo disponibile ad accogliere e custodire l’intensità. Ed è il calore vitale, come dicevamo, e l’emozione della vita in noi che si genera da questo calore, a creare la forma dell’āsana e a originare la dinamica del corpo nello spazio. Il movimento in queste scuole diventa radianza di luce e calore, in ultima analisi, gioia. Espansione del cuore, danza del cuore.

        Inevitabile non notare quanto qui sia decentrato il ruolo della tecnica, al contrario di quanto avvenga nello yoga classico e in quello contemporaneo, dove sembrerebbe che il riconoscimento della propria reale natura – o, a essere più modesti, i vari benefici dello yoga – derivino dall’esecuzione di procedure definite e dalla loro ripetizione. Nello yoga del Kaśmīr i rapporti causali sembrano capovolti, o forse sarebbe meglio dire sconvolti da cause di forza maggiore: prima c’è il riconoscimento e poi la tecnica. Anche per le nostre menti contemporanee, dominate dalla tecnica (penso ad esempio all’attributo intelligente riferito a un algoritmo), può sembrare di trovarsi di fronte a un koan: com’è possibile anche solo chiedere di realizzare qualcosa senza realizzarlo?

        Rāga, desiderio, anziché vairagya, distacco (letteralmente ‘scoloramento del rosso’ ovvero del desiderio) e kṣana, istante, anziché abhyāsa, ripetizione nel tempo, sono i pilastri dello yoga non duale rispetto al Pātañjala-yoga. Lo yoga del Kaśmīr valorizza lo slancio (udyama) anziché lo sforzo o la coazione a ripetere. Come spiego nel mio libro, quella dello yogin è un’azione vitale spontanea (akṛtaka) che nella pratica si traduce in presenza consapevole e partecipazione emotiva, espansività, la direzione privilegiata dello yoga non duale.

        Abhinavagupta chiama camatkāra quel particolare assaporamento meravigliato e consapevole in cui il soggetto lascia sgorgare dall’interno il gesto yogico. Non si tratta di un appagamento per aver finalmente ottenuto un oggetto desiderato o aver raggiunto un obiettivo, ma una felicità del tutto diversa e autosufficiente, non dipendente dall’esterno, ma riconducibile all’intima sensazione di essere vivi, consapevoli dell’inesauribile desiderio della vita di esprimersi come da una fonte che zampilla e irrora tutto lo spazio del corpo e oltre il corpo. Tale attitudine interna è, come dicevamo, l’aspetto centrale di questo yoga, anziché la tecnica, relegata al livello di yoga più grossolano o minimale, ānava-upāya. Ma nella visione di Abhinavagupta anche uno yoga ‘meramente tecnico’ conduce in ultima analisi all’insight che ‘ognuno di noi è Śiva’…. Ognuno di noi è già perfetto così com’è. E ogni livello di yoga conduce naturalmente e imperiosamente a questa evidenza.

        Lo slancio, la smisuratezza, il traboccare, il fuori scala sembrano essere cifre caratteristiche di questo yoga. Se ci fermassimo qui potremmo pensare a uno yoga di gesti eclatanti e di supersforzi. E invece, l’attenzione viene più spesso orientata alla sensibilità minuta, del momento liminale, dello spazio tra due cose/due esperienze, allo ‘stare per’ o al morire di un’esperienza. Anche qui sembra che venga chiesto l’impossibile: come si possono intraprendere due direzioni apparentemente divergenti, l’esuberanza e l’estremamente piccolo?

        Il traboccamento (antarucchalana) del gesto e del cuore in uno slancio smisurato non contraddice in effetti l’attenzione minuta dello yogin verso ciò che è liminale, indefinito, evanescente.

        La non contraddizione sta nel fatto che niente viene fatto ‘per se stessi’, ma in una modalità per così dire ‘generalizzata’ ovvero neutrale. Le stesse famigerate citta-vṛtti (modi della coscienza che comprendono cognizioni/emozioni) non portano a schiavitù se vissute ‘in modalità estetica’ ovvero lasciate libere di dispiegare la loro carica energetica prima che la mente razionale se ne appropri, asservendole ai propri bisogni. Esse diventano ostacoli quando il contenuto emotivo è al servizio dell’ego. Tale attitudine non appropriativa, comune peraltro a tutte le grandi tradizioni mistiche, purifica ogni desiderio dalla sua componente di avidità accaparratrice e trabocca come ‘desiderio aperto’, pronto ad accogliere e ad amare esattamente quello che c’è, così com’è, come ben sapevano e mettevano in pratica gli stoici nella nostra tradizione occidentale. Secondo questa visione non soltanto ciò che è sottile o liminale, ma anche ciò che è doloroso o negativo trova posto nella mente-cuore dello yogin, dove tutto senza esclusione ha la sua ragion d’essere.

        Mark Dyczkowski, Daniel Odier, Christopher Wallis: cito tre nomi tra i tanti legati, in modo molto diverso tra loro, al tantrismo del Kaśmīr. Quali sono le affinità e le divergenze con l’approccio de Lo yoga della bellezza?

        Tutti e tre gli autori che citi hanno contribuito in diversa misura alla diffusione e alla conoscenza della tradizione del Kaśmīr medievale. Non mi risulta però che nessuno di loro abbia particolarmente approfondito la produzione estetica dei maestri kaśmīri, riscoperta invece e valorizzata sulle orme di Raniero Gnoli da uno dei più insigni interpreti della tradizione manoscritta medievale, Raffaele Torella.

        La traduzione dei testi di estetica medievali è in ogni caso un fenomeno relativamente recente, di cui Gnoli alla fine degli anni’50 fu uno dei primi al mondo ad interessarsi. Negli ultimi vent’anni stanno emergendo in traduzione delle vere e proprie perle di questa visione estetica, un filone estremamente promettente che getta una nuova luce interpretativa anche sul significato stesso di yoga in generale e dello yoga non duale in particolare. Qui la percezione della bellezza gioca il ruolo di vero e proprio laboratorio dell’esperienza religiosa in senso lato e yogica in senso specifico. Qui si può a ragion veduta concepire uno yoga ‘estetico’ che si contrappone a uno yoga ‘ascetico’ dominante in tutta la ben nota tradizione dello Haṭha-yoga.

        Nel tuo libro non risparmi connessioni con il pensiero e la poesia occidentale, da Platone a Bachelard, da Leopardi a Weil e Candiani. Sembra di intravedere che, sebbene l’idea di una philosophia perennis non goda più di grande popolarità, sia tuttavia possibile almeno trovare un terreno comune di dialogo, che vi sia un referente comune, per quanto per sua natura ineffabile, che altri, altrove, hanno intuito con formulazioni diverse. Cosa ne pensi?

        Già nel Vangelo di Giovanni – su cui si fonda tutta la tradizione mistica occidentale a seguire – il primato della vita in tutte le sue diverse accezioni è la matrice concreta della spiritualità nelle sue forme più elevate. È allora lecito riscoprire in contesti tra loro anche molto diversi, dalla poetica all’estetica fino alla prassi yogica o alla fenomenologia husserliana tratti di un filo comune che unisce il vasto campo delle esperienze umane. La percezione/emozione della nostra vitalità interna può essere considerato questo fil rouge.

        Eric Barét

        Nel tuo libro precedente, La dea che scorre, resoconto dei tuoi studi sul campo in Assam, accenni a un probabile contatto tra la tradizione tantrica indiana e quella taoista. In effetti, e non è solo una mia impressione, osservando la pratica e la gestualità di Eric Barét o di Nathalie Delay è difficile non notare un’affinità con il Qi Gong e con le arti marziali ‘interne’ (che del resto, mutatis mutandis, implicano un approccio intimamente tattile all’energia vitale), più che con le varie filiazioni dello Haṭha–yoga moderne e premoderne. Ho parlato di gestualità volutamente, in quanto sia in Barét che in Delay sembra quasi una forma di Qi Gong spontaneo. Cosa ne pensi?

        Fin dalla prima volta che incontrai lo yoga di Eric Baret dodici anni fa, mi resi conto che si trattava di uno yoga per così dire ‘prāṇico’, che lavorava essenzialmente un corpo fatto di calore vitale, respiro e spazio, relegando a un costrutto mentale il corpo denso, muscolare, generalmente considerato protagonista dello yoga più diffuso. Lavorare la dimensione energetica in una percezione del corpo allargata a comprendere tutta la vastità in cui il corpo è inscritto è una peculiarità dello yoga del Kaśmīr contemporaneo e senz’altro presenta notevoli affinità con il Qi gong tradizionale cinese, che io stessa ho avuto la fortuna di praticare in prima persona con un maestro taoista.

        In uno yoga siffatto l’āsana diventa una ‘forma senza forma’. Una forma che attraverso il silenzio e l’immobilità viva che la costituiscono, lascia che i suoi contorni scolorino fino ad abbracciare tutto lo spazio intorno. Scompare allora la percezione fisica della postura in cui si dimora e rimane soltanto ‘il soffio interno’, la calda e vibrante sensazione della vita in noi, che i kaśmīri chiamavano spanda e i taoisti Qi.

        Vorrei concludere con tre suggestioni che mi hanno suscitato la lettura del tuo libro. La prima è di un poeta a me molto caro, Yves Bonnefoy: “Ciò che non ha pace è ancora la pace”.
        La seconda è di un poeta a me ancora più caro, Milo De Angelis, che abbiamo intervistato qualche tempo fa proprio su questo sito: “L’infinito appare nel poco/come l’ultima nota di un grido/che si dilegua”.
        L’ultima suggestione viene dall’ultimo capitolo de Gli imperdonabili di Cristina Campo, intitolato guarda caso “Sensi soprannaturali”. L’ambito sembrerebbe essere proprio distante, infatti si parla di una supplica del mistico greco medievale Simeone Metafraste, ma anche per questo la connessione spicca in modo bruciante: “È perfettamente apparente […] come l’acquisizione dei sensi soprannaturali importi l’oblazione dei naturali: questi gettati in quelli, accesi e consumati in quelli, come le resine preziose nella mischianza del santo crisma. […] Che si possa parlare qui di repressione o di sublimazione è degradante al solo ricordo, e persino una parola del tutto canonica, mortificazione, appare in qualche modo mortificante.”

        Bellissime le tre suggestioni che riporti nella tua ultima domanda.
        ‘Ciò che non ha pace è ancora la pace’ mi ricorda una mattina in Kaśmīr, quando arrivai completamente fradicia alla piccola casa del maestro, in fondo al villaggio. Una tempesta di pioggia mi aveva sorpreso sulla strada fangosa e al mio arrivo venni scaldata e rifocillata con latte caldo. Quindi il maestro mi scrisse queste poche parole su un pezzo di carta: ‘Non c’è pace senza intensità’. In questa breve frase c’è una bella sintesi della visione non duale. La pace può essere assaporata in ogni cosa o situazione, anche in mezzo al freddo di una tempesta di pioggia, anche in mezzo alla ‘non pace’. La pace è intensità.

        La quiete è sempre qualcosa di vivo, vibrante come un cuore che batte. In mezzo a quel battito si può dimorare, indisturbati, in āsana.

        E allora l’infinito ‘appare nel poco….” per riprendere le parole di Milo De Angelis. In una forma circoscritta – l’āsana appunto – custodita in un corpo immobile, si può avere la percezione dell’immensità di ogni cosa, che si estende ben oltre il nostro limitato orizzonte ordinario.

        E a proposito di ‘sensi sovrannaturali’, questa è proprio l’indicazione dello śivaismo kaśmīro. Lo yogin fermo in āsana, dopo aver assaporato pienamente la realtà con tutti i sensi dispiegati, accede a una conoscenza non più sensoriale o forse ‘ultra-sensoriale’. Arriva a intuire l’essenza luminosa e cosciente delle cose, la loro intima bellezza, gratuita e svincolata da giudizi, pregiudizi e conclusioni della mente intellettuale, senza dover più ricorrere ai sensi, ma sviluppando un presentimento, un sentore spirituale. Attraverso l’arte o il rito dello yoga si arriva a presentire, gustandolo, ciò che non è altrimenti conoscibile, poiché ben al di là del nostro campo esperienziale.


        Piccola nota finale

        Non potevamo ovviamente approfondire qui l’argomento per ragioni di spazio e di tempo, ma anche il precedente libro di Gioia Lussana merita di essere menzionato: La dea che scorre. La matrice femminile dello yoga tantrico, che come accennato più esplora sul campo l’antichissimo culto della dea Kāmākhyā in Assam, tutt’oggi vivo, da cui emergono elementi molto arcaici del fenomeno tantrico che possono contribuire ad allargare ulteriormente gli orizzonti sullo yoga stesso.

        Note[+]

        Note
        ↑1 R Torella, “Abhinavagupta’s Attitude towards Yoga” in Journal of the American Oriental Society 139.3 (2019)
        Leggi

        Archiviato in:Articoli, interviste, Yoga Contrassegnato con: asana, Cristopher Wallis, Eric Baret, Gioia Lussana, hathayoga, Milo De Angelis, qi gong, tantra, yoga, yoga Novara, yoga per cominciare, Yves Bonnefoy

        YOGASANA 3: la pratica in presenza di patologie

        12 Luglio 2021 by Zénon

        Stage per insegnanti e praticanti – settembre-novembre 2021


        Dolore lombare, dolore cervicale, osteoartrosi, disturbi del pavimento pelvico e patologie della spalla, ansia: cosa sono, quali problematiche mediche possono nascondere e come affrontarli con lo yoga con le dovute precauzioni ma soprattutto con l’ascolto.

        Come interagisce lo yoga con le patologie più comuni? E come affrontare le patologie più comuni con un approccio yogico? In questo nuovo ciclo di seminari analizzeremo dal punto di vista medico sei problematiche, sei diverse ‘particolarità’ che attraverso lo yoga potremo imparare a contestualizzare.

        Ma non solo: ogni ‘particolarità’ sarà l’occasione per scoprire aspetti del nostro funzionamento che altrimenti non avremmo mai avuto l’occasione di considerare.

        Sarà in quest’ottica che analizzeremo le possibili soluzioni e le tecniche utili per migliorare il benessere anche in presenza di patologie, non dimenticando mai che lo yoga non sta nella tecnica, ma nell’ascolto che la tecnica occasionalmente può favorire.


        in presenza e via Zoom

        Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a un mese dal termine del corso

        Il programma

        Tutti i seminari dureranno circa due ore. Si terranno in sala e contemporaneamente su Zoom, ma potranno essere seguiti anche in differita. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

        Nota: i posti in sala sono fino a esaurimento della capienza.

        Ansia

        Giovedì 16 settembre ore 19.10

        Può apparire strano che un ciclo dedicato a problematiche decisamente fisiche inizi con un tema di carattere psicologico. Lo yoga però insegna che non c’è perturbazione della mente che non si faccia corpo, e l’ansia – argomento di estrema attualità – è il perfetto esempio di come il rimuginio e la mancanza di tranquillità renda precario anche l’equilibrio fisico amplificando problematiche preesistenti e creandone di nuove.
        Ma l’ansia è un tema di pertinenza yogica esemplare anche per un altro motivo: un elemento che fa parte delle molteplici emozioni della vita si trasforma in patologia quando diventa la nota dominante che detta ogni pensiero e ogni azione.
        L’approccio yogico, quindi, ben lungi dalla pretesa di cancellare o combattere l’ansia, prevede anzi di accoglierla e di ricontestualizzarla, imparando a sostituire l’ascolto alle reazioni scomposte.


        Disturbi del pavimento pelvico

        Giovedì 30 settembre ore 19.10

        Per una donna, spesso la scoperta del pavimento pelvico arriva con una gravidanza e con il recupero post parto. Ma il pavimento pelvico, le sue debolezze e le conseguenze della mancata percezione di quest’area sono un argomento che riguarda non solo chi ha affrontato una gestazione e non solo il sesso femminile. Il suo ruolo è centrale sia sul piano fisiologico, sia su quello motorio e su quello psicologico, come vero e proprio fondamento della stabilità mente/corpo. Con l’aiuto di Erika Pizzo, la nostra insegnante esperta di yoga in gravidanza e post parto, approfondiremo le implicazioni che i disturbi del piano pelvico possono avere nella vita di tutti i giorni e come lo yoga possa aiutare prima a percepire, poi ad agire quest’area.


        Patologie articolari: osteoartrosi

        Giovedì 14 ottobre ore 19.10

        Il dolore e la perdita di mobilità – dovute all’età e ad altri fattori che analizzeremo – ci richiama all’estrema importanza delle articolazioni, che dovrebbero ricevere molta più attenzione a prescindere dall’insorgere di problematiche quali appunto l’osteoartrosi, tema principale di questo seminario.
        Lo yoga, almeno nella sua versione posturale più ‘performante’, sembrerebbe aver posto l’accento più sull’allungamento della muscolatura che sulle articolazioni, tuttavia è proprio grazie all’attenzione a queste ultime che la pratica degli asana può fare un salto di qualità e a contribuire non solo alla salute e alla funzionalità delle articolazioni, migliorando la qualità della vita di chi soffre di osteoartrosi, ma anche – come approfondiremo – produrre significativi miglioramenti sul piano della concentrazione.


        Dolore lombare

        Giovedì 28 ottobre ore 19.10

        Alla domanda “Hai qualche problema fisico?” una delle risposte più frequenti riguarda sicuramente il dolore lombare, assieme a quello cervicale (che tratteremo nel seminario successivo), i classici “ho il mal di schiena” e “ho la cervicale”. Queste affermazioni sono ‘contenitori’ in cui si celano però problematiche molto varie e di diversa importanza, alcune risolvibili modificando le abitudini posturali, altre riconducibili a patologie più complesse da considerare con maggiore attenzione.
        Per quanto riguarda il dolore lombare, analizzeremo le possibili cause e le implicazioni: quali precauzioni adottare nella pratica dello yoga e come una pratica attenta può migliorare le condizioni e, nel caso, stabilire una pacifica convivenza con il disturbo.


        Dolore cervicale

        Giovedì 11 novembre ore 19.10

        Cosa si cela dietro l’affermazione “Ho la cervicale”?
        Dalle implicazioni di una vita sedentaria alle conseguenze di eventi traumatici o di un allenamento scorretto, dalla malocclusione dentale alle patologie della colonna vertebrale e a quelle dell’apparato digerente, le cause possono essere molte. Gli effetti non sono meno insidiosi, dal dolore e perdita di funzionalità muscolo-scheletrica ai problemi a livello del sistema nervoso.
        Ancora una volta, lo yoga ci servirà in primo luogo per smascherare le pose psico-corporee che influiscono sul dolore cervicale (o che ne derivano come protezione), per poter poi affrontare una pratica corporea adeguata ed efficace, con la sicurezza che soltanto un ascolto vero può dare.


        La spalla: patologie comuni

        Giovedì 25 novembre ore 19.10

        La spalla è una struttura molto poco conosciuta e molto poco compresa e nella sua complessità e nella sua delicatezza. In questo seminario approfondiremo l’anatomia e la biomeccanica di quest’area che contiene almeno due importanti articolazioni e delle possibili patologie che si traducono in instabilità, dolore e limitazioni della funzionalità.
        Dal punto di vista più prettamente yogico, approfondiremo le implicazioni nelle esecuzioni degli asana e soprattutto nel complesso del corpo, imparando a prenderci cura delle spalle e a osservare le loro implicazioni nella mobilità dell’intero corpo. Senza tralasciare la relazione tra le spalle e la tensione emotiva che spesso questa regione accumula.



        In ogni modulo si parlerà di…

        Corsi di Yoga a Novara

        Principi di anatomo-fisiologia e biomeccanica

        • Principi base: movimenti articolari, gruppi muscolari coinvolti
        • Adattamenti alle diverse costituzioni e in presenza di patologie
        • Cosa fare se l’allievo è in fase riabilitativa o post–riabilitativa

        Teoria e pratica del corpo energetico

        • L’asana e il corpo energetico secondo la tradizione yogica 
        • Analisi dell’asana secondo la Medicina Tradizionale Cinese

        Dimensione pratico-esperienziale

        • Modulare l’approccio: il rapporto tra ‘pretesa’ e possibilità, tra asana come fine o come mezzo
        • Precauzioni e attenzioni nella pratica in presenza di patologie  
        • Come modificare le pratiche in base alle condizioni dell’allievo
        • Esempi pratici
        • Domande e risposte dei partecipanti


        I docenti

        Marco Invernizzi

        Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
        Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

          Francesco Vignotto

          Insegnante di yoga presso Zénon.

            Erika Pizzo

            Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, Qi Gong e allenamento funzionale presso Zénon.

              Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

              Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 6 seminari) è di 250€. Per chi si iscrive entro il 25 agosto – versando la quota – il prezzo è agevolato a 220€.

              Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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              Cosa significa ‘fare un passo oltre’ nello yoga?

              12 Ottobre 2020 by Francesco Vignotto 1 commento

              La vostra benedizione è conoscere
              che pure il desiderio del paradiso è servile.
              Il gioco è divino perché non c’è nessuna promessa
              o speranza di guadagno. (…)
              La vostra libertà è conoscere
              che ogni méta di vittoria, ogni aspettazione di applauso
              è servile.
              La vostra bellezza non si vergogna degli abbasso né degli sputi. Altro, altro è il suo pudore.
              E la vostra grazia senza paragone, ultima,
              è che la vostra bellezza
              NON VI RIGUARDA

              Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini

              Una partecipante al seminario Yogāsana dedicato alla postura seduta ci ha inoltrato una domanda molto interessante che, oltre a meritare una risposta in privata sede, offre lo spunto per una riflessione generale per le implicazioni che contiene. La domanda era in sintesi questa: “Ha senso che io perseveri nel praticare la posizione del loto sebbene persista uno stato di tensione molto forte? Devo fare un passo oltre il mio disagio, come spesso mi è stato detto, e mantenerla?” Nello specifico, la persona indicava due passate patologie articolari, la cui memoria potrebbe ragionevolmente influire sul disagio sperimentato in padmāsana e alimentare giustificati timori che la posizione possa esserle dannosa. 

              Il primo livello della risposta è riferito proprio al tema del seminario, ovvero, trovare la posizione seduta nel senso probabilmente etimologico della parola āsana, ovvero un “seggio” in cui il corpo possa essere sufficientemente “stabile e comodo” per la pratica prolungata del prāṇāyāma e della meditazione. A questo livello, sebbene ogni āsana seduto abbia delle sue specificità, vale, a nostro parere, il principio del good enough: se la posizione mi permette di avere la colonna vertebrale eretta senza eccessivo sforzo ed è sostenibile per un periodo prolungato, non c’è ragione perché io scelga un opzione più difficile che invece mi impedirebbe di dedicarmi all’ascolto del respiro e della mente.

              Da un punto di vista invece prettamente posturale (e siamo al secondo livello, non necessariamente subordinato al primo), ogni āsana, esplorando la mobilità del corpo e portando alla luce limitazioni altrimenti implicite, è un laboratorio che crea le condizioni, tra le altre cose, per una buona e prolungata postura seduta. Del resto, la differenza nel ‘come’ si sta – fisicamente e mentalmente – nella posizione seduta all’inizio e alla fine di una sessione è una buona cartina tornasole della bontà del lavoro svolto.

              Buddha seduto nel loto, periodo Edo, XVIII secolo. Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone, Genova.

              Per cui ben vengano anche posizioni che possono sollevare difficoltà, ma bisogna affrontarle cum grano salis e con la consapevolezza che la meta finale (la posizione compiuta) è solo un catalizzatore, una direzione inizialmente necessaria, di cui occorrerà disfarsi a un certo punto, e non è detto che il momento dello scarto coinciderà con la sua realizzazione fisica.

              Un giorno, forse nemmeno tanto lontano, ci potremmo accorgere sedendoci che non abbiamo bisogno di altro; allora saremo liberi di restare, oppure di vivere la pratica dei diversi āsana non più come un tentativo di rimediare a qualcosa che non va, ma come un gioco: senza scopo.

              E qui occorre discernere tra la vita reale e gli how to di Instagram (if you want this… you have to do this…), dove sembra che chiunque possa fare qualsiasi posizione a patto che sia disposto a rovinarsi le articolazioni contro i muri, e dove prevale la motivazione alla conquista invece che l’aspirazione alla comprensione: nel primo caso, il corpo interessa solo nella misura in cui posso soggiogarlo strumentalmente, nel secondo il corpo è un territorio tutto da scoprire.

              Nello specifico, il loto può essere alla portata di molti ma non di tutti: l’età, la conformazione e lo stato di salute di articolare – solo per citare i principali fattori – dovrebbero indurre a una valutazione dell’opportunità di praticarlo, perlomeno nella forma completa. E anche tra coloro che riusciranno a praticarlo, non tutti saranno in grado di farne un āsana stabile e comodo per la pratica meditativa.

              Queste eventualità però non sono in alcun modo da intendere come menomazioni fisiche, né tantomeno come limitazioni delle possibilità nello yoga (equazione spesso inconsciamente tramandata tra generazioni di praticanti). E qui dovremmo considerare che anche coloro che sono abili in āsana molto complessi e spettacolari hanno spesso una ‘bestia nera’ (a volte catalogabile come posizione di livello base) che rimarrà per sempre fuori dalla loro portata. La domanda, insomma, non è tanto come fare con il mio corpo che si nega al loto, bensì: che cosa possono dirmi padmāsana e i percorsi che costeggiano padmāsana?

              Anche se il loto non è fra le nostre possibilità, in effetti, possiamo comunque ‘lavorarci attorno’ esplorando e migliorando la mobilità del bacino in relazione alle nostre gambe e alla colonna, attraverso posizioni parziali e collaterali. Ma non deve mai essere trascurato il lavoro globale (in cui non mancherà mai il respiro e l’attenzione al rilassamento) anche su aree e aspetti apparentemente irrelati. Non sta tanto allo yoga decodificare le interrelazioni corporee, quanto degrammaticalizzarle: una palpebra che casualmente si rilassa potrebbe veramente produrre una rivoluzione silenziosa nel cingolo pelvico ben più che tanti esercizi mirati (l’esempio è puramente casuale).

              E proprio qui veniamo al terzo livello della risposta, che sintetizza gli altri due, ovvero il fare un passo oltre la propria condizione di disagio, di cui occorre mettere in questione il senso, ossia, appunto, la direzione. Perché, per fare un passo oltre, bisogna esser consapevoli che non sappiamo realmente dove, in quell’esatto momento, stia l’oltre, e non necessariamente lo troveremo nella stessa direzione di ieri.

              Il limite della tecnica è che c’è sempre qualcuno che fa qualcosa, e fatta quella posizione ne farà un’altra e un’altra ancora, senza alcuna soluzione di continuità; per quanto sia una fase necessaria, occorre appunto fare un passo oltre e cogliere l’occasione per mettere in discussione il rapporto soggetto-oggetto.

              Rimanere in una posizione nonostante vi siano impulsi centrifughi che ostacolano un adattamento può essere una scelta molto nobile oppure molto ottusa, a seconda delle circostanze e delle attitudini di ognuno. È una scelta di disponibilità quando, nonostante le prime impressioni, si sceglie di stare a osservare l’evolversi della situazione: in questo caso già il presunto soggetto cede sulla propria presunta centralità; è espressione egoica di ottusità, invece, quando esprime un rapporto meramente strumentale nei confronti del proprio corpo.

              Ancora più irragionevole è la convinzione – assai diffusa nel recente passato – che perseverando nonostante nel tempo non vi siano segni di allentamento, apparirà all’improvviso una luce in fondo al tunnel.

              La mia personale esperienza mi dice che dal resistere resistere resistere deve maturare un atteggiamento diverso (e ho sotto gli occhi quasi ogni giorno tensioni affrontate a muso duro a fine pratica tornano esattamente come prima), ossia ammettere che il vero problema è nei presupposti e il vero passo avanti a volte è retrocedere alla ricerca del punto di origine di quella tensione. (Che quel punto di origine si smarrirà nel nulla, e la tensione si troverà a non avere più alcun appoggio, come una radice nell’aria, è e non è un altro discorso).

              Ramana Maharshi

              Spesso non si tratta di una rinuncia alla posizione, ma di una revisione di come (e a volte perché) la si prende e – siccome molto spesso l’origine è ben anteriore – del terreno su cui vorremmo praticare acrobazie: è la pratica dell’āsana che porta al rilassamento o è il rilassamento necessario alla presa della postura? Come spesso accade, una buona domanda aperta vale più di una risposta definitiva.

              Occorre dirlo: a nessuno sono preclusi i fiori della pratica perché non è riuscito a stare sulla testa o nello scorpione, o del loto. Certo, provarci ha un senso, però insistere oltre ogni ragionevolezza nel voler conquistare una postura esteriore è spesso un modo per reprimere lo sbocciare di quello che la posizione poteva dirci.

              E siccome lo yoga – lo ripetiamo – non sta nella meta della posizione compiuta, ma in ogni fase del processo intero, anche la ‘preparazione’ stessa, o una forma parziale della posizione, potrebbe essere la miccia per quello slittamento di coscienza (ricordiamoci: chi vorrebbe fare cosa?) che nella posizione ‘dura e pura’ sarebbe impedito dall’eccesso di sforzo.

              La vera domanda, alla fine, è: ci interessa lo yoga oppure il guscio entro cui ci è stato servito?

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              Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento

              14 Maggio 2019 by Francesco Vignotto Lascia un commento


              Il rilassamento è un tema di interesse universale. Chiunque desidera abbandonare lo sforzo, anche i più stacanovisti cultori della fatica e persino i più masochisti seguaci di Wim Hof. Perché superata la china ci sarà la discesa, e non sarà la stessa discesa di chi vi è arrivato a bordo del suo Suv.

              Si parla spesso di uscire dalla zona di conforto, ma se a qualcuno viene in mente di abbandonare la comodità e le false certezze è per trovare una tranquillità più autentica, un luogo dove deporre le armi; che per alcuni questo luogo possa trovarsi proprio nel mezzo della mischia, ci fa presentire che la questione è meno scontata di quanto sembrerebbe.

              Da questo punto di vista, dunque, il rilassamento assomiglia al mito di Sisifo capovolto, ma non troppo: perché non desidero altro che far cadere a valle quel macigno; eppure, non passerà molto tempo che dovrò spingerlo di nuovo faticosamente a monte, perché, per un altro curioso paradosso, sprofondare nell’inerzia è tutt’altro che acquietante.

              Può capitare che un giorno l’immagine di questo saliscendi appaia in tuta la sua comicità. E si desideri un abbandono definitivo. Ma in realtà, quel rilassamento ultimo che cerchiamo, quella tranquillità definitiva, non si trova più a valle e non si raggiunge prendendo la rincorsa più a monte: è al di là della quiete e dello sforzo, nonostante spesso sia necessario quest’ultimo per trovarlo.

              Non dobbiamo illuderci però di possedere la tranquillità fondamentale una volta per tutte, soprattutto se ‘facciamo yoga’, che è un ottimo strumento di indagine, ma può anche diventare il tappeto sotto cui nascondere una polveriera pronta ad esplodere.

              A questo proposito, tra i commenti a un articolo precedente, qualcuno raccontò che durante un seminario di yoga, mentre si trovava nella posizione distesa, l’insegnante gli si accostò urlandogli nell’orecchio: “TI DEVI RI-LA-SSA-RE!”. L’aneddoto non è soltanto tragicomico, perché noi tutti finiamo per introiettare quel maestro urlante, il volume della cui voce è proporzionale alla nostra impotenza.

              Con lo yoga in un certo senso abbiamo perso l’innocenza, perché cominciamo a sentire un po’ più in dettaglio il corpo, e a sentire come piccole e grandi tensioni, piccole e grandi dissonanze permangono pressoché sempre – e chissà quanto l’ascolto stesso, ineducato alla passività, non contribuisca al loro alimento.

              Siccome è facile concludere che la tensione è ‘cattiva’ e che il rilassamento è ‘buono’, potremmo struggerci perché non riusciamo a ‘lasciar andare’ se non a singhiozzi e contraccolpi (ma è anche facile addormentarsi in un reame ovattato dove non esistono attriti, niente giudizio, un giardino personale ben sigillato e sterile).

              Purtroppo, o per fortuna, il rilassamento non può essere trasformato in un numero da circo. Occorre accettare il paradosso della volontà: l’inaspettato arriva, perlopiù non riconosciuto, quando l’ultimo membro del comitato di accoglienza ha abbandonato il presidio.

              Proviamo allora a risalire ancora più a monte. Come abbiamo accennato in apertura, il rilassamento non implica necessariamente che si eviti lo sforzo, né la stravagante ricerca di una passività totale dei corpo, che oltre a essere vana e poco funzionale espone anche al rischio di procurarsi dei seri grattacapi.

              Siccome poi abbiamo perso l’innocenza, occorre accettare il fatto compiuto. Ovvero: sentire fino in fondo, senza respingerla, la tensione in esubero nel compiere un movimento, nello stare in una posizione, anche nel respirare e nel pensare. A ben vedere, non è necessario nemmeno che abbandoniamo quella tensione, perché qui si imporrebbe il ‘come’ e il rimedio potrebbe essere peggio del problema: come faccio a ‘fare’ il ‘non fare’? Per questo è così facile iniziare a fumare o a mangiare in eccesso, e così difficile decidere di non farlo più.

              Il rilassamento è nel privilegio dell’ascolto stesso. Se posso ascoltare, sono seduto comodamente anche se sto fuggendo a gambe levate da una belva feroce, c’è spazio sufficiente per contemplare quella esuberanza, quella sovra-reattività: sentire ciò che non voglio sentire, sentire il mio stesso non voler sentire! Voler essere rilassati, così come voler dimagrire o voler trovare l’anima gemella, è un altro modo per non sentire, per proiettarsi sulla circonferenza del pallone evitando accuratamente il centro.

              Ascolto, invece, e ciò che sento non è il corpo, ma la sua corazza reattiva, l’orbita del respingere e dell’afferrare al di là della circostanza e di quanto richieda la circostanza. Buco il foglio, per scrivere il mio nome. ‘Spingo via’ il pavimento con le gambe. La mia mascella si serra, la gola, le stesse narici, che dovrebbero filtrare l’aria, più spesso ne ostruiscono il passaggio. La mia parete addominale allenata al prendere e lasciare il respiro finisce per anticiparne gli schemi. Sento, ma non considero questo corpo reattivo ‘altro’ da un corpo che non c’è, che non sento.

              Bisogna voler bene alle nostre tensioni, è tutto ciò che abbiamo.

              È importante lasciare l’interpretazione al terapeuta o allo psicologo, il cui indispensabile mestiere non ci compete – e con cui anzi potremmo cooperare meglio facendo ‘il nostro’. Perché le interpretazioni aggiungono spessore, e in realtà le tensioni sono stabili solo finché le riteniamo tali.

              Quando la tensione ‘si rilascia’, si rilascia appunto: non c’è qualcuno ad abbandonarla. Per questo, quando avviene, è straniante. C’era qualcuno a tenerla, non c’è nessuno a lasciarla.

              Ciò significa anche che, quando la tensione non ‘si rilascia’, non c’è fallo, nessun rimorso, nessuna conseguenza. Insistere nel volere, nel tentare, significa che c’è ancora qualcuno. Qualcuno che ancora non si arrende all’evidenza che sentire la gamba contratta è sentirla per la prima volta davvero; e all’evidenza ultima, allo scacco matto di tutti i corpo-a-corpo: la constatazione che non può essere altrimenti. Non esiste qualcosa come il silenzio, almeno se lo cerchiamo tra le cose e non attraverso le cose. 

              Il fatto è che il corpo, così come tratteggiato nei libri di anatomia, una volta caduta la tensione per forze di causa maggiore, non c’è. Questo non è l’omega ma l’alfa, lo spazio non più del pensiero lineare ma dell’intuizione, la dimensione fuori dall’ordinario con cui lo yoga non dovrebbe mai perdere il contatto.

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