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Zénon

Yoga e gravidanza: quando e perché incominciare?

11 Marzo 2016 by Zénon 1 commento


Quando?

Una delle domande più frequenti sullo Yoga in gravidanza, forse prima ancora del perché farlo, è quando incominciare a farlo. La domanda è legittima principalmente per le preoccupazioni legate al delicato periodo delle prime 12 settimane, oltre a frequenti malesseri che accompagnano spesso questo periodo di adattamento fisico e psicologico alla nuova condizione.

Da un lato abbiamo la giusta cautela che la situazione richiede, dall’altra la necessità della gestante di non abbandonare qualsiasi attività ma semmai di svolgerne di adatte e orientate alla gravidanza. Dobbiamo infatti tener conto che i cambiamenti a cui la donna sarà sottoposta, se non bilanciati da un esercizio costante, non solo rischiano di compromettere sempre di più la forma fisica, ma – come abbiamo già visto – anche di incorrere in spiacevoli inconvenienti durante e dopo il parto, soprattutto per quanto riguarda l’area pelvica.

Lo Yoga contiene una serie innumerevole di strumenti adatti o adattabili alla gravidanza che hanno il vantaggio di non essere prettamente esercizi fisici, ma di mettere in contatto il corpo con lo stato psichico. In assenza di particolari problemi – e quindi previa consultazione del proprio ginecologo – è possibile in linea generale praticare questa attività durante tutto l’arco della gravidanza. Ci permettiamo però alcune puntualizzazioni:

  • Chi già praticava yoga prima della gravidanza non è obbligata ad abbandonare la pratica nelle prime dodici settimane, durante le quali andranno osservate alcune precauzioni, ma anzi può trarre maggior beneficio dalla continuità invece che da un’interruzione; per quanto ci riguarda, durante questo periodo a volte permettiamo alle gestanti con una sufficiente esperienza di frequentare  anche le normali lezioni di yoga, naturalmente dedicando loro una particolare attenzione e dopo averle istruite sulle precauzioni da adottare. Nel periodo successivo, tuttavia, le orientiamo nei corsi specifici per la gravidanza.
  • Chi non ha mai praticato yoga può cominciare in qualsiasi momento, perché lo yoga può trovare un ruolo in ogni fase della gravidanza, ma deve anche decidere in base al proprio stato di benessere, alla propria sensibilità e non ultima alla propria disponibilità di tempo, perché sappiamo che ci sono in gioco molti fattori. Come ripetiamo spesso, lo yoga implica una scelta consapevole di dedicarvi del tempo. Svolto senza costanza non produce benefici, ma anzi può essere dannoso.

In linea di principio, tuttavia, ci sentiamo di consigliare di non attendere a gravidanza troppo inoltrata. Certo, lo yoga può essere intrapreso anche al settimo o all’ottavo mese, tuttavia ci sono due limitazioni:

  • La prima è che gli effetti della pratica sono normalmente ridotti, perché manca la giusta preparazione;
  • La seconda è che non sempre la forma fisica della gestante le permette di essere inserita in un lavoro collettivo (e in ciò influisce sia la forma fisica precedente alla gravidanza, sia come è stata affrontata, sia il fatto che ogni fisico reagisce in modo diverso alla gravidanza) o perlomeno richiede un lavoro molto specifico e più difficoltoso, che a ridosso del parto potrebbe anzi essere di scarso aiuto.

Perché scegliere (o non scegliere) lo yoga in gravidanza

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Per le neofite, occorre sempre valutare se lo yoga è realmente ciò che vogliono. 

Lo yoga è un’attività che differisce da altre in quanto si pratica principalmente in silenzio, trasferendo gradualmente la propria attenzione all’interno: il proprio corpo (percepito “da dentro” come impressioni derivate dalla propriocezione, dalle modificazioni delle cavità interne, dall’attività dei vari organi), il proprio respiro, l’osservazione dei pensieri sono un mezzo per disidentificarsi da preoccupazioni, ossessioni e distrazioni che poco hanno a che fare in realtà con noi stessi. Questo, molto più che il “cosa” si fa durante le lezioni, è ciò che definisce lo yoga.

Questa vigilanza viene mantenuta in modo rilassato anche durante la pratica fisica ed è ottima per sintonizzarsi su un evento che ci richiama alla nostra natura in un mondo che si è allontanato parecchio dalla natura. Ma anche per questo, come abbiamo già detto, non è per tutti: molte persone si sentono a proprio agio in questo ambiente, mentre altre preferiscono circostanza più movimentate.

A patto di questo impegno, tuttavia, i benefici sono molti. Una ricerca del 2014  ha dimostrato l’efficacia della pratica dello yoga nella riduzione dell’ansia – soprattutto nei confronti del parto – che spesso è associata alla purtroppo molto diffusa depressione nel post parto.

Un’analisi sistematica della letteratura medica sullo Yoga durante la gravidanza ha dato i seguenti risultati:

Tra le scoperte significative degli studi randomizzati vi sono un aumento del peso del neonato, minore incidenza di complicazioni nella gravidanza, minor durata del travaglio e minor dolore tra le praticanti di yoga. Tra le scoperte significative degli studi non randomizzati e qualitativi vi sono la diminuzione del dolore, la miglior qualità del sonno, l’incremento della confidenza materna e il miglioramento delle relazioni interpersonali tra le gestanti che praticano yoga.

Ovviamente, come abbiamo evidenziato altrove, ciò non deve alimentare l’aspettativa di “essere all’altezza” della gravidanza o di avere un “parto perfetto”, ma anzi permette di accettare e assecondare i cambiamenti, ognuno con la propria dose di aspetti piacevoli e di aspetti spiacevoli, cercando di minimizzare questi ultimi ma accettando entrambi con equanimità.

Cosa deve offrire lo yoga

Teniamo presente che lo yoga durante la gravidanza offre, o perlomeno dovrebbe offrire, tre elementi, che sono interconnessi.

1. La preparazione fisica

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L’espansione dell’utero durante la gravidanza

Il lavoro sul corpo garantisce l’elasticità necessaria e prepara ad affrontare il notevole carico che col proseguire della gravidanza il fisico dovrà supportare. La pratica delle āsana, come abbiamo visto, differisce dal normale esercizio fisico in quanto lavora sull’allungamento e il rilassamento dello sforzo, donando una sensazione di leggerezza alle membra, di maggior stabilità e minore sforzo.

Grazie a queste caratteristiche, negli ultimi tempi alcuni studi hanno dimostrato che anche alcune posizioni sulla cui sicurezza vi erano dei dubbi possano in realtà essere eseguite senza problemi. Naturalmente la pratica delle āsana dovrà essere selezionata e adattata a seconda dello stadio della gravidanza e della capacità della gestante.

Le famigerate āsana non sono tuttavia gli unici mezzi utili sotto questo aspetto. Nello yoga vi è una importante serie di tecniche che coinvolgono a livello neuromuscolare l’area pelvica, che come abbiamo visto deve essere preparata non solo al parto, ma prima ancora a supportare durante tutta la gestazione il peso crescente del feto e prevenire alcuni inconvenienti comuni come le problematiche emorroidarie. Queste tecniche comprendono mudra e bandha quali mula bandha, ashwini e sahajoli mudra, che coinvolgono rispettivamente l’area perineale, quella dello sfintere anale e quella genitale.

2. La pratica respiratoria

Contrariamente a quanto si tende a credere (e alla percezione delle stesse gestanti), durante la gravidanza la quantità di aria respirata aumenta in termini di profondità del respiro, per soddisfare il fabbisogno di ossigeno del feto (che ancora non respira) e della placenta. Tuttavia, questa aumentata capacità è accompagnata da un senso di “fiato corto” dovuto principalmente alla progressiva compressione del degli organi e delle cavità interne, oltre che all’aumento di peso. Lo yoga in questo periodo deve aiutare in modo molto naturale a riconnettersi con la propria respirazione profonda, in associazione con movimenti mirati e la pratica delle āsana, recuperando spazio per il respiro.

Alcune tecniche di prāṇāyāma, come l’ujjay, brahmari e nadi shodana, se insegnate assieme a una corretta respirazione diaframmatica e toracica, hanno un notevole effetto calmante e bilanciano l’eccesso di calore che accompagna spesso la gravidanza. Assieme ad altre tecniche con effetto energizzante, possono essere utili durante il travaglio, indipendentemente dal fatto che la madre le metta in atto in modo consapevole.

Come teniamo spesso a sottolineare, il ruolo dello yoga in gravidanza non è insegnare “cosa fare” nel momento del parto, ma “preparare il terreno” riarmonizzando il sistema nervoso autonomo e quindi le risposte inconsce che il nostro organismo mette in atto, le quali, soprattutto in momenti di così forte impatto emotivo e fisico, hanno un impatto ben maggiore su quelle consce.

3. Il rilassamento e la meditazione

Il rilassamento e la meditazione, nello yoga costituiscono una naturale conseguenza dei primi due punti ma  è anche un passo oltre di essi, in quanto implica il progressivo staccarsi dagli stimoli sensoriali esterni, e risulta fondamentale per recuperare le energie durante quelle fasi in cui la donna si sente particolarmente stanca e ansiosa. A tal proposito, lo Yoga Nidra, ad esempio, è una tecnica molto proficua.

Grazie a queste componenti, è possibile rilasciare le ansie e le preoccupazioni lasciandole emergere dall’inconscio senza analizzarle, osservandole con lo sguardo distaccato del testimone.

Gravidanza o “attesa del parto”?

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Alcune gestanti decidono di rivolgersi allo yoga solo nelle ultime settimane. Ci sia permesso di fare alcune osservazioni sul perché.

Nella nostra cultura, infatti, la gravidanza è spesso vissuta come una “attesa di”. Sappiamo che c’è stato un momento del concepimento e sappiamo che ci sarà il momento del parto, ma il lasso di tempo che intercorre è molto svilito se considerato solo come sala d’aspetto.

Questa cultura, che spesso la donna subisce alimentata anche dalla umanissima tendenza a procrastinare, la porta a vivere questo periodo semplicemente in funzione del parto. Spesso, comincia a preoccuparsene solo quando i segnali diventano stringenti. Un po’ come se sapesse di dover prendere un aereo per andare in un paese esotico, vivendo tutto esclusivamente in programma della futura partenza.

Il fatto è che non ci si accorge di aver già preso quell’aereo: la vita non cambia dal momento del parto, ma è già cambiata fin dal primo giorno della gravidanza. Gli eventi che cominciano a verificarsi portano la donna sempre più verso una dimensione profonda, con tratti primordiali, che poco si concilia con la vita quotidiana fatta di lavoro, impegni e doveri legati alle convenzioni comuni.

Lo Yoga dovrebbe innanzitutto aiutare a riconciliare queste due dimensioni in modo tale che non cozzino in maniera dannosa tra loro, anche accettando gradatamente che una delle due – quella della gravidanza – prevalga naturalmente sull’altra.

Quindi, a nostro parere, non esiste uno Yoga preparto, ma esiste uno yoga in gravidanza, che comprende sia la fase pre sia la delicata fase post, che spesso è una zona d’ombra di cui le stesse neo-madri hanno diverse remore a parlare. Non uno yoga finalizzato a un evento futuro, ma uno Yoga che aiuti a cogliere l’evento in atto e a sintonizzarci meglio con esso.

E alla domanda “quando iniziare” forse la risposta più corretta potrebbe sembrare leggermente indiretta: fai qualcosa per te adesso, non semplicemente in vista di qualcosa che non è ancora.

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Nello Yoga non ci sono clienti. E l’allievo non ha sempre ragione

8 Febbraio 2016 by Zénon Lascia un commento


Ovvero perché non tutti devono per forza dedicarsi allo Yoga (o al Tai Chi, o al Qi Gong), perché nessun luogo di insegnamento può essere adatto a tutti e perché anche gli insegnanti devono imparare a dire qualche volta di no, per il bene stesso degli allievi. 

Non è un paese per turisti

Approcciamo il discorso da un punto che riteniamo fondamentale: praticare Yoga, secondo noi, implica fare una scelta. Non per forza una scelta di vita o di fede (nello Yoga non è necessario credere in qualcosa), ma per lo meno di investire un po’ di tempo e andare oltre le impressioni superficiali.

Normalmente, noi non scegliamo: compriamo prima di scegliere, e spesso compriamo cose che nemmeno useremo, o che accumuleremo in un angolo della soffitta dopo averci giocato per qualche tempo, ma senza mai averne compreso la reale utilità. Così, dicono, si fa “girare l’economia”, ma non è così che funziona l’economia yogica, nella quale le cianfrusaglie esperienziali accumulate durante il turismo inconsapevole sono zavorre che alla lunga impediscono qualsiasi progresso: e questa è una dura realtà non solo per gli allievi, ma anche per gli insegnanti.

Anche per questo, come in ogni luogo, a Zénon ci sono delle regole. Una delle prime è che non facciamo lezioni singole a sconosciuti o abbonamenti “a ingressi”, cioè quelle formule tramite cui compri un tot di lezioni e le fai entro un orizzonte temporale illimitato.

Non ne facciamo perché senza un minimo di frequenza l’allievo rimarrebbe un principiante a vita e ciò sarebbe inutile e dannoso per lui, per i compagni di pratica e per il centro stesso, perché non si potrebbe nemmeno immaginare un percorso collettivo in cui le persone possono progredire col tempo.

Proprio per questo, riteniamo che in questi casi il dovere di un onesto insegnante sia invitare a riflettere su come si possa apprendere a suonare il piano partendo da zero con una lezione al mese e sapendo già di non avere la costanza (né gli strumenti) per esercitarsi nel frattempo da solo.

Naturalmente, in alcuni casi, arriva anche un momento in cui l’allievo dispone di strumenti e di sufficiente costanza per praticare anche da solo – ed è anzi è auspicabile che lo faccia. Ma questo discorso non può applicarsi a neofiti quali sono quasi tutti coloro che ci rivolgono richieste simili.

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Lo scorso anno fece qualche rumore la dichiarazione di uno Yoga Studio canadese, che decise di smettere di insegnare le posizioni capovolte e di proibire ai propri allievi di eseguirle nel centro al di fuori delle lezioni. Le motivazioni erano a nostro parere abbastanza discutibili: ad esempio, che i benefici effettivi di tali posizioni non superassero gli effetti collaterali; ma non è questa l’occasione di discuterne.

Tuttavia, dall’articolo che annunciava la decisione emergeva un particolare per noi determinante: che quasi tutte le lezioni in quello Studio seguivano la formula ‘drop-in‘ (ovvero, “a ingressi”); la responsabile dello studio ammetteva che nella maggior parte delle lezioni si trovava in sala persone che non frequentano regolarmente oltre a una certa quantità di perfetti sconosciuti. A queste condizioni, nemmeno noi insegneremmo posizioni capovolte – a dire il vero, non insegneremmo proprio nessuna posizione – ed è proprio per questo che rinunciamo volentieri alla pur redditizia formula del drop-in.

A ognuno il suo posto

Il caso degli abbonamenti ‘a ingressi’ e gli aneddoti riportati contengono secondo noi un insegnamento chiaro, che vale la pena contestualizzare all’ambito della nostra attività: più si allarga indiscriminatamente il proprio pubblico per motivi commerciali e/o di spirito ecumenico, più è necessario un livellamento verso il basso della proposta, e spesso nel tentativo di accontentare tutti si rischia di non accontentare nessuno, oltre a rendere del tutto irrilevante il proprio lavoro.

Lo Yoga – ma vale per tutte le pratiche – non può essere adatto a tutti. A maggior ragione, un particolare tipo di Yoga insegnato da un particolare insegnante non può essere adatto a tutti. Può esserlo a molti, ma non a tutti.

In alcuni centri di Yoga, convivono diversi insegnanti con diverse formazioni, si fanno molte attività diverse tra loro e  si insegnano tante discipline diverse, per allargare il proprio pubblico. Pur rispettando queste scelte, nel nostro centro preferiamo connotarci in modo piuttosto preciso per quanto riguarda l’insegnamento dello Yoga e delle altre pratiche, che devono riflettere la nostra sensibilità e la nostra esperienza personale; inoltre, non ci interessa fare di tutto semplicemente per fare audience, soprattutto se non ci convince (ad esempio, negli ultimi mesi abbiamo rifiutato una dozzina di proposte da parte di suonatori di campane tibetane).

Chi voglia farsi un’idea di come lavoriamo, è benvenuto a provare di persona. Un’altra regola di questo luogo è: devi sentirti in sintonia con quello che si fa, con chi lo fa e come lo si fa; se qualcosa stride, nessun problema: non è il luogo adatto a te.

Spesso però sembra esserci un argomento che psicologicamente sovrasta qualsiasi altro dato, ovvero l’argomento del cliente che paga e quindi ha sempre ragione, anche quando si trova in un ristorante giapponese ma vorrebbe una pizza. E questo è un grave errore in cui possono incappare sia l’insegnante, sia l’allievo. Per l’allievo, occorre comprendere che non può pretendere di piegare il luogo ad adattarsi a sé. Per l’insegnante, occorre svestirsi dei panni messianici e deporre la falsa coscienza di aver negato l’accesso alla salvezza a una povero peccatore.

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Immagine tratta da THE GREAT OOM: THE IMPROBABLE BIRTH OF YOGA IN AMERICA, di Robert Love

Per questo, ci riteniamo sollevati dall’obbligo di accogliere chiunque semplicemente perché è un allievo o un allieva in più che pagano una quota: riteniamo che non sarebbe rispettoso in primo luogo verso il potenziale allievo stesso, che considereremmo solo in quanto denaro sonante e non come essere umano che ha il diritto ad avere le proprie necessità e i propri tempi, magari distogliendolo da altre strade che potrebbe percorrere con molto maggiore profitto.

E, naturalmente, per il bene comune e onde ridurre al minimo gli episodi spiacevoli, non accogliamo o invitiamo ad andarsene coloro che si comportano in modo non compatibile con il luogo e con le attività insegnate.

Non ci riteniamo inoltre in obbligo di accogliere chiunque non prenda sul serio l’attività – consapevolmente o inconsapevolmente – a causa della malsana idea che lo Yoga sia “a prova di imbecille” e che quindi non sia degno nemmeno della minima attenzione necessaria in qualunque attività psicomotoria. Come abbiamo già ampiamente spiegato, se c’è una cosa sicura nello Yoga, è che non è sicuro; e tantomeno non esiste alcuna procedura sicura – ci dispiace molto per chi sostiene il contrario – a prescindere dalla consapevolezza e dalla presenza mentale del praticante, che deve essere responsabile di sé stesso.

Ora, non tutti hanno gli strumenti per valutare se quello che stanno facendo è adatto a sé: in questo caso, per il bene comune, ci riteniamo in dovere di aiutare a vedere le cose in modo più chiaro, anche invitando a prendersi pause di riflessione o a cercare altrove.

Non ci è in alcun modo possibile ricostruire un identikit dell’allievo ideale: i dati anagrafici, gli interessi, persino le caratteristiche psicofisiche sono per noi del tutto irrilevanti alla prova dei fatti. Chiunque, a qualunque età e in qualunque condizione, può trovarsi a proprio agio da noi, così come chiunque, per qualsiasi motivo che non deve nemmeno giustificare, può ritenere altrimenti. E lo stesso vale per le nostre decisioni.

Ma qui non ci sono clienti

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Il cliente non ha sempre ragione, soprattutto quando non ha ben chiaro cosa vuole e quando non lo chiede con il dovuto rispetto. Ma, a voler essere ancora più precisi, noi siamo convinti che nello Yoga non ci siano clienti.

Non solo perché nello Yoga nessun risultato può essere meccanicamente garantito e quindi venduto, ma anche perché il rapporto insegnante-allievo richiede un’assoluta schiettezza che non può essere subordinata ai compromessi inevitabili in cui si incorre nel rapporto fornitore-cliente.

Sappiamo di correre il rischio di essere considerati un po’ idealisti – o ipocriti, dai diffidenti – e sappiamo che il mondo ‘olistico’ è ormai un mercato in cui accaparrarsi più anime possibile con ogni mezzo, soprattutto con il massiccio uso di tecniche di manipolazione che poco si conciliano con l’intento dichiarato di rendere l’essere umano più libero e autonomo.

Eppure, fino al secolo scorso, chi volesse dedicarsi a queste discipline doveva sottoporsi a viaggi lunghi, incerti e pericolosi per trovare qualcuno che potesse insegnargli qualcosa. Qualcuno che poteva anche rifiutarsi di farlo, se non lo riteneva adatto e pronto; non necessariamente “all’altezza”, perché magari a quella particolare persona era destinata un altro tipo di insegnamento.

Non rimpiangiamo quei tempi, ma ci piace ancor meno l’estremo caso opposto, in cui per qualsiasi pratica (o, ancor peggio, non per lo strumento ma per il risultato finale) chiunque viene ritenuto pronto o adatto, purché versi una quota di partecipazione.

Noi rimaniamo convinti che, se scegliessimo di operare in un contesto simile, la transazione economica rimarrebbe l’unica forma di trasmissione che potremmo garantire.

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Canto Armonico/Presenza Armonica: tre brani e una spiegazione

17 Novembre 2015 by Zénon Lascia un commento


Pubblichiamo con piacere due estratti audio dal seminario di Canto Armonico – Presenza Armonica tenuto da Roberto Cerri il 15 novembre 2015, che riteniamo rappresentativi del lavoro svolto e del tipo di Canto Armonico proposto da Roberto. Le esecuzioni sono avvenute con il solo utilizzo delle voci dei partecipanti (che in tutto erano otto), senza l’ausilio di alcuno strumento musicale o effetto.

Oltre ai brani, abbiamo aggiunto alcune riflessioni su una domanda che ci viene posta di frequente soprattutto da esperti del settore, che vogliono sapere se durante questi seminari viene insegnata la tecnica “precisa” con cui “fare” gli armonici.

Intanto, per chi volesse farsi un’idea rapida, abbiamo preparato un condensato in pochi minuti di quello che è accaduto durante il seminario. Chi vuole approfondire, può proseguire oltre nell’articolo e ascoltare i brani completi.

Brano 1: M con armonici

Il primo brano è stato registrato durante la mattinata e le indicazioni di Roberto sottolineano e guidano l’esecuzione. Speriamo che queste indicazioni aiutino a rendere un’idea di come si articoli il lavoro. Da notare come, dopo la modulazione nella lettera M, il canto si apra con le vocali dispiegando tutta la sua carica di armonici verso il minuto 5:30.

http://zenon.it/wp-content/uploads/2015/11/02-M-con-armonici-tagliato.mp3

Brano 2: Suoni gravi

Il secondo brano è molto particolare. Nel secondo brano Roberto ha chiesto ai partecipanti di scavare nei suoni più gravi, generando un magma sonoro profondo da cui si risale infine verso i suoni più alti.

http://zenon.it/wp-content/uploads/2015/11/03-Nota-grave-con-armonici.mp3

Brano 3: Solo di Roberto Cerri

E infine, last but not least, una esecuzione a solo che Roberto Cerri ci ha voluto gentilmente regalare.

http://zenon.it/wp-content/uploads/2015/11/01-Solo-Roberto.mp3

Una domanda frequente: perché i tuvani non c’entrano e perché preferiamo il rilassamento allo sforzo

Intendersi a parole non è semplice. Ad esempio, spendiamo molte parole in approfondimenti per spiegare il Canto Armonico proposto da Roberto Cerri qui a Zénon; e per spiegare che gli armonici sono già presenti naturalmente nella voce (non è un’affermazione poetica, ma una legge ben conosciuta da chi ha un’infarinatura di teoria musicale1Vale la pena citare per una volta Wikipedia alla voce Armonici naturali: “Un suono prodotto da un corpo vibrante non è mai puro, ma è costituito da un amalgama in cui al suono fondamentale se ne aggiungono altri più acuti e meno intensi” ). Abbiamo speso anche numerose parole per spiegare che il vero lavoro è fare emergere tali suoni, invece di produrli, e non è cosa da poco.

No, i Tuvani non c’entrano con il Canto Armonico praticato a Zénon.

Tra l’altro, il lavoro proposto da Roberto è accompagnato da una tale preparazione teorica e pratica in campo musicale – e a tutto tondo – che lo rende immune da sospetti di “spontaneismo” naif tipo “liberate il vostro chakra della gola”.

Eppure, ci accorgiamo che alcuni addetti ai lavori, nel chiederci informazioni, spesso si arenano sulla domanda: “D’accordo, ma la tecnica per fare gli armonici la insegnate? Ad esempio, quella dei tuvani?”

Quando si parla di Canto Armonico, la popolazione mongolica di Tuva spunta sempre a un certo punto della conversazione. E proprio questa popolazione, assurta alle cronache per il tipico canto folkloristico “di gola” (comune anche ai pastori sardi che tuttavia non sono altrettanto popolari tra gli operatori olistici), proprio costoro ci offrono l’occasione per marcare la differenza tra il canto armonico proposto da Roberto, che si è formato con David Hykes, e altri tipi di canto armonico.

Il throat singing dei mongoli Tuva, infatti, è basato sullo sforzo degli organi fonatori e – tra le altre cose – non è necessariamente legato a un lavoro introspettivo o spirituale. Il Canto Armonico praticato e insegnato da David Hykes e dal ‘nostro’ Roberto Cerri, è invece basato sul rilassamento, ed è una pratica specificamente di tipo meditativo. Nel primo caso parliamo di uno stile che può essere identificato tramite una tecnica specifica di produzione degli armonici. Nel secondo caso, la tecnica… non c’è: è il risultato di un lavoro interiore di de-strutturazione e di ri-strutturazione del rapporto tra Ascolto e Voce. Non è per forza una dichiarazione di superiorità di un metodo su un altro, ma è una differenza che è importante sottolineare perché non si generino false aspettative.

Per questo accanto alla dicitura Canto Armonico compare sempre quella di Presenza Armonica: il Canto Armonico così inteso ha molto più a che fare con la Consapevolezza e con la Coscienza che con l’estetica di una performance vocale.

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Il principio è molto simile a quello del respiro nello Yoga: è in primo luogo necessario disimparare e dismettere le cattive abitudini, mentre le tecniche utilizzate ‘producono’ gli armonici solo in modo molto indiretto, così come l’esecuzione meccanica di una tecnica respiratoria non determina direttamente e necessariamente l’attivazione energetica a cui mira (e vorremmo ricordare a questo proposito il sutra in cui Patanjali che descrive il lavoro del contadino che rimuove gli argini perché il campo si allaghi, citato in uno degli ultimi articoli). Solo con queste premesse si può decidere in seguito se navigare liberamente, oppure seguire delle strutture (e che strutture), ma giunti a questo punto la divergenza tra le opzioni è solo apparente quanto il gioco tra dissonanza e assonanza.

Insomma, pensare che “io produco gli armonici” attraverso l’esecuzione di una tecnica presuppone l’idea che “io controllo” gli armonici. Ma in realtà gli armonici, intesi come entità archetipiche, non si controllano, così come non si controlla il respiro o meglio l’energia vitale: gli armonici, come il respiro, avvengono, sono la manifestazione di una legge generale nel particolare, e il risultato della risonanza del singolo nell’ambiente generale.

Altra cosa, però, ci sia concesso di dirlo, è un atteggiamento che in alcuni – pochi – casi abbiamo riscontrato e che pretende di avere tutto subito, ovvero: se non insegnate la tecnica per produrre meccanicamente i suoni armonici allora vi state tenendo per voi i segreti del mestiere, oppure state vendendo fumo.

Sulla profondità del lavoro svolto da Roberto, lasciamo giudicare in base all’ascolto dei brani audio che abbiamo riportato più sopra, alla cui realizzazione hanno partecipato persone che fino a pochi mesi fa mai avrebbero pensato di poter usare la propria voce per cantare. Intanto, a tutti coloro disposti ad ascoltare abbandonando anche per un istante le strutture preconcette, auguriamo buon Ascolto.

Ringraziamenti

Ringraziamo Michael Andenna, Luca Borgogna, Alessandra Onnis, Erika Pizzo, Damiano Valloggia e Chiara Arrigoni per il contributo fornito e la partecipazione nei brani.

Il corso di Presenza Armonica – Canto Armonico

http://zenon.it/orari/canto-armonico-seminario/
Il prossimo appuntamento con il Canto Armonico a Zénon.

Note[+]

Note
↑1 Vale la pena citare per una volta Wikipedia alla voce Armonici naturali: “Un suono prodotto da un corpo vibrante non è mai puro, ma è costituito da un amalgama in cui al suono fondamentale se ne aggiungono altri più acuti e meno intensi”
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Archiviato in:Canto Armonico

Lo Yoga, in gravidanza

11 Marzo 2015 by Zénon Lascia un commento

Nelle immagini che seguono, Erika ed Elisa sono circa all’ottavo mese di gravidanza. Delle due future madri, una aveva già una buona esperienza di Yoga, mentre l’altra ha deciso di iniziare proprio durante questo periodo. Entrambe ci hanno gentilmente concesso di fissare l’esperienza che hanno voluto fare con noi.

Non vogliamo aggiungere molte parole, e lasciar parlare le immagini. Vorremmo solo avvertire che la scelta delle foto è esemplificativa e non ha l’intenzione di essere una sequenza-tipo di āsana, o una lista di posizioni necessariamente consigliate a tutte in gravidanza.

Alcune di esse sono piuttosto impegnative e difficilmente eseguibili senza una buona esperienza precedente. Mai come in questo caso, la pratica dello yoga non può essere standardizzata in assoluto e deve adattarsi alle situazioni personali sotto la guida diretta (leggi: con la presenza fisica) di una guida esperta.

Erika ed Elisa, che ringraziamo, ora sono madri rispettivamente di Ambra e Matilde, due bambine molto belle (lo possiamo testimoniare) e sane.

Un sentito ringraziamento anche ad Andrea Ballaratti, che ha scattato queste foto, per l’ottimo lavoro svolto.

Simhasana
Simhasana
Marjasana
Marjasana
Utthita Trikonasana
Utthita Trikonasana
Utthita Trikonasana
Virabhadrasana
Virabhadrasana
Virabhadrasana
Vriksasana
Vriksasana
Adho mukha svananasana
Malasana
Parivrtta janu sirsasana
Parivrtta janu sirsasana
Parivrtta janu sirsasana
Parivrtta janu sirsasana
Upavistha konasana
Upavistha konasana
Upavistha konasana
Salamba sarvangasana
Setu Bandha Sarvangasana
Setu Bandha Sarvangasana
Baddha Konasana
Bharadvajasana
Bharadvajasana
Bharadvajasana
Virasana
Supta virasana
Supta virasana
Supta virasana
Supta virasana
Posizione di rilassamento per favorire la respirazione addominale
Posizione di rilassamento per favorire la respirazione addominale

 

 

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Codex Seraphinianus

5 Novembre 2014 by Zénon Lascia un commento


La prima edizione del Codex Seraphinianus vede la luce nel 1981 grazie a Luigi Serafini, eclettico architetto romano con una spiccata vena artistica. Da iniziale libro semisconociuto e semi-clandestino (pare che le prime copie andarono a ruba e poi per molto tempo fu difficile reperirlo), questa opera ha visto diverse edizioni e, da appannaggio di pochi, con l’avvento dell’era digitale e di internet, si è trasformata in un must have per tutti i cultori del surreale, peraltro ristampato in una edizione di lusso lo scorso anno da Rizzoli.

Ma in definitiva cos’è il Codex Seraphinianus?

Luigi Serafini
Luigi Serafini

È un’enciclopedia di un mondo apparentemente alieno che contiene però molti elementi riconducibili al nostro mondo, ibridando i regni umano, vegetale, animale, minerale e tecnologico. La modalità con cui l’autore ce lo presenta è quella appunto di un’enciclopedia come potrebbe essere quella di Diderot, dove si susseguono spiegazioni e schematizzazioni di tutti gli aspetti di questo mondo “parallelo”: architettura, flora, fauna, abbigliamento, scienza eccetera.

Ciò che rende però unico questo libro è come l’autore affronti questi temi: con delle suggestive tavole disegnate a mano (sono diverse centinaia) accompagnate da una scrittura che non è riconducibile ad alcun linguaggio conosciuto e quindi ritenuta “inventata”, di cui offriamo qui una galleria (basta cliccare sulle immagini per ingrandirle):

Una prima riflessione personale è dettata da alcune riminiscenze filosofiche liceali riguardanti le idee nel pensiero platonico e neoplatonico, intesa come fondamento gnoseologico e ontologico della realtà. Se quindi le idee sono degli assoluti esistenti a prescindere dal processo mentale del singolo, possiamo veramente concepire un qualcosa che non esiste?

A parte questa considerazione, la chiave del fascino che questo libro ha esercitato e continua ad esercitare sul pubblico sta più che altro nel suo perché: qual è il suo significato? Cosa ha spinto l’autore a impegnarsi in un lavoro così imponente? Quale sarà il messaggio celato dietro tutto ciò? Una burla di un buontempone eccentrico o un’opera esoterica che dietro alle tavole e al linguaggio apparentemente senza senso, celi degli inimmaginabili segreti?

Alcuni hanno voluto cercare dei paralleli con il Manoscritto di Voynich, un’analoga sorta di misteriosa enciclopedia che Rodolfo II di Asburgo, noto per il suo interesse verso l’alchimia, acquistò a caro prezzo da John Dee nel ‘600. Tuttavia l’enigma del Codex è ancora più sconvolgente in quanto non si tratta di un misterioso testo cifrato di un oscuro alchimista del passato, bensì di un personaggio tutt’ora vivente, interrogabile, disposto al dialogo, ma che tuttavia sembra ritrarsi dal fornire una chiave.

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Il manoscritto di Voynich

Si sa che l’essere umano è di per sé curioso e spesso la mente lo costringe a razionalizzare, riconducendo a schemi a lei propri e familiari qualunque fenomeno le capiti davanti. Per questo motivo cercando nel web, si possono trovare i commenti più disparati nel tentativo di decifrare e/o trovare una spiegazione razionale a questa opera. C’è addirittura chi, per la gioia dei nerd, ha messo online un decodificatore che traduce da inglese, italiano, spagnolo e francese nell’alfabeto serafiniano, nonostante lo stesso Serafini abbia più volte affermato che tale scrittura è per lui “solo un gioco”.

In realtà, molto probabilmente, accettare l’assenza di un significato al di fuori dell’opera stessa è lo scoglio più grande per entrare in sintonia con il Codex.

Infatti, sfogliando, il susseguirsi di immagini surreali, spesso grottesche, accompagnate da una scrittura morbida e sinuosa ma incomprensibile, il lettore è sottoposto ad un continuo susseguirsi di emozioni molto discrepanti, il tutto esacerbato dal tentativo incessante della mente di cercare di ricondurre la somma di queste percezioni a degli schemi preconfezionati riguardo la propria concezione di realtà. Frustrazione che è esasperata ulteriormente dalla coerenza e dalla coesione di un testo che tuttavia rifiuta di fornire significati.

Un approccio opposto è quello delineato da Douglas Hofstader che al Codex dedicò uno dei suoi Metamagical Themas:

Molte persone a cui ho mostrato questo libro lo trovano spaventoso o in qualche modo sgradevole. Sembra che glorifichi l’entropia, il caos e l’incomprensibilità. C’è molto poco a cui aggrapparsi; tutto slitta, luccica, scivola. Eppure il libro ha una sorta di bellezza e di logica propria, qualità apprezzate da una calsse di persone diversa: persone che si trovano molto più a proprio agio con la fantasia a ruota libera e, in un certo senso, con la follia. Trovo alcune somiglianze tra la composizione musicale e questo tipo di invenzione. Entrambe sono astratte, entrambe creano uno stato d’animo, entrambe si basano principalmente sullo stile per trasmettere contenuti. La musica è, in un certo modo, una sorta di nonsense che nessuno comprende realmente. Incanta quasi ogni essere umano che può ascoltare ed eppure, di tutto ciò, sorprendentemente sappiamo ancora poco su come la musica azioni le sue meraviglie. Ma se la musica è una sorta di nonsense uditivo, ciò non impedisce il sorgere di forme ancora più estreme di super-nonsense auditivi. I lavori di Karl-Heinz Stockhausen, Peter Maxwell Davies, Luciano Berio e John Cage forniranno una splendida introduzione a quel genere, nel caso qualche lettore non sappia di cosa sto parlando. 1Douglas Hofstadter, Metamagical Themas, Basic Books

Bene, abbiamo toccato i due estremi dell’esperienza con il Codex che delineano anche gli estremi di ogni esperienza con la realtà: il tentativo frustrante di decodifica, di trovare l’altra metà del guscio, e il perdersi nella fantasticheria e nel nonsense, ossia nel perdersi e nel compiacersi della metà che ci è data. Tuttavia vorremmo suggerire una terza via, leggermente più ardua, che consiste nel mantenersi in equilibrio sulla china tra i due cigli, che è poi la via – a nostro parere – della produzione e della fruizione artistica nel senso più autentico.

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Il Codex non si “fa” leggere nel modo comune con cui possiamo intendere questo termine, ma richiede una modalità decisamente più originale e che mi ha ricordato ad esempio, la “lettura” delle mappe alchemiche Taoiste: non è tanto il “perché” che è importante in questo caso ma il ”come” e il processo a cui la “lettura” del libro porta. Il tutto ovviamente senza un fine, proprio come il Taosimo che individua nel “non agire” e nel “non profitto” la centralità del proprio messaggio.

Ed è proprio in questo punto di equilibrio, nel silenziare il processo di decodifica razionale e al tempo stesso nel mantenersi “sul pezzo” evitando le derive fantastiche che si apre la possibilità di ciò che in una parola sola possiamo definire: intuizione. Che è infine il quarto dei significati attribuiti ai testi medievali; ovvero, oltre a quello letterale, morale, allegorico c’è il significato segreto. Che è al tempo stesso oggettivo ma deve essere esperito soggettivamente, non può essere spiegato da persona a persona senza passare dall’esperienza diretta. E alla fine, è lo stesso autore che suggerisce che l’unico a detenere il significato del Codex è soltanto il lector in fabula che il Codex costringe a venire allo scoperto:

In fondo il Codex è come le macchie di Rorschach: ciascuno ci vede quel che vuole. E’ una sorta di visione oracolare, hai la sensazione che il libro ti parli ma in verità sei tu che lo fai parlare vedendoci dentro delle cose. 2Codex Seraphinianus, tutti i segreti del libro più strano del mondo, intervista di Daily Wired a Luigi Serafini

Note[+]

Note
↑1 Douglas Hofstadter, Metamagical Themas, Basic Books
↑2 Codex Seraphinianus, tutti i segreti del libro più strano del mondo, intervista di Daily Wired a Luigi Serafini
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La sofferenza

6 Giugno 2014 by Zénon Lascia un commento

E allora, senza solide fondamenta,
tutto è andato in frantumi.
La falsa ebbrezza, quanto è durata?
Dipende.

Se siete rotte al dolore, se avete coraggio,
volontà orgoglio, queste false virtù tanto elogiate,
avete stretto i denti
E avete resistito.

E, per un momento, avete creduto di esserci arrivate.
Talvolta, ahimè, si tiene duro così, per parecchio tempo.
Ci hanno tanto ripetuto che bisogna soffrire sorridendo.
Sorridere, stringendo i denti…
che misera smorfia.

Qui dobbiamo fermarci.
E parlare della sofferenza che abbiamo appena incontrato.
Si è scritto tanto su di essa,
sono state dette tante stupidaggini,
avvelena ancora a tal punto
che bisogna cercare di vederci chiaro.

Voi incontrerete il dolore.
E, non si scappa, bisogna sopportarlo.
Perché?
Perché bisogna vedere. Capire.
E non accettare ciecamente.
Sopportazione, coraggio?
Sono virtù rispettabili. Di cui avrete bisogno.
Ma per superarle.
Non sono grandi virtù.
Sono dei ripieghi.

Ma allora?
Ascoltate bene:
voi incontrerete il dolore.
E non fuggirete via.
Lo sopporterete, soffrirete.
Perché?
Come punizione?
Buon Dio, no!
Punizione?
E di che?
È un’idea molto vecchia che la sofferenza sia nobile, che sia un bene in sé.
Stupidaggini! La sofferenza avvilisce, abbruttisce.
Non placa alcun dio.
Perciò, di grazia, niente crocifissioni, niente flagellazioni!
Allora, soffrire, perché?

Bisogna accettare la sofferenza
per conoscerla. Riconoscerla.
Guardarla in faccia
per capirla. E con ciò stesso liberarsene.
La sofferenza cerca di dirvi qualcosa.
Come potete capire questa messaggera
se la sfuggite!
Aspettatela a piede fermo, datevi a lei,
fondetevi con lei, e scoprirete che era solo
la paura.
Era la distanza che, follemente,
cercavate di mettere tra
lei e voi.
Voi
e la sensazione.
Quale voi?
C’è un voi distinto
da ciò che sentite?

Sì, ancora una volta, ascoltate bene:
la sofferenza…
invece di fuggire, voi vi offrite a lei,
lasciate che vi investa, che vi invada totalmente
senza lottare
e, come per miracolo, scompare!
L’«io» cercava di fuggire, di rifiutare,
scomparso questo «io», c’è solo
la sofferenza.
O, invece, una estrema intensità
che vi apre
e una respirazione immensa, illimitata, onnipotente
che vi invade e vi trascina,
e fa sì che la sofferenza tanto temuta
diventi estasi.

Ci siamo accorti che su Zénon non abbiamo ancora parlato di Yoga, nonostante questa disciplina faccia parte delle vite di gran parte dei nostri autori.

Abbiamo dunque voluto rompere il ghiaccio con questo brano del ginecologo francese Frédérick Leboyer (tratto da Dalla luce, il bambino), che parla della gravidanza, ma le cui parole – che vengono da un’esperienza stra-ordinaria dello Yoga – potrebbero essere dirette a qualsiasi esperienza umana.

In fondo, non c’è una sola nascita (così come non c’è una sola morte), e lo Yoga è un acceleratore delle numerose gestazioni che andremo ad affrontare.

E, in fondo, le parole di cui sopra non riguardano anche il processo che chiamiamo guarigione?

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