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yoga Novara

Yoga: che cosa stiamo facendo?

1 Dicembre 2021 by Zénon

Sei lezioni di approfondimento per orientarsi nella filosofia, nella storia e nella pratica di questa disciplina.

Il corso è di carattere teorico e introduttivo e mira a fornire gli elementi fondamentali per contestualizzare la pratica. Il docente sarà Francesco Vignotto.

Le lezioni si terranno in aula presso la nostra sede in via XXIII marzo 1849, 17 a Novara, e in contemporanea su Zoom. Ogni lezione sarà registrata e messa a disposizione dei partecipanti, assieme al materiale di studio (slide e dispense).


Date

Tutte le lezioni inizieranno alle 19.10 e dureranno circa un’ora e trenta.

– Giovedì 20 gennaio Un po’ di storia (e di filosofia) parte I

– Giovedì 3 febbraio Un po’ di storia (e di filosofia) parte II

– Giovedì 17 febbraio Le tecniche dello yoga: asana e mudra

– Giovedì 3 marzo Le tecniche dello yoga: bandha, pranayama e kriya

– Giovedì 17 marzo La meditazione

– Giovedì 31 marzo Cosa leggere? Una scelta di testi per approfondire


Quota di partecipazione

La quota di partecipazione è di 160€. Per chi si iscrive entro il 20 dicembre il costo è ridotto a 130€.


Richiedi informazioni o iscriviti

Vuoi iscriverti o chiedere informazioni? Puoi chiamarci al 3492462987 o scriverci su Whatsapp.

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…oppure puoi scriverci col modulo qui sotto. Ti risponderemo al più presto.

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Archiviato in:eventi conclusi Contrassegnato con: yoga Novara

Affrontare l’ansia con lo yoga

24 Marzo 2021 by Zénon

stage pratico online in sette seminari

aprile-maggio 2021, online

Stato di tensione psicosomatica, generalmente vissuto come penosa passività verso eventi dannosi che il soggetto pensa stiano verificandosi o teme possano verificarsi. Viene considerata un fenomeno generale, presente, anche se in gradi diversi, nello sviluppo psichico di ognuno.

‘Ansia’, voce dell’Enciclopedia Treccani

Lo yoga offre una risposta precisa all’ansia con cui molte persone si trovano a convivere ogni giorno, specialmente in questi tempi incerti. La risposta è la concretezza del corpo e del respiro, innanzitutto ascoltati e accolti senza esclusione e senza interpretazioni; in secondo luogo, esercitando un controllo che non dimentica mai, al tempo stesso, di assecondare e seguire l’ascolto.

Il che significa tutt’altro che distrarsi o fuggire dal problema: significa anzi ristabilire il nostro centro di gravità naturale e tornare ‘con i piedi per terra’, togliendo carburante al rimuginio e ai pensieri tossici, per poter affrontare le situazioni che la vita ci propone con maggior lucidità e tranquillità, anche in situazioni difficili.

In questo ciclo di 7 incontri, apprenderemo alcuni approcci e tecniche alla portata di tutti, applicabili nella vita di tutti i giorni, per far fronte alle conseguenze dell’ansia. Il corso si terrà tra aprile e maggio via Zoom.

Il corso si svolgerà a distanza attraverso la piattaforma Zoom e potrà essere seguito anche in differita. A ogni sessione verranno assegnate delle pratiche su cui esercitarsi a casa tra un seminario e l’altro.

Domande frequenti

È necessario avere già esperienza nello yoga per poter partecipare?

No, possono partecipare sia principianti assoluti, sia persone con esperienza. Questo non è un corso per apprendere le tecniche dello yoga. È invece un corso per affrontare un problema diffuso attraverso un approccio yogico e alcune tecniche dello yoga eseguibili da tutti.

Sono in terapia per i disturbi d’ansia: questo corso mi può essere utile?

Certamente, può essere un valido affiancamento alla terapia. Ti chiediamo solo di informare l’insegnante se soffri di disturbi particolarmente gravi e se stai assumendo dei farmaci.

Bisogna avere dei prerequisiti fisici?

Non è richiesto nessun prerequisito fisico (non devi essere particolarmente flessibile, se è questo a cui stai pensando); qualsiasi esercizio proposto potrà essere adattato in caso di difficoltà.
In ogni caso, se soffri di patologie, informa l’insegnante prima del corso.

Non mi è possibile partecipare negli orari, posso seguire le lezioni in differita?

Sì, le lezioni saranno registrate e disponibili fino alla fine del ciclo.

Devo sedere a gambe incrociate a lungo?

Occasionalmente staremo seduti per un certo tempo, ma non è necessario che tu esegua una delle posizioni sedute classiche dello yoga, potrai in alternativa sederti su una sedia.

Che cosa si farà, in concreto, durante queste lezioni?

Innanzitutto impareremo ad ascoltare il corpo. Questo è un passaggio fondamentale, perché in tutte le situazioni della vita siamo soliti reagire (anche quando siamo ‘in uno stato di penosa passività’ in realtà siamo in reazione: lo dimostrano le numerose tensioni che accumuliamo). Quindi apprenderemo alcuni semplici esercizi che coinvolgeranno la postura, il movimento e il soffio, mantenendo l’attitudine del ‘fare-non-fare’ appresa con l’ascolto.

Le date

Ogni incontro avrà la durata di un’ora e si terrà il giovedì dalle ore 18 in queste date: 15, 22, 29 aprile e 6, 13, 20, 27 maggio.

Il docente

Francesco Vignotto

Insegnante di yoga presso Zénon.

    Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

    Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 190€. Per chi si iscrive entro l’11 aprile il costo è ridotto a 170€.

    Richiedi informazioni o iscriviti

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    Archiviato in:Yoga, eventi conclusi Contrassegnato con: hathayoga, yoga Novara

    La posizione da cui non puoi uscire

    28 Ottobre 2020 by Francesco Vignotto 2 commenti

    Piccola riflessione attuale – al di là del fatto che siamo di nuovo chiusi e che ci dispiace – nata da una postilla all’ultimo post: cosa fare quando si incontra difficoltà in una posizione? Si può valutare un passo indietro. Quando si può…

    Ma poi ci abituammo anche a questo. E alla fine quasi tutti imparammo quello che si dovrebbe imparare nascendo, la verità che fa nascere tutte le altre: che a ogni uomo può capitare tranquillamente ogni cosa.

    Silvio D’Arzo

    E arriva il momento in cui ti trovi in una posizione da cui non puoi uscire. Ad esempio, una crisi mondiale del sistema sanitario che mette in discussione la vita intera fin nei minimi dettagli quotidiani, con tutte le varianti di questa posizione che possono toccare in sorte a ciascuno: ammalarsi e la paura del contagio per sé e per i propri cari; le limitazioni alla libertà; turni di lavoro estenuanti per alcuni e il non poter lavorare affatto per altri; il timore per le sorti materiali e la rabbia per le diseguaglianze con cui la crisi colpisce i singoli.

    È proprio in questi momenti che comprendi quanto poco veramente puoi decidere nella vita, che puoi al massimo scegliere in quale corrente nuotare, o perlomeno se opporvi o non opporvi stupidamente resistenza. Ma proprio al cospetto di tanta manifesta impotenza e naufragare di progetti è già intuibile, per chi è ancora disposto a guardare attraverso, l’ombra di una libertà meno triviale dei nomi che le siamo soliti dare. E in questo caso qualche dimestichezza con la dimensione interiore, visto che ancora una volta dobbiamo stare isolati, può fare la differenza.

    Stare in posizioni complicate e ascoltare i meccanismi reattivi, respirare, spostare l’attenzione dai ‘pieni’ ai ‘vuoti’ non risolverà certo la crisi sanitaria – sì, certo, migliora il benessere e la salute, come ogni ‘attività motoria’ (ne parleremo a parte) ma non è questo il punto ora: qualcuno, un tantino più lungimirante, ha affermato che lo yoga – e per yoga intenderemo in senso allargato qualsiasi approccio meditativo – è una preparazione al passaggio della morte, altra parola che non si vorrebbe sentire, così come non si vorrebbero vivere momenti come quello che stiamo vivendo. Tutte posizioni che però la vita ci presenta prima o poi, e da cui non è possibile uscire a piacimento con un passo indietro e, a volte, nemmeno con un ‘passo oltre’.

    Lo yoga va esercitato in momenti di tranquillità e in ambienti protetti, ma è proprio quando la vita ci spinge in queste acque pericolose che gli anni di pratica dimostrano di avere o non avere eroso le mura interne in cui ci siamo confinati ben prima di qualsiasi lockdown esteriore. Il che potrà rendere non solo un po’ meno traumatico – si impara a morire a ogni espiro – ma persino fruttuoso l’incontro con la sfinge dell’evento incalcolato, quando tutte le risposte che apparivano esatte sono lettera morta, quando ciò che doveva tornare per forza alla normalità sembra invece precipitare sempre più verso un inspiegabile groviglio.

    È proprio quando sei nella posizione da cui non puoi uscire, quando realizzi che sei lì e vorresti essere altrove, ma quell’altrove non esiste e probabilmente non è mai esistito – che avviene qualcosa, uno slittamento, e non è la salvezza, non è la soluzione a un intreccio che volge verso il suo esito imparziale, ma come ha descritto Salvatore Iaconesi in un recente articolo:

    È la tragedia.
    E dalla tragedia si esce solo con l’agnizione: il riconoscere che si è in uno stato di tragedia, e il cambiamento di stato, di condizione seguente.

    (Senza dimenticare che la tragedia è una rappresentazione e che è possibile a volte cambiare stato prima di morire) se preferiamo, è un’occasione di cura per quell’ormai consolidata invalidità che è la perdita del senso del sacro, nei cui confronti realizzare che la propria zattera può legittimamente essere spazzata via in qualsiasi momento – e il relativo stupore di essere vivi – sono i primi segnali di guarigione.

    L’alternativa è ciò a cui mentalmente, culturalmente e socialmente stiamo assistendo da anni ma che in questi mesi è entrato in fase acuta con una drastica accelerazione: un’umanità costretta a ripiegarsi sempre più su sé stessa, messa all’angolo di sempre più anguste pareti che non riesce nemmeno più a vedere. Agnizione.

    Post scriptum

    Nelle prossime settimane, o mesi, torneremo a dedicarci alla ‘continuazione dello yoga con altri mezzi‘, attraverso gli strumenti digitali (per chi può e per chi si trova a suo agio nel farlo), in quanto non sarà possibile farlo in forma fisica ‘in presenza’.

    Altro discorso sono le difficoltà di cui ci si dovrà fare carico (e pensiamo a tutte le strutture e le attività che dovranno chiudere, oltre a chi si ammalerà, e a chi avrà danni alla salute per mancanza di cure – non ultima la mancanza di attività fisica adeguata – o per le conseguenze psicologiche dell’isolamento).

    Questo non è un invito ad accettare (non c’è niente da accettare) o a subire la situazione esistente, rinunciando ad agire: è anzi la premessa indispensabile a qualsiasi azione.

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    Archiviato in:Articoli, attualità, meditazione, Yoga Contrassegnato con: covid-19, hathayoga, yoga Novara

    Cosa significa ‘fare un passo oltre’ nello yoga?

    12 Ottobre 2020 by Francesco Vignotto 1 commento

    La vostra benedizione è conoscere
    che pure il desiderio del paradiso è servile.
    Il gioco è divino perché non c’è nessuna promessa
    o speranza di guadagno. (…)
    La vostra libertà è conoscere
    che ogni méta di vittoria, ogni aspettazione di applauso
    è servile.
    La vostra bellezza non si vergogna degli abbasso né degli sputi. Altro, altro è il suo pudore.
    E la vostra grazia senza paragone, ultima,
    è che la vostra bellezza
    NON VI RIGUARDA

    Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini

    Una partecipante al seminario Yogāsana dedicato alla postura seduta ci ha inoltrato una domanda molto interessante che, oltre a meritare una risposta in privata sede, offre lo spunto per una riflessione generale per le implicazioni che contiene. La domanda era in sintesi questa: “Ha senso che io perseveri nel praticare la posizione del loto sebbene persista uno stato di tensione molto forte? Devo fare un passo oltre il mio disagio, come spesso mi è stato detto, e mantenerla?” Nello specifico, la persona indicava due passate patologie articolari, la cui memoria potrebbe ragionevolmente influire sul disagio sperimentato in padmāsana e alimentare giustificati timori che la posizione possa esserle dannosa. 

    Il primo livello della risposta è riferito proprio al tema del seminario, ovvero, trovare la posizione seduta nel senso probabilmente etimologico della parola āsana, ovvero un “seggio” in cui il corpo possa essere sufficientemente “stabile e comodo” per la pratica prolungata del prāṇāyāma e della meditazione. A questo livello, sebbene ogni āsana seduto abbia delle sue specificità, vale, a nostro parere, il principio del good enough: se la posizione mi permette di avere la colonna vertebrale eretta senza eccessivo sforzo ed è sostenibile per un periodo prolungato, non c’è ragione perché io scelga un opzione più difficile che invece mi impedirebbe di dedicarmi all’ascolto del respiro e della mente.

    Da un punto di vista invece prettamente posturale (e siamo al secondo livello, non necessariamente subordinato al primo), ogni āsana, esplorando la mobilità del corpo e portando alla luce limitazioni altrimenti implicite, è un laboratorio che crea le condizioni, tra le altre cose, per una buona e prolungata postura seduta. Del resto, la differenza nel ‘come’ si sta – fisicamente e mentalmente – nella posizione seduta all’inizio e alla fine di una sessione è una buona cartina tornasole della bontà del lavoro svolto.

    Buddha seduto nel loto, periodo Edo, XVIII secolo. Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone, Genova.

    Per cui ben vengano anche posizioni che possono sollevare difficoltà, ma bisogna affrontarle cum grano salis e con la consapevolezza che la meta finale (la posizione compiuta) è solo un catalizzatore, una direzione inizialmente necessaria, di cui occorrerà disfarsi a un certo punto, e non è detto che il momento dello scarto coinciderà con la sua realizzazione fisica.

    Un giorno, forse nemmeno tanto lontano, ci potremmo accorgere sedendoci che non abbiamo bisogno di altro; allora saremo liberi di restare, oppure di vivere la pratica dei diversi āsana non più come un tentativo di rimediare a qualcosa che non va, ma come un gioco: senza scopo.

    E qui occorre discernere tra la vita reale e gli how to di Instagram (if you want this… you have to do this…), dove sembra che chiunque possa fare qualsiasi posizione a patto che sia disposto a rovinarsi le articolazioni contro i muri, e dove prevale la motivazione alla conquista invece che l’aspirazione alla comprensione: nel primo caso, il corpo interessa solo nella misura in cui posso soggiogarlo strumentalmente, nel secondo il corpo è un territorio tutto da scoprire.

    Nello specifico, il loto può essere alla portata di molti ma non di tutti: l’età, la conformazione e lo stato di salute di articolare – solo per citare i principali fattori – dovrebbero indurre a una valutazione dell’opportunità di praticarlo, perlomeno nella forma completa. E anche tra coloro che riusciranno a praticarlo, non tutti saranno in grado di farne un āsana stabile e comodo per la pratica meditativa.

    Queste eventualità però non sono in alcun modo da intendere come menomazioni fisiche, né tantomeno come limitazioni delle possibilità nello yoga (equazione spesso inconsciamente tramandata tra generazioni di praticanti). E qui dovremmo considerare che anche coloro che sono abili in āsana molto complessi e spettacolari hanno spesso una ‘bestia nera’ (a volte catalogabile come posizione di livello base) che rimarrà per sempre fuori dalla loro portata. La domanda, insomma, non è tanto come fare con il mio corpo che si nega al loto, bensì: che cosa possono dirmi padmāsana e i percorsi che costeggiano padmāsana?

    Anche se il loto non è fra le nostre possibilità, in effetti, possiamo comunque ‘lavorarci attorno’ esplorando e migliorando la mobilità del bacino in relazione alle nostre gambe e alla colonna, attraverso posizioni parziali e collaterali. Ma non deve mai essere trascurato il lavoro globale (in cui non mancherà mai il respiro e l’attenzione al rilassamento) anche su aree e aspetti apparentemente irrelati. Non sta tanto allo yoga decodificare le interrelazioni corporee, quanto degrammaticalizzarle: una palpebra che casualmente si rilassa potrebbe veramente produrre una rivoluzione silenziosa nel cingolo pelvico ben più che tanti esercizi mirati (l’esempio è puramente casuale).

    E proprio qui veniamo al terzo livello della risposta, che sintetizza gli altri due, ovvero il fare un passo oltre la propria condizione di disagio, di cui occorre mettere in questione il senso, ossia, appunto, la direzione. Perché, per fare un passo oltre, bisogna esser consapevoli che non sappiamo realmente dove, in quell’esatto momento, stia l’oltre, e non necessariamente lo troveremo nella stessa direzione di ieri.

    Il limite della tecnica è che c’è sempre qualcuno che fa qualcosa, e fatta quella posizione ne farà un’altra e un’altra ancora, senza alcuna soluzione di continuità; per quanto sia una fase necessaria, occorre appunto fare un passo oltre e cogliere l’occasione per mettere in discussione il rapporto soggetto-oggetto.

    Rimanere in una posizione nonostante vi siano impulsi centrifughi che ostacolano un adattamento può essere una scelta molto nobile oppure molto ottusa, a seconda delle circostanze e delle attitudini di ognuno. È una scelta di disponibilità quando, nonostante le prime impressioni, si sceglie di stare a osservare l’evolversi della situazione: in questo caso già il presunto soggetto cede sulla propria presunta centralità; è espressione egoica di ottusità, invece, quando esprime un rapporto meramente strumentale nei confronti del proprio corpo.

    Ancora più irragionevole è la convinzione – assai diffusa nel recente passato – che perseverando nonostante nel tempo non vi siano segni di allentamento, apparirà all’improvviso una luce in fondo al tunnel.

    La mia personale esperienza mi dice che dal resistere resistere resistere deve maturare un atteggiamento diverso (e ho sotto gli occhi quasi ogni giorno tensioni affrontate a muso duro a fine pratica tornano esattamente come prima), ossia ammettere che il vero problema è nei presupposti e il vero passo avanti a volte è retrocedere alla ricerca del punto di origine di quella tensione. (Che quel punto di origine si smarrirà nel nulla, e la tensione si troverà a non avere più alcun appoggio, come una radice nell’aria, è e non è un altro discorso).

    Ramana Maharshi

    Spesso non si tratta di una rinuncia alla posizione, ma di una revisione di come (e a volte perché) la si prende e – siccome molto spesso l’origine è ben anteriore – del terreno su cui vorremmo praticare acrobazie: è la pratica dell’āsana che porta al rilassamento o è il rilassamento necessario alla presa della postura? Come spesso accade, una buona domanda aperta vale più di una risposta definitiva.

    Occorre dirlo: a nessuno sono preclusi i fiori della pratica perché non è riuscito a stare sulla testa o nello scorpione, o del loto. Certo, provarci ha un senso, però insistere oltre ogni ragionevolezza nel voler conquistare una postura esteriore è spesso un modo per reprimere lo sbocciare di quello che la posizione poteva dirci.

    E siccome lo yoga – lo ripetiamo – non sta nella meta della posizione compiuta, ma in ogni fase del processo intero, anche la ‘preparazione’ stessa, o una forma parziale della posizione, potrebbe essere la miccia per quello slittamento di coscienza (ricordiamoci: chi vorrebbe fare cosa?) che nella posizione ‘dura e pura’ sarebbe impedito dall’eccesso di sforzo.

    La vera domanda, alla fine, è: ci interessa lo yoga oppure il guscio entro cui ci è stato servito?

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    Diventare madri nell’era della ‘paura di vivere’

    20 Aprile 2020 by Erika Pizzo Lascia un commento


    In questa clausura causata dal coronavirus, un insieme di frustrazione, paura e isolamento invade un buon numero di persone, e tra queste le più facilmente colpite potrebbero essere le future mamme o le neo mamme.

    Vivere l’evento della nascita in un momento simile significa un po’ andare contro la corrente del comune sentire. Per fortuna, mi viene da aggiungere. Ma viverlo senza la possibilità di condividere la gioia e le paure con familiari e amici, in isolamento totale, può in alcuni casi far emergere un senso di inadeguatezza e insicurezza più forte del previsto.

    Si spera chiaramente nell’armonia dell’ambiente domestico, ma ciononostante non è possibile sfuggire del tutto alle emozioni che dilagano intorno a noi, assieme al pensiero della malattia e della morte. Emozioni che nell’isolamento del post parto potrebbero facilmente sfociare in depressione e tristezza.

    Ragionandoci, non solo come insegnate di yoga in gravidanza, ma anche da donna incinta, mi rendo conto di come questa condizione di apparente maggiore fragilità sia in realtà anche una grande risorsa. Percepire la vita che prosegue nella sua crescita e formazione, apparentemente ignara di tutto ciò che accade fuori, è già di per sé un ottimo aiuto a veder positivo, a pensare al ‘dopo’, a intravedere in quel bambino in arrivo (o appena giunto) l’inizio della ricostruzione di un nuovo equilibrio.

    Ma è il tempo propizio per abbandonare la visione della nascita fatta di cuoricini e nuvolette rosa o azzurre che ci propinano normalmente ovunque. E’ il tempo per guardare al parto con occhi diversi, più reali, senza gli occhiali a lenti colorate indossati negli anni ‘80 e mai più tolti.

    Non posso infatti fare a meno di pensare anche all’ambivalenza vita/morte ed alla forza delle donne, il loro essere simbolicamente porte di passaggio tra i due mondi.

    Penso soprattutto a concetti rappresentati e simboleggiati da varie divinità femminili quali ad esempio: Kali, Iside, Afrodite, Sheela na Gig e tutto l’infinito elenco di divinità femminili dal neolitico in poi. Appartengono ad epoche e culture differenti, ma tutte sono simboli della forza generatrice femminile: sia essa indirizzata a creazione fisica di vita, o a idee, progetti, progressione interiore e personale. (Nota: per quanto questa riflessione sia incentrata sulla gravidanza, in realtà è espandibile facilmente anche a contesti differenti).

    Tutte queste divinità rappresentano figure femminili forti, istintive, che generano creazione e rinnovamento, ma al contempo morte e distruzione.

    (Nel tantrismo e nello yoga, il concetto si sintetizza in Shakti: il femminile è energia, è la manifestazione stessa a livello universale e individuale).

    Inanna Ištar
    Inanna Ištar

    Prendiamo l’ambivalenza della Dea Kali, ad esempio: in un caso è raffigurata nel gesto di partorire il mondo, mentre nell’altro, più comune e diffuso, è rappresentata nella sua espressione più terrifica. Non esiste il nuovo, se prima non si distrugge il vecchio. Così come non esisterebbe la luce senza il buio. Vita e morte sono legate in modo indissolubile.

    Allo stesso modo, la donna incinta si trova a dover creare spazio dentro di sé, ad elaborare vecchi modelli e generarne di nuovi. Il parto stesso è un morire per rinascere: la paura che proviamo in quei momenti è legata inevitabilmente alla paura istintiva della morte/abbandono.

    La trasformazione richiesta alla donna in questa fase e la fusione delle due espressioni del femminile, è ben esplicitata in uno dei poemi dedicati alla Dea Inanna-Ištar, una tra le divinità considerate protettrici delle partorienti ed ispiratrice di molti miti di epoche successive:

    …Inanna, Regina del Cielo e divinità dell’amore, della fecondità e della guerra, scende alla scoperta delle profondità del Mondo Sotterraneo, dominato dalla sorella. Inizia il suo viaggio riccamente vestita e adorna di gioielli, ma dovrà attraversare sette porte: ad ogni porta le verrà chiesto di lasciare qualcosa. Giungerà così nuda nel mondo degli Inferi, dove verrà maltrattata, tramutata in cadavere e appesa ad un chiodo.

    Tuttavia Inanna prima della partenza aveva lasciato ordini precisi ai suoi servitori perché la aiutassero. (…) Così, dopo tre giorni, due creature dal regno del Cielo scesero a loro volta nelle profondità della Terra nel momento propizio: la sorella di Inanna, Regina del Regno degli Inferi, era percossa dai dolori del parto. Le creature portarono sollievo alle sue pene, chiedendo in cambio la libertà della loro regina Inanna.

    Inanna attraversò il percorso a ritroso, recuperando ad ogni porta le sue vesti e i suoi gioielli, ma dovette comunque pagare un prezzo per la sua discesa.

    La sua integrità ritrovata risulterà rinnovata e arricchita dall’esperienza vissuta.

    (Estrema sintesi e semplificazione del poema sumero Discesa di Ištar negli Inferi)

    Questi modelli sono poco conosciuti nella nostra società, offuscati dalla sola visione della dolcezza e accoglienza dell’amore materno e femmineo. Ma i due aspetti possono e dovrebbero coesistere in ognuna di noi.

    In questo periodo di reclusione e difficoltà personalmente sento molto la necessità di risvegliare quegli istinti forti e decisi. Perché la reclusione non ci trasformi in topi nascosti nella tana, ma sia l’occasione per dedicarci alla scoperta delle leonesse nascoste in noi, pronte a generare e crescere figli capaci di essere costruttori di un mondo nuovo e a gestire in totale autonomia paure e avversità.

    Leggere di questi miti e divinità, o meditare su di essi, praticare āsana o prāṇāyāma che lavorino su questo tipo di energia sono alcuni dei metodi a nostra disposizione, offerti dalla pratica yoga, per risvegliare in noi quei lati sommersi.

    Al contempo, l’acqua placa il fuoco eccessivo e così altri āsana, altri prāṇāyāma possono aiutare a non esasperarli e a trovare il nostro equilibrio.

    Ci saranno posizioni che ci disturberanno. Accade. Non per una fatica fisica, ma per la difficoltà a “stare” in quella data forma corporea. Eppure proprio lì inizia la pratica yoga. In quel disagio. Lo stesso che si prova cercando di concentrarsi sul semplice respiro, finendo completamente altrove con la mente.

    Non esiste una soluzione al problema, se non la costanza nel permanere. Prima o poi, qualcosa accade.

    Praticare yoga è un po’ come mettersi sul divano con la mano in grembo, in ascolto del bambino: prima o poi, il calcetto arriva. Si tratta di aspettare, pazientemente, con l’attenzione posta nella giusta direzione, senza mai smettere di crederci.

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    La continuazione dello yoga con altri mezzi

    8 Aprile 2020 by Francesco Vignotto Lascia un commento


    È passato un mese esatto da quando il nostro centro, come tante altre attività, ha chiuso fisicamente i battenti per i motivi che ben sappiamo. È stato solo un piccolissimo e quasi privato smottamento tra gli eventi che in pochi giorni hanno aperto un abisso tra il prima e dopo per tutti, e non sono qui per dolermene in pubblico.

    Vorrei però raccontare quello che è maturato in questo mese dalle nostre parti, nella speranza di offrire qualche spunto sul tema della pratica dello yoga mentre le scuole di yoga sono in quarantena.

    Quando Zénon ha chiuso, ci siamo presi qualche giorno per capire cosa fare, oppure cosa non fare. Oltre alle diverse circostanze personali che ognuno di noi stava (e tutt’ora sta) vivendo, c’erano alcuni dubbi che attendevano di essere sciolti.

    I principali nodi riguardavano se fare un passo a lato: in un momento come questo, ha senso continuare? Esistono motivi validi per proseguire a insegnare yoga attraverso l’unica via praticabile, cioè internet? Intendiamoci: esistono motivi al di là della sopravvivenza di una realtà – Zénon – in cui crediamo fermamente?

    Ma anche, e non meno importante: è fattibile, a modo nostro? Non si perde, con questo, lo spirito essenziale della pratica?

    Nel frattempo, abbiamo visto scorrere i fiumi di tante iniziative, dirette in streaming pubbliche o ‘ristrette’, lezioni su Youtube, classi via Skype, via Zoom e non solo di yoga, spesso animate dalle migliori intenzioni; e abbiamo letto anche qualche critica, a volte argomentata, a volte meno. I partiti del ‘piuttosto’ e quelli del ‘niente’ hanno, a nostra opinione, uguali dignità, ognuno ha le sue ragioni.

    Noi abbiamo deciso per il ‘piuttosto’. Beninteso: lo abbiamo fatto in modo molto privato inizialmente, e con una certa circospezione. Ma dal confronto con i nostri soci, ovvero con chi fino a pochi giorni prima praticava con noi nelle nostre sale, abbiamo ricevuto l’impressione che per i più non si trattasse semplicemente di dare continuità a un’abitudine, di “ovviare a un disagio”.

    Rispetto al pre-quarantena, è emersa un’urgenza che scavalcava le questioni formali: si tratta di trovare delle fenditure, di trovare degli spiragli attraverso cui respirare. La differenza rispetto a prima è che questi spiragli non sono più un bene di lusso, ma di prima necessità.

    Ebbene, nel corso di queste settimane, anzi e con la nostra stessa sorpresa, l’espressione ‘piuttosto che niente’ è risultata del tutto inadeguata, perché ingenerosa. Più che la necessità di preservare i rapporti, è apparso come alcuni legami, messi fisicamente alla prova dalla separazione, ne escano rafforzati. Devono diventare più autentici, oppure soccombere, come l’erba che sbuca attraverso la colata di asfalto.

    È vero che lo yoga attraverso uno schermo, quando la connessione e l’ambiente casalingo lo permette, può non essere esattamente la stessa cosa. Ma questo dato, così come può indurre a maggiore superficialità, ci può anche spronare di andare direttamente al sodo.

    Certo, anche noi eravamo prevenuti: pensavamo che i mezzi digitali funzionassero molto bene per mostrare come eseguire una procedura, meno bene per far passare ciò che sta oltre le parole. Il nostro giudizio non è cambiato del tutto (per questo ci siamo concentrati su lezioni in diretta, con interazione, invece che su lezioni registrate).

    Eppure ci siamo sorpresi scoprendo che l’essenziale, ciò che importa veramente, passa comunque. Non per qualche dote straordinaria del mezzo (la nostra epoca idolatra i mezzi), ma per la ben più straordinaria affinità tra coloro che stanno ai due capi dello strumento, affinità che non può veramente essere isolata o soppressa da alcuna barriera. A volte bastano pochi cenni, e ciò che manca nella comunicazione si colma improvvisamente.

    E qui si obietterà: se davvero è insopprimibile, se anche nella privazione più totale non siamo mai soli, perché attaccarsi a una connessione a internet? Obiezione legittima, ma spesso, nello yoga, si rischia di fare della cattiva filosofia, presupponendo un mondo ideale popolato da esseri tutti d’un pezzo.

    L’isolamento che stiamo vivendo non è la scelta consapevole dell’asceta che si allontana volontariamente dal mondo, scelta peraltro che può competere solo a poche tipologie di persone. Il “mondo” non è mai stato così vicino, non ha mai fatto sentire la sua voce nel chiedere il conto, nello sbaragliare le illusioni di poter tenere sotto controllo, di prevedere, di programmare.

    Per molti, questo ammutolire che è calato nelle strade non è silenzio, ma una palude di paure in cui si rischia di scivolare giorno per giorno. Mai come in questo momento – è ciò che abbiamo riscontrato – la capacità di “svuotarsi” è indispensabile per non essere travolti dalla situazione e affrontarla con lucidità.

    E questa capacità, al momento, per molti è più abbordabile insieme – cioè con un segno, un sostegno percepibile – che da soli. Per insegnanti e allievi, ciò può significare veramente un salto qualitativo.

    Lo yoga serve proprio a questo: a trovare l’essenziale non può essere portato via. E ci perdoneranno i professori se per imparare a fondo questa lezione, useremo all’occorrenza anche una connessione a internet. Almeno per ora.

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