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yoga Novara

Praticare yoga con la diastasi addominale si può (se si fa yoga davvero)

2 Settembre 2022 by Zénon Lascia un commento

L’assunto potrebbe valere anche se si sostituisce la diastasi addominale con il disturbo X: se sei in grado di respirare, muovere il corpo e di utilizzare la concentrazione, diceva Krishnamacharya, si può praticare yoga. Certo, bisognerebbe però alzare leggermente il tiro sull’offerta e sulla domanda.

Un post apparso su una pagina dedicata alla fisioterapia per le neomamme ci ha suggerito una riflessione che va anche oltre il tema dello yoga nel post parto. Le autrici invitano infatti alla cautela nel praticare yoga in presenza di diastasi addominale, ovvero l’eccessiva separazione tra la parte sinistra e destra del muscolo retto addominale, fenomeno molto frequente, e in parte fisiologico, dopo una o più gravidanze. 

Nel post si avverte che non basta essere praticanti di lunga data e che anzi vi possono essere casi in cui con lo yoga la diastasi e l’incontinenza peggiori. In sintesi, l’indicazione è che occorre prima imparare ad attivare pavimento pelvico e addome in risposta agli sforzi, suggerendo di chiedere una consulenza con fisioterapisti specializzati in queste problematiche. 

Concordiamo appieno in quanto sopra, compreso il suggerimento finale: in presenza di condizioni particolari, come nel caso in questione, è sempre meglio chiedere il parere di un professionista sanitario, prima di avviare o riprendere un’attività.

Il problema a questo punto è lo yoga, o meglio quanto si trova in giro sotto questo nome e le idee che vengono messe in testa a chi lo pratica e magari vi si appassiona. Non stentiamo a credere ad esempio che certe arcuazioni della colonna, come descritto nel post, possano aver indebolito l’addome di alcune neomamme; e nemmeno ci risulta inverosimile che in alcune classi, per rendere più appetibile la pratica a un pubblico poco interessato all’interiorità, si finisca per fare ‘cose’ che alla fine dei conti sì, non solo gli assomigliano, ma sono proprio dei crunch, e che quindi vengono pure eseguiti male perché in un contesto inadatto.

Però, e per l’appunto, concedeteci un po’ di amarezza per l’immagine del mondo dello yoga che trapela. Amarezza perché questa immagine è verosimile e probabilmente diffusa, ormai persino storicizzata, ma ci rattrista e un ci provoca una certa vergogna, perché non avrebbe molto a che fare con lo spirito di questa disciplina e perché non dovremmo fasci ricordare da altri alcuni principi che dovremmo conoscere bene.

Primo, perché il controllo di pavimento pelvico e addome è (dovrebbe essere) patrimonio dello yoga di lunga data: l’area pelvico-addominale è fondamentale nella regolazione del respiro e quindi dovrebbe essere esplorata nei minimi dettagli; i primi due bandha, Mula e Uddiyana, che vengono attivati sottilmente anche dalle posizioni, sono inoltre dei ‘meccanismi’ di stabilizzazione di quest’area sia da un punto di vista posturale, sia da quello pranico. Nelle arcuazioni, ad esempio, sono indispensabili non solo per l’eventuale diastasi, ma anche per la protezione della colonna lombare. Purtroppo, spesso l’obiettivo di una posizione fotogenica offusca le menti di molti praticanti e (quel che è peggio) di molti insegnanti, facendo loro confondere i mezzi con i fini.

Il secondo motivo di amarezza è ancora più sostanziale perché riguarda il diverso modo di affrontare lo sforzo, che dovrebbe essere proprio ciò che distingue la pratica yogica dalle altre pratiche fisiche. Compiere uno sforzo in assenza di sforzo in termini biomeccanici è un koan proprio come sentire il suono di una mano sola che applaude, e come tale dev’essere affrontato: la spiegazione è non pervenuta a livello razionale, ma alla portata di tutti se guidati in un ascolto profondo ed esteso del proprio corpo.

Diastasi addominale

Il compito principale dell’insegnante di yoga dovrebbe essere creare le condizioni perché gli allievi facciano ciò che devono fare con calma (il che non vuol dire per forza: lentamente), espandendo l’attenzione a fenomeni normalmente ritenuti irrilevanti o automatici, proprio come la respirazione e i movimenti viscerali. Ciò che fa veramente la differenza è che nello yoga il carico lo senti arrivare prima, con tutto il tempo per fermarti in tempo o di accoglierlo dal tuo centro, per cui potremmo dire che la precauzione sta nell’atteggiamento stesso, più che nelle misure di prevenzione (fermo restando, beninteso, che gli infortuni possono capitare anche nella più innocua delle attività).

Per questo, se a lezione  di yoga non vi insegnano il controllo di pavimento pelvico e addome e se state sottoponendo il vostro corpo a carichi paragonabili a quelli di una sala pesi in una palestra low-cost, il suggerimento è: fatevi qualche domanda su ciò che vi viene somministrato, e soprattutto se è proprio lo yoga che vuoi. Se prevale l’obiettivo di tonificare o dimostrare a te stessa che puoi fare acrobazie, esistono infatti numerose altre attività oggi molto più al passo con le conoscenze scientifiche, che hanno reso lo yoga performante obsoleto. Se prevale invece il bisogno di esplorare il vasto e misterioso territorio tra mente e corpo, se anzi percepisci interiormente che la distinzione stessa mente-corpo è limitante, allora lo yoga è una strada senza tempo.

Un’ultima considerazione sulle classi avanzate di yoga, che nel post da cui abbiamo tratto ispirazione vengono sconsigliate per chi soffre di diastasi. Il problema, dal nostro punto di vista, è proprio il concetto di classe avanzata e il criterio che molto spesso lo definisce (ne abbiamo già parlato qui), che non solo invita ad abbassare la guardia sull’ascolto, ma che non ha nulla a che vedere con lo yoga, quanto piuttosto con la sua commercializzazione. Siamo consapevoli che questo criterio è diffuso e non abbiamo mancato di sottolineare quanto sia deleterio il messaggio che trasmette: che la pratica di yoga ‘avanzata’ sia fare posizioni estreme, come se allora bastasse prendere una brava ballerina, o un ginnasta, per fare un grande yogi (e se qualcuno, tra insegnanti e praticanti, è sfiorato dal pensiero “Però sono avvantaggiati”, allora dovrebbe ricominciare dalle elementari). Non è scritto da nessuna parte che più ‘tiri’ o ti allunghi e più ascendi o avanzi nel cammino dello yoga, e infatti non è così.  

La pratica di yoga avanzata è quando capisci che tutto ciò che fai è superfluo: prima di allora, per onestà, ascriviamoci tutti tra i principianti.

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Archiviato in:Yoga, Articoli, Yoga in gravidanza Contrassegnato con: gravidanza, yoga Novara, yoga post parto

Yogasana 5: la pratica in presenza di patologie

8 Luglio 2022 by Zénon Lascia un commento

Stage per insegnanti e praticanti – settembre-dicembre 2022

Yogasana: formazione per praticanti e insegnanti


Che cos’è il sistema connettivo e miofasciale? Qual è la sua relazione con lo yoga e perché la Medicina Tradizionale Cinese può dirci qualcosa di molto interessante a riguardo? Quali adattamenti sono necessari nella pratica per chi ha delle protesi al ginocchio, all’anca o alla spalla? Come affrontare l’artrite reumatoide con lo yoga? Che cosa significa soffrire di sciatica, quali posizioni possono alleviarne i sintomi e quali devono essere evitate o adattate? Lo yoga può aiutare a tenere sotto controllo la diastasi addominale post parto?

A queste domande risponderemo, durante la quinta edizione di YOGASANA: la pratica in presenza di patologie. In questa edizione, rispetto alle precedenti, vi sarà un seminario in più (per un totale di 7 seminari invece di 6), e pertanto ci sarà più spazio per l’approfondimento sia teorico sia pratico. Come sempre, ci muoveremo tra pratica, anatomia, biomeccanica e filosofia. E, come sempre, il Professor Marco Invernizzi e gli insegnanti Francesco Vignotto ed Erika Pizzo saranno lieti di analizzare i casi particolari e di rispondere alle domande dei partecipanti.


in presenza e online

Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a sei mesi dal termine del corso

Il programma

Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica interattiva in cui i partecipanti potranno sottoporre casistiche particolari. Si terranno in sala e contemporaneamente online, ma potranno essere seguiti anche in differita. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

Il sistema miofasciale, tra mito e realtà/1

Giovedì 22 settembre ore 19.10

Durante gli ultimi anni, Fascia e sistema miofasciale sono diventate parole abbastanza inflazionate, nei dintorni dello yoga. Come sempre, andremo a indagare quale sia la sostanza che si nasconde al di sotto del rumore. E allora, in questo seminario scopriremo come vi siano parecchi punti di contatto tra le recenti scoperte sul sistema connettivo/miofasciale, lo yoga e alcuni aspetti meno noti della Medicina Tradizionale Cinese: l’idea di una rete di comunicazione onnipervasiva che si trasforma in semiconduttore attraverso sollecitazioni meccaniche, infatti, non può lasciare indifferenti chi abbia familiarità con le discipline psicofisiche.


Il sistema miofasciale, tra mito e realtà/2

Giovedì 6 ottobre ore 19.10

Questo seminario sarà dedicato principalmente alla pratica e a esperire nel concreto il sistema connettivo/miofasciale nel contesto dello yoga. Sarà una pratica dedicata all’attenzione e alle relazioni tra le parti, alle sensazioni legate al tatto e alla scoperta di come il movimento ‘viaggi’ lungo percorsi noti e meno noti attraverso il nostro corpo. Ma questo lavoro servirà da ponte tra la percezione dello spazio del corpo – più libero e leggero rispetto al corpo denso del movimento meccanico – e il corpo che si dispone e si espande nello spazio. E, soprattutto, come questa espansione sensoriale possa sommergere e risolvere tensioni profonde e difficoltà motorie.


Artrite reumatoide

Giovedì 13 ottobre ore 19.10

Durante una delle passate edizioni, in un seminario dedicato all’osteoartrosi, ci è stata posta una domanda sull’artrite reumatoide. Avevamo promesso allora un seminario dedicato all’argomento, perché nonostante la somiglianza nominale, tra osteoartrosi e artrite reumatoide c’è una grande differenza: la prima è un sintomo inevitabile dell’età che può essere alleviato attraverso l’esercizio fisico e la pratica yoga; la seconda è una malattia infiammatoria cronica e autoimmune. E come tale dovremo affrontarla, ricorrendo ad aspetti più sottili che lo yoga ci mette a disposizione e a ciò che la medicina può dirci oggi al riguardo.

Diastasi addominale nel post parto

Giovedì 27 ottobre ore 19.10

La diastasi addominale, ovvero l’eccessiva separazione dei retti addominali, è un fenomeno molto diffuso fra le donne nel post parto ed è in parte fisiologico.
In questo seminario, assieme a Erika Pizzo, vedremo quali sono le implicazioni funzionali, oltre che estetiche, della diastasi, e qual è la soglia di attenzione oltre alla quale occorre intervenire e in quale modo.
Fortunatamente, nello yoga abbiamo a disposizione diversi strumenti, e non intendiamo solo Mula e Uddiyana Bandha, ma un intero approccio che ci offre l’occasione per riconsiderare il nostro addome e la nostra colonna vertebrale come centro e motore del nostro complesso psico-fisico.


Sciatalgia e dolore sacroiliaco

Giovedì 10 novembre ore 19.10

La sciatica è sicuramente una delle patologie più diffuse e ‘gettonate’ tra chi si presenta a un corso di yoga, ed è riconoscibile da sintomi caratteristici: dolore, formicolio, intorpidimento e limitazioni motorie. Per comprenderne le cause, coglieremo l’occasione per esaminare l’anatomia del nervo sciatico e la biomeccanica delle strutture collegate, in particolar modo della colonna lombare e dell’articolazione sacro-iliaca sede quest’ultima di un dolore che spesso accompagna la cosiddetta sciatica, ma che in realtà ha cause diverse. Ovviamente, lo yoga può aiutare molto, se si sa cosa fare.


Osteoporosi

Giovedì 17 novembre ore 19.10

L’osteoporosi è una patologia legata all’età che colpisce in particolar modo e con più forza le donne. Ma anche nei casi più acuti, le cosiddette ‘ossa che si sbriciolano’, l’attività fisica e in particolar modo lo yoga si rivelano molto importanti per la tenuta del sistema muscolo-scheletrico e per vivere una vita relativamente normale. Com’è ovvio però occorre adottare delle precauzioni e saper selezionare le tecniche più efficaci, evitando o adattare quelle potenzialmente dannose. In questo seminario faremo riferimento, oltre che alla pratica yogica, anche alle linee guida del WHO e allo stato dell’arte della terapia riabilitativa.



La pratica con protesi: ginocchio, anca, spalla

Giovedì 1 dicembre ore 19.10

Per il seminario conclusivo prenderemo in esame tre articolazioni maggiori (il ginocchio, l’anca e la spalla) dal punto di vista di chi ha subito un intervento di sostituzione con protesi parziale o totale. Per ognuno di questi casi, valuteremo le limitazioni di movimento, le criticità e gli adattamenti, ma soprattutto come educarsi ed educare gli allievi a gestire la differente mobilità in autonomia.
Ma questo appuntamento che conclude il ciclo ci permetterà di riprendere alcune delle nozioni e delle intuizioni relative al sistema connettivo/miofasciale, ovvero considerare l’elemento particolare, in questo caso ‘estraneo’, all’interno di un contesto fluido che cerca di adattarsi e armonizzarsi.




In ogni modulo si parlerà di…

Corsi di Yoga a Novara

Principi di anatomo-fisiologia e biomeccanica

  • Principi base: movimenti articolari, gruppi muscolari coinvolti
  • Adattamenti alle diverse costituzioni e in presenza di patologie
  • Cosa fare se l’allievo è in fase riabilitativa o post–riabilitativa

Teoria e pratica del corpo energetico

  • L’asana e il corpo energetico secondo la tradizione yogica 
  • Analisi dell’asana secondo la Medicina Tradizionale Cinese

Dimensione pratico-esperienziale

  • Modulare l’approccio: il rapporto tra ‘pretesa’ e possibilità, tra asana come fine o come mezzo
  • Precauzioni e attenzioni nella pratica in presenza di patologie  
  • Come modificare le pratiche in base alle condizioni dell’allievo
  • Esempi pratici
  • Domande e risposte dei partecipanti
Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


I docenti

Marco Invernizzi

Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

    Francesco Vignotto

    Insegnante di yoga presso Zénon.

      Erika Pizzo

      Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, Qi Gong e allenamento funzionale presso Zénon.

        Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

        Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Per chi si iscrive entro il 7 settembre – versando la quota – il prezzo è agevolato a 278€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

        Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

        Richiedi informazioni o iscriviti

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        Meditare nel post-pandemia: un’inversione di tendenza

        7 Giugno 2022 by Francesco Vignotto Lascia un commento

        C’era tutto un discorso in quel silenzio,
        tutto un parlare in ogni muto gesto;
        pareva come se avessero appreso
        ch’era stato salvato un mondo intero,
        o che un mondo era andato in distruzione;

        W. Shakespeare, Il racconto d’inverno

        Saranno stati i due anni di follia pandemica e il presente ancora più subdolamente fosco, saranno i mantra della normalità che, falliti una volta, non si libereranno facilmente di quel sapore di impostura. Eppure devo registrare – personale statistica senza pretese universali – un crescente interesse nei confronti della meditazione e in generale per gli aspetti più interiori dello yoga, più che per i suoi risvolti cosmetici a livello corporeo.

        Altrove si parla addirittura di un italiano su cinque che medita regolarmente: forse è una stima un po’ esagerata, ma gli umori che fiuto nell’aria mi dicono che la materia è uscita dalla nicchia e dal gergo della sottocultura. La novità è che, a quel che vedo, è un interesse asciutto, essenziale, schivo di pose e di frasi fatte, poco o nulla intellettualistico e alieno dal rischio del ‘bisogna crederci’. In una parola mi verrebbe da dire: sincero.

        Novità nella novità, alle sessioni di meditazione si vedono anche persone molto giovani, giovani che in epoca pre-Covid avrebbero forse dedicato più volentieri il proprio tempo a qualcosa di più movimentato. Spesso, chi arriva ha già afferrato il succo, magari grazie a un assaggio durante il periodo di reclusione forzata con qualche video su internet (mi ricordano che esistono anche delle app per meditare: ben vengano, se risvegliano il desiderio di qualcosa di più vivo).

        Così anche quel periodo che tutti ripetiamo di volerci lasciare alle spalle ha dato i suoi frutti, oltre a cicatrici forse indelebili, trasformando per alcuni le pesanti restrizioni in occasione per scoprire il valore del raccoglimento, la necessità di sfiatare la mente come difesa di fronte a una realtà che, rivelandosi all’improvviso friabile, lascia ben pochi degli appigli usuali.

        Mai come oggi la meditazione è tema vivo, ma non di moda: mi piace pensare che sia piuttosto la maglia che non tiene in una attualità sempre più argomentante a vuoto. Non si medita per essere più efficienti al lavoro, per sentirsi parte di una comunità, e forse nemmeno per essere più sereni. Si medita perché è essenziale almeno quanto mangiare o evacuare: questo è ciò che mi sembra le persone colgano oggi – spesso da sole, senza bisogno di essere imboccate – molto più di ieri. Più che la ricerca di un rifugio, mi sembra la constatazione, o perlomeno il presentimento, di quale sia la reale gerarchia.

        Anche per questo, se un tempo mi sentivo di sconsigliare un approccio diretto con la meditazione, ma di familiarizzare con la pratica corporea e respiratoria dello yoga (o qualunque attività che porti al silenzio), oggi i tempi mi sembrano drammaticamente cambiati.

        Lo noto dalla semplicità con cui a fronte di poca o nulla esperienza le persone familiarizzano con un’attività in cui non c’è nulla da fare, da come le sessioni si possano allungare e scarnificare di istruzioni, da silenzio a silenzio. Capita sempre meno che qualcuno si trovi nel luogo sbagliato; chi chiede di meditazione, quasi sempre cerca quello, non qualcos’altro. Vuole approfondire, non prendere ciò che serve e lasciare ciò che appare superfluo.

        Certo, ci sarà sempre la superficialità del mercato, ma anche quella dei sacerdoti che cercheranno di metterci il cappello, dei cavillatori che troveranno dei vizi di forma, degli utenti precoci disturbati dai nuovi arrivi. Tuttavia ciò che è autentico è spesso semplice, elementare, forse d’istinto, come pregare, o semplicemente tacere.

        Secondo la tradizione Tantrica classica, nella vita di un individuo si può verificare un evento che segna un’inversione di tendenza, dalla contrazione (il sentimento di separazione dal resto del mondo che è connaturato all’esistenza individuale ed è origine della sofferenza) verso l’espansione, ovvero l’esperienza di fluidità tra sé e tutta la realtà esistente.

        Questo evento può manifestarsi in modalità clamorose oppure pressoché silenti. In quest’ultimo caso, i segni sono da rintracciare nella vita di tutti i giorni. Christopher Wallis 1C. Wallis, Tantra Illuminated: The Philosophy, History and Practice of a Timeless Tradition, MATTAMAYŪRA PRESS osserva che uno di questi segni è proprio il fatto che “quando si chiudono gli occhi, si rallenta il respiro e si rivolge l’attenzione all’interno, si percepisce immediatamente un senso di presenza, una percezione di dolcezza nel semplice stare con il proprio sé interiore”. Per chi quella svolta non è ancora arrivata, è difficile cogliere il senso di rivolgersi all’interno: mostreranno impazienza, avranno bisogno di spiegazioni, lo troveranno estremamente arduo e infruttuoso.

        Ebbene, dalla pandemia in poi non ho mai osservato così tante persone che il senso lo colgono perfettamente. Grazie, qualcuno dirà, chi frequenta un centro di yoga è già un campione selezionato e orientato in quella direzione. Ma invece non è così scontato e se in precedenza molti avevano bisogno di molto lavoro – molte cose da fare – per trovarsi infine e momentaneamente a proprio agio con qualche fortuito istante di silenzio, ora invece i più si trovano già a proprio agio fin dall’inizio nell’interiorizzarsi. 

        Alla luce di tutto questo, forse si potranno trarre alcune conclusioni su ciò che obiettivamente può essere classificato come ‘trauma collettivo’, e sul fatto che le macerie e le ferite sono solo una parte della realtà, una porzione delle conseguenze: è proprio di tempi inconcepibili, in mezzo a tanta sofferenza e incertezza, anche la possibilità di afferrare in un istante ciò che non basterebbe una vita per comprendere. 



        P.S.: questo articolo doveva inizialmente rispondere ad alcune domande di approfondimento sulla pratica poste da chi frequenta il nostro centro. Arriverà anche quello, molto presto, in altri articoli. Per ora mi sembravano doverose queste considerazioni: parlare di questi temi oggi non è come parlarne ieri, i tempi sono completamente cambiati e forse non è una del tutto cattiva notizia.

        Note[+]

        Note
        ↑1 C. Wallis, Tantra Illuminated: The Philosophy, History and Practice of a Timeless Tradition, MATTAMAYŪRA PRESS
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        Meditare nel post-pandemia: un’inversione di tendenza

        6 Giugno 2022 by Francesco Vignotto Lascia un commento

        C’era tutto un discorso in quel silenzio,
        tutto un parlare in ogni muto gesto;
        pareva come se avessero appreso
        ch’era stato salvato un mondo intero,
        o che un mondo era andato in distruzione;

        W. Shakespeare, Il racconto d’inverno

        Saranno stati i due anni di follia pandemica e il presente ancora più subdolamente fosco, saranno i mantra della normalità che, falliti una volta, non si libereranno facilmente di quel sapore di impostura. Eppure devo registrare – personale statistica senza pretese universali – un crescente interesse nei confronti della meditazione e in generale per gli aspetti più interiori dello yoga, più che per i suoi risvolti cosmetici a livello corporeo.

        Altrove si parla addirittura di un italiano su cinque che medita regolarmente: forse è una stima un po’ esagerata, ma gli umori che fiuto nell’aria mi dicono che la materia è uscita dalla nicchia e dal gergo della sottocultura. La novità è che, a quel che vedo, è un interesse asciutto, essenziale, schivo di pose e di frasi fatte, poco o nulla intellettualistico e alieno dal rischio del ‘bisogna crederci’. In una parola mi verrebbe da dire: sincero.

        Novità nella novità, alle sessioni di meditazione si vedono anche persone molto giovani, giovani che in epoca pre-Covid avrebbero forse dedicato più volentieri il proprio tempo a qualcosa di più movimentato. Spesso, chi arriva ha già afferrato il succo, magari grazie a un assaggio durante il periodo di reclusione forzata con qualche video su internet (mi ricordano che esistono anche delle app per meditare: ben vengano, se risvegliano il desiderio di qualcosa di più vivo).

        Così anche quel periodo che tutti ripetiamo di volerci lasciare alle spalle ha dato i suoi frutti, oltre a cicatrici forse indelebili, trasformando per alcuni le pesanti restrizioni in occasione per scoprire il valore del raccoglimento, la necessità di sfiatare la mente come difesa di fronte a una realtà che, rivelandosi all’improvviso friabile, lascia ben pochi degli appigli usuali.

        Mai come oggi la meditazione è tema vivo, ma non di moda: mi piace pensare che sia piuttosto la maglia che non tiene in una attualità sempre più argomentante a vuoto. Non si medita per essere più efficienti al lavoro, per sentirsi parte di una comunità, e forse nemmeno per essere più sereni. Si medita perché è essenziale almeno quanto mangiare o evacuare: questo è ciò che mi sembra le persone colgano oggi – spesso da sole, senza bisogno di essere imboccate – molto più di ieri. Più che la ricerca di un rifugio, mi sembra la constatazione, o perlomeno il presentimento, di quale sia la reale gerarchia.

        Anche per questo, se un tempo mi sentivo di sconsigliare un approccio diretto con la meditazione, ma di familiarizzare con la pratica corporea e respiratoria dello yoga (o qualunque attività che porti al silenzio), oggi i tempi mi sembrano drammaticamente cambiati.

        Lo noto dalla semplicità con cui a fronte di poca o nulla esperienza le persone familiarizzano con un’attività in cui non c’è nulla da fare, da come le sessioni si possano allungare e scarnificare di istruzioni, da silenzio a silenzio. Capita sempre meno che qualcuno si trovi nel luogo sbagliato; chi chiede di meditazione, quasi sempre cerca quello, non qualcos’altro. Vuole approfondire, non prendere ciò che serve e lasciare ciò che appare superfluo.

        Certo, ci sarà sempre la superficialità del mercato, ma anche quella dei sacerdoti che cercheranno di metterci il cappello, dei cavillatori che troveranno dei vizi di forma, degli utenti precoci disturbati dai nuovi arrivi. Tuttavia ciò che è autentico è spesso semplice, elementare, forse d’istinto, come pregare, o semplicemente tacere: è proprio di tempi inconcepibili, in mezzo a tanta sofferenza e incertezza, anche la possibilità di afferrare in un istante ciò che non basterebbe una vita per comprendere.


        P.S.: questo articolo doveva inizialmente rispondere ad alcune domande di approfondimento sulla pratica poste da chi frequenta il nostro centro. Arriverà anche quello, molto presto, in altri articoli. Per ora mi sembravano doverose queste considerazioni: parlare di questi temi oggi non è come parlarne ieri, i tempi sono completamente cambiati e forse non è una del tutto cattiva notizia.

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        “Yoga” e i cani neri di Carrère

        17 Gennaio 2022 by Francesco Vignotto Lascia un commento

        “È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?” Alcune riflessioni sull’ultimo libro di Emmanuel Carrère, che da outsider depone una pietra tombale sul mito del benessere New Age, in cambio di un salutare bagno di realtà.

        Confesso che ho esitato qualche mese a leggere Yoga di Carrère perché tendo a diffidare dell’hype, un po’ per spocchia, un po’ per un crescente bisogno di argomenti ‘inattuali’, visto che abbiamo imparato quanto l’attualità può essere tossica, volgare e lontana dal cuore della realtà (un po’ come l’inevitabile rumore attorno alle battaglie legali tra Carrère e la ex moglie, che ha fatto purgare dal romanzo tutte le parti che la riguardano).

        Confesso anche che non avevo mai letto nulla di Carrère fino a qualche settimana fa, sebbene da tempo fossi attratto già da alcuni suoi titoli precedenti. Preferivo però non cominciare dall’ultimo proprio perché riguarda un tema in cui sono fin troppo implicato, conoscendone le beghe, per godermi appieno la lettura.

        Così, quando ho ricevuto in regalo Io sono vivo, voi siete morti, la biografia di Philip K. Dick che proprio Emmanuel Carrère scrisse negli anni Novanta, e avendola letta con molto piacere (sono un appassionato di Dick), non avevo più scuse per evitare la lettura del suo lavoro più recente. Con sorpresa, ma neppure troppa, ho constatato che tra i due libri vi è più di un punto in contatto: entrambi formulano importanti questioni sulla vita, sulla natura ultima del reale e sulla possibilità di conoscerla, e in entrambi questi stessi temi costeggiano l’abisso del disturbo psichico.

        Dal canto suo, Yoga racconta come non ci sia nulla che preservi dalla buia notte dell’anima, nemmeno quando, come all’inizio del libro, sembra che per l’autore la vita si sia stabilizzata una volta per tutte sul versante più comodo. È proprio in quel momento che nasce l’idea di scrivere “un libretto arguto e accattivante” sullo yoga che avrebbe trovato posto nei già affollati scaffali delle librerie dedicati all’auto-aiuto e alla crescita personale. Tuttavia Carrère conosceva già fin dai tempi di Io sono vivo la saggezza dell’I Ching basata sull’alternanza degli opposti, e le sue stesse parole di allora suonano come un ambiguo avvertimento che

        ogni momento è un passaggio, che l’apogeo è l’inizio del declino e la sconfitta preannuncia la vittoria futura. A chi brancola nelle tenebre [l’I Ching] insegna che presto tornerà la luce, a chi esulta sotto il sole di mezzogiorno che sta già cominciando il crepuscolo, al saggio l’abile arte di lasciarsi portare dal corso delle cose come una barca vuota si abbandona alla corrente del fiume.

        Per Carrère la notte cala con la fine del matrimonio, e la barca vuota che si era convinto di essere si rivela piena di demoni. La crisi sfocia in un ricovero in psichiatria durante il quale sarà sottoposto a terapia elettroconvulsivante. La diagnosi è sindrome bipolare.

        La situazione sembrerebbe essere sfuggita molto lontano dallo yoga, qualcuno potrebbe obiettare (ma poi: perché?). Eppure tra le tante definizioni provvisorie di meditazione che costellano il libro, la più assoluta arriva non nella prima parte, che precede il disastro, seduto sullo zafu durante il purgatoriale seminario di Vipassana, ma nella seconda parte, di fronte a tutto l’orrore per sé stessi che non si può spiegare, per bocca di un anziano psicanalista, ex gesuita ed ex lacaniano, trasformatosi suo malgrado in maestro Zen:

        Quello che sta vivendo e orribile: bene. Lo viva. Vi aderisca. Sia quell’orrore. Se deve morirne, ne morirà. Non cerchi né ragioni né mezzi per uscirne. Non faccia niente, lasci perdere: solo cosi può verificarsi un cambiamento.

        Non funzionerà, si affretta a precisare Carrère. Ma nessuno aveva detto che doveva funzionare. O meglio: sperare che funzioni è ancora parte del problema.

        La mosca al naso

        Yoga non segue il copione consolidato della celebrità che ha sconfitto la depressione o ha smesso di picchiare la moglie grazie alla meditazione; lo yoga non è qui una spugna magica, né Carrère ha la pretesa di essere qualcosa più di un meditante della domenica, ma proprio per questo ne guadagna in credibilità oltre che tensione drammatica: abbiamo già troppi scrittori-attori-cantanti che si riciclano nel settore benessere come maestri di vita, la cui placida anima non è mai increspata nemmeno da un peto. (Sperando di non essere contraddetti in futuro dai fatti, almeno in questo libro Carrére rimane lo scrittore che un po’ si pente di non essersi portato, trasgredendo le regole, il taccuino al seminario intensivo di Vipassana: nonostante tutti gli sforzi per convincersi del contrario, è lì per un reportage).

        Emmanuel Carrère

        Yoga ha fatto saltare la mosca al naso a parecchi praticanti attirati dal titolo, e quello appena esposto potrebbe essere un motivo: non è una storia esemplare. Non è il “libretto arguto e accattivante” che lo stesso autore si era inizialmente proposto di scrivere e che chi pratica yoga vorrebbe leggere. Che alla fine si sia comunque intitolato Yoga lo rende quasi un koan, tanto che la vera motivazione che spinge a terminare il libro è proprio scoprire perché Yoga sia stato scritto lo stesso; che è forse, meravigliosamente, lo stesso motivo per cui si pratica yoga nonostante la vita si guardi bene da somigliare alle agiografie dei santi.

        Un altro elemento di disappunto per gli appassionati è la disinvoltura con cui Carrère utilizza la parola Yoga come macro-contenitore per riferirsi non solo alla pratica corporea – di cui parla in realtà poco – ma soprattutto alla meditazione e al Tai Chi. Il nostro autore non va nemmeno troppo per il sottile coi riferimenti letterari, che, va bene, sono abbastanza prevedibili per chi mastichi appena un po’ della materia: con tutte le mattine trascorse al Cafè dell’Église a leggere Patanjali (“Quanto me la tiravo”), Carrère non spreme molto più di un sunto da quarta di copertina; il Bardo va sempre bene, sia che si viaggi con l’LSD, sia che si tenti il suicidio, sia che si partecipi a un seminario intensivo in cui ai partecipanti è vietato parlare e a condurre è una voce preregistrata; la mania per yin e yang e per le infinite elencazioni di opposti sembra a volte più un fuoco d’artificio per impressionare l’altro sesso e i giornalisti inesperti, non fosse che l’alternanza di opposti è tragicamente connessa proprio al suo disturbo mentale. Ma sebbene Carrère non sia Calasso, il suo essere e rimanere scrittore di mondo lo tiene quasi sempre lontano da fole New Age, e anche quando le sfiora (lo yoga molecolare) le elabora poeticamente.

        Con quelle due-tre nozioni che potrebbero essere già logore da un pezzo, anzi, Carrère si mette a scavare, in un corpo a corpo con i vortici della mente, sondando gli animi e le motivazioni profonde senza sconti (William Hurt che vuole essere una persona migliore per essere un attore migliore, i volontari sull’isola di Leros che affogano i loro cuori infranti nell’altruismo) e portando alla luce intuizioni notevoli proprio quando disinvolte.

        Tra il dottor Yang, da un lato, che invita ad andare cauti con la meditazione, per non svegliare le potentissime energie che può mettere in moto (“Ci metteva in guardia contro questi rischi che non mi pare di avere mai corso, o se è successo non me ne sono reso conto, o ancora, più probabilmente, non ho mai raggiunto né mai raggiungerò il livello a partire dal quale cominciano a presentarsi”); e il maestro di Iyengar yoga secondo il quale occorrono dieci anni di preparazione ortopedica, di allineamento di bandha e chakra prima di poter essere degni di sedere sul cuscino; di fronte insomma a tutta questa erudizione che getterebbe nello sconforto il proverbiale millepiedi senza sapere più quale zampa muovere per prima, Carrére conclude, di testa sua e con invidiabile concretezza popolana, che meditazione è tutto ciò che succede quando ti siedi in silenzio, compresa la noia, i dolori, i pensieri parassiti. Compresa l’impressione che stai perdendo tempo con una cazzata pseudo-spirituale.

        La prova della bellezza

        Ram Dass

        Ma c’è un altro motivo per voler bene a Carrère, ed è una piccola corazzata Potëmkim che ci ricollega (e non è l’unico caso per chi vuole leggere tra le righe) al tema dell’articolo precedente. Pur rifiutandosi di gettare via il bambino con l’acqua sporca (altro tema dickiano), il nostro non può mancare di rilevare che gran parte della sotto-cultura spirituale sia irrimediabilmente brutta. Da scrittore, è più che sfiorato dal dubbio che questa desertificazione della bellezza vorrà pur dire qualcosa. Imperdonabili – nel senso di Cristina Campo, ovvero perfette – sono le sue considerazioni di fronte ai partecipanti del seminario di Vipassana, che tra una sessione e l’altra, come da cliché, non riescono a resistere ad abbracciare gli alberi (la scena, con il balletto delle esitazioni che lo precede, è invero molto più comica di come la potrei descrivere). La visione genera un cortocircuito tra la lettura di alcuni saggi di Orwell e la visione di un documentario su Ram Dass; il confronto è impietoso:

        Guardando il documentario, mi immaginavo quanto sarcasmo e perfino disgusto avrebbe suscitato in Orwell […] questo vecchio saccente, Ram Dass, tipico esemplare della tribù degli yogi-barbuti-vegetariani-indossatori di sandali che lui considerava non innocui babbei, ma imbecilli decisamente pericolosi. Ebbene, guardando questi ragazzi con le cuffie peruviane che abbraciano gli alberi, mi chiedo anche: come mai gli accenti di verità, il peso dell’esperienza e persino il godimento estetico sono con tanta evidenza dalla parte di Orwell e non da quella di Ram Dass né di nessuna delle autoproclamatesi guide spirituali che recitano i loro sempiterni discorsi sull’espansione della coscienza, sul potere del qui e ora e sulla pace interiore? Perché i loro pensieri mancano a tal punto di gravitas? Perché nessuno di loro supera la prova della bellezza? Perché i loro libri dalle copertine rosa o azzurre, che in ogni libreria new age balzano agli occhi come l’incenso alle narici, sono cosi brutti, cosi stupidi?

        “Penso per esempio che ci sia un grado di verità maggiore in Dostoevskij che nel Dalai Lama” concluderà più tardi, altrettanto imperdonabilmente, quando abbandonerà il seminario, con uno strappo alla regola, a causa degli attentati a Charlie Hebdo, dove il suo amico Bernard perse la vita. Tra il cervello di quest’ultimo sparso sul linoleum della redazione e il “conclave di meditanti impegnati a frequentare ognuno le proprie narici e a masticare in silenzio bulgur con gomasio”, Carrère conclude che “una delle due esperienze sia, molto semplicemente, più vera dell’altra”.

        Ma questo non è che uno dei tanti momenti dialettici di Yoga, tra le incurisioni del e nel mondo e l’aspirazione ad elevarsi al di sopra della sofferenza del mondo, che nella spiritualità di massa rischia spesso di trasformarsi in elusione solipsistica, clausura a gettone senza sacrificio, come gli ayurvedici svizzeri isolati in un’ala di un albergo dello Sri Lanka, in accappatoio bianco e cuffietta di plastica, che non interrompono nemmeno per un istante il loro seminario, mentre il resto della struttura si è trasformata in un centro di accoglienza per gli sfollati di uno tsunami.

        Se lasciate che affiori in voi stessi

        È confortante che il cielo non si apra solo ai santi, ai saggi, ai frequentatori abituali di zafu, ma anche a noialtri membri della famiglia splendida e miserevole dei nervosi, a noialtri aggrediti dai cani neri.

        Nella foto più sopra, il sorriso descritto a pagina 269 della giovane Martha Argerich che, dopo essere quasi sparita a sinistra dell’inquadratura, riprende il tema principale della polacca Eroica di Chopin; è il sorriso che “viene al tempo stesso dall’infanzia e dalla musica” di chi ha visto il paradiso, anche solo per 5 secondi. Dalla biografia curata dalla figlia, emerge quanto Martha fosse stata una madre madre tossica e dispotica.

        A giudicare dalla pila di copie disponibili in libreria, senza paragone con qualsiasi altro volume Adelphi, Yoga sta vendendo ancora molto a più di sei mesi dall’uscita (“Questo qui ci sta uscendo dalle orecchie” si lascia sfuggire la commessa mentre lo acquisto). Ne sono, in fondo, contento, perché è un libro che sa confluire nelle vene del mainstream senza rinunciare a incidere in profondità, ma soprattutto sa lasciare aperti gli orli di una ferita (come dovrebbe fare un romanzo), non utilizza lo yoga come tappeto per nascondere la polvere e proprio per questo, a modo suo, contribuisce a una riflessione più matura sul senso ultimo della pratica; e soprattutto è consapevole che il senso ultimo non sarà probabilmente annunciato mentre siamo seduti a meditare.

        Certo è uno yoga, anche quello, mainstream, sui generis, o Iyengar o Ashtanga, uno yoga piramidale di grandi, inarrivabili maestri da piedistallo, e di milioni di pedoni che probabilmente perderanno sempre terreno nel cercare invano di bandire l’ombra dalla propria vita.

        Il valore di Yoga è di avere la sincerità di guardare in faccia l’oscurità, ma anche la notevole intuizione – notevole proprio perché vi arriva a braccio, fosse anche strisciando, senza essere imboccato da alcuno – che quell’oscurità non può e non deve essere essere espunta: “A sinistra c’è l’Ombra ma c’è anche la gioia pura, e forse non può esserci gioia pura senza Ombra, e allora vale la pena di vivere con l’Ombra”.

        Nel riprendere in mano il libro per scrivere questo articolo, mi accorgo della citazione del Vangelo di Tomaso in epigrafe di cui mi ero completamente dimenticato, ma che mi sembra essere il sigillo perfetto a queste riflessioni:

        Se lasciate che affiori in voi stessi, ciò che avete vi salverà. Se in voi stessi non lo avete, ciò che in voi stessi non avete vi ucciderà.

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        Sensi soprannaturali: conversazione con Gioia Lussana sullo Yoga della bellezza

        7 Gennaio 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

        foto di Gioia Lussana

        Il sé è un danzatore
        Il sé interiore è la scena
        I sensi sono gli spettatori

        Vasugupta, Gli Aforismi di Śiva

        Lo yoga della bellezza di Gioia Lussana è uno dei testi più interessanti e originali degli ultimi anni sullo yoga. Il tema di fondo si sviluppa intorno a una intuizione del tantrismo del Kaśmīr medievale ancora poco esplorata, secondo cui lo stupore meravigliato di fronte all’opera d’arte è esperienza del sacro; sacro che attraverso questa breccia può essere colto in ogni aspetto della vita ordinaria.

        Gioia Lussana è laureata cum laude in Indologia con Raniero Gnoli e Raffaele Torella ed è dottore di ricerca in Civiltà e Culture dell’Asia presso l’Università Sapienza di Roma. Il rigore con cui affronta le fonti non le impedisce il confronto, da un lato, con la tradizione filosofica e poetica occidentale e, dall’altro, con la sua esperienza di praticante e di insegnante di yoga, contribuendo a espandere gli orizzonti di ciò che intendiamo oggi con questo nome.

        Anche per questo, era abbastanza inevitabile parlare direttamente con lei del suo ultimo libro.

        Gioia Lussana

        Due cose colpiscono subito l’occhio riguardo a Lo yoga della bellezza. La prima è il sottotitolo: “Spunti per una riformulazione contemporanea dello yoga del Kaśmīr”. La seconda è la doppia prefazione: di Raffaele Torella, ovvero uno dei più importanti esperti a livello internazionale di Tantrismo indiano; e di Eric Barét, riformulatore moderno dell’approccio del Kaśmīr come prima di lui Jean Klein (un ulteriore elemento di sorpresa, ma bisogna avere letto il libro, è il tuo contatto diretto con una forma di Haṭha-yoga tradizionale del Kaśmīr).
        Per il senso comune, qualcosa che si richiama a una tradizione o vi aderisce letteralmente oppure suona un po’ sospetto; d’altro canto, le riletture contemporanee hanno sempre suscitato qualche alzata di sopracciglia tra gli studiosi. Qui, invece, sembra di trovarsi di fronte a un particolare caso di superamento degli opposti, e allora ti chiedo: cosa intendi con il termine riformulazione? E come può essere possibile riformulare una tradizione di cui, come spieghi, ci mancano ormai molti elementi operativi? Ma soprattutto: se una tradizione può (deve?) essere riformulata, che cosa intendiamo con la parola tradizione?

        Ᾱgama, tradizione, in sanscrito è letteralmente un ‘flusso ininterrotto’. Ᾱgama è anche il nome dei testi tantrici śivaiti rivelatori di una visione rivoluzionaria del sacro. Voler dare nuova linfa a una fiorente e antica tradizione è rimanere nell’alveo del suo torrente e continuare a scorrere in esso. Si potrebbe dire mantenendo il ricordo della sorgente, ma attraversando nuovi paesaggi.

        Come accenno nel mio libro, già all’inizio del secolo scorso, quando nacque in Kaśmīr Lakshmanjoo, considerato l’ultimo depositario per trasmissione diretta del lignaggio dei maestri medievali, si era persa la decodifica delle pratiche, spesso altamente esoteriche, descritte da Abhinavagupta nelle sue opere. Si potrebbe in ogni caso affermare che lo yoga del Kaśmīr non è uno yoga preminentemente ‘tecnico’, ma incentrato su un messaggio profondo. Ciò che era presentato per iscritto era già
        nel X e XI secolo solo una traccia di ciò che veniva essenzialmente comunicato per
        via orale da maestro a discepolo e costituiva la prassi vera e propria.

        In virtù di ciò è tanto più lecito oggi tentare di riformulare, di interpretare in modo nuovo quel poco che risulta accessibile delle tecniche antiche, cercando soprattutto di non distaccarsi dalla trasmissione originaria – prettamente filosofica – che esse veicolavano attraverso il corpo. Una riformulazione moderna deve in qualche modo farsi carico dell’evoluzione di segno e di senso della visione filosofica originale, da trasporre in uno yoga non iniziatico e alla portata di un vasto pubblico. Uno yoga siffatto non è in ogni caso compatibile con le forme di gran parte dello yoga contemporaneo, classificabili come fenomeno di massa e con una valenza prettamente commerciale.

        I maestri śivaiti non erano solo filosofi, retori e maestri di estetica, ma anche potenti yogin che sapevano incarnare creativamente la stupefacente visione filosofica che emerge dai testi. Si tratta oggi di riproporre in un linguaggio attuale il palpito vitale e la profondità concettuale che essi seppero trasfondere nel rito dello yoga.

        Credo che riformulare oggi sia essenzialmente dare forma a uno yoga ‘generativo’, che non perda cioè la sua connotazione intuitiva, mai meccanica, sempre nuova, che scaturisce innanzitutto dal calore vitale e dal battito della vita in ognuno di noi, come da una fonte viva e nello stesso tempo cosciente. La tecnica non è che uno sviluppo ulteriore di questa percezione palpitante originaria.

        Il modo di esprimersi dell’artista, del fruitore dell’arte e dello yogin prende le mosse da questo ‘bollore vibrante’ – la cifra della vita – e sgorga ispirato da pratibhā, l’intuizione dell’intima coerenza di ogni cosa, la bellezza di ‘ciò che è’.

        Pratibhā, è quell’ingenium che ci fa presentire l’Assoluto. Ogni āsana, ogni gesto diviene allora il rito della bellezza e della sacralità dell’esistenza. L’arte dello yoga diviene in tal modo celebrazione della realtà in ogni sua manifestazione, che in quanto viva è allo stesso tempo auto-consapevole. Nei tantra śivaiti è rimarcata difatti la sorprendente omologia tra coscienza/sapienza e movimento della vita, che si riflettono nell’ordinario e nello straordinario con uguale splendore. Il rito dello yoga ha la funzione di intensificare ulteriormente tale ‘sapiente vividezza’.

        Veniamo al tema centrale del libro, ovvero la stretta connessione tra l’esperienza estetica e l’esperienza religiosa. Per sgombrare il campo da equivoci naïf, il bello di cui parliamo non è per nulla ornamentale: si ha anzi l’impressione che la poesia (cito un altro termine-chiave) in questo caso abbia ben poco a che fare con l’evasione della realtà a cui il senso comune l’associa. Puoi parlarci di questo aspetto?
        A ciò si collega un’altra domanda: da un approccio così radicalmente non-duale ci si aspetterebbe diffidenza nei confronti delle parole. Eppure nel tuo libro emerge la precisione chirurgica dei maestri del Kaśmīr nel descrivere ma soprattutto nell’evocare l’ineffabile, oltre a un tuo gusto particolare per l’etimologia anche nei confronti delle lingue europee. Evocare: in una riformulazione contemporanea, quanto è importante il linguaggio non solo per descrivere e istruire, ma per evocare una sensibilità straordinaria? Penso ad esempio a quando viene richiesto, nella riformulazione di Klein/Barét, di sentire il muro di fronte, o compiere un asana senza il corpo fisico. Anche qui abbiamo a che vedere con un uso poetico delle parole a tutti gli effetti creativo…

        Nella concezione tradizionale la percezione della bellezza (rasāsvāda), investigata con estrema eleganza dai maestri kaśmīri e con suprema maestria in special modo da Abhinavagupta, si qualifica in sostanza come il vero laboratorio dell’esperienza religiosa o spirituale in senso lato: brahmāsvāda, connotata da un vivo assaporamento, intensificato rispetto alla fruizione ordinaria, che vede i nostri sensi spesso assopiti e resi opachi dalla routine. Le due esperienze, entrambe intensissime, scaturiscono dal terreno comune della vita ordinaria, che viene dissodata e resa fertile attraverso questi due vissuti straordinari in virtù di un risveglio che rende straordinario anche l’ordinario. La vita nella sua interezza e in tutte le sue forme acquista allora significato e sapore in quanto celebrazione gratuita, ‘generazione’, come accennavamo precedentemente, compiuta in se stessa. Il rito dello yoga, non confinato dunque a un ambito esclusivamente rituale, si qualifica come una estasiata espressione della vita in quanto tale.

        Lo yoga del Kaśmīr, sia nella sua accezione tradizionale, sia nella sua riformulazione contemporanea, è fondamentalmente arte della contemplazione, in una parola bhāvanā, ‘attenzione generativa’, come potremmo tradurre questo termine complesso.

        Nel Medioevo in Kaśmīr Bhaṭṭa Nāyaka considera bhāvanā come il ‘desiderio di espressione’ che genera la poesia, l’arte che si propone di alludere a ciò che per sua natura è indescrivibile: la bellezza, ovvero l’essenza della realtà. Lo yoga kaśmīro incarna la capacità creativa che il termine bhāvanā contiene in sé. È risvegliare la presenza consapevole, gustandola attraverso la contemplazione. Uno yoga ‘filosofico’ dunque e altamente ‘poetico’, in quanto si propone di evocare nientemeno che il sacro attraverso la postura, il gesto, l’immagine, il suono.

        Per conservare la sua vitalità ispiratrice il linguaggio della pratica deve oggi a mio avviso accendere un significato, tradurre la filosofia in poesia e la poesia in āsana. Lo yoga si assume quindi il compito di suscitare l’intima natura del reale, esprimendo in modo rituale la sua sacralità naturale. Il suono e il gesto conservano in tal modo la loro matrice energetica, prima che discorsiva o intellettuale. Parole e immagini rese ‘corporee’, che non diminuiscono, anzi intensificano la verità delle cose.

        Lakshmanjoo

        I sensi e in particolar modo il tatto, o meglio la tattilità, altrove considerati una distrazione da cui ritirarsi, sono qui invece lo strumento principale di indagine. Anche in questo caso lo yoga del Kaśmīr sembra da un lato andare in controtendenza rispetto allo yoga classico (viene in mente la famosa critica di Abhinavagupta allo yoga di Patanjali, citato da Torella: “Ritirare i sensi dai loro oggetti porta a rafforzare il legame invece di allentarlo”1R Torella, “Abhinavagupta’s Attitude towards Yoga” in Journal of the American Oriental Society 139.3 (2019)); dall’altro siamo ben distanti anche dalle celebrazioni della positività del corpo-fatto-di-cibo che animano molto yoga contemporaneo. I sensi sembrano qui anzi già appartenere a territori che altrove sarebbero definiti soprannaturali. Puoi dirci qualcosa di più rispetto a questa particolarità?

        Rasāsvada, la percezione estetica, è l’esperienza unitaria del sentire attraverso l’uso dispiegato dei sensi, o meglio quella qualità alla base di ogni specifica conoscenza sensoriale: l’assaporamento. Non riguarda semplicemente il senso del gusto, ma quella completezza che deriva dall’usare fino all’estremo uno qualunque di tutti i sensi. Rasa come gustazione denota in generale la primordiale presa di coscienza che tutti i sensi attivano. Sensi che nello śivaismo kaśmīro sono ‘le Dee, le signore dei sensi’ (karaṇeśvarī o svasaṃvid-devī), potenti divinità che risvegliano la capacità di comprendere, di conoscere ovvero di assaporare intensamente la realtà. Sapere è in primis ‘gustare’.

        La cifra di questo yoga è sempre l’intensità, fiammante, nuova, per certi versi sempre un po’ spiazzante in quanto contemplazione smisurata e senza inibizioni di quello che c’è, senza omissioni né aggiunte. Questo, come dicevamo, è uno yoga contemplativo. Contemplare la bellezza, anche in ciò che ci spiazza, ci addolora o ci scuote dalle fondamenta.

        Contrariamente alla visione del Pātañjala-yoga o yoga classico e di gran parte del pensiero filosofico indiano, dove emozioni, passioni e desideri vengono demonizzati o considerati pericolosi nemici, nel tantrismo non duale del Kaśmīr lo yogin, come l’artista o il fruitore dell’arte, è un rasika, un ragavan o un sahṛdaya ovvero una persona ‘sensibile’, appassionata, che partecipa ‘con tutti i sentimenti’ a ciò che gli è dato di vivere o sperimentare. Potremmo affermare che lo yogin del tantrismo non duale ‘sente esteticamente’, rifacendoci al significato del greco aisthánomai, che è un sentire, comprendere attraverso l’emozione e il sentimento. Lo stato di coscienza estetico è in qualche modo ‘estatico’ per il particolare tipo di gioia che produce nel soggetto, completamente indipendente da un’utilità personale.

        L’intensità di un cuore attento e partecipe (heartful potremmo dire, prima che mindful), pur essendo spontanea, a volte richiede un allenamento per attivarsi e incrementarsi. Lavorare la mente-cuore rappresenta un livello specifico di yoga, forse il più diffuso nelle scuole non duali, interessate a dissodare la mente dai suoi impedimenti più che a potenziare la struttura muscolare del corpo. Il training della mente-cuore è in ogni caso un lavoro ‘tattile’, concreto, come impastare il pane o smuovere la terra per seminarla. Richiede la stessa cura, costanza, dedizione. Richiede non soltanto una mente pronta, ma anche un cuore vibrante e un corpo disponibile ad accogliere e custodire l’intensità. Ed è il calore vitale, come dicevamo, e l’emozione della vita in noi che si genera da questo calore, a creare la forma dell’āsana e a originare la dinamica del corpo nello spazio. Il movimento in queste scuole diventa radianza di luce e calore, in ultima analisi, gioia. Espansione del cuore, danza del cuore.

        Inevitabile non notare quanto qui sia decentrato il ruolo della tecnica, al contrario di quanto avvenga nello yoga classico e in quello contemporaneo, dove sembrerebbe che il riconoscimento della propria reale natura – o, a essere più modesti, i vari benefici dello yoga – derivino dall’esecuzione di procedure definite e dalla loro ripetizione. Nello yoga del Kaśmīr i rapporti causali sembrano capovolti, o forse sarebbe meglio dire sconvolti da cause di forza maggiore: prima c’è il riconoscimento e poi la tecnica. Anche per le nostre menti contemporanee, dominate dalla tecnica (penso ad esempio all’attributo intelligente riferito a un algoritmo), può sembrare di trovarsi di fronte a un koan: com’è possibile anche solo chiedere di realizzare qualcosa senza realizzarlo?

        Rāga, desiderio, anziché vairagya, distacco (letteralmente ‘scoloramento del rosso’ ovvero del desiderio) e kṣana, istante, anziché abhyāsa, ripetizione nel tempo, sono i pilastri dello yoga non duale rispetto al Pātañjala-yoga. Lo yoga del Kaśmīr valorizza lo slancio (udyama) anziché lo sforzo o la coazione a ripetere. Come spiego nel mio libro, quella dello yogin è un’azione vitale spontanea (akṛtaka) che nella pratica si traduce in presenza consapevole e partecipazione emotiva, espansività, la direzione privilegiata dello yoga non duale.

        Abhinavagupta chiama camatkāra quel particolare assaporamento meravigliato e consapevole in cui il soggetto lascia sgorgare dall’interno il gesto yogico. Non si tratta di un appagamento per aver finalmente ottenuto un oggetto desiderato o aver raggiunto un obiettivo, ma una felicità del tutto diversa e autosufficiente, non dipendente dall’esterno, ma riconducibile all’intima sensazione di essere vivi, consapevoli dell’inesauribile desiderio della vita di esprimersi come da una fonte che zampilla e irrora tutto lo spazio del corpo e oltre il corpo. Tale attitudine interna è, come dicevamo, l’aspetto centrale di questo yoga, anziché la tecnica, relegata al livello di yoga più grossolano o minimale, ānava-upāya. Ma nella visione di Abhinavagupta anche uno yoga ‘meramente tecnico’ conduce in ultima analisi all’insight che ‘ognuno di noi è Śiva’…. Ognuno di noi è già perfetto così com’è. E ogni livello di yoga conduce naturalmente e imperiosamente a questa evidenza.

        Lo slancio, la smisuratezza, il traboccare, il fuori scala sembrano essere cifre caratteristiche di questo yoga. Se ci fermassimo qui potremmo pensare a uno yoga di gesti eclatanti e di supersforzi. E invece, l’attenzione viene più spesso orientata alla sensibilità minuta, del momento liminale, dello spazio tra due cose/due esperienze, allo ‘stare per’ o al morire di un’esperienza. Anche qui sembra che venga chiesto l’impossibile: come si possono intraprendere due direzioni apparentemente divergenti, l’esuberanza e l’estremamente piccolo?

        Il traboccamento (antarucchalana) del gesto e del cuore in uno slancio smisurato non contraddice in effetti l’attenzione minuta dello yogin verso ciò che è liminale, indefinito, evanescente.

        La non contraddizione sta nel fatto che niente viene fatto ‘per se stessi’, ma in una modalità per così dire ‘generalizzata’ ovvero neutrale. Le stesse famigerate citta-vṛtti (modi della coscienza che comprendono cognizioni/emozioni) non portano a schiavitù se vissute ‘in modalità estetica’ ovvero lasciate libere di dispiegare la loro carica energetica prima che la mente razionale se ne appropri, asservendole ai propri bisogni. Esse diventano ostacoli quando il contenuto emotivo è al servizio dell’ego. Tale attitudine non appropriativa, comune peraltro a tutte le grandi tradizioni mistiche, purifica ogni desiderio dalla sua componente di avidità accaparratrice e trabocca come ‘desiderio aperto’, pronto ad accogliere e ad amare esattamente quello che c’è, così com’è, come ben sapevano e mettevano in pratica gli stoici nella nostra tradizione occidentale. Secondo questa visione non soltanto ciò che è sottile o liminale, ma anche ciò che è doloroso o negativo trova posto nella mente-cuore dello yogin, dove tutto senza esclusione ha la sua ragion d’essere.

        Mark Dyczkowski, Daniel Odier, Christopher Wallis: cito tre nomi tra i tanti legati, in modo molto diverso tra loro, al tantrismo del Kaśmīr. Quali sono le affinità e le divergenze con l’approccio de Lo yoga della bellezza?

        Tutti e tre gli autori che citi hanno contribuito in diversa misura alla diffusione e alla conoscenza della tradizione del Kaśmīr medievale. Non mi risulta però che nessuno di loro abbia particolarmente approfondito la produzione estetica dei maestri kaśmīri, riscoperta invece e valorizzata sulle orme di Raniero Gnoli da uno dei più insigni interpreti della tradizione manoscritta medievale, Raffaele Torella.

        La traduzione dei testi di estetica medievali è in ogni caso un fenomeno relativamente recente, di cui Gnoli alla fine degli anni’50 fu uno dei primi al mondo ad interessarsi. Negli ultimi vent’anni stanno emergendo in traduzione delle vere e proprie perle di questa visione estetica, un filone estremamente promettente che getta una nuova luce interpretativa anche sul significato stesso di yoga in generale e dello yoga non duale in particolare. Qui la percezione della bellezza gioca il ruolo di vero e proprio laboratorio dell’esperienza religiosa in senso lato e yogica in senso specifico. Qui si può a ragion veduta concepire uno yoga ‘estetico’ che si contrappone a uno yoga ‘ascetico’ dominante in tutta la ben nota tradizione dello Haṭha-yoga.

        Nel tuo libro non risparmi connessioni con il pensiero e la poesia occidentale, da Platone a Bachelard, da Leopardi a Weil e Candiani. Sembra di intravedere che, sebbene l’idea di una philosophia perennis non goda più di grande popolarità, sia tuttavia possibile almeno trovare un terreno comune di dialogo, che vi sia un referente comune, per quanto per sua natura ineffabile, che altri, altrove, hanno intuito con formulazioni diverse. Cosa ne pensi?

        Già nel Vangelo di Giovanni – su cui si fonda tutta la tradizione mistica occidentale a seguire – il primato della vita in tutte le sue diverse accezioni è la matrice concreta della spiritualità nelle sue forme più elevate. È allora lecito riscoprire in contesti tra loro anche molto diversi, dalla poetica all’estetica fino alla prassi yogica o alla fenomenologia husserliana tratti di un filo comune che unisce il vasto campo delle esperienze umane. La percezione/emozione della nostra vitalità interna può essere considerato questo fil rouge.

        Eric Barét

        Nel tuo libro precedente, La dea che scorre, resoconto dei tuoi studi sul campo in Assam, accenni a un probabile contatto tra la tradizione tantrica indiana e quella taoista. In effetti, e non è solo una mia impressione, osservando la pratica e la gestualità di Eric Barét o di Nathalie Delay è difficile non notare un’affinità con il Qi Gong e con le arti marziali ‘interne’ (che del resto, mutatis mutandis, implicano un approccio intimamente tattile all’energia vitale), più che con le varie filiazioni dello Haṭha–yoga moderne e premoderne. Ho parlato di gestualità volutamente, in quanto sia in Barét che in Delay sembra quasi una forma di Qi Gong spontaneo. Cosa ne pensi?

        Fin dalla prima volta che incontrai lo yoga di Eric Baret dodici anni fa, mi resi conto che si trattava di uno yoga per così dire ‘prāṇico’, che lavorava essenzialmente un corpo fatto di calore vitale, respiro e spazio, relegando a un costrutto mentale il corpo denso, muscolare, generalmente considerato protagonista dello yoga più diffuso. Lavorare la dimensione energetica in una percezione del corpo allargata a comprendere tutta la vastità in cui il corpo è inscritto è una peculiarità dello yoga del Kaśmīr contemporaneo e senz’altro presenta notevoli affinità con il Qi gong tradizionale cinese, che io stessa ho avuto la fortuna di praticare in prima persona con un maestro taoista.

        In uno yoga siffatto l’āsana diventa una ‘forma senza forma’. Una forma che attraverso il silenzio e l’immobilità viva che la costituiscono, lascia che i suoi contorni scolorino fino ad abbracciare tutto lo spazio intorno. Scompare allora la percezione fisica della postura in cui si dimora e rimane soltanto ‘il soffio interno’, la calda e vibrante sensazione della vita in noi, che i kaśmīri chiamavano spanda e i taoisti Qi.

        Vorrei concludere con tre suggestioni che mi hanno suscitato la lettura del tuo libro. La prima è di un poeta a me molto caro, Yves Bonnefoy: “Ciò che non ha pace è ancora la pace”.
        La seconda è di un poeta a me ancora più caro, Milo De Angelis, che abbiamo intervistato qualche tempo fa proprio su questo sito: “L’infinito appare nel poco/come l’ultima nota di un grido/che si dilegua”.
        L’ultima suggestione viene dall’ultimo capitolo de Gli imperdonabili di Cristina Campo, intitolato guarda caso “Sensi soprannaturali”. L’ambito sembrerebbe essere proprio distante, infatti si parla di una supplica del mistico greco medievale Simeone Metafraste, ma anche per questo la connessione spicca in modo bruciante: “È perfettamente apparente […] come l’acquisizione dei sensi soprannaturali importi l’oblazione dei naturali: questi gettati in quelli, accesi e consumati in quelli, come le resine preziose nella mischianza del santo crisma. […] Che si possa parlare qui di repressione o di sublimazione è degradante al solo ricordo, e persino una parola del tutto canonica, mortificazione, appare in qualche modo mortificante.”

        Bellissime le tre suggestioni che riporti nella tua ultima domanda.
        ‘Ciò che non ha pace è ancora la pace’ mi ricorda una mattina in Kaśmīr, quando arrivai completamente fradicia alla piccola casa del maestro, in fondo al villaggio. Una tempesta di pioggia mi aveva sorpreso sulla strada fangosa e al mio arrivo venni scaldata e rifocillata con latte caldo. Quindi il maestro mi scrisse queste poche parole su un pezzo di carta: ‘Non c’è pace senza intensità’. In questa breve frase c’è una bella sintesi della visione non duale. La pace può essere assaporata in ogni cosa o situazione, anche in mezzo al freddo di una tempesta di pioggia, anche in mezzo alla ‘non pace’. La pace è intensità.

        La quiete è sempre qualcosa di vivo, vibrante come un cuore che batte. In mezzo a quel battito si può dimorare, indisturbati, in āsana.

        E allora l’infinito ‘appare nel poco….” per riprendere le parole di Milo De Angelis. In una forma circoscritta – l’āsana appunto – custodita in un corpo immobile, si può avere la percezione dell’immensità di ogni cosa, che si estende ben oltre il nostro limitato orizzonte ordinario.

        E a proposito di ‘sensi sovrannaturali’, questa è proprio l’indicazione dello śivaismo kaśmīro. Lo yogin fermo in āsana, dopo aver assaporato pienamente la realtà con tutti i sensi dispiegati, accede a una conoscenza non più sensoriale o forse ‘ultra-sensoriale’. Arriva a intuire l’essenza luminosa e cosciente delle cose, la loro intima bellezza, gratuita e svincolata da giudizi, pregiudizi e conclusioni della mente intellettuale, senza dover più ricorrere ai sensi, ma sviluppando un presentimento, un sentore spirituale. Attraverso l’arte o il rito dello yoga si arriva a presentire, gustandolo, ciò che non è altrimenti conoscibile, poiché ben al di là del nostro campo esperienziale.


        Piccola nota finale

        Non potevamo ovviamente approfondire qui l’argomento per ragioni di spazio e di tempo, ma anche il precedente libro di Gioia Lussana merita di essere menzionato: La dea che scorre. La matrice femminile dello yoga tantrico, che come accennato più esplora sul campo l’antichissimo culto della dea Kāmākhyā in Assam, tutt’oggi vivo, da cui emergono elementi molto arcaici del fenomeno tantrico che possono contribuire ad allargare ulteriormente gli orizzonti sullo yoga stesso.

        Note[+]

        Note
        ↑1 R Torella, “Abhinavagupta’s Attitude towards Yoga” in Journal of the American Oriental Society 139.3 (2019)
        Leggi

        Archiviato in:Articoli, interviste, Yoga Contrassegnato con: asana, Cristopher Wallis, Eric Baret, Gioia Lussana, hathayoga, Milo De Angelis, qi gong, tantra, yoga, yoga Novara, yoga per cominciare, Yves Bonnefoy

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