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pratica

‘Ascolta il tuo corpo’ significa ancora qualcosa?

7 Maggio 2025 by Zénon Lascia un commento

Può un invito così generico e inflazionato essere ancora di qualche utilità? Sì, se lo utilizziamo per metterci in discussione invece che per ricevere conferme…

Da qualche tempo, è impossibile dire “Ascolta il tuo corpo” senza provare qualche imbarazzo, e ciò accade da ben prima che questa frase diventasse il tormentone di un comico televisivo (questo, piuttosto, è la conferma di quanto la frase rischi il luogo comune).

“Ascolta il tuo corpo” è una frase ormai da riempire a piacimento, prediletta da chi si sottrae al confronto con la realtà evitando qualsiasi attrito (il corpo – ma siamo sicuri che sia veramente il corpo? – mi ha detto che non ha voglia di fare fatica, che non mi devo forzare), ma è ormai presenza fissa anche sulle labbra di chi sottopone il corpo a ogni genere di forzatura per piegarlo alle proprie pretese, incurante dei messaggi che il corpo stesso gli invia, o forse no (anche il dolore – ribatteranno – non è una forma di ascolto?).

Il problema è che “ascolta il tuo corpo” è ormai un goal a porta vuota, come “no alla discriminazione” o “salviamo il pianeta”: chi si alzerebbe per dire che non è d’accordo? Questo, come ben sappiamo, è un grande ostacolo a che le parole si traducano in fatti.

Così, in entrambi i casi più sopra descritti viene escluso in partenza il presupposto di ogni ascolto, ossia l’incontro con l’altro. Perché l’incontro con il proprio corpo, se l’ascolto è reale, potrebbe essere addirittura sconvolgente, in quanto alieno alle risposte prevedibili, rassicuranti, che in fondo suggeriscono di fare come hai sempre fatto “ascoltando il tuo corpo”.

Per questo, dovremmo intendere “ascolta il tuo corpo” come un termine tecnico anziché come uno slogan ornamentale, perché indica una precisa fase nel lavoro corporeo e nella pratica contemplativa: la fase in cui dal fare e dal pensare si passa al sentire.

Quindi non ascoltiamo il corpo tanto perché ci dica cosa dobbiamo fare, ma per fare chiarezza là dove il pensiero ci porta sempre a maggior complicazione. Ascoltare il corpo permette di fare spazio, di lasciar decongestionare il pensiero e magari di creare le condizioni perché arrivi una risposta.

Suggeriremmo soltanto una piccola correzione: evitare il pronome “tuo”, che ci riallaccia a una storia, là dove le storie, come le scarpe all’entrata di un tempio, sarebbe meglio lasciarle fuori, perché ci ingabbiano nel conosciuto.

Fin quando è tuo, il corpo è collegato a un passato e a delle aspettative.
Quando ascolti veramente il corpo, invece, c’è sempre una sensazione, anche se solo parziale, di incontrare uno sconosciuto. Uno sconosciuto di cui però sentivi la mancanza…

Siccome ascolti il corpo per entrare in contatto con qualcosa che non sia il tuo pensiero, il corpo non può essere tuo.

Ascoltare il proprio respiro come si ascoltasse qualcun altro respirare, ad esempio, è un esercizio molto interessante. Non per trovarvi dei difetti, ma anzi, per tornare a sentire tutto ciò che non cogli a causa dell’abitudine condensata in quel pronome possessivo, del tuo credere di conoscerlo, nel considerare banale ripetizione ciò che è pulsazione vitale.

Ascoltare il corpo significa prenderlo per come è, non per come pensiamo che debba essere.
Significa sentirlo a prescindere da ciò che sappiamo o pensiamo di sapere di lui: dei suoi presunti pregi o dei suoi difetti, dei suoi meriti o delle cause delle sue sofferenze, anche delle nozioni che abbiamo su di lui.

Sì, è un lavoro impegnativo, e non si può mai dire di aver trovato la soluzione definitiva, di aver trovato una verità e di potercela mettere in tasca per utilizzarla ogni volta che ci serve: ma è proprio qui il bello.

Il corpo è lo strumento della coscienza. È tornare a come sentivamo prima che qualcuno ci avesse spiegato una volta per tutte cosa fosse.

Qualcuno, con più enfasi, sostituirebbe sentire con essere, ma quest’ultima parola rischierebbe di complicarci la vita con dubbi amletici. Sentire è molto più diretto e concreto, non mi richiede il fardello di un’identità.

Lasciando aperto l’interrogativo su chi sente, riposando anzi su quell’interrogativo, il sentire può agire da solvente, rendendo permeabile e allentando la corazza che mi vuole separato da tutto il resto, soprattutto, perché la corazza sono io: esiste non solo per limitare, ma anche per permettermi di guardarci attraverso.

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“Trasforma la tua vita, diventa insegnante di Yoga”, ovvero la vittoria non consiste che in continue batoste

7 Ottobre 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento


È curioso come gli slogan dei corsi di formazione per insegnanti di yoga si stiano sintonizzando quasi tutti su questa falsariga: “Diventare insegnante di Yoga può cambiare la tua vita”, “Realizza il tuo sogno”, “Vivi della tua passione”. È curioso (ma è una curiosità retorica, conosciamo il movente) perché proprio in riferimento a un passaggio in cui io dovrei smettere di fare qualcosa solo per me e cominciare a farla anche per qualcun altro, non venga oggi in mente altro argomento efficace che quello egoriferito, col rischio di sollecitare o le persone non adatte o comunque le corde sbagliate.

In altri tempi si sarebbe scomodata una parola ad alto rischio di enfasi e fraintendimento come vocazione, ma probabilmente è oggi ritenuta troppo selettiva: d’altronde, il più delle volte si sta vendendo un prodotto a più ampio pubblico possibile, mica si sta pubblicizzando veramente una scuola che dovrà valutare o meno l’idoneità dei soggetti paganti.

Sta di fatto che i poveri allievi non vengono ormai quasi nemmeno nominati, se non come risorse che magicamente pioveranno dal cielo non appena vedranno il volantino dell’ennesimo corso di yoga, e che al massimo dovrai avere cura di non danneggiare.

Viene da domandarsi inoltre come mai la figura dell’insegnante di yoga sia diventata così sexy per un così vasto numero di persone, vista la progressione geometrica dell’offerta e l’affollamento dei corsi per ricevere l’ambito diploma. Consideriamo pure che una certa porzione di partecipanti lo faccia o per approfondire (oggi, almeno nello yoga, non esistono più i corsi per chi è semplicemente interessato a conoscere: devono darti l’investitura da insegnante); un’altra porzione si iscriverà per integrare lo yoga nelle proprie competenze professionali (operatori di varie dicipline, psicologi, educatori, insegnanti, per alcuni dei quali esistono percorsi specifici e mirati); rimane tuttavia una notevole fetta di pubblico – quella a cui si rivolgono le pubblicità summenzionate – che proietta sulla figura dell’insegnante la possibilità di un futuro più brillante del grigiore quotidiano.

Ora, mi sia concessa una piccola digressione personale. Qualche anno fa (mi rendo conto che in realtà dovrei sostituire qualche con parecchi) svolsi per un certo tempo un lavoro che, come l’insegnante di yoga, non ti garantisce sicurezze reddituali invidiabili, ma fa ugualmente sfuggire alle persone a cui lo si racconta un candido e incosciente che bello, come piacerebbe anche a me. Il mestiere era l’agricoltore. Bene, coloro che allora mi esprimevano la loro – innocente – invidia erano spesso persone con posizioni lavorative solide, che tuttavia avvertivano lo stress di pesanti responsabilità e lo stridore di ritmi innaturali, nonché la nostalgia di un contatto perduto con la terra, per quanto molto idealizzato.

E proprio a fronte di molta idealizzazione posso dire che il mestiere con la terra e quello di insegnante di yoga hanno due cose in comune. Ti obbligano da un lato ad affrontare la delusione delle aspettative, dall’altro a cogliere ciò che arriva invece.

A meno che tu non abbia un patrimonio da dilapidare in una bolla anestetica di soggiorni a Bali e di storie su Instagram di felicità simulata, fare l’insegnante di yoga ti pone di fronte alla prospettiva di essere ormai uno tra i tantissimi, ma anche di dover trovare un luogo dove esercitare e di mantenerlo – oltre a mantenere te, con questo o un altro mestiere – e soprattutto ti pone di fronte alla volatilità degli allievi, che giustamente hanno delle vite al di fuori dell’ora di yoga, e spesso all’incostanza di quelli su cui ti eri fatto le maggiori aspettative; alle classi vuote, che capiteranno anche dopo anni; ai malintesi, inevitabili lavorando a contatto con le persone, anche con le migliori intenzioni; e alla apparente mancanza di risultati, che ti visiterà ciclicamente proprio come ogni anno la terra, alle nostre latitudini, in apparenza muore.

E tutto questo genera sempre un’emozione, non raccontiamoci la favola del distacco, anche se osservare e vivere questa emozione non significa reagire di impulso: questo tuffo al cuore è proporzionale allo slancio con cui la meraviglia ti coglierà al momento della ripresa, se vivrai o resisterai abbastanza a lungo.

Ma al tempo stesso, dicevamo, oltre a digerire la sconfitta reale o apparente, provvisoria o definitiva, dovrai imparare a cogliere quell’invece che molto spesso non vedi perché accecato dalla delusione delle aspettative, come la persona che ritenevi totalmente unfit che invece, costringendoti a riformulare il tuo insegnamento, innesca un processo di reciproca crescita; come la base stabile di allievi che, se coltivata senza forzature e con correttezza, crescerà nel tempo senza gli scrosci delle folle urlanti ma con il silenzio e la costanza di una foresta. La vittoria, insomma, non consiste che in continue batoste. Le storie di successo mancano sempre del triste epilogo, tanto più amaro se il vittorioso non avrà imparato a fondare la sua stabilità nel sé e a riconoscerla sia attraverso il successo che la sconfitta.

Perché il punto è proprio questo. Se lo yoga non è semplicemente la patina con cui ricoprire il tuo bisogno di identificarti con qualsiasi cosa, se la parola yoga vuol dire qualcosa e, mi si passi il termine, ‘funziona’, che tu faccia il mestiere dei tuoi sogni o un lavoro di merda non cambia moltissimo, anche se non possiamo pretendere, così come c’è chi non digerisce questo o quel cibo, che tutti siano in grado digerire qualsiasi situazione lavorativa. Eppure, se praticare yoga, attraverso il tempo, dà dei cosiddetti risultati, li vediamo più nella capacità di metabolizzare le situazioni della vita che nel successo nel creare condizioni ideali, le quali, oltre a non verificarsi mai, non dipendono in gran parte da noi ma soprattutto imprigionano nel conosciuto.

Per questo, a mio parere personale, se davvero vuoi approfondire lo yoga, che tu voglia insegnarlo o meno, è importante che tu sia consapevole che su un certo piano realizzare i propri sogni o meno non ha importanza affatto; tutte queste proposte basate su obiettivi sono anzi la morte di qualsiasi aspirazione spirituale, se non si comprende la natura provvisoria e pretestuale di ogni obiettivo. Il pretesto per cosa? Per risvegliare il desiderio. Il desiderio che, come cantavano gli Einstürzende Neubauten, in barba al catechismo patanjaliano ma in linea col controcanto tantrico, è davvero l’unica energia, senza la quale né i libertini né gli austeri e castigati meditanti muoverebbero un dito verso l’obiettivo delle proprie aspirazioni.

Ma mi si permetta di concludere con un’altra citazione. “Il sussistere nella forma corporea costituisce l’osservanza religiosa” recitano gli Śivasūtra. Per chi ha realizzato che è il Sé, che il suo percepire, sfrondato dall’identificazione anagrafica, è Coscienza che conosce sé stessa, il sacro, lo straordinario è qualsiasi forma, qualsiasi mansione la sorte ci abbia riservato. Ma vale anche il contrario, come sempre: accorgersi che lo straordinario avviene in ogni momento è un modo, forse l’unico, per realizzarlo.
Porsi un obiettivo, come ad esempio iscriversi a un corso per diventare insegnante di yoga, non è il vero l’obiettivo: è l’additivo che serve a mettere in moto energie che altrimenti non sarebbero messe in gioco. Comprendere la sottile differenza prima di trarre conclusioni affrettate.


PS: questo articolo, forse ultimo di una riflessione in tre parti (le altre due qui e qui), arriva a pochi giorni dall’inizio del primo seminario del primo corso di formazione insegnanti che abbiamo mai organizzato, nonché a un paio di mesi dal compimento dei dieci anni dall’apertura di Zénon come centro fisico.

PPSS: “La vittoria non consiste che in continue batoste” è una frase dello scrittore ceco Ladislav Klíma, citata da Bohumil Hrabal in epigrafe a Lezioni di ballo per anziani e progrediti.

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Perché ci infortuniamo facendo yoga? (Ovvero la dimenticata arte di conservarsi)

5 Agosto 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento

la vera camera ha l’entrata occultata,
l’altra (la prima) resta vuota
per deludere coloro che la visitassero

Alessandro Ceni

In questo articolo non troverete, se non nelle note, come evitare lo ‘yoga butt’1 o come evitare di infortunarvi alle spalle e ai polsi in chaturanga dandasana2. Certo, fatalità, distrazione e patologie pregresse sono dietro l’angolo, ma a leggere degli infortuni più frequenti che capitano ai praticanti di yoga oggi, si rimane stupefatti per la prevedibilità delle cause, che spesso possono ridursi alla co-occorrenza di due fattori: superamento dei limiti fisiologici e ripetizione nel tempo (ognuno decida in cuor suo se si tratti della naturale conseguenza o della parodia del dettato patanjaliano: distacco e pratica costante).

Se la soluzione sembrerebbe semplice e di buonsenso, a complicare il quadro c’è il fatto che molti insegnanti – spesso in buona fede – sono ancora convinti per imprinting che l’asana sia un valore in sé e che la versione più estrema di una posizione comporti più benefici. Il che giustifica la forzatura e il dolore in vista di un bene e di un equilibrio che probabilmente non arriverà mai, semplicemente perché il punto di equilibrio è ormai parecchio dietro le nostre spalle.

Ma al di là di un generico invito alla moderazione, l’infortunio può essere però a volte più sottile e insidioso, perché molto spesso è la conseguenza di un matrimonio infelice, quello tra la rappresentazione mentale del corpo (sia essa di tipo performativo, medico-anatomico, olistico o filosofico) ed esperienza reale del corpo e degli strati di coscienza di cui è ricettacolo, con l’aggravante che uno dei due coniugi è convinto di conoscere in ogni dettaglio le esigenze dell’altro.

Possiamo quindi con una piccola iperbole usare la parola infortunio per indicare inconvenienti di diversa portata e qualità, non necessariamente una lesione: anche il semplice e vago fastidio persistente dopo una pratica di yoga, in particolare se accompagnato dalla relativa e altrettanto vaga sensazione di ‘non essere a posto’. Questa sensazione, se affrontata con il principio di compensazione a cui siamo abituati, può innescare un circolo vizioso di autocorrezioni che non faranno altro che esacerbare il problema, proprio perché rispondono alla stessa logica che li ha generati. Ma se indaghiamo e ascoltiamo bene, può rivelarsi qualcosa di molto interessante.

Spesso infatti, questo disagio è sintomo che il tentativo volontario di allinearsi a una forma esteriore non trova una risposta se non passiva nel corpo, che la percepisce come estranea. In altre parole, se l’azione esterna non muove incontro a un molto meno definibile moto interno, procederà ottusamente e superficialmente verso il suo estremo.

Il che, se non porta a vere e proprie lesioni (e per molti praticanti di lunga data queste sono all’ordine del giorno, soprattutto negli stili più intransigenti), provoca comunque uno scollamento dalla realtà corporea, o meglio a un divario tra l’idea di corpo e corpo in sé, la cui esperienza, quando è reale, equivale ogni volta a un primo contatto, anche se col tempo si impara a gestire lo shock culturale.

Vista la predominanza e l’importanza attribuita, nello yoga contemporaneo, ai modelli teorici (soprattutto di stampo medico e terapeutico), non dobbiamo dare troppo per scontato di sapere realmente riconoscere una esperienza corporea. Anzi, forse più crediamo di saperlo, più la prevediamo e la preveniamo, più siamo fuori strada.

Come mi disse Gioia Lussana in un confronto proprio su questo argomento, quello che quasi sempre manca nello yoga oggi è il coraggio di esplorare “una sensorialità più inclusiva di ciò che non è immediatamente percepibile o definibile”. Il fatto è che “rimanere nell’incerto e farci il nido” è oggi ritenuto poco autorevole: ci vuole uno schema a giustificarlo.

Non che qualsiasi formalizzazione sia da rigettare, ma potrebbe essere un madornale errore di prospettiva (anche e soprattutto culturale) presumere che la prassi sia l’attuazione pedissequa di una teoria che la precede, esattamente come credere che l’assenza di un modello teorico ci porti dritto verso l’infortunio o a perderci per strada.

Per cui ben venga, nello yoga, la formazione all’anatomia e alla biomeccanica, ben vengano i tropici e i meridiani, ma c’è anche qualcosa di ben meno definibile eppure tutt’altro che impreciso (è del resto il presupposto taciuto ma indispensabile di ogni prassi psicocorporea e contemplativa), alla cui sensibilizzazione è bene dedicare altrettanto spazio, pena l’impossibilità di uscire dal conosciuto. Senza l’approssimata precisione di questa incertezza, il corpo non apre all’increato, ma si chiude nella sua finitudine di cosa sola e separata: per questo tiriamo e stiriamo anche i canali sottili, cambiando sacco ma non comprendendo lo schema di fondo che ci limita.

E a chi ragionevolmente domanderà che cosa occorra fare per coltivare questa sensibilità, la risposta potrebbe essere innanzitutto imparare a non stroncarla sul nascere, perché essa emerge naturalmente quando non viene soffocata.

Ma c’è anche dell’altro che può aiutare ad orientarci e preferiamo lasciarlo raccontare a un episodio della tradizione taoista, quello del macellaio del principe Wen-hui narrato nello Zhuang-zi, che con essenzialità e ironia descrive con rara efficacia il senso più intimo della pratica su e attraverso il corpo:

Il macellaio del principe Wen-hui così smembrava un bue: con le mani afferrava la bestia; con la spalla la spingeva  e, tenendo i piedi ben fermi al suolo, la sosteneva con le ginocchia. Affondava il coltello con un ritmo così musicale che ricordava quello delle celebri melodie suonate durante la « danza del boschetto dei gelsi» e «l’appuntamento delle teste piumate ».
«Ehi! » chiese il principe Wen-hui « come può la tua arte giungere a un tale grado di perfezione?.
Il macellaio posò il coltello e disse: «Amo il Tao e così miglioro nella mia arte. All’inizio della mia carriera non vedevo che il bue. Dopo tre anni di  di pratica, non vedevo più il bue. Adesso è il mio spirito che opera, più che i miei occhi. I miei sensi non agiscono più, ma soltanto il mio spirito. Conosco la conformazione naturale del bue e attacco solo gli interstizi. Non scalfisco mai né le vene né le arterie, né i muscoli né i nervi, né a maggior ragione le grandi ossa! Un macellaio consuma un coltello all’anno perché taglia la carne. Un normale macellaio consuma un coltello al mese perché lo rovina sulle ossa. Lo stesso coltello mi è servito per diciannove anni. Ha smembrato diverse migliaia di buoi e la sua lama è ancora come fosse affilata da poco. In verità, le giunture delle ossa hanno degli interstizi e il taglio del coltello non ha spessore. Colui che sa introdurre il filo della lama in quegli interstizi usa agevolmente il proprio coltello perché si muove attraverso i vuoti. E per questo che io ho usato il mio coltello per diciannove anni e il suo taglio sembra sempre affilato di fresco. Ogni volta che devo dividere le giunture delle ossa, osservo le difficoltà da superare, mi concentro, fisso lo sguardo e lentamente procedo. Con grande dolcezza maneggio il coltello e le giunture si separano cadendo al suolo come terra che frana. Ritraggo il mio coltello e mi rialzo; volgo lo sguardo attorno e mi distraggo, compiaciuto; con cura pulisco allora il mio coltello e lo ripongo nel suo astuccio».
«Molto bene, » disse il principe Wen-hui « dopo aver udito le parole del macellaio ho capito l’arte di conservarmi ».

Zhuang-zi (Chuang-tzu)

Ecco cosa caratterizza moltissimo yoga contemporaneo: il suo coltello rovina sulle ossa o sulla carne. E ancora crede che, non riuscendo a spremere dal corpo risultati prevedibili e pianificabili, occorra aumentare la dose: nemmeno li cerca, gli interstizi che su nessuna cartina possono trovarsi.


  1. Si tratta di una fastidiosa irritazione o infiammazione dei tendini dei muscoli posteriori delle cosce o ischiocruali, molto diffusa tra i praticanti che ripetono molto spesso piegamenti in avanti (pinze e ‘cani a testa in giù’) con le gambe completamente tese: si evita piegando anche solo leggermente le ginocchia, dacché gli ischiocruali limitano l’anteroversione del bacino. ↩︎
  2. Al di là delle frammentarie indicazioni di allineamento che si trovano ovunque su internet per qualsiasi posizione, basate sull’infausta idea che una postura sia la somma di particolari anatomici, una delle spiegazioni migliori su come approcciare questa faticosa posizione è quella di Leslie Kaminoff, che integra l’ascolto delle dinamiche motorie e di quelle respiratorie, nel video più sotto.
    ↩︎
  3. Non a caso la parola mudra indica contemporaneamente il sigillo e lo stampo del sigillo; e non a caso mudra è un gesto esteriore che esprime un atteggiamento esteriore, o addirittura, come in bhairavi e krama mudra nella tradizione del Kashmir, un gesto del tutto interiore che non ha espressione esteriore. ↩︎
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Yogasana 8: Mindfulness/Heartfulness

28 Novembre 2023 by Zénon

Nuova edizione febbraio-aprile 2024: Esplorare le connessioni mente-cuore-corpo, tra Yoga posturale moderno, Yoga tantrico delle origini, neurofisiologia e anatomia, Medicina Tradizionale Cinese e pratiche Taoiste.


Perché nella relazione mente-corpo è indispensabile comprendere la differenza tra consapevolezza e controllo, che spesso confondiamo? Perché nelle pratiche psicocorporee e meditative dovremmo sostituire la parola ‘mente’ con il termine ‘mente-cuore‘? Quali sono le relazioni tra il cuore, la respirazione e la muscolatura profonda, così sensibili alle dimensioni emotiva e intuitiva? Qual è il rapporto tra la circolazione sanguigna e l’esperienza dell’energia vitale nelle pratiche psicocorporee? Esiste davvero una relazione, come popolarmente si dà per scontato nello Yoga moderno, tra espansione dell’area toracica ed ‘espansione del cuore‘ interiore? Quali sono gli aspetti energetici e fisiopatologici legati al cuore e all’elemento fuoco nella Medicina Tradizionale Cinese? Perché la simbologia tantrica legata al cuore, inteso come sede dell’essere e dell’essenza, è così importante per una comprensione che non sia unicamente un sapere intellettuale? E perché la qualità dell’ardore è così intimamente legata alla pratica dello Yoga delle origini?

Nell’ottava edizione di Yogasana andiamo alla ricerca del centro della pratica dello Yoga, ossia al suo cuore. Ed è proprio al cuore in tutte le sue accezioni e implicazioni che è dedicata questa edizione, dal cuore fisico, centro di distribuzione e organo di pari importanza rispetto al cervello, al cuore come essenza e centro delle cose che tutto mette immediatamente in relazione e reciproca risonanza.

Lo faremo, come sempre, tessendo paralleli tra lo Yoga posturale moderno, lo Yoga tantrico delle origini, l’anatomo-fisiologia e la neurofisiologia, assieme ai consueti collegamenti con la Medicina Tradizionale Cinese e la tradizione Taoista.

Saranno con noi in questo percorso Gioia Lussana, PhD esperta nello Yoga tantrico delle origini, il prof. Marco Invernizzi e Francesco Vignotto.


Contenuti

  • Il programma
    • I docenti
    • Contributo di partecipazione e attestato di frequenza (CSEN)
    • Iscriviti
    • Desideri maggiori informazioni?

    in presenza e online

    Il corso potrà essere seguito anche in differita tramite le registrazioni, che saranno disponibili il giorno dopo ogni seminario

    Il programma

    Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica. Potranno essere seguiti in queste tre modalità:

    • in presenza presso la nostra sede a Novara in via XXIII marzo al numero 17
    • online in diretta tramite la piattaforma Zoom
    • online in differita, tramite le registrazioni che saranno disponibili per la visione in streaming a partire dal giorno seguente

    Le registrazioni, assieme alle slide di ogni seminario, saranno a disposizione di tutti gli iscritti, anche di chi sceglierà di seguire in presenza.


    MODULO 1: Mindfulness/Heartfulness: comprendere la differenza tra consapevolezza e controllo

    In presenza e online, giovedì 1 febbraio ore 19.10-21.00
    Con Francesco Vignotto

    MODULO 2: L’espansione del cuore: il torace e il cuore tra anatomia, biomeccanica e fisiologia yogica

    Online e in presenza, giovedì 8 febbraio ore 19.10-21.00
    Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

    MODULO 3: La simbologia del cuore nello Śivaismo del Kashmir

    Online e in presenza, giovedì 22 febbraio 19.10-21.00
    Con Gioia Lussana

    MODULO 4: Circolazione sanguigna, movimento, stasi e respirazione: la distribuzione dell’energia tra fisiologia e dinamiche praniche

    Online e in presenza, giovedì 7 marzo 19.10-21.00
    Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

    MODULO 5: L’ardore nello Yoga tantrico delle origini

    Online e in presenza, giovedì 21 marzo 19.10-21.00
    Con Gioia Lussana

    MODULO 6: Il cuore e l’elemento fuoco nella Medicina Tradizionale Cinese: aspetti fisiopatologici ed energetici

    Online e in presenza, giovedì 4 aprile 19.10-21.00
    Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

    MODULO 7: Far fronte all’ansia, ovvero il lato oscuro (ed emotivo) del pensiero: una proposta estetica

    Online e in presenza, giovedì 18 aprile 19.10-21.00
    Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto


    Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


    I docenti

    Marco Invernizzi

    Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
    Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

      Francesco Vignotto

      Insegnante di yoga e meditazione presso Zénon.

        Gioia Lussana

        Docente yoga (Y.A.N.I.) e formatrice di insegnanti yoga. Laureata cum laude in Indologia con R.Gnoli e R.Torella. Co-fondatrice dell’A.ME.CO con Corrado Pensa, per oltre 20 anni ha approfondito la meditazione vipassanà con maestri del buddhismo contemporaneo. Ha pubblicato saggi sullo yoga in riviste scientifiche (RSO) e divulgative. Ha conseguito il PhD presso l’Università Sapienza di Roma con una ricerca sullo yoga tantrico delle origini.

          Contributo di partecipazione e attestato di frequenza (CSEN)

          Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Per chi si iscrive entro il 5 dicembre (versando la quota) il costo è agevolato a 220€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

          Al termine del percorso verrà rilasciato un attestato di frequenza CSEN. Chi segue online, in diretta o differita, può ottenere l’attestato presentando una breve relazione scritta (1500 caratteri).

          Iscriviti

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          Archiviato in:Senza categoria Contrassegnato con: hathayoga, pratica, yoga, yoga Novara

          Perché le tecniche di respirazione non funzionano

          10 Maggio 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

          Bramino che pratica Recaka nel Pranayama - Le tecniche di respirazione

          Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che questo punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.

          Paul Auster

          Il titolo, in un certo senso, mente o esagera: i benefici della respirazione per il benessere psicofisico sono oggi ampiamente riconosciuti, tanto che alcune tecniche di controllo del respiro sono spesso suggerite da operatori sanitari e psicoterapeuti per calmare gli stati ansiosi, migliorare la concentrazione e facilitare il sonno, tra le altre cose.

          Sappiamo ad esempio che una respirazione lenta, con l’accento sull’espiro e prevalentemente addominale stimola il nervo vago, che proprio attraverso il diaframma passa, trasmettendo al sistema nervoso autonomo un profondo impulso di distensione. All’estremo opposto, ma c’è un mondo intero nel mezzo, altri utilizzano respirazioni iperventilanti per i più vari scopi ludico-allucinatori, e ciò ha poco a che fare con lo Yoga, checché se ne dica, ma è una possibilità tra le tante. Insomma, le tecniche di respirazione funzionano e proprio per questo si prestano a una vasta gamma di utilizzi raccomandabili o meno.

          Sarebbe facile quindi concludere che basta adeguare il respiro a una certa equazione ritmica per fare del nostro cervello quello che vogliamo, l’articolo finirebbe qui e avremmo potuto risparmiare il tempo di scriverlo affidandolo a uno di quei chatbot molto di moda che mettono una parola dopo l’altra secondo un criterio di probabilità.

          In realtà, se c’è un senso nel dedicare la propria attenzione al respiro, dovrebbe basarsi su presupposti meno astratti. In altre parole, non è il respiro che si deve adeguare alla mente, ma è la mente che deve imparare ad andare al passo con il respiro, alla ricerca della pulsazione profonda da cui entrambi hanno origine.

          Potrebbe sembrare un dettaglio nel momento in cui abbiamo degli obiettivi o una situazione a cui porre rimedio, ma è proprio qui che si gioca la possibilità di andare incontro a qualcos’altro che non siano i propri pensieri, ed è proprio trascurando questa premessa che i più abbandonano, concludendo, come le scimmie in viaggio di istruzione, che il mondo è noioso e viaggiare non serve a niente, non accorgendosi di non essere mai uscite dalla gabbia.

          Quindi, siccome dobbiamo farci perdonare il titolo di questo articolo, vogliamo cominciare da quando le tecniche di respirazione non funzionano o smettono di farlo, perché è proprio di fronte alla sfinge del soccorritore se ne va senza avere soccorso che si sente per la prima volta, inaspettato, il proprio respiro autentico.

          Contenuti

          • “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”
          • I due regimi della respirazione
          • Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

          “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”

          Uno yogi che pratica una tecnica di respirazione - dal murale del tempio Zongdag Lukhang
          Uno yogi dal murale del tempio Zongdag Lukhang

          Prendiamo un caso abbastanza comune. Le mie prime esperienze sono positive e si sprecherebbero le frasi fatte: grazie agli esercizi di respirazione avverto letteralmente l’aria prendere vita dalle mie narici, quella sensazione leggermente elettrica vivifica ed energizza mente e corpo, proprio come se avessi aperto le finestre in una stanza da molto tempo chiusa e al buio. Tutto è lucidato a nuovo, le sensazioni sono più vive, il mio umore è più stabile, la mente è chiara, fatico meno a prendere sonno e soprattutto mi sveglio riposato.

          Tuttavia, quando la novità diventa routine incontro delle difficoltà; mentre prima tutto sembrava così semplice e a portata di mano come premere un interruttore, ora quell’interruttore sembra funzionare a intermittenza e dopo svariati tentativi. Intanto, non solo il respiro diviene forzato – forse non ci metto abbastanza energia, penso – ma mi sorprendo a controllarlo rigidamente anche al di fuori dei momenti di pratica. In breve, ma forse ci vuole un po’ per ammetterlo, perdo ogni beneficio o addirittura vivo un peggioramento dei sintomi che inizialmente quelle tecniche si erano dimostrate efficaci ad alleviare.

          Che cosa è successo: come in ogni attività ripetitiva, la pratica si è automatizzata. In altre parole, ho sperimentato la parabola con cui il mentale si appropria anche del ‘qui ed ora’ a cui la respirazione dovrebbe riavvicinarci. La mente fagocita, organizza, programma tutto, dalla vita coniugale alle esperienze trascendenti, organizzando meticolosi percorsi alternativi alle esperienze spiacevoli e pianificando la pantomima formale dei momenti felici, ma purtroppo conservando della felicità solo una memoria.

          Così scopro che anche la relazione mente-corpo può ridursi a un circolo vizioso e meccanico, i cui due poli continuano a rinviarsi l’un l’altro, ma senza il palesarsi di qualcos’altro, di quella silenziosa presenza impersonale che emerge dallo sfondo in cui la mente e il respiro tendono a lasciarsi riassorbire per naturale propensione. Mi ritrovo così nella sala d’attesa di qualcosa che non può arrivare, perché l’attendere stesso è la separazione da quello che c’è in questo momento, dal reale. A questo punto, che si spezzi qualcosa è una benedizione, e per tornare a vivere è necessario cessare proprio la pratica di ciò che inizialmente doveva aiutare a rilassarmi.

          Naturalmente quello appena descritto è un caso-limite ed esistono innumerevoli sfumature, a volte moderatamente innocue, altre più subdole. Una cosa è certa: ferma restando l’intuizione yogica fondamentale, ovvero che la mente segue il respiro (presupposto perché la mente si avvii oltre sé stessa), tuttavia è anche vero e possibile il contrario, ovvero che il respiro segua la mente: nel primo caso, la produzione di pensieri andrà a sfumare, nel secondo verrà alimentato a prescindere dal tipo di respirazione.

          Ma per fare un passo oltre, lo Yoga, ad esempio, chiede innanzitutto di ridefinire i soggetti in gioco.

          I due regimi della respirazione

          Perché le tecniche di respirazione non funzionano

          Che il respiro sia l’unica funzione autonoma che può essere controllata in modo volontario è un’informazione che andrebbe contestualizzata. Di solito la nozione di questo questo doppio regime dà adito a interpretazioni inconsciamente tendenziose, secondo il pregiudizio mentale per cui ciò che è involontario è per sua natura inferiore a ciò che è volontario.

          Pertanto, è facile che, sentendo parlare di respiro consapevole, si intenda con questo il respiro volontario. Ed è facile concludere che attraverso un intervento volontario sul respiro io possa correggere od orientare i processi autonomi. È un errore di prospettiva: in realtà, io ho bisogno di attingere, attraverso il respiro, a quella parte di me che non dipende dalla mia volontà.

          Proprio su questo aspetto, Gerard Blitz ha dedicato numerose interessanti intuizioni, raccolte dai suoi allievi ne Il filo dello Yoga (gli a capo sono nell’originale):

          Portiamo in noi
          due “regimi” diversi
          che coabitano e funzionano insieme
          Uno è volontario
          ci spostiamo nello spazio
          pensiamo parliamo
          L’altro non è volontario
          qualcosa in noi
          agisce a nostra insaputa
          aziona i nostri organi
          equilibra la nostra posizione nello spazio
          coordina regola corregge
          Questo “qualcosa” è intelligente

          Questa intelligenza è diversa
          più profonda
          complementare alla prima
          che chiamiamo mentale

          Il ruolo dell’Hațha Yoga
          è quello di insegnare all’uomo a creare le condizioni
          in cui quest’altra intelligenza
          che è in lui
          possa manifestarsi e partecipare
          alle sue azioni  al suo pensiero alla sua parola
          Quando queste condizioni esistono
          siamo nello stato di Yoga

          Al contrario di quel che si penserebbe, il regime involontario, afferma Blitz, è intelligente. Emerge quindi un problema: cosa impedisce al nostro respiro autentico di trovare espressione? Da dove originano le difficoltà e le limitazioni nel respiro? La risposta è complessa, perché in parte originano da altre aree involontarie, su cui quindi non abbiamo modo di agire direttamente, ma in parte anche per l’ingerenza della componente volontaria, che con scarsa coordinazione e delicatezza cerca di controllare il respiro come controllerebbe i movimenti di un braccio. Qui però non si tratta di passare all’estremo opposto, di invertire la scala di valori: si tratta di “creare le condizioni” per un’integrazione.

          Anche per questo, la premessa da cui occorre partire, sempre e non solo in via propedeutica, è di rendere cosciente il respiro naturale, ossia involontario, senza intervenire. Già ci potremmo fermare qui: se ci dedichiamo con serietà a questo compito, ci possiamo accorgere di quanto sia difficile e sempre nuovo. La passività cerebrale è fondamentale; in caso contrario, come osserva Eric Barét, scopriremo soltanto ciò che abbiamo accettato.

          La storia finisce quindi senza essere mai veramente incominciata? Al contrario, è proprio qui che tutto inizia. Ci possiamo subito accorgere degli infiniti possibili approcci all’ascolto e della non banalità di alcun particolare che si presenta all’attenzione, ognuno dei quali contiene il tutto: sentire la temperatura, il suono e la traiettoria dell’aria che entra ed esce dalle narici, la pulsazione viscerale, il movimento spinale, costale, articolare ed epidermico, la riconfigurazione degli spazi del corpo e la sensazione di espansione e contrazione che riverbera nell’ambiente, le fluttuazioni nella cognizione del tempo a seconda che si propenda a ‘lasciarsi respirare’ o a intervenire attivamente. La sensazione delle pause, non forzate, naturali che preludono all’emergere dello sfondo da cui inspiro ed espiro sempre più occasionalmente salgono come razzi.

          Attraverso questi inviti all’ascolto da cui ci lasciamo sfiorare, potremmo notare che il respiro naturale, quando riceve ascolto cosciente, non rimane uguale a sé stesso, ma come ogni cosa vivente si sviluppa. È proprio da questa terra di confine tra lasciar fare e fare che inizia realmente il pranayama, sia rimanendo nell’informalità, sia attraverso tecniche formali, se non risulteranno superflue, che si svilupperanno come forme di espansione e di esplorazione più che di controllo e costrizione, in cui i due regimi coopereranno in equilibrio.

          Un’ulteriore considerazione, non meno importante: uno dei motivi principali per cui il respiro si irrigidisce, perdendo il collegamento con la sua forza vitale, è che reagiamo a sensazioni che interpretiamo come spiacevoli o indesiderabili. È quasi superfluo aggiungere, a questo punto, che è molto probabile che questo irrigidimento alimenterà ciò che respingiamo. Occorre, innanzitutto, includere nell’ascolto anche questa reazione, senza rifiutarla, e coltivare margini di maggior agio: in questo rimando al bellissimo passo di Gioia Lussana riportato nell’articolo precedente sul pranayama come custodire/proteggere piuttosto che come irrigidire/bloccare.

          Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

          I cinque corpi secondo il tantrismo del Kashmir - Perché le tecniche di respirazione non funzionano

          Vorrei concludere con questo diagramma, tratto da Tantra Illuminated di Christopher Wallis, che illustra i livelli di coscienza del sé secondo lo Sivaismo tantrico che fiorì nel Kashmir medievale. Chi ha dimestichezza con i manuali di Yoga sarà abituato forse a uno schema diverso, quello dei cinque involucri (kosha), di derivazione vedantica, spesso rappresentato graficamente come una matrioska di corpi via via più sottili.

          La principale differenza – oltre alla pragmatica aggiunta di uno strato più esterno al corpo ‘in carne ed ossa’, quello della ‘roba’ – è la posizione di Prāṇa, ossia lo strato dell’energia vitale di cui il respiro è principale espressione e veicolo. Collocato tra corpo fisico e corpo mentale nello schema più celebre, qui invece si trova ancora più in profondità, ossia tra Citta, la mente-cuore e Shunya, il Vuoto trascendente, che a sua volta non è vuoto ma ‘contiene’ Cit, la Coscienza.

          Ora, occorre considerare che in questi territori gli schemi in generale e le rappresentazioni bidimensionali hanno dei limiti intrinseci e quindi vanno prese con le dovute cautele: ad esempio – ed è un limite che affligge sia questa rappresentazione sia quella più nota – gli strati sempre più interni sembrerebbero limitati e contenuti da quelli esterni, mentre in realtà è vero il contrario: più ci muoviamo verso il centro, più andiamo dal particolare all’universale, dall’individuo al Sé indifferenziato.

          Detto questo, i due diagrammi possono almeno in un aspetto convivere, descrivendo il legame a doppia mandata con il respiro: come punto di connessione corpo-mente (siamo ancora nell’individuo) ma al tempo stesso come ponte tra l’individuo e la forza vitale che condivide con tutte le creature. Forza vitale che è a sua volta passaggio privilegiato verso un silenzio che è letteralmente cosa viva.

          E anche se gli schemi rimangono pur sempre schemi, possono almeno in questo caso sussurrarci un pur vago suggerimento del perché trovando il respiro possiamo trovare il centro esatto del mondo, e perché trovando il centro possiamo finalmente respirare.

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          Profondità strategica

          28 Febbraio 2023 by Zénon Lascia un commento

          “Mi siedo con la schiena dritta e le gambe incrociate su uno zafu, un cuscino dritto e duro da meditazione, possibilmente sempre alla stessa ora e nello stesso luogo, possibilmente a digiuno o dopo avere bevuto una tazza di tè. Mi concentro, per quanto possibile, soltanto sul ritmo della respirazione, che dopo un po’ diventa regolare senza nessun intervento cosciente da parte mia. (…) È questo lo scopo della meditazione: proteggere l’attenzione e poi farla crescere (…) Il primo beneficio che se ne ricava è quello di posarsi. Si comincia a pensare – ed è una scoperta di fondamentale importanza – che non c’è posto migliore di quello in cui ci si trova, posati, disponibili, come bambini. Tutto è al suo posto sullo zafu, piccola imbarcazione per un lungo viaggio. E in effetti, c’è tutto. E per un istante, che si cerca di prolungare, non si capisce perché si dovrebbe andare a cercare altrove.
          La meditazione seduta ci porta in modo naturale a un’altra forma di meditazione, più ampia, generica, più integrata in un certo senso – non ho il coraggio di dire più ambiziosa, perché in tutti questi esercizi si cerca, al contrario, di rimuovere qualsiasi cosa possa ricordare l’ambizione, il desiderio e persino l’idea di uno scopo. Questa nuova forma di meditazione può protrarsi tutto il giorno (…) Essa entra nella nostra vita, le dona spazio, calma, profondità. «Profondità strategica» dicono i militari per indicare le zone in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico. (…) Quando si è di fronte a un branco di rottweiler sguinzagliati è troppo tardi per pensare alla profondità strategica. Ci si dice solo che sarebbe bello averla. La meditazione aiuta. 

          Hervé Clerc, A Dio per la parete nord, Adelphi, 2018
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