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pratica

Yoga per il parto attivo: insegnare yoga in gravidanza

14 Marzo 2022 di Zénon


Yoga in gravidanza non significa semplicemente adattare le posizioni, ma proporre un percorso strutturato che offra alla donna strumenti per vivere al meglio non solo la gravidanza, ma anche il travaglio e il parto.

5 incontri per confrontarsi, scoprire quali aspetti della pratica yoga può essere più utile approfondire e affrontare durante la gravidanza.

Seminario via Zoom

Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a un mese dal termine del corso

Il programma

Tutti i seminari dureranno circa due ore. Si terranno in diretta via Zoom e potranno essere seguiti anche in differita. Se raggiungeremo un numero minimo di richieste, sarà possibile anche seguire le lezioni in presenza. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

La gravidanza, la nascita e lo yoga

Con Erika Pizzo

Sabato 30 aprile ore 10.00

Lo Yoga in gravidanza non è semplicemente uno yoga adattato a una condizione particolare, ma per molti versi è una pratica con caratteristiche specifiche, e quindi richiede anche competenze specifiche all’insegnante.
Quali sono i principi fondamentali dello Yoga in gravidanza? Quali testi e autori possono essere di riferimento per completare la propria formazione?

Lo Yoga può aiutare le donne a partorire?

Con Chiara Uglietti, ostetrica

Sabato 7 maggio ore 10.00

Se conosciamo i benefici durante la gravidanza, in che modo aver praticato Yoga può aiutare nel momento del parto? E su cosa dovrebbe focalizzarsi la pratica per fornire strumenti utili a partorire? Ne parliamo con l’ostetrica Chiara Uglietti.


Il piano perineale

Con Erika Pizzo e Marco Invernizzi, professore associato di Medicina Fisica e Riabilitazione

Sabato 14 maggio ore 10.00

Come agiscono le modificazioni fisiche e il maggior peso corporeo sul piano perineale? Ne parliamo con il professor Marco Invernizzi, mentre Erika Pizzo ci guiderà in una pratica di percezione consapevole e di controllo volontario delle pelvi.


Asana durante la gestazione

Con Erika Pizzo

Sabato 21 maggio ore 10.00

Scegliere, adattare, persino “re-inventare” gli yogasana per promuovere il movimento e la consapevolezza corporea per il benessere psicofisico durante i 9 mesi di gestazione.


Il respiro e la gestione del dolore

Con Erika Pizzo e Marco Invernizzi, professore associato di Medicina Fisica e Riabilitazione

Sabato 28 maggio ore 10.00

Il respiro, oltre a essere elemento imprescindibile nello Yoga, non è soltanto importante per il rilassamento del corpo e l’acquietamento della mente durante la gestazione. Il respiro, e questo aspetto è spesso sottostimanto, è anche movimento che coinvolge profondamente le strutture che sono maggiormente coinvolte nella gestazione e nel parto. Anche per questo, ma non solo, il respiro è fondamentale nella gestione del dolore…




I docenti

Erika Pizzo

Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, allenamento funzionale presso Zénon.

    Marco Invernizzi

    Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
    Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

      Chiara Uglietti

      Ostetrica

        Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

        Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 5 seminari) è di 220€. Per chi si iscrive entro il 15 aprile – versando la quota – il prezzo è agevolato a 200€.

        Sempre entro il 22 marzo, puoi iscriverti a questo seminario assieme a Comprendere i bandha al prezzo agevolato di 280€.

        Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

        Richiedi informazioni o iscriviti

        Vuoi iscriverti o chiedere informazioni? Puoi chiamarci al 3492462987 o scriverci su Whatsapp

        Chat su WhatsApp

        …oppure puoi scriverci col modulo qui sotto. Ti risponderemo al più presto.

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        Archiviato in:Yoga in gravidanza, eventi conclusi Contrassegnato con: gravidanza, pratica, yoga, yoga in gravidanza

        YOGASANA 3: la pratica in presenza di patologie

        12 Luglio 2021 di Zénon

        Stage per insegnanti e praticanti – settembre-novembre 2021


        Dolore lombare, dolore cervicale, osteoartrosi, disturbi del pavimento pelvico e patologie della spalla, ansia: cosa sono, quali problematiche mediche possono nascondere e come affrontarli con lo yoga con le dovute precauzioni ma soprattutto con l’ascolto.

        Come interagisce lo yoga con le patologie più comuni? E come affrontare le patologie più comuni con un approccio yogico? In questo nuovo ciclo di seminari analizzeremo dal punto di vista medico sei problematiche, sei diverse ‘particolarità’ che attraverso lo yoga potremo imparare a contestualizzare.

        Ma non solo: ogni ‘particolarità’ sarà l’occasione per scoprire aspetti del nostro funzionamento che altrimenti non avremmo mai avuto l’occasione di considerare.

        Sarà in quest’ottica che analizzeremo le possibili soluzioni e le tecniche utili per migliorare il benessere anche in presenza di patologie, non dimenticando mai che lo yoga non sta nella tecnica, ma nell’ascolto che la tecnica occasionalmente può favorire.


        in presenza e via Zoom

        Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni rimarranno disponibili fino a un mese dal termine del corso

        Il programma

        Tutti i seminari dureranno circa due ore. Si terranno in sala e contemporaneamente su Zoom, ma potranno essere seguiti anche in differita. Al termine di ogni seminario tutti i partecipanti riceveranno le registrazioni, che rimarranno disponibili per sei mesi dalla fine dell’intero ciclo.

        Nota: i posti in sala sono fino a esaurimento della capienza.

        Ansia

        Giovedì 16 settembre ore 19.10

        Può apparire strano che un ciclo dedicato a problematiche decisamente fisiche inizi con un tema di carattere psicologico. Lo yoga però insegna che non c’è perturbazione della mente che non si faccia corpo, e l’ansia – argomento di estrema attualità – è il perfetto esempio di come il rimuginio e la mancanza di tranquillità renda precario anche l’equilibrio fisico amplificando problematiche preesistenti e creandone di nuove.
        Ma l’ansia è un tema di pertinenza yogica esemplare anche per un altro motivo: un elemento che fa parte delle molteplici emozioni della vita si trasforma in patologia quando diventa la nota dominante che detta ogni pensiero e ogni azione.
        L’approccio yogico, quindi, ben lungi dalla pretesa di cancellare o combattere l’ansia, prevede anzi di accoglierla e di ricontestualizzarla, imparando a sostituire l’ascolto alle reazioni scomposte.


        Disturbi del pavimento pelvico

        Giovedì 30 settembre ore 19.10

        Per una donna, spesso la scoperta del pavimento pelvico arriva con una gravidanza e con il recupero post parto. Ma il pavimento pelvico, le sue debolezze e le conseguenze della mancata percezione di quest’area sono un argomento che riguarda non solo chi ha affrontato una gestazione e non solo il sesso femminile. Il suo ruolo è centrale sia sul piano fisiologico, sia su quello motorio e su quello psicologico, come vero e proprio fondamento della stabilità mente/corpo. Con l’aiuto di Erika Pizzo, la nostra insegnante esperta di yoga in gravidanza e post parto, approfondiremo le implicazioni che i disturbi del piano pelvico possono avere nella vita di tutti i giorni e come lo yoga possa aiutare prima a percepire, poi ad agire quest’area.


        Patologie articolari: osteoartrosi

        Giovedì 14 ottobre ore 19.10

        Il dolore e la perdita di mobilità – dovute all’età e ad altri fattori che analizzeremo – ci richiama all’estrema importanza delle articolazioni, che dovrebbero ricevere molta più attenzione a prescindere dall’insorgere di problematiche quali appunto l’osteoartrosi, tema principale di questo seminario.
        Lo yoga, almeno nella sua versione posturale più ‘performante’, sembrerebbe aver posto l’accento più sull’allungamento della muscolatura che sulle articolazioni, tuttavia è proprio grazie all’attenzione a queste ultime che la pratica degli asana può fare un salto di qualità e a contribuire non solo alla salute e alla funzionalità delle articolazioni, migliorando la qualità della vita di chi soffre di osteoartrosi, ma anche – come approfondiremo – produrre significativi miglioramenti sul piano della concentrazione.


        Dolore lombare

        Giovedì 28 ottobre ore 19.10

        Alla domanda “Hai qualche problema fisico?” una delle risposte più frequenti riguarda sicuramente il dolore lombare, assieme a quello cervicale (che tratteremo nel seminario successivo), i classici “ho il mal di schiena” e “ho la cervicale”. Queste affermazioni sono ‘contenitori’ in cui si celano però problematiche molto varie e di diversa importanza, alcune risolvibili modificando le abitudini posturali, altre riconducibili a patologie più complesse da considerare con maggiore attenzione.
        Per quanto riguarda il dolore lombare, analizzeremo le possibili cause e le implicazioni: quali precauzioni adottare nella pratica dello yoga e come una pratica attenta può migliorare le condizioni e, nel caso, stabilire una pacifica convivenza con il disturbo.


        Dolore cervicale

        Giovedì 11 novembre ore 19.10

        Cosa si cela dietro l’affermazione “Ho la cervicale”?
        Dalle implicazioni di una vita sedentaria alle conseguenze di eventi traumatici o di un allenamento scorretto, dalla malocclusione dentale alle patologie della colonna vertebrale e a quelle dell’apparato digerente, le cause possono essere molte. Gli effetti non sono meno insidiosi, dal dolore e perdita di funzionalità muscolo-scheletrica ai problemi a livello del sistema nervoso.
        Ancora una volta, lo yoga ci servirà in primo luogo per smascherare le pose psico-corporee che influiscono sul dolore cervicale (o che ne derivano come protezione), per poter poi affrontare una pratica corporea adeguata ed efficace, con la sicurezza che soltanto un ascolto vero può dare.


        La spalla: patologie comuni

        Giovedì 25 novembre ore 19.10

        La spalla è una struttura molto poco conosciuta e molto poco compresa e nella sua complessità e nella sua delicatezza. In questo seminario approfondiremo l’anatomia e la biomeccanica di quest’area che contiene almeno due importanti articolazioni e delle possibili patologie che si traducono in instabilità, dolore e limitazioni della funzionalità.
        Dal punto di vista più prettamente yogico, approfondiremo le implicazioni nelle esecuzioni degli asana e soprattutto nel complesso del corpo, imparando a prenderci cura delle spalle e a osservare le loro implicazioni nella mobilità dell’intero corpo. Senza tralasciare la relazione tra le spalle e la tensione emotiva che spesso questa regione accumula.



        In ogni modulo si parlerà di…

        Corsi di Yoga a Novara

        Principi di anatomo-fisiologia e biomeccanica

        • Principi base: movimenti articolari, gruppi muscolari coinvolti
        • Adattamenti alle diverse costituzioni e in presenza di patologie
        • Cosa fare se l’allievo è in fase riabilitativa o post–riabilitativa

        Teoria e pratica del corpo energetico

        • L’asana e il corpo energetico secondo la tradizione yogica 
        • Analisi dell’asana secondo la Medicina Tradizionale Cinese

        Dimensione pratico-esperienziale

        • Modulare l’approccio: il rapporto tra ‘pretesa’ e possibilità, tra asana come fine o come mezzo
        • Precauzioni e attenzioni nella pratica in presenza di patologie  
        • Come modificare le pratiche in base alle condizioni dell’allievo
        • Esempi pratici
        • Domande e risposte dei partecipanti


        I docenti

        Marco Invernizzi

        Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
        Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

          Francesco Vignotto

          Insegnante di yoga presso Zénon.

            Erika Pizzo

            Insegnante di yoga in gravidanza e post parto, Qi Gong e allenamento funzionale presso Zénon.

              Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

              Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 6 seminari) è di 250€. Per chi si iscrive entro il 25 agosto – versando la quota – il prezzo è agevolato a 220€.

              Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

              Richiedi informazioni o iscriviti

              Vuoi iscriverti o chiedere informazioni? Puoi chiamarci al 3492462987 o scriverci su Whatsapp

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              Cosa significa ‘fare un passo oltre’ nello yoga?

              12 Ottobre 2020 di Francesco Vignotto 1 commento

              La vostra benedizione è conoscere
              che pure il desiderio del paradiso è servile.
              Il gioco è divino perché non c’è nessuna promessa
              o speranza di guadagno. (…)
              La vostra libertà è conoscere
              che ogni méta di vittoria, ogni aspettazione di applauso
              è servile.
              La vostra bellezza non si vergogna degli abbasso né degli sputi. Altro, altro è il suo pudore.
              E la vostra grazia senza paragone, ultima,
              è che la vostra bellezza
              NON VI RIGUARDA

              Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini

              Una partecipante al seminario Yogāsana dedicato alla postura seduta ci ha inoltrato una domanda molto interessante che, oltre a meritare una risposta in privata sede, offre lo spunto per una riflessione generale per le implicazioni che contiene. La domanda era in sintesi questa: “Ha senso che io perseveri nel praticare la posizione del loto sebbene persista uno stato di tensione molto forte? Devo fare un passo oltre il mio disagio, come spesso mi è stato detto, e mantenerla?” Nello specifico, la persona indicava due passate patologie articolari, la cui memoria potrebbe ragionevolmente influire sul disagio sperimentato in padmāsana e alimentare giustificati timori che la posizione possa esserle dannosa. 

              Il primo livello della risposta è riferito proprio al tema del seminario, ovvero, trovare la posizione seduta nel senso probabilmente etimologico della parola āsana, ovvero un “seggio” in cui il corpo possa essere sufficientemente “stabile e comodo” per la pratica prolungata del prāṇāyāma e della meditazione. A questo livello, sebbene ogni āsana seduto abbia delle sue specificità, vale, a nostro parere, il principio del good enough: se la posizione mi permette di avere la colonna vertebrale eretta senza eccessivo sforzo ed è sostenibile per un periodo prolungato, non c’è ragione perché io scelga un opzione più difficile che invece mi impedirebbe di dedicarmi all’ascolto del respiro e della mente.

              Da un punto di vista invece prettamente posturale (e siamo al secondo livello, non necessariamente subordinato al primo), ogni āsana, esplorando la mobilità del corpo e portando alla luce limitazioni altrimenti implicite, è un laboratorio che crea le condizioni, tra le altre cose, per una buona e prolungata postura seduta. Del resto, la differenza nel ‘come’ si sta – fisicamente e mentalmente – nella posizione seduta all’inizio e alla fine di una sessione è una buona cartina tornasole della bontà del lavoro svolto.

              Buddha seduto nel loto, periodo Edo, XVIII secolo. Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone, Genova.

              Per cui ben vengano anche posizioni che possono sollevare difficoltà, ma bisogna affrontarle cum grano salis e con la consapevolezza che la meta finale (la posizione compiuta) è solo un catalizzatore, una direzione inizialmente necessaria, di cui occorrerà disfarsi a un certo punto, e non è detto che il momento dello scarto coinciderà con la sua realizzazione fisica.

              Un giorno, forse nemmeno tanto lontano, ci potremmo accorgere sedendoci che non abbiamo bisogno di altro; allora saremo liberi di restare, oppure di vivere la pratica dei diversi āsana non più come un tentativo di rimediare a qualcosa che non va, ma come un gioco: senza scopo.

              E qui occorre discernere tra la vita reale e gli how to di Instagram (if you want this… you have to do this…), dove sembra che chiunque possa fare qualsiasi posizione a patto che sia disposto a rovinarsi le articolazioni contro i muri, e dove prevale la motivazione alla conquista invece che l’aspirazione alla comprensione: nel primo caso, il corpo interessa solo nella misura in cui posso soggiogarlo strumentalmente, nel secondo il corpo è un territorio tutto da scoprire.

              Nello specifico, il loto può essere alla portata di molti ma non di tutti: l’età, la conformazione e lo stato di salute di articolare – solo per citare i principali fattori – dovrebbero indurre a una valutazione dell’opportunità di praticarlo, perlomeno nella forma completa. E anche tra coloro che riusciranno a praticarlo, non tutti saranno in grado di farne un āsana stabile e comodo per la pratica meditativa.

              Queste eventualità però non sono in alcun modo da intendere come menomazioni fisiche, né tantomeno come limitazioni delle possibilità nello yoga (equazione spesso inconsciamente tramandata tra generazioni di praticanti). E qui dovremmo considerare che anche coloro che sono abili in āsana molto complessi e spettacolari hanno spesso una ‘bestia nera’ (a volte catalogabile come posizione di livello base) che rimarrà per sempre fuori dalla loro portata. La domanda, insomma, non è tanto come fare con il mio corpo che si nega al loto, bensì: che cosa possono dirmi padmāsana e i percorsi che costeggiano padmāsana?

              Anche se il loto non è fra le nostre possibilità, in effetti, possiamo comunque ‘lavorarci attorno’ esplorando e migliorando la mobilità del bacino in relazione alle nostre gambe e alla colonna, attraverso posizioni parziali e collaterali. Ma non deve mai essere trascurato il lavoro globale (in cui non mancherà mai il respiro e l’attenzione al rilassamento) anche su aree e aspetti apparentemente irrelati. Non sta tanto allo yoga decodificare le interrelazioni corporee, quanto degrammaticalizzarle: una palpebra che casualmente si rilassa potrebbe veramente produrre una rivoluzione silenziosa nel cingolo pelvico ben più che tanti esercizi mirati (l’esempio è puramente casuale).

              E proprio qui veniamo al terzo livello della risposta, che sintetizza gli altri due, ovvero il fare un passo oltre la propria condizione di disagio, di cui occorre mettere in questione il senso, ossia, appunto, la direzione. Perché, per fare un passo oltre, bisogna esser consapevoli che non sappiamo realmente dove, in quell’esatto momento, stia l’oltre, e non necessariamente lo troveremo nella stessa direzione di ieri.

              Il limite della tecnica è che c’è sempre qualcuno che fa qualcosa, e fatta quella posizione ne farà un’altra e un’altra ancora, senza alcuna soluzione di continuità; per quanto sia una fase necessaria, occorre appunto fare un passo oltre e cogliere l’occasione per mettere in discussione il rapporto soggetto-oggetto.

              Rimanere in una posizione nonostante vi siano impulsi centrifughi che ostacolano un adattamento può essere una scelta molto nobile oppure molto ottusa, a seconda delle circostanze e delle attitudini di ognuno. È una scelta di disponibilità quando, nonostante le prime impressioni, si sceglie di stare a osservare l’evolversi della situazione: in questo caso già il presunto soggetto cede sulla propria presunta centralità; è espressione egoica di ottusità, invece, quando esprime un rapporto meramente strumentale nei confronti del proprio corpo.

              Ancora più irragionevole è la convinzione – assai diffusa nel recente passato – che perseverando nonostante nel tempo non vi siano segni di allentamento, apparirà all’improvviso una luce in fondo al tunnel.

              La mia personale esperienza mi dice che dal resistere resistere resistere deve maturare un atteggiamento diverso (e ho sotto gli occhi quasi ogni giorno tensioni affrontate a muso duro a fine pratica tornano esattamente come prima), ossia ammettere che il vero problema è nei presupposti e il vero passo avanti a volte è retrocedere alla ricerca del punto di origine di quella tensione. (Che quel punto di origine si smarrirà nel nulla, e la tensione si troverà a non avere più alcun appoggio, come una radice nell’aria, è e non è un altro discorso).

              Ramana Maharshi

              Spesso non si tratta di una rinuncia alla posizione, ma di una revisione di come (e a volte perché) la si prende e – siccome molto spesso l’origine è ben anteriore – del terreno su cui vorremmo praticare acrobazie: è la pratica dell’āsana che porta al rilassamento o è il rilassamento necessario alla presa della postura? Come spesso accade, una buona domanda aperta vale più di una risposta definitiva.

              Occorre dirlo: a nessuno sono preclusi i fiori della pratica perché non è riuscito a stare sulla testa o nello scorpione, o del loto. Certo, provarci ha un senso, però insistere oltre ogni ragionevolezza nel voler conquistare una postura esteriore è spesso un modo per reprimere lo sbocciare di quello che la posizione poteva dirci.

              E siccome lo yoga – lo ripetiamo – non sta nella meta della posizione compiuta, ma in ogni fase del processo intero, anche la ‘preparazione’ stessa, o una forma parziale della posizione, potrebbe essere la miccia per quello slittamento di coscienza (ricordiamoci: chi vorrebbe fare cosa?) che nella posizione ‘dura e pura’ sarebbe impedito dall’eccesso di sforzo.

              La vera domanda, alla fine, è: ci interessa lo yoga oppure il guscio entro cui ci è stato servito?

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              Archiviato in:Articoli, pratiche, Yoga Contrassegnato con: asana, hathayoga, padmasana, pratica, yoga Novara, yoga per cominciare

              Il vero yoga non esiste, grazie al cielo

              16 Ottobre 2019 di Francesco Vignotto 1 commento

              SCRIVEVA: “ SEI SOLO: È UN CERCHIO CHIUSO.
              MA UNA VOLTA PUOI APRIRLO,
              MAGARI CON LA CHIAVE PIÙ FALSA”

              Milo De Angelis

              Da qualche tempo uno spettro si aggira per lo yoga, un fantasma che sobilla gli animi, li incita a gettarsi nella mischia per una causa giusta e sacrosanta che come sempre, se si oltrepassa il limite, rischia di trasformarsi in crociata, o più probabilmente in farsa.

              Ogni giorno appaiono proposte di ‘nuovi’ yoga, e non parliamo solo di quegli stili e varianti a volte bizzarri che affollano gli articoli lifestyle alcuni dei quali sembrano inventati apposta per far saltare i nervi ai puristi e acchiapparne i clic: yoga con la capra, con il gatto o con il coniglio, con la birra e con il vino o con la bestemmia non sono invenzioni iperboliche di chi scrive ma alcune delle tante amenità che passano nell’Internet ogni giorno.

              Ma parliamo anche, più in generale, di tutte quelle evoluzioni e ibridazioni che più o meno velatamente cercano di accostare alla disciplina un pubblico che forse non sarebbe molto interessato allo yoga di per sé, ma all’intrattenimento ludico motorio in generale nel palinsesto delle palestre.

              Questo ventaglio di offerte prolifera in un contesto già affollato di etichette, che confondono il povero neofita con una pioggia di attributi che abbagliano e spesso offuscano il sostantivo: cosa sceglierò tra yoga dinamico o statico, dolce o aspro, ginnico o meditativo, ghiandolare o molecolare, acquatico o incendiario, ridanciano o piagnone, ovarico o gonadico?

              Ecco dunque che dall’altro lato della barricata (immaginiamo una barricata eretta per l’occasione) ogni tanto qualcuno perde la testa. E fin qui è del tutto comprensibile: dedichi anni a lavorare un respiro, un rilascio muscolare, ad affinare l’attenzione, hai studiato e hai fatto centinaia, forse migliaia di chilometri; magari insegni e i tuoi allievi sono pochi, però noti con soddisfazione che piano piano cominciano a provare piacere nel silenzio, nell’ascoltarsi, li vedi trovare un nuovo equilibrio.

              Poi però una palla luccicante rimbalza in mezzo alla sala e assorbe tutta l’attenzione: direi che un’imprecazione è del tutto comprensibile.

              Il diavolo (mettiamo che ne esista uno) ama però nascondersi nei dettagli e non devi domandarti tanto  cosa stia facendo e perché, ma dove andrai a inciampare mentre sei occupato a domandartelo. Così, immancabilmente, il lamento per i mala tempora si inoltra nel terreno scivoloso del “quando c’era LVI”, ed ecco l’appello alla pietra angolare di uno yoga tradizionale millenario, monolitico, tramandato parola per parola da autorità che hanno la certezza millimetrica di cosa sia yoga e cosa non lo sia, senza ammissione di deroghe.

              Una volta – non duemila anni fa, ma diciamo una ventina – sì che si sapeva cosa fosse il vero yoga; Patanjali era ancora vivo e non mancava di farsi vedere nelle sale allestite nelle cantine e nelle mansarde, nei dojo puzzolenti di piedi, elargendo sguardi di approvazione.

              La voce del giusto, in realtà, abbaia contro un un uomo di paglia, perché quasi ogni insegnante e/o praticante di yoga si dichiarerà, se interpellato, a favore della tradizione, dei tempi andati, come non essere d’accordo? Così, l’appello al vero yoga diventa un tòpos della letteratura mainstream, sempre più influencer avvertono lo yoga non sia solo posizioni acrobatiche sui social, in didascalia alle proprie foto acrobatiche sui social: quello che vedete non è soltanto un corpo, ma ho tutte e otto le membra, dietro di me, dello yoga classico.

              Ora, anche ammettendo che il vero yoga di cui sopra esista (ma non serve nemmeno elencare la quantità di scuole diversissime tra loro che dichiarano di interpretare alla lettera Patanjali), 1(a questo proposito inviterei per approfondimenti alla lettura di un articolo dello scorso anno di Andre R. Jain. mi viene in mente di un tale, pochi anni fa, che vantava di praticare uno yoga “Indiano al cento per cento”. Qualcuno gli fece notare: “Ma tu sei italiano”. “Ma che c’entra” fu la replica, dopo attimi di imbarazzo. E invece c’entrava eccome.

              In primo luogo perché lo yoga implica la rimessa in discussione dei ruoli di soggetto e oggetto. La vera questione non è tanto l’impostura nello yoga che pratichi. La questione è che l’impostura sei tu, e lo yoga può servire nella misura in cui lascia emergere le città di cartapesta, se non diventa un’altra scenografia che sostituisce la precedente.

              Lo yoga è sicuramente falso quando diventa un nuovo ruolo da interpretare, e questo può valere tanto per il pagliaccio vestito all’orientale quanto per quello con gli yoga pants coordinati al tappetino e alla borraccia alla moda. Vedere la pagliacciata e la necessità di una pagliacciata è yoga.

              In secondo luogo, e di conseguenza, non dobbiamo mai dimenticare che il ‘vero yoga’ per quanto ligio alla (supposta) tradizione è comunque qualcosa che è stato nella migliore delle ipotesi tradotto, trasposto e adattato in contesti molto diversi rispetto a quelli in cui è nato. Corpi, mentalità, aspirazioni e imposture profondamente differenti (e per questo inviterei a leggere le interviste a Daniela Bevilacqua e a Marco Passavanti). Quando ciò è stato fatto in buona fede, è nella convinzione che malgrado le abissali differenze vi sia comunque un nucleo comune a cui parlare, una domanda di fondo condivisa dall’essere umano a cui lo yoga può fornire qualche suggerimento.

              E come in ogni traduzione, ci si trova spesso di fronte al dilemma tra una fedeltà letterale al testo originario, che produce un dettato filologicamente ineccepibile ma nel nuovo contesto inerte rispetto a quella domanda di fondo; e tra una infedeltà forse discutibile ma che almeno prova a toccare le corde, a far vibrare la nota, o meglio, nel nostro caso, ad accostare al silenzio tra le note, a spostare l’attenzione dalle cose allo spazio tra le cose, quello slittamento da contenuto a contenitore che in fondo potrebbe essere indizio molto più rivelatorio di tante appropriazioni indebite dell’Assoluto proprio da parte di chi si proporrebbe preservarlo.

              Le manifestazioni più commerciali dello yoga dovrebbero strapparci al massimo un sorriso, almeno fin quando non fanno male a nessuno: chi si dedica seriamente a questa disciplina dovrebbe sapere che non rientra tra i destinatari di queste proposte (né lui né i suoi potenziali allievi, se la sua preoccupazione è di perdere clienti). Ma lo yoga degli Ayatollah è la brace dopo la padella, è correggere un refuso erigendo l’errore stesso a religione.

              Facciamo quindi pace con noi stessi: il vero yoga non esiste e dovremmo ringraziare ogni giorno per questa infinita possibilità di falsificazione. Il falso yoga esiste, invece, ogni volta che cerchiamo metterci sopra il cappello con il fervore dei giusti.

              Le preghiere sgrammaticate, a volte, giungono a destinazione più velocemente.

              Note[+]

              Note
              ↑1(a questo proposito inviterei per approfondimenti alla lettura di un articolo dello scorso anno di Andre R. Jain.
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              Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento

              14 Maggio 2019 di Francesco Vignotto Lascia un commento


              Il rilassamento è un tema di interesse universale. Chiunque desidera abbandonare lo sforzo, anche i più stacanovisti cultori della fatica e persino i più masochisti seguaci di Wim Hof. Perché superata la china ci sarà la discesa, e non sarà la stessa discesa di chi vi è arrivato a bordo del suo Suv.

              Si parla spesso di uscire dalla zona di conforto, ma se a qualcuno viene in mente di abbandonare la comodità e le false certezze è per trovare una tranquillità più autentica, un luogo dove deporre le armi; che per alcuni questo luogo possa trovarsi proprio nel mezzo della mischia, ci fa presentire che la questione è meno scontata di quanto sembrerebbe.

              Da questo punto di vista, dunque, il rilassamento assomiglia al mito di Sisifo capovolto, ma non troppo: perché non desidero altro che far cadere a valle quel macigno; eppure, non passerà molto tempo che dovrò spingerlo di nuovo faticosamente a monte, perché, per un altro curioso paradosso, sprofondare nell’inerzia è tutt’altro che acquietante.

              Può capitare che un giorno l’immagine di questo saliscendi appaia in tuta la sua comicità. E si desideri un abbandono definitivo. Ma in realtà, quel rilassamento ultimo che cerchiamo, quella tranquillità definitiva, non si trova più a valle e non si raggiunge prendendo la rincorsa più a monte: è al di là della quiete e dello sforzo, nonostante spesso sia necessario quest’ultimo per trovarlo.

              Non dobbiamo illuderci però di possedere la tranquillità fondamentale una volta per tutte, soprattutto se ‘facciamo yoga’, che è un ottimo strumento di indagine, ma può anche diventare il tappeto sotto cui nascondere una polveriera pronta ad esplodere.

              A questo proposito, tra i commenti a un articolo precedente, qualcuno raccontò che durante un seminario di yoga, mentre si trovava nella posizione distesa, l’insegnante gli si accostò urlandogli nell’orecchio: “TI DEVI RI-LA-SSA-RE!”. L’aneddoto non è soltanto tragicomico, perché noi tutti finiamo per introiettare quel maestro urlante, il volume della cui voce è proporzionale alla nostra impotenza.

              Con lo yoga in un certo senso abbiamo perso l’innocenza, perché cominciamo a sentire un po’ più in dettaglio il corpo, e a sentire come piccole e grandi tensioni, piccole e grandi dissonanze permangono pressoché sempre – e chissà quanto l’ascolto stesso, ineducato alla passività, non contribuisca al loro alimento.

              Siccome è facile concludere che la tensione è ‘cattiva’ e che il rilassamento è ‘buono’, potremmo struggerci perché non riusciamo a ‘lasciar andare’ se non a singhiozzi e contraccolpi (ma è anche facile addormentarsi in un reame ovattato dove non esistono attriti, niente giudizio, un giardino personale ben sigillato e sterile).

              Purtroppo, o per fortuna, il rilassamento non può essere trasformato in un numero da circo. Occorre accettare il paradosso della volontà: l’inaspettato arriva, perlopiù non riconosciuto, quando l’ultimo membro del comitato di accoglienza ha abbandonato il presidio.

              Proviamo allora a risalire ancora più a monte. Come abbiamo accennato in apertura, il rilassamento non implica necessariamente che si eviti lo sforzo, né la stravagante ricerca di una passività totale dei corpo, che oltre a essere vana e poco funzionale espone anche al rischio di procurarsi dei seri grattacapi.

              Siccome poi abbiamo perso l’innocenza, occorre accettare il fatto compiuto. Ovvero: sentire fino in fondo, senza respingerla, la tensione in esubero nel compiere un movimento, nello stare in una posizione, anche nel respirare e nel pensare. A ben vedere, non è necessario nemmeno che abbandoniamo quella tensione, perché qui si imporrebbe il ‘come’ e il rimedio potrebbe essere peggio del problema: come faccio a ‘fare’ il ‘non fare’? Per questo è così facile iniziare a fumare o a mangiare in eccesso, e così difficile decidere di non farlo più.

              Il rilassamento è nel privilegio dell’ascolto stesso. Se posso ascoltare, sono seduto comodamente anche se sto fuggendo a gambe levate da una belva feroce, c’è spazio sufficiente per contemplare quella esuberanza, quella sovra-reattività: sentire ciò che non voglio sentire, sentire il mio stesso non voler sentire! Voler essere rilassati, così come voler dimagrire o voler trovare l’anima gemella, è un altro modo per non sentire, per proiettarsi sulla circonferenza del pallone evitando accuratamente il centro.

              Ascolto, invece, e ciò che sento non è il corpo, ma la sua corazza reattiva, l’orbita del respingere e dell’afferrare al di là della circostanza e di quanto richieda la circostanza. Buco il foglio, per scrivere il mio nome. ‘Spingo via’ il pavimento con le gambe. La mia mascella si serra, la gola, le stesse narici, che dovrebbero filtrare l’aria, più spesso ne ostruiscono il passaggio. La mia parete addominale allenata al prendere e lasciare il respiro finisce per anticiparne gli schemi. Sento, ma non considero questo corpo reattivo ‘altro’ da un corpo che non c’è, che non sento.

              Bisogna voler bene alle nostre tensioni, è tutto ciò che abbiamo.

              È importante lasciare l’interpretazione al terapeuta o allo psicologo, il cui indispensabile mestiere non ci compete – e con cui anzi potremmo cooperare meglio facendo ‘il nostro’. Perché le interpretazioni aggiungono spessore, e in realtà le tensioni sono stabili solo finché le riteniamo tali.

              Quando la tensione ‘si rilascia’, si rilascia appunto: non c’è qualcuno ad abbandonarla. Per questo, quando avviene, è straniante. C’era qualcuno a tenerla, non c’è nessuno a lasciarla.

              Ciò significa anche che, quando la tensione non ‘si rilascia’, non c’è fallo, nessun rimorso, nessuna conseguenza. Insistere nel volere, nel tentare, significa che c’è ancora qualcuno. Qualcuno che ancora non si arrende all’evidenza che sentire la gamba contratta è sentirla per la prima volta davvero; e all’evidenza ultima, allo scacco matto di tutti i corpo-a-corpo: la constatazione che non può essere altrimenti. Non esiste qualcosa come il silenzio, almeno se lo cerchiamo tra le cose e non attraverso le cose. 

              Il fatto è che il corpo, così come tratteggiato nei libri di anatomia, una volta caduta la tensione per forze di causa maggiore, non c’è. Questo non è l’omega ma l’alfa, lo spazio non più del pensiero lineare ma dell’intuizione, la dimensione fuori dall’ordinario con cui lo yoga non dovrebbe mai perdere il contatto.

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              C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?

              8 Marzo 2019 di Francesco Vignotto 1 commento



              Oggi vi è molta attenzione agli aspetti anatomici e biomeccanici degli āsana yogici, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di adattarne la pratica a un pubblico di massa, con tutta la varietà di condizioni fisiche che questo comporta.

              Tuttavia, questi aspetti, pur essendo oggi imprescindibili per la pratica e per l’insegnamento, non bastano a spiegare il perché e il come della pratica corporea all’interno dello yoga, che ha come obiettivo non solo l’integrazione dell’insieme corpo-mente, ma il superamento di esso (ovvero: non sono né il corpo né la mente, ma ne sono lo spettatore).

              La questione però non riguarda soltanto il quadro teorico e dottrinario entro cui la pratica yogica è tradizionalmente inserita, che peraltro, come spesso abbiamo rilevato, può variare anche in modo significativo. Da un punto di vista strettamente pratico, infatti, i sistemi coinvolti nella pratica degli āsana non sono esattamente gli stessi che vengono coinvolti nell’esercizio fisico comunemente inteso, anche se occasionalmente possono coincidere.

              Ad esempio, i concetti di ‘sovraccarico funzionale’ (ovvero lo stress che fornisco al corpo per produrre un adattamento) e di ‘soglia aerobica’ (il momento in cui si ‘rompe il fiato’ passando dal metabolismo anaerobico a quello aerobico) non sono esattamente applicabili allo yoga, che tendenzialmente mira, anche nel sovraccarico, a rallentare il metabolismo energetico piuttosto che accelerarlo, complice, oltre alla ricerca dell’agio persino nello sforzo, la particolare regolazione del respiro: controllo dell’addome e filtraggio alla glottide (ujjayi), estensione delle fasi respiratorie, con conseguente diminuzione del consumo di energia laddove l’esercizio fisico tende temporaneamente a incrementarlo. In altre parole, se pratichiamo āsana anche per ore non varcheremo mai la soglia aerobica, ma non possiamo dire nemmeno che sfrutteremo i processi anaerobici.

              Eppure, nonostante si muova secondo modalità che per il comune modo di pensare sarebbero improduttivi, la pratica degli yogāsana produce anche una profonda risposta fisiologica e un notevole effetto di ritorno sulle prestazioni fisiche. E inoltre, un’importante conquista mentale, ovvero la capacità di trovare la stabilità anche nei momenti di maggiore sollecitazione ed eccitazione: non sono né il corpo, né la mente, ma ne sono lo spettatore.

              Da cosa dipendono queste differenze? È possibile, nel caso degli āsana, parlare di energia esclusivamente come biochimica (ATP) o dovremmo ricorrere al concetto di energia come… prana? Ammettendo quest’ultima ipotesi, come evitare la vaghezza olistica e l’autosuggestione da un lato, e le alzate di spalle degli scettici dall’altro?

              Non è qui il luogo per dare risposte troppo definite, che rischierebbero di creare inutili sovrastrutture e aspettative. Possiamo constatare però che quando togli l’alimentazione e la macchina continua ad andare, significa che il carburante – forse un altro tipo di carburante – ha iniziato a circolare per altre vie. Allo stesso modo, praticando gli āsana si impara progressivamente a utilizzare meno la forza fisica, e più qualcos’altro. Che poi questo qualcos’altro, risalendo molto a monte, sia a sua volta la fonte anche della forza fisica, è un’altra storia ancora.

              Anche per questo, durante una lezione di yoga si può assistere spesso a un curioso capovolgimento: praticanti fisicamente ‘dotati’ che arrancano da un lato perché avvezzi alle modalità contrattive; e, dall’altro, praticanti che ‘sulla carta’ dovrebbero essere svantaggiati che invece scoprono inaspettate abilità e libertà dai vincoli gravitazionali.

              Ed ecco che a volte è possibile prendersi alcune licenze rispetto a ciò che il chinesiologo raccomanderebbe (ovviamente, chi ci conosce sa che non intendiamo con questo giustificare indiscriminatamente qualsiasi prassi solo perché presentata sotto il cappello yogico).

              Potremmo quindi concludere provvisoriamente che lo yoga non solo serve a ‘riabilitare gli invalidi’ (invalidità che Giorgio Invernizzi nell’articolo precedente intendeva a un livello ancora più a monte), ma anche a rivedere i canoni – spesso viziati da logiche devianti – che definiscono l’abilità.

              Nel riconoscere la propria inadeguatezza, sorge la vera forza, e quando non sai nemmeno da dove arrivi di preciso, allora significa che non può realmente venire meno.

              ________________

              PS: naturalmente, dato l’ampio ventaglio di declinazioni dello yoga presenti sul mercato, non sempre si incontrerà una pratica che collima con quanto descritto più sopra, in quanto alcuni ‘stili’ propenderanno più verso una pratica aerobica. Senza voler sollevare il dibattito su cosa sia ‘più yoga’ di altro (e senza voler attribuire quanto detto a una specifica scuola o brand), rimandiamo al nostro vecchio articolo Lo yoga in una posizione per inquadrare meglio dal punto di vista storico e filosofico la pratica degli āsana all’interno dello yoga.

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