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Yoga

Il vero yoga non esiste, grazie al cielo

16 Ottobre 2019 by Francesco Vignotto 1 commento

SCRIVEVA: “ SEI SOLO: È UN CERCHIO CHIUSO.
MA UNA VOLTA PUOI APRIRLO,
MAGARI CON LA CHIAVE PIÙ FALSA”

Milo De Angelis

Da qualche tempo uno spettro si aggira per lo yoga, un fantasma che sobilla gli animi, li incita a gettarsi nella mischia per una causa giusta e sacrosanta che come sempre, se si oltrepassa il limite, rischia di trasformarsi in crociata, o più probabilmente in farsa.

Ogni giorno appaiono proposte di ‘nuovi’ yoga, e non parliamo solo di quegli stili e varianti a volte bizzarri che affollano gli articoli lifestyle alcuni dei quali sembrano inventati apposta per far saltare i nervi ai puristi e acchiapparne i clic: yoga con la capra, con il gatto o con il coniglio, con la birra e con il vino o con la bestemmia non sono invenzioni iperboliche di chi scrive ma alcune delle tante amenità che passano nell’Internet ogni giorno.

Ma parliamo anche, più in generale, di tutte quelle evoluzioni e ibridazioni che più o meno velatamente cercano di accostare alla disciplina un pubblico che forse non sarebbe molto interessato allo yoga di per sé, ma all’intrattenimento ludico motorio in generale nel palinsesto delle palestre.

Questo ventaglio di offerte prolifera in un contesto già affollato di etichette, che confondono il povero neofita con una pioggia di attributi che abbagliano e spesso offuscano il sostantivo: cosa sceglierò tra yoga dinamico o statico, dolce o aspro, ginnico o meditativo, ghiandolare o molecolare, acquatico o incendiario, ridanciano o piagnone, ovarico o gonadico?

Ecco dunque che dall’altro lato della barricata (immaginiamo una barricata eretta per l’occasione) ogni tanto qualcuno perde la testa. E fin qui è del tutto comprensibile: dedichi anni a lavorare un respiro, un rilascio muscolare, ad affinare l’attenzione, hai studiato e hai fatto centinaia, forse migliaia di chilometri; magari insegni e i tuoi allievi sono pochi, però noti con soddisfazione che piano piano cominciano a provare piacere nel silenzio, nell’ascoltarsi, li vedi trovare un nuovo equilibrio.

Poi però una palla luccicante rimbalza in mezzo alla sala e assorbe tutta l’attenzione: direi che un’imprecazione è del tutto comprensibile.

Il diavolo (mettiamo che ne esista uno) ama però nascondersi nei dettagli e non devi domandarti tanto  cosa stia facendo e perché, ma dove andrai a inciampare mentre sei occupato a domandartelo. Così, immancabilmente, il lamento per i mala tempora si inoltra nel terreno scivoloso del “quando c’era LVI”, ed ecco l’appello alla pietra angolare di uno yoga tradizionale millenario, monolitico, tramandato parola per parola da autorità che hanno la certezza millimetrica di cosa sia yoga e cosa non lo sia, senza ammissione di deroghe.

Una volta – non duemila anni fa, ma diciamo una ventina – sì che si sapeva cosa fosse il vero yoga; Patanjali era ancora vivo e non mancava di farsi vedere nelle sale allestite nelle cantine e nelle mansarde, nei dojo puzzolenti di piedi, elargendo sguardi di approvazione.

La voce del giusto, in realtà, abbaia contro un un uomo di paglia, perché quasi ogni insegnante e/o praticante di yoga si dichiarerà, se interpellato, a favore della tradizione, dei tempi andati, come non essere d’accordo? Così, l’appello al vero yoga diventa un tòpos della letteratura mainstream, sempre più influencer avvertono lo yoga non sia solo posizioni acrobatiche sui social, in didascalia alle proprie foto acrobatiche sui social: quello che vedete non è soltanto un corpo, ma ho tutte e otto le membra, dietro di me, dello yoga classico.

Ora, anche ammettendo che il vero yoga di cui sopra esista (ma non serve nemmeno elencare la quantità di scuole diversissime tra loro che dichiarano di interpretare alla lettera Patanjali), 1(a questo proposito inviterei per approfondimenti alla lettura di un articolo dello scorso anno di Andre R. Jain. mi viene in mente di un tale, pochi anni fa, che vantava di praticare uno yoga “Indiano al cento per cento”. Qualcuno gli fece notare: “Ma tu sei italiano”. “Ma che c’entra” fu la replica, dopo attimi di imbarazzo. E invece c’entrava eccome.

In primo luogo perché lo yoga implica la rimessa in discussione dei ruoli di soggetto e oggetto. La vera questione non è tanto l’impostura nello yoga che pratichi. La questione è che l’impostura sei tu, e lo yoga può servire nella misura in cui lascia emergere le città di cartapesta, se non diventa un’altra scenografia che sostituisce la precedente.

Lo yoga è sicuramente falso quando diventa un nuovo ruolo da interpretare, e questo può valere tanto per il pagliaccio vestito all’orientale quanto per quello con gli yoga pants coordinati al tappetino e alla borraccia alla moda. Vedere la pagliacciata e la necessità di una pagliacciata è yoga.

In secondo luogo, e di conseguenza, non dobbiamo mai dimenticare che il ‘vero yoga’ per quanto ligio alla (supposta) tradizione è comunque qualcosa che è stato nella migliore delle ipotesi tradotto, trasposto e adattato in contesti molto diversi rispetto a quelli in cui è nato. Corpi, mentalità, aspirazioni e imposture profondamente differenti (e per questo inviterei a leggere le interviste a Daniela Bevilacqua e a Marco Passavanti). Quando ciò è stato fatto in buona fede, è nella convinzione che malgrado le abissali differenze vi sia comunque un nucleo comune a cui parlare, una domanda di fondo condivisa dall’essere umano a cui lo yoga può fornire qualche suggerimento.

E come in ogni traduzione, ci si trova spesso di fronte al dilemma tra una fedeltà letterale al testo originario, che produce un dettato filologicamente ineccepibile ma nel nuovo contesto inerte rispetto a quella domanda di fondo; e tra una infedeltà forse discutibile ma che almeno prova a toccare le corde, a far vibrare la nota, o meglio, nel nostro caso, ad accostare al silenzio tra le note, a spostare l’attenzione dalle cose allo spazio tra le cose, quello slittamento da contenuto a contenitore che in fondo potrebbe essere indizio molto più rivelatorio di tante appropriazioni indebite dell’Assoluto proprio da parte di chi si proporrebbe preservarlo.

Le manifestazioni più commerciali dello yoga dovrebbero strapparci al massimo un sorriso, almeno fin quando non fanno male a nessuno: chi si dedica seriamente a questa disciplina dovrebbe sapere che non rientra tra i destinatari di queste proposte (né lui né i suoi potenziali allievi, se la sua preoccupazione è di perdere clienti). Ma lo yoga degli Ayatollah è la brace dopo la padella, è correggere un refuso erigendo l’errore stesso a religione.

Facciamo quindi pace con noi stessi: il vero yoga non esiste e dovremmo ringraziare ogni giorno per questa infinita possibilità di falsificazione. Il falso yoga esiste, invece, ogni volta che cerchiamo metterci sopra il cappello con il fervore dei giusti.

Le preghiere sgrammaticate, a volte, giungono a destinazione più velocemente.

Note[+]

Note
↑1 (a questo proposito inviterei per approfondimenti alla lettura di un articolo dello scorso anno di Andre R. Jain.
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Yogāsana: anatomia biomeccanica energia

19 Luglio 2019 by Zénon Lascia un commento

Corso di formazione per insegnanti e praticanti.

Quali sono i principi anatomici e biomeccanici da conoscere per praticare e soprattutto per insegnare un āsana?

Come adattare la posizione alle diverse costituzioni e alla presenza di patologie?

Come posso rendere la pratica dell’āsana un valido affiancamento nella riabilitazione?

Che cosa significa realmente praticare un āsana e quali sono le differenze rispetto all’esercizio fisico comunemente inteso?

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Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento

14 Maggio 2019 by Francesco Vignotto Lascia un commento


Il rilassamento è un tema di interesse universale. Chiunque desidera abbandonare lo sforzo, anche i più stacanovisti cultori della fatica e persino i più masochisti seguaci di Wim Hof. Perché superata la china ci sarà la discesa, e non sarà la stessa discesa di chi vi è arrivato a bordo del suo Suv.

Si parla spesso di uscire dalla zona di conforto, ma se a qualcuno viene in mente di abbandonare la comodità e le false certezze è per trovare una tranquillità più autentica, un luogo dove deporre le armi; che per alcuni questo luogo possa trovarsi proprio nel mezzo della mischia, ci fa presentire che la questione è meno scontata di quanto sembrerebbe.

Da questo punto di vista, dunque, il rilassamento assomiglia al mito di Sisifo capovolto, ma non troppo: perché non desidero altro che far cadere a valle quel macigno; eppure, non passerà molto tempo che dovrò spingerlo di nuovo faticosamente a monte, perché, per un altro curioso paradosso, sprofondare nell’inerzia è tutt’altro che acquietante.

Può capitare che un giorno l’immagine di questo saliscendi appaia in tuta la sua comicità. E si desideri un abbandono definitivo. Ma in realtà, quel rilassamento ultimo che cerchiamo, quella tranquillità definitiva, non si trova più a valle e non si raggiunge prendendo la rincorsa più a monte: è al di là della quiete e dello sforzo, nonostante spesso sia necessario quest’ultimo per trovarlo.

Non dobbiamo illuderci però di possedere la tranquillità fondamentale una volta per tutte, soprattutto se ‘facciamo yoga’, che è un ottimo strumento di indagine, ma può anche diventare il tappeto sotto cui nascondere una polveriera pronta ad esplodere.

A questo proposito, tra i commenti a un articolo precedente, qualcuno raccontò che durante un seminario di yoga, mentre si trovava nella posizione distesa, l’insegnante gli si accostò urlandogli nell’orecchio: “TI DEVI RI-LA-SSA-RE!”. L’aneddoto non è soltanto tragicomico, perché noi tutti finiamo per introiettare quel maestro urlante, il volume della cui voce è proporzionale alla nostra impotenza.

Con lo yoga in un certo senso abbiamo perso l’innocenza, perché cominciamo a sentire un po’ più in dettaglio il corpo, e a sentire come piccole e grandi tensioni, piccole e grandi dissonanze permangono pressoché sempre – e chissà quanto l’ascolto stesso, ineducato alla passività, non contribuisca al loro alimento.

Siccome è facile concludere che la tensione è ‘cattiva’ e che il rilassamento è ‘buono’, potremmo struggerci perché non riusciamo a ‘lasciar andare’ se non a singhiozzi e contraccolpi (ma è anche facile addormentarsi in un reame ovattato dove non esistono attriti, niente giudizio, un giardino personale ben sigillato e sterile).

Purtroppo, o per fortuna, il rilassamento non può essere trasformato in un numero da circo. Occorre accettare il paradosso della volontà: l’inaspettato arriva, perlopiù non riconosciuto, quando l’ultimo membro del comitato di accoglienza ha abbandonato il presidio.

Proviamo allora a risalire ancora più a monte. Come abbiamo accennato in apertura, il rilassamento non implica necessariamente che si eviti lo sforzo, né la stravagante ricerca di una passività totale dei corpo, che oltre a essere vana e poco funzionale espone anche al rischio di procurarsi dei seri grattacapi.

Siccome poi abbiamo perso l’innocenza, occorre accettare il fatto compiuto. Ovvero: sentire fino in fondo, senza respingerla, la tensione in esubero nel compiere un movimento, nello stare in una posizione, anche nel respirare e nel pensare. A ben vedere, non è necessario nemmeno che abbandoniamo quella tensione, perché qui si imporrebbe il ‘come’ e il rimedio potrebbe essere peggio del problema: come faccio a ‘fare’ il ‘non fare’? Per questo è così facile iniziare a fumare o a mangiare in eccesso, e così difficile decidere di non farlo più.

Il rilassamento è nel privilegio dell’ascolto stesso. Se posso ascoltare, sono seduto comodamente anche se sto fuggendo a gambe levate da una belva feroce, c’è spazio sufficiente per contemplare quella esuberanza, quella sovra-reattività: sentire ciò che non voglio sentire, sentire il mio stesso non voler sentire! Voler essere rilassati, così come voler dimagrire o voler trovare l’anima gemella, è un altro modo per non sentire, per proiettarsi sulla circonferenza del pallone evitando accuratamente il centro.

Ascolto, invece, e ciò che sento non è il corpo, ma la sua corazza reattiva, l’orbita del respingere e dell’afferrare al di là della circostanza e di quanto richieda la circostanza. Buco il foglio, per scrivere il mio nome. ‘Spingo via’ il pavimento con le gambe. La mia mascella si serra, la gola, le stesse narici, che dovrebbero filtrare l’aria, più spesso ne ostruiscono il passaggio. La mia parete addominale allenata al prendere e lasciare il respiro finisce per anticiparne gli schemi. Sento, ma non considero questo corpo reattivo ‘altro’ da un corpo che non c’è, che non sento.

Bisogna voler bene alle nostre tensioni, è tutto ciò che abbiamo.

È importante lasciare l’interpretazione al terapeuta o allo psicologo, il cui indispensabile mestiere non ci compete – e con cui anzi potremmo cooperare meglio facendo ‘il nostro’. Perché le interpretazioni aggiungono spessore, e in realtà le tensioni sono stabili solo finché le riteniamo tali.

Quando la tensione ‘si rilascia’, si rilascia appunto: non c’è qualcuno ad abbandonarla. Per questo, quando avviene, è straniante. C’era qualcuno a tenerla, non c’è nessuno a lasciarla.

Ciò significa anche che, quando la tensione non ‘si rilascia’, non c’è fallo, nessun rimorso, nessuna conseguenza. Insistere nel volere, nel tentare, significa che c’è ancora qualcuno. Qualcuno che ancora non si arrende all’evidenza che sentire la gamba contratta è sentirla per la prima volta davvero; e all’evidenza ultima, allo scacco matto di tutti i corpo-a-corpo: la constatazione che non può essere altrimenti. Non esiste qualcosa come il silenzio, almeno se lo cerchiamo tra le cose e non attraverso le cose. 

Il fatto è che il corpo, così come tratteggiato nei libri di anatomia, una volta caduta la tensione per forze di causa maggiore, non c’è. Questo non è l’omega ma l’alfa, lo spazio non più del pensiero lineare ma dell’intuizione, la dimensione fuori dall’ordinario con cui lo yoga non dovrebbe mai perdere il contatto.

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C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?

8 Marzo 2019 by Francesco Vignotto 1 commento



Oggi vi è molta attenzione agli aspetti anatomici e biomeccanici degli āsana yogici, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di adattarne la pratica a un pubblico di massa, con tutta la varietà di condizioni fisiche che questo comporta.

Tuttavia, questi aspetti, pur essendo oggi imprescindibili per la pratica e per l’insegnamento, non bastano a spiegare il perché e il come della pratica corporea all’interno dello yoga, che ha come obiettivo non solo l’integrazione dell’insieme corpo-mente, ma il superamento di esso (ovvero: non sono né il corpo né la mente, ma ne sono lo spettatore).

La questione però non riguarda soltanto il quadro teorico e dottrinario entro cui la pratica yogica è tradizionalmente inserita, che peraltro, come spesso abbiamo rilevato, può variare anche in modo significativo. Da un punto di vista strettamente pratico, infatti, i sistemi coinvolti nella pratica degli āsana non sono esattamente gli stessi che vengono coinvolti nell’esercizio fisico comunemente inteso, anche se occasionalmente possono coincidere.

Ad esempio, i concetti di ‘sovraccarico funzionale’ (ovvero lo stress che fornisco al corpo per produrre un adattamento) e di ‘soglia aerobica’ (il momento in cui si ‘rompe il fiato’ passando dal metabolismo anaerobico a quello aerobico) non sono esattamente applicabili allo yoga, che tendenzialmente mira, anche nel sovraccarico, a rallentare il metabolismo energetico piuttosto che accelerarlo, complice, oltre alla ricerca dell’agio persino nello sforzo, la particolare regolazione del respiro: controllo dell’addome e filtraggio alla glottide (ujjayi), estensione delle fasi respiratorie, con conseguente diminuzione del consumo di energia laddove l’esercizio fisico tende temporaneamente a incrementarlo. In altre parole, se pratichiamo āsana anche per ore non varcheremo mai la soglia aerobica, ma non possiamo dire nemmeno che sfrutteremo i processi anaerobici.

Eppure, nonostante si muova secondo modalità che per il comune modo di pensare sarebbero improduttivi, la pratica degli yogāsana produce anche una profonda risposta fisiologica e un notevole effetto di ritorno sulle prestazioni fisiche. E inoltre, un’importante conquista mentale, ovvero la capacità di trovare la stabilità anche nei momenti di maggiore sollecitazione ed eccitazione: non sono né il corpo, né la mente, ma ne sono lo spettatore.

Da cosa dipendono queste differenze? È possibile, nel caso degli āsana, parlare di energia esclusivamente come biochimica (ATP) o dovremmo ricorrere al concetto di energia come… prana? Ammettendo quest’ultima ipotesi, come evitare la vaghezza olistica e l’autosuggestione da un lato, e le alzate di spalle degli scettici dall’altro?

Non è qui il luogo per dare risposte troppo definite, che rischierebbero di creare inutili sovrastrutture e aspettative. Possiamo constatare però che quando togli l’alimentazione e la macchina continua ad andare, significa che il carburante – forse un altro tipo di carburante – ha iniziato a circolare per altre vie. Allo stesso modo, praticando gli āsana si impara progressivamente a utilizzare meno la forza fisica, e più qualcos’altro. Che poi questo qualcos’altro, risalendo molto a monte, sia a sua volta la fonte anche della forza fisica, è un’altra storia ancora.

Anche per questo, durante una lezione di yoga si può assistere spesso a un curioso capovolgimento: praticanti fisicamente ‘dotati’ che arrancano da un lato perché avvezzi alle modalità contrattive; e, dall’altro, praticanti che ‘sulla carta’ dovrebbero essere svantaggiati che invece scoprono inaspettate abilità e libertà dai vincoli gravitazionali.

Ed ecco che a volte è possibile prendersi alcune licenze rispetto a ciò che il chinesiologo raccomanderebbe (ovviamente, chi ci conosce sa che non intendiamo con questo giustificare indiscriminatamente qualsiasi prassi solo perché presentata sotto il cappello yogico).

Potremmo quindi concludere provvisoriamente che lo yoga non solo serve a ‘riabilitare gli invalidi’ (invalidità che Giorgio Invernizzi nell’articolo precedente intendeva a un livello ancora più a monte), ma anche a rivedere i canoni – spesso viziati da logiche devianti – che definiscono l’abilità.

Nel riconoscere la propria inadeguatezza, sorge la vera forza, e quando non sai nemmeno da dove arrivi di preciso, allora significa che non può realmente venire meno.

________________

PS: naturalmente, dato l’ampio ventaglio di declinazioni dello yoga presenti sul mercato, non sempre si incontrerà una pratica che collima con quanto descritto più sopra, in quanto alcuni ‘stili’ propenderanno più verso una pratica aerobica. Senza voler sollevare il dibattito su cosa sia ‘più yoga’ di altro (e senza voler attribuire quanto detto a una specifica scuola o brand), rimandiamo al nostro vecchio articolo Lo yoga in una posizione per inquadrare meglio dal punto di vista storico e filosofico la pratica degli āsana all’interno dello yoga.

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“Ma a cosa serve lo yoga?” “A riabilitare gli invalidi”

26 Febbraio 2019 by Giorgio Invernizzi 1 commento

Un osservatore alieno del traffico di una grande città concluderebbe oggi che rari esemplari umani hanno ancora le gambe, mentre la maggior parte di essi le ha sostituite con velocissime protesi a ruote che permettono di fare meglio alcune cose ma sicuramente a scapito di altre.

Noi sappiamo che in realtà non è proprio così, però sappiamo anche che una caratteristica comune degli umani e di tutti gli organismi viventi è la capacità di apprendimento che può amplificare a dismisura una abilità acquisita riducendo in proporzione la rappresentazione mentale di quelle precedenti fino alla loro estinzione.

Per questo motivo oggi, in assenza di correzioni critiche, può succedere agli umani che, tanto più corrono sicuri sulle loro ruote, tanto meno ricordano come camminare sulle proprie gambe.

Il perché di queste curiose riflessioni è presto detto: fuor di metafora volevo focalizzare l’attenzione sulla perdita della percezione del sacro nella dimensione culturale contemporanea e sui problemi emergenti.

In realtà, più che disquisire sugli aspetti filosofici del rapporto natura-cultura su cui sono già stati spesi fiumi di inchiostro, con questa metafora volevo introdurre un po’ di concretezza popolana nel sofisticato dibattito fra studiosi di yoga sulla diatriba tra yoga moderno e fonti (o pseudofonti) tradizionali.

Poiché è facile discutere nella totale incomprensione reciproca, mi sembra doveroso chiarire dall’inizio alcuni punti chiave dell’esposizione.

La concretezza popolana cui alludo è l’osservazione disincantata e talvolta irriverente della realtà quotidiana con i suoi drammi e le sue glorie, che per il ricercatore sono sempre e solo occasioni di riflessione e di conoscenza.

In quest’ottica il percorso di riflessione è sempre dalla Vita quotidiana al Libro, percorso che è sempre stato proprio del mistico immerso nella Tradizione, opposto al percorso del dotto, studioso della Tradizione, dal Libro alla Vita.

In realtà si tratta di due mestieri differenti, certo non confrontabili fra loro in una unica scala di valori, con le loro difficoltà, insidie e realizzazioni, entrambi di grande utilità sociale se ben utilizzati.

Tra le due figure oggi è forse il mistico a percepire per primo la gravità della epidemia involutiva in corso che induce nell’uomo la perdita della percezione del sacro, mentre il dotto si attarda a interrogare biblioteche vere o fasulle. La percezione del mistico, invece, lo spinge a rivolgere a tutti i benevolenti un invito pressante per trovare insieme un rimedio, riattivando il contatto con la Tradizione.

Con il termine Tradizione intendo il fiume tumultuoso e ininterrotto che scorre nella storia dell’umanità nel luogo interiore che interfaccia il mondo personale e transpersonale, il sacro e il profano, luogo di elaborazione creativa nel contatto con le forze archetipiche.

In questa accezione esiste un solo fiume che nutre la Civiltà umana con infiniti gorghi che ne segnalano la variabilità spaziotemporale, le singole tradizioni che il dotto giustamente indaga con lo studio comparato dei libri storici.

Come nella metafora iniziale sull’uso delle ruote che atrofizza la natura delle gambe, possiamo considerare la perdita della percezione del sacro la malattia involutiva che origina dal trauma di amputazione della Tradizione dalla coscienza individuale e collettiva.

Questo trauma è il frutto di una aggressione geopolitica globale, operazione di soft power attuata mediante l’instillazione di una fideistica credenza collettiva nel futuro progressivo come valore in sé.

Ovviamente, nella stessa logica culturale, coloro che finora si sono occupati della cura hanno proposto una riabilitazione puramente sintomatica, lasciando la malattia al suo aggravamento naturale: al grave invalido spirituale è offerta solo la stampella del pensiero debole e la carrozzina del politically correct.

Da questa lettura emerge che il problema epistemologico per eccellenza è come colmare la distanza tra ognuno di noi e il fiume della Tradizione che assicura la vita, sia spirituale (evoluzione) che materiale (creatività, ricchezza).

Questa distanza è anche il segno reale del potere, personale, collettivo e transpersonale che condiziona occultamente le grandi scelte geopolitiche mondiali.

Stare completamente nel fiume della Tradizione significa sentirsi un frammento stesso della Tradizione che agisce con completezza il diritto-dovere di trasformarne continuamente l’aspetto fenomenico per renderla tessuto vivente nella quotidianità.

In questo progetto di vera riabilitazione dell’unità spirito-mente-corpo acquista senso la proposta delle pratiche psicocorporee come uno degli strumenti per riattivare la percezione del sacro, insieme a tutti gli altri strumenti conosciuti: terapia medica, arte, via spirituale come percorsi ottimali potenzialmente aperti a tutti perché tutti ora cominciano a soffrire più che a godere dello status quo globalizzato.

La particolarità dell’epoca odierna è l’approdo, quasi sempre inconsapevole ma intenso per il livello di sofferenza, di una massa critica alla soglia che innesca fenomeni sociali, politici, culturali talvolta dirompenti oltre lo status quo.

In questo scenario la discussione sulle pseudoradici delle informazioni tramandate è decisamente un aspetto non strategico ma tattico e la verifica della loro utilità è possibile solo sul campo all’interno di un progetto strategico.

Chissà se con queste riflessioni potremo finalmente rispondere alla domanda che il popolano rivolge al dotto, domanda burina finché si vuole ma profondamente vera nel cuore, ‘ma a cosa serve lo yoga?’, dichiarando apertamente ‘a riabilitare gli invalidi’.

Ed è nell’emergenza di trovare al più presto un rimedio all’invalidità spirituale che mi sento di invitare ad una maggior attenzione alla sofferenza comune l’élite intellettuale dei dotti yogici studiosi delle tradizioni, dicendo con Deng Xiaoping: non importa che sia un gatto bianco o un gatto nero, se cattura i topi è un buon gatto.

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La gravidanza non è smart, ovvero l’impazienza della dolce attesa

21 Febbraio 2019 by Erika Pizzo Lascia un commento

Il tuo cambiamento interiore viene negato socialmente. Più che una persona in trasformazione, sei vista come portatrice di un bambino. La maternità è vista come un’interruzione fastidiosa del ritmo di lavoro e come una parentesi inevitabile di passaggio, da chiudere prima possibile.

Verena Schmid, Venire al mondo e dare alla luce

L’opportunità o meno di lavorare fino al nono mese di gravidanza è un tema che ricorre spesso. Senza voler entrare in un dibattito politico/economico che non mi compete, trovo interessante che si parli dei ritmi della gravidanza in questa epoca smart, in cui a volte la sensazione è che non ci sia tempo per attendere 9 mesi un figlio e men che meno rallentare i ritmi.

O almeno questo è ciò che i media e i social in particolare spesso trasmettono.

Che si tratti di lavoro, di uscite con amici, sport o altro poco importa: la tendenza generale è mostrare donne capaci di ‘essere sul pezzo’ fino a pochi istanti prima della sala parto.

Sia chiaro: essere incinta non vuol dire certo fermarsi e abbandonare completamente lavoro, famiglia, interessi… Ma un figlio non stravolge forse la vita, dal momento stesso del concepimento? E questi 9 mesi non dovrebbero essere il tempo giusto necessario per prepararsi a questo cambiamento?

Accade anche nello yoga: i social sono ricchi di foto di donne in avanzato stato di gravidanza in posizioni intense da un punto di vista fisico (soprattutto inversioni, arcuazioni e torsioni), senza alcun adattamento per la loro condizione. In queste foto spesso la pancia appare un elemento utile a sottolineare la scioltezza fisica delle madri e l’alto livello della loro performance. Mi spiace in questi casi costatare come la pratica venga svilita e utilizzata come un ennesimo modo per mostrare come la donna possa mantenersi bella, efficiente, prestante… ‘nonostante’ la maternità.

Mi appare chiaro il perché di questa tendenza, perché anche io stessa ho vissuto queste dinamiche: il cambiamento fa paura. Mantenere le stesse abitudini e gesti del “prima” è un modo per ancorarsi a false certezze nel bel mezzo del travolgente cambiamento. Mantenere una corazza (credendola un salvagente) nel momento in cui l’unica via di salvezza sarebbe al contrario gettarsi nude in mezzo all’oceano.

Nello yoga, per stare in tema, ricordo in me una certa soddisfazione quando mi rendevo conto di riuscire a fare ancora certe posizioni senza cuscini o adattamenti. La gravidanza e il periodo successivo al parto sono stati un’occasione per cambiare rotta: l’esperienza ha totalmente cambiato il mio modo di intendere e approcciare la pratica e seguire ora a lezione le donne in questa fase della loro vita è costantemente uno stimolo di riflessione e di approfondimento.

Quello ‘stato di grazia’ che viene offerto a noi donne è per me la possibilità di rallentare, di allentare i vincoli e la frenesia della vita ordinaria non solo per abituarci ai ritmi del nascituro, ma per poter anche tendere l’orecchio verso quello spazio sospeso, ignoto, che apre le porte ad universi più ampi.

Si possono cogliere molte affinità tra travaglio, parto ed una lezione di yoga: non solo per la ricerca delle posizioni, l’attenzione al respiro, il lasciar andare… ma soprattutto per la ricerca di quello stato meditativo in cui la mente si spegne ed emerge la connessione più profonda con la parte più istintiva di noi stesse.

Il percorso di una donna incinta non è così distante da quello di un praticante yoga: passando attraverso l’accettazione dei propri limiti e resistenze, tentano entrambi di spegnere il ronzio costante della mente, delle emozioni e delle influenze esterne per mettersi in connessione con qualcosa che al tempo stesso li attrae li spaventa: che sia lo “sconosciuto in grembo” o, nel senso più ampio del termine, l’Ignoto, il Divino o il Vuoto, poco cambia.

Questo credo dovrebbe rendere lo yoga diverso da una qualsiasi ginnastica, e offrire a chi già pratica da prima del concepimento una doppia opportunità: non solo ampliare la naturale tendenza all’interiorizzazione delle donne in dolce attesa, ma anche facilitare il loro percorso volto a ridurre o annullare la distanza tra sala pratica e vita.

l’occasione di metamorfosi per la donna è unica e irripetibile.

E, che lo si accetti o meno, nulla potrà davvero più essere come prima.

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