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“Ma a cosa serve lo yoga?” “A riabilitare gli invalidi”

Un osservatore alieno del traffico di una grande città concluderebbe oggi che rari esemplari umani hanno ancora le gambe, mentre la maggior parte di essi le ha sostituite con velocissime protesi a ruote che permettono di fare meglio alcune cose ma sicuramente a scapito di altre.

Noi sappiamo che in realtà non è proprio così, però sappiamo anche che una caratteristica comune degli umani e di tutti gli organismi viventi è la capacità di apprendimento che può amplificare a dismisura una abilità acquisita riducendo in proporzione la rappresentazione mentale di quelle precedenti fino alla loro estinzione.

Per questo motivo oggi, in assenza di correzioni critiche, può succedere agli umani che, tanto più corrono sicuri sulle loro ruote, tanto meno ricordano come camminare sulle proprie gambe.

Il perché di queste curiose riflessioni è presto detto: fuor di metafora volevo focalizzare l’attenzione sulla perdita della percezione del sacro nella dimensione culturale contemporanea e sui problemi emergenti.

In realtà, più che disquisire sugli aspetti filosofici del rapporto natura-cultura su cui sono già stati spesi fiumi di inchiostro, con questa metafora volevo introdurre un po’ di concretezza popolana nel sofisticato dibattito fra studiosi di yoga sulla diatriba tra yoga moderno e fonti (o pseudofonti) tradizionali.

Poiché è facile discutere nella totale incomprensione reciproca, mi sembra doveroso chiarire dall’inizio alcuni punti chiave dell’esposizione.

La concretezza popolana cui alludo è l’osservazione disincantata e talvolta irriverente della realtà quotidiana con i suoi drammi e le sue glorie, che per il ricercatore sono sempre e solo occasioni di riflessione e di conoscenza.

In quest’ottica il percorso di riflessione è sempre dalla Vita quotidiana al Libro, percorso che è sempre stato proprio del mistico immerso nella Tradizione, opposto al percorso del dotto, studioso della Tradizione, dal Libro alla Vita.

In realtà si tratta di due mestieri differenti, certo non confrontabili fra loro in una unica scala di valori, con le loro difficoltà, insidie e realizzazioni, entrambi di grande utilità sociale se ben utilizzati.

Tra le due figure oggi è forse il mistico a percepire per primo la gravità della epidemia involutiva in corso che induce nell’uomo la perdita della percezione del sacro, mentre il dotto si attarda a interrogare biblioteche vere o fasulle. La percezione del mistico, invece, lo spinge a rivolgere a tutti i benevolenti un invito pressante per trovare insieme un rimedio, riattivando il contatto con la Tradizione.

Con il termine Tradizione intendo il fiume tumultuoso e ininterrotto che scorre nella storia dell’umanità nel luogo interiore che interfaccia il mondo personale e transpersonale, il sacro e il profano, luogo di elaborazione creativa nel contatto con le forze archetipiche.

In questa accezione esiste un solo fiume che nutre la Civiltà umana con infiniti gorghi che ne segnalano la variabilità spaziotemporale, le singole tradizioni che il dotto giustamente indaga con lo studio comparato dei libri storici.

Come nella metafora iniziale sull’uso delle ruote che atrofizza la natura delle gambe, possiamo considerare la perdita della percezione del sacro la malattia involutiva che origina dal trauma di amputazione della Tradizione dalla coscienza individuale e collettiva.

Questo trauma è il frutto di una aggressione geopolitica globale, operazione di soft power attuata mediante l’instillazione di una fideistica credenza collettiva nel futuro progressivo come valore in sé.

Ovviamente, nella stessa logica culturale, coloro che finora si sono occupati della cura hanno proposto una riabilitazione puramente sintomatica, lasciando la malattia al suo aggravamento naturale: al grave invalido spirituale è offerta solo la stampella del pensiero debole e la carrozzina del politically correct.

Da questa lettura emerge che il problema epistemologico per eccellenza è come colmare la distanza tra ognuno di noi e il fiume della Tradizione che assicura la vita, sia spirituale (evoluzione) che materiale (creatività, ricchezza).

Questa distanza è anche il segno reale del potere, personale, collettivo e transpersonale che condiziona occultamente le grandi scelte geopolitiche mondiali.

Stare completamente nel fiume della Tradizione significa sentirsi un frammento stesso della Tradizione che agisce con completezza il diritto-dovere di trasformarne continuamente l’aspetto fenomenico per renderla tessuto vivente nella quotidianità.

In questo progetto di vera riabilitazione dell’unità spirito-mente-corpo acquista senso la proposta delle pratiche psicocorporee come uno degli strumenti per riattivare la percezione del sacro, insieme a tutti gli altri strumenti conosciuti: terapia medica, arte, via spirituale come percorsi ottimali potenzialmente aperti a tutti perché tutti ora cominciano a soffrire più che a godere dello status quo globalizzato.

La particolarità dell’epoca odierna è l’approdo, quasi sempre inconsapevole ma intenso per il livello di sofferenza, di una massa critica alla soglia che innesca fenomeni sociali, politici, culturali talvolta dirompenti oltre lo status quo.

In questo scenario la discussione sulle pseudoradici delle informazioni tramandate è decisamente un aspetto non strategico ma tattico e la verifica della loro utilità è possibile solo sul campo all’interno di un progetto strategico.

Chissà se con queste riflessioni potremo finalmente rispondere alla domanda che il popolano rivolge al dotto, domanda burina finché si vuole ma profondamente vera nel cuore, ‘ma a cosa serve lo yoga?’, dichiarando apertamente ‘a riabilitare gli invalidi’.

Ed è nell’emergenza di trovare al più presto un rimedio all’invalidità spirituale che mi sento di invitare ad una maggior attenzione alla sofferenza comune l’élite intellettuale dei dotti yogici studiosi delle tradizioni, dicendo con Deng Xiaoping: non importa che sia un gatto bianco o un gatto nero, se cattura i topi è un buon gatto.

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