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scienza

“Ma a cosa serve lo yoga?” “A riabilitare gli invalidi”

26 Febbraio 2019 by Giorgio Invernizzi 1 commento

Un osservatore alieno del traffico di una grande città concluderebbe oggi che rari esemplari umani hanno ancora le gambe, mentre la maggior parte di essi le ha sostituite con velocissime protesi a ruote che permettono di fare meglio alcune cose ma sicuramente a scapito di altre.

Noi sappiamo che in realtà non è proprio così, però sappiamo anche che una caratteristica comune degli umani e di tutti gli organismi viventi è la capacità di apprendimento che può amplificare a dismisura una abilità acquisita riducendo in proporzione la rappresentazione mentale di quelle precedenti fino alla loro estinzione.

Per questo motivo oggi, in assenza di correzioni critiche, può succedere agli umani che, tanto più corrono sicuri sulle loro ruote, tanto meno ricordano come camminare sulle proprie gambe.

Il perché di queste curiose riflessioni è presto detto: fuor di metafora volevo focalizzare l’attenzione sulla perdita della percezione del sacro nella dimensione culturale contemporanea e sui problemi emergenti.

In realtà, più che disquisire sugli aspetti filosofici del rapporto natura-cultura su cui sono già stati spesi fiumi di inchiostro, con questa metafora volevo introdurre un po’ di concretezza popolana nel sofisticato dibattito fra studiosi di yoga sulla diatriba tra yoga moderno e fonti (o pseudofonti) tradizionali.

Poiché è facile discutere nella totale incomprensione reciproca, mi sembra doveroso chiarire dall’inizio alcuni punti chiave dell’esposizione.

La concretezza popolana cui alludo è l’osservazione disincantata e talvolta irriverente della realtà quotidiana con i suoi drammi e le sue glorie, che per il ricercatore sono sempre e solo occasioni di riflessione e di conoscenza.

In quest’ottica il percorso di riflessione è sempre dalla Vita quotidiana al Libro, percorso che è sempre stato proprio del mistico immerso nella Tradizione, opposto al percorso del dotto, studioso della Tradizione, dal Libro alla Vita.

In realtà si tratta di due mestieri differenti, certo non confrontabili fra loro in una unica scala di valori, con le loro difficoltà, insidie e realizzazioni, entrambi di grande utilità sociale se ben utilizzati.

Tra le due figure oggi è forse il mistico a percepire per primo la gravità della epidemia involutiva in corso che induce nell’uomo la perdita della percezione del sacro, mentre il dotto si attarda a interrogare biblioteche vere o fasulle. La percezione del mistico, invece, lo spinge a rivolgere a tutti i benevolenti un invito pressante per trovare insieme un rimedio, riattivando il contatto con la Tradizione.

Con il termine Tradizione intendo il fiume tumultuoso e ininterrotto che scorre nella storia dell’umanità nel luogo interiore che interfaccia il mondo personale e transpersonale, il sacro e il profano, luogo di elaborazione creativa nel contatto con le forze archetipiche.

In questa accezione esiste un solo fiume che nutre la Civiltà umana con infiniti gorghi che ne segnalano la variabilità spaziotemporale, le singole tradizioni che il dotto giustamente indaga con lo studio comparato dei libri storici.

Come nella metafora iniziale sull’uso delle ruote che atrofizza la natura delle gambe, possiamo considerare la perdita della percezione del sacro la malattia involutiva che origina dal trauma di amputazione della Tradizione dalla coscienza individuale e collettiva.

Questo trauma è il frutto di una aggressione geopolitica globale, operazione di soft power attuata mediante l’instillazione di una fideistica credenza collettiva nel futuro progressivo come valore in sé.

Ovviamente, nella stessa logica culturale, coloro che finora si sono occupati della cura hanno proposto una riabilitazione puramente sintomatica, lasciando la malattia al suo aggravamento naturale: al grave invalido spirituale è offerta solo la stampella del pensiero debole e la carrozzina del politically correct.

Da questa lettura emerge che il problema epistemologico per eccellenza è come colmare la distanza tra ognuno di noi e il fiume della Tradizione che assicura la vita, sia spirituale (evoluzione) che materiale (creatività, ricchezza).

Questa distanza è anche il segno reale del potere, personale, collettivo e transpersonale che condiziona occultamente le grandi scelte geopolitiche mondiali.

Stare completamente nel fiume della Tradizione significa sentirsi un frammento stesso della Tradizione che agisce con completezza il diritto-dovere di trasformarne continuamente l’aspetto fenomenico per renderla tessuto vivente nella quotidianità.

In questo progetto di vera riabilitazione dell’unità spirito-mente-corpo acquista senso la proposta delle pratiche psicocorporee come uno degli strumenti per riattivare la percezione del sacro, insieme a tutti gli altri strumenti conosciuti: terapia medica, arte, via spirituale come percorsi ottimali potenzialmente aperti a tutti perché tutti ora cominciano a soffrire più che a godere dello status quo globalizzato.

La particolarità dell’epoca odierna è l’approdo, quasi sempre inconsapevole ma intenso per il livello di sofferenza, di una massa critica alla soglia che innesca fenomeni sociali, politici, culturali talvolta dirompenti oltre lo status quo.

In questo scenario la discussione sulle pseudoradici delle informazioni tramandate è decisamente un aspetto non strategico ma tattico e la verifica della loro utilità è possibile solo sul campo all’interno di un progetto strategico.

Chissà se con queste riflessioni potremo finalmente rispondere alla domanda che il popolano rivolge al dotto, domanda burina finché si vuole ma profondamente vera nel cuore, ‘ma a cosa serve lo yoga?’, dichiarando apertamente ‘a riabilitare gli invalidi’.

Ed è nell’emergenza di trovare al più presto un rimedio all’invalidità spirituale che mi sento di invitare ad una maggior attenzione alla sofferenza comune l’élite intellettuale dei dotti yogici studiosi delle tradizioni, dicendo con Deng Xiaoping: non importa che sia un gatto bianco o un gatto nero, se cattura i topi è un buon gatto.

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Il Paradigma Riduzionista e il Paradigma Olistico

2 Maggio 2016 by Giorgio Invernizzi 1 commento


Se vogliamo cercare di comprendere la Rivoluzione Scientifica in corso, dobbiamo partire anzitutto da quella che è oggi l’interpretazione più corrente del conflitto, l’apparente contrapposizione del Paradigma riduzionista (materialismo, neo-darwinismo) vincente per potenza economica, e del Paradigma olistico (spiritualismo, new age) arroccato in nicchie difensive.

Il termine apparente contrapposizione è volutamente provocatorio e cerco di spiegare il perché. Come facciamo ad identificare il luogo-cerniera intorno al quale ruota una Rivoluzione Scientifica? La sua caratteristica peculiare di solito è quella di essere un luogo molto turbolento e anche talvolta grossolano, assai lontano dai toni garbati della mediazione.

In realtà è un confine di inversione dei movimenti energetici fondamentali, un vortice di confine morte-nascita di due mondi che si muovono con dinamiche mentali, emozionali, materiali opposte, uno morente che si cristallizza in un crescente deficit di energia, l’altro nascente con energie esuberanti e caotiche, poco controllate.

Rispetto a questo scenario, come ho argomentato parzialmente in altro articolo (Medicina Disintegrata), la vulgata corrente che contrappone i due Paradigmi, riduzionista e olistico, non regge perché entrambi puzzano di cadavere e non si sente l’odore tipico del neonato.

Fuor di metafora, è convinzione personale che entrambi i Paradigmi stiano al di qua di una soglia di nascita che sola potrebbe esprimere un vero e proprio tsunami di creatività scientifica e tecnologica nella vita quotidiana, fenomeno che proprio non si vede.

A ulteriore conferma vediamo invece, specialmente nel mondo occidentale, continui esempi in politica, in economia, nella cultura, di apparenti contrapposizioni totali cui sottostanno patti occulti di non belligeranza costruiti sui conflitti di interesse.

Indubbiamente questa soglia nascita-morte ha sempre fatto paura all’uomo, sia che si tratti di varcarla biologicamente che culturalmente o esistenzialmente. Nell’ipotesi qui sostenuta, la soglia su cui entrambi i Paradigmi sono oggi bloccati rappresenta l’attuale limite evolutivo dell’essere umano. Su questa soglia egli consuma le sue risorse materiali e immateriali nel dilemma a favore della materia o a favore dello spirito, sottraendole a quel passaggio evolutivo che potrebbe produrre lo sviluppo di una visione unificante.

Il cuore del conflitto bloccato è la valutazione del principio ultimo di realtà, per cui nel Paradigma riduzionista esiste solo il piano materiale e quello spirituale è al massimo una sua produzione sottile, mentre nel Paradigma olistico esiste il piano spirituale che interagisce molto misteriosamente con il piano materiale. L’interazione, in larga parte fuori dalla conoscenza umana, rende impossibile definire in modo scientifico la relazione tra i due piani, quella Scienza dello Spirito che invece è ampiamente custodita nella Tradizione.

Nella coscienza contemporanea l’emergere del conflitto tra cosmogonia riduzionista e olistica causa una lesione della psiche umana, una vera e propria sindrome psichiatrica collettiva, in cui l’uomo, frammentato dalle antinomie tra le branche del sapere, perde il senso della realtà e della propria identità, quindi potere personale e creatività.

Nel tempo, il procedere del conflitto costringe entrambi i contendenti a blindarsi dedicando sempre più energie alla propria difesa in un processo che li porta a formalizzarsi come strutture religiose, vere e proprie Chiese. Con questo termine intendo, al di là delle istituzioni che si autodefiniscono come tali, tutte le strutture collettive che assumono caratteristiche formali e funzionali simili ad esse per la loro autoconservazione.

Tutte le Chiese sono infatti dotate di una cosmogonia, di una morale, di un clero e di riti di inclusione e di esclusione.

Contenuti

  • Chiesa Scientista e Paradigma riduzionista
  • Chiesa New-age e Paradigma Olistico
  • Che fare?

Chiesa Scientista e Paradigma riduzionista

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Il Paradigma riduzionista, sostenuto dall’imponente sviluppo tecnologico e finanziario, rappresenta una vera e propria cattedrale di pensiero omnipervasiva nel mondo attuale e al centro della sua cosmogonia sta la visione desacralizzata del mondo.

Il core-business di questo sistema è costituito da una serie di contenitori culturali soggetti a controllo totale da parte dell’establishment, chiamati evoluzionismo neo-darwiniano, neuroscienze, genomica. Essi sono considerati strategicamente sensibili per la loro proprietà di conferire all’uomo la visione di sé e del mondo, da cui derivare una morale, schemi normativi di comportamento chiamate in questo catechismo linee guida.

La difesa dei contenuti è affidata ad un clero, casta autoreferenziale costituita dagli adepti alle istituzioni scientifiche, organizzazioni nutrite e protette dal potere finanziario e politico (Università, Centri di ricerca).

L’appartenenza alla casta è regolata da riti ben codificati, rigidi meccanismi di cooptazione ed esclusione che selezionano gli individui cui conferire lo status sociale di studiosi esperti, veri e propri sacerdoti celebranti i riti culturali del sistema (Congressi scientifici, divulgazione mediatica).

La sanguinosa guerra che oppone la religione positivista a quelle perdenti devasta il pianeta da almeno trecento anni e impone al mondo la Chiesa Scientista, dotata di veri e propri fondamenti dogmatici, di un consensus particolarmente diffuso nell’umanità economicamente privilegiata, di un potere militare e politico di primaria importanza, nonché di una struttura di intelligence in grado di infiltrare e indebolire le religioni soccombenti.

Pur mimando in molti punti le religioni rivelate, la Chiesa Scientista pone a suo fondamento un principio opposto a quello da esse sostenuto: il vero dio è l’uomo fisico, signore della materia che egli può manipolare a suo piacimento con la tecnologia, celebrando i propri miracoli nei riti della divulgazione televisiva, per il popolo ignorante e consumatore.

Con l’avvento al papato di Benedetto XVI, cui non difettava profonda sapienza e lucidità filosofica, la Chiesa Cattolica è sembrata riprendersi dal morso velenoso della Chiesa Scientista che l’ha paralizzata con il veleno della fascinazione culturale e la suggestione del denaro di usura. Con voce chiara egli denunciò l’aggressione mortale all’umanità del dogma scientista, per l’equivoco sulla definizione del vivente, matrice della deriva materialista contemporanea.

Lasciando ai teologi il compito di fare chiarezza al loro interno, ritengo sia maturo anche per gli scienziati il problema della libertà di ricerca, ricominciando a criticare i fondamenti teorici ed epistemologici della scienza, con l’ambizioso progetto di ridefinire l’attuale paradigma del vivente.

Si potrebbe cominciare da una visione critica dell’attività clinica, che nel Paradigma riduzionista perde valore perché è frammentata: intorno alla sofferenza umana intervengono tre operatori, il medico, lo psicologo e il sacerdote, con competenze separate su corpo, mente e spirito. La loro separazione, quasi sempre consensuale, li confina in tre mondi convenzionali senza comunicazione reciproca, in cui si perde la visione complessa della sofferenza umana e il senso escatologico dell’evoluzione.

Il frutto più evidente in campo scientifico è il medico specialista applicato allo studio riduzionista di cellule e organi, incapace di comprendere l’insieme complesso del vivente con la sola biologia molecolare e le biotecnologie da essa derivate.

Chiesa New-age e Paradigma Olistico

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Nel conflitto materia-spirito il Paradigma olistico si oppone come polo alternativo al Paradigma riduzionista, questa volta a favore dello spirito.

Da un punto di vista filosofico il Paradigma olistico sottintende una cosmogonia binaria che prevede il polo materiale della Terra e il polo spirituale del Cielo ma, avendo perso la chiave di conoscenza complessa contenuta nella Tradizione che chiariva la rete di connessione tra i due poli, la descrive sempre in modo confuso o non la descrive affatto.

A questo punto fra i due poli finisce per esserci uno spazio interpolare inesplicabile e impredicabile, privo di congetture, da cui deriva una frattura nel continuum della realtà che impedisce il progredire della conoscenza e porta acqua al mulino del riduzionismo che ha facile denuncia di questa difficoltà.

Questo spazio invece è da sempre al centro della ricerca scientifica nella Philosophia Perennis, ma i profeti della religione new age si sono occupati più di come intrattenere i turisti dell’esoterismo di massa che di cercare la Scala di Giacobbe di cui parla la Bibbia: “E sognò di vedere una scala che poggiava sulla terra e la sua cima raggiungeva il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. (Genesi; 28,12).

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Raffaello Sanzio, La scala di Giacobbe

Anzi, l’interesse sembra opposto, come mostra il successo commerciale delle scuole PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), in cui viene insegnata una sofisticata tecnologia psichica per modificare i blocchi relazionali a fini utilitaristici, ma indifferente al rapporto tra l’io personale e l’Archetipo collettivo, asse portante dell’evoluzione.

Al di là di intuizioni e affermazioni molto suggestive, i seguaci new-age finiscono col confinarsi all’interno di una visione ingenua e onnipotente di magia antropocentrica alla ricerca di un benessere consumistico, particolarmente rischiosa per la concomitanza di due fattori:

  • l’ignoranza della Philosophia Perennis, la conoscenza tradizionale che codifica l’interazione creativa con gli Archetipi, anima vivente del mondo materiale;
  • l’uso incongruo di pratiche esperienziali che la Tradizione utilizza in altro modo e che li espone in modo indifeso all’infuenza diretta del mondo archetipale (vedi Costellazioni famigliari), interazione talvolta complicata da sostanze psichicamente attive.

Che fare?

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In conclusione sembra che il conflitto tra i due Paradigmi stia in realtà avvenendo intorno alle spoglie del sacro, ucciso da tre secoli di positivismo, spoglie preziose per gli spiritualisti che le idolatrano, pericolose per i riduzionisti che le temono. La logica conseguenza di questa lettura è la necessità di schierarsi all’interno delle due Chiese, scientista od olistica, per ogni persona responsabile del proprio ruolo storico attuale.

Ma forse è una lettura troppo limitata ed è possibile che il fronte della Rivoluzione Scientifica possa essere altrove, per cui la mia analisi punta in un’altra direzione. Tornando all’immagine del vortice morte – nascita richiamato in precedenza, è in questa direzione che si sente il rumore del cambiamento, come capita in prossimità delle cascate scendendo le rapide del fiume. È questo vortice il luogo turbolento e non politically correct dove si consuma la distruzione-costruzione di un mondo che è al di là della nostra immaginazione.

Al di qua cogliamo solo i segnali indiretti come l’attrito generato dalla perdita del sacro e l’arruolamento nelle due chiese che rende tutti i contendenti perdenti totali, nello stallo evolutivo e nella dispersione delle risorse.

Il punto critico del cambiamento verte oggi non tanto sull’esistenza oggettiva del sacro ma sul superamento dei limiti personali e collettivi che ne bloccano la conoscenza e il passaggio da questa soglia riguarda la paura della morte che impedisce all’uomo di nascere integrato alla luce trascendente nella vita quotidiana.

Ma cosa c’è al di là? Sicuramente il futuro evolutivo dell’umanità e, a coloro che sono disposti ad abbandonare il conflitto sulle spoglie residuali del sacro per varcarne la soglia, la Tradizione offre il suo veicolo, il Paradigma Alchemico, tesoro di conoscenza e di pratiche esperienziali, a cui conviene accostarsi più spogliandosi che acquisendo ornamenti culturali.

Ma di questo prezioso strumento di viaggio, antichissimo e terribilmente innovativo, parleremo nei prossimi articoli (Il Paradigma Alchemico).

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Il concetto del sacro

27 Aprile 2016 by Giorgio Invernizzi 2 commenti


Nella Tradizione il concetto del sacro rappresenta l’istruzione primordiale che completa quella della proprietà privata: l’uomo non è il proprietario delle risorse mentali, emozionali e materiali che trova dentro e fuori di sé, ma solo l’amministratore. Come succede all’interno di un’azienda, il tentativo di eliminazione del proprietario da parte dell’amministratore può portare a gravi conflitti e al danneggiamento dei beni amministrati.

Nella Tradizione esisteva uno spazio di grande valore dedicato a una serie di attività umane non direttamente produttive o ludiche come meditazione, preghiera, canti liturgici, yoga, arti marziali miranti alla crescita personale trascendente e all’armonizzazione del sistema corpo-mente nella dimensione sacra.

Negli ultimi tre secoli la civiltà occidentale sponsorizzata dagli imperi commerciali ha appiattito la visione del mondo con l’espulsione del sacro, inteso come evidenza dello spirito nella materia. L’operazione è stata condotta su vari fronti, negando o svalutando gli aspetti spirituali nella cultura, nell’arte, nella scienza attraverso una complessa strategia di soft power che ha infiltrato poco per volta le organizzazioni culturali, scientifiche, religiose, ma l’attacco sicuramente più letale è stato distorcere quel tipo di esperienze che nella Tradizione introducevano armoniosamente le persone alla percezione degli elementi soprasensibili nel mondo sensibile.

Così poco per volta, spesso con il supporto di droghe psicoattive, di musica dissonante o di messaggi mediatici subliminali, è stato distorto il modello percettivo che permetteva di accedere all’interfaccia tra mondo visibile e invisibile e, raggiunta la massa critica di diffusione, questo processo ha assunto le caratteristiche del contagio virale.

Il modello percettivo desacralizzato diventato virale ha reso obsoleta e ridicola la conoscenza millenaria tramandata dalla Tradizione che con le sue pratiche psicocorporee conteneva la percezione codificata del mondo invisibile, salvando di esse solo alcuni aspetti folkloristici facilmente commerciabili in area consumistica.

La perdita della percezione codificata del mondo invisibile, vera e propria scienza dello spirito che le Tradizioni coltivavano all’interno dell’esperienza artistica, scientifica e religiosa, porta ad un inaridimento del fiume di informazioni che ci arriva dal Mondo Archetipico, cui hanno sempre attinto soprattutto artisti, scienziati e profeti. E, dopo il danno la beffa, la scienza contemporanea mostra questo stesso letto arido e prosciugato come prova di evidenza che il senso del sacro non ha un luogo in cui esistere e perciò, in definitiva, è un inganno.

L’aspetto truffaldino di questa procedura epistemologica è una specie di gioco delle tre carte tra soggettivo e oggettivo: in pratica è come se, rompendo soggettivamente l’interruttore della luce (senza che si sappia) posso sostenere oggettivamente che la luce non c’è e a questo assioma do il nome di Scienza. In pratica tutto questo sta in piedi fino a che non sorge il dubbio che qualcuno abbia rotto l’interruttore e, soprattutto, che si possa riparare.

Poiché solitamente noi vediamo solo ciò che vogliamo vedere, dal punto di vista neurofisiologico possiamo dire che lo scettico del CICAP che si chiude nello spazio materiale e il mistico che dialoga con gli Archetipi esercitano la potenza della loro mente allo stesso modo, uno per chiudere, l’altro per aprire un processo cognitivo attraverso una modificazione del proprio stato di coscienza. Anche se sembra impossibile, è proprio così, l’acquisizione o la perdita di modelli percettivi al di fuori della percezione pentasensoriale (i comuni cinque sensi) segue lo stesso processo cognitivo e il risultato è sempre proporzionale alla costanza e alla correttezza della pratica.

Al di là della dinamica neurofisiologica comune è però piuttosto evidente che il risultato finale in termini di libertà e di potere personale è diametralmente opposto ed ognuno coglie i frutti personali di ciò che ha seminato.

Dal punto di vista storico, che valuta gli atti e le loro conseguenze, lo stato di coscienza desacralizzato appare il frutto avvelenato della conquista di una civiltà predatoria che aggredisce la libertà e il potere personale di individui appartenenti a civiltà perdenti fino a raggiungere una massa critica che permette di soggiogare definitivamente intere popolazioni.

Lo strumento principe della dominanza è il soft power, gestito mediante il terrore, la corruzione e la manipolazione di massa e la conquista è possibile solo con la perdita dei valori tradizionali della civiltà che, senza radici, diventa fragile e indifesa.

È evidente che al di là degli aspetti storici e geoeconomici di questa vicenda globale, alla radice c’è sempre un conflitto tra Paradigmi Scientifici sulla visione del mondo, ma ogni cosmogonia (la descrizione del mondo) presuppone una epistemologia, gli strumenti e i metodi di conoscenza che di volta in volta sono usati e che in fondo da quest’ultima dipende la conferma di quella.

In un prossimo articolo cercherò di approfondire la conoscenza dei Paradigmi Scientifici che oggi si fronteggiano in campo (Paradigma riduzionistico e Paradigma olistico).

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Scienza, paradigmi, rivoluzioni

26 Aprile 2016 by Giorgio Invernizzi Lascia un commento


Nella vita quotidiana siamo ormai abituati a considerare l’affermazione ‘scientificamente valido’ come un sigillo di verità superiore a qualunque altro, persino a norme religiose, ma, a ben guardare, le cose non stanno proprio così.

Come si spiega il fatto che affermazioni considerate in passato verità scientifiche oggi siano considerate errori? Come dobbiamo interpretare queste verità e soprattutto come arrivano ad essere considerate tali?

Queste domande, tutt’altro che banali che mettono in difficoltà sia lo studioso che l’uomo comune, necessitano comunque di risposte e tentativi di comprensione: proviamo ad argomentare.

Pur essendo spesso definite oggettive, le verità scientifiche sono sempre il frutto dell’attività soggettiva della ricerca umana, individuale e collettiva, che è costretta a cambiarle nel tempo secondo le linee di cambiamento della storia.

Per questo possiamo definire la Scienza come la codificazione collettiva della percezione che l’uomo ha di sé e del mondo e considerarla a buona ragione il fondamento di ogni Civiltà.

Questo fatto da una parte giustifica la mutevolezza della Scienza nella storia umana ma segnala anche la sua relatività rispetto ad altri fattori storici di difficile individuazione, aprendo molte domande su come il pensiero scientifico possa giungere a strutturarsi come tale.

Thomas S. Kuhn nel suo saggio La struttura delle rivoluzioni scientifiche1Kuhn T., The Structure of Scientific Revolutions, The University of Chicago,1962 ha cercato di rispondere a questi quesiti descrivendo come funziona la Comunità Scientifica e i suoi riti di convalida.

Nella sua analisi la relatività delle verità scientifiche è spiegata dal fatto che il loro vero fondamento è costituito da un insieme di presupposti e di scopi per lo più impliciti che derivano dalla comunità allargata di cui fa parte la comunità scientifica.

È questo insieme di difficile definizione che dà origine a ben definiti impegni teorici della comunità scientifica, compreso il linguaggio da usare, i problemi considerati pertinenti o importanti, i metodi di convalida. Kuhn chiama Paradigma Scientifico l’insieme di questi impegni teorici, la cui continua riaffermazione consolida sia la comunità scientifica che la società allargata di cui fa parte, consolidando nello stesso tempo il Paradigma Scientifico nel suo ruolo di perno del potere politico.

Il Paradigma Scientifico come chiave di potere sopravvive fino a che le sue spiegazioni tengono insieme una visione del mondo, ma questa caratteristica di collante gli conferisce una rigidità che poco per volta lo rende obsoleto rispetto al racconto innovativo richiesto da una fase diversa della storia umana.

A questo punto sorgono le premesse per una Rivoluzione Scientifica il cui obbiettivo principale è il cambiamento di Paradigma e qui comincia a definirsi un conflitto tra il Paradigma dominante e i Paradigmi emergenti.

L’elaborazione di Kuhn è particolarmente interessante perché sposta di molto l’orizzonte di analisi, prendendo in considerazione come soggetto della scienza più la Comunità Scientifica che il singolo ricercatore. In questo modo egli suggerisce, per una maggior comprensione del fenomeno, di indagare i rapporti sociali e gli elementi culturali della comunità allargata in cui vivono gli scienziati, nonché i processi psicologici che determinano l’organizzazione interna della comunità scientifica e i suoi meccanismi di difesa e di attacco.

Oggi, a 50 anni di distanza da queste elaborazioni, le raccomandazioni di Kuhn sono ancora più importanti per l’eccessiva autoreferenzialità raggiunta dal sistema-scienza e per i gravi conflitti di interesse che si intrecciano al suo interno, il tutto esasperato da reti informatiche superveloci e dal sistema finanziario globale che lo sostiene.

Inoltre, in questa fase storica, il ruolo politico del Paradigma Scientifico dominante è ulteriormente potenziato dal declino della Religione come interprete della visione del mondo. Questo fatto appare ancora più chiaro quando verifichiamo che, all’interno delle varie branche della Scienza, il cuore del potere diventa il Paradigma biomedico come scienza che definisce i parametri di normalità dell’uomo e per ciò stesso detta le regole del vivere quotidiano, decidendo scientificamente ciò che è bene e male per lui.

La pervasività di questa struttura di controllo si allarga su tutta la società ma è particolarmente percepibile nell’attività clinica del medico e attraverso di lui interferisce pesantemente sulla gestione della salute fisica e mentale dei pazienti, spesso a sua insaputa.

Ogni Paradigma Scientifico contiene sia aspetti teorici, la descrizione della realtà, che aspetti epistemologici, gli strumenti e i metodi della conoscenza, ma per la comprensione della Rivoluzione Scientifica oggi in corso è opinione personale sia più importante partire da una riflessione sugli aspetti epistemologici critici di questo conflitto.

Per quanto attiene agli aspetti epistemologici di questa rivoluzione può essere interessante rivisitare la posizione di Paul K. Feyerabend sui rapporti tra conoscenza, scienza e società.2Feyerabend P., Contro il metodo: abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1979

Feyerabend P., Dialogo sul metodo, Laterza, Roma-Bari, 1993

Partendo dall’assunzione che non esiste un metodo scientifico universale astorico, Feyerabend nega alla scienza il suo ruolo privilegiato nella società occidentale, dove essa millanta la sua verità al di là delle sue capacità reali.

In particolare egli ritiene non sia giustificato valutare le rivendicazioni della scienza come superiori a quelle di altre ideologie tipo le religioni, anche perché i successi degli scienziati hanno spesso coinvolto elementi non scientifici, come ispirazioni da miti o da fonti religiose.

Sebbene la scienza moderna fosse iniziata come un movimento di liberazione, Feyerabend ritiene che poco per volta essa abbia assunto l’aspetto di un’ideologia repressiva da cui la società civile ha il dovere di proteggersi, così come fa con altre ideologie che la possono distruggere.

Con un’attualità sconcertante, se pensiamo all’attuale dibattito sulla predominanza del mercato o della politica nella governance globale, Feyerabend suggerisce che la scienza debba essere completamente soggetta ad un controllo democratico sia per quanto riguarda gli oggetti delle ricerche scientifiche che per le assunzioni e le conclusioni delle stesse.

Ma è soprattutto in campo epistemologico che Feyerabend dà una indicazione fondamentale, laddove sostiene che anche i modi di percezione della realtà siano direttamente influenzati da precisi aspetti normativi, stigmatizzando la propensione degli scienziati ad istituzionalizzare queste limitazioni che impediscono la crescita della conoscenza.

Queste ed altre simili analisi ci portano direttamente alla radice di ogni riflessione sulla conoscenza, di quanto l’assunto del sacro nell’esperienza umana o la sua negazione possano modificare radicalmente l’assetto percettivo della realtà e l’insieme delle strutture di conoscenza.

Per una analisi corretta di questo tipo di problemi la questione diventa primaria ed è ciò che cercherò di approfondire in un prossimo articolo (Il concetto del sacro).

Note[+]

Note
↑1 Kuhn T., The Structure of Scientific Revolutions, The University of Chicago,1962
↑2 Feyerabend P., Contro il metodo: abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1979

Feyerabend P., Dialogo sul metodo, Laterza, Roma-Bari, 1993

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Effetto Warburg, ovvero la famigerata “causa primaria del cancro”

8 Agosto 2014 by Marco Invernizzi 4 commenti


Contenuti

  • Premessa
  • Otto Warburg
  • Warburg, me e…
    • Primo vantaggio
    • Secondo vantaggio
    • Terzo vantaggio
  • Cellule tumorali e cellule fetali
  • Conclusioni
  • Post scriptum: e il bicarbonato?
  • APPENDICE
    • Glucosio
    • Glicolisi
    • Fermentazione lattica
    • Ciclo di Krebs
    • Effetto Pasteur
    • ATP

Premessa

Da un po’ di tempo ricorrono su blog e social network notizie sensazionalistiche riguardo alla scoperta della ‘causa primaria del cancro’, di un famigerato “Effetto Warburg”, denominato così in onore del Premio Nobel Otto Warburg.

Secondo la vulgata, lo scienziato avrebbe scoperto che le cellule tumorali si sviluppano in un ambiente acido. Per combattere la loro proliferazione, quindi, sarebbe necessario alcalinizzare l’organismo, nella fattispecie ingerendo quotidianamente dosi di bicarbonato e limone. Questo rimedio non solo aiuterebbe e preverrebbe la malattia, ma limiterebbe gli effetti collaterali della chemioterapia. Tuttavia – manco a dirlo – essendo una soluzione troppo a buon mercato, le case farmaceutiche non vogliono che le masse lo sappiano.

Ebbene, quando esplode la giaculatoria di copia-incolla e meme su internet, è d’uopo dubitare fortemente, soprattutto di fronte all’evidenza di copioni collaudati. Tuttavia, siccome una bugia per essere creduta deve contenere degli elementi di verità, per una mente realmente critica si dovrebbe porre il dilemma: verità avvelenata o veleno ‘verificato’?

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Il rigetto di una tesi perché avvertiamo la goccia di veleno  è infatti altrettanto dannoso quanto la facile creduloneria di chi si cura solo dello zuccherino del vero. In entrambi i casi, lasciamo cadere il desiderio di avvicinarci alla verità dei fatti abbracciando il pregiudizio.

E così, l’effetto Warburg – almeno così come è stato vulgato – diviene Verità bevuta da coloro ai quali piace credere alle soluzioni facili e solo in apparenza logiche, oppure Bufala per chi si appella alla Scienza, ma ha letto solo una parte della letteratura, che vorrebbe questa teoria screditata da scoperte successive sull’origine genetica del cancro.

Ma, per chi avrà pazienza, vedremo che le cose non sono esattamente così semplici.

A mio parere l’unica cosa chiara è che c’è una grande confusione. Questo ahimè accade purtroppo sempre più spesso in rete, proprio perché la ricerca dello scandalo  da una parte e l’ignoranza dall’altra sono le uniche logiche dietro alla pubblicizzazione e alla discussione intorno ad argomenti che invece andrebbero trattati in maniera più completa e dettagliata, per comprenderne appieno i fenomeni e le loro reali implicazioni e, non ultimo, le ricadute sulle nostre stesse vite.

Quindi, come già fatto per altri temi su questo sito, mi sembrava doveroso cercare di fare un po’ di chiarezza presentando i fatti per quello che sono, con la massima oggettività e trasparenza e lasciando al lettore uno spunto per un’eventuale riflessione e approfondimento dell’argomento (sempre che ne abbia voglia…).

Nota: a causa della complessità di alcuni argomenti mi è sembrato doveroso aggiungere una breve Appendice in cui spiego alcuni dei termini e dei cicli/fenomeni biochimici che appaiono nel testo. Spero aiuti anche il lettore non ferrato in materia a comprendere meglio alcuni passaggi dell’articolo.

Otto Warburg

Il primo chiarimento riguarda il Sig. Warburg, anzi Prof. Warburg, visto che si parla di uno dei più grandi biochimici del ‘900, nonché Premio Nobel. Tuttavia se controlliamo la voce “Otto Warburg” su Wikipedia veniamo subito avvertiti che:

Questa voce o sezione sull’argomento medicina è ritenuta da controllare.
Motivo: La voce va mondata dalle leggende metropolitane che gli attribuiscono miracolose scoperte oggi nascoste dal solito complotto

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Otto Warburg

Sull’oggettività “sfumata” di Wikipedia, che emerge in maniera imbarazzante qui sopra, già ci siamo espressi in un altro articolo. Tuttavia, dobbiamo dare atto che questo argomento si sia prestato da subito come combustibile perfetto per alimentare le solite sterili battaglie di trincea che rendono le discussioni sul web così tragicamente piatte e inconcludenti.

Tornando al nostro Otto Warburg, dobbiamo dire che era effettivamente un medico e fisiologo tedesco che studiò a lungo il metabolismo energetico cellulare in vitro (e non solo dei tumori…) e ricevette anche il Premio Nobel nel 1931 per, citando l’enciclopedia Treccani:

I suoi fondamentali studi sulla biochimica della respirazione cellulare e dei processi di ossidoriduzione e sull’enzima respiratorio citocromoossidasi (inizialmente detto fermento di Warburg). E’ stato il primo a utilizzare, per tali ricerche, la tecnica delle fettine di tessuto immerse in soluzioni con opportuni nutrienti; fettine sufficientemente sottili sia da essere alimentate per diffusione libera sia da permettere la misurazione volumetrica dell’ossigeno assorbito e consumato dal preparato in studio. 1Enciclopedia Treccani, edizione 2007

Il suo discorso alla cerimonia dei Nobel si intitolò “The oxygen-transferring ferment of respiration”2http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/1931/warburg-lecture.pdf senza citazione alcuna di tumori od oncologia, perché  il nobel fu vinto per studi in vitro, svolti anche nell’ambito della fotosintesi vegetale.

Solo in un secondo tempo si ipotizzò una possibile correlazione tra le sue scoperte e i tessuti tumorali, basandosi sul dato sperimentale che le cellule tumorali usano preferibilmente la glicolisi (via poco “redditizia” dal punto di vista energetico) per produrre energia a differenza delle cellule sane; questo comportamento è definito appunto “Effetto Warburg”.

Le cellule tumorali, infatti, possono presentare livelli di attività glicolitica fino a 200 volte superiori a quelli dei tessuti sani, anche in presenza di grandi condizioni di ossigeno. Questo evento fu spiegato da Warburg negli anni ’30 attraverso l’osservazione in vitro di un’accelerata glicolisi in alcune cellule tumorali in vitro che lo portò ad ipotizzare che questo squilibrio metabolico verso la glicolisi si generasse a causa di una alterazione a livello mitocondriale, che ricordiamo essere sostanzialmente il “motore/generatore” della cellula. 3Warburg O (1956) Science 124:269–270

Tuttavia questa sua teoria fu screditata dopo la scoperta che queste mutazioni mitocondriali sono poco frequenti nelle cellule tumorali e anche il fatto che molti tumori non presentano un utilizzo così massiccio della glicolisi 4Garber 2006; questo portò allo spostamento dell’attenzione verso le modificazioni genetiche come paradigma esplicativo della genesi tumorale, rispetto alla teoria di Warburg che fu solamente “riscoperta” nell’ultimo decennio. 5Koppenol, W. H., Bounds, P. L., & Dang, C. V. (2011). Otto Warburg’s contributions to current concepts of cancer metabolism. Nat Rev Cancer 11, 325–337

Several decades ago, Otto Warburg discovered that cancer cells produce energy predominantly by glycolysis; a phenomenon now termed “Warburg effect”. Warburg linked mitochondrial respiratory defects in cancer cells to aerobic glycolysis; this theory of his gradually lost its importance with the lack of conclusive evidence confirming the presence of mitochondrial defects in cancer cells. Scientists began to believe that this altered mechanism of energy production in cancer cells was more of an effect than the cause. More than 50 years later, the clinical use of FDG-PET imaging in the diagnosis and monitoring of cancers rekindled the interest of the scientific community in Warburg’s hypothesis. In the last ten years considerable progress in the field has advanced our understanding of the Warburg effect. However, it still remains unclear if the Warburg effect plays a causal role in cancers or it is an epiphenomenon in tumorigenesis.

Alcuni decenni fa, Otto Warburg scoprì che le cellule cancerogene producono energia principalmente tramite la glicolisi, secondo un fenomeno denominato appunto “Effetto Warburg”. Warburg legò questa aumentata glicolisi nei tumori a dei difetti a livello mitocondriali, tuttavia questa teoria perse gradualmente importanza a causa della mancanza di evidenze scientifiche di questi deficit. Gli scienziati iniziarono a pensare che questa alterazione nel metabolismo energetico fosse più un effetto che una causa del tumore stesso. Più di 50 anni dopo l’uso clinico della PET con glucosio marcato nella diagnosi e monitoraggio dei tumori ravvivò l’interesse della comunità scientifica verso l’ipotesi di Warburg. Negli ultimi dieci anni sono stati fatti considerevoli progressi in questo campo nel comprendere l’effetto Warburg. Tuttavia, rimane ancora poco chiaro se esso giochi un ruolo causale o sia invece un epifenomeno.[footnote nella genesi dei tumori” 6Upadhyay M et al. The Warburg effect: Insights from the past decade. Pharmacology & Therapeutics 137 (2013) 318–330

Warburg, me e…

Peter_Pedersen

Questo è un breve riassunto delle vicende legate ad Otto Warburg e alle sue scoperte. Tuttavia è a mio parere interessante rivedere questa vicenda secondo l’interpretazione data da un ricercatore che per 50 anni si è occupato nel suo laboratorio di queste tematiche. Il suo punto di vista ci aiuterà a capire meglio come questa teoria abbia influenzato (e lo stia facendo ancora tuttora…) i paradigmi relativi alla genesi e al comportamento metabolico dei tumori,

Lo scienziato in questione è Peter L. Pedersen e nel suo interessante articolo intitolato “Warburg, me and Hexokinase 2…” del 20077Pedersen PL. Warburg, me and Hexokinase 2: Multiple discoveries of key molecular events underlying one of cancers’ most common phenotypes, the “Warburg Effect”, i.e., elevated glycolysis in the presence of oxygen. J Bioenerg Biomembr (2007) 39:211–222 e racconta come la sua carriera da ricercatore sia strettamente legata a Warburg e alle sue scoperte.

Infatti, agli inizi della carriera nel 1969, Pedersen fu colpito profondamente dalle teorie di Warburg e si lanciò a capofitto a lavorare nel suo laboratorio seguendo le sue tesi, attraversando silenziosamente e caparbiamente il periodo “anti-Warburg / anti-Metabolico” della ricerca oncologica e riemergendo con soddisfazione in periodi più recenti con le sue scoperte dei meccanismi molecolari cellulari che regolano appunto l’effetto Warburg.

Secondo l’autore (ma non solo per lui) Il passaggio-chiave per la “riscoperta” dell’effetto Warburg fu l’invenzione  della PET, il più recente dispositivo di imaging radiologico, che sfrutta appunto la diversa attività metabolica dei tumori per individuarli tramite un apposito tracciante al glucosio marcato. Questo nuovo approccio diagnostico ravvivò l’interesse negli anni ’80 verso la teoria metabolica di Warburg, suggerendo un link molto stretto tra causalità genetica e modificazioni metaboliche nella genesi dei tumori: i due fattori quindi, non si escluderebbero necessariamente a vicenda.

L’incipit dell’articolo di Pedersen conferma quanto già detto all’inizio:

Misconceptions about the “Warburg Effect”
Unfortunately, what has been attributed to Warburg or called the “Warburg effect” in some current literature and particularly in Press releases is not completely correct. For example, it is quite common for some writers to state or implicate Warburg as showing or stating that cancerous tumors, unlike normal tissues, rely predominantly or exclusively on glycolysis for their energy (ATP) production rather than on mitochondria.

Fraintendimenti riguardo l’”Effetto Warburg”
Purtroppo, quello che è stato attribuito a Warburg e chiamato “Effetto Warburg” secondo un certo tipo di letteratura, e principalmente la stampa, non è completamente corretto. Per esempio, è abbastanza diffuso affermare per molti autori che i tessuti tumorali, a differenza dei tessuti sani, si affidano in maniera predominante o addirittura esclusiva alla glicolisi per la produzione di energia (ATP) piuttosto che coi mitocondri.

Infatti uno dei primi miti da sfatare è che le cellule tumorali usino “esclusivamente” la glicolisi per produrre ATP (cioè la “benzina” della cellula, vedi Appendice). In realtà Warburg già nel 1956 aveva pubblicato su Nature dati secondo cui anche il tumore a crescita più rapida e aggressivo che aveva testato in vitro non superava il 50% di produzione energetica cellulare tramite la glicolisi, mentre il resto avveniva “normalmente” tramite la respirazione mitocondriale.

Questo ovviamente è un dato anomalo, in quanto nei tessuti sani di solito prevale di gran lunga percentualmente la respirazione mitocondriale sulla glicolisi, tuttavia ridimensiona molto il concetto spesso propugnato scorrettamente che le cellule tumorali producano energia SOLO tramite glicolisi.

E per rincarare la dose su come l’argomento sia stato preso “alla leggera” nella figura qui sotto viene dimostrato come in realtà l’effetto Warburg riconosca una genesi complessa e multifattoriale che quindi sottende a delle spiegazioni molto più complicate di quelle fornite finora soprattutto da media e affini e che soprattutto non sia ancora chiaro se sia una causa o una conseguenza del tumore stesso…

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La complicazione delle cause alla base della genesi dell’Effetto Warburg Upadhyay M et al. (2013)

Ma qual’è il vantaggio della cellula tumorale ad usare la glicolisi come fonte principale di energia?

Infatti paradossalmente tale via metabolica non è assolutamente considerabile efficiente rispetto ad esempio al ciclo di Krebs che avviene a livello mitocondriale. Infatti per quanto riguarda la glicolisi, da una molecola di glucosio si ottengono 2 molecole di ATP (la molecola dell’energia se vogliamo usare un eufemismo), mentre col ciclo di Krebs dalla stessa molecola di glucosio se ne ottengono 30 di ATP.

La differenza nel rendimento dei due diversi “motori” cellulari è enorme. Infatti questi due metabolismi potrebbero essere paragonabili a due auto che andando alla stessa velocità con un litro di benzina percorrono una 2km e una 30km… Inoltre, in presenza di ossigeno la glicolisi fermentativa (quella appena descritta dell’effetto Warburg) viene inibita e c è un cambio metabolico verso il ciclo di Krebs più vantaggioso (tale fenomeno viene chiamato effetto Pasteur).

Ritorniamo quindi alla domanda precedente… perché la cellula tumorale persevera in un metabolismo scarsamente redditizio dal punto di vista energetico e che in condizioni di normale apporto di ossigeno dovrebbe essere inibito?

Secondo Pedersen, esistono 3 motivi che renderebbero vantaggioso l’Effetto Warburg per una cellula tumorale:

Primo vantaggio

Una cellula che si duplica rapidamente ha bisogno di un’elevata disponibilità di sostanze che servono a costruire i “mattoni” della cellula stessa. In questo la glicolisi è una ricca fonte di precursori essenziali per la biosintesi di acidi nucleici, fosfolipidi, colesterolo e porfirine… insomma tutti ingredienti fondamentali per ottenere tramite mitosi da una cellula un’altra cellula e via via aumentare il numero totale di cellule. Quindi il mantenimento di un’elevata glicolisi, anche in presenza di ossigeno (effetto Warburg), assicura non solo la sopravvivenza del tumore ma anche la sua rapida crescita, tramite la produzione dei “mattoni” essenziali appunto per proliferare.

Secondo vantaggio

Il secondo vantaggio è la protezione del tumore e la sua invasività. Infatti, come effetto collaterale dell’aumentata glicolisi e del mancato inizio del ciclo di Krebs, la cellula tumorale produce ingenti quantitativi di acido lattico che espelle nel microambiente circostante, proteggendola dagli attacchi del sistema immunitario da una parte e producendo contemporaneamente effetti negativi alle cellule sane circostanti, predisponendo il terreno per “un’invasione” del tessuto sano, quasi come in una “guerra chimica”.

Terzo vantaggio

L’effetto Warburg garantisce alla cellula un tempo di sopravvivenza maggiore in caso di limitato apporto di ossigeno. infatti, come un apneista che è abituato a stare anche per alcuni minuti senza ossigeno, la cellula tumorale, basando principalmente il proprio metabolismo energetico su un meccanismo che non necessita di ossigeno per funzionare, anche in condizioni di carenza di quest’ultimo (indotta per esempio da alcuni approcci terapeutici), sopravviverà di più rispetto ad un tessuto sano.

Cellule tumorali e cellule fetali

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A questi dati interessanti che spiegano in parte come le cellule tumorali riescano a proliferare con una aggressività incontrollata, si accompagna una recente scoperta dell’anno scorso fatta da un gruppo di ricerca in ambito oncologico di Harvard 8Yang W, Zheng Y, Xia Y, Ji H, Chen X, Guo F, Lyssiotis CA, Aldape K, Cantley LC, Lu Z. ERK 1/2-dependent phosphorylation and nuclear translocation of PKM2 promotes the Warburg effect.

Infatti è emerso da esperimenti in vitro come le cellule tumorali esprimano delle forme di alcuni enzimi metabolici mitocondriali propri delle cellule fetali, ma assenti nei tessuti completamente formati e sani. Ciò è stato dimostrato sempre in vitro in alcune linee cellulari di tumori umani passando alternativamente dalla forma fetale a quella adulta dell’enzima.

Ciò che ne risultava era che l’effetto Warburg si invertiva fino a scomparire del tutto in queste cellule dopo l’espressione forzata dell’enzima adulto. Ciò da una parte spiegherebbe l’aggressività e la velocità di replicazione dei tumori che mostrano di avere delle caratteristiche comuni con un feto che deve crescere rapidamente;  dall’altra avvalora ancora di più la tesi già emersa in precedenza che vi sia, a prescindere dalla chiarezza del nesso di causalità, un legame tra la spiegazione metabolica e l’ipotesi genetica.

Conclusioni

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Spero di non aver annoiato troppo il lettore e al contempo di essere riuscito ad evidenziare i punti critici, sia in positivo che in negativo, relativi alla vicenda Otto Warburg e all’omonimo Effetto.

Se sono riuscito nel mio intento, penso che la maggior parte dei lettori converrà che l’argomento è molto più complesso e articolato rispetto ad un semplice titolo sensazionalistico come “scoperta la causa del cancro” e sostenere che l’acidità generata dal tumore nel microambiente circostante può essere facilmente contrastata bevendo bicarbonato e limone.

Il punto fondamentale è che l’Effetto Warburg ha una sua notevole importanza in ambito oncologico a prescindere, proprio perché offre dei grandi spunti per studiare e capire il comportamento dei tumori.

Per fortuna sta tornando ad essere considerato dopo un lungo periodo di ostracismo, tuttavia al contempo i dati che lo sostengono sono per la maggior parte ottenuti in vitro e raramente hanno trovato riscontro nella clinica. Infatti vari tentativi di sviluppare terapie che lo contrastassero non hanno fornito risultati incoraggianti. Anche per questo bisogna usare molta cautela nel traslare ciò che si osserva a livello cellulare in un ambiente sperimentale controllato come un laboratorio rispetto a quanto accade poi realmente in un organismo complesso come l’ essere umano.

Il rischio è di semplificare eccessivamente un qualcosa che è tutto fuorché semplice, di cui ad oggi non si sa se sia la causa o una conseguenza del tumore stesso e che, come sembrerebbe più verosimile, risulta essere, come descritto nello schema più sopra, un epifenomeno 9”Epifenomeno Termine filosofico coniato in ambiente positivistico per designare la coscienza quale fenomeno accessorio o secondario, la presenza o l’assenza del quale non inciderebbe sulla esplicazione dei fenomeni essenziali”(da Treccani.it). inserito in mezzo ad altri e la cui somma soltanto determina il comportamento e le caratteristiche della cellula tumorale.

La considerazione finale con cui vorrei lasciare i lettori è la seguente: attenzione ad “abboccare” al sensazionalismo e ai vari “incredibile scoperta” che ogni giorno ci piovono addosso dai media e dai social, interessati solo al numero di like o di click più che ai reali contenuti da divulgare; al contempo però non sdoganiamo tutto come bufale o mantra complottistici e non abbandoniamoci al cinismo più esasperato e disincantato, ma convertiamolo in un senso critico costruttivo e nella voglia di approfondire sempre e comunque, a prescindere dalle nostre convinzioni e dal nostro vissuto, per non perdere quella molla propulsiva fondamentale che è la curiosità

Post scriptum: e il bicarbonato?

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Chi abbia avuto la pazienza di giungere fin qui forse potrebbe trovare oziosa la questione della cura a base di bicarbonato (e limone…). Tuttavia, a onor di completezza, cito la sintesi di un articolo apparso sul sito dell’AIRC dal titolo Si può curare il cancro con il bicarbonato?, a cui rimando per ulteriori approfondimenti e da cui è ancora una volta evidente come i danni provocati dalle bufale non siano tanto le menzogne che diffondono, ma le verità che avvelenano:

  • Nessuna ricerca scientifica ha dimostrato che il bicarbonato di sodio sia una cura efficace dei tumori umani.
  • Il tumore può creare intorno a sé un ambiente acido, ma il bicarbonato, pur essendo una sostanza basica, non modifica in alcun modo il pH intorno alla massa tumorale, quando è assunto per via orale.
  • L’iniezione del bicarbonato per via endovenosa (o parenterale) è estremamente pericolosa per gli organi sani.
  • Alcuni studi in corso negli Stati Uniti stanno testando un derivato del bicarbonato di sodio, allo scopo di diminuire l’acidità intorno alla massa tumorale e studiare se questo rende la chemioterapia più efficace.



APPENDICE

Liberamente tratta da LD Nelson e MC Cox,  I principi di biochimica di Lehninger.

Glucosio

È la forma principale in cui sono convertiti i carboidrati della dieta e per alcune cellule prive di mitocondri o con scarso rifornimento sanguigno è la sola fonte energetica. Il Cervello necessita di ~120g glucosio/die mentre globuli rossi, cornea, cristallino, retina, midollare surrene, testicoli leucociti, fibre muscolari bianche ~ 40g glucosio/die. Il glucosio è coinvolto sia in processi catabolici come la Glicolisi che in processi anabolici come la sintesi di glicogeno.

È possibile ottenere glucosio per:

  • glicogenolisi: scissione del glicogeno (>nel fegato e nei muscoli);
  • gluconeogenesi: sintesi di glucosio a partire da precursori non saccaridici (nel fegato e nella corteccia surrenale).

Glicolisi

La glicolisi è una via metabolica universale mediante la quale una molecola di glucosio è ossidata a due molecole di piruvato con produzione di energia sotto forma di ATP e NADH. Per alcune cellule (globuli rossi, cellule del cervello) la glicolisi rappresenta la principale fonte di energia metabolica. La glicolisi consiste in 10 reazioni che hanno luogo nel citosol cellulare e nel corso della glicolisi si ha produzione di intermedi indispensabili per altri processi biochimici.

La glicolisi si divide in due fasi cioè la Fase preparativa in cui il glucosio viene fosforilato e scisso in due molecole di gliceraldeide-3-fosfato (in questa fase vengono utilizzate 2 molecole di ATP) e una Fase di recupero in cui le due molecole di gliceraldeide-3-fosfato vengono trasformate in due molecole di piruvato con produzione di 4 molecole di ATP.

La fase preparativa consuma 2 molecole di ATP. La fase di recupero produce 4 molecole ATP. Il rendimento netto è di 2 molecole di ATP per ogni molecola di glucosio ossidata a piruvato.

L’equazione complessiva dell’intera via è:

Glucosio + 2 NAD+ + 2 ADP + 2 Pi → 2 piruvato + 2 NADH + H+ + 2 ATP + 2 H2O

Il piruvato prodotto durante la glicolisi può andare incontro a tre diversi destini in funzione della presenza o meno dell’ossigeno. In presenza di ossigeno il piruvato entra nel ciclo dell’acido citrico (Ciclo di Krebs) dopo essere stato trasformato in acetil-CoA. In assenza di ossigeno il destino del piruvato è la fermentazione o Lattica o alcolica.

Fermentazione lattica

La fermentazione lattica consiste in una reazione di ossido-riduzione che avviene in un’unica tappa. L’acido piruvico proveniente dalla Glicolisi viene ridotto a lattato utilizzando gli equivalenti riducenti del NADH. Il NADH viene ossidato a NAD+.

Piruvato + NADH + H+ ⇆ lattato + NAD+.>

La reazione è catalizzata dall’enzima lattico deidrogenasi. In questo modo viene rigenerato il NAD+ necessario alla glicolisi. La fermentazione lattica ha luogo nel muscolo sotto sforzo ed in alcuni microrganismi.

Ciclo di Krebs

Il ciclo di Krebs, detto anche ciclo dell’acido citrico o ciclo dell’acido tricarbossilico, consiste in una serie di reazioni biochimiche di fondamentale importanza per il fabbisogno energetico cellulare. Infatti, in condizioni aerobiche, il piruvato ottenuto dalla Glicolisi viene completamente ossidato ad anidride carbonica ed acqua con produzione di una grande quantità di composti ad alto contenuto energetico.

L’inizio del destino aerobico del piruvato comporta la sua trasformazione in Acetil-S-CoA, un intermedio chiave di altri processi metabolici ad opera del complesso enzimatico della piruvato deodrogenasi. Nel mitocondrio il piruvato dopo la trasformazione in AcetilCoA entra nel ciclo dell’acido citrico (Krebs) dove viene ulteriormente ossidato.

1AcetilCoA +3NAD+ + FAD + GDP + Pi + 2H2O → 2CO2 + 3NADH + H+ + FADH2 + GTP+ CoA

È un ciclo perché l’ossalacetato, condensato con l’acetil-CoA nella prima reazione, viene rigenerato alla fine del ciclo e avviene nella matrice mitocondriale. Viene definito ciclo anfibolico, perché alcuni suoi intermedi partecipano ad altre vie sia cataboliche che anaboliche. il rendimento netto è di 30 molecole di ATP per molecola di glucosio.

Effetto Pasteur

Consiste nell’ inibizione della glicolisi che si verifica nelle cellule in condizioni aerobiche, in cui cioè è presente ossigeno. Pasteur, che studiava i mosti d’uva, i vini e le malattie dei vini, notò che il lievito Saccharomyces cerevisiae (il principale agente fermentante nelle produzioni enologiche) assumeva un comportamento particolare nel passaggio dalle condizioni anaerobiche a quelle aerobiche.

Questo passaggio determinava un rallentamento del catabolismo del glucosio. Il risultato consisteva in una minore produzione di etanolo (derivante appunto dalla fermentazione alcolica) a vantaggio di una maggiore biomassa (risultato di una più abbondante divisione cellulare). La spiegazione è da ricercarsi nel fatto che il metabolismo ossidativo è più energetico: la via catabolica percorsa è quella dei pentoso fosfati, con conseguente produzione di intermedi a 4, 5 e 6 atomi di carbonio che possono essere usati per reazioni anaboliche come quelle che interessano la moltiplicazione cellulare.

In pratica se viene rifornita una sufficiente quantità di ossigeno il lievito abbandona il suo metabolismo fermentativo per comportarsi come ogni altro fungo, moltiplicandosi molto attivamente.

ATP

L’adenosina trifosfato (o ATP) è un ribonucleoside trifosfato formato da una base azotata, cioè l’adenina, dal ribosio, che è uno zucchero pentoso, e da tre gruppi fosfato. È un composto ad alta energia ed è uno dei reagenti necessari per la sintesi dell’ RNA, ma soprattutto è la “benzina” che fornisce l’energia necessaria alla cellula per compiere le sue principali attività e quindi anche per sopravvivere. Esso viene idrolizzato ad ADP (adenosinfosfato), che viene riconvertito in ATP mediante vari processi.

L’ATP viene prodotto secondo la reazione endoergonica:

ADP + Pi + E => ATP

Note[+]

Note
↑1 Enciclopedia Treccani, edizione 2007
↑2 http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/medicine/laureates/1931/warburg-lecture.pdf
↑3 Warburg O (1956) Science 124:269–270
↑4 Garber 2006
↑5 Koppenol, W. H., Bounds, P. L., & Dang, C. V. (2011). Otto Warburg’s contributions to current concepts of cancer metabolism. Nat Rev Cancer 11, 325–337
↑6 Upadhyay M et al. The Warburg effect: Insights from the past decade. Pharmacology & Therapeutics 137 (2013) 318–330
↑7 Pedersen PL. Warburg, me and Hexokinase 2: Multiple discoveries of key molecular events underlying one of cancers’ most common phenotypes, the “Warburg Effect”, i.e., elevated glycolysis in the presence of oxygen. J Bioenerg Biomembr (2007) 39:211–222
↑8 Yang W, Zheng Y, Xia Y, Ji H, Chen X, Guo F, Lyssiotis CA, Aldape K, Cantley LC, Lu Z. ERK 1/2-dependent phosphorylation and nuclear translocation of PKM2 promotes the Warburg effect
↑9 ”Epifenomeno Termine filosofico coniato in ambiente positivistico per designare la coscienza quale fenomeno accessorio o secondario, la presenza o l’assenza del quale non inciderebbe sulla esplicazione dei fenomeni essenziali”(da Treccani.it).
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