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Taijiquan, Daoyin, Qi Gong: le pratiche di lunga vita

28 Gennaio 2015 by Marco Invernizzi 2 commenti


Proseguiamo qui il percorso iniziato con le Tre Tradizioni cinesi (Taoismo, Buddismo e Confucianesimo) e approfondiamo l’argomento delle Pratiche di Lunga vita, ossia il Daoyin, il Qi Gong e il Taiji Quan (altrimenti noto come Tai Chi Chuan). Questo articolo, come il precedente, è un estratto rielaborato dalla mia tesi “Qi Gong Medico: gioiello della medicina”, presentata al corso di Regolazione Biologica e Medicine Complementari, Biofisica Medica Clinica dell’Università degli Studi di Milano in collaborazione con la World Health Organization.

Contenuti

  • Cosa sono le pratiche di lunga vita?
  • Le origini Sciamaniche
  • Il concetto di Risonanza
  • Il Dao yin
  • Il Tai Chi Chuan
  • Il Qi gong
  • Per concludere (per ora)

Cosa sono le pratiche di lunga vita?

Col termine Pratiche di Lunga Vita si intende un insieme di insegnamenti contenuti nella multiforme realtà cinese che mirano al prolungamento della vita fisica contemporaneamente ad un miglioramento della sua qualità generale, con l’obbiettivo finale di raggiungere l’immortalità (che sia qui intesa come immortalità fisica o immortalità su un altro piano è un discorso che meriterebbe di essere approfondito a parte).

Poiché queste pratiche hanno profonde radici nella Tradizione Taoista, è evidente come i livelli di questa definizione siano molto diversi dal senso comune e, come abbiamo visto nell’articolo dedicato alle Tre Tradizioni cinesi, non necessariamente l’immortalità è ricercata strettamente in ambito materiale.

Qi, secondo l'ideogramma tradizionale (in uso in Cina fino al 1946)
Qi, secondo l’ideogramma tradizionale (in uso in Cina fino al 1946)

Centrale, in queste pratiche, è il concetto di Qi, principio energetico/vitale che, nonostante le diverse interpretazioni, è molto affine al concetto indiano di prana. Come quest’ultimo, anche il Qi è presente illimitatamente nell’universo, ed è possibile considerare il Qi da un punto di vista macrocosmico e universale oppure da un punto di vista microcosmico e particolare, ovvero il carico di energia di un luogo, o di un essere vivente, o addirittura di un singolo organo. Proprio dall’interazione (o meglio, come vedremo, la risonanza) tra il Qi universale e il Qi particolare si sprigiona il potenziale benefico e terapeutico di tali pratiche.

È infatti interessante notare che uno degli scopi principali delle pratiche di lunga vita è di mantenere il corpo in buona salute agendo preventivamente sull’insorgere di possibili malattie; di qui anche l’attinenza con la medicina. D’altro canto, non deve sorprendere se al tempo stesso queste pratiche hanno attinenza con la sfera interiore e spirituale dell’essere umano: il presupposto da cui muovono queste pratiche, condiviso anche dallo Yoga indo-tibetano, è che un corpo malato è un grandissimo intralcio nella via spirituale.

Le pratiche principali sono: Dao yin/Qi gong e Tai Chi Chuan, oltre ad altre che probabilmente si sono perse nei millenni. Per comprendere queste discipline, strettamente inter-relate, dobbiamo però risalire molto indietro nel tempo, all’origine stessa della civiltà cinese.

Le origini Sciamaniche

Statue di argilla che raffigurano risalenti alla dinastia Zhou (XII-III secolo a.C.) che raffigurano donne sciamane danzanti.
Statue di argilla risalenti alla dinastia Zhou (XII-III secolo a.C.) che raffigurano donne sciamane danzanti.

Le prime testimonianze frammentarie cinesi di approcci terapeutici sono riconducibili alle mitiche figure sciamaniche Wu, che operavano attraverso tecniche esorcistiche impostate sul movimento fisico e sul suono.

Il carattere Wu indica «danza» e secondo il Shuo wen, il dizionario etimologico di epoca Han, il termine era anche accomunato a Zhu, termine riconducibile ad augurio o invocazione. Quindi Wu o Zhu comunicava con il cielo e le sue invocazioni terapeutiche erano essenzialmente preghiere rivolte agli spiriti o formule esorcistiche.

Una caratteristica importante è che originariamente Wu erano donne, tanto che gli sciamani uomini venivano designati con il carattere Xi. La rilevanza di tale elemento concerne la relazione tra la società ideale taoista e l’antico egualitarismo tribale legato al matriarcato.

Più che a spiriti antropomorfi le prime Wu si rivolgevano alle manifestazioni di una serie di «forze» o di «influssi» a forte caratterizzazione archetipica, la cui azione era desunta dall’osservazione dei fenomeni naturali. Era una tecnica rituale per coordinare i movimenti del proprio corpo (e il respiro) con i flussi delle forze cosmiche, così da acquisire la potenza necessaria, ad esempio, a esorcizzare le «forze deviate» che affliggevano il «paziente».

wu
L’antico ideogramma per Wu

A riprova della forte impronta che gli Wu hanno lasciato sull’origine della medicina tradizionale cinese vi è il fatto che il carattere Yi («medico o scienza medica») era originariamente composto dal carattere Wu più la parte superiore del carattere Yi attuale, composta da segni raffiguranti una faretra colma di frecce e una mano che impugna un’arma.

Ciò denoterebbe la marcata origine demonologica della medicina: le frecce indicherebbero le armi che lo sciamano usava nelle sue danze rituali per esorcizzare i demoni.

L’eziologia «demonica» rimase nella MTC sotto la denominazione di Xie Qi, Soffi Perversi, i Patogeni della definizione moderna, ma sin dall’antichità fu affiancata da altre possibili cause, prima fra tutte il mancato rispetto dei ritmi naturali.1Giulia Boschi. Medicina Cinese: la radice e i fiori. Corso di sinologia per medici e appassionati.
Casa Editrice Ambrosiana 2003. ISBN 88-408-1263-6

Conformarsi al Dao, la legge Universale che governa tutti i fenomeni e le loro trasformazioni, significa uniformare le orbite del proprio Qi psicofisiologico (microcosmo) al retto fluire del Qi in natura (macrocosmo); in altri termini, ciò vuol dire acquisire Zheng Qi, il cosiddetto soffio retto o autentico. Il Zheng Qi è alla base della salute dell’individuo, della sua capacità di rispondere all’attacco patogeno ed adattarsi alle modificazioni macrocosmiche, in un’ottica di armonizzazione con il Dao.

Una sacerdotessa Wu invoca lo spirito di un animale.
Una sacerdotessa Wu invoca lo spirito di un animale.

Lo sciamano cinese, come gli adepti taoisti, non trae il suo potere dalla «possessione» di uno spirito che gli induce uno stato estatico simile alla medianità, ma da un particolare stato di ricettività che gli consente di veicolare attivamente le forze archetipiche armonizzandosi ad esse.

La pratica esperienziale interiore conduce lo sciamano ad uno stato di quiete del cuore e della mente che lo porta ad una risonanza perfetta col mondo naturale. È questo accordo armonico che lo rende permeabile fino a diventare un vero e proprio portale del mondo archetipico e permette agli Shen, gli Archetipi, di agire direttamente attraverso di lui in piena consapevolezza nell’atto terapeutico.

Le sciamane Wu furono i primi medici della storia cinese: lo Shan hai jingìe li associa all’uso di erbe medicinali e alle Pratiche di Lunga Vita, anche se i loro compiti principali rimanevano il controllo degli elementi naturali, l’esorcismo, la comunicazione con gli spiriti. Solo nel taoismo si conservarono le tradizioni legate alla magia delle Wu perché in forma semiclandestina molte donne fecero parte delle più importanti scuole taoiste: molte tecniche, d’altra parte, richiedevano la partecipazione di una coppia di adepti di sesso opposto.

Il concetto di Risonanza

Danzatrice mascherata, tardo periodo Zhou
Danzatrice mascherata, tardo periodo Zhou

È molto probabile che le invocazioni sciamaniche raggiungessero il loro scopo terapeutico per la qualità energetica del suono trasmesso più che per la suggestione provocata dal loro significato. Come spiegano fonti più tarde, esso era in grado di riportare l’organismo all’equilibrio producendo un effetto biofisico di Risonanza, fenomeno conosciuto in Cina in tempi antichissimi come la teoria delle armoniche, mentre in Occidente, escluse le scuole pitagoriche, essa cominciò a svilupparsi soltanto a partire dal XVIII secolo.

A questo proposito può essere interessante notare come l’ideogramma di «farmaco» sia composto dall’ideogramma di «musica» sovrastato dal radicale «erba», quasi a indicare che quanto fa di un’erba un farmaco è la sua «musica». Sebbene l’associazione specifica di un suono particolare con un determinato organo interno appaia per la prima volta in forma esplicita con Tao Hongjing, vissuto nel VI secolo d.C., bisogna considerare che questi suoni erano segreti e, molto probabilmente, trasmessi oralmente già da secoli. È significativo il fatto che ancora oggi i «sei suoni-mantra» liu zi jué, specifici per ogni organo, siano uno degli esercizi più diffusi e praticati del Qi gong terapeutico. 2Giulia Boschi. Medicina Cinese: la radice e i fiori. Corso di sinologia per medici e appassionati.
Casa Editrice Ambrosiana 2003. ISBN 88-408-1263-6

In profondo accordo con la biofisica moderna, la Risonanza, Gan Ying, è l’asse portante del rapporto tra macrocosmo e microcosmo, il fondamento delle loro interazioni quantiche e implica la bipolarità di azione-emanazione Yang e ricezione-percezione Yin che si differenzia da un semplice rapporto causa-effetto o agente-agito, poiché include la nozione di reciprocità. La reciprocità comporta la possibilità di invertire i poli di attività e recettività tra l’uomo e il cosmo.

Analogamente, il termine De, in una delle sue accezioni più antiche, indicava contemporaneamente sia il Potere che l’uomo esercita sul Cielo attraverso l’invocazione, sia la Virtù dell’officiante che consente la risposta del Cielo in un processo di risonanza con il mondo archetipico. La potenza acquisita dal praticante deriva probabilmente da un processo di amplificazione che comporta una serie di inversioni successive. Il rapporto tra la perfetta recettività e l’invocazione può essere paragonato al rapporto che nel Cristianesimo esiste tra la perfetta sottomissione alla volontà divina e la preghiera d’intercessione. 3Giulia Boschi. Medicina Cinese: la radice e i fiori. Corso di sinologia per medici e appassionati.
Casa Editrice Ambrosiana 2003. ISBN 88-408-1263-6

de
L’antico carattere oracolare per De

Nel Taoismo il termine De sta a indicare il veicolo sottile attraverso il quale si effettua la connessione tra due entità che entrano in risonanza, il flusso biofotonico della biofisica moderna. La forza che si attiva in tale situazione di empatia energetica viene percepita nell’atto terapeutico come De qi, un insieme di sensazioni quasi-fisiche comuni sia al medico che al paziente, la cui sapiente lettura guida l’intero atto medico.

Nella concezione taoista la pratica esperienziale della risonanza con le forze che esprimono l’ordine cosmico è il fattore che trasmuta la Scienza in Magia, conferendo all’essere umano il potere sugli aspetti quantici della natura. Ciò è possibile grazie a un atteggiamento di completa recettività che il Taoismo esprime nel concetto di Wu Wei, comunemente tradotto come non agire.

In realtà il concetto di Wu, il non essere, indica la condizione atemporale e non locale del Dao, motore segreto quantico del suo aspetto manifesto spazio-temporale, in cui Wu Wei è compiere l’azione in accordo con la dimensione archetipica Wu.

La costante del Dao è il non-agire, così non c’è nulla che non venga compiuto

Laozi

Il Dao yin

Secondo alcuni autori nelle danze sciamaniche, articolate in posture esorcistiche e invocazioni, sarebbero contenuti i primordi del Dao yin, attuale Qi gong o arte del coltivare il Qi, cioè di quella tecnica, articolata su più livelli, il cui scopo principale è di armonizzare il Qi del proprio organismo con quello dell’ambiente naturale, intensificandone in tal modo la potenza, per poterlo successivamente dirigere e proiettare sotto il controllo della volontà cosciente. Ciò renderebbe possibile agire anche sul mondo materiale attraverso una forza immateriale guidata dalla mente.

Le diverse posture esorcistiche illustrate e commentate nel Dao yin tu di Mawangdui risultano molto simili a quelle in seguito incluse nei sistemi Dao yin / Qi gong delle scuole taoiste. Analogamente, le invocazioni non vanno intese come semplici formule verbali, ma come il veicolo adatto a trasmettere questa forza al corpo del malato, all’ambiente circostante o a se stessi.4Giulia Boschi. Medicina Cinese: la radice e i fiori. Corso di sinologia per medici e appassionati.
Casa Editrice Ambrosiana 2003. ISBN 88-408-1263-6

Il Tai Chi Chuan

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Il Tai Chi Chuan o Tai ji Quan, usando la traduzione degli ideogrammi cinesi con lo standard pinyin, è una pratica che nasce in Cina dall’incontro tra arti marziali e pratiche tradizionali per la salute e la longevità. Il Tai Chi Chuan è molto diffuso tutt’oggi a livello popolare in Cina e in grande espansione in tutto l’Occidente negli ultimi decenni.

La componente marziale del Tai Chi Chuan è di natura interna: le sue più evidenti diversità rispetto ad altre arti marziali sono infatti costituite dal ruolo centrale assegnato ad azioni difensive basate sulla cedevolezza, e dall’impiego nei confronti dell’avversario dell’elasticità del corpo invece che della forza fisica. 5Carlo Moiraghi. Qi Gong. Fabbri editori 2002. ISBN 88-451-8009-3

Moiraghi. la via della Forza Interiore, trattato di energetica esperienziale cinese. Casa Editrice
Meb 1995. ISBN 88-7669-490-0

In realtà, nell’esecuzione del Tai Chi, la forza fisica dev’essere pressoché annullata in favore di un completo rilassamento proprio per far emergere la componente più propriamente energetica e potenzialmente ancora più travolgente della forza fisica stessa, in un movimento fluido e circolare, senza interruzioni, una costante alternanza di Yin e Yang, vuoto e pieno.

E proprio l’alternanza di Yin e Yang è il principio esperienziale del Tai Chi Chuan, rappresentato dal Taiji, ovvero il “grande polo” del movimento degli opposti, che procede dal Wuji, il “non-polo” indifferenziato rappresentato generalmente da un cerchio vuoto. Insieme, formano il Taijitu, che rappresenta l’alternanza di Yin e Yang e al tempo stesso la compresenza del principio anteriore (Wuji) indifferenziato:

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Il Qi gong

Qi gong è un termine generico recente che designa un insieme di pratiche di benessere, salute, risveglio e realizzazione personali. Qi gong può dunque essere tradotto semplicemente con lavoro (Gong) del soffio (Qi), indicando con questo l’aspetto attivo di una pratica che riguarda l’energia vitale che anima le cose e gli esseri.

L’antica denominazione classica di Qi gong era Yang sheng fa, letteralmente i metodi (Fa) che nutrono (Yang) la vita (Sheng) i quali, secondo la Tradizione, permetterebbero di opporsi o di ritardare il processo della morte, per cui sostenere la vita vuol dire ritardare la morte vivendo bene e a lungo.

qigong
Chen bao shi, ovvero la visualizzazione di due grandi sfere di energia ai lati. Illustrazione tratta da C. Moiraghi, Qi Gong, Fabbri, 2002.

In definitiva il Qi gong rappresenta un variegato scenario in cui si stratificano scuole e stili, in un lignaggio ininterrotto di maestri e ricercatori che ne hanno mantenuto la vitalità modificandolo incessantemente. Una classificazione dei Qi gong più importanti, tenendo conto del fatto che spesso appaiono mescolati tra loro, potrebbe essere la seguente:

  • Qi gong di origine taoista, o che intrattengono qualche tipo di rapporto con la filosofia del Tao;
  • Qi gong di origine buddista che, in Cina, sono legate al Chan;
  • Qi gong di origine confuciana che spesso si ritrovano nei rituali come il saluto;
  • Qi gong di origine marziale che hanno lo scopo di rinforzare il corpo e di proteggerlo;
  • Qi gong di origine medica ancora prescritti nelle pratiche terapeutiche;
  • Qi gong di origine familiare che si trasmettono all’interno dei clan o delle famiglie;
  • Qi gong di origine sintetica concepito recentemente per fini pedagogici;
  • Qi gong di origine esterna alla Cina e che sono spesso nuove creazioni, come la ginnastica svedese del Ling.

Tutte queste varietà di Qi gong hanno in comune una pratica di meditazione con la finalità di raggiungere “un’altra cosa ancora” (Hua) ma classicamente non viene mai precisato che cos’è questa “altra cosa”, assimilata a una trasmutazione.

Laozi spiega: “il grossolano è la radice del sottile” significando che ciò che è grossolano può trasmutarsi in qualcosa di molto sottile. Ne deriva che il Qi gong può essere, di volta in volta, molto terrestre o molto celeste, ovviamente sempre nel senso prima citato della trasmutazione alchemica.

Ritengo utile citare in toto una parte dell’introduzione del libro di Charles sul Qi gong che definisce in maniera chiara e molto intuitiva le radici su cui poggia il Qi gong e il suo impianto filosofico:

Un gesto può essere molto sottile e un pensiero può essere molto grossolano. Talvolta il fatto di rendere sottile il gesto permette di affinare lo spirito mentre il contrario non è necessariamente vero. Come nello Yijing sarebbe meglio cominciare dalla cosa più semplice, il monogramma composto da un solo tratto, per arrivare alla cosa più complessa, l’esagramma, composto da sei tratti.
Se non si comprende bene o si travisa ciò che realmente corrisponde allo Yin e allo Yang, sarà difficile definire il valore di un esagramma. Come comprendere un concatenamento complesso senza conoscere le basi del movimento e della respirazione? Come comprendere i principi se non si conoscono le regole? Molti testi classici o grandi autori classici come Liji (o Libro dei riti), Zhuangzi, Liezi, Neijing Suwen (Trattato di Medicina Interna dell’Imperatore Giallo) spiegano letteralmente che “lo Yang sale, lo Yin scende”. Ciò viene inteso in Occidente come : “Lo Yang è in alto, lo Yin è in basso”. Ma tra salire ed essere in alto o scendere ed essere in basso esiste una differenza considerevole. Se lo Yang sale è perché originariamente (radice) era in basso. Se lo Yin scende è perché originariamente (radice) era in alto.
I “classici” distinguono dunque tre stati: l’origine (radice), il movimento (evoluzione), la conseguenza (preparazione al cambiamento). Ma quando si tratta di movimento (Dong) o di trasformazione (Yi) gli occidentali, come i turisti, di solito fanno una foto. Il classico dice: “Lo Yang sale”; loro fanno una foto e constatano, dopo e basandosi sulla foto,- che lo Yang è in alto.
Dunque, per la logica occidentale, lo Yin deve essere in basso. Così si è detto tutto e non si è fatto nulla. O lo si è fatto in controsenso.
Ma, nel tempo, anche i cinesi si sono occidentalizzati e propongono a loro volta pratiche per turisti in cui lo Yang è in alto e lo Yin è in basso. Normale. E tutto va bene solo nel migliore dei mondi. Io qui vi propongo, al contrario, una versione meno turistica e più classica di una pratica di “sostenimento della vita” legata alla filosofia del Tao e del Lingbaoming, ma nello stesso tempo influenzata dai principi sviluppati da Wang Yang Ming, precursore di Wang Tse Ming, della corrente della “Purezza del cuore” (Xin Xue)”

Georges Charles6Georges Charles. Qi Gong ed energia vitale. Pratiche Taoiste di lunga vita. Edizioni Pendragon 2008. ISBN 978-88-8342-573-8

Per concludere (per ora)

Il quadro storico delineato con le Tre Tradizioni e le pratiche di lunga vita ha un obiettivo, che sarà raggiunto con il prossimo articolo, a completamento di un trittico: ovvero il rapporto tra queste discipline e la scienza moderna e soprattutto tra le pratiche di lunga vita e un approccio terapeutico. Se abbiamo già visto che il Tai Chi Chuan è applicato con successo in ambito preventivo, meno conosciuto è l’aspetto medico del Qi Gong, di cui parleremo nell’articolo finale.

Non dimenticando mai, naturalmente, che lo scopo ultimo di queste pratiche è, come abbiamo visto, Hua, ovvero “un’altra cosa ancora”.

Note[+]

Note
↑1, ↑2, ↑3, ↑4 Giulia Boschi. Medicina Cinese: la radice e i fiori. Corso di sinologia per medici e appassionati.
Casa Editrice Ambrosiana 2003. ISBN 88-408-1263-6
↑5 Carlo Moiraghi. Qi Gong. Fabbri editori 2002. ISBN 88-451-8009-3

Moiraghi. la via della Forza Interiore, trattato di energetica esperienziale cinese. Casa Editrice
Meb 1995. ISBN 88-7669-490-0

↑6 Georges Charles. Qi Gong ed energia vitale. Pratiche Taoiste di lunga vita. Edizioni Pendragon 2008. ISBN 978-88-8342-573-8
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Pranayama: vita, respiro, morte e miracoli

4 Dicembre 2014 by Francesco Vignotto 3 commenti


Contenuti

  • Vita e morte, in un soffio
  • Prana, respiro, energia
  • Ma che cos’è il Pranayama?
  • I cinque soffi vitali o Prana Vayu
    • Prana e Apana, la pulsazione vitale
    • Samana, il fuoco; la mente, il sacrificante
  • Energia e coscienza
    • Nadi e chakra
    • Ha-tha: Ida e Pingala, sole e luna
    • Sushumna o ‘il sentiero di mezzo’
  • Miracoli

Vita e morte, in un soffio

Non avevo realmente idea di cosa fosse il respiro, fino alla morte di mio padre. Praticavo Yoga da alcuni anni, e sicuramente quando mi dicevano di inspirare e di espirare ero convinto di farlo. Ma quel giorno, o meglio in quell’istante, mi accorsi che non ne sapevo in realtà nulla.

Mio padre non morì dopo una lunga malattia debilitante, ma per infarto, nel giro di pochi secondi. Del suo trapasso ricordo solo un intenso e lungo espiro, nel quale tutto si risolse. Qualunque resistenza sarebbe stata inutile al suo passaggio: quel suono, che partiva dalle viscere, tagliò come un rasoio tutti nodi che incontrava. E come da uno strato di sogno si è svegliati a un altro, un attimo prima il corpo era vivo, un attimo dopo era morto.

Al di là dell’estremo shock della circostanza e di tutte le implicazioni personali della vicenda, credo che mio padre – che non praticò mai pratiche respiratorie in vita sua – mi abbia dato al momento della sua morte un insegnamento che difficilmente si può cogliere nei testi.

Numerose tradizioni a Oriente e Occidente parlano della vita – e, se vogliamo – dell’anima insufflata dal respiro divino. Le parole greche pneuma e psiche, così come il sanscrito Atman (il Sé) nascondono nell’etimo il doppio significato di respiro, anima e spirito.
Il primo respiro ci accompagna alla nascita e l’ultimo alla morte. Sarebbe però errato considerare soltanto gli estremi: l’esperienza dello spirare di mio padre innescò la consapevolezza l’intera vita è una pulsazione tra questi due poli, tra affermazione e negazione, a ogni istante e a ogni inspiro ed espiro, e come nel Taijitu taoista lo yin è contenuto il seme dello yang e viceversa.

Nella tradizione yogica indiana, di cui parlerà questo articolo, la pulsazione del respiro è solo l’indizio di una dinamica molto più vasta, sia all’interno del singolo individuo, sia, del fenomeno della vita e dell’energia nell’universo, che qui è chiamata Prana, ossia il legame, l’equazione ritmica tra la materia e la coscienza.

In questo articolo parlerò anche di pranayama, ossia l’insieme di pratiche yogiche dedicate specificamente al controllo del prana, ma non mi addentrerò nella descrizione di particolari tecniche di pranayama: sia perché aggiungerebbe troppa carne al fuoco a un articolo già corposo, sia perché lo scopo è qui di approfondire i principi generali.

Prima di entrare nel vivo, un avvertenza e una preghiera: quanto segue è naturalmente filtrato attraverso un’esperienza individuale – piccola o grande che sia – e anche i testi citati sono filtrati attraverso tutti i limiti di quell’esperienza. Non ha la pretesa quindi di essere esaustiva sull’argomento, né di fornire l’interpretazione autentica di una tradizione che vanta diverse migliaia di anni e altrettante filiazioni e visioni differenti.

In quanto tale, qualunque contributo che ne condivida lo stesso spirito (leggi: senza la presunzione di possedere la verità ultima) sarà accolto a braccia aperte.

Prana, respiro, energia

Invero tutti gli esseri nel prana stesso vanno a riassorbirsi e dal prana emergono

Chandogya Upanishad, I, 11, 5
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Quando si parla di respiro nello Yoga e nella tradizione indiana, è di fatto impossibile scinderlo dal molto più vasto aspetto energetico vitale e universale a cui esso è collegato.

Per questo, il termine Prana ricorre con diversi significati, dei quali uno dei più particolari è il processo respiratorio propriamente detto.

Nella sua accezione più generale, invece, il Prana è l’energia, il principio dinamico, presente illimitatamente e ovunque nello spazio e che sostiene la vita nell’universo. È errato tuttavia ritenere che il Prana sia relativo alla sola vita organica, o alla vita individuale, ma occorre precisare che il concetto di ‘vita’ è qui onnicomprensivo:

Dal punto di vista yogico, l’intero cosmo è vivo, palpitante di prana.
Il Prana è sempre presente in ogni aspetto della creazione. Il prana all’interno di ogni oggetto creato dona esistenza materiale e forma, che si tratti di un pianeta, un asteroide, un filo d’erba o un albero. Se non ci fosse il prana, non ci sarebbe vita. Se il prana si ritraesse dall’universo, ci sarebbero la disintegrazione totale. Tutti gli esseri, viventi o non viventi, esistono a causa del prana. Ogni manifestazione nella creazione fa parte di una matrice infinita di particelle di energia, disposte in diverse densità, combinazioni e variazioni. Il principio universale del prana può essere in una fase statica o dinamica, ma è dietro a ogni esistenza su ogni piano dell’essere dal più alto al più basso. 1Swami Niranjanananda Saraswati, Prana and Pranayama, Yoga Publications Trust, 2009, p.9

In altre parole, il piano fisico sarebbe lo stato più ‘denso’ o statico di un flusso energetico in costante movimento. Interessante a questo proposito l’etimologia della parola prana secondo Gitananda Giri:

La parola prana, a sua volta, può essere scomposta in due parti; pra che sta per “esistere indipendentemente” o “avere un’esistenza precedente”, e ana che è l’abbreviazione di anna, (anu) una cellula. Un atomo o una molecola si chiamano anu di cui tutta la vita è costituita.
Prana esprime quindi l’idea di ciò che esisteva prima della nascita della vita atomica o cellulare. 2Swami Gitananda Giri, La voce del re serpente: saggi sull’Astanga Yoga di Patanjali, Ed. Laksmi, p.86

Socrates Geens: Secrets of the five bodies
Socrates Geens: Secrets of the five bodies

Al Prana cosmico, corrisponde un Prana individuale. La sopravvivenza del corpo fisico umano (annamaya kosha, “corpo fatto di cibo”) dipende direttamente da quella del corpo pranico (pranamaya kosha), alimentato sia dall’aria che respiriamo, ma anche dagli elementi vitali che assorbiamo attraverso il cibo.

Il prana, inoltre, è il legame tra il corpo fisico e gli strati ulteriormente sottili del complesso umano: il corpo mentale (manomaya kosha), il corpo intuitivo (vijnanamaya kosha) e il corpo di beatitudine (anandamaya kosha). Il “contenuto” ultimo di questi involucri è l’Atman o Purusha, il Sé, l’essenza spirituale o pura coscienza individuale che non sempre (non secondo tutte le visioni) è distinta (o ha senso distinguere) da quella universale.

L’uomo è dunque un continuum di corpo fisico, energia, mente, subconscio e inconscio che interagiscono grazie al prana. Agire su questo link energetico per far emergere in ultima istanza il “contenuto” di pura coscienza è lo scopo delle tecniche yogiche in generale, ma soprattutto di quelle che rientrano sotto il nome di Pranayama.

Ma che cos’è il Pranayama?

Il pranayama è un complesso di tecniche yogiche che utilizzano principalmente il respiro per regolare i processi energetici e mentali conducendoli a uno stato di quiete. Nello Yoga vengono normalmente introdotte dopo aver padroneggiato le posture (asana).

La parola pranayama è interpretabile secondo due significati etimologici: prana-ayama e prana-yama. Ayama significa espandere, mentre yama significa controllare, ritenere il respiro.

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Come vedremo, entrambe le interpretazioni sono corrette e, nonostante l’apparente paradosso, conciliabili: attraverso l’espansione del prana si arriva al controllo dei soffi vitali e quindi a ridurre il loro dinamismo fino all’immobilità, così come la pratica delle asana ha l’obiettivo dell’immobilità del corpo; e così come asana e pranayama convergono verso l’immobilità della mente, per condurre a esperire lo stato di pura coscienza.

Ma che cos’è, in pratica, il pranayama? Proviamo a formulare una sintesi dal punto di vista pratico:

  1. Nella fase propedeutica, il pranayama comprende un serie di tecniche per rendere il praticante consapevole della respirazione naturale, per poi rendere gradualmente più ampia la respirazione, coinvolgendo l’apparato muscolo-scheletrico (in particolar modo la colonna vertebrale, la gabbia toracica, la muscolatura relativa e il diaframma) e favorendo il pieno utilizzo dei polmoni; questa fase non è ancora definibile propriamente come pranayama, ma svolge un’importante funzione di igiene respiratoria, oltre ad armonizzare i processi psicofisici e a fornire la base tecnica per le fasi successive.
  2. Il pranayama propriamente detto consiste nella regolazione delle fasi di inspiro ed espiro e delle fasi di ritenzione (a polmoni pieni e a polmoni vuoti), secondo diversi ritmi e combinazioni. In questa fase l’attenzione si sposta gradualmente dalla respirazione ‘fisica’ a quella più puramente pranica: lo scopo principale è la pulizia dei canali energetici e degli ostacoli psichici alla circolazione del Prana.
  3. Il naturale sbocco del pranayama è l’interiorizzazione: il respiro diviene sempre più sottile, fino a divenire quasi impercettibile o cessare completamente. È la fase di ritenzione spontanea, che conduce alle fasi dello Yoga descritte da Patanjali come: ritrazione dei sensi (Pratyahara), concentrazione (Dharana), meditazione (Dhyana) e riassorbimento (Samadhi).

Come vedremo, la respirazione è connessa in modo molto complesso al funzionamento del sistema nervoso autonomo e ai processi psichici. Proprio per questo ogni testo dedicato al pranayama avverte che le tecniche devono essere apprese sotto la sorveglianza di una guida esperta, in quanto l’errata applicazione può provocare seri disturbi.

Ma dopo questa sintesi sommaria, scendiamo nel dettaglio e vediamo come il pranayama agisce, cogliendo l’occasione per approfondire il funzionamento del corpo energetico umano.

I cinque soffi vitali o Prana Vayu

elettrocardiogramma

Nel corpo pranico, il Prana si differenzia in cinque principali soffi o venti vitali, i Prana Vayu, connessi tra loro in modo molto complesso. 3Per la precisione, esisterebbero anche altri 5 soffi sussidiari, di cui qui non parleremo per non rendere il discorso troppo complesso. I Prana Vayu sono da intendere come qualità diverse di un unico Prana, e i punti di localizzazione sono da interpretare come i centri di gravità di energie che in realtà influiscono sull’intero organismo:

Il corpo pranico: Prana, Apana, Samana, Udana e Vyana (quest'ultimo pervade l'intero corpo)
Il corpo pranico: Prana, Apana, Samana, Udana e Vyana (quest’ultimo pervade l’intero corpo)
  • Prana (qui da intendersi come soffio particolare e da non confondere con il Prana corsmico): è situato nel torace, è correlato all’inspiro e più in generale all’assorbimento del Prana non solo dall’aria respirata, ma anche dal cibo e dall’atmosfera.
  • Apana: ha sede nella regione pelvica, governa organi escretori e riproduttivi; è correlato all’espiro e in generale all’escrezione e alla sessualità.
  • Samana: situato nella regione dell’ombelico, è il soffio responsabile della digestione del cibo sotto ogni forma, compresi i pensieri e le emozioni, alimentando quindi Udana.
  • Udana: situato nel capo e negli arti, è il soffio che porta ‘in alto’ il prodotto di Samana, regolando il funzionamento degli organi sensoriali e degli organi dell’azione, alimentando Vyana.
  • Vyana: circola nell’intero corpo, ed è il soffio responsabile della distribuzione dell’energia allo stato più raffinato.

Prana e Apana, la pulsazione vitale

Prana e Apana sono l’input e l’output dell’essere umano e controllano le due funzioni macroscopiche del ciclo energetico e determinano il flusso degli altri tre Prana Vayu. Se Prana e Apana si arrestassero, tutti gli altri soffi vitali cesserebbero di conseguenza e moriremmo nel giro di pochi minuti.

In relazione alla respirazione umana, Prana viene normalmente utilizzato come sinonimo di inspiro, e Apana come sinonimo di espiro.

In altri termini, Apana è l’energia che ci mette in contatto con il mondo fisico, permettendoci di interagire con esso tramite il corpo, di eliminare la materia densa ma anche di generare nuova vita; Prana invece è la spinta ascensionale verso l’energia pranica e ne stimola l’assimilazione: Apana e Prana sono Yin e Yang, espressi nei termini della Tradizione Cinese: vuoto e pieno che contengono l’uno il seme dell’altro, così come il vuoto creato dalla contrazione del diaframma al termine dell’espiro genera l’inspiro. Il loro ritmico alternarsi è la pulsazione di ogni essere vivente, anche se non associato alla respirazione aerobica polmonare.

prana-apana
Prana e Apana

Nelle Upanishad si afferma tuttavia che la parte interiore dell’essere umano, costantemente spinta da queste due forze pulsanti in direzioni opposte, non possa mai emergere. 

La Dhyana Bindu Upanishad descrive l’anima come un uccello che, spiccando continuamente il volo spinto da Prana, viene regolarmente tirato in basso dalla corda Apana, per un principio di azione e reazione, come un pallone che salta in alto proprio perché è stato percosso verso il basso, perché “Prana sempre si trae da Apana”. 4”Lo Jiva [l’anima individuale] che si trova sotto l’influenza di Prana e Apana va su e giù.
Lo Jiva a causa del suo muoversi continuo sul percorso destro e sinistro, non è visibile. Proprio come una palla percossa (sulla terra) salta in alto, così Jiva sempre lanciato da Prana e Apana non è mai a riposo.
Conosce lo Yoga chi sa che Prana sempre si trae da Apana e Apana  trae da Prana, come un uccello (allontanandosi e tuttavia non liberandosi) dalla stringa (a cui è legato).”
Dhyana Bindu Upanishad, 58-61a

Su questo passo vedi anche Swami Muktibodhananda, Swara Yoga: The Tantric Science of Brain Breathing, Yoga Publications Trust, p. 43-45.

In altre parole, questa pulsazione vitale è ambivalente: da un lato ci mantiene in vita, ma al tempo stesso ci comprime in un circolo chiuso, che non permette evoluzione. Avendo penetrato questa dinamica, e nella consapevolezza che non si può ‘tagliare la corda’ di Apana senza recidere anche Prana, lo Yoga utilizza queste due forze normalmente divergenti facendole convergere e generando così un surplus di energia.

Samana, il fuoco; la mente, il sacrificante

Prana2011-cover

Per questo occorre utilizzare un principio trasmutatore, una terza forza: questa forza è Samana, il fuoco. Come abbiamo visto, Samana è il soffio che ‘digerisce’: aria, cibo, pensieri, emozioni.

Nel Pranayama, l’azione di Samana viene potenziata regolando consapevolmente inspiro ed espiro e invertendo quindi la loro direzione, portando Prana in basso e Apana in alto, ed esercitando la terza fase del respiro, cioè la ritenzione, aumentando quindi il tempo di assimilazione di Prana e Apana.5Swami Muktibodhananda. Swara Yoga: The Tantric Science of Brian Breathing, Yoga Publications Trust, p. 44 Quest’operazione è spesso descritta nei termini del rito sacrificale vedico:

Altri offrono come sacrificio il respiro esalante [Apana] nell’inalante [Prana], e l’inalante nell’espirante, controllando il corso dei respiri esalanti ed inalanti [pranapana-gati], completamente assorbiti nel dominio del respiro.

Bhagavad Gita, IV, 29

Quello che reca equamente queste due oblazioni, che sono l’inspirazione [Prana] e l’espirazione [Apana] è il samana. La mente, in verità, è il sacrificante.

Prasna Upanishad, IV, 4
Pranayama

Oltre a Prana, Apana e Samana, i due passi tratti dalla Bhagavad Gita e dalla Prasna Upanishad aggiungono un elemento in più: nel pranayama è infatti richiesta la presenza del sacrificante, ossia la mente. Non si tratta però di un’operazione meramente concettuale e dobbiamo prescindere dall’accezione di sacrificio come rinuncia o immolazione. Il sacrificio (da sacer facere, letteralmente “rendere sacro”) è, in ultima analisi, compiere consapevolmente ciò che in condizioni normali viene compiuto sotto la pressione degli impulsi.

Quando l’oggetto del sacrificio è il respiro, ciò assume un significato particolare, perché questa è l‘unica funzione autonoma che possiamo alterare volontariamente, a differenza della  del battito cardiaco, della circolazione del sangue o della digestione, che tuttavia dal respiro sono fortemente influenzati.

Il prana, come abbiamo visto, è il nesso tra mente conscia, funzioni autonome, corpo e tutti gli altri ‘strati’ dell’essere umano. Ciò significa anche che regolando volontariamente il respiro possiamo regolare da un lato tutti gli altri processi vegetativi; dall’altro, l’attività della mente stessa.

Recita l’Hata-yoga Pradipika:

Colui che ha controllato il respiro, allo stesso tempo ha controllato la mente. E colui che ha controllato la mente, ha controllato anche il respiro.

Hata-Yoga Pradipika IV, 21

Finché il respiro è continuo, la mente rimane instabile, quando (esso) si arresta, (la mente) diviene calma e lo Yoghi raggiunge l’immobilità assoluta. Per questo si deve ritenere il respiro.

Hata-yoga Pradipika, II, 2

Come abbiamo già evidenziato, la ritenzione spontanea è il fine ultimo delle tecniche di pranayama: il respiro si riduce al minimo, o cessa completamente, ottenendo  il completo controllo sul corpo e l’immobilità della mente, permettendo così di percepire gli ‘strati’ più sottili che in condizioni normali sono offuscati dall’attività corporea e da quella mentale. 6

Significativi sono i pochi sutra dedicati da Patanjali al pranayama:


Realizzato questo [la padronanza del corpo con le asana] si ha il pranayama che è controllo e cessazione del movimento d’inspirazione e d’espirazione.
Questa regolazione della respirazione durante le sue fasi di espirazione, inspirazione e ritenzione, è inoltre soggetta a condizioni di tempo, luogo e numero, ognuna di queste potendo essere lunga o breve.
Vi è una tecnica particolare per regolare la respirazione che è in rapporto sia con quanto detto nel sutra precedente, sia con la sfera interiore del respiro.
Per mezzo di questa regolazione della respirazione l’offuscamento della mente, che è il normale risultato dell’influenza del corpo, è eliminato.
E così la mente si trova pronta per gli atti consapevoli.
Yoga Sutra, II, 49-53

Secondo l’Hata-yoga Pradipika, inoltre, la ritenzione spontanea è il vero pranayama:

Il pranayama è diviso in tre parti: rechaka (espirazione), puraka (inspirazione), e kumbhaka (ritenzione). Si ritiene che vi siano due tipi di kumbhaka: sahita [accompagnato da rechaka e puraka] e kevala [solo, senza rechaka né puraka].
Si deve praticare sahita-kumbhaka, finché non si ottiene il successo in kevala-kumbhaka, che è la semplice ritenzione del respiro, senza recaka né puraka.
Questo kumbhaka, puro, isolato, rappresenta il vero pranayama.
(Yoga Sutra, II, 49-53)

Energia e coscienza

Oltre al dualismo di Prana e Apana, c’è un’altra coppia di opposti che lo Yoga mira a unificare: quella tra l’energia vitale e l’energia mentale, due espressioni della stessa energia a livelli vibratori differenti, simboleggiati da Sole e Luna.

Per comprendere quali sono i termini di questa coppia di opposti dobbiamo fare però almeno un accenno agli ‘organi’ che regolano e distribuiscono il Prana  all’interno del corpo energetico umano.

Nadi e chakra

Le 72.000 nadi
Le nadi: come si può intuire, la questione è molto complessa…

Secondo la fisiologia indiana, il prana scorre attraverso una rete fittissima di canali, detti nadi, e il suo flusso è regolato da diverse centraline, ovvero i chakra, che funzionano da veri e propri ‘server’ nella trasmissione dell’energia.  7
“La generazione e la distribuzione del prana nell’organismo umano possono essere paragonate a quelle dell’energia elettrica. L’energia dell’acqua che cade o del vapore che ascende fa ruotare le turbine entro un campo magnetico per generare l’elettricità. L’elettricità viene poi immagazzinata negli accumulatori, e l’energia viene resa più o meno intensa mediante i trasformatori che regolano il voltaggio o la corrente. Quindi viene trasmessa lungo i cavi per illuminare le città o far funzionare i macchinari. Il prana è come l’acqua che cade o il vapore che ascende. L’area toracica è il campo magnetico. I processi della respirazione, inalazione, esalazione e ritenzione del respiro funzionano come le turbine, mentre i chakra rappresentano gli accumulatori e i trasformatori. L’energia (ojas) generata dal prana è come l’elettricità. Viene resa più o meno intensa dai chakra, e distribuita in tutto l’organismo lungo nadi, dhamani e sira, che sono i cavi di trasmissione. Se l’energia generata non viene debitamente regolata, distrugge il macchinario e l’equipaggiamento. Lo stesso avviene con il prana e l’ojas, perché essi possono distruggere il corpo e la mente del sadhaka.”
B.K.S Iyengar, Teorie e tecniche del pranayama, ed. Mediterranee, p.67

Senza voler entrare in una digressione che ci porterebbe lontano, ci limiteremo a osservare che sia per le nadi sia per i chakra si è tentato di individuare un corrispettivo fisiologico nel sistema circolatorio, nelle ghiandole endocrine e nei plessi nervosi.

Tuttavia, sebbene nadi e chakra trovino spesso delle corrispondenze nel corpo, ritengo che sia un errore voler identificare l’organo fisico con la sua controparte energetica: sarebbe come confondere la mente con la fisiologia del cervello, o, come abbiamo visto più sopra, il ciclo dell’ossigeno nella respirazione grossolana con la circolazione del prana.

Gli organi fisici sono quindi da intendere come i punti di interconnessione, o meglio le interfacce tra le attività fisiologiche e le attività energetiche e psichiche. Queste ultime, peraltro, sono allo stato ordinario espresse perlopiù solo in potenza. Comunque sia, come tutta la geografia sottile, nulla è da prendere  schematicamente alla lettera.

Socrates Geens: Sacred Mirror
Socrates Geens: Sacred Mirror

Si considerano comunemente sette chakra principali, anche se spesso si fa riferimento a numerosi centri secondari, disposti tra il perineo (Muladhara chakra) e la sommità della testa (Sahasrara chakra, che non sempre però è considerato alla stregua degli altri chakra). Queste due estremità rappresentano i poli attraverso cui si sviluppa l’esperienza yogica: l’Energia o Spazio (Shakti) e la Coscienza o Tempo (Shiva) che al culmine di tale esperienza realizzano l’originaria identità.

Tra di essi, vi è il centro sessuale (Svadhisthana), il centro vitale e dinamico (Manipura, nella regione dell’ombelico), il centro cardiaco, sede delle emozioni più raffinate e incondizionate (Anhata), il centro della gola (Vishuddhi) e quello mentale (Ajna, o “centro di controllo” situato in corrispondenza dell’epifisi).

Le nadi, infine, sono state quantificate in diverse decine di migliaia (72.000 o addirittura 350.000 secondo la Shiva Samhita), tuttavia lo Yoga si occupa principalmente delle tre nadi più importanti, che regolano il funzionamento di tutte le altre. In realtà, delle tre soltanto due (Ida e Pingala) sono normalmente attive, mentre la terza (Sushumna) è allo stato normale solo una potenzialità.

Ha-tha: Ida e Pingala, sole e luna

Ida e Pingala scorrono rispettivamente a sinistra e a destra della colonna vertebrale. Originano entrambe nella regione pelvica (sede del chakra mooladhara, centro dell’energia fisica), e terminano nell’Ajna chakra, nel centro del capo. Tra questi due estremi, a voler essere precisi, i tragitti di Ida e Pingala non sono lineari (come indicato simbolicamente dell’immagine qui a fianco) ma formano due sinusoidi che attraversano ogni centro, come in questa figura:

idapingala

Con Ida e Pingala incontriamo un’altra polarità, un’altra coppia di Yin e Yang. Se il dualismo Prana-Apana rappresentano energeticamente alto e basso, cioè la spinta verso la materia (escrezione) e quella verso l’energia più raffinata (assorbimento di Prana), quello di Ida e Pingala rappresenta il polo energetico negativo e quello positivo dell’essere umano, tra energia mentale ed energia vitale. Nell’essere umano, questa polarità si riflette sia nella lateralità corporea, sia a livello di sistema nervoso centrale, sia di quello periferico:

  • Ida è il polo ‘negativo’, regolato dalla respirazione della narice sinistra. È correlata all’attività mentale, emotiva e ricettiva, orientando l’attenzione verso l’interno. Corrisponde al sistema nervoso parasimpatico e all’attività dell’emisfero destro dell’encefalo, che controlla il lato sinistro del corpo.
  • Pingala è il polo ‘positivo’, regolato dalla respirazione nella narice destra. È correlata all’energia vitale fisica e al pensiero lineare, orientando l’attenzione verso il mondo esterno. Corrisponde al sistema nervoso simpatico e all’attività dell’emisfero sinistro del cervello, che controlla il lato destro del corpo.8Swami Niranjanananda Saraswati, Prana and Pranayama, Bihar School of Yoga, p.40-49
La polarità energetica rappresentata in un dipinto alchemico occidentale
La polarità energetica rappresentata in un dipinto alchemico occidentale

In condizioni normali, l’attività delle due narici non è mai omogenea, ma vi è sempre la predominanza di una narice sull’altra, secondo un’alternanza ciclica: nelle ore notturne, ad esempio, Ida è predominante, mentre Pingala domina durante il giorno, ma il discorso è molto complesso e sarà meglio affrontarlo in un articolo dedicato.

Nondimeno, questi due canali, allo stato ‘normale’ dell’essere umano, presentano quasi sempre delle impurità o delle ostruzioni che non solo provocano squilibri nell’intero complesso, e rendono inoltre impossibile attivare la sintesi.

Per questo lo scopo del pranayama, oltre a unire Prana e Apana, è di ‘pulire’ e di equilibrare i due canali laterali. Il termine stesso Hata Yoga indica la fusione di questi due principi, Ha (Sole, Pingala) e Tha (Luna, Ida).

La tecnica più rappresentativa di questa operazione è nadi sodhana, la respirazione a narici alternate, dove si inspira ciclicamente da una narice e si espira da quella opposta, e viceversa, inserendo poi le fasi di ritenzione.

Questa operazione attiva un terzo canale, ovvero Sushumna.

Sushumna o ‘il sentiero di mezzo’

Socrates Geens: Samadhi
Socrates Geens: Samadhi

Laddove Ida e Pingala rappresentano la polarità  energetica, Sushumna è il “sentiero di mezzo”, che scorre lungo la colonna vertebrale. Sushumna è il canale neutro.

La sua attivazione tramite le pratiche yogiche  di sushumna avviene quando entrambe le narici sono ugualmente attive e il flusso di Ida e Pingala è stato equalizzato. In condizioni normali, ciò avviene solo per pochi secondi nel momento di interscambio tra Ida e Pingala.

Lo Yoga mira a rendere stabile questo equilibrio. Tutte le tecniche dello Hata Yoga mirano a questo obiettivo finale. La stessa fusione di Prana in Apana, descritta più sopra, è finalizzata all’apertura di Sushumna.

Con l’attivazione del terzo canale, si sperimenta uno stato in cui entrambi gli emisferi si attivano contemporaneamente. L’energia vitale (prana shakti) e quella mentale (manas shakti) si bilanciano e si fondono. Ancora una volta, il dinamismo generato dalla dualità viene riassorbito in una sintesi superiore conducendo a stati di coscienza non ordinari:

Il Sole e la Luna sono i fattori del tempo, che è formato dal giorno e dalla notte. Sushumna divora il tempo: questo è considerato un segreto.

Hata-yoga Pradipika, IV, 17

Qui, lo Hata-Yoga Pradipika descrive due fenomeni, che in realtà sono due aspetti dell’attivazione di Sushumna: il riassorbimento (laya) dell’energia individuale e della mente individuale nella mente e nell’energia universali; e, dall’altro lato, il risveglio dell’energia cosmica all’interno dell’essere umano – la famosa Kundalini, il Mahaprana (prana cosmico) che giace dormiente alla base della colonna vertebrale: è l’unione del centro sacrale e di quello della sommità del capo, l’accoppiamento di Shakti e Shiva.

Ma qui siamo giunti molto lontano nel nostro percorso…

Miracoli

Miracoli termodinamici… eventi così improbabili da essere impossibili, come l’ossigeno che si trasforma spontaneamente in oro.

Alan Moore, Watchmen
La pratica del Tummo tra gli yogin tibetani
La pratica del Tummo tra gli yogin tibetani

Cosa sono dunque i miracoli? Nei testi antichi spesso si descrivono le siddhi, i poteri miracolosi che derivano dalle pratiche yogiche, come l’ubiquità o la facoltà di divenire infinitamente piccoli o infinitamente grandi.

Anche la pratica del pranayama, da sola, pare dispensi una buona dose di poteri extra-ordinari. Tuttavia, normalmente le siddhi vengono enumerate proprio per avvertire il praticante di non lasciarsi distrarre dai fuochi d’artificio.

Il vero miracolo, la magia operata dallo yoga è invece un’altra, e il pranayama ne è un esempio: è il procedimento tipicamente  tantrico attraverso cui una condizione limitante viene superata utilizzando i termini stessi di quella condizione, facendo lavorare insieme due forze normalmente opposte e generando un’enorme surplus di energia.

Senza comprendere questo, ripetere che Yoga significa unione (con il divino) rischia di rimanere lettera morta, una vuota formula-contenitore che può essere riempita da tutto e niente.

Ciò che spero sia emerso con questo articolo, è che l’unione significa conciliare il dualismo in un essere umano fondamentalmente scisso, in continuo movimento nel ciclo tra opposti che non permettono alle componenti più profonde di emergere e di risolversi, né di evolvere.

yoga exhibit2

Al di là delle esperienze descritte nei testi – inaccessibili per i più, e sulle quali si è molto fantasticato – ritengo che lo Yoga attraverso il pranayama offra uno strumento potenzialmente dirompente per penetrare e risolvere i processi fisici, psichici e mentali aggirando la trappola dell’intellettualizzazione da un lato, e della riduzione a puro esercizio fisico dall’altro.

È inoltre un veicolo perfetto per giungere stati di meditazione, portando alla quiete della mente attraverso la regolazione del Prana, laddove le tecniche di meditazione propriamente dette agiscono in senso opposto e complementare, giungendo all’immobilità dei soffi vitali attraverso l’immobilità della mente: entrambi gli approcci sono validi e anzi ricevono un enorme potenziamento se abbinati.

I grandi traguardi, tuttavia, sono contenuti nei piccoli traguardi. La chiave, appunto, è ciò che accomuna coscienza e corpo, e che può condurre all’unità di entrambi: l’energia, in ogni espiro e in ogni inspiro, sotto la testimonianza vigile della mente.

Note[+]

Note
↑1 Swami Niranjanananda Saraswati, Prana and Pranayama, Yoga Publications Trust, 2009, p.9
↑2 Swami Gitananda Giri, La voce del re serpente: saggi sull’Astanga Yoga di Patanjali, Ed. Laksmi, p.86
↑3 Per la precisione, esisterebbero anche altri 5 soffi sussidiari, di cui qui non parleremo per non rendere il discorso troppo complesso.
↑4 ”Lo Jiva [l’anima individuale] che si trova sotto l’influenza di Prana e Apana va su e giù.
Lo Jiva a causa del suo muoversi continuo sul percorso destro e sinistro, non è visibile. Proprio come una palla percossa (sulla terra) salta in alto, così Jiva sempre lanciato da Prana e Apana non è mai a riposo.
Conosce lo Yoga chi sa che Prana sempre si trae da Apana e Apana  trae da Prana, come un uccello (allontanandosi e tuttavia non liberandosi) dalla stringa (a cui è legato).”
Dhyana Bindu Upanishad, 58-61a

Su questo passo vedi anche Swami Muktibodhananda, Swara Yoga: The Tantric Science of Brain Breathing, Yoga Publications Trust, p. 43-45.

↑5 Swami Muktibodhananda. Swara Yoga: The Tantric Science of Brian Breathing, Yoga Publications Trust, p. 44
↑6

Significativi sono i pochi sutra dedicati da Patanjali al pranayama:

Realizzato questo [la padronanza del corpo con le asana] si ha il pranayama che è controllo e cessazione del movimento d’inspirazione e d’espirazione.
Questa regolazione della respirazione durante le sue fasi di espirazione, inspirazione e ritenzione, è inoltre soggetta a condizioni di tempo, luogo e numero, ognuna di queste potendo essere lunga o breve.
Vi è una tecnica particolare per regolare la respirazione che è in rapporto sia con quanto detto nel sutra precedente, sia con la sfera interiore del respiro.
Per mezzo di questa regolazione della respirazione l’offuscamento della mente, che è il normale risultato dell’influenza del corpo, è eliminato.
E così la mente si trova pronta per gli atti consapevoli.

Yoga Sutra, II, 49-53

Secondo l’Hata-yoga Pradipika, inoltre, la ritenzione spontanea è il vero pranayama:

Il pranayama è diviso in tre parti: rechaka (espirazione), puraka (inspirazione), e kumbhaka (ritenzione). Si ritiene che vi siano due tipi di kumbhaka: sahita [accompagnato da rechaka e puraka] e kevala [solo, senza rechaka né puraka].
Si deve praticare sahita-kumbhaka, finché non si ottiene il successo in kevala-kumbhaka, che è la semplice ritenzione del respiro, senza recaka né puraka.
Questo kumbhaka, puro, isolato, rappresenta il vero pranayama.

(Yoga Sutra, II, 49-53)

↑7
“La generazione e la distribuzione del prana nell’organismo umano possono essere paragonate a quelle dell’energia elettrica. L’energia dell’acqua che cade o del vapore che ascende fa ruotare le turbine entro un campo magnetico per generare l’elettricità. L’elettricità viene poi immagazzinata negli accumulatori, e l’energia viene resa più o meno intensa mediante i trasformatori che regolano il voltaggio o la corrente. Quindi viene trasmessa lungo i cavi per illuminare le città o far funzionare i macchinari. Il prana è come l’acqua che cade o il vapore che ascende. L’area toracica è il campo magnetico. I processi della respirazione, inalazione, esalazione e ritenzione del respiro funzionano come le turbine, mentre i chakra rappresentano gli accumulatori e i trasformatori. L’energia (ojas) generata dal prana è come l’elettricità. Viene resa più o meno intensa dai chakra, e distribuita in tutto l’organismo lungo nadi, dhamani e sira, che sono i cavi di trasmissione. Se l’energia generata non viene debitamente regolata, distrugge il macchinario e l’equipaggiamento. Lo stesso avviene con il prana e l’ojas, perché essi possono distruggere il corpo e la mente del sadhaka.”
B.K.S Iyengar, Teorie e tecniche del pranayama, ed. Mediterranee, p.67
↑8 Swami Niranjanananda Saraswati, Prana and Pranayama, Bihar School of Yoga, p.40-49
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Il mondo è un recipiente sacro e non si può governare

30 Ottobre 2014 by Marco Invernizzi 1 commento


Con un ringraziamento a Francesco Vignotto per il lavoro editoriale svolto su questo articolo.

Contenuti

  • Che sapore ha l’aceto?
  • L’aceto è guasto: Confucio
  • L’aceto è amaro: Buddha
  • L’aceto è aceto: Laozi
    • Le mappe alchemiche
    • L’alchimia e la ricerca dell’immortalità
  • Equilibrio e Armonia

Che sapore ha l’aceto?

Tre saggi sono riuniti attorno a un barile di aceto. Ognuno ne ha appena assaggiato il contenuto ed esprime le proprie impressioni. Il primo ha un’espressione di disappunto, il secondo di amarezza, e il terzo infine sorride.

I tre saggi sono, nell’ordine, Confucio, Buddha e Laozi, ovvero i rappresentanti delle tre correnti principali della Tradizione Cinese, nella quale l’episodio è un tema molto ricorrente e che è qui molto bene esplicitato da questa vignetta:

confucio-buddha-laozi-ita

L’aceto simboleggia la vita e i tre saggi sembrano avere atteggiamenti contrastanti: per Confucio occorre correggerne il degrado dalla corretta via del passato; per Buddha è caratterizzata inevitabilmente dal dolore e l’unica via di scampo è abbandonare ogni attaccamento; per Laozi, infine, anche attraverso il sapore al tempo stesso acido e amaro dell’aceto è possibile esperire l’armonia celeste.

L’episodio è in apparenza “di parte” e decisamente a favore del Taoismo (cioè la tradizione rappresentata da Laozi) a discapito delle altre due tradizioni. Tuttavia, come vedremo, le altre due tradizioni, qui forse eccessivamente stilizzate, in realtà non sono così in disaccordo con Laozi.

Laozi, Confucio e Buddha

Tuttavia, secondo una delle interpretazioni del celebre dipinto, siccome i tre Maestri sono riuniti attorno allo stesso barile, i Tre Insegnamenti sono in realtà uno solo, un contenuto unico ma al contempo dinamico che ha animato e anima discipline come il Tai Chi Chuan, il Qi gong, la Medicina Tradizionale Cinese e il Buddhismo C’han (che in Giappone diventerà Zen).

L’affermazione, la negazione e la sintesi; l’esperienza dell’azione rituale, l’esperienza del Vuoto e quella delle Presenze (necessaria per percepire il vuoto): l’unione di questi tre aspetti ha reso e rende tuttora, anche se molto meno “visibile”, la Tradizione Cinese una delle più ricche e dinamiche vie all’interno delle varie Tradizioni su questo pianeta.1C. Moiraghi, Qi Gong, Fabbri editori 2002. ISBN 88-451-8009-3 Moiraghi. la via della Forza Interiore, trattato di energetica esperienziale cinese. Casa Editrice Meb 1995. ISBN 88-7669-490-0

Un particolare in apparenza curioso è che l’Alchimia, ovvero la via della Trasmutazione, in Cina si sviluppò proprio in seno al Taoismo, il quale sembrerebbe invitare ad accettare il mondo così com’è:

Vorresti afferrare il mondo e cambiarlo?
Io vedo che non è possibile.
Il mondo è un recipiente sacro: non si può cambiare.
Coloro che lo cambiano lo rovinano,
coloro che lo afferrano lo perdono

Laozi2Daodejing, XXIX, Feltrinelli,

Questo paradosso – anch’esso apparente – racchiude un insegnamento molto profondo e ci invita a varcare il confine tra il livello letterale e quello nascosto di questa tradizione. Se esiste un ordine celeste che respira attraverso i pori di tutta la realtà sensibile, quest’ordine – visto da qui – assomiglia molto al caos e non può che essere espresso per paradossi e con un forte senso dello humor: tale appare il sapore aspro dell’aceto, se lo si considera quale corruzione del vino.

Ma per poter agire senza spezzare il “recipiente sacro” del mondo (o più probabilmente esserne spezzati), occorre innanzitutto  assecondare quest’ordine non opponendo resistenza. Allora la propria volontà perde ogni connotato egoico (Il saggio non ha una mente propria […] e fa della turbolenza del mondo la propria mente3Lao Tzu, Daodejing, LXIV, Feltrinelli,) e l’azione è tale quale alla non-azione (wei wu wei). A quel punto, non può incontrare ostacolo alcuno:

Il cielo dura e la terra permane.
La ragione per cui cielo e terra
possono durare e permanere
è che non vivono per sé stessi;
perciò possono vivere a lungo.
Per questo il saggio si tira indietro
e viene a trovarsi davanti,
si esclude, ma rimane presente.
Non è forse perché non ha fini personali
che può realizzare i suoi fini personali?

Laozi, Tao Te Ching (Daodejing), VII

Tuttavia sbaglieremmo – lo ripetiamo – a voler circoscrivere tutto questo al solo Taoismo. Come vedremo in questo articolo,  anche questa esperienza, dev’essere letta alla luce dei Tre Insegnamenti, che rappresentano i tre principi necessari perché la trasformazione non rimanga bella teoria. Per questo vogliamo iniziare un viaggio che sicuramente non riuscirà a toccare tutti i temi e gli intrecci tra Buddhismo, Confucianesimo e Taoismo, ma che speriamo riesca a far emergere il disegno di fondo.

L’aceto è guasto: Confucio

Kongfuzi (551-479 a.C.), conosciuto anche come “Maestro Kong” o Confucio in Occidente è il fondatore del Confucianesimo. Questa Tradizione si fonda sui principi di un’etica individuale e sociale basata sul senso di rettitudine e giustizia, sull’importanza dell’armonia nelle relazioni sociali e nel vissuto quotidiano.

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Una bizzarra e gigantesca rappresentazione di Confucio dell’artista contemporaneo cinese Zhang Huan.

Il Confucianesimo quindi esplica i suoi fondamenti principalmente in ambito sociale, familiare e statale, fornendo delle norme etiche e rituali ereditate dall’antichità che hanno lo scopo di generare armonia nei rapporti umani che rifletta quella delle dinamiche Universali. Viene data inoltre quindi molta importanza allo studio, alla riflessione e al miglioramento in generale di sé e del prossimo sempre col fine di promuovere Ordine e Armonia.

Nella sua opera principale, I dialoghi, Confucio si presenta come “un messaggero che nulla ha inventato”, impegnato solo a trasmettere la sapienza degli antichi.

Inizialmente il suo pensiero, più che una Tradizione era un invito a riflettere su se stessi (microcosmo) e quindi di riflesso sul mondo inteso nella sua universalità (macrocosmo). Solo in seguito, principalmente ad opera dei suoi discepoli, di cui il principale era suo nipote Zi Si, vi fu la codifica di un vero e proprio corpus filosofico basato principalmente su di un sistema rituale e una dottrina morale e sociale, che si proponevano di rimediare alla decadenza spirituale della Cina, in un’epoca di profonda corruzione e di gravi sconvolgimenti politici.

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Confucio non volle mai, invece, trattare questioni soprannaturali o che trascendessero l’esperienza umana, limitandosi ad aspetti più “concreti” e legati alla vita di tutti i giorni. Per questo motivo il Confucianesimo rapidamente diventò il cuore del sistema educativo cinese, e numerose importanti figure del confucianesimo come Mencio e Xunzi svilupparono questa dottrina nei secoli sul piano etico, sociale e politico.

Il confucianesimo penetrò quindi profondamente nel sistema di pensiero dei cinesi e dei loro statisti, divenendo il pensiero politico dominante, raramente messo in discussione fino agli inizi del XX secolo; tuttavia per le caratteristiche descritte in precedenza, tra cui il relativo disinteresse per il sovrannaturale, risulta difficile inquadrarla come una religione.

Interpretando le basi concettuali di questa Tradizione come il rapporto macro-microcosmo, lo stimolo alla riflessione e la ricerca dell’Armonia all’interno e al di fuori di sé, si notano molti rimandi ed elementi comuni al Taoismo e alla tradizione Induista. Per questo motivo, come vedremo in seguito per le altre due grandi Tradizioni cinesi, l’apporto reale del solo Confucianesimo alla Tradizione Cinese risulta difficilmente quantificabile, e soprattutto sarebbe riduttivo se analizzato come slegato dalle altre due.

L’aceto è amaro: Buddha

Monaci buddhisti a Zhengzhou, foto di Steve McCurry
Monaci buddhisti a Zhengzhou, foto di Steve McCurry

Il Buddhismo è una delle religioni più antiche e più diffuse al mondo, una religione piuttosto originale in quanto non si fonda sulla fede in un Dio, bensì su una via per raggiungere la liberazione, la buddhi, ovvero l’illuminazione, “attraverso la quale si arriva a prendere atto della realtà, quale risultato di un intreccio di elementi che si condizionano reciprocamente”.

Con il termine Buddhismo intendiamo l’insieme di dottrine e di pratiche che originò  dagli insegnamenti di Siddhartha Gautama, il Buddha storico vissuto tra il VI e il V secolo avanti Cristo in India. Di famiglia nobile e molto ricca, all’età di 29 anni Siddharta venne a contatto con la sofferenza umana durante una visita fuori dall’ambiente protetto della reggia paterna.

Decise allora di abbandonare la famiglia (tra cui moglie e figlio) e di rifiutare ogni ricchezza per dedicarsi alla vita meditativa e trovare una soluzione al problema del dolore che accompagna l’esistenza, alla ricerca di una via per la liberazione dal ciclo di cause-effetto che da sofferenza genera inevitabilmente sofferenza.

Siddharta Gautama definì in seguito questo ciclo coproduzione condizionata, ovvero interdipendenza dei fenomeni, “perché esiste quello, esiste questo”.4Gautama Buddha, Nidānasūtra 124, 547b-548a Il Buddha elencò dodici cause, ognuna delle quali genera la successiva quale effetto:

  1. L’ignoranza genera i
  2. coefficienti karmici (ovvero la traccia delle azioni passate), che generano
  3. la coscienza, che genera
  4. nome e forma, che generano
  5. i sei sensi, che generano
  6. il contatto, che genera
  7. la sensazione, che genera
  8. la brama, che genera
  9. l’attaccamento, che genera
  10. l’esistenza, che genera
  11. la nascita, che genera
  12. vecchiaia, morte, tristezza e sofferenza
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Nella sua ricerca, Siddharta Gautama sperimentò molte dottrine e praticò anche forme di ascetismo estremo. Tuttavia a suo parere nessuna di queste vie offrivano una reale liberazione. Con estrema finezza, Siddharta individuava anche nelle vie allora codificate e nella rinuncia alla vita mondana una forma di attaccamento all’io, una brama, un seme che rimetteva in moto la catena delle cause e degli effetti e provocava la ricaduta nel ciclo che genera sofferenza.

Continuando quindi nella sua ricerca di una ‘via di mezzo’, all’età di 35 anni, dopo sette giorni intenso raccoglimento, Siddharta Gautama conseguì l’illuminazione ed entrò nel Nirvana – ovvero la “condizione di incondizionato”.

Alla base del suo insegnamento vi sono le Quattro Nobili Verità e l’Ottuplice Sentiero, enunciati nel famoso Discorso della messa in moto della ruota del Dharma, che qui esponiamo molto in sintesi:

  1. La verità del dolore: tutti gli aggregati fisici e mentali sono soggetti a nascita, vecchiaia, malattia, morte, unione con ciò che è spiacevole e distacco da ciò che è piacevole.
  2. La verità dell’origine del dolore: l’origine è l’attaccamento a ciò che è impermanente e che quindi genera inevitabilmente sofferenza.
  3. La verità della cessazione del dolore: è la cessazione (nirodha) della brama, abbandonando l’attaccamento a ciò che è solo provvisorio.
  4. La verità della via che conduce alla cessazione del dolore: è la “via di mezzo” che rifugge “i due estremi”, non indulgendo nei piaceri sensoriali, ma nemmeno abbracciando la “l’automacerazione, dolorosa, ignobile, senza profitto”. La via consiste nell’Ottuplice sentiero: retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto modo di vivere, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione.

Questa breve esposizione non fa giustizia della sterminata complessità che assunse questa dottrina nei millenni successivi, diffondendosi in tutta l’Asia e anche, a partire dal XIX secolo, in Occidente. Ci aiuta a comprendere meglio l’espressione amara del Buddha nei confronti dell’aceto: la vita, secondo il Buddhismo, è dominata dalla sofferenza.

"Grasso come un Buddha": in realtà il personaggio grasso e ridente che ricorre spesso nell'arte popolare cinese non è il Buddha Siddharta Gautama, ma il Budai
“Grasso come un Buddha”: in realtà il personaggio grasso e ridente che ricorre nell’arte popolare cinese e giapponese non è il Buddha Siddharta Gautama, ma il Budai. Probabilmente in origine il Budai fu una divinità folkloristica, ma successivamente fu inglobato nel Buddhismo, nel Taoismo e nello Shintoismo.

Tuttavia occorre sottolineare che il Buddhismo è tutt’altro che una visione pessimista e – come abbiamo visto – rifugge l’estremismo ascetico: ricordiamo che, al di fuori dell’episodio dei Tre Saggi, il Buddha è generalmente rappresentato sorridente, un’espressione di sereno distacco più che di amara rinuncia. La causa principale della sofferenza, infatti, è l’ignoranza della sua vera natura, ovvero l’attaccamento a ciò che è impermanente.5Impermanenza che comprende anche il concetto di io: “Il Buddhismo, forse anche nella sua primitiva formulazione, aveva sostenuto […] che non esiste un io permanente, un atman, un jiva, un purusa [tutti termini che indicano il sé, universale o individuale, nelle diverse tradizioni indiane, NdR]; ma non per questo sottraeva l’uomo alla responsabilità delle proprie azioni. Ciò che noi compiamo fruttifica; ogni pensiero, primo motore dell’azione, racchiude in sé l’esperienza passata e si proietta, così carico, nel pensiero seguente; la nostra personalità si riduce a un fluire perenne di elementi (dharma) in continuo moto condizionato; questo moto è dolore; la pace è nella cessazione di questo moto, il quale è arrestato dall’eliminazione del carma infetto; l’eliminazione avviene in virtù della disciplina morale e della conoscenza.” (G. Tucci, Storia della filosofia indiana, Laterza, pag. 52)

E qui, come vedremo in seguito, i punti di contatto con il Taoismo sono molteplici, in primo luogo il concetto Vacuità (Sunyata) quale vera realtà che trascende tutti i fenomeni impermanenti, e che proprio per l’affinità con il Tao 6Cfr Laozi, XI: “Trenta raggi convergono in un mozzo:/grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del carro.” trovò un terreno molto ricettivo nella Cina antica, così come la percezione che di un ordine che unisce ciò che in apparenza è dissimile.

Neve copiosa in tazze d’argento,
aironi celati dalla luna splendente;
cose dissimili nell’affine
la confusione è il luogo della conoscenza.

Pao-ching san-mei ko, “Poema del Samadhi dello specchio prezioso”7In L. Arena, Antologia del Buddhismo Ch’an, Mondadori, 180
Bodhidharma
Bodhidharma

Le influenze Buddiste sulla Tradizione Cinese sono fatte risalire alla figura di Bodhidharma (India, 483 circa – Shaolin, 540), un monaco buddhista indiano, 28° patriarca del Buddhismo indiano secondo la tradizione Chan/Zen, appartenente alla corrente Mahayana, ed erede del Dharma, del maestro Prajñātāra.

Bodhidarma raggiunse la Cina e si stabilì nei pressi della capitale dell’epoca che era Luoyang, presso il monastero di Shaolin. Qui si narra che dopo 9 anni di meditazione insegnò ai monaci il sentiero marziale (che nei secoli si trasformò nella leggendaria imbattibilità dei monaci guerrieri buddisti di Shaolin) e un corpus di insegnamenti che rientrano sotto la definizione di Buddhismo Ch’an. Da questa scuola nasceranno poi in Giappone le diverse scuole di Buddhismo Zen.

In realtà molti aspetti propri al buddismo tantrico di origine Himalayana-Tibetana (Vajrayana o veicolo di Diamante) e della sua propaggine mongola sono fortemente presenti anche nel Taoismo, deponendo quindi a favore di un’influenza di queste correnti Buddhiste sulla Tradizione Cinese in toto, anche se mancano le testimonianze e le prove di un reale contatto.8Giovanni Filoramo (a cura di), Mario Piantelli, Ramon N. Prats, Erich Zürcher, Pier Paolo Del
Campana, Heinz Beckert, Martin Baumann, Buddhismo, Bari, Laterza, 2007, ISBN
978-88-420-8363-4

L’aceto è aceto: Laozi

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Il Dao di cui si può parlare non è l’eterno Dao.
I nomi che si possono nominare non sono nomi eterni.
Senza nome, l’origine di cielo e terra

Laozi, Daodejing, I

Definire il Taoismo risulta molto complicato, proprio perché il tentativo di catalogarlo come una religione da parte del Mondo Occidentale ha sviato in parte l’interpretazione dei suoi reali contenuti.

Innanzitutto il termine Taoismo (o Daoismo) si rifà appunto al termine Dao (o Tao), che, come detto prima è stato erroneamente paragonato al concetto di Dio come viene inteso nelle religioni monoteiste e in particolare in Occidente.

In realtà Tao esprime un concetto più complesso essendo al contempo il principio che abbraccia e comprende tutto l’Universo, gli esseri viventi, cielo, terra e sole ma è anche l’ente determinante tutti questi aspetti. È quindi il cardine dell’universo, la sorgente da cui scaturisce e a cui ritorna ogni cosa.

una delle cinque montagne sacre taoiste, fotografati nel 1935.
Monaci taoisti sul Monte Huashan una delle cinque montagne sacre taoiste, fotografati nel 1935.

Quindi il Tao, nella sua caratteristica di principio originario e ordinatore, trova molte similitudini con il concetto di Logos presocratico, di Uno Neoplatonico e nel suo significato di Via, intesa come Sentiero per il raggiungimento dell’armonia con il Tutto, anche con il concetto di Dharma proprio del Buddhismo.

La sua origine non è perfettamente riconducibile ad un personaggio, ad una rivelazione o ad un preciso momento storico. Infatti è più il risultato di un processo di evoluzione progressiva dei contenuti, partendo dalle Tradizioni Sciamaniche e Wu di difficile inquadramento cronologico, e di integrazione di messaggi e informazioni successive. E a tal proposito è interessante che sulla reale esistenza del principale autore Taoista – Laozi (o anche Lao Tzu) – tuttora si dibatte.

il Taoismo non ha né data né luogo di nascita

Isabelle Robinet9Storia del Taoismo dalle origini al XIV secolo, Ubaldini, p. 8

E a tal proposito per convenzione si fa risalire appunto a questo autore e al libro Daodejing (400 a.C. circa) “l’inizio” di questa tradizione. Il libro è una raccolta di pensieri di origine più antica, fino a quel momento tramandati soltanto oralmente, integrati da una serie di riflessioni a commento.

Il Tao di cui io parlerò non è l’eterno tao

Laozi

Una delle interpretazioni di questa frase, alla luce di altri passaggi del testo che ritornano su questo argomento, è che vi sia una dimensione dicibile del Tao che però non arriva a sfiorare la vera natura di esso, che per definizione sfugge a qualunque tentativo di “presa” mediante il discorso e il linguaggio.

Laozi
Laozi

Circa il significato del titolo:

  • Dao/Tao letteralmente ha il significato di “via”
  • De/Te traducibile con “virtù”
  • Jīng/Ching viene qui usato nei significati di canone o “grande libro” o “classico”

Nella cultura cinese il termine Taoismo copre tantissimi argomenti diversi, dal cosiddetto aspetto regolamentato, codificato dal Canone Taoista 10 Il Daozang, raccolta di almeno cinquemila testi che costituiscono la summa della letteratura taoista, raccolti tra il V e il VI secolo dopo Cristo. , che lo ha reso interpretabile come una religione, fino a concezioni di vita ascetiche e mistiche, totalmente avulse dal concetto di religione, finalizzate all’armonia con la natura.

Il simbolo principale, universalmente associato al Taosimo è il Taijitu, dove le controparti yin e yang sono rispettivamente di colore nero (o blu) la parte yin e di colore bianco (o rosso) la parte yang.

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L’Armonia e L’ Equilibrio con il Tutto, il Tao appunto, che è sia il Sentiero che la Meta, viene raggiunta tramite una “armonizzazione” esplicata nel concetto di “agire senza agire” (wei wu wei), cioè permettere il ritmo naturale delle cose, non deviare o forzare la spontaneità della natura, non imporre la propria volontà sopra l’organizzazione del mondo ma più che altro agire in armonia con la volontà organizzatrice superiore che è appunto il Tao.

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Da qui traspare un forte messaggio di essenzialità, di eliminazione del superfluo per cogliere l’aspetto più profondo delle cose, l’essenza appunto, attraverso un processo in cui il cardine sono la “naturalezza” e la “spontaneità”. Il tutto però non visto in un’ottica di lassismo o di accettazione passiva delle cose, ma tramite un intento attivo che è ricercabile soltanto nel profondo dell’essere umano, tramite un percorso evolutivo che porta il praticante stesso a eliminare tutto il superfluo.

Essere in accordo con il Tao, anzi, è muoversi negli interstizi, penetrando dunque l’esperienza sensoriale e attraverso (per mezzo) di essa passando oltre, in un percorso “positivo” che appare complementare – e opposto – a quello “negativo” Buddhista, ma che è essenzialmente identico. Così il macellaio del principe Wen-Hui, il cui coltello dopo diciannove anni è ancora perfettamente affilato, afferma nel Zuang-zi (Chuang Tzu), altra opera fondamentale del Taoismo:

Amo il Tao e così miglioro nella mia arte. All’inizio della mia carriera non vedevo che il bue. Dopo tre anni di pratica, non vedevo più il bue. Adesso è il mio spirito che opera, più che i miei occhi. I miei sensi non agiscono più, ma soltanto il mio spirito.  Conosco la conformazione naturale del bue e attacco solo gli interstizi. […] In verità, le giunture delle ossa hanno degli interstizi e il taglio del coltello non ha spessore. Colui che sa introdurre il filo della lama in quegli interstizi usa agevolmente il proprio coltello, perché si muove attraverso i vuoti. 11Zhuang-zi, III, Adelphi, pp. 35-36

Le mappe alchemiche

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La principale mappa alchemica di Mawangdui, grazie alla quale è stato possibile ricostruire i diagrammi delle pratiche di Qi Gong ritrovati nella tomba (vedi immagine successiva). Sull’interpretazione di questa mappa pubblicheremo degli approfondimenti molto presto.

Proprio perché si rivolge alla parte più interiore, profonda e spirituale la modalità comunicativa nel Taoismo è peculiare. Infatti non segue dinamiche lineari e i testi contengono molte metafore e poche reali indicazioni pratiche, ma sono orientate a portare il lettore ad uno stato di apertura in cui non è tanto l’intelletto a essere principalmente interessato ma altre modalità percettive più legate all’intuizione.

Il classico esempio di queste modalità sono le cosiddette Mappe Alchemiche, vere e proprie schematizzazioni grafiche intuitive di aspetti cosmogonici legati alla realtà che senza troppe spiegazioni inducono una lettura che trascende i normali processi elaborativi intellettuali.

A tal proposito basti pensare che moltissime informazioni fino a poco tempo fa sconosciute riguardo alle pratiche di lunga vita taoiste come il Tai Chi e il Qi gong sono state rinvenute negli anni settanta del secolo scorso con l’importantissima scoperta archeologica della tomba di Mawangdui del II secolo a. C.

In tale sito era stata sepolta la Marchesa di Dai, iniziata taoista di altissimo livello, e vi erano contenute numerose “mappe” e rappresentazioni riguardanti appunto questi aspetti e per gli studiosi ha segnato un punto di svolta nella possibilità di “riscoprire” il Taoismo sistematizzare le pratiche psicocorporee miranti a lavorare sul Qi (ovvero, come vedremo e approfondiremo nei prossimi articoli, sull’energia).

Sequenza di esercizi psicofisici proveniente dalla tomba di Mawangdui
Sequenza di esercizi psicofisici e respiratori proveniente dalla tomba di Mawangdui

L’alchimia e la ricerca dell’immortalità

Abbiamo nominato le mappe alchemiche taoiste e occorre dunque accennare, almeno per brevi capi, al concetto di Alchimia. L’Alchimia Taoista è una pratica spirituale finalizzata alla ricerca dell’immortalità, intesa non tanto in termini cronologici ma come ricerca di stati esperienziali estatici e mistici.

Il termine immortalità si è prestato a numerose interpretazioni e quello forse più completo è un superamento dei limiti del corpo fisico attraverso un lungo processo di manipolazione del corpo energetico in cui esso viene “trasmutato” in una forma più sottile e spirituale. L’essere umano in questo stato fisico e di coscienza “si eleva” fino a trascendere i limiti della dimensione spazio-temporale della sua incarnazione, che prevede la morte fisica (da qui la confusione con un concetto di immortalità intesa solo in senso letterale sul piano fisico).

Si possono distinguere due diverse tradizioni dell’Alchimia:

  • l’Alchimia Interna (Nei dan o cinabro interiore). Questa riguardava esclusivamente l’interiorità dell’essere umano, focalizzandosi esclusivamente su pratiche meditative e pratiche spirituali finalizzate al raggiungimento di stati di coscienza trascendenziali. L’Alchimia Interna si può considerare complementare al daoismo più liturgico, la sua parte più Esoterica e scevra di aspetti religiosi e dottrinali, una via non finalizzata al raggiungimento di uno scopo materiale ma più vicina ad una tecnica per aggiungere l’illuminazione.
  • l’Alchimia Esterna (Wai dan o cinabro esteriore) invece, poneva l’accento su tecniche più fisiche e materiali (quindi esterne) finalizzate alla trasformazione dei metalli in oro. Nella ricerca sul piano materiale della trasmutazione vi era un riflesso di quello stesso processo interiore ricercato dall’Alchimia Interna in cui l’uomo (metallo grezzo) attraverso processi successivi di purificazione e trasmutazione raggiunge uno stato superiore di purezza e quindi l’immortalità simboleggiato dall’oro.12Leonardo Vittorio Arena, L’innocenza del Tao: storia del pensiero cinese, Milano, Mondadori

Equilibrio e Armonia

I Tre Insegnamenti come uno
I Tre Insegnamenti come uno: Confucio porge Gautama Buddha in fasce a Laozi.

Da questa introduzione, riduttiva ma comunque necessaria per meglio comprendere il discorso che svilupperemo nei prossimi articoli, emerge come le tre principali Tradizioni alla base del pensiero cinese contengano degli elementi comuni e delle complementarietà che tradiscono le diverse influenze che nei millenni hanno esercitato reciprocamente.

Abbiamo già parlato delle apparenti divergenze e le sostanziali affinità tra Taoismo e Buddhismo, la cui naturale ibridazione produsse il Buddhismo Ch’an/Zen.

D’altro canto, in tutta la storia cinese compare una apparente contrapposizione anche tra Confucianesimo e Taoismo, l’uno caratterizzato da una sorta di visione razionale e “terrena” finalizzata all’armonia nella vita sociale, burocratica e statale; l’altro da uno stuolo di mistici, guaritori, sciamani e alchimisti miranti sempre all’armonia ma ad un aspetto più spirituale.

In realtà essi spiegano la vitalità della cultura cinese perché testimoniano il profondo abbraccio che li lega come principio della Terra e del Cielo insieme al Buddhismo, principio trasmutatore dell’Uomo, in un unico sistema dinamico. 13Lao Tzu, Tao Te Ching: il libro della virtù e della via, Moretti & Vitali, ISBN 88-7186-269-4Hua Ching Ni. La Via mistica del Tao. M.I.R. edizioni 1998. ISBN 88-86873-56-5
Giulia Boschi. Medicina Cinese: la radice e i fiori. Corso di sinologia per medici e appassionati Casa Editrice Ambrosiana 2003. ISBN 88-408-1263-6 Georges Charles. Qi Gong ed energia vitale. Pratiche Taoiste di lunga vita. Edizioni Pendragon 2008. ISBN 978-88-8342-573-8

Laozi e Confucio
Laozi e Confucio

Infatti, la chiave interpretativa alchemica rivela come Confucianesimo e Taoismo possano rappresentarsi come il lato essoterico ed esoterico della stessa Tradizione, poggiando entrambi sulla preesistente tradizione sciamanica e della magia Wu di difficile inquadramento cronologico e di cui parleremo prossimamente.

Spesso il Confucianesimo ha rimproverato al Taoismo un certo grado di egoismo in quanto il Taoismo sarebbe distante dall’agire sociale e ricercherebbe per lo più la salvezza individuale, anche se nella ricerca individuale dell’Armonia con il Tutto vi è comunque una ricerca mirata al bene collettivo. Ma ancora, mentre per il Taoista il sovrano doveva raggiungere l’unione mistica con il Tao per ben governare, per il confuciano al sovrano bastava l’approvazione celeste e la appropriazione di virtù etico sociali.

Il confucianesimo dunque, rappresenta il lato pratico, sobrio, sociale della vita e del carattere del popolo cinese, bilanciato, in questo senso, dal taoismo, che rappresenta l’aspetto metafisico, mistico, artistico e allegro.14Invernizzi G., Analisi frattale della HRV e MTC, dall’intuizione alla ricerca, University of Milan, 2009, tesi non pubblicata 

A ben vedere, ci troviamo di fronte all’ennesima divergenza apparente. All’inizio dell’epoca Han, ad esempio, i letterati svilupparono la teoria, estremamente suggestiva anche ai nostri giorni, secondo la quale le semplici irregolarità di ordine etico provocano squilibri a livello cosmico. Il massimo rappresentante di questa corrente confuciana, fortemente influenzata dal taoismo, è Dong Zhongshu (179-104 a.C.), il quale afferma, ad esempio:

L’universo ha lo Yin e lo Yang, anche l’uomo ha lo Yin e lo Yang. Quando il Qi Yin dell’universo cresce, quello dell’uomo, conformemente, cresce anch’esso. Quando il Qi Yin dell’uomo cresce, anche il Qi Yin dell’universo può facilmente accordarsi a ciò e crescere anch’esso. Il loro Dao è unico. 15J. C. Cooper, Yin e Yang. L’armonia taoista degli opposti, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore

La visione alchemica di questo processo rivela quindi il profondo abbraccio che lega le due Tradizioni nell’anima popolare e, con l’integrazione della Tradizione Buddhista, spiega l’estrema vitalità a tuttora della cultura cinese.

Le tre Tradizioni infatti definiscono un sistema dinamico speculare ai tre principi cosmogonici della Terra del Cielo e dell’Uomo simbolizzati nelle antiche monete cinesi, in cui il Confucianesimo rappresenta l’ordine quadrato terrestre, il Taoismo l’ordine circolare celeste e il Buddhismo il principio di trasmutazione che li muove.

moneta-cinese

Il messaggio finale di ciascuna di queste tre tradizioni propone la via dell’Equilibrio come unica modalità per raggiungere uno stato di Armonia, manifestantesi al massimo livello nell’armonia con il Tutto. Tuttavia gli ambiti di consapevolezza sono molto diversi,  per cui nel Confucianesimo l’armonia è intesa in termini sociali e materiali mentre nel Taoismo è in termini più spirituali come Armonia con l’universo.

Alla luce di queste considerazioni è interessante notare come la Medicina Tradizionale Cinese tragga il cardine del suo impianto costitutivo, e cioè il concetto di Equilibrio e di Armonia, proprio da ciascuna delle tre Tradizioni considerate. In particolare la MTC ha ereditato dalle tre Tradizioni il concetto principe che guida tutte le sue modalità guaritive: pensare l’organismo malato come un sistema “squilibrato” che necessita di essere riarmonizzato.

Ma tutto questo, e su come la medicina “ufficiale” stia tentando di integrare questa visione, parleremo nei prossimi articoli.

Note[+]

Note
↑1 C. Moiraghi, Qi Gong, Fabbri editori 2002. ISBN 88-451-8009-3 Moiraghi. la via della Forza Interiore, trattato di energetica esperienziale cinese. Casa Editrice Meb 1995. ISBN 88-7669-490-0
↑2 Daodejing, XXIX, Feltrinelli,
↑3 Lao Tzu, Daodejing, LXIV, Feltrinelli,
↑4 Gautama Buddha, Nidānasūtra 124, 547b-548a
↑5 Impermanenza che comprende anche il concetto di io: “Il Buddhismo, forse anche nella sua primitiva formulazione, aveva sostenuto […] che non esiste un io permanente, un atman, un jiva, un purusa [tutti termini che indicano il sé, universale o individuale, nelle diverse tradizioni indiane, NdR]; ma non per questo sottraeva l’uomo alla responsabilità delle proprie azioni. Ciò che noi compiamo fruttifica; ogni pensiero, primo motore dell’azione, racchiude in sé l’esperienza passata e si proietta, così carico, nel pensiero seguente; la nostra personalità si riduce a un fluire perenne di elementi (dharma) in continuo moto condizionato; questo moto è dolore; la pace è nella cessazione di questo moto, il quale è arrestato dall’eliminazione del carma infetto; l’eliminazione avviene in virtù della disciplina morale e della conoscenza.” (G. Tucci, Storia della filosofia indiana, Laterza, pag. 52)
↑6 Cfr Laozi, XI: “Trenta raggi convergono in un mozzo:/grazie al suo vuoto abbiamo l’utilità del carro.”
↑7 In L. Arena, Antologia del Buddhismo Ch’an, Mondadori, 180
↑8 Giovanni Filoramo (a cura di), Mario Piantelli, Ramon N. Prats, Erich Zürcher, Pier Paolo Del
Campana, Heinz Beckert, Martin Baumann, Buddhismo, Bari, Laterza, 2007, ISBN
978-88-420-8363-4
↑9 Storia del Taoismo dalle origini al XIV secolo, Ubaldini, p. 8
↑10 Il Daozang, raccolta di almeno cinquemila testi che costituiscono la summa della letteratura taoista, raccolti tra il V e il VI secolo dopo Cristo.
↑11 Zhuang-zi, III, Adelphi, pp. 35-36
↑12 Leonardo Vittorio Arena, L’innocenza del Tao: storia del pensiero cinese, Milano, Mondadori
↑13 Lao Tzu, Tao Te Ching: il libro della virtù e della via, Moretti & Vitali, ISBN 88-7186-269-4Hua Ching Ni. La Via mistica del Tao. M.I.R. edizioni 1998. ISBN 88-86873-56-5
Giulia Boschi. Medicina Cinese: la radice e i fiori. Corso di sinologia per medici e appassionati Casa Editrice Ambrosiana 2003. ISBN 88-408-1263-6 Georges Charles. Qi Gong ed energia vitale. Pratiche Taoiste di lunga vita. Edizioni Pendragon 2008. ISBN 978-88-8342-573-8
↑14 Invernizzi G., Analisi frattale della HRV e MTC, dall’intuizione alla ricerca, University of Milan, 2009, tesi non pubblicata 
↑15 J. C. Cooper, Yin e Yang. L’armonia taoista degli opposti, Roma, Astrolabio-Ubaldini Editore
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No, lo Yoga non è ‘sicuro’: effetti collaterali

5 Agosto 2014 by Francesco Vignotto 45 commenti


Stimolato dall’articolo di Marco Invernizzi qui su Zénon sulla sicurezza medica dello Yoga, ho deciso di intervenire per aggiungere alcune mie considerazioni. Che non avranno un taglio medico e nemmeno troppo filosofico, ma vogliono esprimere il punto di vista della mia esperienza di praticante prima ancora che di modesto insegnante.

Nello spirito con cui è nato Zénon, spero che questo mio contributo da due centesimi possa avvicinare di qualche millimetro la “scienza dell’Occidente” alla “comprensione dell’Oriente”, entrambi elementi indispensabili per chi vuole vivere la nostra epoca. E soprattutto, volendo rimanere con i piedi per terra, spero di offrire degli elementi utili al lettore per entrare in contatto con lo Yoga e – lo spero ancora più vivamente – per potersi orientare nella selva di insegne luminose sotto le quali non sempre si offre un insegnamento all’altezza di questo nome.

Contenuti

  • Se non può far male, non può fare nemmeno bene
  • Ma non è una medicina
    • La prima brutta notizia
    • La seconda brutta notizia
  • Ma allora, cosa ‘fa’ lo Yoga?
  • La premessa indispensabile
  • In conclusione…

Se non può far male, non può fare nemmeno bene

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Innanzitutto, come una persona molto più saggia di me amava ripetere, vorrei ricordare che non esiste al mondo alcunché che possa davvero fare bene, se non può fare anche del male, quando utilizzata nel modo sbagliato. Senza quest’ultima eventualità, significherebbe semplicemente che non può fare nulla. Sorrido ad esempio quando le persone si avvicinano a metodi di cura naturali (qualunque significato attribuiamo a questo termine) nella convinzione che “tanto non possono far male” o che “al massimo non fanno nulla”, perché significa che già in partenza non vi attribuiscono alcuna efficacia.

Un coltello senza il filo della lama sicuramente è al riparo dal rischio di ferire qualcuno, ma non può nemmeno essere utile per affettare il pane. Lo sapevano bene i greci che al nome phàrmakon attribuivano due significati: quello di medicamento, che somministrato in certe dosi o in modi diversi, può essere anche veleno.

Per questo, è certamente rassicurante che – come emerso dall’articolo precedente – il rischio di infortunarsi con lo Yoga sia relativamente basso. Tuttavia ciò non significa assolutamente che lo Yoga sia innocuo. Non lo è, a prescindere dal fatto che si tratti genuinamente di Yoga o di un’attività ludico motoria che sfrutta il nome di questa disciplina senza contenere un grammo del suo principio attivo.

Pertanto inviterei a valutare attentamente la scelta di una scuola di Yoga – o, come va di moda oggi dire uno stile – e tutto ciò che in apparenza potrebbe essere considerato il contorno dell’insegnamento.

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B. K. S. Iyengar, uno degli insegnanti di Yoga contemporanei che ha enfatizzato all’estremo gli aspetti fisici di questa disciplina.

L’apparato muscolo-scheletrico non è l’unica parte di noi che può infortunarsi: ritengo infatti che integralismi, rigidità mentali e insane dinamiche di gruppo innescate soprattutto dal divismo da parte dell’insegnante siano dei veleni altrettanto dannosi quanto l’approssimazione nell’insegnare delle tecniche corporee.

Per questo, a chi sta cercando una scuola di Yoga mi sento di dare questo suggerimento: cercate l’equilibrio, la concretezza, più che l’immediata gratificazione emotiva, estetica o intellettuale.

Un certo impegno fisico è necessario, perché lavorare sul corpo ha un significato molto più profondo di quanto si possa immaginare. Tuttavia, se avvertite il lavoro fisico è fine a sé stesso, se non percepite che lo sforzo richiesto nella pratica è di natura concretamente diversa da quello impiegato nella comuni attività motorie, può darsi che ne troviate giovamento comunque, ma è probabile che non si tratti di Yoga. Non è questione di quantità di sudore e di fatica, che dipendono dalla costituzione fisica di ognuno: è una questione di qualità.

Allo stesso modo, inviterei a fuggire come la peste qualunque luogo dove si respiri aria di settarismo (chi è dentro è dentro e guai a chi si allontana) e dove si parli di argomenti che non si possano ‘toccare con mano’.

Facciamocene una ragione: nessuno ci aprirà i chakra o ci risveglierà la Kundalini con la sola imposizione delle mani, tutte cose molto belle sulla carta (anche se diamo per scontato di sapere di cosa stiamo parlando), ma di cui non possiamo avere alcun riscontro, malgrado l’idea ci faccia andare su di giri e schizzare in alto la colonnina dell’autostima.

Tutti i voli di fantasia che vi portano nelle alte sfere dell’intellettualità o della spiritualità senza mettervi a confronto con le meschinità di ogni giorno non ha nulla a che vedere con lo Yoga. C’è molta più spiritualità nel toccarsi un alluce che nel sentirsi dire dal guru di provincia che il nostro terzo occhio si è miracolosamente aperto.

Ma non è una medicina

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Alcune righe più sopra ho parlato di farmaci, di terapia e di medicamenti; ebbene, scordiamo tutto questo. Dobbiamo comprendere che lo Yoga non è una medicina, né un brand che produce pillole miracolose – e immuni da effetti collaterali – sotto forma di posture, respirazioni e pratiche meditative.

Quasi ogni giorno ricevo richieste, spesso via internet (il ‘luogo’ forse meno adatto per questo tipo di suggerimenti), da parte di persone che intuiscono i potenziali benefici dello Yoga, o che hanno sentito dire che lo Yoga faccia bene per questo o per quel tipo di disturbo.

“Ho un dolore alla spalla, quale posizione dovrei fare per farmelo passare?”. “Sono sempre ansiosa, che respirazione dovrei fare per calmarmi?”. “Voglio rassodare i glutei, mi puoi suggerire un paio di esercizi che posso fare anche da sola?”.

La risposta che mi sorge istintivamente in queste occasioni è: “Tu chiedi caramelle agli sconosciuti!”. Ma siccome l’insegnante coscienzioso non dà caramelle, devo dare una brutta notizia a chi mi pone domande di questo tipo, anzi due (in realtà la delusione sarà ricompensata lautamente, ma occorrerà armarsi di pazienza e affinare i sensi per poterla apprezzare).

La prima brutta notizia

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Alle domande di cui sopra non c’è risposta, almeno per chi non abbia già un’esperienza con la pratica, perché in realtà non c’è alcuna posizione che possa aiutare a risolvere questi problemi. Qualsiasi tecnica insegnata nello Yoga, infatti, presa di per sé e isolata dal contesto e da un percorso personale, cessa di essere Yoga ed è anzi potenzialmente dannosa se eseguita senza alcuna cognizione delle conseguenze che questa pratica comporta, ma soprattutto dell’obiettivo che tali pratiche hanno all’interno del sistema originario.

E per quanto riguarda il ‘contesto’ non intendo una ritualità o una sequenza di tecniche. È la pratica dello Yoga che può far bene, non una posizione o una respirazione. E la pratica dello Yoga inizia con la decisione di dedicare del tempo a questa disciplina, alzare le terga e recarsi in un luogo – o meglio provare più luoghi – dove si insegna, staccarsi temporaneamente dalla routine quotidiana ed entrarci.

So che può essere duro da digerire, visto che siamo abituati a trovare tutto su internet – “scolpisci gli addominali con questi tre semplici esercizi!” – ma almeno con lo Yoga non funziona così. È necessario ricavare, per rubare un termine ad Hakim Bey e alla controcultura degli anni ’90, delle “zone temporaneamente autonome” dai meccanismi quotidiani. Poi con il tempo verrà anche la tecnica giusta che potrà aiutarci per il problema specifico, ma senza il background di una pratica non ha alcun senso.

Lo stesso obolo dell’abbonamento mensile a un corso di Yoga – aborrito da chi ritiene che l’insegnamento delle cose altamente spirituali non debba essere inquinato dal vile denaro – ha un significato che va oltre il – legittimo, a mio parere – riconoscimento economico all’insegnante: io allievo ti do una parte del mio tempo, ti do una parte della mia energia (espressa anche in ‘vile’ denaro), non solo perché riconosco il valore di ciò che mi dài, ma perché riconosco che senza la mia energia nulla si può mettere in moto. Non possiamo pretendere di ricevere senza prima dare, così come non esistono investimenti ad alto rendimento a costo zero.

La seconda brutta notizia

Abbiamo tutti sentito dire che lo Yoga inverte il processo di invecchiamento e risolleva i seni, che distrugge la cellulite, potenzia le prestazioni atletiche, sessuali e mentali, raddrizza le schiene e cura questo o quel disturbo o che guarisce miracolosamente da malattie che la medicina ritiene incurabili. Ebbene, è tutto falso.

Lo ripeto: lo Yoga non è una medicina miracolosa, né un trattamento estetico o una preparazione atletica. Occorre precisarlo, prima che partano le class action e le inchieste per truffa contro i troppi chiacchieroni ansiosi di vendere il proprio prodotto al target di turno.

Al tempo stesso, lo Yoga può davvero aiutare a risolvere anche seri problemi di salute, migliorare l’aspetto e le prestazioni di ogni tipo. Ma c’è un grosso ma. Tutti questi benefici sono effetti collaterali della pratica. Se diventano lo scopo, lo Yoga perde il suo principio attivo. Ciò non significa che bisogna abbracciare – Dio ce ne scampi! – lo Yoga come una religione, perché è tutto fuorché una religione, per quanto certi fanatici indù ne reclamino ultimamente la proprietà intellettuale. Significa che bisogna prendere atto della necessità di risalire al nodo superiore del problema.

Ma allora, cosa ‘fa’ lo Yoga?

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Sì… proprio Dalì.

Quando gli antichi dicevano che il fine dello Yoga è di ripristinare lo stato naturale, non intendevano invitare il praticante a un bucolico ritorno alla terra, ma a collegarsi con la parte di sé che non è toccata da malattia, inestetismi, ansie e malesseri di ogni sorta. E, da lì, riprendere il controllo.

Questo non significa per forza guarire, ma ricollocare il malessere in una prospettiva molto più ampia della dicotomia salute/malattia, estetismo/inestetismo, ansia/quiete (come ben sintetizzato da Massimiliano Sassoli de Bianchi ne L’ipotesi stupefacente). Contenerlo, invece di esserne contenuti: è un processo complesso, tuttavia anche nell’apertura di un margine infinitesimale, anche nella sospensione fugace del fitto assillo dei processi mentali c’è una conquista inestimabile: è la dimostrazione che è possibile farlo.

“Il germe è zero, il terreno è tutto” (parole che qualcuno attribuisce nientemeno che a Louis Pasteur in punto di morte): ebbene, lo Yoga si occupa del terreno, non tanto del germe. Della premessa, prima ancora che della storia che si andrà a tessere sulla sua superficie. Per questo può essere un validissimo supporto per una terapia, ma non può sostituirsi alla terapia quando essa sia necessaria. E, proprio per questo, sono felice di poter collaborare e confrontarmi con medici, in uno scambio che arricchisce entrambi, ma non modifica gli ambiti le reciproche competenze.

La premessa indispensabile

Ma qual è allora la premessa di cui lo Yoga si occupa? Giusto pochi giorni fa mi è capitata sotto gli occhi una galleria di immagini degli allenamenti della marina taiwanese. L’articolo titolava “Lo stretching estremo degli uomini rana” e nelle immagini riconoscevo qualcosa di familiare. Nei commenti, qualcuno obiettava: “Ma quale stretching estremo, questo è Yoga!”:

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Errore. Malgrado questa postura sia del tutto simile alla āsana (cioè alla postura) chiamata Supta virāsana, gli uomini rana non stanno praticando Yoga, né sembrano intenzionati a farlo.

Qual è la differenza? Se accettassimo l’equazione (stessa postura=stessa pratica), allora potrei affermare che ho visto donne in avanzato stato di gravidanza e persone di ogni età con i più svariati problemi – anche meniscopatie e lussazioni varie – eseguire la stessa pratica di “stretching estremo”. Ma così non è, perché si tratta di due cose molto distinte, tanto da essere agli antipodi.

Ancora una volta: cerchiamo la premessa! La premessa è il rilassamento e l’ascolto del proprio corpo. Che non è, si badi bene, soltanto un corpo: quando assumiamo una forma, stiamo manipolando non solo le nostre membra, ma l’intero complesso psicofisico. Per questo occorre comprendere bene di cosa stiamo parlando, visto che rilassamento e ascolto sono concetti assolutamente estranei all’educazione corporea e mentale che abbiamo (non) ricevuto.

Il nostro stesso immaginario ne è privo: ad esempio, siamo abituati a considerare il rilassamento come l’opposto del fare, o al limite come a un’alternativa, ma non come a una premessa. Immaginiamo l’uomo d’azione come un barbuto spartano corazzato di muscoli, che va incontro al nemico con la durezza di una roccia e carico di una tensione sovrumana, incurante dei colpi che lo crivellano. Ma non c’è nulla di sovrumano nella tensione. A dire il vero, agli occhi di chi pratica Yoga non c’è neppure nulla di energico.

Nel praticare Yoga, infatti, ci si muove all’opposto (e in linea, ad esempio, a discipline come il Tai Chi Chuan, anche se con modalità differenti). Si entra in posizioni che possono apparire difficili, ma lo si fa rilassati – imparando a respirare – e ascoltando attentamente dall’interno che cosa accade. Se sopraggiunge una tensione improvvisa, se incontriamo disagio o paura, in questa condizione abbiamo modo di poter osservare ciò che accade ben prima di arrivare a un punto di rottura – e, volta dopo volta, superare la difficoltà.

Solo così si può imparare a localizzare e concentrare il lavoro muscolare, evitando le tensioni inutili, ma non si tratta di una semplice ‘efficientazione’ energetica. Nel rilassamento, possiamo attingere a un bacino di energia molto più ampio di quanto la nostra mente possa immaginare. Non è un’affermazione che mi interessi qui giustificare dal punto di vista scientifico: per chi pratica, è un dato di fatto. Chiunque può farne l’esperienza.

Un indiano che pratica Yoga, dall'archivio storico di LIFE Magazine, 1949
Un indiano che pratica Yoga, dall’archivio storico di LIFE Magazine, 1949

In effetti, il rilassamento e l’ascolto non possono essere meccanizzati. Non si conseguono semplicemente compiendo una sequenza di posture. Non schiacci un bottone corporeo e ti rilassi. Per rilassarsi occorre porre la massima attenzione e, se si ascolta veramente, nessuna esecuzione è uguale alle precedenti. Si compie ogni gesto per la prima volta, ogni volta. Praticare Yoga significa disinnescare il pilota automatico, de-condizionare mente e corpo piuttosto che condizionare i muscoli a compiere un lavoro, mentre la mente vaga altrove.

Proprio per questo, il rilassamento può essere molto ‘faticoso’, per chi non vi è abituato. E, proprio per questo, il rilassamento è la premessa non solo per il lavoro fisico, ma anche per la concentrazione. Ma il discorso ci porterebbe molto oltre…

In altre parole, il lavoro parte dall’interno, ha l’obiettivo di coinvolgere e dirigere l’intero complesso (fisico, emotivo e mentale, senza escludere alcun aspetto dal campo di osservazione), mentre il risultato esteriore ne è la semplice conseguenza e ha una rilevanza relativa, perché dipende da molti fattori.

Paradossalmente, chi ha molte rigidità fisiche potrebbe trovarsi avvantaggiato, proprio perché il suo corpo esigerà la massima attenzione; al contrario, chi è molto sciolto potrebbe invece trovare molto più difficile entrare nella pratica, proprio per l’assenza di difficoltà fisica, e dovrà impiegare molta più energia per mantenersi vigile.

In conclusione…

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In conclusione, com’è possibile infortunarsi con lo Yoga, date le premesse indicate sopra? La risposta potrebbe essere semplice: se ciò avviene, è per un difetto nell’insegnamento (dell’insegnante o addirittura del metodo).

O non si conduce l’allievo nella giusta condizione di rilassamento e di ascolto, o si insegnano le posture non correttamente, oppure l’allievo viene forzato oltre i propri limiti: è vero che il limite è qualcosa da superare, ma il compito dell’insegnante è farlo conoscere all’allievo, il quale dovrà superarlo da solo, liberamente, quando arriverà il momento, con tutti gli strumenti che avrà ricevuto.

Ma questa risposta potrebbe essere troppo semplice. L’invito che posso fare è, appunto, osservare e valutare attentamente non soltanto con il raziocinio, ma anche “a pelle”.

Nella mia esperienza con lo Yoga ho avuto due grandi fortune. La prima è di avere incontrato degli insegnanti straordinari, che hanno avuto e hanno una grande pazienza nei miei confronti, dimostrandomi che in primo luogo l’importanza del rispetto per l’allievo e per la sua libertà di scegliere se e quando superare un certo limite: al di fuori della libera scelta, infatti, non vi è pratica di Yoga.

La seconda fortuna in realtà è anteriore cronologicamente, ma ho imparato a considerarla tale solo con il senno del poi: il mio primissimo contatto con lo Yoga fu un disastro, perché incontrai un insegnamento molto rigido, perché contemplava unilateralmente lo sforzo.

Questo incontro mi procurò qualche grattacapo, non tanto fisico, ma altrettanto insidioso dal punto di vista dell’atteggiamento. Alla luce dell’esperienza seguente, imparai che lo Yoga non è sfondare una porta a testate, ma fabbricare la chiave che permette di mettere in moto la serratura.

Queste due fortune mi hanno fatto conoscere entrambi i lati della medaglia e mi hanno fatto comprendere che insegnare Yoga è una grande responsabilità, perché non si gioca con il prossimo e con i suoi limiti, i quali hanno cause molto profonde che non vanno giudicate. Sono anzi una fonte inesauribile di scoperta e di insegnamento per l’insegnante stesso.

Infine, last but not least, ho avuto anche una terza fortuna: ho incontrato e incontro molti allievi straordinari, che mi stupiscono ogni volta. E devo anche a loro, oltre che ai miei insegnanti, quel poco che ho imparato e che ho cercato di esporre in questo articolo.

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Lo Yoga è ‘sicuro’?

30 Luglio 2014 by Marco Invernizzi 2 commenti


Che lo Yoga sia una pratica in netta espansione non vi è alcun dubbio. Basti vedere il grafico più sotto sul numero di praticanti negli Stati Uniti per capire la dinamica del fenomeno e il trend di crescita costante registrato negli ultimi 20 anni. E, se questo non bastasse, l’enorme proliferare di stili diversi, insegnanti e centri più o meno pubblicizzati ad ogni angolo di strada, testimonia una domanda sempre più crescente verso questo tipo di disciplina. Tuttavia, proprio per la presenza da una parte di un’estrema varietà di stili, interpretazioni, commistioni con altre discipline e dall’altra l’assenza di enti regolatori, albi, scuole e/o federazioni, definire il termine Yoga diventa a mio parere ogni giorno sempre più difficile.

E infatti di preciso che cos’è lo Yoga? È una disciplina? È un tipo di ginnastica? Appartiene a quelle attività che si “fanno” o invece si “pratica”?

Forse la definizione che più si avvicina alla realtà è che lo Yoga è una Filosofia in cui la componente psicofisica è il principale strumento di indagine, profondamente radicata nella Tradizione Indiana, ma le cui origini cronologiche non sono chiaramente individuabili e già questo dovrebbe dirla lunga sulla sua vastità e complessità.

Tuttavia, in questo articolo non voglio addentrarmi in un discorso filosofico complesso ed estremamente profondo, su cui esistono testi sacri classici indiani millenari, tomi e tomi di letteratura interpretativa e, non ultimo, moltissime persone infinitamente più qualificate di me nel trattare tali argomenti.

Invece è a mio parere interessante un inquadramento dello Yoga dal punto di vista medico. Infatti una delle prime perplessità da parte di pazienti e non, con cui mi scontro quasi quotidianamente è la seguente: “Ma è sicuro? Non mi farà male? Non mi romperò qualche articolazione? Oddio non riesco neanche a toccarmi i piedi, come potrò mai fare quelle posizioni da contorsionista?”

A queste domande, che spesso sorgono per una pubblicizzazione esagerata degli aspetti più fisici e “contorsionistici” dello Yoga a discapito – ahimè – di quelli più profondi, rispondo principalmente in due modi: in primis condividendo la mia esperienza personale, dove, partendo anch’io da una rigidità fisica notevole, data da anni di attività sportiva molto intensa, nello yoga ho trovato un utilissimo strumento per migliorare l’elasticità muscolare e articolare, prevenendo, se non quasi azzerando, il rischio di infortuni e addirittura andando a correggere una serie di problematiche croniche muscolo-scheletriche che ormai avevo accettato come irreversibili (d’altronde come si dice il ciabattino ha sempre le scarpe rotte…).

In secondo luogo, rispondo con i risultati di una review effettuata nell’ambito della letteratura medica scientifica su quali siano le reali incidenze di eventi avversi associati alla pratica dello Yoga.1Cramer H, Krucoff C, Dobos G (2013) Adverse Events Associated with Yoga: A Systematic Review of Published Case Reports and Case Series. PLoS ONE 8(10): e75515. doi:10.1371/journal.pone.0075515 E qui, come accaduto già per altri argomenti come l’agopuntura o il Tai Chi, ho trovato una letteratura sorprendentemente vasta che dimostra l’efficacia dello Yoga nella cura o nella prevenzione delle patologie più disparate.

Il primo dato, espresso nel grafico qui sotto e già citato in precedenza, è il numero esorbitante di praticanti negli Stati Uniti, circa 15 milioni di persone e, dato secondo me ancora più interessante che a ben 14 milioni di americani (6% della popolazione) è stato suggerito di iniziare a praticare Yoga proprio dal loro medico in relazione ad una problematica specifica di salute.

Grafico 1.001

Purtroppo a causa della eterogeneità di stili e di formazione degli istruttori non esistono dei registri ufficiali e le statistiche presenti in letteratura sugli infortuni legati alla pratica sono perlopiù aneddottici, quindi, per definizione, scarsamente scientifici. Tuttavia questo lavoro effettua un interessante riassunto di tutto lo scibile scientifico sull’argomento e i dati emersi sono comunque interessanti e di spunto per molte riflessioni.

In totale la letteratura medica aggiornata al 2013 registra 76 rapporti aneddottici di eventi avversi associati allo yoga, la stragrande maggioranza dei quali a carico dell’apparato muscolo-scheletrico. Più di metà dei casi sono andati incontro a completa guarigione, uno non si è risolto e addirittura è riportato anche un caso di decesso.

Gli studi più sistematizzati citati nella review riguardano popolazioni che praticano principalmente lo stile Vinyasa che, come sottolineano gli autori, è caratterizzato da un elevata accentuazione dell’aspetto atletico. Tra quelli più rilevanti vi è uno studio Australiano condotto su oltre 2500 praticanti di Yoga che ha indicato come l’80% non abbia mai riportato alcun danno dalla pratica e i restanti danni di lieve entità che si sono risolti in breve tempo senza necessità di alcuna cura.2Penman S, Cohen M, Stevens P, Jackson S (2012) Yoga in Australia: Results of a national survey. Int J Yoga 5: 92–101

Un altro studio, condotto invece nel Nord America, giungeva a conclusioni simili, di cui di seguito un breve estratto a mio parere molto significativo:

A survey in more than 1300 mainly North American yoga teachers and therapists found that respondents considered injuries of the spine, shoulders, or joints the most common; many respondents regarded yoga as generally safe and associated adverse events with excessive effort, inadequate teacher training, and unknown medical preconditions.3Penman S, Cohen M, Stevens P, Jackson S (2012) Yoga in Australia: Results of a national survey. Int J Yoga 5: 92–101
Una indagine in più di 1300 insegnanti di Yoga Nordamericani hanno considerato gli infortuni alla schiena, spalle e articolazioni in genere come le più comuni; molti intervistati hanno definito lo Yoga come una pratica generalmente sicura associando l’insorgenza di effetti collaterali a sforzi eccessivi, inadeguata preparazione dell’insegnante e scarsa considerazione di patologie mediche preesistenti.

Ora, per quanto sia poco simpatico scherzare su un argomento serio come un decesso, tuttavia mi sembra doveroso specificare (come fatto peraltro dagli autori stessi) che l’unica “casualità” yogica parrebbe essere riconducibile ad una non meglio specificata pratica descritta come “voluntary mouth-to-mouth Yoga breathing exercises” (letteralmente esercizi di respirazione Yoga volontaria bocca a bocca), peraltro non documentato come effettiva pratica yogica. Inoltre, un esame tossicologico post-mortem aveva rivelato un quantitativo notevole di barbiturici nel sangue, che sicuramente hanno concorso se non addirittura causato, il decesso dello sfortunato soggetto (caso peraltro occorso nella fine degli anni ’60, in piena epoca hippy).4Corrigan GE (1969) Fatal air embolism after Yoga breathing exercises. JAMA 210: 1923

Non così grave ma comunque significativo è un altro caso di neuropatia indotta da addormentamento indotto da oppiacei e antidepressivi in posizione a gambe incrociate.5Walker M, Meekins G, Hu SC (2005) Yoga neuropathy. A snoozer. Neurologist 11: 176–178 Anche qui, come sottolineano gli autori, siccome lo yoga necessita di consapevolezza e concentrazione, è altamente sconsigliato di praticare sotto effetto di alcool o droghe ricreative.

Visto quindi che gli infortuni più gravi sono riconducibili ad altre cause più che allo Yoga in sé, risulta invece molto più interessante a mio parere la parte riguardante gli infortuni più “comuni” e anche “reversibili”. Ne emergono degli elementi che dovrebbero far riflettere sia i praticanti ma soprattutto gli istruttori di Yoga.

Infatti uno dei primi dati è come la maggior parte degli infortuni sia stata riportata a livello aneddottico negli insegnanti. Ciò pare un controsenso in quanto l’esperienza dovrebbe portarli ad evitare di infortunarsi o comunque a farlo meno rispetto ai loro allievi, anche se rispetto a quest’ultimi – almeno è auspicabile – praticano più a lungo.

Secondo, le posture più associate agli eventi avversi sono tutte posizioni considerate già “avanzate” e non praticabili da principianti o persone con problematiche mediche specifiche, come la posizione sulla testa, il loto e alcune posizioni capovolte.

So-called inversions like headstand and shoulder stand are often regarded as a special category of yoga postures that should be practiced only by experienced practitioners, with extreme care.6Cramer H, Krucoff C, Dobos G (2013) Adverse Events Associated with Yoga: A Systematic Review of Published Case Reports and Case Series. PLoS ONE 8(10): e75515. doi:10.1371/journal.pone.0075515
Le cosiddette inversioni, come la posizione sulla testa sono spesso considerate come una categoria a parte di posizioni yoga che dovrebbero essere praticate solo da praticanti esperti e con estrema cura

Ad esempio, la posizione sulla testa può portare ad un aumento della pressione intraoculare, che comunque ritorna immediatamente a valori di normalità dopo l’uscita dalla posizione e non sono stati registrati casi di patologie croniche a carico dell’occhio date dalla pratica prolungata di tale posizione. Quindi non si vuole scoraggiare la pratica di tali posizioni, ma sensibilizzare sul fatto che bisogna approcciarvisi con una certa consapevolezza, dopo l’aver maturato una discreta esperienza di pratica e soprattutto sotto la guida esperta di un insegnante che sappia bene riconoscere quali sono i limiti dell’allievo.

Da ultimo, molti degli infortuni reversibili riportati in letteratura sono descritti in seguito alla pratica del Bikram Yoga. Per chi non lo conosce, si tratta di uno stile moderno molto fisico che si pratica in stanze riscaldate a 40° e col 40% di umidità. La pratica è molto intensa dal punto di vista fisico e stimola una certa competizione tra i praticanti. Questi elementi, uniti alla temperatura che permette una maggiore facilità di allungamento muscolare oltre alle normali possibilità, può ridurre la capacità di avvertire il proprio limite da parte dell’allievo, aumentando di conseguenza il rischio di infortuni muscolari e/o articolari. Inoltre, sempre legati a questa tecnica, sono stati registrati iponatremia da sudorazione eccessiva che, essendo una prerogativa di soltanto questo stile, non può essere generalizzato allo Yoga.

Concludendo, da questa review emerge che sul numero enorme di praticanti nel mondo l’incidenza di eventi avversi seri è talmente esigua da rendere lo Yoga una pratica sicura. Tuttavia, le certezze sono molto poche a questo mondo e quindi ogni pratica fisica e psicofisica non può dirsi sicura al 100%, anche se i punti emersi in tutto l’articolo dovrebbero far riflettere anche il lettore meno preparato (e forse anche il più prevenuto…) su come alla base degli infortuni vi siano una serie di fattori che esulano dallo Yoga in sé, ma riconducibili a mio parere a quel “buon senso” che dovrebbe essere applicato a prescindere per qualunque attività che si voglia intraprendere.

Infatti la pratica di tecniche avanzate senza adeguata preparazione, l’affidarsi ad istruttori non capaci, l’uso di farmaci o droghe sono, a mio parere, delle bombe a orologeria poste alle fondamenta di qualunque pratica fisica o psicocorporea e non soltanto allo Yoga.

Da ultimo, proprio alla luce di queste considerazioni, sarebbe auspicabile anche un maggiore interesse verso lo Yoga da parte del mondo medico italiano (prendendo esempio dai colleghi americani), visti i numerosi benefici dimostrati in svariate patologie. Magari non limitandosi solo ad una passiva accettazione di efficacia ma cercando di indagare il perché provochi una serie di effetti benefici a diversi livelli (fisico, emotivi e psicologico), da sempre considerati tra loro separati ma forse in realtà più legati di quello che sembra.

In conclusione, una domanda lecita da porsi è: “Sto facendo veramente Yoga?”. Ma la risposta a questa domanda implica considerazioni che esulano dallo scopo di questo articolo e che vorremmo approfondire separatamente. Ad esempio: qual è la vera natura delle posture fisiche nello Yoga? Qual è il loro scopo? Se non siamo in grado di percepire la differenza rispetto alle comuni attività fisiche ‘ludico motorie’, allora forse la risposta alla prima domanda è negativa. E, se siamo davvero interessati a qualcosa che ci faccia entrare in un rapporto differente con il nostro corpo – con notevole beneficio anche per la nostra eventuale attività sportiva e per il nostro benessere complessivo – forse è il caso di cercare oltre.

Note[+]

Note
↑1, ↑6 Cramer H, Krucoff C, Dobos G (2013) Adverse Events Associated with Yoga: A Systematic Review of Published Case Reports and Case Series. PLoS ONE 8(10): e75515. doi:10.1371/journal.pone.0075515
↑2, ↑3 Penman S, Cohen M, Stevens P, Jackson S (2012) Yoga in Australia: Results of a national survey. Int J Yoga 5: 92–101
↑4 Corrigan GE (1969) Fatal air embolism after Yoga breathing exercises. JAMA 210: 1923
↑5 Walker M, Meekins G, Hu SC (2005) Yoga neuropathy. A snoozer. Neurologist 11: 176–178
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Cacciatori di meridiani

27 Marzo 2014 by Claudio Molinari 4 commenti


Dove scorre il Qi?

Come è noto, la Medicina Tradizionale Cinese ha i suoi fondamenti sul concetto di Qi (soffio, energia vitale) circolante lungo una rete di canali chiamati Meridiani. L’Agopuntura tratta le patologie e gli squilibri dell’organismo mediante l’infissione di aghi metallici in punti ben definiti, detti agopunti, disseminati lungo tali canali. Un misterioso fenomeno che ha attirato per generazioni l’attenzione della comunità scientifica internazionale è rappresentato dal fatto che, malgrado l’agopuntura annoveri migliaia di anni di successi, nessuna solida spiegazione scientifica è mai stata proposta per giustificare, dal punto di vista anatomico e fisiologico, l’esistenza dei Meridiani. Fino ad ora infatti, secondo la Medicina Occidentale, ai Meridiani non è ancora stato riconosciuto alcun fondamento anatomico e gli effetti dell’Agopuntura vengono spiegati con meccanismi nervosi riflessi, vasomotori, endocrini e immunitari.

Tuttavia, la soluzione di questo enigma è prossima al traguardo e il percorso verso la conclusione è iniziato molti anni fa.

Vi racconterò ora la misteriosa storia del Professor Kim Bong-Han (Fig. 1).

Kim Bong-Han (Fig. 1)

Kim Bong-Han, nacque in Corea nel 1916 e studiò Medicina all’Università di Seoul. Ricoprì il ruolo di Professore di Fisiologia alla Seoul National University fino alla guerra che portò alla separazione delle due Coree. Dopo questo evento, lo studioso scelse di trasferirsi in Corea del Nord dove ricoprì la carica di Direttore del Kyung-Rak Institute.

Nel 1963, Kim Bong-Han fondò e diresse l’Istituto per la Ricerca sui Meridiani di Agopuntura in Pyongyang. Nei tre anni successivi, pubblicò cinque lavori che descrivevano una fitta rete di minuti canali che non appartengono né al sistema circolatorio sanguigno, né al sistema linfatico. In particolare, nella seconda pubblicazione viene descritto un sistema completamente nuovo composto da nodi e tubuli che lui stesso chiamò Kyung-Rak System e successivamente prese il nome di Sistema di Bong-Han e che identificò con i Punti e i Meridiani dell’Agopuntura. Nel 1966 questo istituto fu improvvisamente chiuso e da allora non si ebbero più notizie di Kim Bong-Han, nemmeno della sua eventuale morte.

I risultati degli studi di questo ricercatore, pubblicati prevalentemente in lingua coreana, rimasero per decenni sconosciuti al mondo occidentale fino alla loro riscoperta avvenuta nel 2002 ad opera di un gruppo di studiosi della Seoul National University (SNU). Il team di ricercatori si trovò ad affrontare grosse difficoltà nel ripetere gli esperimenti di Kim Bong-Han, poichè nelle sue pubblicazioni non erano forniti dettagli sulla metodologia. Aiutati dalla tecnologia, oggi più avanzata, i ricercatori sud-coreani riuscirono alla fine a rivelare l’esistenza di questo sistema di dotti e nel 2010 lo rinominarono col termine di Primo Vascular System (Fig. 2).

Fig. 2 - Immagini colorate con Trypan Blue del Primo Vascular System all'interno di tessuto adiposo. (A) Primo Vessel Node (corpuscolo di Bong Han, BHC) e Primo Vessel Duct (dotto di Bong Han, BHD) attorno all’intestino tenue del ratto, (B) il Primo Vessel Node e il Primo Vessel Duct nei pressi del piccolo intestino dello stesso ratto [tratto da: Stefanov M e Kim J, J Acupunct Meridian Stud 2012; 5(5): 193-200].
Fig. 2 – Immagini colorate con Trypan Blue del Primo Vascular System all’interno di tessuto adiposo. (A) Primo Vessel Node (corpuscolo di Bong Han, BHC) e Primo Vessel Duct (dotto di Bong Han, BHD) attorno all’intestino tenue del ratto, (B) il Primo Vessel Node e il Primo Vessel Duct nei pressi del piccolo intestino dello stesso ratto [tratto da: Stefanov M e Kim J, J Acupunct Meridian Stud 2012; 5(5): 193-200].

Aspetti morfologici del Primo Vascular System

Secondo le più recenti ricerche. il Primo Vascular System (PVS) è formato da vasi o dotti (PV) e da corpuscoli o nodi (PN); inoltre si compone di più sottosistemi (Figg. 3 e 4):

Fig. 3 – Suddivisione in sottosistemi del Primo Vascular System [tratto da: Stefanov M et al, J Acupunct Meridian Stud 2013;6(6):331e338].
ePVS, strato esterno; iPVS, strato interno; nPVS, parte nervosa distribuita nei ventricoli cerebrali e nell’acquedotto di Silvio; rPVS, dotti e nodi riceventi; cPVS, dotti e nodi comunicanti; oPVS, dotti e nodi degli organi; eoPVS, dotti e nodi extra-organi.

I ricercatori della SNU proposero inoltre una nuova ipotesi per il PVS e si spinsero anche a formulare alcune previsioni circa il suo ruolo. Come già detto, il PVS si compone di PV e PN. I PV, che hanno doppio rivestimento, contengono dotti di secondo ordine. Il primo strato del rivestimento è formato dalla avventizia che contiene fibre e sostanze amorfe che servono a sostenere il tessuto. Il secondo strato è una membrana comune che circonda i dotti di secondo ordine.

PVS-distribuzione
Fig. 4 – Distribuzione topografica dei sottosistemi del Primo Vascular System [tratto da: Stefanov M et al, J Acupunct Meridian Stud 2013;6(6):331e338].

Questo tipo di struttura a doppio strato offre stabilità meccanica, una minore possibilità di collegamento accidentale con altri PV, la possibilità di un flusso bidirezionale del fluido, e un buon isolamento contro le influenze meccaniche, fisiche e termiche. Il diametro del lume dei PV è di circa 5-10 µm. Le cellule endoteliali che li rivestono presentano nuclei allungati come mostrato in Fig. 5.

Fig. 5 - Un singolo dotto di secondo ordine (in alto) e un fascio di dotti del Primo Vascular System (in basso) [tratto da: Stefanov M et al, J Acupunct Meridian Stud 2013;6(6):331e338].
Fig. 5 – Un singolo dotto di secondo ordine (in alto) e un fascio di dotti del Primo Vascular System (in basso) [tratto da: Stefanov M et al, J Acupunct Meridian Stud 2013;6(6):331e338].

I dotti di secondo ordine, sia nei PV che nei PN, trasportano un liquido trasparente che si muove molto lentamente (0.3 mm/sec). Il liquido è ricco di microframmenti di DNA di circa 1-2 µm e contiene anche lipidi e aminoacidi.

Contenuti

  • Dove scorre il Qi?
  • Aspetti morfologici del Primo Vascular System
  • Aspetti funzionali del Primo Vascular System
  • Conclusioni
  • Bibliografia

Aspetti funzionali del Primo Vascular System

E’ stato osservato che le cellule che rivestono il PVS mostrano eccitabilità elettrica simile a quella del muscolo liscio con presenza di canali per il calcio. I dotti di secondo ordine sono dotati di avventizia che contiene collagene, che è il componente principale del tessuto connettivo. Dati presenti nella letteratura scientifica indicano che il collagene è in grado di interferire con le emissioni di segnali elettromagnetici (fotoni) provenienti da fonti biomolecolari. Ciò supporta l’ipotesi, formulata da tempo, che il PVS agisce come un canale ottico di emissione/trasporto di biofotoni e che i microframmenti di DNA possono agire come un generatore di biofotoni e come un radiatore coerente. Queste scoperte sostengono pertanto l’ipotesi dell’esistenza di una regolazione elettromagnetica del corpo che giocherebbe un ruolo chiave nello sviluppo e nella differenziazione cellulare.

Se confermata, la funzione di propagazione dei biofotoni esercitata dal PVS potrebbe spiegare l’ effetto istantaneo ottenuto dopo l’infissione degli aghi nei punti specifici.

Inoltre è stato ipotizzato che il PVS sia in grado di comportarsi come un organo endocrino. Infatti, sono state trovate al suo interno cellule cromaffini, concentrate soprattutto in corrispondenza degli agopunti, e nel liquido del PVS sono state rintracciate adrenalina e noradrenalina.

Conclusioni

Sulla base delle scoperte fino ad ora accumulate, possiamo affermare che il PVS consente la comunicazione tra gli organismi viventi e l’ambiente. Il PVS è duplicato dal sistema vascolare e dal sistema nervoso durante una fase molto precoce dello sviluppo dell’organismo. Per questo motivo, il PVS combina le caratteristiche dei sistemi vascolare, nervoso, immunitario ed endocrino. Il PVS in tutti i suoi aspetti è inteso come un sistema che interessa tutto il corpo, e regola e coordina tutti i processi vitali.

Il PVS riceve segnali interni ed esterni. I segnali esterni vengono dall’ambiente sotto forma di onde elettromagnetiche. I segnali interni sono il prodotto di processi metabolici e consistono in segnali bioelettrici, bioelettromagnetici e in campi acustici.

Il PVS è inoltre, il supporto fisico per i punti di agopuntura e i meridiani ed è coinvolto nello sviluppo e il funzionamento degli organismi viventi. Il primordiale PVS è come una matrice per i sistemi vascolare e nervoso, che si formano intorno al PVS. Dopo che sono stati sviluppati tutti gli organi del corpo, il PVS primordiale rimane connesso con gli apparati e i sistemi e continua a controllarli, perché è il più antico sistema morfofunzionale.

Il PVS, che fino ad ora è stato un sistema fantasma all’interno del nostro corpo, può spiegare molti dei misteri della vita e può rappresentare il punto mancante per combinare la conoscenza della medicina tradizionale cinese e quella della scienza occidentale in un corpus unico.

Bibliografia

Kim BH. The Kyungrak system. J Jo Sun Med. 1965;108:1e38 [In Korean].
Soh KS, Kang KA, Ryu YH. 50 years of bong-han theory and 10 years of primo vascular system. Evid Based Complement Alternat Med. vol.2013;2013:587827.
Stefanov M, Potroz M, Kim J, Lim J, Cha R, Nam MH. The primo vascular system as a new anatomical system. J Acupunct Meridian Stud. 2013 Dec;6(6):331-8.
Stefanov M, Kim J. Primo vascular system as a new morphofunctional integrated system. J Acupunct Meridian Stud. 2012 Oct;5(5):193-200.

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