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Lo Zen e le Neuroscienze: il Sé e l’Altro

7 Febbraio 2017 by Marco Invernizzi Lascia un commento


Da molti anni lo studioso e neuroscienziato J.H. Austin  si interessa di processi cognitivi, neuroanatomia e neurofisiologia della meditazione. Oltre a decine di suoi articoli in ambito neuroscientifico, sicuramente il libro intitolato Zen and the Brain, di cui è autore, ha segnato un punto cruciale nella ricerca in questo ambito.

Un recente articolo, pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology, cerca di riassumere brevemente, per quanto possibile, alcune delle scoperte di Austin in oltre 30 anni di ricerca sulla meditazione in ambito neurofisiologico. [1]

Come inizio del suo approccio a questa problematica, Austin fa emergere chiaramente come due mondi apparentemente inconciliabili quali la neurofisiologia e lo Zen in realtà abbiano molti più punti in comune di quello che si possa immaginare, e come i neuroscienziati possano intuire molto delle dinamiche e dei processi cognitivi dallo studio di questa tradizione, e viceversa.

Contenuti

  • Cenni Storici
  • I quattro capisaldi Zen
  • Sé e altro da sé (self and other)
  • Neuroscienze e Meditazione
    • 1. I due network attentivi
    • 2. La percezione sé-altro
    • 3. L’Interazione
    • 4. Default Network
    • 5. Ritmi e Metabolismo Cerebrale
    • 6. Ruolo del talamo
    • 7. Sostanza Reticolare
    • 8. Neurofisiologia degli Stati Meditativi Profondi
  • Conclusione
  • Bibliografia

Cenni Storici

Come già tracciato da Francesco Vignotto su questo blog, lo Zen è una corrente buddhista giapponese che a sua volta deriva dalle scuole Chan cinesi, a loro volta fondate secondo la tradizione dal leggendario monaco indiano Bodhidharma nel V secolo dopo Cristo.

Il termine Zen sarebbe proprio l’adattamento in Giapponese del termine Chan, che a sua volta traduceva il termine sanscrito dhyāna che nell’insegnamento originale del Buddha è il termine utilizzato per descrivere, per quanto possibile a parole, lo stato di meditazione.

Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre lo Zen/Chan al solo alveo del buddhismo (alle cui scritture riserva peraltro un’attenzione limitata), perché reca altrettanto evidente l’influsso del taoismo, da cui ha ereditato l’approccio essenziale e immediato.

220px-Dogen
Eihei Dōgen (永平道元禅師, Eihei Dōgen zenji; Kyoto, 2 gennaio 1200 – Kyoto, 28 agosto 1253)

Ciò è particolarmente evidente proprio nella pratica meditativa più conosciuta, lo Zazen, definita in una serie di trattati dal fondatore della scuola Zen Soto Dogen Zenji (1200-1253).

Attraverso il controllo di corpo (la postura), respiro e mente (i cui soffi e i cui pensieri vengono osservati senza interferire, come nuvole che passano nel cielo) nello Zazen la meditazione è concepita non come un mezzo di progressiva verso l’illuminazione, ma spesso come l’esperienza stessa del risveglio.

Risveglio, illuminazione, ovvero satori, che spesso viene descritto come evento fulminante e al tempo stesso come “niente di speciale”, affermazione apparentemente sul filo del paradosso (lo Zen ama i paradossi, anche quando si fa gioco di sé stesso) che allude alla caduta di quel diaframma tra il sé e l’altro di cui parleremo tra breve.

I quattro capisaldi Zen

Austin, prima di entrare nel vivo del discorso, accenna brevemente a quattro capisaldi dello Zen che aiutano a comprendere meglio alcuni aspetti di questa Tradizione e i fini che si prefigge:

  1. il consapevole allenamento dell’attenzione e della percezione durante le attività del vivere quotidiano;
  2. l’eliminazione delle abitudini negative esageratamente centrate su sé stessi (egoisitiche) e i comportamenti che portano a uno spreco di tempo e di energia;
  3. l’aumento delle capacità personali intuitive di introspezione;
  4. l’applicazione di queste capacità interiori in maniera continuativa e costante con aumentata compassione sia verso gli altri esseri che verso sé stessi. [1]

Sé e altro da sé (self and other)

Esiste un lungo sentiero di allenamento mentale che può condurre ad adattamenti importanti del carattere e sono due i domini cruciali che intervengono nell’influenzarlo: il sé e ciò che è diverso da sé, meglio definito di seguito come altro.

Il primo rappresenta la coscienza distintiva interiore di noi stessi come individualità. Il secondo si riferisce alla consapevolezza dell’esistenza dell’ambiente fuori dalla nostra pelle. Questa distinzione e la trasformazione che viene prodotta nel soggetto che riesce a superarla e trascenderla, è descritta col termine “illuminazione”: uno stato di aumentata consapevolezza che ha trovato una testimonianza importante ad esempio proprio nella figura di Siddharta Gautama, il Buddha storico, chiamato anche appunto “l’illuminato”.

Tuttavia, nonostante questo sia sostanzialmente il punto di arrivo, o comunque un traguardo già molto avanzato, in tutte le tradizioni è importante l’iniziale riconoscimento e consapevolezza dell’esistenza di questi due domini con l’obbiettivo finale però di trascenderli. [1]

Neuroscienze e Meditazione

1. I due network attentivi

La ricerca neuroscientifica ha identificato due fondamentali network attentivi operanti a livello corticale che vengono comunemente identificati in questo ambito con i termini “dorsale” e “ventrale” rifacendosi a grandi linee alla loro localizzazione anatomica all’interno del sistema nervoso centrale. Quello dorsale quindi risulterebbe localizzato in posizione posteriore, mentre quello ventrale in posizione più anteriore. [2-4]

Negli studi di Austin è emerso come nei praticanti meditazione i sistemi attentivi dorsali si attivino maggiormente durante le pratiche meditative di focalizzazione e concentrazione. Al contrario, i sistemi attentivi ventrali sembrano attivarsi di riflesso durante le più sottili forme di attenzione e negli stati di consapevolezza definita più “generalizzata”. Importante ricordare che quest’ultima via viene coltivata più gradualmente durante le pratiche meditative che sono più apertamente centrati sulla ricettività.

2. La percezione sé-altro

Oltre ai due sistemi evidenziati nel paragrafo precedente la ricerca nell’ambito delle neuroscienze ha anche prodotto notevoli contributi sui correlati legati alla problematica della percezione sé-altro da sé. Anche a questo livello sono stati identificati due circuiti principali di processazione di queste due percezioni che, curiosamente, sono anch’essi a localizzazione dorsale e ventrale all’interno del sistema nervoso centrale.

dorsal-ventral
Figura 1 – circuito dorsale e ventrale secondo  Austin.

Secondo Austin, questi network producono consapevolezza attraverso due percezioni anatomicamente separate  della realtà che vengono poi rapidamente fuse senza cuciture e sintetizzate in un’unica percezione. [1-3]  La consapevolezza di noi stessi (o del sé o autoconsapevolezza o Egocentrica) è localizzata a livello dorsale ed è anche la prima ad essere abitualmente processata. La Figura 1 illustra come il circuito dorsale può interagire con il senso del tatto e con la propriocettività, due funzioni localizzate a livello del lobo parietale. Questa sovrapposizione  è conveniente perché il tatto e la propriocezione ci aiutano a manipolare oggetti tangibili all’interno dello spazio localizzato vicino al nostro corpo, aiutandoci a definire quello che Austin definisce come una sorta di “spazio vitale” a spazio “a portata di mano”.

Questo circuito neurale di processazione superiore, localizzato, come si vede in Figura 1, a livello occipito-parietale  segue una traiettoria che a tratti si sovrappone a quelle regioni laterali e superiori corticali che rappresentano lo schema somatico del nostro sé fisico secondo lo schema dell’Homunculus sensitivo e motorio schematizzato in Figura 2.

Figura 2 – Le aree della corteccia motoria e sensitiva primaria con a destra la rappresentazione schematica delle aree corporee di riferimento (Homunculus sensitivo e motorio).

Tuttavia è riduttivo sintetizzare il senso di questo circuito al semplice “Dove?” al fine di permetterci di capire se possiamo o meno afferrare e/o interagire con un oggetto. In realtà, secondo Austin, la domanda è strutturata in maniera più complessa, in modo da coinvolgere le tre dimensioni del nostro spazio personale: “Dov’è l’oggetto in relazione a Me e al mio corpo?”. [1-3]

Il secondo circuito, denominato ventrale, è invece associato ad altre capacità percettive come la vista e l’udito. Oltre ad avere una localizzazione anatomica molto diversa rispetto al circuito dorsale (parti inferiori del lobo occipito-temporale e frontale), tale circuito processa informazioni legate non tanto alla percezione del sé come il circuito dorsale ma più legate ad una modalità percettiva “allocentrica” (Allo, dal greco, significa semplicemente “altro”). [1-3]

Questo circuito tuttavia secondo Austin, lavorerebbe come in secondo piano rispetto al circuito dorsale egocentrico, in maniera quasi silenziosa, sotterranea e semi-nascosta, restando autonomo e poco controllato dalla nostra coscienza.

Perché ci risulta così poco familiare l’esistenza di questo altro percorso (pathway), che si riferisce a ciò che è “altro” dal nostro sé? Secondo Austin, perché questo  inizia ad operare in maniera anonima, rispondendo alla domanda “cos’è quell’oggetto?” e, istantaneamente, abilità subconscie e circuiti corticali di riconoscimento identificano tale oggetto e per concludere simultaneamente altre abilità ne decodificano il significato. [1-3]

3. L’Interazione

Sulla base delle due vie precedentemente descritte, secondo Austin, i nostri processi coscienziali ordinari sono inconsapevolmente determinati dalla fusione e sovrapposizione senza interruzioni di continuità delle percezioni e informazioni veicolate da questi due circuiti. [1-3]

Queste dinamiche svaniscono quando l’intera via Egocentrica Dorsale (cioè il sé) viene rilasciata, o meglio controllata, raggiungendo quegli stati di super-consapevolezza definiti “illuminazione” o satori nello Zen. Lo Zen (e in generale il Buddhismo) appunto usa come metafora di questo stato di vacuità senza identità ottenuta dopo l’abbandono da tutti i precedenti attaccamenti: “Il fondo fuoriesce e rilascia il suo contenuto pieno d’acqua”. [1-3]

A questo punto, soppressa la processazione “egocentrica”, la processazione “allocentrica” emerge senza rimanenti veli o limitazioni e le sue innate capacità subconscie, percepite isolatamente, vengono rivelate per la prima volta. Ma prima di approfondire queste dinamiche è utile proseguire nella descrizione di altre strutture cerebrali che intervengono nelle dinamiche cognitive che sottendono a questi stati.

4. Default Network

Oltre alle quattro vie descritte in precedenza (dorsale e ventrale ed egocentrica e allocentrica), le neuroscienze hanno coniato il termine “default network” (letteralmente rete predefinita e/o automatica) per indicare un largo agglomerato di regioni corticali molto eterogenee e anche distanti anatomicamente che però cooperano in modo attivo.

Figura 3 – Principali aree del default network.

Le tre principali e più estese di queste aree occupano la Corteccia Prefrontale (PFC) mediale, la corteccia parietale posteriore mediale e la corteccia laterale del giro angolare, ma ne fanno parte molte altre, come rappresentato in Figura 3 e 4. In questo network e nelle sue diverse estensioni coesistono rappresentazioni contemporanee di funzioni sia  “autobiografiche”, cioè legate al vissuto personale,  che riferimenti spaziali.

Figura 4 – Reti principali del default network.

Sono quindi presenti funzioni legate all’impressione di controllo (sovranità) personale [1-3] e contemporaneamente  ciascuna di queste nozioni mentali riguardanti il nostro sé viene memorizzata come un evento coerente incapsulato nel contesto di un particolare riferimento spaziale o di una particolare situazione. [1]

Secondo Austin, questi dettagli topografici e scenici sono essenziali per permetterci di poter usare questi eventi processati e memorizzati in futuro; infatti soltanto se ciascun episodio è ancorato in un particolare punto del nostro ambiente, e in un particolare momento del nostro personale “time frame” allora ciascuno di questi episodi separati potrà organizzarsi in un dettagliato vissuto personale riutilizzabile anche in futuro, andando probabilmente a costituire le basi di quella che, in maniera molto superficiale e semplicistica, può essere secondo lui definita “Esperienza”. [1-3]

Una piccola osservazione di carattere personale: trovo riduttivo che il concetto di esperienza sia riconducibile soltanto a questa dinamica, anche perché a volte capita che soggetti affetti da amnesia riescano a svolgere delle attività pur senza aver alcuna memoria e/o nessun riferimento spazio-temporale del loro passato.

5. Ritmi e Metabolismo Cerebrale

Da quanto emerso finora il cervello quindi oltre a tutte le normali funzioni deve sostenere una notevole quantità di funzioni e processi legati al proprio vissuto personale e alla percezione del sé. Ma quanto impattano sul metabolismo generale cerebrale tali funzioni e il sostentamento delle aree deputate alla loro processazione?

A questo punto Austin fa un breve riassunto dei principali studi eseguiti con tecniche di imaging dinamiche per valutare il metabolismo cerebrale di tali aree. I primi studi con Tomografia ad emissione di positroni (PET) mostrarono che le vaste aree eterogenee descritte in precedenza riguardanti tutto ciò che è referente al sé richiedevano un metabolismo continuo ed attivissimo anche durante condizioni di apparente riposo. [1,2,5]

Stesse dinamiche erano state rilevate anche tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) che aveva evidenziato come i segnali provenienti da tali aree diventavano addirittura più attivi (sopra ad arbitrari livelli di base) quando i ricercatori assegnavano ai soggetti in studio degli specifici task (azioni codificate) referenti alla percezione di sé, [1,2,5] mentre si riducevano drasticamente sotto i livelli basali nell’istante in cui uno stimolo esterno catturava l’attenzione del soggetto.

Ulteriori studi di fMRI rivelarono un altro importante fatto: l’attività di queste aree corticali localizzate in posizione mediale e referenti al sé avevano un’attività inversa rispetto a quelle a localizzazione laterale, deputate ai processi attentivi. [1,3]

Secondo Austin, queste due macro-aree cerebrali separate legate una al sé (mediale) e l’altra all’attenzione (laterale) cooperano, ma in direzioni opposte, in maniera sinusoidale creando un lento e spontaneo ritmo endogeno. Questi ritmi reciproci non richiedono per attivarsi di stimoli esterni e ricorrono lentamente, circa tre volte al minuto, in un largo ciclo indipendente. [6]

Lo psicologo svizzero Walter Hess, che vinse il premio Nobel nel 1949, documentò le capacità dinamiche nascoste nelle regioni diencefaliche profonde. [1]

La prosecuzione ad oggi di questi studi rende plausibile l’ipotesi che alcune regioni cerebrali (dentro e attorno al talamo) possano essere l’origine di questi ritmi inversi spontanei documentati nei precedenti studi di fMRI. Dopo tutto questi sono dei cambiamenti a ritmo lento o veloce paragonabili all’ON/OFF di un interruttore che reclutano, ciclicamente, regioni corticali differenti che svolgono attività cruciali sia per i processi attentivi che per la rappresentazione del sé.

6. Ruolo del talamo

Il Talamo è una delle stazioni fondamentali di processazione a livello cerebrale di qualunque tipo di percezione ed esistono intricati circuiti interattivi che collegano e fondono le funzioni talamiche con quelle corticali. [5]

Tutte le nostre sensazioni salgono verso la corteccia attraversando i suoi nuclei (tranne l’olfatto) e quindi, secondo Austin, il talamo funziona come un importante pacemaker per tutto il cervello. In particolare, secondo Austin, risultano fondamentali tre nuclei limbici localizzati anteriormente al talamo che fanno da staffetta per i messaggi ad elevato carico emotivo veicolandoli dal sistema limbico fino alle aree legate al sé della corteccia, ricevendo infine risposte da veicolare in direzione opposta provenienti appunto da queste aree corticali.

Quindi questi tre nuclei limbici interagiscono con la maggior parte di quelle regioni associative corticali evidenziante in precedenza (mediali, egocentriche) organizzate in maniera da rappresentare i principali aspetti autobiografici del nostro sé correlati con le sue memorie topografiche. [1-3] Austin ha dimostrato come questi nuclei e le corrispettive regioni corticali si coattivino non solo durante un acuto emergere di sovraccarico emotivo, ma anche durante il conseguente processo rimuginativo. [1,2,3,5,7]

Tuttavia, nonostante queste connessioni bidirezionali talamo-corteccia semplificate all’estremo da Austin, esse ci forniscono soltanto una piccola e incompleta spiegazione di come tutto il nostro vissuto (percezioni, emozioni etc.) venga registrato e sedimentato nella memoria a lungo termine. Rimangono quindi le seguenti domande:

Come può il cervello liberarsi delle stratificazioni profonde legate alla percezione del sé? Come agiscono le tecniche di meditazione a tal proposito? E nello specifico riguardo allo Zen cosa accade negli stati di aumentata consapevolezza e risveglio come Kensho (uno stato di profonda consapevolezza che precede l’illuminazione) e Satori?

Prima di rispondere a queste domande è necessario introdurre un’ultima struttura encefalica coinvolta in questi processi.

7. Sostanza Reticolare

Il nucleo reticolare è un sottile strato di neuroni che avvolge i contorni del talamo e anche se ad oggi i dati di fMRI non lo contemplano, tuttavia esiste e i suoi neuroni rilasciano GABA, uno dei più potenti neurotrasmettitori inibitori. [5,7]

Potrebbe il GABA secreto da questo nucleo produrre un effetto “auto-annichilente”, cioè di soppressione della percezione del sé ? la risposta secondo Austin è si. E come avverrebbe questo processo? in virtù delle sue capacità selettive di calibrare la sincronizzazione delle nostre normali oscillazioni talamo-corticali. [6,8] Oltre a questa selettività vi sono le capacità di dissociare le funzioni visive dai due grandi circuiti descritti in precedenza, il ventrale e il dorsale. [9]

Il nucleo reticolare non agisce da solo, infatti ha due alleati inibitori, la zona incerta e il nucleo pretettale. La zona incerta rilascia GABA verso i nuclei talamici (incluso quello mediale dorsale) e il nucleo pretettale anteriore proietta sia al nucleo mediale dorsale che al laterale dorsale del talamo.

8. Neurofisiologia degli Stati Meditativi Profondi

Da quanto emerso in precedenza, esistono sostanzialmente dei circuiti con azione opposta, un default network e delle aree legate al talamo e alla sostanza reticolare che, agendo sui sistemi GABAergici sono in grado di sopprimere le vie legate alla percezione del sé.

Le parole anatta, no-self, e “non io” sono tra i termini standard usati per descrivere gli attributi di assenza del sé che si riscontrano in stati avanzati meditativi in cui è possibile manifestare questa soppressione della percezione del sé.

Essa è molto importante non solo, come vedremo, per lasciare emergere altri aspetti che normalmente sono silenziati dalla percezione del sé, ma anche per spiegare ad esempio come  mai le radici profonde delle paure primitive vengano abbandonate nel processo di risveglio della coscienza durante stati meditativi profondi come il Kensho, esattamente come anche la sensazione personale del passare del tempo o acronia, ossia uno stato di coscienza caratterizzato dalla perdita della percezione del passare del tempo. [2,5]

Austin a questo punto si pone alcune domande: “Quali altri network cerebrali potrebbero rimanere attivi durante tali stati coscienziali? Quali evidenze ci offrono una potenziale spiegazione per la genuina impressione di Unità che pervade tutto il nuovo campo di esplorazione coscienziale indotta da questi stati?”

Da quanto emerso finora tra circuiti, strutture e processi cognitivi, secondo Austin, scorrendo la lista dei candidati, i più probabili sembrerebbero i circuiti “allocentrici”. Il loro coinvolgimento nella struttura di riferimento di ciò che è “altro” dal nostro sé non è una nuova esperienza.

Questa prospettiva “anonima” (senza la percezione del sé) è sempre stata lì, svolgendo tuttavia un ruolo nascosto e subordinato al circuito egocentrico del sé. Tuttavia queste risorse legate all’altro da sé, rese libere dalla dominanza del circuito egocentrico del sé, possono essere espresse in una maniera completa e senza inibizioni.

In empty anonymity, this now-unveiled other-referential mode is liberated into the foreground of consciousness, reifying the perfection of the whole mental field with a meaningful global objectivity beyond reach of mere words.

Nel vuoto anonimo, questa modalità svelata legata all’”altro” (o non-sé) è libera di agire sul piano coscienziale, perfezionando tutto il campo mentale con una nuovo significato globale e oggettivo che va oltre la portata delle parole.

E sorprendente quanto questa definizione di Austin[5] sia simile a quella di Dhyana fornita in altre tradizioni di cui abbiamo parlato qui. E ancora più interessanti alcune definizioni del concetto di “illuminazione”, ovvero il coronamento di tutti questi processi meditativi: [10,11]

An astonishingly fresh impression of immanent reality prevails throughout this non-dual state of “Oneness”: all things, seen selflessly in the total absence of fear, are comprehended “as they really are.”
A state of being empty of ego, but full of what can come through [i.e., allo-perception] when that ego has been let go of.

Una sconvolgente nuova impressione di realtà immanente prevale attraverso questo stato di non dualità, di Unità: tutte le cose, viste senza il sé, nella totale assenza di paura sono comprese per “come veramente sono”.
Uno stato di vuota assenza di ego, ma colmo di quel qualcosa che può fluire quando l’ego è stato abbandonato.

Quindi secondo Austin, con il progredire del percorso meditativo la comparsa di una “nuova prospettiva” è preceduta dallo svanire della precedente percezione intrusiva del sé e il suo senso di sovranità.

Quando non esiste più il precedente sé egocentrico il “possessore” di queste percezioni inizia a “sentire” ciò che è intorno a lui con una particolare oggettività sconosciuta in precedenza. [1,2,5-7]

Tuttavia non bisogna concludere che la graduale diminuzione dell’ego durante decenni di pratica Zen rimuova quel pragmatico senso del sé che permette di risolvere le problematiche del vivere quotidiano adattandosi ad esse in un processo di aumentata maturità realistica.

In questo consiste l’allenamento orientato alla dissoluzione di queste distorsioni negative e neurotiche dell’ego che si difende attraverso i suoi condizionamenti e gli attaccamenti legati ad una scorretta percezione del sé. [7]

Precedente allo stato di Kensho viene descritto nella tradizione Zen uno stato denominato di “assorbimento interno”. [1,2] Modelli diversi sono stati proposti per spiegare questo stato alterno di coscienza chiamato “assorbimento interno” [7], che è descritto ad esempio nello Yoga come stadio di pratyahara, ossia appunto di ritrazione dei sensi verso l’interno.

Esso rappresenta uno stato preliminare, non raro durante i primi anni di pratica meditativa regolare. Fenomeni paradossi si possono manifestare in questo stato come visioni su sfondo nero, udire suoni particolari e una diversa percezione “non fisica” di sé dalla testa fino ai piedi.

Una spiegazione plausibile di questi fenomeni, secondo Austin, sono gli iniziali effetti dati dal blocco GABAergico  sul network egocentrico che determina la percezione del sé. [1,2,5-7] Questa inibizione può essere applicata a livello talamico previene la risalita degli impulsi alla corteccia, portando ad una iniziale soppressione delle sensazioni e della percezione del sé.

Conclusione

Da un punto di vista medico, le implicazioni sono molte e molte le domande. Tutto è semplicemente riconducibile ai due circuiti e alle loro interazioni? E i ricordi? E l’elaborazione e sovrapposizione di questi ultimi con ciò che accade ad ogni istante come avviene? E “l’esperienza”?

Sicuramente siamo lontani dal raggiungere risposte esaustive a queste domande, tuttavia ciò che emerge a livello embrionale come ipotesi è la consapevolezza che il cervello non abbia una conformazione strettamente topografica legata alle sue funzioni ma che piuttosto operi per aree che a seconda della situazione e dell’azione necessaria si attivano simultaneamente come un mosaico, creando quindi infinite conformazioni e possibilità di attivazione e quindi infiniti utilizzi e potenziali funzioni del cervello stesso.

Ciò apre ad una visione non più solo bidimensionale del cervello, ma tridimensionale e forse anche quadrimensionale, sempre ammettendo che la nostra mente (non solo la) e la nostra coscienza siano localizzate solo ed esclusivamente lì.

E qui torniamo alla tradizione Zen, che, come abbiamo visto (sempre in Meditazioni per non uscire dal mondo), appartiene a quella molto più vasta corrente secondo la quale la Coscienza è anteriore al senso dell’io stesso con cui si identifica.

Il lavoro di Austin ha il merito di aver fornito una chiave in più, in ambito scientifico, per comprendere come la meditazione, sia essa ottenuta tramite un processo o per immediato riconoscimento, sposti l’accento dall’io alla Coscienza stessa.

Uno slittamento appena impercettibile quanto il passaggio dalla veglia al sonno, “niente di speciale”, che nulla cambia formalmente ma che proprio per questo è l’essenza di un vero ri-conoscimento: ovvero prendere atto della Realtà così com’è, spoglia dalla pretesa di deformarla secondo la propria egocentrica immagine e somiglianza.

Una Realtà che non è soppressione del sé in favore dell’altro, bensì una terza condizione estranea all’esperienza ordinaria ma che non nega l’ordinaria esperienza. Ancora una volta, “niente di speciale”.

 

Bibliografia

[1] Austin JH. Zen and the brain: mutually illuminating topics. Front Psychol. 2013 Oct 24;4:784. doi: 10.3389/fpsyg.2013.00784. Review

[2] Austin JH. Selfless Insight. Zen and the Meditative Transformations of Consciousness. Cambridge, MA: MIT Press, 2009

[3] Corbetta M, Shulman GL. Spatial neglect and attention networks. Annu. Rev. Neurosci. 2011. 34, 569–599. doi: 10.1146/annurev- neuro-061010-113731

[4] Kubit B, Jack A. Rethinking the role of the rTPJ in attention and social cognition in light of the opposing domains hypothesis: findings from an ALE-based 73metaanalysis and resting-state functional connectivity. Front. Hum. Neurosci, 2013, 7:323. doi: 10.3389/fnhum.2013.00323

[5] Austin JH. Zen-Brain Reflections. Reviewing Recent Developments in Meditation and States of Consciousness. Cambridge, MA: MIT Press, 2006

[6] Austin JH. Meditating Selflessly. Practical Neural Zen. Cambridge, MA: MIT Press, 2011

[7] Austin JH. Zen and the Brain. Toward an Understanding of Meditation and Consciousness. Cambridge, MA: MIT Press, 1998

[8] Minn B. A thalamic reticular networking model of consciousness. Theor. Biol. Med. Model, 2010, 7, 10. doi: 10.1186/1742-4682-7-10

[9] Austin J. H. Zen-Brain Horizons. Living Zen With Fresh Perspectives. Cambridge, MA: MIT Press, 2014

[10] Boyle R. What is Awakening? (Appendix 2 is a Personal Summary). New York, NY: Columbia University Press, 2013

[11] Shodo Harada Roshi. “The Path to Bodhidharma,” in The Path to Bodhidharma. The Teachings of Shodo Harada Roshi, eds J. Lago (Transl.) and P. D. Storandt (Boston, MA: Tuttle), 2000, 162

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Il Paradigma Riduzionista e il Paradigma Olistico

2 Maggio 2016 by Giorgio Invernizzi 1 commento


Se vogliamo cercare di comprendere la Rivoluzione Scientifica in corso, dobbiamo partire anzitutto da quella che è oggi l’interpretazione più corrente del conflitto, l’apparente contrapposizione del Paradigma riduzionista (materialismo, neo-darwinismo) vincente per potenza economica, e del Paradigma olistico (spiritualismo, new age) arroccato in nicchie difensive.

Il termine apparente contrapposizione è volutamente provocatorio e cerco di spiegare il perché. Come facciamo ad identificare il luogo-cerniera intorno al quale ruota una Rivoluzione Scientifica? La sua caratteristica peculiare di solito è quella di essere un luogo molto turbolento e anche talvolta grossolano, assai lontano dai toni garbati della mediazione.

In realtà è un confine di inversione dei movimenti energetici fondamentali, un vortice di confine morte-nascita di due mondi che si muovono con dinamiche mentali, emozionali, materiali opposte, uno morente che si cristallizza in un crescente deficit di energia, l’altro nascente con energie esuberanti e caotiche, poco controllate.

Rispetto a questo scenario, come ho argomentato parzialmente in altro articolo (Medicina Disintegrata), la vulgata corrente che contrappone i due Paradigmi, riduzionista e olistico, non regge perché entrambi puzzano di cadavere e non si sente l’odore tipico del neonato.

Fuor di metafora, è convinzione personale che entrambi i Paradigmi stiano al di qua di una soglia di nascita che sola potrebbe esprimere un vero e proprio tsunami di creatività scientifica e tecnologica nella vita quotidiana, fenomeno che proprio non si vede.

A ulteriore conferma vediamo invece, specialmente nel mondo occidentale, continui esempi in politica, in economia, nella cultura, di apparenti contrapposizioni totali cui sottostanno patti occulti di non belligeranza costruiti sui conflitti di interesse.

Indubbiamente questa soglia nascita-morte ha sempre fatto paura all’uomo, sia che si tratti di varcarla biologicamente che culturalmente o esistenzialmente. Nell’ipotesi qui sostenuta, la soglia su cui entrambi i Paradigmi sono oggi bloccati rappresenta l’attuale limite evolutivo dell’essere umano. Su questa soglia egli consuma le sue risorse materiali e immateriali nel dilemma a favore della materia o a favore dello spirito, sottraendole a quel passaggio evolutivo che potrebbe produrre lo sviluppo di una visione unificante.

Il cuore del conflitto bloccato è la valutazione del principio ultimo di realtà, per cui nel Paradigma riduzionista esiste solo il piano materiale e quello spirituale è al massimo una sua produzione sottile, mentre nel Paradigma olistico esiste il piano spirituale che interagisce molto misteriosamente con il piano materiale. L’interazione, in larga parte fuori dalla conoscenza umana, rende impossibile definire in modo scientifico la relazione tra i due piani, quella Scienza dello Spirito che invece è ampiamente custodita nella Tradizione.

Nella coscienza contemporanea l’emergere del conflitto tra cosmogonia riduzionista e olistica causa una lesione della psiche umana, una vera e propria sindrome psichiatrica collettiva, in cui l’uomo, frammentato dalle antinomie tra le branche del sapere, perde il senso della realtà e della propria identità, quindi potere personale e creatività.

Nel tempo, il procedere del conflitto costringe entrambi i contendenti a blindarsi dedicando sempre più energie alla propria difesa in un processo che li porta a formalizzarsi come strutture religiose, vere e proprie Chiese. Con questo termine intendo, al di là delle istituzioni che si autodefiniscono come tali, tutte le strutture collettive che assumono caratteristiche formali e funzionali simili ad esse per la loro autoconservazione.

Tutte le Chiese sono infatti dotate di una cosmogonia, di una morale, di un clero e di riti di inclusione e di esclusione.

Contenuti

  • Chiesa Scientista e Paradigma riduzionista
  • Chiesa New-age e Paradigma Olistico
  • Che fare?

Chiesa Scientista e Paradigma riduzionista

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Il Paradigma riduzionista, sostenuto dall’imponente sviluppo tecnologico e finanziario, rappresenta una vera e propria cattedrale di pensiero omnipervasiva nel mondo attuale e al centro della sua cosmogonia sta la visione desacralizzata del mondo.

Il core-business di questo sistema è costituito da una serie di contenitori culturali soggetti a controllo totale da parte dell’establishment, chiamati evoluzionismo neo-darwiniano, neuroscienze, genomica. Essi sono considerati strategicamente sensibili per la loro proprietà di conferire all’uomo la visione di sé e del mondo, da cui derivare una morale, schemi normativi di comportamento chiamate in questo catechismo linee guida.

La difesa dei contenuti è affidata ad un clero, casta autoreferenziale costituita dagli adepti alle istituzioni scientifiche, organizzazioni nutrite e protette dal potere finanziario e politico (Università, Centri di ricerca).

L’appartenenza alla casta è regolata da riti ben codificati, rigidi meccanismi di cooptazione ed esclusione che selezionano gli individui cui conferire lo status sociale di studiosi esperti, veri e propri sacerdoti celebranti i riti culturali del sistema (Congressi scientifici, divulgazione mediatica).

La sanguinosa guerra che oppone la religione positivista a quelle perdenti devasta il pianeta da almeno trecento anni e impone al mondo la Chiesa Scientista, dotata di veri e propri fondamenti dogmatici, di un consensus particolarmente diffuso nell’umanità economicamente privilegiata, di un potere militare e politico di primaria importanza, nonché di una struttura di intelligence in grado di infiltrare e indebolire le religioni soccombenti.

Pur mimando in molti punti le religioni rivelate, la Chiesa Scientista pone a suo fondamento un principio opposto a quello da esse sostenuto: il vero dio è l’uomo fisico, signore della materia che egli può manipolare a suo piacimento con la tecnologia, celebrando i propri miracoli nei riti della divulgazione televisiva, per il popolo ignorante e consumatore.

Con l’avvento al papato di Benedetto XVI, cui non difettava profonda sapienza e lucidità filosofica, la Chiesa Cattolica è sembrata riprendersi dal morso velenoso della Chiesa Scientista che l’ha paralizzata con il veleno della fascinazione culturale e la suggestione del denaro di usura. Con voce chiara egli denunciò l’aggressione mortale all’umanità del dogma scientista, per l’equivoco sulla definizione del vivente, matrice della deriva materialista contemporanea.

Lasciando ai teologi il compito di fare chiarezza al loro interno, ritengo sia maturo anche per gli scienziati il problema della libertà di ricerca, ricominciando a criticare i fondamenti teorici ed epistemologici della scienza, con l’ambizioso progetto di ridefinire l’attuale paradigma del vivente.

Si potrebbe cominciare da una visione critica dell’attività clinica, che nel Paradigma riduzionista perde valore perché è frammentata: intorno alla sofferenza umana intervengono tre operatori, il medico, lo psicologo e il sacerdote, con competenze separate su corpo, mente e spirito. La loro separazione, quasi sempre consensuale, li confina in tre mondi convenzionali senza comunicazione reciproca, in cui si perde la visione complessa della sofferenza umana e il senso escatologico dell’evoluzione.

Il frutto più evidente in campo scientifico è il medico specialista applicato allo studio riduzionista di cellule e organi, incapace di comprendere l’insieme complesso del vivente con la sola biologia molecolare e le biotecnologie da essa derivate.

Chiesa New-age e Paradigma Olistico

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Nel conflitto materia-spirito il Paradigma olistico si oppone come polo alternativo al Paradigma riduzionista, questa volta a favore dello spirito.

Da un punto di vista filosofico il Paradigma olistico sottintende una cosmogonia binaria che prevede il polo materiale della Terra e il polo spirituale del Cielo ma, avendo perso la chiave di conoscenza complessa contenuta nella Tradizione che chiariva la rete di connessione tra i due poli, la descrive sempre in modo confuso o non la descrive affatto.

A questo punto fra i due poli finisce per esserci uno spazio interpolare inesplicabile e impredicabile, privo di congetture, da cui deriva una frattura nel continuum della realtà che impedisce il progredire della conoscenza e porta acqua al mulino del riduzionismo che ha facile denuncia di questa difficoltà.

Questo spazio invece è da sempre al centro della ricerca scientifica nella Philosophia Perennis, ma i profeti della religione new age si sono occupati più di come intrattenere i turisti dell’esoterismo di massa che di cercare la Scala di Giacobbe di cui parla la Bibbia: “E sognò di vedere una scala che poggiava sulla terra e la sua cima raggiungeva il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. (Genesi; 28,12).

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Raffaello Sanzio, La scala di Giacobbe

Anzi, l’interesse sembra opposto, come mostra il successo commerciale delle scuole PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), in cui viene insegnata una sofisticata tecnologia psichica per modificare i blocchi relazionali a fini utilitaristici, ma indifferente al rapporto tra l’io personale e l’Archetipo collettivo, asse portante dell’evoluzione.

Al di là di intuizioni e affermazioni molto suggestive, i seguaci new-age finiscono col confinarsi all’interno di una visione ingenua e onnipotente di magia antropocentrica alla ricerca di un benessere consumistico, particolarmente rischiosa per la concomitanza di due fattori:

  • l’ignoranza della Philosophia Perennis, la conoscenza tradizionale che codifica l’interazione creativa con gli Archetipi, anima vivente del mondo materiale;
  • l’uso incongruo di pratiche esperienziali che la Tradizione utilizza in altro modo e che li espone in modo indifeso all’infuenza diretta del mondo archetipale (vedi Costellazioni famigliari), interazione talvolta complicata da sostanze psichicamente attive.

Che fare?

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In conclusione sembra che il conflitto tra i due Paradigmi stia in realtà avvenendo intorno alle spoglie del sacro, ucciso da tre secoli di positivismo, spoglie preziose per gli spiritualisti che le idolatrano, pericolose per i riduzionisti che le temono. La logica conseguenza di questa lettura è la necessità di schierarsi all’interno delle due Chiese, scientista od olistica, per ogni persona responsabile del proprio ruolo storico attuale.

Ma forse è una lettura troppo limitata ed è possibile che il fronte della Rivoluzione Scientifica possa essere altrove, per cui la mia analisi punta in un’altra direzione. Tornando all’immagine del vortice morte – nascita richiamato in precedenza, è in questa direzione che si sente il rumore del cambiamento, come capita in prossimità delle cascate scendendo le rapide del fiume. È questo vortice il luogo turbolento e non politically correct dove si consuma la distruzione-costruzione di un mondo che è al di là della nostra immaginazione.

Al di qua cogliamo solo i segnali indiretti come l’attrito generato dalla perdita del sacro e l’arruolamento nelle due chiese che rende tutti i contendenti perdenti totali, nello stallo evolutivo e nella dispersione delle risorse.

Il punto critico del cambiamento verte oggi non tanto sull’esistenza oggettiva del sacro ma sul superamento dei limiti personali e collettivi che ne bloccano la conoscenza e il passaggio da questa soglia riguarda la paura della morte che impedisce all’uomo di nascere integrato alla luce trascendente nella vita quotidiana.

Ma cosa c’è al di là? Sicuramente il futuro evolutivo dell’umanità e, a coloro che sono disposti ad abbandonare il conflitto sulle spoglie residuali del sacro per varcarne la soglia, la Tradizione offre il suo veicolo, il Paradigma Alchemico, tesoro di conoscenza e di pratiche esperienziali, a cui conviene accostarsi più spogliandosi che acquisendo ornamenti culturali.

Ma di questo prezioso strumento di viaggio, antichissimo e terribilmente innovativo, parleremo nei prossimi articoli (Il Paradigma Alchemico).

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La diagnosi e il senso della vita

26 Ottobre 2015 by Giorgio Invernizzi Lascia un commento


La storia di Paolo A. raccontata da Francesco Vignotto (Ipocondria di uno Yogi) mi porta direttamente alla riflessione sul senso che può avere una diagnosi medica, riflessione che sta al centro di una lunga pratica medica personale.

Nel racconto la diagnosi formulata dall’ortopedico (circa una presunta meniscopatia,  NdR) indica uno stato preciso e immutabile predefinito, rispetto al quale il medico compie una verifica on-off sullo stato del paziente, o c’è la malattia o non c’è, e per ottenere questo esercita la massima focalizzazione su alcuni sintomi locali del paziente.

I suoi studi di medicina gli hanno fornito una griglia di classificazione in cui deve inserire i sintomi del suo paziente, classificazione cui corrispondono linee-guida terapeutiche da seguire rigorosamente. Il suo compito è eseguito quando ha classificato i sintomi per dare un nome alla malattia e l’ha correlata alla terapia corrispondente. In pratica cerca di cacciare la sofferenza del paziente nel buco giusto e, come sempre avviene in questi casi, se va bene si sa dopo.

All’opposto, l’esperto di psicosomatica attua una completa defocalizzazione dei sintomi del paziente con la diagnosi di “conflitti irrisolti somatizzati”, diagnosi che sparpaglia la sua sofferenza in uno spazio-tempo di cause infinite e soprattutto di difficile controllo, specialmente se si comincia a parlare di costellazioni famigliari e di karma.

Ognuno dei due sta cercando di leggere la sofferenza del paziente per porvi sollievo e si ritiene autorizzato a farlo solo all’interno di un modello di realtà codificato, chiamato Paradigma Scientifico.

La prima posizione deriva dal Paradigma riduzionista che, per raggiungere più in fretta la risoluzione di un problema, lo trasforma in un sistema chiuso in cui può semplificare i parametri riducendoli a sequenze lineari.

La seconda posizione è all’interno del Paradigma olistico che accetta formalmente la natura di sistema aperto dell’organismo vivente ma il più delle volte finisce per perdersi nella rete infinita di cause interconnesse per la mancanza di un forte impianto epistemologico che lo sostenga.

In realtà questo tema degli strumenti e del metodo con cui conoscere l’organismo vivente è la frontiera ultima della scienza in questo momento e, data la sua complessità, vorrei parlarne in modo più completo in una serie di prossimi interventi.

Tornando alla storia di Paolo A. però vorrei sottolineare un altro passaggio, quello in cui compare la grande diagnosi-rivelazione: “hai sempre avuto un’anca più alta dell’altra”, che segnala l’aspetto più pericoloso del fare diagnosi, aspetto che coinvolge sia il medico riduzionista che il medico olistico e in verità questo assai più di quello.
Il pericolo di questa diagnosi è la sua ambiguità quando viene formulata senza o addirittura contro la dimensione storica della persona e delle sue trasformazioni.

Senza questo tipo di informazione che riguarda la storia interna ed esterna della persona è impossibile comprendere il significato funzionale del disturbo che in quel momento presenta, quindi decidere saggiamente la direzione terapeutica. Solo la storia del paziente permette di affrontare la domanda fondamentale che rappresenta la vera diagnosi: questo sintomo è la malattia o un suo compenso, una forma di aggiustamento della malattia stessa?

Il problema è di assoluta rilevanza nelle malattie croniche, che poi sono la maggioranza, in cui togliere un compenso perché fastidioso senza sostituirlo con un altro, si spera migliore, può rappresentare il modo più sicuro di far uscire di controllo la malattia.

Nell’esempio di Paolo la rotazione del bacino rappresenta un minus peggiorativo o piuttosto il plus di un organismo che riesce a danzare la sua vita stortandosela quel tanto che basta per evolvere nella sua unicità esperienziale?

Paolo è un mostro (e non sapeva di esserlo) perché non segue un canone perfetto a priori o un fantastico navigatore rotto a tutti gli stratagemmi nel suo lungo viaggio?

Come vedete l’uno è malato, l’altro è sano, dipende con che occhi lo stiamo osservando, in questo caso partendo da un Paradigma Scientifico che mette al centro della storia umana personale e collettiva la sua evoluzione.

Ma allora la Medicina con la sua ridda di Paradigmi Scientifici è tutta una lucida follia e i medici e i terapeuti sono tutti o stupidi o sognatori?
No, spesso è stupido e frustrante il modello teorico ed epistemologico loro proposto: stupido perché non riesce a dare un senso completo alla vita umana e frustrante per la sincera volontà di coloro che cercano di alleviare la sofferenza.

Mi rendo conto che queste affermazioni, nella loro provocatoria incisività, aprono un certo numero di interrogativi di ampia portata, a cui non mi sottraggo, cercando di portare un contributo sincero.

Il dibattito su questi argomenti non è certo assente in rete, ma la personale impressione è che troppo spesso è simile al chiacchiericcio dei “tecnici da bar”, contesto che rifuggo da sempre per idiosincrasia costituzionale.

In questa occasione, come è mia abitudine, cercherò di argomentare al riguardo in modo non banale, evitando il copia-incolla e proponendo alla discussione soprattutto i frutti della ricerca personale.

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Lo Yoga in una posizione: la storia improbabile degli āsana

8 Settembre 2015 by Francesco Vignotto 1 commento


La maggior parte delle discipline nascondono effetti negativi, essendo concepite non per liberare, bensì per limitare. Non chiedete “perché?” e siate cauti col “come?”. “Perché?” conduce inesorabilmente al paradosso. “Come?” v’intrappola in un universo di causa ed effetto. Entrambi negano l’infinito.

Gli eretici di Dune, Frank Herbert

L’argomento di questo articolo è la pratica delle posture nello Yoga, ovvero, per chi non lo sapesse, degli āsana.

Per diverse ragioni, gli āsana sono divenuti l’elemento più iconico e rappresentativo dello Yoga, con un certo scorno da parte di chi sostiene che lo Yoga è molto altro ancora. Negli ultimi anni, gli āsana sono anche diventati una sorta di fenomeno di costume, pose da esibire e soggetto prediletto dai praticanti per i propri selfie e per delimitare il proprio territorio di appartenenza sub-culturale.

Oggi gli āsana costituiscono spesso buona parte – se non la totalità – di ciò che nella pratica si fa nei luoghi deputati a questa disciplina. Questo almeno a una visione esterna, se si prescinde naturalmente da ciò che succede nella sfera interiore – oltreché, come vedremo, nelle interiora.

Yogi amanti del Sé o Yogi amanti di sé?
Yogi amanti del Sé o Yogi amanti di sé?

Anche se con un leggero senso di colpa, gli āsana sembrano aver preso tutto. E, a giudicare da quanto mi riferiscono i praticanti che giungono qui a Zénon, è addirittura una rarità che vengano insegnati anche solo i rudimenti di una respirazione consapevole (non dico prāṇāyāma: semplice consapevolezza del respiro). Le “fasi” o dimensioni ulteriori dello yoga vengono rimandate a un secondo o terzo anno che spesso non arriverà mai nemmeno dopo una vita parcheggiati in una palestra.

Eppure, malgrado ci si ripeta che l’āsana è ben più di una semplice postura, la sua odierna predominanza rimane controversa e nasconde in fondo il dubbio e l’insicurezza di molti praticanti e insegnanti: che lo yoga sia degradato a pratica meramente ginnica, tagliando i legami con le sue basi soteriologiche, ovvero abbia perso l’obiettivo – o la capacità – di guidare al di fuori di una situazione indesiderata, ovvero la sofferenza che appare inevitabile compagna all’esistenza umana.

A ciò si aggiunge la consapevolezza oggi crescente, come vedremo, che molte delle pratiche fisiche un tempo introdotte all’Occidente come estremamente antiche, sarebbero in realtà molto più recenti di quanto potessimo pensare, o addirittura moderne. Di più: forse l’elemento che suscita ancora più sconcerto è che l’antichissima scienza dello Yoga sia stata e sia soggetta a mutamenti.

Ma che cosa sono questi āsana e perché dovremmo considerarli diversi da una pratica ginnica? Perché vengono praticati all’interno di una disciplina così strettamente legata alla sfera spirituale? E come andrebbero praticati?

Ci è stato ammonito, all’inizio di questo articolo, di andare cauti con i perché e con i come. Anche per questo, come al solito avverto che quanto segue è del tutto arbitrario nell’esposizione e frammentario. È una spiegazione a cui per necessità si è data una parvenza di forma coerente, nella speranza che possa essere utile, ma non definitiva.

Contenuti

  • Stare seduti
  • Austerità e ardore
  • Alchimia
  • Otto milioni di āsana
  • Capovolgimenti e dissolvimenti
  • Ma allora, che cos’è un āsana?
  • Tempi postmoderni
  • Per concludere

Stare seduti

Tentiamo di rintracciare un seppur tenue filo storico, consapevoli che è impresa ardua e ingrata cercare di tracciare l’indocumentabile.

Assumere posizioni in relazione a particolari stati psichici è un atto con ogni probabilità molto più antico dello stesso yoga, se con questo termine intendiamo “qualcosa” che sia stato sottoposto a un minimo di sistematizzazione.

Ad esempio, alcune terrecotte ritrovate nei siti di Harappa e  di Mohenjo Daro, nell’attuale Pakistan, raffigurano esseri umani in varie posizioni. Le civiltà che hanno prodotto questi manufatti risalgono III millennio a.C. e sono antecedenti alle invasioni indoeuropee:

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Quale osservazione collaterale, noteremo che esistono raffigurazioni anche nell’antico Egitto e diversi manufatti delle civiltà precolombiane che rappresentano posture molto simili gli āsana praticati nello Yoga, ma ciò ci porterebbe molto lontano non solo geograficamente.

Ora però dobbiamo notare che il termine sanscrito āsana significa “stare seduti” e sembra che in principio indicasse le sole posizioni sedute di meditazione. È molto probabile che Patanjali negli Yoga Sutra (III secolo a.C.- IV secolo d.C.) intendesse la parola āsana in questo senso. Nonostante sia quasi unanimemente considerato la massima autorità yogica, Patanjali peraltro non descrive alcuna postura, ma dedica all’āsana tre sutra molto significativi anche nei riguardi della pratica moderna:

La postura deve essere comoda e stabile
Grazie al rilassamento dello sforzo e all’incontro con l’infinito
Così da non esser più colpiti dalla coppia di opposti

Yoga Sutra II, 46-48

Con il senno di poi, da questi sutra ricaviamo alcune informazioni importanti, tra le quali:

  • che l’āsana è inteso per una pratica prolungata e statica (“comoda e stabile”, in modo da non disturbare la pratica), o meglio ancora che l’atteggiamento del praticante debba prescindere da una durata temporale;
  • che non contempla l’impiego della forza fisica, o meglio della contrazione muscolare;
  • che la sua pratica bilancia gli impulsi nervosi, neutralizzando gli effetti dei dvandva (coppie di opposti) sia fisici (caldo/freddo, piacere/dolore) sia mentali (felicità/sofferenza ecc.): in altre parole, la pratica degli āsana sviluppa il controllo sugli impulsi consci e inconsci.

L’āsana, secondo la visione offerta da Patanjali è parte di un quadro sistematico composto da otto membra. L’āsana è il terzo membro, preceduto dalle restrizioni (yama)  e dalle osservanze (nyama) e sono seguite dal prāṇāyāma e dai quattro stadi via via più meditativi: pratyhara (ritrazione dei sensi), dharana (concentrazione su un punto), dhyana (meditazione) e infine samadhi, il completo assorbimento e fusione con l’oggetto di meditazione che è l’obiettivo il senso ultimo della parola Yoga (“unione”) e coincide con la definizione stessa di Yoga formulata da Patanjali, ovvero la “cessazione delle modificazioni della mente”.1Yoga Sutra, I, II

L’āsana, dunque, fornisce il supporto fisico agli stadi successivi, che però sembrano quasi simultanei. Ed è per questo che i sutra precedenti andrebbero letti in prospettiva dei cinque seguenti:

realizzando questo, si ha il prāṇāyāma che è la cessazione del movimento d’inspirazione e d’espirazione.
[Esso] è interno, esterno o stabile; è regolato dallo spazio, dal tempo e dal numero, è prolungato o breve.
Un quarto [stadio] va al di là di quello interno ed esterno.
Grazie ad esso si dissolve lo schermo della luce.
E [si ottiene] la possibilità della concentrazione.

Letti in questo senso, āsana, prāṇāyāma (nelle sue fasi) e la (possibilità della) concentrazione sembrano generarsi uno dall’altro. È da notare che mentre Patanjali tratteggia āsana nelle sue generalità, senza nominarne alcuna, riguardo a prāṇāyāma, pur definendolo nella sua perfezione (la cessazione del movimento di inspirazione e d’espirazione), ne descrive almeno quattro tipi diversi.

Austerità e ardore

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Quando sentiamo affermare che lo yoga vanta origini antichissime, spesso immaginiamo che vi sia una tradizione uniforme tramandata più o meno immutata attraverso migliaia di anni (per poi, magari, accapigliarci su chi detenga la palma della più vicina alla fonte originaria).

In realtà, le sue prassi e i suoi fondamenti filosofici sono molteplici e non sempre istituzionalizzati o sistematizzati in modo coerente. Accanto al mainstream, ci sono stati e ci sono miriadi di rivoli che a volte divergono, altre confluiscono e in alcuni casi colorano indelebilmente la corrente principale.

Così, le prime descrizioni di āsana non seduti nello Yoga risalgono al Medioevo. Ma come James Mallinson ha giustamente osservato, “l’apparizione di descrizioni testuali di pratiche fisiche nello yoga non significa che quelle pratiche fossero state inventate in quel momento”. E in realtà nella letteratura antecedente abbiamo diverse testimonianze di queste posture, ad esempio nel poema epico del Mahabharata (III secolo a.C.- II secolo d.C.) oppure nei purana (II sec. a.C. – X sec. d.C.); tuttavia, queste pratiche non erano considerate āsana e non erano nemmeno contemplate nell’ambito istituzionale dello yoga (nota per i praticanti: le posture nominate nella citazione seguente non corrispondono necessariamente a quelle, omonime, praticate oggi).

… gli asceti sono descritti seduti in virāsana, una non identificata ma scomoda posizione seduta, e utkatāsana, una posizione accovacciata. Si dice inoltre che trascorrano lunghi periodi capovolti, o in piedi su due gambe o su una sola, o con le braccia in aria. Malgrado gli asceti che utilizzassero queste tecniche fossero associati alla pratica dello yoga, le tecniche fisiche in sé non lo erano. Sono tecniche di tapas, di ascetismo, e l’antico haṭhayoga è una codificazione delle pratiche fisiche di questi asceti pratiche il cui principale scopo era di aiutare la sublimazione del bindu, il seme, l’essenza vitale del corpo la cui preservazione era la chiave per coltivare il potere ascetico.2J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body

Il termine tapas, utilizzato sin dall’antichità vedica, significa letteralmente “ardore”. Tale ardore, che si manifesta anche come calore fisico, è sprigionato dall’asceta come sottoprodotto delle enormi energie liberate dal potere purificante dell’austerità, che viene esercitata al di là di ogni senso del limite; e proprio la rinuncia a ogni senso della misura pare essere il principio attivo del tapas. Sembra ad esempio che gli dèi dovettero supplicare Shiva di sposare Paravati, poiché quest’ultima, per guadagnarsi il suo amore, aveva intrapreso la pratica di austerità – tra le quali rimanere su una gamba sola per molti anni – accumulando tremendi poteri.

Straordinari poteri attribuiti alla pratica delle austerità. ndia, Himachal Pradesh, Mandi, 1725–50
Un asceta acquisisce straordinari poteri attraverso la pratica delle austerità. India, Himachal Pradesh, Mandi, 1725–50

Il digiuno è una delle austerità per eccellenza e fu praticato in maniera estrema anche dal Buddha Siddharta prima della realizzazione e prima di scartare gli eccessi delle austerità in favore della “via di mezzo”.

Patanjali, dal canto suo, annoverava il tapas tra i Niyama quale disciplina di autocontrollo, che tuttavia anticipa anche qualcosa che ritroveremo gli āsana nello haṭhayoga, ovvero il principio di purificazione:

Praticando le austerità si distruggono le impurità e sopraggiungono la perfezione nel corpo e negli organi di senso

Yoga Sutra, II, 43

Per chiudere il cerchio sul tapas, è significativo che una delle penitenze di Arjuna, intraprese dall’eroe del poema epico Mahabharata per far sì che Shiva (ancora Shiva) gli concedesse il suo terribile arco, consistesse, manco a dirlo, nello stare su una gamba sola (ancora su una gamba sola) in una tipica posizione che oggi consideriamo parte dello Yoga:

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E, per curiosità, possiamo notare nello stesso altorilievo un gatto che imita la posa di Arjuna, forse in spregio della sua penitenza:

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Alchimia

Come un recipiente di terra non cotta gettato nell’acqua, il corpo va presto in rovina (in questo mondo). Cuocilo bene nel fuoco dello Yoga in modo da fortificare e purificare il corpo.

Gheranda Samhita, 1,8

Quelle che un tempo erano considerate austerità, pratiche immuni da ogni senso della misura, divengono i mezzi per purificare e fortificare il corpo in modo sistematico con l’haṭhayoga.

Il termine sanscrito hatha significa “forza” e alcuni ravvisano un riferimento non tanto all’impegno fisico che le sue tecniche richiedono, quanto all’energia che queste ultime mirano a liberare; un’altra lettura, più esoterica ma probabilmente meno corretta dal punto di vista filologico, scompone il termine nelle sillabe Ha, riferita al Sole, ovvero il principio vitale, e Tha che corrisponde alla Luna, l’energia mentale, due principi che, come abbiamo visto, l’haṭhayoga mira a equilibrare. 3The Meaning of haṭha in Early Haṭhayoga, Jason Birch, Journal of the American Oriental Society ,Vol. 131, No. 4 (October-December 2011) , pp. 527-554 Published by: American Oriental Society Stable URL: http://www.jstor.org/stable/41440511

Mentre lo Yoga di Patanjali è uno dei sei sistemi filosofici ortodossi dell’induismo, i testi dell’haṭhayoga provengono dalla tradizione eterodossa dei Nath, che si considera sorta attorno al VII secolo d.C. Tuttavia, essi non sembrano essere stati i “padri” dell’haṭhayoga, ma sembra che abbiano codificato delle tecniche che erano state tramandate per secoli oralmente in ambito ascetico, offrendole quindi a un pubblico molto più vasto.

I maestri Matsyendra (X secolo) e Goraksha (IX-XII secolo) sono capostipiti dei Nath e ritenuti i fondatori dell’haṭhayoga. Le loro vite sono intrise di leggende ed entrambi sono identificati con Siva. Ad essi sono dedicate due āsana. Delle due, matsyendrāsana è quella oggi più celebre.

L’haṭhayoga ha influenzato fortemente pressoché tutti gli stili di yoga moderno di tipo posturale. Tuttavia, mentre oggi è popolarmente considerato sinonimo di “yoga degli āsana”, nell’haṭhayoga le posture fisiche sono parte di un percorso articolato di tecniche diverse, che oltre agli āsana comprendono anche gli shatkarma (le sei tecniche di purificazione quali il lavaggio dei seni nasali, clisteri ecc.), i prāṇāyāma, i bandha (tecniche di contrazione dell’area pelvica, di quella addominale e della gola) e i mudra (circuiti pischici a cui accenneremo brevemente più avanti).

Intendiamoci: l’obiettivo dell’haṭhayoga è sempre il samadhi (qui chiamato anche stato di unmani, o assenza di mente), comune allo yoga di Patanjali. Tuttavia decadono le restrizioni e le osservanze etico-morali e agli āsana spetta il compito di ‘primo gradino’ nel percorso dello Yoga.

Prima di tutto, gli āsana sono detti la prima parte dell’haṭhayoga. Avendo eseguito le āsana, si ottiene stabilità del corpo e della mente, libertà dalla malattia e leggerezza delle membra

haṭhayoga Pradipika, 1, 17

La pratica degli āsana ha il compito di raffinare il corpo, rimuovendo le impurità e i blocchi energetici che impediscono al prana di circolare. Stabilità, libertà dalla malattia, leggerezza dell membra: qualità già nominate da Patanjali sotto la voce tapas. Tuttavia l‘haṭhayoga affonda le mani nella materia densa, in cui la stabilità della mente è minata da eccessi di muco, malattie e deformità e descrivendo con dettaglio fino ad allora inaudito tecniche pratiche e fisiche.

La meditazione è uno stato a cui è necessario essere preparati fisicamente ed energeticamente. Riplasmare il corpo e regolare i flussi energetici significa fissare la mente. Intendiamoci: lo Yoga di Patanjali e l’haṭhayoga non sono in contrasto e descrivono lo stesso soggetto, solo che gli accenti cadono in punti differenti. Potremmo anche affermare che Patanjali descrive la meta mentre l’haṭhayoga descrive una delle vie.4È del resto suggestiva l’ipotesi secondo cui l’apparire dell’haṭhayoga sarebbe correlato alla decadenza del Buddhismo in India. Il Buddhismo classico, infatti, predilige  un approccio principalmente etico e psicologico alla dimensione spirituale. A questo influsso sembra non sia sfuggito nemmeno Patanjali: “As a result of Buddha’s popularity, meditation became the main form of spiritual practice on the entire subcontinent. However, the preparatory practices were ignored. Ethics and morality were very much overemphasized. It was at this time that the thinkers of India began to reassess Buddha’s system.
Indians believe that meditation is the highest path, but they disagree on one point – that one can start meditation immediately. Instead they believe one has to prepare oneself.[…]
It was at this time that Matsyendranath founded the Nath cult which believed that, before taking to the practices of meditation, you must purify the body and its elements. This is the theme of haṭhayoga.” Swami Muktibodhananda, haṭhayoga Pradipika (introduzione), Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India

L’haṭhayoga, in definitiva, è un’operazione alchemica che procede dal grossolano al sempre più sottile.

Otto milioni di āsana

Un Nath yogi che esegue mayurāsana, dipinto nel tempio di Maha Mandir, Jodpur, XIX secolo (fonte). Mayurāsana sembra del resto essere la più antica āsana non seduta a essere citata in un testo.

Il numero di āsana, per l’haṭhayoga, è sterminato: addirittura 84 lakh, misura che corrisponde a centomila unità. Tale, afferma ad esempio la Gheranda Samitha, è il numero delle creature viventi, in una sorta di percorso che ritraccerebbe l’evoluzione stessa della vita. Il numero delle posizioni descritte o anche solo nominate nei testi è tuttavia molto minore: 84 sono dette quelle più importanti, e la Gheranda Samhita ne descrive 32, mentre l’haṭhayoga Pradipika 16. Il più tardo Hatharatnavali (XVII secolo) elenca le 84 posizioni fondamentali, anche se i nomi spesso si discostano da quelli utilizzati oggi.

Nei testi dell’haṭhayoga, accanto alle posizioni meditative sedute, cominciano ad apparire gli āsana che oggi definiremmo correttivi/educativi, ossia che hanno il compito principale di agire sul tronco e sugli organi interni, ma soprattutto sulla colonna vertebrale, agendo sia al punto di vista strettamente posturale e fisico, sia liberando dalle ostruzioni il canali energetici e in special modo sushumna, che scorre proprio in corrispondenza della spina dorsale. 5La posizione che vanta la più antica attestazione sembra essere mayurāsana, la posizione del pavone, che vedremo più avanti: The peacock posture, mayurāsana, has the oldest heritage. Its description in the Light on Hatha is taken from a thirteenth- or fourteenth-century yoga manual composed in a Vaishnava milieu,
i.e., among followers of the Hindu god Vishnu, but can be traced back through other Vaishnava texts to one from approximately the ninth century.” (J. Mallinson – D. Diamond, “Asana”, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159)

Oltre alla già citata Matsyendrāsana, nomineremo, tra i più celebri āsana oggi, Paschimottanāsana (la distensione in avanti, nota anche come la pinza), Dhanurāsana (l’arco), Gomukāsana (la mucca), Mayurāsana (il pavone), Shalabāsana (la locusta), Bhujangāsana (il cobra), Garudāsana (l’aquila),  Vrikhāsana, e Savāsana (il cadavere). Quest’ultima, tra l’altro, appartiene a un’altra tipologia ancora di āsana oggi praticati, ossia quelle di rilassamento.

Capovolgimenti e dissolvimenti

Qualcuno ha fatto notare che nei testi classici dell’haṭhayoga mancano del tutto le posizioni capovolte, che sono considerate uno dei pilastri dello yoga contemporaneo. Ciò tuttavia non è del tutto esatto. Infatti, se andiamo a osservare sotto la voce “mudra”, noteremo che Viparita Karani (o Viparitakarana) prevede una posizione invertita.

Mettendo la testa sul terreno, che egli stiri le gambe in alto, muovendole a
rotazione. Questo è Viparitkarana, tenuto segreto in tutti i Tantra.

Shiva Samhita, IV,45

Viparita Karani come è comunemente praticata oggi, sia come āsana sia come mudra, da S. Satyananda, Asana, Pranyama Mudra Bandha
Viparita Karani come è comunemente praticata oggi, sia come āsana distinta da Sarvangāsana, sia come mudra, tratto da S. Satyananda, Asana, Pranyama Mudra Bandha

I mudra sono particolari circuiti psichici i cui effetti possono essere molto sottili e coinvolgere a diversi livelli il complesso umano. Questi circuiti possono essere attivati in svariati modi, tra cui anche la postura corporea. In quest’ultimo caso, la differenza tra āsana e mudra può essere molto labile.

In effetti, da Viparita Karani sembrano discendere gli āsana invertiti di Sarvangāsana (la posizione sulle spalle o della candela) e Sirsāsana, la posizione sulla testa, posizioni che Iyengar ha definito “il re e la regina” dello Yoga. Nello yoga moderno gli effetti fisiologici di queste posizioni sono stati analizzati molto in dettaglio. Giusto per rendere un’idea:

Nelle posizioni capovolte, a causa della posizione rovesciata del corpo, i meccanismi riflessi cardiovascolari vengono stimolati, il ritorno al cuore del sangue venoso diviene quindi molto facile, perché non deve vincere la forza di gravità […] Inoltre il cervello viene irrorato di sangue e così i tessuti nervosi ricevono abbondante apporto di sostanze nutritive. Allo scopo di prevenire un afflusso eccessivamente violento di sangue al cervello, si instaura un nuovo tipo di meccanismo riflesso, riguardante la circolazione nell’estremità superiore del corpo. In questo modo non solo viene tenuta sotto controllo l’intensa circolazione cerebrale durante la postura, ma anche la pressione del sangue viene mantenuta al livello ottimale durante l’attività quotidiana.

M.M. Gore, Anatomia e fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli, pp. 77,88

Questa particolareggiata descrizione ci rende edotti non solo di alcuni degli effetti delle posizioni invertite mentre vengono praticate, ma anche su come esse siano in grado di riprogrammare e ricalibrare i meccanismi autonomi ben oltre la durata della pratica.

Posizione capovolta tratta dal Bahr-al-Hayt (Oceano di vita) testo in persiano redatto alla fine del XVI secolo e illustrato all'inizio del secolo successivo. http://www.asia.si.edu/explore/yoga/chapter-4-bahr-al-hayat.asp#one
Posizione capovolta tratta dal Bahr-al-Hayt (Oceano di vita) testo in persiano redatto alla fine del XVI secolo e illustrato all’inizio del secolo successivo. Il testo

Nel linguaggio dell’haṭhayoga, questa inversione è descritta come il capovolgimento del normale rapporto tra il Sole (il principio fuoco situato nell’ombelico, ovvero la forza vitale) e la Luna (la coscienza, situata nel capo), impedendo che la secrezione di quest’ultima, il nettare Amrita, venga bruciato nel fuoco vitale come avviene in condizioni normali. L’inversione di questo processo permetterebbe anche di arrestare il decadimento fisico.

Il caso di Viparita Karani, mudra ‘asanizzato’ è inoltre esemplare di come il termine “āsana”, in realtà, tenda con il tempo ad inglobare pratiche di diversa natura. Del resto, già nei testi sopra citati dell’haṭhayoga, viene annoverata tra gli āsana anche Mritāsana o Savāsana, ovvero la posizione del “cadavere”, che appartiene a una tecnica del Laya Yoga (un altro sistema coevo all’haṭhayoga, che mira dissolvere la mente), oltre a fornire in epoca contemporanea il supporto prediletto per la pratica di rilassamento profondo o sonno yogico dello Yoga Nidra.

Ricordiamo inoltre Maha mudra, praticato oggi quasi unicamente come postura, e come tale presentato ad esempio da Iyengar e ancor prima dal suo maestro Krishnamacharya.

Qual è dunque il confine tra l’āsana, la postura fisica e qualcos’altro ancora? È possibile tracciare una linea definitiva?

Ma allora, che cos’è un āsana?

Il termine Hatha, come abbiamo visto, sembra riferirsi a una certa forza o violenza. Tuttavia, perlomeno nell’haṭhayoga delle origini, ciò non sembra riferirsi alla forza fisica. Ma se oggi lo yoga è identificato – a torto o ragione – con la pratica degli āsana, urge allora comprendere in cosa differisce la pratica degli āsana da altri tipi di esercizio fisico. Ecco alcuni punti che marcano le principali differenze:

  1. Mentre l’attività fisica ha come obiettivo il potenziamento e condizionamento muscolare, gli āsana mirano a produrre effetti sugli organi interni e sulla consapevolezza del corpo, ad esempio modificando la pressione nelle cavità interne del tronco, sviluppando la propriocezione e la viscerocezione, regolando l’attività endocrina.
  2. Lo sforzo e la contrazione muscolare sono parte integrante dell’esercizio fisico in quanto sono la base stessa per il potenziamento; nello yoga invece lo sforzo è contemplato solo in misura limitata durante la fase di apprendimento e di assunzione della posizione, mentre nella fase di mantenimento la muscolatura è rilassata (o meglio, in contrazione isometrica).
  3. Metabolismo e catabolismo sono accelerati nell’esercizio fisico, mentre nella pratica degli āsana sono rallentati, così come il consumo di ossigeno.
  4. Durante l’esercizio fisico l’attenzione può non essere richiesta in maniera esclusiva (ad esempio, parlo con il mio vicino mentre corro sul tapis roulant), oppure è diretta a ciò che ‘fa’ il corpo esternamente o all’interazione con altri; durante la pratica di un āsana la consapevolezza è rivolta all’interno, nell’osservazione del respiro e dei processi mentali, quando non si stia eseguendo una precisa tecnica respiratoria o non si stia dirigendo la concentrazione verso un’area specifica.

Il quadro non è certo esaustivo, ma basta per rendere l’idea di una differenza che oggi non sempre è chiara nemmeno agli addetti ai lavori.6Si veda per approfondimenti M.M. Gore, Anatomia e Fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli e S. Satyananda Saraswati, Asana, Prāṇāyāma, Mudra Bandha, Bihar

Tempi postmoderni

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…non esattamente tapas

Tra la pratica degli āsana nel medioevo e la pratica degli āsana nel ventunesimo secolo sono cambiate molte cose. La madre di tutte le novità è che lo Yoga si è diffuso in tutto il mondo e viene praticato da milioni di persone non solo come disciplina con finalità strettamente spirituali, ma anche e soprattutto per migliorare il benessere, la forma fisica, o come forma di terapia. Discorrere su come e perché ciò sia accaduto sarebbe molto interessante, ma ci porterebbe molto lontano e richiederebbe spazi appositi.

Accontentiamoci per il momento di considerare che è bene esentarsi dall’esprimere giudizi di valore sulle aspirazioni dei suoi praticanti, perché spesso tali aspirazioni non sono quello che sembrano, nel male ma anche e soprattutto nel bene.

Intanto, però, lo yoga è diventato anche un mercato. Più che nuovi sistemi di Yoga, sono sorti innumerevoli ‘stili’, le cui differenze vertono soprattutto sulle modalità di esecuzione degli āsana e sui metodi per arrivare ad eseguirle.

A Trimulai Krishnamacharia si deve gran parte dello yoga contemporaneo, sia per i suoi insegnamenti, sia per essere stato il maestro, tra gli altri, di Patthabi Jois e di B.K.S. Iyengar.
A Tirumalai Krishnamacharya si deve gran parte dello yoga contemporaneo, sia per i suoi insegnamenti, sia per essere stato il maestro, tra gli altri, di Patthabi Jois e di B.K.S. Iyengar.

Si è molto dibattuto negli ultimi vent’anni su quanto la pratica odierna debba a una tradizione yogica “autentica” e quanto invece abbia risentito delle pratiche in uso presso militari, ginnasti e lottatori indiani, oltre che delle pratiche ginniche diffuse in europa e in America tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, le quali condividevano spesso aspirazioni ‘spirituali’. Mark Singleton e il meno noto N.E. Sjoman hanno indagato ampiamente questo argomento, con ricchezza documentale, ma anche questo argomento meriterebbe di essere trattato a parte.7N.E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace, Abhinav Publications, 1996

M. Singleton, The Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, Oxford University Press USA

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Sicuramente, lo Yoga moderno sembra presentare due novità di rilievo rispetto alla pratica degli āsana: la prima è lo sviluppo di diversi āsana rafforzativi, soprattutto a base in piedi; la seconda è l’utilizzo di sequenze in movimento, prima fra tutte il Surya Namaskar (il saluto al Sole), che sarebbe stato inventato nel 1929 dal raja Pratinidhi Pant di Aundh, nell’ambito del suo programma di salute pubblica e di educazione fisica.8S. Reddy, Modern Postural Yoga, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159

E proprio il caso del Surya Namaskar sarebbe emblematico: in seguito all’enorme successo della pubblicazione di Pratinidhi Pant illustrava la sequenza, la pratica del “saluto al sole” non solo è entrata nella routine della pratica yogica, ma in alcune scuole è stata associata a un’antica pratica di venerazione del sole attraverso un complesso sistema di recitazione di mantra che risale veramente all’epoca vedica. 9Ad esempio, nel Satyananda Yoga: http://www.yogamag.net/archives/2006/emay06/sn.shtml Per cui, quando ci sentiamo dire che il saluto al sole affonda le radici nell’antichità, si dice qualcosa di vero e di falso allo stesso tempo.

Ma il fatto che lo Yoga sia soggetto a mutamenti è fuori di discussione ed è un falso problema: come abbiamo visto, lo è sempre stato. Se è quindi vero che lo Yoga contemporaneo, nelle sue forme e nei suoi ibridi più commercializzati, possa degradarsi a forme di fitness poco distinguibili da ‘prodotti’ simili presenti sul mercato, al tempo stesso esiste anche la tendenza inversa, ovvero la capacità di trasformare in Yoga anche le pratiche e gli influssi più eterogenei.

Del resto, vorrei concludere con una citazione dello stesso Sjoman. Una tradizione basata sulla performance piuttosto che sull’ortodossia a dei testi, è per forza di cose dinamica, soggetta a trasformazioni, la cui conoscenza

non insegna un contenuto oggetto, ma un metodo di apprendimento, una guida per correggere il pensiero. Nel caso dello yoga, insegna una risposta fisica. In realtà, gli āsana yoga sembrano essere un tipo di risposta fisica talmente potente che è sopravvissuta e ha prosperato anche attraverso enormi follie. […]
Che dire delle origini storiche di alcuni degli āsana – per esempio la viparitacakrāsana, che sembra non avere alcun fondamento nello yoga, ma è stata presa dalla ginnastica? Dal punto di vista yogico di definizione funzionale, niente ha il diritto di essere chiamato un āsana in sé.
Qualcuno che fa un āsana tradizionalmente accettata può eseguirla nel modo in cui la farebbe un sollevatore di pesi “muscolo-contrattore”, o può farla simbolicamente aspettandosi qualche vantaggio spirituale dall’assumere quella forma particolare.
In nessuno dei casi rientra nel campo di applicazione della definizione – abbandono dello sforzo, equilibrio e trascendenza. Il movimento che in origine era ginnico è compiuto in modo diverso da un ginnasta e diversamente da uno studente di yoga che ha lavorato con il suo corpo, i suoi schemi consci e inconsci di movimento muscolare. 10Sjoman, p.61

Per concludere

Abbiamo visto, in questo lungo articolo, la definizione di Patanjali di un unico āsana che al tempo stesso contiene tutte gli altri āsana che furono introdotte in seguito. Abbiamo accennato alle austerità praticate degli asceti, prima che divenissero āsana anch’esse, e il cedere oltre il senso dei propri confini. Abbiamo visto il principio di trasmutazione dell’haṭhayoga delle origini. E, infine, la capacità di trasformazione dello Yoga stesso, attraverso il contatto con il mondo moderno al di là dei confini entro cui si è sviluppato. In modo non sempre riuscito, certo, ma le assurdità e le contraddizioni hanno sempre un potenziale evolutivo.

Lo Yoga, come principio di unione, è al tempo stesso dentro tutto questo e trascende tutto questo. L‘intero può e deve essere trovato in ogni sua parte e al tempo stesso ogni sua parte, se dissezionata e separata, non contiene nulla dell’intero.

Ritengo che gli āsana, insomma, malgrado tutto quello che oggi sappiamo su di esse anche sotto il profilo scientifico, conservino il principio attivo nella misura in cui conservano lati d’ombra, di enigma.  “La conoscenza di ciò non è mai esistita nel passato né esisterà nel futuro”: sono parole contenute nella Yoga Chudamani Upanishad e riferite al mantra del respiro, proprio il respiro in cui occorrerebbe lasciar assorbire la propria consapevolezza durante durante l’esecuzione di āsana.

Qualcosa che non è mai esistita in passato né esisterà nel futuro, ma è solo ora: quale migliore non-definizione di ciò che si può trovare dello Yoga anche, sì, anche in una semplice postura fisica.

Sivananda Saraswati ha avuto grande influenza nella diffusione dello Yoga al di fuori dell'India nella sua dimensione "posturale".
Sivananda Saraswati ha avuto grande influenza nella diffusione dello Yoga nel mondo intero nella sua dimensione “posturale”.  “Il testo della Divine Life Society Sivananda, Biography of a Modern Sage, contiene alcune interessanti fotografie di Sivananda nell’atto di praticare āsana nell’ultimo periodo della sua vita” scrive Peter Connolli (Il pensiero Yoga, Red) “Nessuna può essere definita ‘perfetta’. Il fatto di eseguirle era, pare, più importante del risultato”.

Note[+]

Note
↑1 Yoga Sutra, I, II
↑2 J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body
↑3 The Meaning of haṭha in Early Haṭhayoga, Jason Birch, Journal of the American Oriental Society ,Vol. 131, No. 4 (October-December 2011) , pp. 527-554 Published by: American Oriental Society Stable URL: http://www.jstor.org/stable/41440511
↑4 È del resto suggestiva l’ipotesi secondo cui l’apparire dell’haṭhayoga sarebbe correlato alla decadenza del Buddhismo in India. Il Buddhismo classico, infatti, predilige  un approccio principalmente etico e psicologico alla dimensione spirituale. A questo influsso sembra non sia sfuggito nemmeno Patanjali: “As a result of Buddha’s popularity, meditation became the main form of spiritual practice on the entire subcontinent. However, the preparatory practices were ignored. Ethics and morality were very much overemphasized. It was at this time that the thinkers of India began to reassess Buddha’s system.
Indians believe that meditation is the highest path, but they disagree on one point – that one can start meditation immediately. Instead they believe one has to prepare oneself.[…]
It was at this time that Matsyendranath founded the Nath cult which believed that, before taking to the practices of meditation, you must purify the body and its elements. This is the theme of haṭhayoga.” Swami Muktibodhananda, haṭhayoga Pradipika (introduzione), Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India
↑5 La posizione che vanta la più antica attestazione sembra essere mayurāsana, la posizione del pavone, che vedremo più avanti: The peacock posture, mayurāsana, has the oldest heritage. Its description in the Light on Hatha is taken from a thirteenth- or fourteenth-century yoga manual composed in a Vaishnava milieu,
i.e., among followers of the Hindu god Vishnu, but can be traced back through other Vaishnava texts to one from approximately the ninth century.” (J. Mallinson – D. Diamond, “Asana”, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159)
↑6 Si veda per approfondimenti M.M. Gore, Anatomia e Fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli e S. Satyananda Saraswati, Asana, Prāṇāyāma, Mudra Bandha, Bihar
↑7 N.E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace, Abhinav Publications, 1996

M. Singleton, The Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, Oxford University Press USA

↑8 S. Reddy, Modern Postural Yoga, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159
↑9 Ad esempio, nel Satyananda Yoga: http://www.yogamag.net/archives/2006/emay06/sn.shtml
↑10 Sjoman, p.61
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Musica parassita

27 Agosto 2015 by Roberto Cerri Lascia un commento


Ormai da una quindicina d’anni e in misura sempre crescente, siamo afflitti da un’incessante ondata di “musica parassita” che ci aggredisce in ogni luogo e in ogni circostanza: ristoranti, bar, sale d’aspetto, banche, negozi, studi medici, uffici pubblici, viali, spiagge e chiese allietano la nostra permanenza più o meno voluta nelle loro aree di competenza riversando nelle nostre orecchie un profluvio di note, ritmi e parole che dovrebbero avere il compito di farci passare gradevolmente il tempo in cui dobbiamo restare lì.

La cosa è diventata così ossessiva e pervasiva che sono rari i luoghi in cui tale musica parassita non è presente, così come sono rare le persone che chiedono ai gestori di abbassare o di togliere tale sottofondo. Il fenomeno presenta vari aspetti e certamente non pretendo di passarli in rassegna tutti, ma mi limiterò a sottolinearne alcuni.

Per iniziare dobbiamo considerare tre punti di partenza:

  1. l’orecchio non ha nulla di simile alle palpebre. Se non vogliamo vedere qualcosa, semplicemente chiudiamo le palpebre; altrettanto non possiamo fare con l’orecchio se non vogliamo sentire qualcosa.
  2. l’udito è embriologicamente più antico e si forma nel feto prima della vista; inoltre, il nervo ottico è solo nervo ottico mentre il nervo acustico ha due branche, cioè la cocleare che percepisce i suoni e la vestibolare che è responsabile dell’equilibrio e della percezione della spazialità; vi sono inoltre numerosi studi che correlano la perdita dell’udito con l’insorgenza di patologie psichiche o con il decadimento delle facoltà mentali.
  3. La “mente meccanica”. Cito le parole di sri Aurobindo da “Lettere sullo yoga”, vol. IV:

La mente meccanica è un’azione molto inferiore del fisico mentale che, se lasciata a se stessa, non farebbe che ripetere idee abituali e registrare le reazioni riflesse naturali della coscienza fisica ai contatti della vita e delle cose esteriori.

(…) quello che avete descritto lì è il fisico mentale meccanico o mente corporea che, quando è lasciata a se stessa, continua semplicemente a ripetere i pensieri e i movimenti passati abituali, o vi aggiunge al massimo altre reazioni meccaniche alle cose della vita di tutti i giorni.

La mente meccanica è una specie di motore; qualunque cosa le arrivi, la introduce nel meccanismo e la fa girare senza sosta, non importa che cosa sia.

L’uomo contemporaneo ha sempre più paura del Silenzio.

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Trovarsi da solo con se stesso lo impaurisce, perché spesso si trova a fronteggiare uno sconosciuto, e per di più uno sconosciuto con cui deve per forza convivere, per cui cerca ogni mezzo per fuggire tale evenienza. Se è in casa accende la radio, la televisione o il computer, ascolta musica e trasmissioni in cui tutti parlano senza neppure sapere quello che stanno dicendo. Nel frattempo lavora, studia, sonnecchia, legge, parla con la moglie, telefona, mangia, insomma vive. Fin qui tutto rientra nella sfera privata e non c’è nulla da dire, finché il volume è basso.

Il fenomeno della musica parassita diventa più grave quando sconfina nella sfera pubblica, perché riguarda ciascuno di noi. Teniamo presente che noi ci nutriamo di colori, suoni e idee esattamente come ci nutriamo di cibo materiale. Certamente ci ribelleremmo se, mentre camminiamo per strada, qualcuno cercasse con la forza di farci inghiottire cibi di seconda scelta o vini fatti con le polverine, ma in fondo faremmo lo stesso se si trattasse di cibi di prima qualità. Non ci accorgiamo però che l’effetto della musica parassita è altrettanto deleterio e, in più, la musica che ci viene propinata e quasi sempre di bassa qualità.

La mente meccanica di cui al punto 3 è in grado di afferrare e ripetere continuamente un concetto, una parola, un suono, perfino un’emozione. Nell’economia della vita materiale ha una sua utilità basilare, perché la vita materiale, alla sua base, ha un aspetto meccanico e ripetitivo: mangiamo a ore fisse, andiamo a dormire a una certa ora, durante il giorno compiamo gesti che si ripetono a orari fissi, ed è la mente meccanica a presiedere a tale necessità basilare.

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Non ci accorgiamo facilmente della presenza di questa parte della mente, a meno che, e ciò avviene inevitabilmente nell’evoluzione della Coscienza, a un certo punto non cominciamo a sentire che tale serie di abitudini fisiche, mentali ed emotive sono una gabbia che tende a perpetuare quel meccanismo che chiamiamo “io”. Solo allora ci si accorge di come tale mente meccanica, lasciata a se stessa, ci mantenga nel solco prefissato, che è poi quello degli avi e delle generazioni precedenti. Entro i limiti della semplice base fisica tale aspetto della mente ha un’utilità, ma essa tende a pervadere altri aspetti della vita che dovrebbero essere meno meccanici e più aperti ad influssi superiori.

Ora, tenendo presente anche i punti 1 e 2, proviamo a prendere in esame quale tipo di musica ci viene propinata nel 95% dei casi:

  • Il ritmo è ripetitivo e ossessivo, con poche variabili, quasi sempre anch’esse ripetitive ad intervalli stabiliti. Non solo, ma i tempi forti vengono marcati con violenza e tutto ciò dà una sensazione di affanno e di ansia, anche perché quasi sempre il ritmo è più veloce del ritmo medio cardiaco e ciò non può certo avere un effetto rilassante.
  • L’armonia è ripetitiva e si basa sugli accordi elementari costruiti sul I-IV-V grado della scala, con pochissime variazioni. Ciò infonde, da un lato, un senso di sicurezza perché si tratta dei primi armonici, che tutti sentono come confortevoli e consonanti, e poi perché si sa sempre cosa avverrà tra un attimo, essendo gli accordi sempre gli stessi. Questo però ingenera anche, più subdolamente, un’incapacità di uscire da questo schema di accordi, un blocco che in parte è ipnotico e in parte incatenante.
  • La melodia è elementare, di poche note ripetitive, limitatissima in estensione. Nessuno sviluppo fantasioso viene proposto, tutto è semplicemente ripetuto tale e quale e anche le poche varianti sono poco più che ripetizioni camuffate.

Sulle parole preferisco stendere un velo, attenendomi solo all’aspetto musicale.

Ciò che balza agli occhi come elemento comune è la ripetizione.

Cerchiamo però di capire bene la differenza tra RIPETIZIONE MECCANICA e RITMO.

rhythm

Tutto nell’universo è governato dal ritmo. Invano cercheremmo, fra tutte le manifestazioni fisiche e sottili, una di esse che non abbia il ritmo come base fondante. Dal manifestarsi e il riassorbirsi delle galassie alla velocità di rotazione degli elettroni tutto è governato dal ritmo. Il ritmo presiede alle stagioni, alla circolazione sanguigna, alle maree, a tutto. In ogni aspetto del creato ci sono tempi forti, di azione e manifestazione, e tempi deboli, di riposo e riassorbimento. La forza centrifuga e quella centripeta sono costantemente in equilibrio in un alternarsi delle loro manifestazioni che si chiama ritmo. Tale ritmo però non è meccanico, essendo mutevole e fluido nella sua infinita variabilità.

Tutta la musica, da sempre, è impregnata di ritmo e anche nelle strutture musicali esiste la ripetizione, che però è concepita come un ritorno al tema originale dopo il lungo viaggio nella variazione e nella fantasia. La forma tema originario-variazione-tema originario (spesso non identico) è una delle norme che regolano le varie forme musicali, perché esse rispettano la legge della Vita, in cui tutto ritorna alla Sorgente dopo il viaggio della manifestazione.

Nella musica parassita non esiste variazione, se non un’elementare ripetizione del tema appena camuffata. Non c’è un vero ritmo, ma una ripetizione ossessiva del battito, della melodia e dell’armonia.

Insomma, tutto ciò è costruito appositamente per dare cibo avariato alla mente meccanica, che immediatamente afferra un inciso ritmico, melodico, armonico e lo ripete ossessivamente, così come ossessivamente ripete concetti, paure, fissazioni. Ad essa non importa cosa mastica, purché mastichi. Così senza accorgercene, subdolamente, ci troviamo la mente piena di cose ripetitive e meccaniche, perché non dobbiamo dimenticare che suono-vibrazione-emozione sono inseparabili.

Evidentemente tali strutture musicali elementari, grossolane e ripetitive non possono che generare stati emotivi elementari, grossolani e ripetitivi. Alcuni stati emotivi in cui sembriamo intrappolati sono alimentati anche da tale ripetizione meccanica di musica parassita che è connessa ad emozioni le quali, di conseguenza, anch’esse si ripetono. A loro volta le emozioni più grossolane, cercando di perpetuarsi, ci spingono a cercare proprio quelle musiche più grossolane che le alimentano. E così il cerchio è completo.

Potremmo chiederci, visto che ogni tradizione antica attribuiva al suono un aspetto creatore, che cosa stiamo creando nell’ambiente interno, personale, intimo e in quello esterno, pubblico, con questa musica parassita.

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Nell’evoluzione individuale e collettiva, la mente meccanica, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione animale, deve probabilmente trasformarsi in “mente ritmica”, in grado di cogliere e riproporre il Grande Ritmo universale ed è per questo che i Mantra venivano usati. Oltre agli altri effetti globali, il Mantra agiva anche su tale mente meccanica che, impregnata da tale ripetizione, veniva così impregnata da una vibrazione più alta e tenuta lontana da quelle più basse.

Nel chiudere questo breve articolo, che non esaurisce affatto l’argomento, vorrei ricordare quanto sia importante che impariamo a nutrirci di suoni in maniera intelligente e sensibile, cercando quelle vibrazioni che più possono portarci al Centro del nostro essere e non quelle che “ci piacciono”, perché questo è spesso un tentativo mascherato da parte dei condizionamenti passati di mantenerci sempre allo stesso livello.

Comprendere questa differenza è uno dei passi fondamentali che possiamo fare per la nostra evoluzione e per quella dell’umanità.

Il prossimo appuntamento con il Canto Armonico a Zénon.

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Alla ricerca di Zhang Zhung: alle radici del Bön Tibetano

16 Aprile 2015 by Marco Invernizzi 2 commenti


Si sa molto poco del Tibet prima dell’introduzione del Buddhismo. Questo evento viene fatto risalire alla figura di Padmasambhava nel 786 d.c. che dalla regione dell’Uddhiana in India si mosse verso il Tibet, introducendo in questa regione i precetti Buddhisti e sancendo uno sconvolgimento molto profondo, non solo religioso, ma anche politico in tutta la zona himalayana e sub-himalayana.

Tuttavia tutta la regione del Tibet precedentemente a questi eventi era già sede di importanti movimenti spirituali e regni anche molto vasti di cui oggi rimangono solo alcune rare tracce.

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Padmasambhava, meglio conosciuto in Tibet come Guru Rinpoche (Guru prezioso) ritenuto il fondatore del Buddhismo Tibetano

Nell’ottica di una ricerca delle radici profonde culturali e spirituali del Tibet pre-buddhista si colloca il documentario “In Search of Zhang Zhung “ (alla ricerca di Zhang Zhung), viaggio alla ricerca del mitico regno di Zhang Zhung scomparso in seguito alla conquista da parte del regno del Tibet nell’VIII secolo e di cui ad oggi restano pochissime testimonianze scritte.

Trovate il documentario alla fine di questo post in versione integrale (in lingua inglese, ma piuttosto ben comprensibile). Ma prima, vogliamo approfondire alcuni aspetti del tema trattato dal documentario come introduzione anche per chi non mastica l’inglese.

Contenuti

  • Zhang Zhung
  • Il Bön
  • Il Viaggio
  • Il Monte Kailash
  • La Fine del Viaggio
  • Alcune immagini dai luoghi del documentario

Zhang Zhung

Secondo le poche testimonianze superstiti, questo regno nei primi secoli dopo Cristo si estendeva su una superficie pari a gran parte del Tibet, e alcune aree dell’attuale Afghanistan India e Pakistan, coprendo una superficie notevolmente vasta di tutta quell’area chiamata Asia Centrale.

Indissolubilmente legato alla religione Bön di cui parleremo più avanti, pare che questo regno nei suoi periodi di massimo splendore fosse costituito da almeno 18 diversi regni riuniti in un’unica forma di governo. Ritrovamenti  archeologici confermano la presenza di una civiltà con le caratteristiche compatibili con il regno di Zhang Zhung databile nel periodo dell’età del ferro, anche se altri ritrovamenti suggeriscono come questo altopiano fosse già abitato in periodo paleolitico.

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Il Bön

Indissolubilmente legata al regno di Zhang Zhung è la  la religione Bön appunto, preesistente al buddismo Tibetano e che quest’ultimo ha in parte incorporato in alcuni aspetti e rituali.

Il Bön (tibetano: བོན་), diffuso non solo in Tibet ma anche in Nepal, India, Bhutan e Cina, è una religione fortemente legata allo sciamanesimo e all’animismo. Il suo fondatore è considerato Tönpa Shenrab Miwoche, una figura simile al Buddha nelle fattezze e negli insegnamenti, proveniente secondo la tradizione dalla “terra di Olmo Lungring”, probabilmente nell’attuale Iran.

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I praticanti della religione Bön (Bönpos) sostengono che gli insegnamenti di Shenrab Miwoche siano collocabili cronologicamente circa 18000
anni fa, e che influenzarono in maniera molto profonda tutta la cultura e la religione del sub-continente Indiano, generando in parte anche la religione Vedica.

A tal proposito il monte Kailash, al centro di questo documentario e centrale per il Bön e il regno di Zhang Zhung, è anche la montagna più sacra per gli Induisti.

Quale delle due Tradizioni abbia realmente preceduto l’altra è tuttavia difficile da stabilire. Come spesso accade, ogni religione giustifica i punti di contatto rivendicando il primato cronologico sull’altra. Siccome molto spesso la verità sta nel mezzo, preferiamo propendere salomonicamente per l’ipotesi dell’influenza reciproca o di una radice comune anteriore ad entrambe.

Tuttavia, viste le scarse e frammentate notizie, i numerosi fraintendimenti e pregiudizi, questo documentario è stato pensato appunto per presentare una più corretta e completa visione dei Bönpos e della loro Tradizione spirituale.

Il Viaggio

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il viaggio dei protagonisti del documentario da Katmandu fino al lago Manasarovar e al monte Kailash

Sullo sfondo quindi del maestoso e surreale paesaggio dell’altopiano del Tibet si svolge un viaggio descritto attraverso due punti di vista: quello di un fotografo americano e quello sicuramente più interessante di Gelek, un monaco Bön, che, ispirato dal suo Maestro, parte dal suo monastero a Kathmandu alla scoperta dell’antico regno di Zhang Zhung, centro originario della sua religione, il Bön appunto.

Il suo è sì un viaggio in senso fisico, anzi, un pellegrinaggio, ma è anche un interessante Viaggio Interiore. Infatti, alla ricerca di luoghi mitici e spirituali, questo lungo pellegrinaggio tocca diverse tappe come il lago Manasarovar e il sacro Monte Kailash nel profondo Tibet occidentale.

E lungo la strada si incontrano ostacoli, sciamani ed insoliti personaggi, e, osservando le diverse sfaccettature di questa religione antica ma un po’ trascurata, emerge come essa sia fortemente radicata in molti aspetti della vita quotidiana delle popolazioni di quell’area.

Una religione in cui i confini tra sciamanesimo e pratiche codificate sono molto labili e che, coltivando un forte legame con la natura, tuttavia ben si adatta alle condizioni estreme che caratterizzano quella regione. E via via che il viaggio prosegue Gelek affronta sempre più dubbi e perplessità e anche piacevoli scoperte riguardo a quella che è la sua Tradizione.

In particolare è divertente per tutto il viaggio osservare il suo rapporto nei confronti degli sciamani che lo accompagnano, perché, se inizialmente vengono da lui considerati l’opposto della propria figura in termini spirituali e di canone religioso, col passare del tempo ne coglie invece la complementarietà, tramite un rapporto più spontaneo, diretto e genuino alla realtà, mostrandogli da un punto di vista opposto al suo l’aderenza profonda a quello stesso canone Bön di cui in teoria lui solo sarebbe il detentore.

Il Monte Kailash

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il monte Kailash, con la sua forma unica a piramide

Alto seimilaseicentotrentotto metri sul livello del mare, il monte Kailash è poco lontano da due grandi laghi, il Manasarovar, che appare anche nel documentario e il Rakshastal. Dalle sue cime originano alcuni dei fiumi più lunghi e importanti dell’Asia come l’Indo, il Sutlejm il Brahmaputra e il Karnali (affluente del Gange).

Oltre alla sua importanza per questi aspetti questa montagna è considerata sacra all’Induismo, in quanto residenza del Dio Shiva, al Buddhismo Tibetano, alla religione Bön e al Gianismo e per questo non è mai stata scalata da nessuno.

Proprio a causa della sua sacralità e importanza per diverse religioni molto diffuse nella regione Indiana e Hymalayana, in diverse Tradizioni si ritiene che nella vita si debba compiere almeno una volta un pellegrinaggio presso il monte Kailash, esattamente come fatto da Gelek nel documentario.

La Fine del Viaggio

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Tutto il documentario è un insieme di esperienze fuori dal comune e apparenti contrasti tra diversi modi di concepire la realtà come ad esempio la scelta complicata e sofferta del protagonista di seguire il pellegrinaggio intorno al monte Kailash in senso orario (secondo il canone buddista) e non antiorario (secondo il canone Bön).

Tutti spunti che nel percorso interiore di Gelek lo porteranno a concludere come gli opposti in realtà non sono altro che il rovescio della stessa medaglia e che la sua ricerca  lo ha portato a realizzare che non sono tanto i luoghi i depositari della sua Tradizione ma che la sua Tradizione stessa vive e vivrà fino a quando ne saranno preservate tramite il lignaggio la Conoscenza e l’Insegnamento.

Il cui fine, come nel Buddhismo, è la liberazione della mente dall’Illusione; e la chiara e limpida mente è simboleggiata in una delle scene finali, dallo specchio d’argento che riflette i raggi del sole.

Esperienze simili accadono spesso in Tibet… da sempre crogiolo spirituale, con una memoria stratificata che affonda in epoche antichissime che da sempre lo rendono una “terra di maghi, sciamani e santi uomini…”.

Alcune immagini dai luoghi del documentario

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