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La diagnosi e il senso della vita

La storia di Paolo A. raccontata da Francesco Vignotto (Ipocondria di uno Yogi) mi porta direttamente alla riflessione sul senso che può avere una diagnosi medica, riflessione che sta al centro di una lunga pratica medica personale.

Nel racconto la diagnosi formulata dall’ortopedico (circa una presunta meniscopatia,  NdR) indica uno stato preciso e immutabile predefinito, rispetto al quale il medico compie una verifica on-off sullo stato del paziente, o c’è la malattia o non c’è, e per ottenere questo esercita la massima focalizzazione su alcuni sintomi locali del paziente.

I suoi studi di medicina gli hanno fornito una griglia di classificazione in cui deve inserire i sintomi del suo paziente, classificazione cui corrispondono linee-guida terapeutiche da seguire rigorosamente. Il suo compito è eseguito quando ha classificato i sintomi per dare un nome alla malattia e l’ha correlata alla terapia corrispondente. In pratica cerca di cacciare la sofferenza del paziente nel buco giusto e, come sempre avviene in questi casi, se va bene si sa dopo.

All’opposto, l’esperto di psicosomatica attua una completa defocalizzazione dei sintomi del paziente con la diagnosi di “conflitti irrisolti somatizzati”, diagnosi che sparpaglia la sua sofferenza in uno spazio-tempo di cause infinite e soprattutto di difficile controllo, specialmente se si comincia a parlare di costellazioni famigliari e di karma.

Ognuno dei due sta cercando di leggere la sofferenza del paziente per porvi sollievo e si ritiene autorizzato a farlo solo all’interno di un modello di realtà codificato, chiamato Paradigma Scientifico.

La prima posizione deriva dal Paradigma riduzionista che, per raggiungere più in fretta la risoluzione di un problema, lo trasforma in un sistema chiuso in cui può semplificare i parametri riducendoli a sequenze lineari.

La seconda posizione è all’interno del Paradigma olistico che accetta formalmente la natura di sistema aperto dell’organismo vivente ma il più delle volte finisce per perdersi nella rete infinita di cause interconnesse per la mancanza di un forte impianto epistemologico che lo sostenga.

In realtà questo tema degli strumenti e del metodo con cui conoscere l’organismo vivente è la frontiera ultima della scienza in questo momento e, data la sua complessità, vorrei parlarne in modo più completo in una serie di prossimi interventi.

Tornando alla storia di Paolo A. però vorrei sottolineare un altro passaggio, quello in cui compare la grande diagnosi-rivelazione: “hai sempre avuto un’anca più alta dell’altra”, che segnala l’aspetto più pericoloso del fare diagnosi, aspetto che coinvolge sia il medico riduzionista che il medico olistico e in verità questo assai più di quello.
Il pericolo di questa diagnosi è la sua ambiguità quando viene formulata senza o addirittura contro la dimensione storica della persona e delle sue trasformazioni.

Senza questo tipo di informazione che riguarda la storia interna ed esterna della persona è impossibile comprendere il significato funzionale del disturbo che in quel momento presenta, quindi decidere saggiamente la direzione terapeutica. Solo la storia del paziente permette di affrontare la domanda fondamentale che rappresenta la vera diagnosi: questo sintomo è la malattia o un suo compenso, una forma di aggiustamento della malattia stessa?

Il problema è di assoluta rilevanza nelle malattie croniche, che poi sono la maggioranza, in cui togliere un compenso perché fastidioso senza sostituirlo con un altro, si spera migliore, può rappresentare il modo più sicuro di far uscire di controllo la malattia.

Nell’esempio di Paolo la rotazione del bacino rappresenta un minus peggiorativo o piuttosto il plus di un organismo che riesce a danzare la sua vita stortandosela quel tanto che basta per evolvere nella sua unicità esperienziale?

Paolo è un mostro (e non sapeva di esserlo) perché non segue un canone perfetto a priori o un fantastico navigatore rotto a tutti gli stratagemmi nel suo lungo viaggio?

Come vedete l’uno è malato, l’altro è sano, dipende con che occhi lo stiamo osservando, in questo caso partendo da un Paradigma Scientifico che mette al centro della storia umana personale e collettiva la sua evoluzione.

Ma allora la Medicina con la sua ridda di Paradigmi Scientifici è tutta una lucida follia e i medici e i terapeuti sono tutti o stupidi o sognatori?
No, spesso è stupido e frustrante il modello teorico ed epistemologico loro proposto: stupido perché non riesce a dare un senso completo alla vita umana e frustrante per la sincera volontà di coloro che cercano di alleviare la sofferenza.

Mi rendo conto che queste affermazioni, nella loro provocatoria incisività, aprono un certo numero di interrogativi di ampia portata, a cui non mi sottraggo, cercando di portare un contributo sincero.

Il dibattito su questi argomenti non è certo assente in rete, ma la personale impressione è che troppo spesso è simile al chiacchiericcio dei “tecnici da bar”, contesto che rifuggo da sempre per idiosincrasia costituzionale.

In questa occasione, come è mia abitudine, cercherò di argomentare al riguardo in modo non banale, evitando il copia-incolla e proponendo alla discussione soprattutto i frutti della ricerca personale.

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