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yoga per cominciare

Mandar giù agonie: sullo Yoga vegan

17 Marzo 2017 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Immagine da The Yoga Pig.

La carne, il sangue, i visceri, tutto ciò che ha palpitato e vissuto, gli ripugnavano in quel periodo della sua esistenza, ché la bestia muore con dolore come l’uomo, e gli spiaceva digerire agonie. […]

A volte, tuttavia, Zénon si sforzava di mangiare deliberatamente un po’ di trippa o un pezzetto di fegato sanguinolento, per dimostrare a se stesso che il suo rifiuto veniva dallo spirito e non da un capriccio del gusto.

Marguerite Yourcenar, L’opera al nero

È davvero difficile affrontare il tema dell’alimentazione e dell’astensione dal mangiare carne e in genere alimenti di origine animale.

Lo è soprattutto perché è difficile separare l’alimentazione dal senso di appartenenza. Ciò che mangiamo e ciò da cui ci asteniamo ci include in un gruppo e ci esclude – e ci pone al riparo, almeno così crediamo – dal resto del mondo.

Perciò oggi vediamo come le scelte alimentari, che per millenni hanno connotato i meccanismi di inclusione ed esclusione in gruppi religiosi o sociali, siano oggi per molti una religione in sé. Il che è ben distinto dal fatto che astenersi dalla carne sia giusto o sbagliato, e dal fatto che moltissime persone scelgano uno stile alimentare privo di carne per ragioni rispettabilissime.

Sempre più spesso, negli ultimi anni, il vegetarianesimo prima e il veganesimo poi sono stati identificati anche con lo stile di vita dello Yogi. Essere vegan è spesso un corollario alla pratica delle āsana proprio come avere un tappetino bio.

Del resto è molto interessante che a sostegno di questa ipotesi si citi piamente la non-violenza (Ahimsa) raccomandata da Patanjali tra le altre restrizioni (sulle quali occorrerebbe una riflessione più disincantata, ma non è questa la sede): con un salto logico che non è del tutto scontato si conclude che mangiare carne sia una forma di violenza, sorvolando sul fatto che quasi tutto ciò di cui possiamo nutrirci derivi da una forma di vita e, se vogliamo, da una forma di coscienza.

L’argomento, in realtà, è dibattuto da molto tempo e bisogna guardarsi dal ragionare in assoluto. Nell’India, accanto a chi si benda la bocca per non ingerire altri esseri viventi e scopa per terra per non schiacciare le formiche, è sempre convissuta la consapevolezza che la vita non è possibile senza uccidere altra vita.

Questo, beninteso, non giustifica le ecatombi dell’odierna industria della carne né la violenza in sé, tuttavia ritengo che nello Yoga il dogma valga molto poco. Siccome l’organismo umano è considerato al pari di un microcosmo attraverso cui conoscere leggi di più ampia portata, ognuno dovrebbe sperimentare da sé ciò che è consono ai propri obiettivi, con molta libertà: le risposte non tarderanno ad arrivare. Molto presto ci si renderà conto che o si persevera negli abusi alimentari (da cui i vegan non sono esenti), o si prosegue nella pratica yogica: tertium non datur.

Ma se gli argomenti a favore di una forma di alimentazione rispondono a una moralità geometrica – se cioè sono puramente teorici e mancano di un sentire – ritengo che non si possa evitare di creare violenza proprio cercando di evitarla. Se non in atti materialmente violenti, sul piano delle relazioni, della parola, del pensiero. Il che diverge proprio dalla definizione dello stesso Patanjali: “Quando si è saldamente stabiliti in ahimsa, ogni ostilità cessa nelle proprie vicinanze”.

Del resto, le conseguenze della repressione dell’impulso sessuale dovrebbero insegnarci molto in questo senso. La superiorità morale, i sensi di colpa, lo stigma (e la segreta invidia) verso i licenziosi e la soggezione verso chi si dimostra più puro non hanno mai portato molto lontano.

Altro è sentire e liberamente scegliere: in questo caso, gli “strappi” alla regola non ledono in alcun modo la purezza della propria autostima né del santuario del proprio corpo, che non è un letto di rose ma va bene così.

Ma visto che sull’argomento si potrebbe argomentare all’infinito, preferisco passare la parola a Swami Satyananda, che in un passo del suo Yoga and Kriya, nel raccomandare in ultima analisi una dieta vegetariana, espresse con raro equilibrio le forze in gioco quando si prende le parti di uno stile alimentare:

Il vegetarianesimo è un argomento controverso. Molte persone prendono in considerazione la possibilità di diventare vegetariani, ma sono costantemente bombardate da punti di vista conflittuali che prendono le parti di un estremo o dell’altro. L’argomento è generalmente discusso in modo dogmatico, emotivo e con troppa enfasi sugli aspetti morali. È un grande peccato, perché molte persone che sarebbero ben disposte a diventare vegetariane se ricevessero qualche informazione ragionevole e convincente sui vantaggi del vegetarianesimo sul non vegetarianesimo, si sentono invece respinte dalla forte impressione che i vegetariani siano dei fanatici.

Gli estremisti del vegetarianesimo  esortano tutti ad astenersi dal mangiare carne, in termini che suggeriscono che in caso contrario cadremmo tutti nel fuoco dell’Ade. Sono convinti che la carne sia un alimento innaturale. Ciò, naturalmente, è una questione di opinioni, perché la carne è stata mangiata dall’uomo per innumerevoli generazioni durante la storia conosciuta e molto prima. Appare quindi un un poco presuntuoso sostenere che la carne sia un alimento innaturale. Come può essere contro natura se l’uomo può vivere di essa e ottenere molti nutrienti utili necessari al corpo stesso?

Altri sostengono che sia immorale mangiare carne, perché comporta la distruzione di altre vite. Ciò implica quindi che la legge della natura sia sbagliata: che leoni, tigri e altri animali carnivori commettano ‘peccato’. Questa opinione non può essere corretta, perché è una regola dell’esistenza fisica che certe forme di vita si sostengano uccidendo e mangiando altre forme di vita. Non è immorale che un leone uccida e mangi una zebra; è progettato per agire in quel modo. È naturale per un leone uccidere e totalmente innaturale per un leone cominciare a mangiare erba.

Tutti gli argomenti possono avvilupparsi in un circolo vizioso e questa controversia non è un’eccezione, perché gli estremisti del vegetarianesimo obbietteranno: “Concordiamo che per certi animali sia naturale uccidere, ma l’uomo è un essere altamente evoluto e cessare di mangiare carne è un segno della sua superiore evoluzione.” Può darsi, ma allora una banana sarebbe superiore a un leone perché non mangia carne? Naturalmente questo è un paragone senza senso, che serve soltanto a illustrare come si possa cadere in circoli viziosi tentando di giustificare il vegetarianesimo da questo punto di vista.

Ricordate inoltre che ogni forma di vita, dall’uomo alle piante, distrugge altre forme di vita; stiamo in continuazione distruggendo piccoli organismi, batteri ecc. senza nemmeno saperlo. La distruzione di animali per mangiarne la carne è solo un ovvio esempio. È solo per questa ragione che è controverso.

Per questo motivo, riteniamo che qualsiasi approccio moralistico al mangiare carne sia da scartare perché non sostenibile, e certamente per molte persone non è una valida ragione per diventare vegetariani.

Gli estremisti del non-vegetarianesimo affermano che la carne è una parte essenziale della dieta umana, ed è necessaria per fornire proteine al corpo. Costoro sostengono fermamente che senza un consumo regolare di carne la salute della persona declinerà in modo drastico. Ciò che si dimentica in questo caso è che la carne non è la sola fonte di proteine. Vi sono molti altri cibi disponibili che possono fornire al corpo il fabbisogno di proteine.

È inoltre degno di nota che siamo fortunati se abbiamo la possibilità di scegliere di essere vegetariani o non vegetariani. Per la gran parte della popolazione mondiale la dieta consiste spesso nel mangiare ciò che è disponibile invece che essere in grado di scegliere una particolare dieta in base a un’ampia varietà di cibi. In alcuni casi, tutto ciò che è disponibile è carne; per esempio, gli eschimesi hanno una dieta esclusiva di carne per ragioni di assoluta necessità. Dobbiamo accusare gli eschimesi di abitudini immorali a causa della loro condizione? D’altro canto, vi sono popolazioni in altre parti del mondo che è troppo povera per includere la carne nella propria dieta. Dobbiamo quindi lodare queste persone per la loro moralità nell’essere vegetariani quando stanno semplicemente seguendo i dettami della necessità?

Quindi se avete la buona ventura di poter scegliere le vostre abitudini alimentari, siate consapevoli che ciò è un privilegio e astenetevi dal condannare gli altri per non mangiare lo stesso cibo che voi mangiate.

[…]

Molti ritengono che il vegetarianesimo sia una parte integrante della pratica yogica. Questa opinione è solo parzialmente vera, perché lo yoga ritiene sì che il vegetarianesimo sia il sistema di nutrizione più benefico, ma non insiste per un istante che tutti i praticanti di yoga diventino vegetariani.

Il vegetarianesimo trova un posto nello yoga nella misura in cui è la dieta che permette di ottenere una completa salute corporea in preparazione per le più alte forme di yoga. I non vegetariani sono in ogni caso cordialmente accettati. Uno degli obiettivi basilari dello yoga è di sintonizzare il corpo su un alto grado di sensibilità e ciò è molto più facilmente realizzabile astenendosi dalla carne. Ricordate, lo Yoga mira alla pace mentale così come al rilassamento fisico. Ciò si può ottenere più facilmente senza mangiare carne.(…)

Riteniamo che Manu, il legislatore dell’antica India, sintetizzò l’intero argomento affermando: “Non c’è nulla di male nel mangiare carne o bere vino, ma l’astensione da essi dona molti benefici”.

Swami Satyananda Saraswati, Yoga and Kriya, Bihar Trust
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Yoga o ginnastica, forza o energia

9 Marzo 2017 by Francesco Vignotto 3 commenti


Quando si parla di energia nello Yoga, si cade spesso in un paio di equivoci diametralmente opposti.

Il primo equivoco consiste nel confondere l’energia con l’eccitazione, ovvero quell’essere pieni di energie, carichi di voglia di fare e di forza travolgente a livello mentale, fisico e soprattutto emotivo. È una visione oggi spesso diffusa non solo nelle varianti power (su cui è fin troppo facile ironizzare), secondo cui più si ripetono saluti al sole e posizioni ‘forti’, più si va su di giri, si accumula forza, si è ‘energetici’.

Non è che l’energia sia estranea a tutto questo e non è certo un peccato divertirsi in questo modo, ma non è esattamente ciò che si dovrebbe intendere come tale nello Yoga, perché la forza è una forma contratta di energia: finché non si abbandona l’idea che esista una ‘mia’ energia, si rimane ancora intrappolati nell’altalena degli opposti, dove si farà esperienza di una legge ineluttabile: prima o poi la polarità dell’energia si inverte, normalmente quando le ragioni che hanno innescato l’entusiasmo vengono meno. Depressione, spossatezza, senso di esaurimento oggi affliggono ciclicamente molti praticanti di Yoga proprio per questo motivo.

Sebbene anche questa sia una esperienza con cui occorre inevitabilmente fare i conti, se non interviene un elemento catalizzatore può essere difficile uscire da questa palude in cui ci si può arenare a vita. Occorre, in altre parole, che a un certo punto appaia all’orizzonte la prospettiva di una stabilità senza sforzo.

La posizione non ha più bisogno che di una minima partecipazione muscolare, sembra reggersi sul nulla. Il respiro non sembra più nemmeno necessitare la nostra partecipazione attiva, come se sorgesse dalle profondità. La necessità di lunghi periodi di rilassamento tra una posizione e l’altra viene meno, perché non vi è dispersione tra il fare e il non fare.

Inerzia e vitalità sono due facce della stessa medaglia: inizia solo ora a manifestarsi quell’esserci senza una ragione e senza utilità che è caratteristico del gioco dell’energia nella forma più libera.

Lo Yogi, insomma, non è un atleta che si esalta per i successi e si deprime per i momenti di stanca, ma li contempla equanime. La conquista di questo atteggiamento, che naturalmente si guadagna al prezzo anche di numerosi saliscendi, porta in sé a una profonda stabilizzazione dell’energia.

Veniamo ora al secondo equivoco, ovvero che occorra uno sforzo di immaginazione per avvertire l’energia nei suoi aspetti più raffinati. L’uso (e a volte l’abuso) di visualizzazioni e l’eccessiva teorizzazione sembrano alimentare il luogo comune che l’energia sia al di là della portata percettiva comune e che il sapere venga molto prima della possibilità di sentire.

In realtà, l’energia può essere toccata, udita, persino vista e annusata in modo molto più autentico e istintivo di quanto non possa essere conosciuta dall’intelletto. I sensi, così spesso demonizzati da alcune correnti di pensiero anche nell’ambito dello Yoga, possono benissimo venirci in aiuto in questo, a patto che ci si addestri a una raffinazione dell’ascolto.

A torto, infatti, i fenomeni energetici vengono ascritti all’ambito ‘extrasensoriale’, non essendo a altro che il sostrato comune a corpo e mente, alla vita e alle sue qualità. Un sostrato dal cui equilibrio dipende sia la salute fisica e mentale, sia la possibilità che si aprano spazi intuitivi sempre più rarefatti e sempre meno verbalizzabili, non necessariamente nei momenti deputati alla pratica.

Personalmente ho sempre ritenuto che il momento più bello e interessante della pratica non sia quando a occhi chiusi si attende un miracolo – che non arriverà mai, semplicemente perché i miracoli sono di norma inaspettati e improbabili. No. Il momento più bello è quando si riaprono gli occhi e si guarda il mondo: a volte i colori, la spazialità dei suoni, lo scorrere del tempo e l’orientamento nello spazio appaiono del tutto nuovi.

Le esperienze trascendenti mi hanno sempre interessato poco, perché ritengo che la vera trascendenza sia nelle cose che a uno sguardo offuscato sembrano ‘le stesse’ cose di sempre. Compreso il proprio corpo, che diventa non più solo un insieme di ossa, muscoli, tendini, organi, sangue, ma anche e soprattutto spazio: anche questa, se vogliamo chiamarla così, è energia, è vita colma di mistero.

Alcuni silenzi improvvisi, alcuni respiri che si vanificano nel vuoto intenzione sono zone temporaneamente autonome che si aprono molto più facilmente quando si rilascia lo sforzo fisico e mentale, l’idea oppressiva che lo Yoga si faccia per qualcosa: che si tratti di realizzarsi o di scolpirsi gli addominali, la differenza è molto più sottile di quanto non si pensi.

Questi momenti, come la tendenza della mente a proiettarsi verso qualcosa al termine di una seduta, sono manifestazioni di diversi stati di energia: soddisfatta e satura di sé stessa nel primo caso; con ancora del carburante da bruciare, qualcosa che è stato tenuto in riserva e deve risolversi, nel secondo.

Bisogna però modificare atteggiamento: prima di essere musicisti, occorre diventare strumenti, ovvero comprendere che il potere di fare quello che si vuole è un mito piuttosto infantile, perché occorre mutare radicalmente le condizioni imposte dal volere, soprattutto ricredersi sul soggetto del volere. A quel punto, quando la mano cessa di tenerla ferma, la corda inizia a vibrare.

Ma siccome nulla viene dal caso, devo fare un ammenda. Ho parlato in questo articolo di due errori comuni nello Yoga, che giustificano due comuni obiezioni che si sollevano verso questa disciplina. È interessante, per concludere, prenderle in esame.

Da un lato, che nelle sue forme più intensamente fisiche, lo yoga si risolva in una manifestazione, di forza o di abilità fisica fine a sé stessa, al netto degli ornamenti esotici e delle velleità spirituali. Dall’altro, che lo Yoga porti a un eccesso di introversione e di rimuginio su sé stessi, alla proiezione verso mondi avulsi dalla realtà.

Queste obiezioni sono del tutto fondate e non di rado esprimono i dubbi inconfessabili di molti praticanti. Tuttavia, lo Yoga non sarebbe di nessuna utilità se non si venisse sfiorati da tali dubbi e se non si corresse tali pericoli. Incapparci, del resto, è l’unico modo per curarsi.

In altre parole, i due ‘equivoci’ descritti fin qui sono, in una misura variabile a seconda dell’individuo, passaggi indispensabili, perché nessun equilibrio può dirsi stabile se non si passa attraverso queste correnti che a volte possono trasformarsi in rapide.

È vero, lo Yoga contemporaneo è spesso una ginnastica travestita da religione, o da psicoanalisi motivazionale. Ha prodotto in Occidente schiere di ipocondriaci alternativi, ma ha portato anche molti individui che sono riuscite ad andare oltre gli abbagli proprio affrontando l’eventualità di lasciarsi accecare.

Lo Yoga riguarda la totalità dell’essere umano e proprio per questo contempla profonde immersioni nella fisicità e ascese (ammesso che si ascenda) in zone di estrema rarefazione, per rendersi conto che non può esistere divino se ciò significa l’epurazione della propria umanità.

L’insegnamento vero, il filo di lama su cui ti occorre camminare, è che la stessa energia che porta nelle profondità è anche l’unica in grado di sgravarti del peso che ti trattiene dal salire a galla.

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Rischiare grosso con lo yoga: qualche consiglio per chi pratica

25 Novembre 2016 by Zénon 4 commenti


Una piccola premessa

Quanto segue è nato da una ‘intervista andata male’ per un quotidiano nazionale alcuni anni fa. Una giornalista ci aveva chiesto di fornire alcuni pareri sugli aspetti critici del mondo dello yoga, con l’evidente intenzione di realizzare un articolo provocatorio che facesse rumore.

Si sa però che le provocazioni troppo artefatte raramente riescono nel proprio intento: purtroppo l’intervista fu parecchio distorta rispetto a quanto avevamo in realtà detto (e ci sentiamo estremamente imbarazzati nello scrivere quella che sembra ‘la solita scusa’, ma andò proprio così) e fu mescolata a frasi decontestualizzate tratte da nostri articoli. Ci fu però chiesto anche di redigere un elenco di ‘consigli’ per i praticanti che accompagnasse una galleria a corredo dell’articolo. Ciò che segue è il risultato di varie elaborazioni di quella stesura originaria.

Col passare del tempo, l’intento originale ha subito delle evoluzioni e anche il significato di ‘rischio’ è mutato.

Si parla molto – e a ragione – dei rischi legati alla pratica dello yoga in un’epoca in cui questa pratica è divenuta di massa, e pertanto si rivolge a un pubblico molto più vasto e meno interessato agli aspetti profondi. È ormai chiaro che far eseguire le stesse tecniche nello stesso modo a chiunque è impensabile. Ma giungere alla conclusione che la pratica debba essere adattata non è una menomazione dello spirito originario dello yoga, bensì un’occasione per coglierne l’essenza, che non risiede in una tecnica.

Per questo, abbiamo voluto ‘giocare’ con il significato di rischio nelle considerazioni contenute nell’elenco che segue: laddove evidenziando i rischi si pensa – sempre a ragione – di salvaguardare la propria incolumità, abbiamo voluto porre l’accento invece su un altro tipo di rischio: la possibilità di cogliere qualcosa di inaspettato, di lasciarsi sorprendere da un effetto collaterale che nei manuali di yoga, spesso infarciti di benefici e di finalità, non è pronosticato: sentirsi qui, all’improvviso e totalmente, in qualsiasi condizione ci si trovi e su qualsiasi gradino si pensi di transitare.


Qualche consiglio

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Foto di Michael O’Neill
  • Lo yoga è accorgerti che non sei tu a respirare, non sei tu a muovere il tuo corpo, non sei tu a pensare. Inizialmente, ciò può sembrare una terribile perdita di controllo; ben presto avrai modo di ricrederti sulla tua stravagante idea di controllo.
  • Il termine yoga può avere accezioni molto diverse a seconda delle tradizioni, dei metodi di insegnamento e delle persone stesse che le praticano: constata questa varietà, queste apparenti contraddizioni, ovvero il fatto che è così ma potrebbe anche essere altrimenti.
  • Perciò, non spendere troppa energia per capire chi sia arrivato prima o chi sia più fedele a una tradizione: la ‘tradizione’ non è fare le stesse cose oggi come ieri, ma fare oggi ciò ti permette di sentire l’essenziale, che non risente del tempo.
  • Prova pure diversi tipi di yoga, diversi insegnanti, diversi insegnamenti, ma evita la superficialità del ‘mordi e fuggi’: se senti qualcosa, fermati e dagli del tempo.
  • Qual è il significato di ciò che sto facendo, a che cosa devo pensare mentre eseguo questa pratica?  A volte, è meglio lasciare in sospeso la domanda, e ascoltare lo spazio lasciato dall’interrogativo. Se non c’è alcun senso (per te in questo momento) non tarderà a essere evidente. Se c’è, difficilmente risiederà in una formulazione.
  • Nello yoga ciò che che conta è soprattutto l’atteggiamento, prima che la tecnica in sé. Questa attitudine è ascolto senza valutazione, perché l’oggetto dello yoga, se così si può dire, è Coscienza. La disponibilità all’ascolto può risolvere alla radice migliaia di dettagli; la sola tecnica può unicamente afferrarli nei loro aspetti periferici.
  • Ogni tecnica, in realtà, è un espediente per realizzare che nessuna tecnica è essenziale. A volte, l’unico scopo è tenere occupata la mente dall’intervenire in ciò che accade da sé.
  • Anche questo è un enorme lavoro e richiede di sviluppare una grande sensibilità.
  • Come faccio a distinguere se sto ascoltando veramente, oppure sto pensando di sentire? È più facile se presti ascolto a ciò che normalmente non vuoi constatare, quando senti il tuo stesso non voler sentire.
  • Sentire una tensione, sentire la propria rigidità non è il problema, ma il principio. A volte la rigidità più ostinata è voler eliminare la tensione: includi nell’ascolto anche il tuo sforzo di quietare lo sforzo, senza giudicarlo.
  • Non alzare il volume per sentire meglio, ma affina l’udito. Vale per tutti i sensi.
  • Occorrono degli accorgimenti e delle precauzioni per praticare le tecniche dello yoga, soprattutto in condizioni fisiche particolari, ma il primo accorgimento è sviluppare un’attenzione rivolta alla totalità dell’esperienza: senza di essa, nessun’altra precauzione può essere efficace.
  • Pretendere un risultato è la prima causa di infortunio. Ma questo non sia un alibi per non provarci nemmeno.
  • Lo yoga inizia quando si è indifferenti a perdita e guadagno: a volte però le ‘perdite’ portano a conseguenze ben più interessanti.
  • Nello yoga non c’è un punto di arrivo. Però, quando il tuo corpo, il tuo respiro o la tua mente si arrestano, vai oltre, lascia che l’ascolto prosegua nelle correnti, nei punti di fuga, nei prolungamenti fino a che la distinzione tra te e non-te diventa irrilevante.
  • Che cosa succede allora quando si riconosce il proprio non sentire? Si sviluppa, a volte in modo straordinario, un’altra sensibilità, una diversa abilità. E proprio qui comincia lo yoga vero.
  • In realtà, in qualsiasi punto ti trovi, quello è il luogo. Non sperimenterai “il vero yoga” quando sarai più bravo o avrai più esperienza, ma quando realizzerai in modo permanente la tua inettitudine, la tua impotenza, la tua inconcludenza. A volte, ‘essere bravo’ significa esserne schiavo.
  • La tranquillità è la condizione necessaria per praticare yoga: arriva quasi sempre quando smetti di cercarla.
  • Nelle posizioni, gli allineamenti hanno la loro importanza, ma solo se ti permettono di sentire il tuo corpo integralmente. Se diventano un’ossessione per il particolare e per la perfezione, confermano soltanto la percezione ‘spezzata’ di te e la frammentazione dell’attenzione.
  • Le posizioni complesse, che spesso vedi esibite come trofei nelle foto di insegnanti e praticanti, non sono traguardi da conquistare, né sono per forza l’attestato di una pratica avanzata. Spesso hanno effetti molto particolari che vanno al di là dell’abilità fisica e non sono consigliabili a tutti né sono adatte ad ogni occasione della vita.
  • Se non hai dimestichezza con l’attività fisica, dovrai abituarti a percepire la leggerezza che emerge anche dalle sensazioni di un corpo che ha faticato. Se sei abituato/a all’attività fisica, dovrai abituarti a percepire la fisicità anche quando apparentemente non stai facendo alcuno sforzo.
  • Non credere tuttavia agli idioti secondo cui bisogna soffrire.
  • Diffida dei culti della persona, delle persone tutte d’un pezzo e delle dinamiche settarie, ma non cercare di vedere questi fenomeni per forza dappertutto. Rallegrati che il tuo insegnante abbia dei difetti quando non nuocciono agli altri, ma non cercare altre giustificazioni oltre al fatto che è un essere umano.
  • Per praticare yoga non sei obbligato a diventare vegetariano o vegano: i cambi di alimentazione e nelle preferenze verranno da sé, come constatazione, non aderendo a ideologie.
  • Ricorda che l’insegnante non è un sostituto del medico o dello psicoterapeuta e lo yoga non sostituisce le cure mediche o il supporto psicologico. Tuttavia,la pratica può essere terapeutica.
  • Le tecniche dello yoga non sono nemmeno pillole per risolvere questo o quel problema fisico. Possono aiutare, ma non sempre l’aiuto sortisce l’effetto che si era pensato in principio. A volte, può darsi che un disturbo scompaia, o passi sullo sfondo, fino a diventare irrilevante: ma non cercare mai questo risultato intenzionalmente.
  • Le tecniche dello yoga non sono nemmeno pillole per risolvere questo o quel problema fisico. Possono aiutare, ma raramente l’aiuto sortisce l’effetto che si era pensato in principio. A volte, può darsi che un disturbo scompaia, o passi sullo sfondo, fino a diventare irrilevante: ma non cercare mai questo risultato intenzionalmente.

Tutte le immagini in questo articolo sono di Daniel O’Neill.

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Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook

13 Settembre 2016 by Zénon

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Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook ricostruisce per la prima volta la genesi di una delle più straordinarie operazioni culturali del ‘900. Il 2 ottobre alle ore 15.30 a Zénon, scopriremo assieme all’autrice Carola Benedetto, indologa e regista, e a Luciana Ciliento, come il regista Peter Brook riuscì ad affascinare il pubblico mondiale con una narrazione altrimenti destinata a rimanere confinata nella nicchia dell’epica indiana.

Cos’è il Mahabharata?

Il Mahabharata è il più vasto poema epico della storia. Composto da oltre 100.000 strofe, è un capitolo imprescindibile della cultura dell’India classica, tanto che i suoi personaggi sono ancora oggi vivi nella cultura popolare e ‘pop’ indiana.

Al centro del racconto c’è il conflitto tra i due rami di una stessa famiglia, i Pandava e i Kaurava. Vittime dei soprusi di questi ultimi, ai Pandava toccherà muovere contro i propri stessi congiunti, con tutte le implicazioni che ne conseguono: si scoprirà che per ripristinare la giustizia a volte occorre persino mettere da parte i propri principi per evitare ingiustizie ancora più grandi, affrontando al tempo stesso tutte le conseguenze delle proprie azioni.

Nel punto più critico del poema l’eroe dei Pandava Arjuna, di fronte agli eserciti schierati, getta a terra l’arco e le frecce rifiutandosi di soffiare nella conchiglia per dare inizio ai combattimenti. Inginocchiandosi di fronte al suo auriga Krishna, chiede: “Perché dobbiamo combattere?“.

L’episodio è narrato nella Bahaghavad Gita, parte del Mahabharata e al tempo stesso testo che in sé costituisce uno dei capisaldi dello yoga. Krishna spiega ad Arjuna che la vittoria e la sconfitta sono la stessa cosa, lo invita a non fuggire dall’azione, ma a rinunciare ai frutti dell’azione, manifestando infine all’eroe dei Pandava la propria forma divina in cui tutti i mondi si risolvono e in cui tutti i guerrieri sono già stati uccisi senza il suo intervento.

Perché è importante l’opera di Brook?

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Vittorio Mezzogiorno nella parte di Arjuna

Alla fine degli anni ’60, fu proprio la lettura della Bhagavad Gita a impressionare il regista Peter Brook alle prese con uno spettacolo sul tema allora attualissimo della guerra in Vietnam. Pur scartando l’idea che un generale americano potesse porsi lo stesso interrogativo di Arjuna, l’episodio è destinato negli anni seguenti a maturare nel desiderio di portare sulle scene l’intera vicenda del Mahabharata.

Con un instancabile lavoro di studio e di adattamento del testo durato anni, Brook e lo sceneggiatore francese Jean-Claude Carrière rinunciano agli aspetti più prettamente folkloristici e si avventurano nell’impresa di trasformare il Mahabharata in un’opera di espressività universale.

Il risultato è uno spettacolo teatrale di ben nove ore che debuttò nel 1985 ad Avignone e che fu replicato in tutto il mondo negli anni a seguire. A ciò seguirà nel 1989 un adattamento televisivo di sei ore e uno cinematografico di tre.

Rivista ancora oggi nella versione per gli schermi, l’opera è sbalorditiva per l’essenzialità delle scelte sceniche inversamente all’incredibile potenza comunicativa, grazie a un cast eccezionale di attori provenienti da tutto il mondo, tra i quali anche l’italiano Vittorio Mezzogiorno nella parte di Arjuna.

Il libro che presenteremo

Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook, di Carola Benedetto
Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook, di Carola Benedetto

Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook, edito da Ananke Edizioni, è un’opera che per la prima volta ricostruisce in maniera esaustiva la genesi dell’opera di Brook e la sua collocazione all’interno del regista, con un costante e inedito raffronto filologico con il testo originale e avvalendosi delle testimonianze di alcuni dei protagonisti della trasposizione teatrale e cinematografica.

Il testo di Carola Benedetto ci permetterà di comprendere meglio come mai un’opera che narra vicende apparentemente lontanissime per cultura abbia potuto produrre uno degli eventi più incredibili della storia del teatro moderno, capace di abbattere qualsiasi barriera culturale.

La presentazione

La presentazione del libro avverrà presso la nostra sede di via XXIII marzo 1849, 17 a Novara e inizierà alle 15:30. L’ingresso è libero. Per partecipare, ti invitiamo a scriverci con il modulo qui sotto per comunicarci la tua presenza.

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Yoga e gravidanza: quando e perché incominciare?

11 Marzo 2016 by Zénon 1 commento


Quando?

Una delle domande più frequenti sullo Yoga in gravidanza, forse prima ancora del perché farlo, è quando incominciare a farlo. La domanda è legittima principalmente per le preoccupazioni legate al delicato periodo delle prime 12 settimane, oltre a frequenti malesseri che accompagnano spesso questo periodo di adattamento fisico e psicologico alla nuova condizione.

Da un lato abbiamo la giusta cautela che la situazione richiede, dall’altra la necessità della gestante di non abbandonare qualsiasi attività ma semmai di svolgerne di adatte e orientate alla gravidanza. Dobbiamo infatti tener conto che i cambiamenti a cui la donna sarà sottoposta, se non bilanciati da un esercizio costante, non solo rischiano di compromettere sempre di più la forma fisica, ma – come abbiamo già visto – anche di incorrere in spiacevoli inconvenienti durante e dopo il parto, soprattutto per quanto riguarda l’area pelvica.

Lo Yoga contiene una serie innumerevole di strumenti adatti o adattabili alla gravidanza che hanno il vantaggio di non essere prettamente esercizi fisici, ma di mettere in contatto il corpo con lo stato psichico. In assenza di particolari problemi – e quindi previa consultazione del proprio ginecologo – è possibile in linea generale praticare questa attività durante tutto l’arco della gravidanza. Ci permettiamo però alcune puntualizzazioni:

  • Chi già praticava yoga prima della gravidanza non è obbligata ad abbandonare la pratica nelle prime dodici settimane, durante le quali andranno osservate alcune precauzioni, ma anzi può trarre maggior beneficio dalla continuità invece che da un’interruzione; per quanto ci riguarda, durante questo periodo a volte permettiamo alle gestanti con una sufficiente esperienza di frequentare  anche le normali lezioni di yoga, naturalmente dedicando loro una particolare attenzione e dopo averle istruite sulle precauzioni da adottare. Nel periodo successivo, tuttavia, le orientiamo nei corsi specifici per la gravidanza.
  • Chi non ha mai praticato yoga può cominciare in qualsiasi momento, perché lo yoga può trovare un ruolo in ogni fase della gravidanza, ma deve anche decidere in base al proprio stato di benessere, alla propria sensibilità e non ultima alla propria disponibilità di tempo, perché sappiamo che ci sono in gioco molti fattori. Come ripetiamo spesso, lo yoga implica una scelta consapevole di dedicarvi del tempo. Svolto senza costanza non produce benefici, ma anzi può essere dannoso.

In linea di principio, tuttavia, ci sentiamo di consigliare di non attendere a gravidanza troppo inoltrata. Certo, lo yoga può essere intrapreso anche al settimo o all’ottavo mese, tuttavia ci sono due limitazioni:

  • La prima è che gli effetti della pratica sono normalmente ridotti, perché manca la giusta preparazione;
  • La seconda è che non sempre la forma fisica della gestante le permette di essere inserita in un lavoro collettivo (e in ciò influisce sia la forma fisica precedente alla gravidanza, sia come è stata affrontata, sia il fatto che ogni fisico reagisce in modo diverso alla gravidanza) o perlomeno richiede un lavoro molto specifico e più difficoltoso, che a ridosso del parto potrebbe anzi essere di scarso aiuto.

Perché scegliere (o non scegliere) lo yoga in gravidanza

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Per le neofite, occorre sempre valutare se lo yoga è realmente ciò che vogliono. 

Lo yoga è un’attività che differisce da altre in quanto si pratica principalmente in silenzio, trasferendo gradualmente la propria attenzione all’interno: il proprio corpo (percepito “da dentro” come impressioni derivate dalla propriocezione, dalle modificazioni delle cavità interne, dall’attività dei vari organi), il proprio respiro, l’osservazione dei pensieri sono un mezzo per disidentificarsi da preoccupazioni, ossessioni e distrazioni che poco hanno a che fare in realtà con noi stessi. Questo, molto più che il “cosa” si fa durante le lezioni, è ciò che definisce lo yoga.

Questa vigilanza viene mantenuta in modo rilassato anche durante la pratica fisica ed è ottima per sintonizzarsi su un evento che ci richiama alla nostra natura in un mondo che si è allontanato parecchio dalla natura. Ma anche per questo, come abbiamo già detto, non è per tutti: molte persone si sentono a proprio agio in questo ambiente, mentre altre preferiscono circostanza più movimentate.

A patto di questo impegno, tuttavia, i benefici sono molti. Una ricerca del 2014  ha dimostrato l’efficacia della pratica dello yoga nella riduzione dell’ansia – soprattutto nei confronti del parto – che spesso è associata alla purtroppo molto diffusa depressione nel post parto.

Un’analisi sistematica della letteratura medica sullo Yoga durante la gravidanza ha dato i seguenti risultati:

Tra le scoperte significative degli studi randomizzati vi sono un aumento del peso del neonato, minore incidenza di complicazioni nella gravidanza, minor durata del travaglio e minor dolore tra le praticanti di yoga. Tra le scoperte significative degli studi non randomizzati e qualitativi vi sono la diminuzione del dolore, la miglior qualità del sonno, l’incremento della confidenza materna e il miglioramento delle relazioni interpersonali tra le gestanti che praticano yoga.

Ovviamente, come abbiamo evidenziato altrove, ciò non deve alimentare l’aspettativa di “essere all’altezza” della gravidanza o di avere un “parto perfetto”, ma anzi permette di accettare e assecondare i cambiamenti, ognuno con la propria dose di aspetti piacevoli e di aspetti spiacevoli, cercando di minimizzare questi ultimi ma accettando entrambi con equanimità.

Cosa deve offrire lo yoga

Teniamo presente che lo yoga durante la gravidanza offre, o perlomeno dovrebbe offrire, tre elementi, che sono interconnessi.

1. La preparazione fisica

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L’espansione dell’utero durante la gravidanza

Il lavoro sul corpo garantisce l’elasticità necessaria e prepara ad affrontare il notevole carico che col proseguire della gravidanza il fisico dovrà supportare. La pratica delle āsana, come abbiamo visto, differisce dal normale esercizio fisico in quanto lavora sull’allungamento e il rilassamento dello sforzo, donando una sensazione di leggerezza alle membra, di maggior stabilità e minore sforzo.

Grazie a queste caratteristiche, negli ultimi tempi alcuni studi hanno dimostrato che anche alcune posizioni sulla cui sicurezza vi erano dei dubbi possano in realtà essere eseguite senza problemi. Naturalmente la pratica delle āsana dovrà essere selezionata e adattata a seconda dello stadio della gravidanza e della capacità della gestante.

Le famigerate āsana non sono tuttavia gli unici mezzi utili sotto questo aspetto. Nello yoga vi è una importante serie di tecniche che coinvolgono a livello neuromuscolare l’area pelvica, che come abbiamo visto deve essere preparata non solo al parto, ma prima ancora a supportare durante tutta la gestazione il peso crescente del feto e prevenire alcuni inconvenienti comuni come le problematiche emorroidarie. Queste tecniche comprendono mudra e bandha quali mula bandha, ashwini e sahajoli mudra, che coinvolgono rispettivamente l’area perineale, quella dello sfintere anale e quella genitale.

2. La pratica respiratoria

Contrariamente a quanto si tende a credere (e alla percezione delle stesse gestanti), durante la gravidanza la quantità di aria respirata aumenta in termini di profondità del respiro, per soddisfare il fabbisogno di ossigeno del feto (che ancora non respira) e della placenta. Tuttavia, questa aumentata capacità è accompagnata da un senso di “fiato corto” dovuto principalmente alla progressiva compressione del degli organi e delle cavità interne, oltre che all’aumento di peso. Lo yoga in questo periodo deve aiutare in modo molto naturale a riconnettersi con la propria respirazione profonda, in associazione con movimenti mirati e la pratica delle āsana, recuperando spazio per il respiro.

Alcune tecniche di prāṇāyāma, come l’ujjay, brahmari e nadi shodana, se insegnate assieme a una corretta respirazione diaframmatica e toracica, hanno un notevole effetto calmante e bilanciano l’eccesso di calore che accompagna spesso la gravidanza. Assieme ad altre tecniche con effetto energizzante, possono essere utili durante il travaglio, indipendentemente dal fatto che la madre le metta in atto in modo consapevole.

Come teniamo spesso a sottolineare, il ruolo dello yoga in gravidanza non è insegnare “cosa fare” nel momento del parto, ma “preparare il terreno” riarmonizzando il sistema nervoso autonomo e quindi le risposte inconsce che il nostro organismo mette in atto, le quali, soprattutto in momenti di così forte impatto emotivo e fisico, hanno un impatto ben maggiore su quelle consce.

3. Il rilassamento e la meditazione

Il rilassamento e la meditazione, nello yoga costituiscono una naturale conseguenza dei primi due punti ma  è anche un passo oltre di essi, in quanto implica il progressivo staccarsi dagli stimoli sensoriali esterni, e risulta fondamentale per recuperare le energie durante quelle fasi in cui la donna si sente particolarmente stanca e ansiosa. A tal proposito, lo Yoga Nidra, ad esempio, è una tecnica molto proficua.

Grazie a queste componenti, è possibile rilasciare le ansie e le preoccupazioni lasciandole emergere dall’inconscio senza analizzarle, osservandole con lo sguardo distaccato del testimone.

Gravidanza o “attesa del parto”?

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Alcune gestanti decidono di rivolgersi allo yoga solo nelle ultime settimane. Ci sia permesso di fare alcune osservazioni sul perché.

Nella nostra cultura, infatti, la gravidanza è spesso vissuta come una “attesa di”. Sappiamo che c’è stato un momento del concepimento e sappiamo che ci sarà il momento del parto, ma il lasso di tempo che intercorre è molto svilito se considerato solo come sala d’aspetto.

Questa cultura, che spesso la donna subisce alimentata anche dalla umanissima tendenza a procrastinare, la porta a vivere questo periodo semplicemente in funzione del parto. Spesso, comincia a preoccuparsene solo quando i segnali diventano stringenti. Un po’ come se sapesse di dover prendere un aereo per andare in un paese esotico, vivendo tutto esclusivamente in programma della futura partenza.

Il fatto è che non ci si accorge di aver già preso quell’aereo: la vita non cambia dal momento del parto, ma è già cambiata fin dal primo giorno della gravidanza. Gli eventi che cominciano a verificarsi portano la donna sempre più verso una dimensione profonda, con tratti primordiali, che poco si concilia con la vita quotidiana fatta di lavoro, impegni e doveri legati alle convenzioni comuni.

Lo Yoga dovrebbe innanzitutto aiutare a riconciliare queste due dimensioni in modo tale che non cozzino in maniera dannosa tra loro, anche accettando gradatamente che una delle due – quella della gravidanza – prevalga naturalmente sull’altra.

Quindi, a nostro parere, non esiste uno Yoga preparto, ma esiste uno yoga in gravidanza, che comprende sia la fase pre sia la delicata fase post, che spesso è una zona d’ombra di cui le stesse neo-madri hanno diverse remore a parlare. Non uno yoga finalizzato a un evento futuro, ma uno Yoga che aiuti a cogliere l’evento in atto e a sintonizzarci meglio con esso.

E alla domanda “quando iniziare” forse la risposta più corretta potrebbe sembrare leggermente indiretta: fai qualcosa per te adesso, non semplicemente in vista di qualcosa che non è ancora.

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Dormire col demone che grida: lo Yoga e il rilassamento profondo

22 Ottobre 2015 by Francesco Vignotto Lascia un commento


La scorsa primavera è capitato un fatto curioso qui a Zénon, all’inizio di una lezione. Uno degli abitanti del condominio di fronte a noi aveva avuto la pessima idea di chiudere sul balcone il proprio cagnolino, che come ogni cane di piccola taglia si dimostrò particolarmente suscettibile agli stimoli. In parole povere, non la smetteva più di abbaiare.

Quando entrai nella sala si poteva palpare l’insofferenza dei presenti. In effetti, erano un grumo di tensioni pronte a esplodere, in cui gorgogliavano pensieri di vendetta sul povero animale e sul padrone, che qui risparmio (si sa, i propositi di non violenza verso gli esseri viventi sono sempre soggetti a numerose eccezioni).

Senza sperare nulla e – come si suol dire dalle mie parti – “per non sapere né leggere né scrivere”, li feci sedere e chiudemmo tutti gli occhi, orientando l’attenzione al corpo e al respiro. Era un tentativo, un diversivo, se vogliamo, e forse proprio l’alta tensione in sala servì da stimolo per capovolgere la situazione. Sta fatto sta che funzionò ben oltre le aspettative: ci rilassammo cedendo ogni sforzo tanto che calò un silenzio irreale, sia dentro che fuori la sala. Non potei trattenere la battuta: “In realtà, il cane sta ancora abbaiando, ma noi non lo sentiamo più…”

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Spesso riteniamo che la possibilità di rilassarsi dipenda dall’assenza di stimoli esterni. O meglio, che in presenza di determinati stimoli non ci si possa proprio rilassare. Gran parte della violenza tra il vicinato, non necessariamente fisica, nasce da questo.

In realtà, anche se un martello pneumatico sotto la finestra o un pessimo padrone di cani non sono di aiuto, è possibile accedere a uno stato di rilassamento pressoché in qualsiasi momento. D’altro canto, anche il contrario lo dimostra: spesso anche in assenza di elementi di disturbo non riusciamo a rilassarci, perché la nostra mente è ancora assetata di azione e di pensiero, non vuole deporre le armi.

E questo è un altro punto: la possibilità di rilassarsi dipende dalla capacità di rivolgere i sensi all’interno. Nello Yoga questa fase si chiama pratyahara. Ma per potervi accedere, occorre esaurire la sete di stimoli. È proprio per questo che a volte proprio un climax di tensioni e di insofferenza può essere trasformato nel preludio al rilassamento stesso. In alcune pratiche, la mente viene lasciata vagare attraverso suoni e pensieri, finché non esaurisce l’interesse per tutto ciò che proviene dall’esterno, così come viene fatta ruotare lungo il corpo perché perda contatto con il corpo stesso.

Quindi, gli stessi elementi che in condizioni normali sarebbero considerati fattori di disturbo, sono al tempo stesso un potenziale mezzo per superarli. O meglio, per superare la nostra reattività e suscettibilità agli stimoli che è spesso molto simile a quella del cagnolino abbandonato sul balcone di cui sopra. E, per fortuna, altrettanto addestrabile, con un po’ di pazienza.

E allora, ecco il rilassamento, che è condizione indispensabile perché cose fuori dall’ordinario accadano e si lascino compiere. E perché i processi profondi riprendano a scorrere, invece di accumulare.

È insomma – secondo la mia modesta opinione – l’immagine di Vishnu dormiente tra due Ere, che si abbandona alle correnti dell’Oceano Cosmico, sopra il serpente Ananta (“infinito”), che in condizioni normali sostiene tutti i pianeti: il rilassamento è, anche nell’infuriare tempestoso dell’atto, trovare uno spazio in cui lasciarsi riassorbire dalla potenza.

Sabato 24 ottobre alle 16:30, qui a Zénon, terremo una piccola presentazione del nuovo corso dedicato proprio al rilassamento, che avrà inizio dal 2 novembre 2015. Per qualsiasi informazione, potete visitare la pagina del corso e/o contattarci tramite il modulo. 

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