Quando si parla di energia nello Yoga, si cade spesso in un paio di equivoci diametralmente opposti.

Il primo equivoco consiste nel confondere l’energia con l’eccitazione, ovvero quell’“essere pieni di energie”, carichi di voglia di fare e di forza travolgente a livello mentale, fisico e soprattutto emotivo. È una visione oggi spesso diffusa non solo nelle varianti power (su cui è fin troppo facile ironizzare), secondo cui più si ripetono saluti al sole e posizioni ‘forti’, più si va su di giri, si accumula forza, si è “energetici”.

Non è che l’energia sia estranea a tutto questo e non è certo un peccato divertirsi in questo modo, ma non è esattamente ciò che si dovrebbe intendere come tale nello Yoga, perché la forza è una forma contratta di energia: finché si rimane arroccati nell’idea che esista una ‘mia’ energia si è diretti verso un muro contro cui picchieremo una salutare testata.

Si fa esperienza di una legge ineluttabile: prima o poi la polarità dell’energia si inverte, normalmente quando le ragioni che hanno innescato l’entusiasmo vengono meno. Depressione, stanchezza, senso di esaurimento oggi affliggono ciclicamente molti praticanti di Yoga proprio per questo motivo.

Sebbene anche questa sia una esperienza con cui occorre fare i conti, perché non diventi una palude in cui arenare una vita occorre che a un certo punto appaia all’orizzonte la prospettiva di una stabilità senza sforzo.

La posizione non ha più bisogno che di una minima partecipazione muscolare, sembra reggersi sul nulla. Il respiro non sembra più nemmeno necessitare la nostra partecipazione attiva, come se sorgesse dalle profondità. La necessità di lunghi periodi di rilassamento tra una posizione e l’altra viene meno, perché non vi è dispersione tra il fare e il non fare.

Inerzia e vitalità sono due facce della stessa medaglia: inizia solo ora a manifestarsi quell’esserci senza una ragione e senza utilità che è caratteristico del gioco dell’energia nella forma più libera.

Lo Yogi, insomma, non è un atleta che si esalta per i successi e si deprime per i momenti di stanca, ma li contempla con animo equo. La conquista di questo atteggiamento, che naturalmente si guadagna al prezzo anche di numerosi saliscendi, porta in sé a una profonda stabilizzazione dell’energia.

Il secondo equivoco è che occorra uno sforzo di immaginazione per avvertire l’energia nei suoi aspetti più raffinati. L’uso (e a volte l’abuso) di visualizzazioni e l’eccessiva teorizzazione sembrano alimentare il luogo comune che l’energia sia al di là della portata percettiva comune e che il sapere venga molto prima della possibilità di sentire.

In realtà, l’energia può essere toccata, udita, persino vista e annusata in modo molto più autentico e istintivo di quanto non possa essere conosciuta dall’intelletto. I sensi, così spesso demonizzati da alcune correnti di pensiero anche nell’ambito dello Yoga, possono benissimo venirci in aiuto in questo, a patto che ci si addestri a una raffinazione dell’ascolto.

A torto, infatti, i fenomeni energetici vengono ascritti all’ambito “extrasensoriale”, non essendo a altro che il sostrato comune a corpo e mente, alla vita e alle sue qualità. Un sostrato dal cui equilibrio dipende sia la salute fisica e mentale, sia la possibilità che si aprano spazi intuitivi sempre più rarefatti e sempre meno verbalizzabili, non necessariamente nei momenti deputati alla pratica.

Personalmente ho sempre ritenuto il momento più bello e interessante quando si riaprono gli occhi dopo la pratica e si guarda il mondo: a volte i colori, la spazialità dei suoni, lo scorrere del tempo e l’orientamento nello spazio appaiono del tutto nuovi. Le esperienze trascendenti mi hanno sempre interessato poco, perché la vera trascendenza è nelle cose che a uno sguardo offuscato sembrano “le stesse” cose di sempre. Compreso il proprio corpo, che diventa non più solo un insieme di ossa, muscoli, tendini, organi, sangue, ma anche e soprattutto spazio: anche questa è energia.

Alcuni silenzi improvvisi, alcuni respiri che si sospendono senza ritenzione sono zone temporaneamente autonome che si aprono molto più facilmente quando si rilascia lo sforzo fisico e mentale, l’idea oppressiva che lo Yoga si faccia per qualcosa: che si tratti di realizzarsi o di scolpirsi gli addominali, la differenza è molto minore di quanto non si pensi.

Questi momenti, come la tendenza della mente a proiettarsi verso qualcosa al termine di una seduta, sono manifestazioni di diversi stati di energia: soddisfatta e satura di sé stessa nel primo caso; con ancora del carburante da bruciare, qualcosa che è stato tenuto in riserva e deve risolversi, nel secondo.

Bisogna però modificare atteggiamento: prima di essere musicisti, occorre diventare strumenti, ovvero comprendere che il potere di fare quello che si vuole è un mito piuttosto infantile, perché occorre mutare radicalmente le condizioni imposte dal volere, soprattutto ricredersi sul soggetto del volere. A quel punto, quando la mano cessa di tenerla ferma, la corda inizia a vibrare.

Ma siccome nulla viene dal caso, devo fare un ammenda. Ho parlato in questo articolo di due errori comuni nello Yoga, che giustificano due comuni obiezioni che si sollevano verso questa disciplina. È interessante, per concludere, prenderle in esame.

Da un lato, che nelle sue forme più intensamente fisiche, lo yoga si risolva in una manifestazione, di forza o di abilità fisica fine a sé stessa, al netto degli ornamenti esotici e delle velleità spirituali. Dall’altro, che lo Yoga porti a un eccesso di introversione e di rimuginio su sé stessi, alla proiezione verso mondi avulsi dalla realtà.

Queste obiezioni sono del tutto fondate e non di rado esprimono i dubbi inconfessabili di molti praticanti. Tuttavia, lo Yoga non sarebbe di nessuna utilità se non si venisse sfiorati da tali dubbi e se non si corresse tali pericoli. Incapparci, del resto, è un modo per curarsi.

In altre parole, i due “equivoci” descritti fin qui sono, in una misura variabile a seconda dell’individuo, passaggi indispensabili, perché nessun equilibrio può dirsi stabile se non si passa attraverso queste correnti che a volte possono trasformarsi in rapide.

È vero, lo Yoga contemporaneo è spesso una ginnastica travestita da religione, o da psicoanalisi motivazionale. Ha prodotto in Occidente schiere di ipocondri alternativi, ma anche persone che sono riuscite ad andare oltre gli abbagli proprio affrontando l’eventualità di lasciarsi accecare.

Lo Yoga riguarda la totalità dell’essere umano e proprio per questo contempla profonde immersioni nella fisicità e ascese (ammesso che si ascenda) in zone di estrema rarefazione, per rendersi conto che il divino non esiste se significa l’espulsione della propria umanità.

L’insegnamento vero, il filo di lama su cui ti occorre camminare, è che la stessa energia che porta nelle profondità ti alleggerisce del peso che ti impedisce di salire a galla.

Francesco Vignotto

About

Insegnante di Yoga certificato AICS 760 ore, assieme a Marco Invernizzi dirige il centro Zénon, per il quale coordina le attività di questa disciplina.
Di formazione umanistica, ha lavorato per diversi anni in ambito universitario e istituzionale nel campo dell’italianistica e della comunicazione.

3 comments

  1. Comment by Lidia

    Lidia Rispondi 9 marzo 2017 a 16:27

    Bellissimo articolo. Condivisi tutto anche lo stile semplice e “pacifico” in cui è scritto.

  2. Comment by Francesco

    Francesco Rispondi 11 marzo 2017 a 18:34

    Bravo Francesco, proprio ben scritto!

  3. Comment by Gaetano

    Gaetano Rispondi 14 marzo 2017 a 19:11

    Semplice, lineare e chiaro. Chi ha orecchie da intendere intenda 🙂

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