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yoga per cominciare

Yoga: per cominciare

29 Giugno 2022 by Zénon 1 commento

Spesso ci viene rivolta la fatidica domanda: che cosa posso leggere sullo yoga a titolo introduttivo? La risposta non è sempre facile, perché a fronte delle moltissime pubblicazioni sullo yoga, un po’ di buono c’è qua e là, ma i libri ‘di largo consumo’ raramente vanno oltre un’esposizione molto scolastica e schematica, a volte un po’ distorta dalle mode dei tempi. Insomma, per chi si affaccia per la prima volta c’è molta varietà apparente e poca profondità: quasi sempre un testo vale l’altro, con gli stessi pregi e gli stessi difetti.

D’altro canto, molti spunti veramente profondi possono essere trovati in testi che però sono di difficile lettura per chi non ha già un bagaglio di conoscenze sulla materia. Ed è un peccato, perché alcune idee potrebbero essere di grande aiuto fin dall’inizio.

Nell’arrovellarci per trovare la risposta al quesito di cui sopra, nel cercare un titolo che non fosse troppo New Age, non assomigliasse troppo a un catechismo o a un corso di motivazione per venditori, e che non richiedesse nemmeno un corso di grammatica sanscrita per essere compreso – ecco arrivare la classica scoperta dell’acqua calda: nel corso degli anni su questo sito abbiamo pubblicato una discreta quantità di articoli, che oltre a contenere riflessioni di carattere personale, a loro volta rimandano anche a testi che speriamo di aver reso comprensibili anche ai non addetti ai lavori, e magari, chissà, incuriosito alla lettura.

È il nostro modesto contributo, parziale, che ovviamente risente delle nostre esperienze e delle nostre idiosincrasie, ma può essere, almeno per noi, la provvisoria risposta alla fatidica domanda, in attesa che si aggiungano ulteriori tasselli (e, chissà, magari in futuro qualcosa di più strutturato).

Siccome questi articoli sono usciti lungo un arco temporale di ben 8 anni, non è esattamente facile trovarli sul sito. Pubblichiamo quindi di seguito una selezione di quelli che riteniamo possano essere più utili per cominciare, suddivisi per aree tematiche, includendo anche qualche scritto che non parla direttamente di yoga, ma che rientra a buon diritto in questo contesto come approfondimento.

Buona lettura!

PS: nei commenti ci suggeriscono che il miglior testo per principianti rimane forse Imparo lo Yoga del buon André Van Lysebeth e ci accorgiamo di essere d’accordo (ma si accettano ulteriori suggerimenti).


Il cuore dello Yoga

Rischiare grosso con lo yoga: qualche consiglio per chi pratica
“Ma a cosa serve lo yoga?” “A riabilitare gli invalidi”
Un’idea di (auto)guarigione
Cosa significa ‘fare un passo oltre’ nello yoga?
Il Coraggio di Distruggere

Esistono tanti Yoga o uno Yoga?

Il vero yoga non esiste, grazie al cielo

Asana: perché nello yoga si fanno le posizioni?

C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?
Yoga o ginnastica, forza o energia

Come praticare è più importante di cosa praticare: alcune questioni di principio

Accetta i tuoi limiti, ma vedi di toccarti i piedi in fretta
La cognizione del dolore negli yogāsana

Il respiro

Non saper respirare
Prāṇāyāma, questo sconosciuto
Pranayama: vita, respiro, morte e miracoli

Lo Yoga e la sua storia, la sua filosofia, tra ieri e oggi

Sensi soprannaturali: conversazione con Gioia Lussana sullo Yoga della bellezza
Lo yoga visto dai sadhu: intervista a Daniela Bevilacqua
Lo Yoga in una posizione: la storia improbabile degli āsana
Il Mahabharata cinematografico di Peter Brook
Yoga, o la (re)invenzione di una tradizione: intervista a Marco Passavanti

Il rilassamento

Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento
Dormire col demone che grida: lo Yoga e il rilassamento profondo

La meditazione

Meditazioni per non uscire dal mondo
Meditare nel post-pandemia: un’inversione di tendenza
“Yoga” e i cani neri di Carrère
La meditazione può essere ‘usata’ per alleviare lo stress?
Lo Zen e le Neuroscienze: il Sé e l’Altro

Lo Yoga, in gravidanza

Lo Yoga e la Gravidanza: appunti di viaggio
La gravidanza non è smart, ovvero l’impazienza della dolce attesa
Diventare madri nell’era della ‘paura di vivere’
Leggi

Archiviato in:Articoli, Yoga Contrassegnato con: asana, hathayoga, pratica, yoga, yoga per cominciare

“Yoga” e i cani neri di Carrère

17 Gennaio 2022 by Francesco Vignotto Lascia un commento

“È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?” Alcune riflessioni sull’ultimo libro di Emmanuel Carrère, che da outsider depone una pietra tombale sul mito del benessere New Age, in cambio di un salutare bagno di realtà.

Confesso che ho esitato qualche mese a leggere Yoga di Carrère perché tendo a diffidare dell’hype, un po’ per spocchia, un po’ per un crescente bisogno di argomenti ‘inattuali’, visto che abbiamo imparato quanto l’attualità può essere tossica, volgare e lontana dal cuore della realtà (un po’ come l’inevitabile rumore attorno alle battaglie legali tra Carrère e la ex moglie, che ha fatto purgare dal romanzo tutte le parti che la riguardano).

Confesso anche che non avevo mai letto nulla di Carrère fino a qualche settimana fa, sebbene da tempo fossi attratto già da alcuni suoi titoli precedenti. Preferivo però non cominciare dall’ultimo proprio perché riguarda un tema in cui sono fin troppo implicato, conoscendone le beghe, per godermi appieno la lettura.

Così, quando ho ricevuto in regalo Io sono vivo, voi siete morti, la biografia di Philip K. Dick che proprio Emmanuel Carrère scrisse negli anni Novanta, e avendola letta con molto piacere (sono un appassionato di Dick), non avevo più scuse per evitare la lettura del suo lavoro più recente. Con sorpresa, ma neppure troppa, ho constatato che tra i due libri vi è più di un punto in contatto: entrambi formulano importanti questioni sulla vita, sulla natura ultima del reale e sulla possibilità di conoscerla, e in entrambi questi stessi temi costeggiano l’abisso del disturbo psichico.

Dal canto suo, Yoga racconta come non ci sia nulla che preservi dalla buia notte dell’anima, nemmeno quando, come all’inizio del libro, sembra che per l’autore la vita si sia stabilizzata una volta per tutte sul versante più comodo. È proprio in quel momento che nasce l’idea di scrivere “un libretto arguto e accattivante” sullo yoga che avrebbe trovato posto nei già affollati scaffali delle librerie dedicati all’auto-aiuto e alla crescita personale. Tuttavia Carrère conosceva già fin dai tempi di Io sono vivo la saggezza dell’I Ching basata sull’alternanza degli opposti, e le sue stesse parole di allora suonano come un ambiguo avvertimento che

ogni momento è un passaggio, che l’apogeo è l’inizio del declino e la sconfitta preannuncia la vittoria futura. A chi brancola nelle tenebre [l’I Ching] insegna che presto tornerà la luce, a chi esulta sotto il sole di mezzogiorno che sta già cominciando il crepuscolo, al saggio l’abile arte di lasciarsi portare dal corso delle cose come una barca vuota si abbandona alla corrente del fiume.

Per Carrère la notte cala con la fine del matrimonio, e la barca vuota che si era convinto di essere si rivela piena di demoni. La crisi sfocia in un ricovero in psichiatria durante il quale sarà sottoposto a terapia elettroconvulsivante. La diagnosi è sindrome bipolare.

La situazione sembrerebbe essere sfuggita molto lontano dallo yoga, qualcuno potrebbe obiettare (ma poi: perché?). Eppure tra le tante definizioni provvisorie di meditazione che costellano il libro, la più assoluta arriva non nella prima parte, che precede il disastro, seduto sullo zafu durante il purgatoriale seminario di Vipassana, ma nella seconda parte, di fronte a tutto l’orrore per sé stessi che non si può spiegare, per bocca di un anziano psicanalista, ex gesuita ed ex lacaniano, trasformatosi suo malgrado in maestro Zen:

Quello che sta vivendo e orribile: bene. Lo viva. Vi aderisca. Sia quell’orrore. Se deve morirne, ne morirà. Non cerchi né ragioni né mezzi per uscirne. Non faccia niente, lasci perdere: solo cosi può verificarsi un cambiamento.

Non funzionerà, si affretta a precisare Carrère. Ma nessuno aveva detto che doveva funzionare. O meglio: sperare che funzioni è ancora parte del problema.

La mosca al naso

Yoga non segue il copione consolidato della celebrità che ha sconfitto la depressione o ha smesso di picchiare la moglie grazie alla meditazione; lo yoga non è qui una spugna magica, né Carrère ha la pretesa di essere qualcosa più di un meditante della domenica, ma proprio per questo ne guadagna in credibilità oltre che tensione drammatica: abbiamo già troppi scrittori-attori-cantanti che si riciclano nel settore benessere come maestri di vita, la cui placida anima non è mai increspata nemmeno da un peto. (Sperando di non essere contraddetti in futuro dai fatti, almeno in questo libro Carrére rimane lo scrittore che un po’ si pente di non essersi portato, trasgredendo le regole, il taccuino al seminario intensivo di Vipassana: nonostante tutti gli sforzi per convincersi del contrario, è lì per un reportage).

Emmanuel Carrère

Yoga ha fatto saltare la mosca al naso a parecchi praticanti attirati dal titolo, e quello appena esposto potrebbe essere un motivo: non è una storia esemplare. Non è il “libretto arguto e accattivante” che lo stesso autore si era inizialmente proposto di scrivere e che chi pratica yoga vorrebbe leggere. Che alla fine si sia comunque intitolato Yoga lo rende quasi un koan, tanto che la vera motivazione che spinge a terminare il libro è proprio scoprire perché Yoga sia stato scritto lo stesso; che è forse, meravigliosamente, lo stesso motivo per cui si pratica yoga nonostante la vita si guardi bene da somigliare alle agiografie dei santi.

Un altro elemento di disappunto per gli appassionati è la disinvoltura con cui Carrère utilizza la parola Yoga come macro-contenitore per riferirsi non solo alla pratica corporea – di cui parla in realtà poco – ma soprattutto alla meditazione e al Tai Chi. Il nostro autore non va nemmeno troppo per il sottile coi riferimenti letterari, che, va bene, sono abbastanza prevedibili per chi mastichi appena un po’ della materia: con tutte le mattine trascorse al Cafè dell’Église a leggere Patanjali (“Quanto me la tiravo”), Carrère non spreme molto più di un sunto da quarta di copertina; il Bardo va sempre bene, sia che si viaggi con l’LSD, sia che si tenti il suicidio, sia che si partecipi a un seminario intensivo in cui ai partecipanti è vietato parlare e a condurre è una voce preregistrata; la mania per yin e yang e per le infinite elencazioni di opposti sembra a volte più un fuoco d’artificio per impressionare l’altro sesso e i giornalisti inesperti, non fosse che l’alternanza di opposti è tragicamente connessa proprio al suo disturbo mentale. Ma sebbene Carrère non sia Calasso, il suo essere e rimanere scrittore di mondo lo tiene quasi sempre lontano da fole New Age, e anche quando le sfiora (lo yoga molecolare) le elabora poeticamente.

Con quelle due-tre nozioni che potrebbero essere già logore da un pezzo, anzi, Carrère si mette a scavare, in un corpo a corpo con i vortici della mente, sondando gli animi e le motivazioni profonde senza sconti (William Hurt che vuole essere una persona migliore per essere un attore migliore, i volontari sull’isola di Leros che affogano i loro cuori infranti nell’altruismo) e portando alla luce intuizioni notevoli proprio quando disinvolte.

Tra il dottor Yang, da un lato, che invita ad andare cauti con la meditazione, per non svegliare le potentissime energie che può mettere in moto (“Ci metteva in guardia contro questi rischi che non mi pare di avere mai corso, o se è successo non me ne sono reso conto, o ancora, più probabilmente, non ho mai raggiunto né mai raggiungerò il livello a partire dal quale cominciano a presentarsi”); e il maestro di Iyengar yoga secondo il quale occorrono dieci anni di preparazione ortopedica, di allineamento di bandha e chakra prima di poter essere degni di sedere sul cuscino; di fronte insomma a tutta questa erudizione che getterebbe nello sconforto il proverbiale millepiedi senza sapere più quale zampa muovere per prima, Carrére conclude, di testa sua e con invidiabile concretezza popolana, che meditazione è tutto ciò che succede quando ti siedi in silenzio, compresa la noia, i dolori, i pensieri parassiti. Compresa l’impressione che stai perdendo tempo con una cazzata pseudo-spirituale.

La prova della bellezza

Ram Dass

Ma c’è un altro motivo per voler bene a Carrère, ed è una piccola corazzata Potëmkim che ci ricollega (e non è l’unico caso per chi vuole leggere tra le righe) al tema dell’articolo precedente. Pur rifiutandosi di gettare via il bambino con l’acqua sporca (altro tema dickiano), il nostro non può mancare di rilevare che gran parte della sotto-cultura spirituale sia irrimediabilmente brutta. Da scrittore, è più che sfiorato dal dubbio che questa desertificazione della bellezza vorrà pur dire qualcosa. Imperdonabili – nel senso di Cristina Campo, ovvero perfette – sono le sue considerazioni di fronte ai partecipanti del seminario di Vipassana, che tra una sessione e l’altra, come da cliché, non riescono a resistere ad abbracciare gli alberi (la scena, con il balletto delle esitazioni che lo precede, è invero molto più comica di come la potrei descrivere). La visione genera un cortocircuito tra la lettura di alcuni saggi di Orwell e la visione di un documentario su Ram Dass; il confronto è impietoso:

Guardando il documentario, mi immaginavo quanto sarcasmo e perfino disgusto avrebbe suscitato in Orwell […] questo vecchio saccente, Ram Dass, tipico esemplare della tribù degli yogi-barbuti-vegetariani-indossatori di sandali che lui considerava non innocui babbei, ma imbecilli decisamente pericolosi. Ebbene, guardando questi ragazzi con le cuffie peruviane che abbraciano gli alberi, mi chiedo anche: come mai gli accenti di verità, il peso dell’esperienza e persino il godimento estetico sono con tanta evidenza dalla parte di Orwell e non da quella di Ram Dass né di nessuna delle autoproclamatesi guide spirituali che recitano i loro sempiterni discorsi sull’espansione della coscienza, sul potere del qui e ora e sulla pace interiore? Perché i loro pensieri mancano a tal punto di gravitas? Perché nessuno di loro supera la prova della bellezza? Perché i loro libri dalle copertine rosa o azzurre, che in ogni libreria new age balzano agli occhi come l’incenso alle narici, sono cosi brutti, cosi stupidi?

“Penso per esempio che ci sia un grado di verità maggiore in Dostoevskij che nel Dalai Lama” concluderà più tardi, altrettanto imperdonabilmente, quando abbandonerà il seminario, con uno strappo alla regola, a causa degli attentati a Charlie Hebdo, dove il suo amico Bernard perse la vita. Tra il cervello di quest’ultimo sparso sul linoleum della redazione e il “conclave di meditanti impegnati a frequentare ognuno le proprie narici e a masticare in silenzio bulgur con gomasio”, Carrère conclude che “una delle due esperienze sia, molto semplicemente, più vera dell’altra”.

Ma questo non è che uno dei tanti momenti dialettici di Yoga, tra le incurisioni del e nel mondo e l’aspirazione ad elevarsi al di sopra della sofferenza del mondo, che nella spiritualità di massa rischia spesso di trasformarsi in elusione solipsistica, clausura a gettone senza sacrificio, come gli ayurvedici svizzeri isolati in un’ala di un albergo dello Sri Lanka, in accappatoio bianco e cuffietta di plastica, che non interrompono nemmeno per un istante il loro seminario, mentre il resto della struttura si è trasformata in un centro di accoglienza per gli sfollati di uno tsunami.

Se lasciate che affiori in voi stessi

È confortante che il cielo non si apra solo ai santi, ai saggi, ai frequentatori abituali di zafu, ma anche a noialtri membri della famiglia splendida e miserevole dei nervosi, a noialtri aggrediti dai cani neri.

Nella foto più sopra, il sorriso descritto a pagina 269 della giovane Martha Argerich che, dopo essere quasi sparita a sinistra dell’inquadratura, riprende il tema principale della polacca Eroica di Chopin; è il sorriso che “viene al tempo stesso dall’infanzia e dalla musica” di chi ha visto il paradiso, anche solo per 5 secondi. Dalla biografia curata dalla figlia, emerge quanto Martha fosse stata una madre madre tossica e dispotica.

A giudicare dalla pila di copie disponibili in libreria, senza paragone con qualsiasi altro volume Adelphi, Yoga sta vendendo ancora molto a più di sei mesi dall’uscita (“Questo qui ci sta uscendo dalle orecchie” si lascia sfuggire la commessa mentre lo acquisto). Ne sono, in fondo, contento, perché è un libro che sa confluire nelle vene del mainstream senza rinunciare a incidere in profondità, ma soprattutto sa lasciare aperti gli orli di una ferita (come dovrebbe fare un romanzo), non utilizza lo yoga come tappeto per nascondere la polvere e proprio per questo, a modo suo, contribuisce a una riflessione più matura sul senso ultimo della pratica; e soprattutto è consapevole che il senso ultimo non sarà probabilmente annunciato mentre siamo seduti a meditare.

Certo è uno yoga, anche quello, mainstream, sui generis, o Iyengar o Ashtanga, uno yoga piramidale di grandi, inarrivabili maestri da piedistallo, e di milioni di pedoni che probabilmente perderanno sempre terreno nel cercare invano di bandire l’ombra dalla propria vita.

Il valore di Yoga è di avere la sincerità di guardare in faccia l’oscurità, ma anche la notevole intuizione – notevole proprio perché vi arriva a braccio, fosse anche strisciando, senza essere imboccato da alcuno – che quell’oscurità non può e non deve essere essere espunta: “A sinistra c’è l’Ombra ma c’è anche la gioia pura, e forse non può esserci gioia pura senza Ombra, e allora vale la pena di vivere con l’Ombra”.

Nel riprendere in mano il libro per scrivere questo articolo, mi accorgo della citazione del Vangelo di Tomaso in epigrafe di cui mi ero completamente dimenticato, ma che mi sembra essere il sigillo perfetto a queste riflessioni:

Se lasciate che affiori in voi stessi, ciò che avete vi salverà. Se in voi stessi non lo avete, ciò che in voi stessi non avete vi ucciderà.

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Sensi soprannaturali: conversazione con Gioia Lussana sullo Yoga della bellezza

7 Gennaio 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

foto di Gioia Lussana

Il sé è un danzatore
Il sé interiore è la scena
I sensi sono gli spettatori

Vasugupta, Gli Aforismi di Śiva

Lo yoga della bellezza di Gioia Lussana è uno dei testi più interessanti e originali degli ultimi anni sullo yoga. Il tema di fondo si sviluppa intorno a una intuizione del tantrismo del Kaśmīr medievale ancora poco esplorata, secondo cui lo stupore meravigliato di fronte all’opera d’arte è esperienza del sacro; sacro che attraverso questa breccia può essere colto in ogni aspetto della vita ordinaria.

Gioia Lussana è laureata cum laude in Indologia con Raniero Gnoli e Raffaele Torella ed è dottore di ricerca in Civiltà e Culture dell’Asia presso l’Università Sapienza di Roma. Il rigore con cui affronta le fonti non le impedisce il confronto, da un lato, con la tradizione filosofica e poetica occidentale e, dall’altro, con la sua esperienza di praticante e di insegnante di yoga, contribuendo a espandere gli orizzonti di ciò che intendiamo oggi con questo nome.

Anche per questo, era abbastanza inevitabile parlare direttamente con lei del suo ultimo libro.

Gioia Lussana

Due cose colpiscono subito l’occhio riguardo a Lo yoga della bellezza. La prima è il sottotitolo: “Spunti per una riformulazione contemporanea dello yoga del Kaśmīr”. La seconda è la doppia prefazione: di Raffaele Torella, ovvero uno dei più importanti esperti a livello internazionale di Tantrismo indiano; e di Eric Barét, riformulatore moderno dell’approccio del Kaśmīr come prima di lui Jean Klein (un ulteriore elemento di sorpresa, ma bisogna avere letto il libro, è il tuo contatto diretto con una forma di Haṭha-yoga tradizionale del Kaśmīr).
Per il senso comune, qualcosa che si richiama a una tradizione o vi aderisce letteralmente oppure suona un po’ sospetto; d’altro canto, le riletture contemporanee hanno sempre suscitato qualche alzata di sopracciglia tra gli studiosi. Qui, invece, sembra di trovarsi di fronte a un particolare caso di superamento degli opposti, e allora ti chiedo: cosa intendi con il termine riformulazione? E come può essere possibile riformulare una tradizione di cui, come spieghi, ci mancano ormai molti elementi operativi? Ma soprattutto: se una tradizione può (deve?) essere riformulata, che cosa intendiamo con la parola tradizione?

Ᾱgama, tradizione, in sanscrito è letteralmente un ‘flusso ininterrotto’. Ᾱgama è anche il nome dei testi tantrici śivaiti rivelatori di una visione rivoluzionaria del sacro. Voler dare nuova linfa a una fiorente e antica tradizione è rimanere nell’alveo del suo torrente e continuare a scorrere in esso. Si potrebbe dire mantenendo il ricordo della sorgente, ma attraversando nuovi paesaggi.

Come accenno nel mio libro, già all’inizio del secolo scorso, quando nacque in Kaśmīr Lakshmanjoo, considerato l’ultimo depositario per trasmissione diretta del lignaggio dei maestri medievali, si era persa la decodifica delle pratiche, spesso altamente esoteriche, descritte da Abhinavagupta nelle sue opere. Si potrebbe in ogni caso affermare che lo yoga del Kaśmīr non è uno yoga preminentemente ‘tecnico’, ma incentrato su un messaggio profondo. Ciò che era presentato per iscritto era già
nel X e XI secolo solo una traccia di ciò che veniva essenzialmente comunicato per
via orale da maestro a discepolo e costituiva la prassi vera e propria.

In virtù di ciò è tanto più lecito oggi tentare di riformulare, di interpretare in modo nuovo quel poco che risulta accessibile delle tecniche antiche, cercando soprattutto di non distaccarsi dalla trasmissione originaria – prettamente filosofica – che esse veicolavano attraverso il corpo. Una riformulazione moderna deve in qualche modo farsi carico dell’evoluzione di segno e di senso della visione filosofica originale, da trasporre in uno yoga non iniziatico e alla portata di un vasto pubblico. Uno yoga siffatto non è in ogni caso compatibile con le forme di gran parte dello yoga contemporaneo, classificabili come fenomeno di massa e con una valenza prettamente commerciale.

I maestri śivaiti non erano solo filosofi, retori e maestri di estetica, ma anche potenti yogin che sapevano incarnare creativamente la stupefacente visione filosofica che emerge dai testi. Si tratta oggi di riproporre in un linguaggio attuale il palpito vitale e la profondità concettuale che essi seppero trasfondere nel rito dello yoga.

Credo che riformulare oggi sia essenzialmente dare forma a uno yoga ‘generativo’, che non perda cioè la sua connotazione intuitiva, mai meccanica, sempre nuova, che scaturisce innanzitutto dal calore vitale e dal battito della vita in ognuno di noi, come da una fonte viva e nello stesso tempo cosciente. La tecnica non è che uno sviluppo ulteriore di questa percezione palpitante originaria.

Il modo di esprimersi dell’artista, del fruitore dell’arte e dello yogin prende le mosse da questo ‘bollore vibrante’ – la cifra della vita – e sgorga ispirato da pratibhā, l’intuizione dell’intima coerenza di ogni cosa, la bellezza di ‘ciò che è’.

Pratibhā, è quell’ingenium che ci fa presentire l’Assoluto. Ogni āsana, ogni gesto diviene allora il rito della bellezza e della sacralità dell’esistenza. L’arte dello yoga diviene in tal modo celebrazione della realtà in ogni sua manifestazione, che in quanto viva è allo stesso tempo auto-consapevole. Nei tantra śivaiti è rimarcata difatti la sorprendente omologia tra coscienza/sapienza e movimento della vita, che si riflettono nell’ordinario e nello straordinario con uguale splendore. Il rito dello yoga ha la funzione di intensificare ulteriormente tale ‘sapiente vividezza’.

Veniamo al tema centrale del libro, ovvero la stretta connessione tra l’esperienza estetica e l’esperienza religiosa. Per sgombrare il campo da equivoci naïf, il bello di cui parliamo non è per nulla ornamentale: si ha anzi l’impressione che la poesia (cito un altro termine-chiave) in questo caso abbia ben poco a che fare con l’evasione della realtà a cui il senso comune l’associa. Puoi parlarci di questo aspetto?
A ciò si collega un’altra domanda: da un approccio così radicalmente non-duale ci si aspetterebbe diffidenza nei confronti delle parole. Eppure nel tuo libro emerge la precisione chirurgica dei maestri del Kaśmīr nel descrivere ma soprattutto nell’evocare l’ineffabile, oltre a un tuo gusto particolare per l’etimologia anche nei confronti delle lingue europee. Evocare: in una riformulazione contemporanea, quanto è importante il linguaggio non solo per descrivere e istruire, ma per evocare una sensibilità straordinaria? Penso ad esempio a quando viene richiesto, nella riformulazione di Klein/Barét, di sentire il muro di fronte, o compiere un asana senza il corpo fisico. Anche qui abbiamo a che vedere con un uso poetico delle parole a tutti gli effetti creativo…

Nella concezione tradizionale la percezione della bellezza (rasāsvāda), investigata con estrema eleganza dai maestri kaśmīri e con suprema maestria in special modo da Abhinavagupta, si qualifica in sostanza come il vero laboratorio dell’esperienza religiosa o spirituale in senso lato: brahmāsvāda, connotata da un vivo assaporamento, intensificato rispetto alla fruizione ordinaria, che vede i nostri sensi spesso assopiti e resi opachi dalla routine. Le due esperienze, entrambe intensissime, scaturiscono dal terreno comune della vita ordinaria, che viene dissodata e resa fertile attraverso questi due vissuti straordinari in virtù di un risveglio che rende straordinario anche l’ordinario. La vita nella sua interezza e in tutte le sue forme acquista allora significato e sapore in quanto celebrazione gratuita, ‘generazione’, come accennavamo precedentemente, compiuta in se stessa. Il rito dello yoga, non confinato dunque a un ambito esclusivamente rituale, si qualifica come una estasiata espressione della vita in quanto tale.

Lo yoga del Kaśmīr, sia nella sua accezione tradizionale, sia nella sua riformulazione contemporanea, è fondamentalmente arte della contemplazione, in una parola bhāvanā, ‘attenzione generativa’, come potremmo tradurre questo termine complesso.

Nel Medioevo in Kaśmīr Bhaṭṭa Nāyaka considera bhāvanā come il ‘desiderio di espressione’ che genera la poesia, l’arte che si propone di alludere a ciò che per sua natura è indescrivibile: la bellezza, ovvero l’essenza della realtà. Lo yoga kaśmīro incarna la capacità creativa che il termine bhāvanā contiene in sé. È risvegliare la presenza consapevole, gustandola attraverso la contemplazione. Uno yoga ‘filosofico’ dunque e altamente ‘poetico’, in quanto si propone di evocare nientemeno che il sacro attraverso la postura, il gesto, l’immagine, il suono.

Per conservare la sua vitalità ispiratrice il linguaggio della pratica deve oggi a mio avviso accendere un significato, tradurre la filosofia in poesia e la poesia in āsana. Lo yoga si assume quindi il compito di suscitare l’intima natura del reale, esprimendo in modo rituale la sua sacralità naturale. Il suono e il gesto conservano in tal modo la loro matrice energetica, prima che discorsiva o intellettuale. Parole e immagini rese ‘corporee’, che non diminuiscono, anzi intensificano la verità delle cose.

Lakshmanjoo

I sensi e in particolar modo il tatto, o meglio la tattilità, altrove considerati una distrazione da cui ritirarsi, sono qui invece lo strumento principale di indagine. Anche in questo caso lo yoga del Kaśmīr sembra da un lato andare in controtendenza rispetto allo yoga classico (viene in mente la famosa critica di Abhinavagupta allo yoga di Patanjali, citato da Torella: “Ritirare i sensi dai loro oggetti porta a rafforzare il legame invece di allentarlo”1R Torella, “Abhinavagupta’s Attitude towards Yoga” in Journal of the American Oriental Society 139.3 (2019)); dall’altro siamo ben distanti anche dalle celebrazioni della positività del corpo-fatto-di-cibo che animano molto yoga contemporaneo. I sensi sembrano qui anzi già appartenere a territori che altrove sarebbero definiti soprannaturali. Puoi dirci qualcosa di più rispetto a questa particolarità?

Rasāsvada, la percezione estetica, è l’esperienza unitaria del sentire attraverso l’uso dispiegato dei sensi, o meglio quella qualità alla base di ogni specifica conoscenza sensoriale: l’assaporamento. Non riguarda semplicemente il senso del gusto, ma quella completezza che deriva dall’usare fino all’estremo uno qualunque di tutti i sensi. Rasa come gustazione denota in generale la primordiale presa di coscienza che tutti i sensi attivano. Sensi che nello śivaismo kaśmīro sono ‘le Dee, le signore dei sensi’ (karaṇeśvarī o svasaṃvid-devī), potenti divinità che risvegliano la capacità di comprendere, di conoscere ovvero di assaporare intensamente la realtà. Sapere è in primis ‘gustare’.

La cifra di questo yoga è sempre l’intensità, fiammante, nuova, per certi versi sempre un po’ spiazzante in quanto contemplazione smisurata e senza inibizioni di quello che c’è, senza omissioni né aggiunte. Questo, come dicevamo, è uno yoga contemplativo. Contemplare la bellezza, anche in ciò che ci spiazza, ci addolora o ci scuote dalle fondamenta.

Contrariamente alla visione del Pātañjala-yoga o yoga classico e di gran parte del pensiero filosofico indiano, dove emozioni, passioni e desideri vengono demonizzati o considerati pericolosi nemici, nel tantrismo non duale del Kaśmīr lo yogin, come l’artista o il fruitore dell’arte, è un rasika, un ragavan o un sahṛdaya ovvero una persona ‘sensibile’, appassionata, che partecipa ‘con tutti i sentimenti’ a ciò che gli è dato di vivere o sperimentare. Potremmo affermare che lo yogin del tantrismo non duale ‘sente esteticamente’, rifacendoci al significato del greco aisthánomai, che è un sentire, comprendere attraverso l’emozione e il sentimento. Lo stato di coscienza estetico è in qualche modo ‘estatico’ per il particolare tipo di gioia che produce nel soggetto, completamente indipendente da un’utilità personale.

L’intensità di un cuore attento e partecipe (heartful potremmo dire, prima che mindful), pur essendo spontanea, a volte richiede un allenamento per attivarsi e incrementarsi. Lavorare la mente-cuore rappresenta un livello specifico di yoga, forse il più diffuso nelle scuole non duali, interessate a dissodare la mente dai suoi impedimenti più che a potenziare la struttura muscolare del corpo. Il training della mente-cuore è in ogni caso un lavoro ‘tattile’, concreto, come impastare il pane o smuovere la terra per seminarla. Richiede la stessa cura, costanza, dedizione. Richiede non soltanto una mente pronta, ma anche un cuore vibrante e un corpo disponibile ad accogliere e custodire l’intensità. Ed è il calore vitale, come dicevamo, e l’emozione della vita in noi che si genera da questo calore, a creare la forma dell’āsana e a originare la dinamica del corpo nello spazio. Il movimento in queste scuole diventa radianza di luce e calore, in ultima analisi, gioia. Espansione del cuore, danza del cuore.

Inevitabile non notare quanto qui sia decentrato il ruolo della tecnica, al contrario di quanto avvenga nello yoga classico e in quello contemporaneo, dove sembrerebbe che il riconoscimento della propria reale natura – o, a essere più modesti, i vari benefici dello yoga – derivino dall’esecuzione di procedure definite e dalla loro ripetizione. Nello yoga del Kaśmīr i rapporti causali sembrano capovolti, o forse sarebbe meglio dire sconvolti da cause di forza maggiore: prima c’è il riconoscimento e poi la tecnica. Anche per le nostre menti contemporanee, dominate dalla tecnica (penso ad esempio all’attributo intelligente riferito a un algoritmo), può sembrare di trovarsi di fronte a un koan: com’è possibile anche solo chiedere di realizzare qualcosa senza realizzarlo?

Rāga, desiderio, anziché vairagya, distacco (letteralmente ‘scoloramento del rosso’ ovvero del desiderio) e kṣana, istante, anziché abhyāsa, ripetizione nel tempo, sono i pilastri dello yoga non duale rispetto al Pātañjala-yoga. Lo yoga del Kaśmīr valorizza lo slancio (udyama) anziché lo sforzo o la coazione a ripetere. Come spiego nel mio libro, quella dello yogin è un’azione vitale spontanea (akṛtaka) che nella pratica si traduce in presenza consapevole e partecipazione emotiva, espansività, la direzione privilegiata dello yoga non duale.

Abhinavagupta chiama camatkāra quel particolare assaporamento meravigliato e consapevole in cui il soggetto lascia sgorgare dall’interno il gesto yogico. Non si tratta di un appagamento per aver finalmente ottenuto un oggetto desiderato o aver raggiunto un obiettivo, ma una felicità del tutto diversa e autosufficiente, non dipendente dall’esterno, ma riconducibile all’intima sensazione di essere vivi, consapevoli dell’inesauribile desiderio della vita di esprimersi come da una fonte che zampilla e irrora tutto lo spazio del corpo e oltre il corpo. Tale attitudine interna è, come dicevamo, l’aspetto centrale di questo yoga, anziché la tecnica, relegata al livello di yoga più grossolano o minimale, ānava-upāya. Ma nella visione di Abhinavagupta anche uno yoga ‘meramente tecnico’ conduce in ultima analisi all’insight che ‘ognuno di noi è Śiva’…. Ognuno di noi è già perfetto così com’è. E ogni livello di yoga conduce naturalmente e imperiosamente a questa evidenza.

Lo slancio, la smisuratezza, il traboccare, il fuori scala sembrano essere cifre caratteristiche di questo yoga. Se ci fermassimo qui potremmo pensare a uno yoga di gesti eclatanti e di supersforzi. E invece, l’attenzione viene più spesso orientata alla sensibilità minuta, del momento liminale, dello spazio tra due cose/due esperienze, allo ‘stare per’ o al morire di un’esperienza. Anche qui sembra che venga chiesto l’impossibile: come si possono intraprendere due direzioni apparentemente divergenti, l’esuberanza e l’estremamente piccolo?

Il traboccamento (antarucchalana) del gesto e del cuore in uno slancio smisurato non contraddice in effetti l’attenzione minuta dello yogin verso ciò che è liminale, indefinito, evanescente.

La non contraddizione sta nel fatto che niente viene fatto ‘per se stessi’, ma in una modalità per così dire ‘generalizzata’ ovvero neutrale. Le stesse famigerate citta-vṛtti (modi della coscienza che comprendono cognizioni/emozioni) non portano a schiavitù se vissute ‘in modalità estetica’ ovvero lasciate libere di dispiegare la loro carica energetica prima che la mente razionale se ne appropri, asservendole ai propri bisogni. Esse diventano ostacoli quando il contenuto emotivo è al servizio dell’ego. Tale attitudine non appropriativa, comune peraltro a tutte le grandi tradizioni mistiche, purifica ogni desiderio dalla sua componente di avidità accaparratrice e trabocca come ‘desiderio aperto’, pronto ad accogliere e ad amare esattamente quello che c’è, così com’è, come ben sapevano e mettevano in pratica gli stoici nella nostra tradizione occidentale. Secondo questa visione non soltanto ciò che è sottile o liminale, ma anche ciò che è doloroso o negativo trova posto nella mente-cuore dello yogin, dove tutto senza esclusione ha la sua ragion d’essere.

Mark Dyczkowski, Daniel Odier, Christopher Wallis: cito tre nomi tra i tanti legati, in modo molto diverso tra loro, al tantrismo del Kaśmīr. Quali sono le affinità e le divergenze con l’approccio de Lo yoga della bellezza?

Tutti e tre gli autori che citi hanno contribuito in diversa misura alla diffusione e alla conoscenza della tradizione del Kaśmīr medievale. Non mi risulta però che nessuno di loro abbia particolarmente approfondito la produzione estetica dei maestri kaśmīri, riscoperta invece e valorizzata sulle orme di Raniero Gnoli da uno dei più insigni interpreti della tradizione manoscritta medievale, Raffaele Torella.

La traduzione dei testi di estetica medievali è in ogni caso un fenomeno relativamente recente, di cui Gnoli alla fine degli anni’50 fu uno dei primi al mondo ad interessarsi. Negli ultimi vent’anni stanno emergendo in traduzione delle vere e proprie perle di questa visione estetica, un filone estremamente promettente che getta una nuova luce interpretativa anche sul significato stesso di yoga in generale e dello yoga non duale in particolare. Qui la percezione della bellezza gioca il ruolo di vero e proprio laboratorio dell’esperienza religiosa in senso lato e yogica in senso specifico. Qui si può a ragion veduta concepire uno yoga ‘estetico’ che si contrappone a uno yoga ‘ascetico’ dominante in tutta la ben nota tradizione dello Haṭha-yoga.

Nel tuo libro non risparmi connessioni con il pensiero e la poesia occidentale, da Platone a Bachelard, da Leopardi a Weil e Candiani. Sembra di intravedere che, sebbene l’idea di una philosophia perennis non goda più di grande popolarità, sia tuttavia possibile almeno trovare un terreno comune di dialogo, che vi sia un referente comune, per quanto per sua natura ineffabile, che altri, altrove, hanno intuito con formulazioni diverse. Cosa ne pensi?

Già nel Vangelo di Giovanni – su cui si fonda tutta la tradizione mistica occidentale a seguire – il primato della vita in tutte le sue diverse accezioni è la matrice concreta della spiritualità nelle sue forme più elevate. È allora lecito riscoprire in contesti tra loro anche molto diversi, dalla poetica all’estetica fino alla prassi yogica o alla fenomenologia husserliana tratti di un filo comune che unisce il vasto campo delle esperienze umane. La percezione/emozione della nostra vitalità interna può essere considerato questo fil rouge.

Eric Barét

Nel tuo libro precedente, La dea che scorre, resoconto dei tuoi studi sul campo in Assam, accenni a un probabile contatto tra la tradizione tantrica indiana e quella taoista. In effetti, e non è solo una mia impressione, osservando la pratica e la gestualità di Eric Barét o di Nathalie Delay è difficile non notare un’affinità con il Qi Gong e con le arti marziali ‘interne’ (che del resto, mutatis mutandis, implicano un approccio intimamente tattile all’energia vitale), più che con le varie filiazioni dello Haṭha–yoga moderne e premoderne. Ho parlato di gestualità volutamente, in quanto sia in Barét che in Delay sembra quasi una forma di Qi Gong spontaneo. Cosa ne pensi?

Fin dalla prima volta che incontrai lo yoga di Eric Baret dodici anni fa, mi resi conto che si trattava di uno yoga per così dire ‘prāṇico’, che lavorava essenzialmente un corpo fatto di calore vitale, respiro e spazio, relegando a un costrutto mentale il corpo denso, muscolare, generalmente considerato protagonista dello yoga più diffuso. Lavorare la dimensione energetica in una percezione del corpo allargata a comprendere tutta la vastità in cui il corpo è inscritto è una peculiarità dello yoga del Kaśmīr contemporaneo e senz’altro presenta notevoli affinità con il Qi gong tradizionale cinese, che io stessa ho avuto la fortuna di praticare in prima persona con un maestro taoista.

In uno yoga siffatto l’āsana diventa una ‘forma senza forma’. Una forma che attraverso il silenzio e l’immobilità viva che la costituiscono, lascia che i suoi contorni scolorino fino ad abbracciare tutto lo spazio intorno. Scompare allora la percezione fisica della postura in cui si dimora e rimane soltanto ‘il soffio interno’, la calda e vibrante sensazione della vita in noi, che i kaśmīri chiamavano spanda e i taoisti Qi.

Vorrei concludere con tre suggestioni che mi hanno suscitato la lettura del tuo libro. La prima è di un poeta a me molto caro, Yves Bonnefoy: “Ciò che non ha pace è ancora la pace”.
La seconda è di un poeta a me ancora più caro, Milo De Angelis, che abbiamo intervistato qualche tempo fa proprio su questo sito: “L’infinito appare nel poco/come l’ultima nota di un grido/che si dilegua”.
L’ultima suggestione viene dall’ultimo capitolo de Gli imperdonabili di Cristina Campo, intitolato guarda caso “Sensi soprannaturali”. L’ambito sembrerebbe essere proprio distante, infatti si parla di una supplica del mistico greco medievale Simeone Metafraste, ma anche per questo la connessione spicca in modo bruciante: “È perfettamente apparente […] come l’acquisizione dei sensi soprannaturali importi l’oblazione dei naturali: questi gettati in quelli, accesi e consumati in quelli, come le resine preziose nella mischianza del santo crisma. […] Che si possa parlare qui di repressione o di sublimazione è degradante al solo ricordo, e persino una parola del tutto canonica, mortificazione, appare in qualche modo mortificante.”

Bellissime le tre suggestioni che riporti nella tua ultima domanda.
‘Ciò che non ha pace è ancora la pace’ mi ricorda una mattina in Kaśmīr, quando arrivai completamente fradicia alla piccola casa del maestro, in fondo al villaggio. Una tempesta di pioggia mi aveva sorpreso sulla strada fangosa e al mio arrivo venni scaldata e rifocillata con latte caldo. Quindi il maestro mi scrisse queste poche parole su un pezzo di carta: ‘Non c’è pace senza intensità’. In questa breve frase c’è una bella sintesi della visione non duale. La pace può essere assaporata in ogni cosa o situazione, anche in mezzo al freddo di una tempesta di pioggia, anche in mezzo alla ‘non pace’. La pace è intensità.

La quiete è sempre qualcosa di vivo, vibrante come un cuore che batte. In mezzo a quel battito si può dimorare, indisturbati, in āsana.

E allora l’infinito ‘appare nel poco….” per riprendere le parole di Milo De Angelis. In una forma circoscritta – l’āsana appunto – custodita in un corpo immobile, si può avere la percezione dell’immensità di ogni cosa, che si estende ben oltre il nostro limitato orizzonte ordinario.

E a proposito di ‘sensi sovrannaturali’, questa è proprio l’indicazione dello śivaismo kaśmīro. Lo yogin fermo in āsana, dopo aver assaporato pienamente la realtà con tutti i sensi dispiegati, accede a una conoscenza non più sensoriale o forse ‘ultra-sensoriale’. Arriva a intuire l’essenza luminosa e cosciente delle cose, la loro intima bellezza, gratuita e svincolata da giudizi, pregiudizi e conclusioni della mente intellettuale, senza dover più ricorrere ai sensi, ma sviluppando un presentimento, un sentore spirituale. Attraverso l’arte o il rito dello yoga si arriva a presentire, gustandolo, ciò che non è altrimenti conoscibile, poiché ben al di là del nostro campo esperienziale.


Piccola nota finale

Non potevamo ovviamente approfondire qui l’argomento per ragioni di spazio e di tempo, ma anche il precedente libro di Gioia Lussana merita di essere menzionato: La dea che scorre. La matrice femminile dello yoga tantrico, che come accennato più esplora sul campo l’antichissimo culto della dea Kāmākhyā in Assam, tutt’oggi vivo, da cui emergono elementi molto arcaici del fenomeno tantrico che possono contribuire ad allargare ulteriormente gli orizzonti sullo yoga stesso.

Note[+]

Note
↑1 R Torella, “Abhinavagupta’s Attitude towards Yoga” in Journal of the American Oriental Society 139.3 (2019)
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Cosa significa ‘fare un passo oltre’ nello yoga?

12 Ottobre 2020 by Francesco Vignotto 1 commento

La vostra benedizione è conoscere
che pure il desiderio del paradiso è servile.
Il gioco è divino perché non c’è nessuna promessa
o speranza di guadagno. (…)
La vostra libertà è conoscere
che ogni méta di vittoria, ogni aspettazione di applauso
è servile.
La vostra bellezza non si vergogna degli abbasso né degli sputi. Altro, altro è il suo pudore.
E la vostra grazia senza paragone, ultima,
è che la vostra bellezza
NON VI RIGUARDA

Elsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini

Una partecipante al seminario Yogāsana dedicato alla postura seduta ci ha inoltrato una domanda molto interessante che, oltre a meritare una risposta in privata sede, offre lo spunto per una riflessione generale per le implicazioni che contiene. La domanda era in sintesi questa: “Ha senso che io perseveri nel praticare la posizione del loto sebbene persista uno stato di tensione molto forte? Devo fare un passo oltre il mio disagio, come spesso mi è stato detto, e mantenerla?” Nello specifico, la persona indicava due passate patologie articolari, la cui memoria potrebbe ragionevolmente influire sul disagio sperimentato in padmāsana e alimentare giustificati timori che la posizione possa esserle dannosa. 

Il primo livello della risposta è riferito proprio al tema del seminario, ovvero, trovare la posizione seduta nel senso probabilmente etimologico della parola āsana, ovvero un “seggio” in cui il corpo possa essere sufficientemente “stabile e comodo” per la pratica prolungata del prāṇāyāma e della meditazione. A questo livello, sebbene ogni āsana seduto abbia delle sue specificità, vale, a nostro parere, il principio del good enough: se la posizione mi permette di avere la colonna vertebrale eretta senza eccessivo sforzo ed è sostenibile per un periodo prolungato, non c’è ragione perché io scelga un opzione più difficile che invece mi impedirebbe di dedicarmi all’ascolto del respiro e della mente.

Da un punto di vista invece prettamente posturale (e siamo al secondo livello, non necessariamente subordinato al primo), ogni āsana, esplorando la mobilità del corpo e portando alla luce limitazioni altrimenti implicite, è un laboratorio che crea le condizioni, tra le altre cose, per una buona e prolungata postura seduta. Del resto, la differenza nel ‘come’ si sta – fisicamente e mentalmente – nella posizione seduta all’inizio e alla fine di una sessione è una buona cartina tornasole della bontà del lavoro svolto.

Buddha seduto nel loto, periodo Edo, XVIII secolo. Museo d’Arte Orientale Edoardo Chiossone, Genova.

Per cui ben vengano anche posizioni che possono sollevare difficoltà, ma bisogna affrontarle cum grano salis e con la consapevolezza che la meta finale (la posizione compiuta) è solo un catalizzatore, una direzione inizialmente necessaria, di cui occorrerà disfarsi a un certo punto, e non è detto che il momento dello scarto coinciderà con la sua realizzazione fisica.

Un giorno, forse nemmeno tanto lontano, ci potremmo accorgere sedendoci che non abbiamo bisogno di altro; allora saremo liberi di restare, oppure di vivere la pratica dei diversi āsana non più come un tentativo di rimediare a qualcosa che non va, ma come un gioco: senza scopo.

E qui occorre discernere tra la vita reale e gli how to di Instagram (if you want this… you have to do this…), dove sembra che chiunque possa fare qualsiasi posizione a patto che sia disposto a rovinarsi le articolazioni contro i muri, e dove prevale la motivazione alla conquista invece che l’aspirazione alla comprensione: nel primo caso, il corpo interessa solo nella misura in cui posso soggiogarlo strumentalmente, nel secondo il corpo è un territorio tutto da scoprire.

Nello specifico, il loto può essere alla portata di molti ma non di tutti: l’età, la conformazione e lo stato di salute di articolare – solo per citare i principali fattori – dovrebbero indurre a una valutazione dell’opportunità di praticarlo, perlomeno nella forma completa. E anche tra coloro che riusciranno a praticarlo, non tutti saranno in grado di farne un āsana stabile e comodo per la pratica meditativa.

Queste eventualità però non sono in alcun modo da intendere come menomazioni fisiche, né tantomeno come limitazioni delle possibilità nello yoga (equazione spesso inconsciamente tramandata tra generazioni di praticanti). E qui dovremmo considerare che anche coloro che sono abili in āsana molto complessi e spettacolari hanno spesso una ‘bestia nera’ (a volte catalogabile come posizione di livello base) che rimarrà per sempre fuori dalla loro portata. La domanda, insomma, non è tanto come fare con il mio corpo che si nega al loto, bensì: che cosa possono dirmi padmāsana e i percorsi che costeggiano padmāsana?

Anche se il loto non è fra le nostre possibilità, in effetti, possiamo comunque ‘lavorarci attorno’ esplorando e migliorando la mobilità del bacino in relazione alle nostre gambe e alla colonna, attraverso posizioni parziali e collaterali. Ma non deve mai essere trascurato il lavoro globale (in cui non mancherà mai il respiro e l’attenzione al rilassamento) anche su aree e aspetti apparentemente irrelati. Non sta tanto allo yoga decodificare le interrelazioni corporee, quanto degrammaticalizzarle: una palpebra che casualmente si rilassa potrebbe veramente produrre una rivoluzione silenziosa nel cingolo pelvico ben più che tanti esercizi mirati (l’esempio è puramente casuale).

E proprio qui veniamo al terzo livello della risposta, che sintetizza gli altri due, ovvero il fare un passo oltre la propria condizione di disagio, di cui occorre mettere in questione il senso, ossia, appunto, la direzione. Perché, per fare un passo oltre, bisogna esser consapevoli che non sappiamo realmente dove, in quell’esatto momento, stia l’oltre, e non necessariamente lo troveremo nella stessa direzione di ieri.

Il limite della tecnica è che c’è sempre qualcuno che fa qualcosa, e fatta quella posizione ne farà un’altra e un’altra ancora, senza alcuna soluzione di continuità; per quanto sia una fase necessaria, occorre appunto fare un passo oltre e cogliere l’occasione per mettere in discussione il rapporto soggetto-oggetto.

Rimanere in una posizione nonostante vi siano impulsi centrifughi che ostacolano un adattamento può essere una scelta molto nobile oppure molto ottusa, a seconda delle circostanze e delle attitudini di ognuno. È una scelta di disponibilità quando, nonostante le prime impressioni, si sceglie di stare a osservare l’evolversi della situazione: in questo caso già il presunto soggetto cede sulla propria presunta centralità; è espressione egoica di ottusità, invece, quando esprime un rapporto meramente strumentale nei confronti del proprio corpo.

Ancora più irragionevole è la convinzione – assai diffusa nel recente passato – che perseverando nonostante nel tempo non vi siano segni di allentamento, apparirà all’improvviso una luce in fondo al tunnel.

La mia personale esperienza mi dice che dal resistere resistere resistere deve maturare un atteggiamento diverso (e ho sotto gli occhi quasi ogni giorno tensioni affrontate a muso duro a fine pratica tornano esattamente come prima), ossia ammettere che il vero problema è nei presupposti e il vero passo avanti a volte è retrocedere alla ricerca del punto di origine di quella tensione. (Che quel punto di origine si smarrirà nel nulla, e la tensione si troverà a non avere più alcun appoggio, come una radice nell’aria, è e non è un altro discorso).

Ramana Maharshi

Spesso non si tratta di una rinuncia alla posizione, ma di una revisione di come (e a volte perché) la si prende e – siccome molto spesso l’origine è ben anteriore – del terreno su cui vorremmo praticare acrobazie: è la pratica dell’āsana che porta al rilassamento o è il rilassamento necessario alla presa della postura? Come spesso accade, una buona domanda aperta vale più di una risposta definitiva.

Occorre dirlo: a nessuno sono preclusi i fiori della pratica perché non è riuscito a stare sulla testa o nello scorpione, o del loto. Certo, provarci ha un senso, però insistere oltre ogni ragionevolezza nel voler conquistare una postura esteriore è spesso un modo per reprimere lo sbocciare di quello che la posizione poteva dirci.

E siccome lo yoga – lo ripetiamo – non sta nella meta della posizione compiuta, ma in ogni fase del processo intero, anche la ‘preparazione’ stessa, o una forma parziale della posizione, potrebbe essere la miccia per quello slittamento di coscienza (ricordiamoci: chi vorrebbe fare cosa?) che nella posizione ‘dura e pura’ sarebbe impedito dall’eccesso di sforzo.

La vera domanda, alla fine, è: ci interessa lo yoga oppure il guscio entro cui ci è stato servito?

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La meditazione può essere ‘usata’ per alleviare lo stress?

13 Febbraio 2020 by Francesco Vignotto Lascia un commento


E anche se arriverà sempre qualcuno più furbo degli altri a proporti qualcosa di più abbordabile, una risposta sensata alla domanda contenuta nel titolo potrebbe essere: occorre che si disimpari a usare; a fare per qualcosa; a prendere solo quello che serve, e a scartare quello che non sembra portare acqua al mulino.

È una non risposta, è vero. Ma non è possibile approcciare al tema della meditazione come un oggetto comune del discorso, se non per vie laterali. Meditare è un verbo ma ciò che indica non è un’azione né uno stato, non è una cosa, non è la tecnica che può essere insegnata, non sono le fasi descritte analiticamente nei libri per necessità didattiche.

La meditazione è confronto con il silenzio e il silenzio non è negoziabile, anche se possiamo essere più o meno permeabili, più o meno resistenti al silenzio e anche constatare la resistenza è già il silenzio. Ma anche questa è solo una formulazione, che come sempre non è da prendere alla lettera.

Se accostarsi alla meditazione insegna qualcosa, è che le delimitazioni sono solo delle idee, per quanto occasionalmente utili a raccogliere le energie disperse. Non è possibile stabilire fin dove si vuole arrivare, ed avere la garanzia di lì fermarsi: ad alcuni bivi si può decidere la direzione, ma una volta instradati in certe correnti, cedere diventa una virtù.

Da questa prospettiva, ciò che sperimentiamo come stress è proprio l’attrito lungo la frontiera, l’abuso di legittima difesa del sé nei confronti dell’altro da sé. Ciò che può suggerire la meditazione è che sono io ad aggredirmi nell’altro, e la mano rivolta contro di me sarà un invito a rimettere in discussione il confine stesso, anche se non necessariamente abolirlo.

Come scriveva proprio su questo sito Marco Invernizzi in Lo Zen e le neuroscienze:

Uno slittamento appena impercettibile quanto il passaggio dalla veglia al sonno, “niente di speciale”, che nulla cambia formalmente ma che proprio per questo è l’essenza di un vero ri-conoscimento: ovvero prendere atto della realtà così com’è, spoglia dalla pretesa di deformarla secondo la propria egocentrica immagine e somiglianza.

Una realtà che non è soppressione del sé in favore dell’altro, bensì una terza condizione estranea all’esperienza ordinaria ma che non nega l’ordinaria esperienza.

Perciò la meditazione volta ai conseguimenti mondani o spirituali, laica religiosa o agnostica, finalizzata al successo, alla salute, all’efficienza sul lavoro, ad accrescere l’autostima, sono delimitazioni di campo, nomi di imballaggio, laddove l’autenticità è proprio nello sgretolarsi delle linee, inoltrarsi nel non so.

Meditare è un non-atto rivoluzionario proprio perché significa dedicarsi a qualcosa che è radicalmente privo di utilità: forse questo è l’unico aspetto genuinamente terapeutico. Scegliere qualcosa che non ti renderà ricco anche se non hai soldi, non ti curerà da ogni male anche se sei malato, non migliorerà le tue prestazioni né ti salverà dal destino che attende tutti: scegliere quel niente ha qualcosa di eroico, è un soffio, ma è quel soffio per cui vale la pena vivere (e morire).

Sembrerebbe questo un discorso volto a scoraggiare, e invece è un avvertimento: c’è uno stadio ulteriore al disincanto, un senso che attraversa la mancanza straziante di senso, in cui ogni scheggia esplosa appare infine nella sua vera sede. È questo, ne sono convinto, il motivo di fondo, spesso inconscio, per cui la meditazione è un argomento che suscita un sincero interesse oggi, al di là delle mode e degli annunci sensazionali: c’è un bisogno primario e non alienabile di andare alla radice. Radice che è prossima, non privatizzabile.

Perciò, in questa sede, sono pressoché irrilevanti le questioni storiografiche o dottrinarie, ma conta solo l’urgenza: l’essere umano, l’inquietudine che lo accompagna, e una possibile via d’uscita.

Via di uscita che non può essere una via di fuga, altra illusione spesso ben mimetizzata e protocollata, ma un passaggio attraverso, estremamente disponibile in ogni momento: la questione, semmai, è imparare ad accettare tale disponibilità, anche quando si ha la casa in disordine e mai più si penserebbe di ricevere visite.

Tuttavia, sebbene a livello popolare si sappia che la meditazione ha a che vedere con la calma della mente, al tempo stesso sembra richiedere un impegno che è fuori della portata comune: ascoltare quando si vorrebbe parlare, stare immobili quando si vorrebbe scappare, concentrarsi a lungo su qualcosa quando si è continuamente distratti da altro, non grattarsi quando si prova un forte stimolo a farlo.

Tutto questo è in moltissimi casi una disciplina propedeutica indispensabile, ma può creare l’equivoco che la questione sia resistere, resistere a oltranza in una guerra di trincea senza tregua contro le proprie inclinazioni; invece, una volta acquisiti e interiorizzati gli strumenti, è d’obbligo capovolgere la prospettiva: la meditazione è la tregua.

Stabilire perché i combattimenti si siano arrestati proprio in quel momento, è simile al triste compito del sondaggista che all’indomani delle elezioni si trova a spiegare perché le sue previsioni sono state smentite dalle urne.

Per questo, la meditazione non è il discorso, ma il punto che riassorbe nel silenzio tutte le parole dette. Un punto che però non arriva per esigenze grammaticali, ma che per ragioni estranee al testo interrompe le trasmissioni, e ci si trova all’aperto quando neppure ci si ricordava di essere segregati.

Se l’attenzione restasse sulle parole, se l’accento rimanesse su ciò che facciamo, dal sederci al respirare o al cantare estaticamente, allora sarebbe una triste pantomima, un tastare nel buio alla ricerca di qualcosa che porterà a qualcos’altro ancora senza fine, è un tardo rituale che ha perso il senso originario di ciò che rappresentava: non è la formula salvifica ma l’aguzzino sotto un nuovo travestimento.

Certo, nonostante ciò e proprio per questo, vale la pena sedersi a meditare: ma consapevoli che lo sciogliersi della riserva probabilmente non arriverà durante la lezione settimanale, né di fronte a un tramonto sulla spiaggia, né durante il ritiro di vipassana; magari nei miasmi mattutini di un autobus affollato, o al culmine di una rovinosa litigata, o di fronte a una discarica abusiva.

E sarà di una semplicità talmente sconvolgente, che forse nemmeno sarà riconosciuto. Se la lotta sembrava persa in partenza davanti allo scalino troppo irto del silenzio, in realtà tu stai reggendo la parete, il silenzio è inevitabile.

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La cognizione del dolore negli yogāsana

7 Novembre 2019 by Francesco Vignotto 3 commenti

…imponderabile in un mondo di pesi…
…………..
…dismisura in un mondo di misure…

Marina Cvetaeva

Avevamo parlato già qualche tempo fa, degli eccessi che provocano infortuni nello yoga, perché tutto ciò che può fare molto bene, può fare anche molto male. Soprattutto quando uno pensa, con molta leggerezza, che sia possibile piegare alle proprie pretese energie che sono tanto creative quanto potenzialmente distruttive, e molto più capillari di quanto si possa immaginare.

Proprio in questi giorni il sito della BBC ha pubblicato un articolo dal titolo Gli insegnanti di yoga ‘rischiano seri problemi alle anche’, che a dispetto del titolo sensazionalistico è piuttosto equilibrato nel fornire un quadro di una situazione-limite, anche se a livello aneddotico: Benoy Matthews, un fisioterapista specializzato, sostiene di avere ormai moltissimi insegnanti di yoga tra i suoi pazienti, parte dei quali necessitano semplici interventi fisioterapici, mentre altri sono costretti a ricorrere alla chirurgia per la sostituzione totale dell’anca.

Matthews individua la causa non nello yoga in sé, ma nell’attitudine diffusa a forzare ripetutamente il corpo in posizioni “prescritte”. In altre parole, quando l’āsana è uno standard assoluto a cui conformarsi (ne abbiamo già parlato qui) è molto facile entrare in conflitto con particolarità anatomiche del proprio corpo che non sono compatibili con quegli standard (e l’articolazione dell’anca è particolarmente soggetta a importanti differenze da corpo a corpo).

Il problema è quindi in primo luogo di attitudine, incoraggiata (è un parere mio) da un certo approccio massimalista allo yoga, per cui lo yoga farebbe bene a prescindere e che la pratica sia in grado di riparare ai suoi stessi danni (secondo una visione distorta della massima “practice and all is coming”), senza contemplare la necessità di aggiustare il tiro.

Per cui, il buon Matthews afferma che è molto facile per il praticante confondere il dolore articolare, che indica la necessità di arrestarsi, con la rigidità, contro cui si è stati educati a combattere.

Differenti gradi di torsione della testa del femore. Una delle tante variabili anatomiche che determina la mobilità dell’articolazione dell’anca.

L’articolo è molto interessante, perché aiuta a comprendere come la pratica degli āsana non sia un gioco innocuo e di come il praticante di yoga possa soffrire del male paradossale comune a molti sportivi: perdere la salute per eccesso di zelo facendo qualcosa che in realtà servirebbe a preservarla.

Ma se vogliamo andare oltre il più ovvio invito alla moderazione (esiste anche la pecca di eccessiva arrendevolezza, e per questo è difficile dare delle indicazioni assolute), possiamo cogliere l’occasione per indagare qualche aspetto più profondo, ovvero: la “via mediana” non intesa come mediocrità tra gli estremi, ma come la possibilità fattiva di penetrare negli interstizi delle cose.

La maggior parte delle persone (forse tutti, almeno nella cultura industrializzata occidentale, se non educati altrimenti) si percepisce e si regola solo tramite gli estremi. È facile abbuffarsi e non è nemmeno troppo difficile digiunare: basta mangiare fino a non poterne più, oppure non mangiare affatto. Proprio per questo, tutti noi sappiamo quanto richieda attenzione (un’attenzione che non tutti sono disposti a investire) mangiare invece il giusto, solo quando si ha veramente fame e smettere prima di essere satolli: bisogna sentirsi, non basta aspettare di collidere con il limite: è lo stesso motivo per cui – è l’emergenza del nostro tempo – anche le idee si appiattiscono spesso su posizioni estremistiche, perché è molto più difficile articolare un’opinione ponderata.

Così, tornando al nostro corpo, nel movimento percepiamo poco più del punto di partenza e di quello di arrivo, un po’ come quando si parcheggia urtando la macchina avanti e quella dietro. Tutte le gradazioni intermedie, tutte le zone grigie che non possono essere catalogate sotto uno o l’altro estremo sono delle frequenze al di fuori della nostra capacità percettiva. A meno che, ovviamente, non inciampiamo nel mezzo in qualcosa, in special modo di doloroso (con tutta la problematica che riguarda la definizione del dolore e il suo margine soggettivo di sopportazione).

Eppure, con buona pace dei massimalisti, le tecniche dello yoga si muovono proprio in quella zona di mezzo tra gli estremi, che solitamente è attraversata di fretta e sovrappensiero come un corridoio buio popolato di esseri ripugnanti. Ecco, lo yoga deve mostrare che il mostro è una leggenda.

Ciò richiede di non eccedere nella forza, con una certa nonchalance, ma nemmeno di rinunciare del tutto alla fisicità. Come il tocco del percussionista, se è troppo lieve non produce suono, se è troppo ‘materiale’ è un colpo sordo.

Molto di quello che si vede oggi sotto il nome yoga, purtroppo, è un colpo sordo. È un colpo sordo insegnare il modo più veloce per raggiungere lo stadio finale di una posizione, non il modo più in accordo con la propria fisiologia e con la possibilità di un ascolto approfondito, ma soprattutto è un colpo sordo non cogliere e non educare a discernere la differenza. Per cui, anche il praticante di yoga, finché non incappa nel fine corsa delle proprie possibilità – correndo il rischio di sviluppare, col tempo, dolore – non sarà portato a sentirsi e non avrà raffinato in alcun modo la propria capacità percettiva.

Occorre avere ben chiaro cosa è possibile fare, e cosa non lo è. Ma anche: perché dovrei farlo? Perché dovrei ‘aprire’ ulteriormente le mie anche? Non sto sostituendo forse il mezzo con il fine? La domanda è universale, ma è ancora più urgente per lo yoga, che è solo secondariamente un contenitore di mezzi, e ancora prima battuta un fine che non è un(a) fine.

Porre degli obiettivi, come eseguire una posizione o padroneggiare una tecnica, è certo un espediente: serve come scintilla di accensione, altrimenti non ci sarebbe spinta iniziale. Ma nello yoga tutti particolari che si presenteranno nel percorso, le necessarie deviazioni e gli adattamenti, persino la manifesta impossibilità di esecuzione possono essere in realtà la destinazione, perché yoga è esperire direttamente che la destinazione è in ogni punto.

A un certo punto, la posizione finale potrebbe essere persino dimenticata. Ciò che è limitante è che il limite sia considerato come una restrizione di cui necessariamente fare ammenda. Il limite si oltrepassa da sé quando le mie anche strette, la mia posizione imperfetta non impediscono il risvegliarsi dell’energia, che avviene per ragioni poco ponderabili, non in un momento prescritto né quando né perché sono stati fatti tutti i compiti. Allora la necessità di aprire le anche per sentirmi libero è come la necessità di acquistare un televisore da quaranta pollici per sentirmi felice.

Forse, se ci facciamo caso, nello yoga come nella vita, potremmo rintracciare infinite occasioni in cui un raccoglimento particolare mentre si cercava altro, un silenzio, una raffinata sensibilità sono stati calpestati sul nascere dall’improvviso pensiero che vi fosse una posizione, una sequenza ancora da portare a termine, una parola ancora da dire, una nota da cantare.

Sarebbe bello, se nelle lezioni di yoga si cadesse in questi silenzi come si cade addormentati.

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