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Yoga

Esistono emozioni negative?

18 Agosto 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Esistono emozioni negative? Statua di Swet Bhairav, Hanuman Dhoka, Kathmandu Durbar Square. Foto di  Sanish shr - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90747701

Contenuti

  • Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino
  • Ma allora esistono le emozioni negative?
  • Cogliere l’emozione al balzo
  • Nelle crepe dell’emozione
  • Post scriptum
  • Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino

Mi trovo in Trentino mentre scrivo e rivedo questo articolo. È impossibile non notare i cartelli che avvertono della presenza degli orsi e il giornale locale cavalca la paura. In paese dicono che in pochi anni la popolazione è triplicata e c’è chi li ha avvistati addirittura nelle vicinanze della Coop. Come sappiamo dalle cronache, un uomo è stato ucciso, qualcun altro “è stato graffiato”, per usare le parole di un anziano villeggiante, un simpatico ex impresario di pompe funebri ormai quasi cieco.

Nessuno nel 2023 si sognerebbe di affermare che gli orsi sono creature malvagie, ‘belve feroci’ come si sarebbe detto un tempo: se ‘graffiano’ o uccidono, reagiscono perché colti di sorpresa, o perché l’essere umano li provoca per paura o temerarietà. Paura, forse proprio perché l’orso risponde senza rimorsi alla sua natura, non temperata dalle convenzioni con cui imbellettiamo e ridirezioniamo, a volte ipocritamente, la nostra.

Sull’altro piatto della bilancia ci sono le condizioni anomale in cui la popolazione degli orsi, come quella di numerose altre specie selvatiche, è proliferata e soprattutto si è trovata sempre più in contatto con quella umana: due mondi che idealmente dovrebbero scorrere paralleli, e proprio per questo, quando l’incontro avviene, le conseguenze sono imprevedibili.

Come i nostri umori più oscuri, che crediamo confinati in qualche remota riserva, tutti speriamo di non incontrare l’orso; anche perché, per quanto ci possano preparare con istruzioni efficaci – allontanarsi lentamente senza correre, mantenere un atteggiamento passivo se aggrediti – quelle istruzioni sono quasi sempre negative, ed astenersi da una reazione è molto più difficile che fare qualcosa, anche se stupido e controproducente, come cercare di spaventarlo o di reagire, oppure – anche questo è tra l’elenco di cose da non fare – di avvicinarsi per filmarlo o fotografarlo.

(Al tempo stesso però tutti segretamente, io compreso lo confesso, coviamo il desiderio di incontrarlo. Il fatto è che non sappiamo perché, o stentiamo ad ammetterlo. Non si tratta di semplice curiosità, né fascinazione per il pericolo: c’è qualcosa nell’orso senza il quale siamo incompleti.)

La realtà è che noi non sappiamo realmente cosa faremo quando ci troveremo davanti l’orso. Ed è meglio non inorgoglirsi troppo se l’esito dell’incontro si dimostrasse per noi favorevole od onorevole: perché probabilmente non abbiamo ancora incontrato l’orso giusto.

Esistono emozioni negative? - I tre orsi, illustrazione di Arthur Rackham - http://www.gutenberg.org/etext/17034, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=562870

Ma allora esistono le emozioni negative?

Prima di suscitare comprensibili reazioni: certo che esistono le emozioni negative, se ci riferiamo a quelle emozioni che provocano sofferenza. Una sofferenza a volte latente e a bassa intensità, che si propaga ben oltre la durata effettiva dell’emozione in sé. Più complesso è il discorso se con l’espressione emozioni negative intendiamo emozioni che, almeno idealmente, non bisognerebbe o sarebbe meglio non provare o esprimere , ma in questo caso subentrano fattori sociali, oltre che psicologici e a volte sanitari che non è qui luogo per trattare.

La definizione è ancora più problematica se frequentiamo le pratiche contemplative, perché provare o manifestare emozioni considerate negative può addirittura essere vissuto come un fallimento o essere oggetto di riprova sociale. Insomma, se faccio yoga da così tanto tempo, perché perdo ancora la pazienza con il mio partner? Perché grido contro il cane? Se medito ogni giorno venti minuti, perché provo in me invidia per il mio vicino, vergogna o vanità per il mio aspetto fisico?

Qualche tempo fa, mentre stavo facendo stampare delle foto nel negozio di fronte al nostro centro, il fotografo mi disse: “L’altro giorno l’ho vista in bicicletta e una macchina le ha tagliato la strada. Ho detto: si vede che fa yoga, non ha nemmeno battuto ciglio”. Ecco, dissi fra me e me, dovevo avere la testa tra le nuvole quel giorno, perché non mi ricordo di nessuna macchina che abbia rischiato di investirmi: la mia reputazione è doppiamente salva.

È abbastanza diffusa, nei praticanti di yoga e meditazione e in chi siede attorno a loro, che queste pratiche si debbano svuotare di tutte le qualità fastidiose e inopportune, perché, nonostante si insegni il contrario, l’emozione ti qualifica, non è quasi mai privata. E di conseguenza, il manifestarsi di una di queste qualità è sintomo che qualcosa è andato storto, che ci siamo allontanati da noi stessi, perché tutto ciò che appartiene e porta allo spirito è per sua natura mondo e ‘positivo’ (avrei potuto benissimo scrivere invece un articolo sulle emozioni positive, di cui ci invitano a nutrirci, e che sono altrettanto problematiche: perché? Perché esistono anche quelle negative).

Ecco quindi che una stanza del Vijñānabhairava Tantra ci taglia la strada:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Vijñānabhairava Tantra, 1011Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003

Di fronte a questa stanza si è tentati da due opposte reazioni: da un lato, di mettercela in tasca e tenerla pronta per il prossimo automobilista insolente; dall’altro, il completo scoramento davanti a una vetta affascinante ma fuori da qualsiasi portata. In realtà questa stanza è rilevante, prima ancora che per il suo ripido contenuto operativo (di cui parleremo più avanti), per il principio che enuncia.

Che è poi lo stesso principio a cui rispondono i 112 modi (questo è uno di essi) che il Vijñānabhairava Tantra elenca per esperirlo. Proviamo a definirlo dapprima in negativo, nonostante l’approccio di questo testo fondamentale sia di tenore opposto. Il principio è che malgrado le innumerevoli perturbazioni di cui possiamo fare esperienza, la Realtà fondamentale è una.

Altre correnti di pensiero dell’India tradizionale hanno espresso la medesima idea, ma mentre questa asserzione è servita altrove per svalutare l’esperienza soggettiva, predicando il distacco dagli stati mentali perché impermanenti e quindi irreali, qui il punto di vista viene capovolto: proprio attraverso questi stati, che di norma sono subiti inconsapevolmente provocando offuscamento e distrazione, possiamo invece, attraverso l’attenzione focalizzata, riconoscere quella Realtà.

L’errore fondamentale non è tanto l’illusione che le perturbazioni sulla superficie siano reali, perché fino a un certo punto lo sono: i fortunali, come la rabbia, la paura, il dolore, per quanto passeggeri, possono uccidere e ucciderci; persino la gioia, l’amore, la felicità possono farci scoppiare il cuore, oltre a smuovere montagne. L’errore fondamentale è credere che questi stati siano diversi e separati dalla Realtà sottostante. Disconoscerli come espressione della loro fonte: questo è l’errore, perché nulla può manifestarsi al di fuori della luce della Coscienza. Ed è proprio questo errore a renderli ingovernabili.

Ecco quindi, tornando alla nostra stanza che contiene una pratica (ci stiamo arrivando), un messaggio importante: anche nelle emozioni estreme e ‘negative’ c’è un nucleo di pace. Anche in quella “goffa bruttura indescrivibile”, sotto la cui veste la sofferenza si presenta spesso, nulla è perduto, ed è bene ripeterselo proprio quando tutto sembra dire il contrario. Verrà un momento in cui non ci sarà più bisogno del richiamo, sostituito dall’immediatezza: non ci siamo allontanati di un millimetro dal nucleo.

Sembra anzi, suggerisce la stanza 101, che più antitetico sia l'(apparente) intervallo tra il turbamento della superficie e la quiete sottostante, più sia rapida la possibilità di tornare all’origine. Ma fermiamoci ancora un attimo.

Ho conosciuto poche persone, forse nessuno (me compreso), il cui sismografo emotivo si sia stabilizzato su uno spettro accettabile per sé e per gli altri per il solo fatto di essersi seduta a meditare per anni, o aver passato un periodo considerevole ad allungare i propri muscoli e a disciplinare il proprio respiro.

Ma come, si dirà, lo yoga e la meditazione non aiutano proprio a stabilizzare l’emotivo? Eppure, quante imbarazzanti esplosioni qualche istante dopo aver toccato la pace sul tappetino perché una singola parola l’ha messa a repentaglio, o appena usciti da una sala pratica mondati da qualsiasi negatività, al termine di tre giorni di digiuno, di un ritiro di Vipassana…

Il fatto è che più si sperimenta la pace nelle pratiche contemplative, più si incapperà nel suo contrario, almeno finché non si mette la firma su quanto sopra, ovvero che la tranquillità provata nei momenti di grazia ci avvicina solo per analogia alla vera pace, che quella pace fondamentale occorre imparare a riconoscerla persino nei momenti in cui siamo radiati dalla grazia divina.

Ritornano in mente le parole del controverso Yoga di Emmanuel Carrère:

È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?

Il libro parlava di tutt’altro, le domande erano altre, il caso era clinico. Ma la risposta a questo interrogativo potrebbe essere: è proprio per digerire anche questo che siamo qui? E che finché ci saranno condizioni propizie e condizioni non propizie saremo condannati all’eterno rimbalzo tra gli opposti, a essere miseri visconti dimezzati?

Cogliere l’emozione al balzo

Esistono emozioni negative? - By Tom Ordelman (User:Thor_NL) - Own reproduction, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=898174

Torniamo infine alla pratica descritta nella stanza 101 del Vijñānabhairava Tantra:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Questo metodo di concentrazione è ascrivibile al mezzo divino, che secondo la tripartizione dello Shivaismo del Kashmir (formulata posteriormente al Vijñānabhairava) è il mezzo di realizzazione di natura più elevata. Il mezzo divino è infatti trascendente: se si coglie lo slancio di una forte emozione, qui si dice, è possibile convertirlo in concentrazione, andando direttamente al cuore dell’essere, alla Realtà sottostante, perché ogni manifestazione di energia, se non interferita, torna alla sua origine con tanta determinazione quanto è la sua intensità.

C’è però un ma: ci vuole sangue freddo, ovvero non dev’esserci niente di personale, lo slancio dev’essere colto prima che intervenga qualsiasi ponderazione, ovvero prima che il senso dell’io si appropri dell’emozione. Per questo, c’è una finestra temporale estremamente breve per mettere in atto questa pratica. Se l’emozione non viene colta immediatamente, nel suo insorgere, non è più possibile convertirla nella concentrazione assoluta descritta nella stanza, perché non è più puro slancio senza crepe, ma è la rabbia di qualcuno verso qualcosa, è frammentazione.

Un esempio. Chiunque, vivendo nel mondo odierno e in questa porzione di pianeta, ha delle attività a orari prefissati ogni giorno. È quindi del tutto plausibile che decidiamo di meditare a una data ora (dicono di meditare sempre alla stessa ora, come i pasti e il sonno) e proprio un attimo prima riceviamo una brutta notizia, abbiamo una discussione, o scopriamo che qualcosa è andato diversamente da quello che ci aspettavamo.

È possibile che questo condizioni la qualità della pratica, ma è anche possibile, se prima di incorrere in alcuna considerazione si chiudono gli occhi con la stessa istintiva percezione di sé con cui ci si tuffa a corpo morto, senza trattenere nulla, è possibile, dicevo, che questa spinta indesiderata, questa cosiddetta emozione negativa ci scaraventi molto più in profondità di quanto non ci sia dato conoscere con tanti bei sentimenti e passi ordinati.

Certo, se nel frattempo abbiamo cominciato a commentare, a controbattere, se abbiamo cominciato a stilare la memoria difensiva e a pianificare vendette, il treno è già passato, addio stanza 101.

Nelle crepe dell’emozione

Attenzione però: se la pratica appena descritta non è più possibile, non è detto che abbiamo perso il treno per conoscere la Realtà sottostante, che nessuna meditazione, nessuno yoga sia più possibile: sarebbe come dire, nell’ottica del Vijñānabhairava, che la facoltà di bruciare è distinta dal fuoco.

La pratica della stanza 101, dicevamo, appartiene al mezzo divino, ovvero il mezzo più elevato secondo lo Shivaismo del Kashmir, che ne contempla però altri due. Questa tripartizione ha il vantaggio e lo scopo di riconoscere a ogni mezzo la relativa dignità e il relativo contesto: se fallisco in un approccio, ne avrò almeno altri due con cui tentare.

Nella fattispecie, potrò tentare una via sicuramente più familiare, ovvero il mezzo individuale: faccio qualcosa, applico una tecnica. Questo mezzo è considerato tra i tre inferiore perché c’è qualcuno che fa qualcosa, ovvero rinforza la contrapposizione tra soggetto e oggetto. Ma travolti dallo tsunami di un’emozione estrema, praticare una forma di controllo del respiro o forzare il corpo scosso a entrare in un asana è in fondo come cercare di rispondere all’assalto di un orso: per quante glie ne riusciremo a dare, saranno pur sempre molte meno di quante ne prenderemo.

È per questo che, almeno all’interno di questo quadro di riferimento, per far fronte a una violenta emozione, il mezzo mediano è forse l’unico praticabile per evitare il complicato labirinto di purificazione ed espiazione degli effetti dell’emozione stessa.

Se il mezzo superiore trascende l’emozione mentre quello inferiore si pone sul suo stesso piano, il mezzo mediano, o potenziato, è al tempo stesso trascendente e immanente. Ciò significa che nel mezzo potenziato rimaniamo nel flusso organico delle percezioni, focalizzando l’attenzione non negli stati affettivi in sé ma nello spazio tra uno stato affettivo e l’altro.

I modi sono molteplici, ma ad esempio possiamo farlo concentrandoci negli spazi tra le fasi del respiro (come nella stanza 25). È a mio parere accostabile al mezzo potenziato anche la pratica dei movimenti invisibili, tipica alla riformulazione moderna del cosiddetto ‘Yoga del Kashmir’: mentre sono in una posizione, evoco la sensazione (non penso al movimento, lo eseguo con la sensibilità) dei movimenti per entrare in un’altra posizione, come alzare un braccio, muovere le gambe o ruotare la colonna, ascoltando il corpo in carne ed ossa che rimane immobile ma non esente da reazione. Anche in questo caso, trovo una centratura tra la posizione attuale e la posizione evocata, sono nel flusso delle percezioni ma centrato nello stato intermedio.

E in definitiva, come suggerisce la stanza 103:

La mente non dovrebbe essere assorbita né dalla sofferenza né dal piacere. Dovresti conoscere lo stato intermedio (tra entrambi) – allora rimane solo la Realtà.

Vijñānabhairava Tantra, 103

Questo tipo di pratica è del tutto interiore e non immune da difficoltà (bisogna trovare l’interstizio, e a volte è un’operazione che richiede una creatività molto sottile), ma ha il potere di armonizzare le pulsazioni particolari dell’emozione con un ritmo più profondo, ampio e anteriore.

Che è forse anche la risoluzione di ciò che chiamiamo emozioni negative: una frattura apparentemente insanabile, una dissonanza imperdonabile che trova infine il proprio posto (non è forse quello che reclamava?) nell’ambito di un’armonia più generale.

Post scriptum

Durante il ciclo di seminari Yogasana che si terrà tra settembre e novembre, Gioia Lussana parlerà, molto meglio e molto più precisamente di me, del mezzo potenziato sia da un punto di vista filosofico che pratico.

Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Note[+]

Note
↑1 Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003
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Perché le tecniche di respirazione non funzionano

10 Maggio 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Bramino che pratica Recaka nel Pranayama - Le tecniche di respirazione

Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che questo punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.

Paul Auster

Il titolo, in un certo senso, mente o esagera: i benefici della respirazione per il benessere psicofisico sono oggi ampiamente riconosciuti, tanto che alcune tecniche di controllo del respiro sono spesso suggerite da operatori sanitari e psicoterapeuti per calmare gli stati ansiosi, migliorare la concentrazione e facilitare il sonno, tra le altre cose.

Sappiamo ad esempio che una respirazione lenta, con l’accento sull’espiro e prevalentemente addominale stimola il nervo vago, che proprio attraverso il diaframma passa, trasmettendo al sistema nervoso autonomo un profondo impulso di distensione. All’estremo opposto, ma c’è un mondo intero nel mezzo, altri utilizzano respirazioni iperventilanti per i più vari scopi ludico-allucinatori, e ciò ha poco a che fare con lo Yoga, checché se ne dica, ma è una possibilità tra le tante. Insomma, le tecniche di respirazione funzionano e proprio per questo si prestano a una vasta gamma di utilizzi raccomandabili o meno.

Sarebbe facile quindi concludere che basta adeguare il respiro a una certa equazione ritmica per fare del nostro cervello quello che vogliamo, l’articolo finirebbe qui e avremmo potuto risparmiare il tempo di scriverlo affidandolo a uno di quei chatbot molto di moda che mettono una parola dopo l’altra secondo un criterio di probabilità.

In realtà, se c’è un senso nel dedicare la propria attenzione al respiro, dovrebbe basarsi su presupposti meno astratti. In altre parole, non è il respiro che si deve adeguare alla mente, ma è la mente che deve imparare ad andare al passo con il respiro, alla ricerca della pulsazione profonda da cui entrambi hanno origine.

Potrebbe sembrare un dettaglio nel momento in cui abbiamo degli obiettivi o una situazione a cui porre rimedio, ma è proprio qui che si gioca la possibilità di andare incontro a qualcos’altro che non siano i propri pensieri, ed è proprio trascurando questa premessa che i più abbandonano, concludendo, come le scimmie in viaggio di istruzione, che il mondo è noioso e viaggiare non serve a niente, non accorgendosi di non essere mai uscite dalla gabbia.

Quindi, siccome dobbiamo farci perdonare il titolo di questo articolo, vogliamo cominciare da quando le tecniche di respirazione non funzionano o smettono di farlo, perché è proprio di fronte alla sfinge del soccorritore se ne va senza avere soccorso che si sente per la prima volta, inaspettato, il proprio respiro autentico.

Contenuti

  • “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”
  • I due regimi della respirazione
  • Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

“Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”

Uno yogi che pratica una tecnica di respirazione - dal murale del tempio Zongdag Lukhang
Uno yogi dal murale del tempio Zongdag Lukhang

Prendiamo un caso abbastanza comune. Le mie prime esperienze sono positive e si sprecherebbero le frasi fatte: grazie agli esercizi di respirazione avverto letteralmente l’aria prendere vita dalle mie narici, quella sensazione leggermente elettrica vivifica ed energizza mente e corpo, proprio come se avessi aperto le finestre in una stanza da molto tempo chiusa e al buio. Tutto è lucidato a nuovo, le sensazioni sono più vive, il mio umore è più stabile, la mente è chiara, fatico meno a prendere sonno e soprattutto mi sveglio riposato.

Tuttavia, quando la novità diventa routine incontro delle difficoltà; mentre prima tutto sembrava così semplice e a portata di mano come premere un interruttore, ora quell’interruttore sembra funzionare a intermittenza e dopo svariati tentativi. Intanto, non solo il respiro diviene forzato – forse non ci metto abbastanza energia, penso – ma mi sorprendo a controllarlo rigidamente anche al di fuori dei momenti di pratica. In breve, ma forse ci vuole un po’ per ammetterlo, perdo ogni beneficio o addirittura vivo un peggioramento dei sintomi che inizialmente quelle tecniche si erano dimostrate efficaci ad alleviare.

Che cosa è successo: come in ogni attività ripetitiva, la pratica si è automatizzata. In altre parole, ho sperimentato la parabola con cui il mentale si appropria anche del ‘qui ed ora’ a cui la respirazione dovrebbe riavvicinarci. La mente fagocita, organizza, programma tutto, dalla vita coniugale alle esperienze trascendenti, organizzando meticolosi percorsi alternativi alle esperienze spiacevoli e pianificando la pantomima formale dei momenti felici, ma purtroppo conservando della felicità solo una memoria.

Così scopro che anche la relazione mente-corpo può ridursi a un circolo vizioso e meccanico, i cui due poli continuano a rinviarsi l’un l’altro, ma senza il palesarsi di qualcos’altro, di quella silenziosa presenza impersonale che emerge dallo sfondo in cui la mente e il respiro tendono a lasciarsi riassorbire per naturale propensione. Mi ritrovo così nella sala d’attesa di qualcosa che non può arrivare, perché l’attendere stesso è la separazione da quello che c’è in questo momento, dal reale. A questo punto, che si spezzi qualcosa è una benedizione, e per tornare a vivere è necessario cessare proprio la pratica di ciò che inizialmente doveva aiutare a rilassarmi.

Naturalmente quello appena descritto è un caso-limite ed esistono innumerevoli sfumature, a volte moderatamente innocue, altre più subdole. Una cosa è certa: ferma restando l’intuizione yogica fondamentale, ovvero che la mente segue il respiro (presupposto perché la mente si avvii oltre sé stessa), tuttavia è anche vero e possibile il contrario, ovvero che il respiro segua la mente: nel primo caso, la produzione di pensieri andrà a sfumare, nel secondo verrà alimentato a prescindere dal tipo di respirazione.

Ma per fare un passo oltre, lo Yoga, ad esempio, chiede innanzitutto di ridefinire i soggetti in gioco.

I due regimi della respirazione

Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Che il respiro sia l’unica funzione autonoma che può essere controllata in modo volontario è un’informazione che andrebbe contestualizzata. Di solito la nozione di questo questo doppio regime dà adito a interpretazioni inconsciamente tendenziose, secondo il pregiudizio mentale per cui ciò che è involontario è per sua natura inferiore a ciò che è volontario.

Pertanto, è facile che, sentendo parlare di respiro consapevole, si intenda con questo il respiro volontario. Ed è facile concludere che attraverso un intervento volontario sul respiro io possa correggere od orientare i processi autonomi. È un errore di prospettiva: in realtà, io ho bisogno di attingere, attraverso il respiro, a quella parte di me che non dipende dalla mia volontà.

Proprio su questo aspetto, Gerard Blitz ha dedicato numerose interessanti intuizioni, raccolte dai suoi allievi ne Il filo dello Yoga (gli a capo sono nell’originale):

Portiamo in noi
due “regimi” diversi
che coabitano e funzionano insieme
Uno è volontario
ci spostiamo nello spazio
pensiamo parliamo
L’altro non è volontario
qualcosa in noi
agisce a nostra insaputa
aziona i nostri organi
equilibra la nostra posizione nello spazio
coordina regola corregge
Questo “qualcosa” è intelligente

Questa intelligenza è diversa
più profonda
complementare alla prima
che chiamiamo mentale

Il ruolo dell’Hațha Yoga
è quello di insegnare all’uomo a creare le condizioni
in cui quest’altra intelligenza
che è in lui
possa manifestarsi e partecipare
alle sue azioni  al suo pensiero alla sua parola
Quando queste condizioni esistono
siamo nello stato di Yoga

Al contrario di quel che si penserebbe, il regime involontario, afferma Blitz, è intelligente. Emerge quindi un problema: cosa impedisce al nostro respiro autentico di trovare espressione? Da dove originano le difficoltà e le limitazioni nel respiro? La risposta è complessa, perché in parte originano da altre aree involontarie, su cui quindi non abbiamo modo di agire direttamente, ma in parte anche per l’ingerenza della componente volontaria, che con scarsa coordinazione e delicatezza cerca di controllare il respiro come controllerebbe i movimenti di un braccio. Qui però non si tratta di passare all’estremo opposto, di invertire la scala di valori: si tratta di “creare le condizioni” per un’integrazione.

Anche per questo, la premessa da cui occorre partire, sempre e non solo in via propedeutica, è di rendere cosciente il respiro naturale, ossia involontario, senza intervenire. Già ci potremmo fermare qui: se ci dedichiamo con serietà a questo compito, ci possiamo accorgere di quanto sia difficile e sempre nuovo. La passività cerebrale è fondamentale; in caso contrario, come osserva Eric Barét, scopriremo soltanto ciò che abbiamo accettato.

La storia finisce quindi senza essere mai veramente incominciata? Al contrario, è proprio qui che tutto inizia. Ci possiamo subito accorgere degli infiniti possibili approcci all’ascolto e della non banalità di alcun particolare che si presenta all’attenzione, ognuno dei quali contiene il tutto: sentire la temperatura, il suono e la traiettoria dell’aria che entra ed esce dalle narici, la pulsazione viscerale, il movimento spinale, costale, articolare ed epidermico, la riconfigurazione degli spazi del corpo e la sensazione di espansione e contrazione che riverbera nell’ambiente, le fluttuazioni nella cognizione del tempo a seconda che si propenda a ‘lasciarsi respirare’ o a intervenire attivamente. La sensazione delle pause, non forzate, naturali che preludono all’emergere dello sfondo da cui inspiro ed espiro sempre più occasionalmente salgono come razzi.

Attraverso questi inviti all’ascolto da cui ci lasciamo sfiorare, potremmo notare che il respiro naturale, quando riceve ascolto cosciente, non rimane uguale a sé stesso, ma come ogni cosa vivente si sviluppa. È proprio da questa terra di confine tra lasciar fare e fare che inizia realmente il pranayama, sia rimanendo nell’informalità, sia attraverso tecniche formali, se non risulteranno superflue, che si svilupperanno come forme di espansione e di esplorazione più che di controllo e costrizione, in cui i due regimi coopereranno in equilibrio.

Un’ulteriore considerazione, non meno importante: uno dei motivi principali per cui il respiro si irrigidisce, perdendo il collegamento con la sua forza vitale, è che reagiamo a sensazioni che interpretiamo come spiacevoli o indesiderabili. È quasi superfluo aggiungere, a questo punto, che è molto probabile che questo irrigidimento alimenterà ciò che respingiamo. Occorre, innanzitutto, includere nell’ascolto anche questa reazione, senza rifiutarla, e coltivare margini di maggior agio: in questo rimando al bellissimo passo di Gioia Lussana riportato nell’articolo precedente sul pranayama come custodire/proteggere piuttosto che come irrigidire/bloccare.

Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

I cinque corpi secondo il tantrismo del Kashmir - Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Vorrei concludere con questo diagramma, tratto da Tantra Illuminated di Christopher Wallis, che illustra i livelli di coscienza del sé secondo lo Sivaismo tantrico che fiorì nel Kashmir medievale. Chi ha dimestichezza con i manuali di Yoga sarà abituato forse a uno schema diverso, quello dei cinque involucri (kosha), di derivazione vedantica, spesso rappresentato graficamente come una matrioska di corpi via via più sottili.

La principale differenza – oltre alla pragmatica aggiunta di uno strato più esterno al corpo ‘in carne ed ossa’, quello della ‘roba’ – è la posizione di Prāṇa, ossia lo strato dell’energia vitale di cui il respiro è principale espressione e veicolo. Collocato tra corpo fisico e corpo mentale nello schema più celebre, qui invece si trova ancora più in profondità, ossia tra Citta, la mente-cuore e Shunya, il Vuoto trascendente, che a sua volta non è vuoto ma ‘contiene’ Cit, la Coscienza.

Ora, occorre considerare che in questi territori gli schemi in generale e le rappresentazioni bidimensionali hanno dei limiti intrinseci e quindi vanno prese con le dovute cautele: ad esempio – ed è un limite che affligge sia questa rappresentazione sia quella più nota – gli strati sempre più interni sembrerebbero limitati e contenuti da quelli esterni, mentre in realtà è vero il contrario: più ci muoviamo verso il centro, più andiamo dal particolare all’universale, dall’individuo al Sé indifferenziato.

Detto questo, i due diagrammi possono almeno in un aspetto convivere, descrivendo il legame a doppia mandata con il respiro: come punto di connessione corpo-mente (siamo ancora nell’individuo) ma al tempo stesso come ponte tra l’individuo e la forza vitale che condivide con tutte le creature. Forza vitale che è a sua volta passaggio privilegiato verso un silenzio che è letteralmente cosa viva.

E anche se gli schemi rimangono pur sempre schemi, possono almeno in questo caso sussurrarci un pur vago suggerimento del perché trovando il respiro possiamo trovare il centro esatto del mondo, e perché trovando il centro possiamo finalmente respirare.

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Il mito della dea smembrata, con Gioia Lussana

3 Aprile 2023 by Zénon Lascia un commento

Giovedì 30 marzo Gioia Lussana ha tenuto una intensa lezione dal titolo “La Madre di tutte le cose. I significati dell’attitudine materna nell’India religiosa”, parte del nostro corso “Yoga per il parto attivo: insegnare yoga in gravidanza e nel post parto”. Pubblichiamo qui un estratto in cui ci ha raccontato “Il mito della dea smembrata”.

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Non siamo più in grado di fare molte posizioni di yoga, e forse non è un male

15 Dicembre 2022 by Francesco Vignotto 2 commenti

Le posizioni di yoga più iconiche, come sirsasana, paschimottanasana, per non parlare delle ambitissime capovolte sulle mani, sono oggi impraticabili per la maggior parte delle persone che si rivolgono a questa disciplina, a meno di non scendere a significativi compromessi e adattamenti. Ci dobbiamo stupire di questo scollamento tra ciò che appare sui social e ciò che è nella realtà? Ovviamente no, ma questo ci offre lo spunto per una riflessione su come il vero problema non sia raggiungere un obiettivo, ma orientare le proprie energie in una direzione, e percorrerla.

“Qual è lo scopo di tutto questo?”
“Che io possa conoscere il prāṇa.”

da Krishnamacharya in His Own Words, a cura di A. G. Mohan e Ganesh Mohan

Esisterà ancora, come sembra da certi annunci, qualcuno che si iscrive a un corso di yoga per togliersi la soddisfazione di fare la spaccata a quarant’anni suonati. La realtà dei fatti, però, è ben diversa, e chi insegna questa disciplina potrà riconoscersi in quanto segue con la sua statistica, personale ma a suo modo significativa: per la gran parte delle persone che si rivolgono allo yoga, oggi, molte delle posizioni più iconiche non sono realizzabili né lo saranno dopo uno, cinque, dieci anni di pratica se non con molti adattamenti e molta fantasia.

Se vogliamo essere proprio onesti, tali posizioni – almeno nella loro rappresentazione comune, ‘instagrammabile’ – non sono spesso nemmeno auspicabili, dato che potremmo anche portare a casa il risultato con qualche forzatura in apparenza innocente ma non priva di conseguenze.

Potrebbe apparire una considerazione scoraggiante e già sembra di avvertire il retropensiero di molti praticanti di lunga data: che un tempo lo yoga… che una volta… che la gente non è più disposta… 

In realtà, è vero che i praticanti di venti-trenta anni fa, molto meno numerosi, erano il risultato di una selezione a monte, basata in parte sulla determinazione (per fare yoga dovevo percorrere parecchi chilometri dopo una giornata di lavoro, tornare tardissimo e spesso saltare la cena; oggi è sufficiente colmare la distanza che separa il mio pollice dalla miniatura del video su Youtube). Non possiamo tuttavia nasconderci che, data la scarsa flessibilità degli stili allora più diffusi e degli insegnanti forgiati in quella disciplina, spesso la selezione avveniva anche su criteri di abilità. Non pochi rimanevano tagliati fuori per semplici motivi di conformazione fisica, o si dovevano adattare a un vestito molto scomodo con pochissime possibilità di adattamenti, con scarsa soddisfazione e magari qualche danno collaterale; non pochi, di conseguenza, concludevano di non essere tagliati per lo yoga perché non erano in grado di eseguire una posizione, o perché la propria colonna vertebrale non poteva subire certe sollecitazioni.  

Ora che lo yoga invece è o dovrebbe essere per tutti, nel male (leggi: massificazione e spesso banalizzazione) e nel bene (leggi: accessibilità a insegnamenti alternativi e possibilità di maggior approfondimento), ci accorgiamo che poche persone sono in grado di eseguire il loto e farne una postura stabile, poche, pochissime, sia per ragioni strutturali muscolo-scheletriche, sia di attitudine mentale, hanno i requisiti per eseguire la posizione sulla testa, e quasi nessuno le ambitissime capovolte sulle braccia. 

Ma l’eventualità di inserire una di queste posizioni in una lezione ‘per tutti’ è comunque remota. La realtà è che per molte persone anche posizioni considerate di livello base, come il piegamento in avanti di paschimottanasana, richiederà qualche adattamento, a volte anche a prescindere dall’età e dallo stato di salute generale. 

Ebbene, secondo i criteri ‘tradizionali’ basati sull’abilità (e per tradizionali intendo non secoli, ma i pochi decenni in cui lo yoga è diventato globale, ripetiamo: nel male e nel bene), i molti appena descritti si troverebbero su un gradino inferiore a guardare con ammirazione i pochi abili eletti. Ma, ironia della sorte, di quei pochi eletti, una buona parte molto spesso non sarà in grado di andare oltre il risultato fisico. Insomma, è molto raro – parlo per esperienza personale – che un impeccabile praticante di āsana sia anche un allievo interessante, perché come il bambino non abituato a ricevere dei ‘no’, non incontrando alcun limite significativo dal proprio corpo, non può superarlo (che poi il problema sia più spesso che non ci si accorge del limite, è un discorso affrontato altrove). Per questo, accade anzi che una postura accomodata e parziale diventi il supporto per scoperte molto più stimolanti: chi sa arrendersi al proprio limite, proprio per questo non ha limite.

Non è quindi detto che sia un peccato che certe posizioni siano ormai quasi sempre fuori portata, per lo meno nella versione standard, o che non si riesca a farle affatto. Può anzi darsi che sia invece un’occasione per indagare su ciò che è davvero essenziale nel fare un āsana, e nello yoga in generale: già, ma cosa?  

Lasciamo per il momento in sospeso la domanda e, nel frattempo, mi soffermerei su un dato, non irrilevante per quanto detto più sopra: la gran parte di chi si rivolge allo yoga, oggi, soffre. Soffre di una o più patologie, o di una sindrome, o di un malessere non ancora nominato, che magari non lo ucciderà nel breve periodo, ma che ha trasformato la sua vita un combattimento ininterrotto. E, quando si rivolge allo yoga, non è solo perché – come sempre più spesso accade – glielo ha consigliato il medico o lo psicologo: è perché intuisce – consciamente o meno – che qui può trovare un modo per deporre le armi. 

Lo yoga serve a conoscere il nostro funzionamento, non in teoria, non con una spiegazione, ma in presa diretta. Come reagiamo alle situazioni, al cibo, alle paure, come il corpo anticipa o subisce la scia di ciò che temiamo o avversiamo. Come il precipitarsi verso ciò che desideriamo – fosse anche un āsana – porta molto spesso alla perdita del godimento più vero, oltre a causarci spesso qualche grattacapo. È imparare ad agire, o non agire, di conseguenza, lasciando uno spiraglio a quell’imponderabile che, pur non avendo alcun significato, rende significativa l’esistenza.

E a proposito dell’imponderabile e della domanda che abbiamo lasciato in sospeso: è da poco uscito un piccolo volume dal titolo Krishnamacharya in his own words, una selezione degli appunti che A. G. Mohan prese durante la quasi ventennale frequentazione del suo maestro, di cui fu allievo dal 1970 fino alla di lui morte avvenuta nel 1989. Forse a chi conosce i discepoli del tardo Krishnamacharya questo libretto non dirà nulla di nuovo, eppure si tratta di un documento molto interessante per comprendere ancora meglio quanto già si sapeva: che colui che è oggi celebrato come ‘il maestro dei maestri’, per avere formato negli anni ’30 gli insegnanti che hanno di fatto inventato lo yoga moderno globalizzato, appartenesse in realtà a un altro mondo. Sia per erudizione, che per spessore e per sensibilità.

“Gli āsana dovrebbero essere praticati a seconda delle condizioni fisiche di ognuno […] Non tutti devono fare tutti gli āsana, né tutti gli āsana devono essere sempre eseguiti” leggiamo a pagina 15, e già basterebbe. Ma più che le maniacali elucubrazioni sugli allineamenti corporei dei suoi primi e molto più famosi allievi, al centro degli insegnamenti di Krishnamacharya sullo yoga c’è il prāṇa. Ma che cos’è prāṇa? È il fondamento della vita che nasce dalla coscienza, è ciò che non si vede, ma “protegge l’universo”, che se vogliamo è anche il nostro corpo. Attraverso la pratica dello yoga, prāṇa diventa oggetto di esperienza e, chissà, contribuire a diradare le nebbie che avvolgono il vero soggetto dell’esperienza. Per cui potremmo dire che lo Yoga parte dal visibile ma per rivelare l’invisibile, per restituire la vista a occhi atrofizzati e abbagliati.

Saper andare oltre il visibile sarà sicuramente la sfida per lo yoga nei prossimi anni, almeno per quello che saprà – e sono sicuro che lo saprà – non farsi soppiantare da qualcosa di più smart e alla moda. Intanto, se lo pratichiamo o cerchiamo di insegnarlo, ricordiamoci di questo: stabilire le fondamenta della pratica in ciò che non si vede.

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Uddiyana bandha e il vuoto addominale

12 Ottobre 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

Uddiyana bandha, grazie al suo potenziale riabilitativo e con il nome di vuoto addominale o ginnastica ipopressiva, si sta diffondendo anche fuori dallo Yoga una delle sue pratiche più peculiari, in cui però è difficile separare la componente corporale da quella psichica. Ecco perché, anche praticato come gesto atletico, Uddiyana bandha non può essere soltanto un gesto atletico.

Il vuoto addominale e Uddiyana bandha
illustrazione tratta da Koos Zondervan, Le yoga tantrique, Almora

Che lo Yoga sia spesso ridotto a ‘mero esercizio fisico’ è il cruccio di molti che a questa disciplina hanno dedicato anni di pratica e studio. Il rapporto tra lo yoga moderno e la cultura fisica, compreso il body building, è del resto molto complesso e non liquidabile con giudizi tranchant, anche se a volte vengono meno alcuni capisaldi senza i quali non sarebbe onesto utilizzare l’etichetta di yoga (ad esempio, quando si trasforma la pratica degli asana in esercizio aerobico).

Eppure dobbiamo constatare che, d’altro canto, a volte anche nel fitness penetra qualche principio – non la mera forma – dello Yoga, seppur con tutti i ma e i però del caso e sebbene ovviamente in maniera limitata alla pratica corporea. Ma possiamo negare che uno spiraglio non equivalga a una breccia, per il solo fatto di essersi dimostrato possibile?

Un esempio è la davvero impressionante quantità di contenuti in rete che riguardano il vuoto addominale (detto anche vacuum o ipopressivo), sia come esercizio per il recupero nel post parto, sia come alternativa nel fitness ai classici addominali e come stabilizzazione del core.

Va da sé che, al di là dei vari cappelli con cui viene di volta in volta presentata (chi non ha inventato un metodo, al giorno d’oggi?), non si faticherà a riconoscere in questa pratica una delle tecniche più iconiche dello Yoga, tecnica che, peraltro, a differenza di molti asana popolari, è attestata almeno fin dal Medio Evo nei testi dello hathayoga, che prescrivono di “tirare indietro l’addome e l’ombelico verso l’alto”, aggiungendo che questa pratica “è come un leone vittorioso sull’elefante della morte”.1Svatmarama, Hathapradipika, III, 57

Sebbene qualcuno abbia ravvisato un antecedente nelle pose dei culturisti degli anni ’50-’60, tra cui era uso comune utilizzare il vuoto addominale per sembrare più snelli in vita e più eminenti di torace, è davvero difficile negare che l’influenza culturale dello Yoga e le immagini di praticanti famosi (come non ricordare Umberto Pellizzari?) siano stati di ispirazione a questa tecnica, anche se, dispiace dirlo, raramente viene ammesso.

Il vuoto addominale e Uddiyana bandha

Stiamo parlando, naturalmente, di Uddiyana Bandha. Uddiyana significa “volare verso l’alto” (così come l’ombelico che viene risucchiato dal diaframma) e Bandha “blocco, chiusura, legame”. Nel contesto originale, Uddiyana è in relazione ad almeno altri due ‘bandha’, relativi al perineo (Mula) e alla glottide (Jalandhara) e si tratta di una pratica legata al controllo del respiro e del Prana, oltre che, come vedremo, alla stabilizzazione della colonna vertebrale.

Contenuti

  • Ma Uddiyana non è un comune esercizio…
  • Il vuoto addominale: perché e come funziona. Formulazione ‘grezza’
  • Nella pratica: primo esempio
  • Vuoto addominale e colonna vertebrale. Un altro esempio pratico
  • Che cosa fa Uddiyana Bandha: i benefici fisici
  • Gli effetti di Uddiyana Bandha, un po’ più sottilmente
  • Alcune conclusioni

Ma Uddiyana non è un comune esercizio…

Umberto Pellizzari - Il vuoto addominale e Uddiyana bandha
Umberto Pellizzari

Come mai, anche al netto dell’aspetto pranico, che comprensibilmente in ambito fitness non viene calcolato, trasporre Uddiyana Bandha nelle palestre non è esattamente come prendere a prestito un asana o una sequenza?

La risposta è che Uddiyana, anche se è il più visibile dei tre Bandha, non comporta un gesto esteriore come flettere il tronco o allungare gli ischio-crurali, bensì richiede il controllo della muscolatura profonda, per di più in assenza di respiro e in modalità semi-passiva. Il che, oltre a essere piuttosto stravagante nell’ambito del fitness, significa che per per la sua esecuzione non è sufficiente imitare semplicemente una posa, ma occorre arrivarci, perlomeno all’inizio, attraverso delle manovre indirette, imparando a trasferire l’attenzione dall’esterno alle modificazioni viscerali dell’addome e del torace.

Fa piacere dunque constatare che il mondo del fitness stia scoprendo che non esiste solo la contrazione, ma che vi è un modo alternativo e più sottile di utilizzare il proprio corpo, e in cui è molto importante saper dosare e localizzare azione e rilassamento.

Ovviamente, come evidenzieremo più avanti, vi sono anche dei limiti e dei dubbi riguardo alla trasposizione meccanica di una tecnica che ha vaste ripercussioni sulla sfera pneumatica e psichica, soprattutto perché si dà per scontato che sia possibile delimitare effetti di cui non si conosce la portata con una semplice dichiarazione di intenti (se lo faccio solo come esercizio, rimane per questo solo un esercizio? È lo stesso paradosso della Mindfulness: se mi affaccio sul vuoto solo per calmarmi, il vuoto per questo non si affaccerà su di me?).

Esiste del resto una continuità fasciale nelle strutture coinvolte nel vuoto addominale (oltre alle connessioni onnidirezionali dell’ombelico), ravvisabile nella Linea Frontale Profonda individuata da Myers, una fascia molto interna che non a caso comprende elementi strettamente connessi sia alla pratica dello Yoga (elevatore dell’ano, psoas, diaframma, pleura, pericardio per citarne solo alcuni), sia alla traduzione fisica delle reazioni emotive e dei traumi: quanto basterebbe perché l’argomento trovi sede più consona nell’ambito di una pratica psico-corporea, invece che solamente corporea.

La Linea Frontale Profonda - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
La Linea Frontale Profonda, ovvero il meridiano miofasciale più profondo tra quelli identificati da Myers2Thomas Myers, Anatomy Trains: Myofascial Meridians for Manual Therapists and Movement Professionals

Tuttavia, è molto interessante comprendere nello specifico perché un mondo per alcuni versi così distante come quello del fitness abbia rivolto la sua attenzione a una pratica in apparenza così aliena come Uddiyana, e questo ci farà comprendere qualcosa di più sia del suo funzionamento, sia delle sue implicazioni ulteriori.

Il vuoto addominale: perché e come funziona. Formulazione ‘grezza’

L’interesse per il vuoto addominale, infatti, nasce tra le altre cose dalla constatazione di un problema che negli ultimi anni ha portato a cambiare molto il modo di allenarsi, almeno negli ambienti più evoluti del fitness: molti degli esercizi classici per il rinforzo dell’addome implicano infatti un aumento eccessivo della pressione intra-addominale, il che comporta uno stress eccessivo non solo sugli organi e sul pavimento pelvico, ma anche sui muscoli stessi dell’addome. Non sono rari, infatti, i casi di diastasi addominale (la separazione dei retti) per eccesso di allenamento.

La diastasi addominale, che peraltro è molto comune a seguito di una gravidanza, è d’altro canto uno dei casi principali di applicazione del vacuum/ginnastica ipopressiva, proprio perché questa condizione rende sconsigliato pressoché qualsiasi tipo di esercizio che aumenti la pressione nell’addome.

Il vuoto addominale, come suggerisce il nome stesso, fa esattamente il contrario del classico ‘addominale’: toglie pressione invece di aggiungerne, provocando la risalita dell’ombelico verso la colonna. Per farlo, invece di attivare i muscoli retti addominali (attivi nella flessione del tronco e responsabili della classica ‘tartaruga’), dobbiamo invece coinvolgere due muscoli più profondi, ovvero il muscolo trasverso dell’addome (lo strato più interno della muscolatura addomnale) e il diaframma.

Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Un modo per spiegarlo è il concetto di estensione assiale, preferibilmente dopo un espiro. Se infatti al termine di una espirazione addominale (con cui l’ombelico si avvicinerà appunto alla colonna) estendiamo la colonna allontanando il torace dal bacino (nella figura un esempio tra i tanti modi di eseguirlo), il contenuto addominale verrà risucchiato verso l’alto assieme al diaframma rilassato.

Che cosa è accaduto? Abbiamo sperimentato la relazione tra le due cavità, quella addominale e quella toracica, e la colonna vertebrale.

La cavità addominale, infatti, è sigillata in basso dal pavimento pelvico (di cui il muscolo-chiave è l’elevatore dell’ano) e in alto dal diaframma toracico. Il volume della cavità addominale non varia durante la respirazione, ma varia la sua forma.

Il muscolo diaframma - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Il muscolo diaframma

La cavità toracica, a sua volta, ha come ‘pavimento’ il diaframma toracico ed ha come ‘tetto’ il diaframma vocale. Durante la respirazione, questa cavità cambia sia di volume sia di forma.

Perché queste informazioni sono importanti? Perché svuotando i polmoni (il diaframma, contratto nell’inspiro verso l’addome, torna rilassandosi in direzione del torace: chi è abituato alla respirazione addominale, può favorire questo processo con il trasverso dell’addome), riduciamo il volume del torace e la sua pressione interna; a questo punto, estendendo la colonna a polmoni vuoti (la cavità toracica è ora sigillata anche in alto dall’epiglottide), la cavità addominale, con tutto il suo contenuto, non può che essere ‘aspirata’ verso l’alto.

In altre parole, il ‘vuoto’ addominale non è un vuoto in senso letterale, perché l’addome non riduce il proprio volume. Lo è tuttavia in senso lato, perché ‘svuota’ la pressione nell’addome, che da positiva (nell’inspiro, con il diaframma contratto e abbassato verso l’addome) diventa negativa (con il diaframma rilassato che viene ulteriormente risucchiato dall’estensione della colonna).

I muscoli addominali, strati - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Gli addominali, strati: lo strato numero 4, più profondo, è costituito dal muscolo trasverso dell’addome.

Nella pratica: primo esempio

Andrè Van Lysebeth - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
André Van Lysebeth

La tecnica, così sviscerata, sembra molto complessa, ma il gesto è intuitivo, tant’è che a molti è capitato di farlo per gioco da bambini. Tuttavia, siccome una cosa è la leggerezza del fanciullo, e un conto è la forma mentis dell’adulto che spesso ha bisogno di comprendere prima di fare, può non essere così semplice, senza alcuna esperienza e con pochi riferimenti a movimenti esterni, giungere al vuoto addominale.

Fortunatamente, esistono molti ‘trampolini’ posturali per ottenerlo, complice il fatto che numerosi asana implicano una leggera attivazione di Uddiyana, e attraverso alcuni accorgimenti possono essere introdotti anche nel contesto di diversi esercizi in uso nel fitness.

Uno dei metodi più semplici per ottenerlo è nella posizione di partenza del mezzo ponte (Setu Bandhasana Sarvangasana), ovvero sdraiati in posizione supina con le gambe piegate. Un particolare molto importante è che in questa posizione una leggera retroversione del bacino (proprio come se ‘congelassimo’ il momento che precede il sollevamento del bacino stesso dal pavimento) appiattirà la curva lombare generando da sé una depressione nell’addome. A questo punto, complice anche la posizione delle braccia (sollevate verso l’alto, dita intrecciate e palmi verso l’alto, o allungate all’indietro), potremo, sia inspirando, sia sollevando il torace in apnea a vuoto nella famosa ‘falsa inspirazione’, ottenere un ulteriore avvallamento dell’addome.

Ma questo ci offre la possibilità di approfondire ulteriormente il funzionamento del vaccum/Uddiyana, attraverso un’altra, e fondamentale struttura coinvolta: la colonna vertebrale, di cui Uddiyana (assieme agli altri due bandha) è uno dei fattori principali di stabilità in numerosi esercizi. Chiariremo dunque un concetto che abbiamo introdotto senza definirlo, ovvero il concetto di estensione assiale della colonna.

Illustrazione dal A. Matthews L. Kaminoff, Yoga Anatomy - Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Vuoto addominale e colonna vertebrale. Un altro esempio pratico

La colonna vertebrale umana si è evoluta sviluppando un’alternanza di curve naturali, ossia di cifosi e di lordosi, dette anche rispettivamente curva primaria e curva secondaria, in base all’ordine in cui, esse compaiono nello sviluppo.

La curva primaria è così chiamata perché è la prima a manifestarsi e nell’adulto si manifesta nella cifosi dorsale. La curva secondaria compare dapprima nella lordosi cervicale e poi in quella lombare.

Marjari Asana Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Marjari Asana, noto anche come il ‘gatto’

I movimenti di flessione e arcuazione possono essere descritti come una neutralizzazione rispettivamente della curva secondaria e di quella primaria. Durante il movimento comunemente noto come ‘gatto’ (Marjari Asana) la colonna vertebrale si conforma alla curva secondaria durante l’inspiro (arcuazione) e alla curva primaria in espiro (flessione).

La coppia Kaminoff-Matthews ha evidenziato come i bandha possano essere analizzati in rapporto a una particolare modificazione della colonna vertebrale, ovvero l’estensione assiale, che a differenza dei due movimenti appena descritti comporta la neutralizzazzione di entrambe le curve. In altre parole estendendo e appiattendo la colonna, preferibilmente a polmoni vuoti, avremo tutti e tre i bandha contemporaneamente.

Estensione assiale Il vuoto addominale e uddiyana bandha
A sinistra, la colonna vertebrale allo stato neutro, con l’alternanza della curva primaria (tratto dorsale) e curva secondaria (lombare e cervicale). A destra, il movimento di estensione assiale, che implica la neutralizzazione delle curve.3A. Matthews, L. Kaminoff, Yoga Anatomy

L’esempio più eclatante è Parvatasana o Adho Mukha Svanasana, il famoso ‘cane a testa in giù’. Nel momento in cui entriamo nella posizione (preferibilmente a polmoni vuoti, ma non è indispensabile, e soprattutto piegando le ginocchia se le gambe tese ci impediscono di spostare il peso verso il bacino), è inevitabile percepire la risalita e la tenuta addominale in assenza di contrazione, per pura azione ‘pneumatica’.

Adho mukha svanasana Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Che cosa fa Uddiyana Bandha: i benefici fisici

Abbiamo già accennato ai benefici fisici dell’Uddiyana/vuoto addominale, ma vale la pena di riprenderli per passare agli effetti trans-fisici della pratica.

Applicata nel fitness, l’attivazione ipopressiva dell’addome profondo permette durante gli sforzi – pensiamo ad esempio al sollevamento pesi – di evitare il pericolo di diastasi e di ernie addominali, mantenendo stabile e protetta la colonna lombare.

Nel post parto, come già accennato, si rivela un metodo molto efficace per recuperare la diastasi addominale (ma attenzione alla seconda fase, ovvero alla risalita del diaframma: se la gabbia toracica si espande può invece separare ancora di più i retti); non dobbiamo sottovalutare anche l’azione di recupero su piano perineale, visto, che, come abbiamo già accennato, l’attivazione del trasverso dell’addome implica anche l’attivazione dei muscoli perineali, evitando che la pressione si scarichi verso il basso.

Uddiyana si rivela dunque fondamentale per il riposizionamento degli organi e, non ultimo, per ritrovare il tono addominale indispensabile per il buon funzionamento di questi ultimi e per il mantenimento della postura.

Diastasi addominale - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Diastasi addominale

I benefici di Uddiyana però non si limitano alla sola cavità addominale, ma si irradiano anche nella cavità toracica; la sua pratica infatti migliora l’afflusso di sangue al cuore (ricordiamo che c’è continuità fasciale anche tra diaframma e pericardio), cuore che assieme ai polmoni riceve massaggio e sostegno: per questo motivo, soprattutto nell’apnea a polmoni pieni, si rivela indispensabile la coordinazione con Jalandhara Bandha, il ‘blocco’ a livello della gola, che impedisce alla pressione di salire al di sopra della settima cervicale.

Proprio per questo, è frequente vedere gli yogi piegare in avanti la testa appoggiando il mento nella fossetta tra le clavicole, oppure avvicinare il mento allo sterno senza flessione alla settima cervicale (ovvero i due modi diversi di eseguire Jalandhara).

I benefici di Uddiyana (e dei bandha in generale) riguardano però anche la colonna vertebrale. Se infatti nel primo esempio di questo articolo abbiamo provocato uddiyana attraverso un espiro seguito da un’estensione spinale, a sua volta il vuoto addominale esercita una trazione sui dischi vertebrali molto efficace per la loro stabilizzazione: proprio per questo, può essere terapeutico non solo per la muscolatura e gli organi addominali, ma anche per diverse patologie del rachide.

Gli effetti di Uddiyana Bandha, un po’ più sottilmente

Dopo essersi liberati dai respiri in entrata e in uscita, cioè dall’uso dei canali sottili periferici, bisogna abbandonarsi alla sensazione del canale centrale. Questa esperienza è quella del soggetto conoscente, legato a tutti gli esseri, unità ultima.

Jayaratha, Tantralokaviveka 
Krishnamacharya Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Krishnamacharya

Non è per gli effetti cosmetici che una pratica si colloca di diritto nello hatha yoga tradizionale, anche quando promette libertà da tutte le malattie. Allora, per comprendere cosa comporti la pratica di Uddiyana Bandha nel contesto originario, dobbiamo scendere un po’ in profondità.

Ciò che qui ci interessa è la sospensione del normale modo di respirare e di circolazione del prana, in favore di un diverso tipo di respirazione e di circolazione dell’energia vitale.

Secondo una visione comune a tutta l’india tradizionale, l’esperienza della dualità che caratterizza l’esistenza ordinaria – attrazione e repulsione, sonno e veglia, contrazione e rilassamento, introversione ed estroversione – deriva dalla scissione fondamentale nella coscienza che rende possibile fare esperienza del mondo, ovvero quella tra soggetto e oggetto, tra l’io e il questo.

La vita stessa nasce e si conserva proprio grazie all’io che si sente vuoto del questo e perciò si precipita ad appropriarsene, per poi tornare ad affermarsi separandosi da ciò che percepisce come altro da sé: in altre parole, respira, sia in senso letterale che lato. Se questa è la vibrazione vitale fondamentale della vita, è tuttavia anche impossibile, per il soggetto che rimane all’interno di questo ciclo senza soluzione, conoscere la propria vera natura. Scopo dello yoga, in quanto mezzo di liberazione, è manomettere questo circolo chiuso, modificando l’ordine e l’accento degli elementi.

Nello specifico, la simbologia dello hatha yoga descrive variamente la dualità e si propone, attraverso le sue tecniche, di superarla. Abbiamo così le coppie di opposti Prana e Apana (il respiro ascendente e quello discendente, espirazione e inspirazione), ma anche Ida e Pingala (le arterie ‘lunare’ e ‘solare’, laterali, controllate dalle due narici, che rappresentano i principi passivo e attivo, la realtà conoscibile e i mezzi di conoscenza).

Come fare, quindi, per non rimanere intrappolati nel ciclo degli opposti? Bisogna trovare lo sfondo di questa dicotomia. E lo sfondo si può percepire innanzitutto attraverso i momenti di soglia, ossia, nel nostro caso, rendendo cosciente e coltivando una terza fase che non è normalmente contemplata, ovvero l’intervallo tra le due fasi, il punto di svolta tra espiro ed inspiro, e tra inspiro ed espiro, il momento privilegiato che il soggetto conoscente può cogliere per prendere consapevolezza del tessuto connettivo tra l’io e il questo.

Sebbene quindi la pratica dello Yoga scopra dapprima il respiro, anche attraverso il movimento, e assecondi l’inspiro e l’espiro, il vero obiettivo è l’emersione di ciò che accade tra le due fasi. Si potrebbe anzi dire che la ritenzione, e anche il gesto “a vuoto”, sia la cifra fondamentale della pratica dello yoga.

Uddiyana e tutti gli altri bandha si inseriscono quindi in quest’orizzonte, a sostegno fisico della terza fase del respiro, ‘congelando’ la muscolatura respiratoria e permettendo ai soffi, altrimenti divergenti, di sintetizzarsi. Si supera così la dualità periferica di Ida e Pingala, di Prana e Apana, legate alla consequenzialità spazio-temporale, e si imbocca il canale centrale, ovvero la Sushumna, che è definita come colei che divora il tempo. E qui ogni definizione perde il terreno sotto i piedi, dove non troviamo migliori parole di quelle del Principe Myskin nell’Idiota di Dostoevskij: “Verrà tempo, in cui non esisterà più il tempo“.

Certo, qui parliamo di tecniche ma la faccenda richiede in primo luogo comprensione profonda, incarnata. Di cosa? Che non è un’esperienza a spezzare il cerchio chiuso delle esperienze e dell’io che esperisce, non è un’azione ma più spesso cogliere che esiste uno spazio tra due azioni, tra due esperienze a divenire cosciente. Tutto ciò, a un livello più fine, non ha alcun bisogno di gesti esterni: Uddiyana e gli altri Bandha possono divenire alla fine delle mudra interiori, o attivarsi spontaneamente.

Alcune conclusioni

Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Tornando a noi, e in contesti più familiari, verrebbe da domandarsi se, per chi ha avuto esperienza di yoga, l’aver afferrato il senso di compiere un gesto “a vuoto” (anche a livello intuitivo e per via empirica), renda diversa non solo l’esperienza del vuoto addominale di Uddiyana Bandha, ma anche quella del comune esercizio fisico.

La nostra personale risposta è sì: l’aver praticato yoga rimodula tutte le esperienze corporea, comprese quelle che sulla carta si troverebbero agli antipodi. A maggior ragione quando si compie un gesto così vicino a Uddiyana, ma anche quando occorra rendere più funzionale un esercizio compiendolo a vuoto: persino i famigerati crunch, compiuti nella consapevolezza della terza fase, possono risultare meno pericolosi di quanto sembrano improvvisamente diventati.

D’altro canto, rimane ancora la questione accennata più sopra: se è possibile prendere una postura dalle molte dello yoga e trasporla in un contesto fitness (e viceversa: come sappiamo è accaduto), essendo il modo di esecuzione che definisce i due ambiti, con Uddiyana è impossibile tecnicamente ‘non portarsi dietro’ qualcosa dello yoga, perché la tecnica stessa richiede l’interiorizzazione di una modalità yogica.

Sia ben chiaro, qui non è in discussione il principio di proprietà o di appropriazione, sebbene sia tendenza umana da tempo immemore mettere la firma su beni comuni, magari con la scusa del ‘metodo’, erigendo interi ‘sistemi’ su frammenti non del tutto assimilati e contestualizzati.

Tuttavia guardiamo un po’ con sospetto la presunzione di poter prendere ciò che ci serve, lasciando sullo scaffale ciò che riteniamo non ci interessi. Nel bene e nel male, beninteso: a volte ci troviamo con molto di più di quanto ci aspettassimo, altre con qualche grattacapo per gestire il quale non disponiamo di strumenti adeguati.

Questo per dire che pensare di eseguirlo “solo come esercizio fisico” non ha molto senso da un punto di vista yogico, soprattutto quando nel contesto originario si valuta tutto lo spettro di implicazioni, comprese quelle psichiche, mentre in quello di arrivo si pretende, non si capisce secondo quali basi, di avere la facoltà di stabilire in quale esatto punto quelle implicazioni si debbano fermare.

Un ultima questione sul tavolo è la gradualità, o meglio ancora il rapporto tra espressione fisica e applicazione di un principio. Per dirla brevemente: abbiamo notato come il vuoto addominale addominale sia sempre rappresentato nella sua forma più compiuta, al massimo grado di aspirazione dell’addome.

Possiamo immaginare, invece, che per acquisire e padroneggiare un principio, sia forse più funzionale imparare a dosare invece che spingere all’estremo? Anche nel mondo ‘laico’ del fitness, l’idea che il più sia sempre più sta diventando un po’ obsoleta.

Note[+]

Note
↑1 Svatmarama, Hathapradipika, III, 57
↑2 Thomas Myers, Anatomy Trains: Myofascial Meridians for Manual Therapists and Movement Professionals
↑3 A. Matthews, L. Kaminoff, Yoga Anatomy
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Esistono gli stili di yoga?

10 Ottobre 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

Quanti stili di Yoga esistono? Risposta breve: dal punto di vista commerciale molti, e rispondono più ai bisogni di fare tribù e di battere cassa che a una visione chiara e particolare; dal punto di vista della metodologia, già il campo si restringe a poche variabili, visto che nella maggior parte dei casi si tratta di approcci alla sola pratica posturale (del resto, in molti casi, per le dimensioni ulteriori dello yoga non esistono né le competenze né la tempra); da un punto di vista filosofico, gli enti si riducono ulteriormente, almeno se consideriamo gli stili oggi presenti ‘sul mercato’, che assomigliano sempre di più a delle confezioni sugli scaffali più che a ‘tradizioni’, ‘lignaggi’ o ‘visioni’ di una particolare scuola o maestro, anche perché queste ultime cose, a differenza delle prime, non si possono comprare con altrettanta facilità.

Ma il latte, quello vero, quello della mucca, dov’è?!

Tiziano Terzani

Forse la prospettiva del perfetto neofita è l’unica che abbia un senso. E allora, abbracciamola.

Chi si approccia allo yoga per la prima volta si trova spesso di fronte a una selva di ‘tanti yoga diversi‘ di cui è difficile farsi una ragione; per alcuni – non è detto che siano le persone più inclini ad esplorarla seriamente – è una festa di luci colorate di cui abbuffarsi, altri – non per forza più o meno seri – rimangono confusi come chi si accosta per la prima volta alla discografia di Frank Zappa, dando per scontato per eccesso di buona fede di trovarvi altrettanta sostanza.

Questo spaesamento coglie chiunque nonostante a livello popolare sia ormai maturata un’idea piuttosto chiara di cosa sia lo yoga di per sé, indipendentemente dalla capacità di definirla a parole (un po’ come accade per la meditazione), e anche chi ne pratica una clamorosa contraffazione ne è quasi sempre pacificamente consapevole.

Intuizione dell’unità del reale ed esperienza della molteplicità: sembra vi siano gli elementi per un’indagine veramente yogica. Non ce la caveremo quindi con un facile ‘lo yoga è uno’, ma dovremo evitare anche di moltiplicare inutilmente gli enti.

Riguardo a quest’ultimo aspetto – ovvero percepire un mondo di sole differenze – prendiamo ad esempio un insegnante che offre uno dei tanti stili presenti sul mercato, o meglio ancora un ventaglio di stili: alla persona interessata non mancheranno gli argomenti per sostenere l’unicità e la specificità di ognuno dei suddetti stili, e spesso la necessità di una classe separata dedicata a ognuno di essi, il che potrebbe anche, da un punto di vista funzionale, essere giustificato, ma introduce una frammentazione che è l’opposto dell’esperienza yogica, ovvero di quell’unità reintegrata, quell’appagamento che deriva nella percezione diretta che ciò che è qui è anche altrove, ma ciò che non è qui non è da nessuna parte. In altre parole, solo un’anima frammentata può pensare che l’ora di Power Yoga contenga qualcosa che nella lezione di Yoga del Sospiro – o in una passeggiata – manca.

Ma anche con questa frammentazione non si può fuggire il confronto, perché ognuno di noi è un frammento. Ciò non ci impedirà da un canto di esercitare il discernimento, dall’altro di riconoscere in un brandello imperfetto e incongruente, forse proprio perché uno qualunque, il tutto.

Yoga-qualcosa e yoga-con-qualcosa: dalla pratica al protocollo

Ora, scremiamo dal mazzo tutti gli yoga-con-qualcosa che si distinguono dalla presenza di un accessorio: yoga con la palla, con la fascia, con il gatto o con la capra; e tutti quelli mirati a particolari tipologie di persone o condizioni: yoga per persone in sovrappeso, yoga per corridori, yoga in gravidanza ecc. Sui primi non ci esprimeremo, i secondi non sono in discussione e a ben vedere non sono stili ma adattamenti: i destinatari sono chiari e inequivocabili (se ne ho bisogno, lo so), e l’esigenza di classi distinte è di ordine pratico.

Che cosa rimane? Se parliamo di yoga moderno come fenomeno di massa – da cui, volenti o nolenti, tutti dobbiamo passare – certo rimane nominalmente qualche lignaggio o tradizione, ovvero il corpus di insegnamenti trasmessi da un maestro o da una scuola ai propri allievi. Già però lo statuto di fenomeno di massa cozza con la dimensione artigianale e se vogliamo settaria che queste realtà implicherebbero.

Non è ovviamente un discorso generalizzabile – esistono delle eccezioni che confermano la regola – ma quando metti in commercio la tradizione a livello globalizzato, essa diventa proprietà intellettuale, la scuola diventa brand multinazionale, l’iniziazione diventa certificazione – ovvero ancora qualcosa che si compra – e l’insegnamento protocollo che tende a tradursi il più possibile in procedure standardizzate, laddove il cuore dell’insegnamento tradizionale sta nei principi, negli orientamenti che sta al singolo attualizzare: senza questo salto lasciato al singolo, non c’è possibilità di trasmissione.

Non a caso i protocolli, a differenza degli insegnamenti, invecchiano: il Daodejing, il Vijñānabhairava o anche gli Yoga Sutra sono molto più attuali – proprio perché da interpretare e attualizzare – di molti dei dettagliatissimi manuali di Yoga scritti negli ultimi cinquant’anni, le cui concezioni biomeccaniche e gli ammiccamenti ai fondamenti scientifici della pratica, per fare un esempio, risultano già superati alla data di pubblicazione.

Ma la maggior parte degli stili che oggi popolano i cartelloni dei centri yoga non appartengono alla fattispecie appena descritta. In molti casa si tratta ormai di marchi di più recente coniazione, a volte nati in reazione ai nomi più tradizionali o come loro evoluzioni, che parlano un linguaggio fitto di anglismi e a volte di scientismi più che di termini sanscriti.

E qui diventa molto difficile districarsi, se prendiamo sul serio la selva di definizioni e di slogan, di dichiarazioni di intenti, di certificazioni e di sotto-marche, di studi a sostegno dell’efficacia (quasi mai indipendenti: quanto potremmo prendere sul serio una ricerca che sancisce la bontà di una marca specifica di cerotti?).

Non neghiamo che ci sia della sostanza – ve ne è sicuramente – ma ci limitiamo ad osservare che le modalità di somministrazione e di presentazione, anche qui piuttosto standardizzate (lo yoga su misura per te, secondo l’umore del giorno, a cui nessuno aveva mai pensato prima, comodamente da casa, lo yoga che meriti o di cui avevi bisogno), rivelano molto più spesso l’impronta smaliziata del consulente di marketing piuttosto che del praticante appassionato.

Molti yoga, uno yoga? Il paradosso degli scaffali

Ci troviamo quindi di fronte a molti yoga sostanzialmente diversi? Calma.

In tutti i casi finora descritti, non ci troviamo quasi mai di fronte a sistemi diversi, ma a degli approcci, a dei metodi di insegnamento e di esecuzione di un repertorio di pratiche piuttosto consolidato: si tratta dell’immancabile pratica posturale (asana); per i più raffinati, anche di pratica energetica a base respiratoria (pranayama, kriya e mudra); e, per chi vuole proprio strafare, anche di approccio alla meditazione (dhyana).

Se volessimo proprio superare noi stessi, ma forse oltrepassiamo anche gli angusti limiti di questo articolo e delle questioni stilistiche, potremmo dire che in ognuno di questi tre elementi dovrebbe essere percepito il sapore dell’altro. E qui ci sarebbe già moltissimo lavoro da fare, tanto da farci dimenticare il nome dello Yoga che siamo entrati a praticare.

Tuttavia sappiamo che le esigenze di uno Yoga massificato vanno in tutt’altra direzione, e che se la Grande Distribuzione non vuole più soppiantare le piccole attività locali, è perché le conviene di più inglobarle. Questo spiega la tendenza, che si va sempre più affermando soprattutto nei centri yoga dei grandi agglomerati urbani, di offrire al pubblico un menù il più ricco possibile di stili, o meglio di molte marche diverse da riporre sugli scaffali.

Questa logica potrà avere certo un riscontro di tipo commerciale (ma per chi? per chi acconsente a posizionarsi su uno scaffale o per chi decide la forma e le regole di posizionamento in tutti gli scaffali in tutti i supermercati?).

Tuttavia, se è la sostanza che ci interessa, un contesto simile suggerisce a volte l’impressione di uno Yoga ‘a comparti stagni’, dove ogni stile – incompossibile all’altro – pone l’accento su un singolo aspetto particolare e sul polo di una dicotomia, invece di cercare un equilibrio complessivo e quella unità di fondo di cui parlavamo più sopra: la dolcezza o la forza, il rigore nell’allineamento o l’adattamento alle singole corporature, il gesto atletico o l’introspezione, fino al gettonatissimo dilemma – perché facilmente identificabile – tra yoga statico e yoga dinamico (dilemma che, sia detto per inciso, sarebbe ora di educare a superare).

Si aggiunga anche che molti dei tratti con cui diversi stili si identificano sono o dovrebbero essere patrimonio dello yoga in generale, il che fa dubitare – delle due l’una – delle competenze o della buona fede: ad esempio, il ruolo vigile e attivo del respiro nel movimento e nella stasi, il rilassamento nell’esecuzione, la pratica di alcune posizioni per un tempo prolungato, l’attitudine ‘mindful’ e gli effetti vago-tonici della pratica.

Nella girandola dei nomi finisce spesso anche lo Hatha Yoga, come uno stile tra i tanti, o un farmaco generico a cui grazie al cielo nessuno è ancora riuscito a mettere la firma; tuttavia riconoscere il debito di ogni brand contemporaneo nei confronti della propria matrice sarebbe questione di buona educazione e di onestà intellettuale, a meno che dello Yoga sappiamo solo ciò che ci hanno raccontato.

Ma l’avere praticato – e magari essere abilitati ad insegnare – tanti stili diversi significherà aver acquisito altrettante abilità o soltanto un patentino per utilizzare un nome? E come mettere a frutto, ovvero come potranno queste tante abilità aiutarmi a risalire quell’unità di fondo che è l’obiettivo dello yoga, se i comparti stessi non vengono messi in discussione, se cioè la sintesi creativa dell’esperienza personale è inibita da motivi strutturali?

Insomma, pur riconoscendo legittime e a volte pure necessarie le ragioni di metodo, di approccio e anche pecuniarie di ‘tanti yoga diversi’, per dirla con Terzani: ma lo yoga, quello vero, quello della mucca, dov’è?

La domanda sorge spontanea in un campo dove l’esibizione di titoli assomiglia sempre più pericolosamente a mettere le mani avanti. Quel che è certo è che chi si lascerà guidare da quell’idea intuitiva – ormai comune ai più – di cui parlavamo all’inizio, prima o poi troverà o verrà trovato da ciò che cerca. Chi invece presterà più attenzione del dovuto all’attribuito accanto alla parola Yoga, si prepari a un pellegrinaggio per mille parrocchie.

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