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Francesco Vignotto

C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?

8 Marzo 2019 by Francesco Vignotto 1 commento



Oggi vi è molta attenzione agli aspetti anatomici e biomeccanici degli āsana yogici, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di adattarne la pratica a un pubblico di massa, con tutta la varietà di condizioni fisiche che questo comporta.

Tuttavia, questi aspetti, pur essendo oggi imprescindibili per la pratica e per l’insegnamento, non bastano a spiegare il perché e il come della pratica corporea all’interno dello yoga, che ha come obiettivo non solo l’integrazione dell’insieme corpo-mente, ma il superamento di esso (ovvero: non sono né il corpo né la mente, ma ne sono lo spettatore).

La questione però non riguarda soltanto il quadro teorico e dottrinario entro cui la pratica yogica è tradizionalmente inserita, che peraltro, come spesso abbiamo rilevato, può variare anche in modo significativo. Da un punto di vista strettamente pratico, infatti, i sistemi coinvolti nella pratica degli āsana non sono esattamente gli stessi che vengono coinvolti nell’esercizio fisico comunemente inteso, anche se occasionalmente possono coincidere.

Ad esempio, i concetti di ‘sovraccarico funzionale’ (ovvero lo stress che fornisco al corpo per produrre un adattamento) e di ‘soglia aerobica’ (il momento in cui si ‘rompe il fiato’ passando dal metabolismo anaerobico a quello aerobico) non sono esattamente applicabili allo yoga, che tendenzialmente mira, anche nel sovraccarico, a rallentare il metabolismo energetico piuttosto che accelerarlo, complice, oltre alla ricerca dell’agio persino nello sforzo, la particolare regolazione del respiro: controllo dell’addome e filtraggio alla glottide (ujjayi), estensione delle fasi respiratorie, con conseguente diminuzione del consumo di energia laddove l’esercizio fisico tende temporaneamente a incrementarlo. In altre parole, se pratichiamo āsana anche per ore non varcheremo mai la soglia aerobica, ma non possiamo dire nemmeno che sfrutteremo i processi anaerobici.

Eppure, nonostante si muova secondo modalità che per il comune modo di pensare sarebbero improduttivi, la pratica degli yogāsana produce anche una profonda risposta fisiologica e un notevole effetto di ritorno sulle prestazioni fisiche. E inoltre, un’importante conquista mentale, ovvero la capacità di trovare la stabilità anche nei momenti di maggiore sollecitazione ed eccitazione: non sono né il corpo, né la mente, ma ne sono lo spettatore.

Da cosa dipendono queste differenze? È possibile, nel caso degli āsana, parlare di energia esclusivamente come biochimica (ATP) o dovremmo ricorrere al concetto di energia come… prana? Ammettendo quest’ultima ipotesi, come evitare la vaghezza olistica e l’autosuggestione da un lato, e le alzate di spalle degli scettici dall’altro?

Non è qui il luogo per dare risposte troppo definite, che rischierebbero di creare inutili sovrastrutture e aspettative. Possiamo constatare però che quando togli l’alimentazione e la macchina continua ad andare, significa che il carburante – forse un altro tipo di carburante – ha iniziato a circolare per altre vie. Allo stesso modo, praticando gli āsana si impara progressivamente a utilizzare meno la forza fisica, e più qualcos’altro. Che poi questo qualcos’altro, risalendo molto a monte, sia a sua volta la fonte anche della forza fisica, è un’altra storia ancora.

Anche per questo, durante una lezione di yoga si può assistere spesso a un curioso capovolgimento: praticanti fisicamente ‘dotati’ che arrancano da un lato perché avvezzi alle modalità contrattive; e, dall’altro, praticanti che ‘sulla carta’ dovrebbero essere svantaggiati che invece scoprono inaspettate abilità e libertà dai vincoli gravitazionali.

Ed ecco che a volte è possibile prendersi alcune licenze rispetto a ciò che il chinesiologo raccomanderebbe (ovviamente, chi ci conosce sa che non intendiamo con questo giustificare indiscriminatamente qualsiasi prassi solo perché presentata sotto il cappello yogico).

Potremmo quindi concludere provvisoriamente che lo yoga non solo serve a ‘riabilitare gli invalidi’ (invalidità che Giorgio Invernizzi nell’articolo precedente intendeva a un livello ancora più a monte), ma anche a rivedere i canoni – spesso viziati da logiche devianti – che definiscono l’abilità.

Nel riconoscere la propria inadeguatezza, sorge la vera forza, e quando non sai nemmeno da dove arrivi di preciso, allora significa che non può realmente venire meno.

________________

PS: naturalmente, dato l’ampio ventaglio di declinazioni dello yoga presenti sul mercato, non sempre si incontrerà una pratica che collima con quanto descritto più sopra, in quanto alcuni ‘stili’ propenderanno più verso una pratica aerobica. Senza voler sollevare il dibattito su cosa sia ‘più yoga’ di altro (e senza voler attribuire quanto detto a una specifica scuola o brand), rimandiamo al nostro vecchio articolo Lo yoga in una posizione per inquadrare meglio dal punto di vista storico e filosofico la pratica degli āsana all’interno dello yoga.

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Yoga, o la (re)invenzione di una tradizione: intervista a Marco Passavanti

11 Dicembre 2018 by Francesco Vignotto 2 commenti


Per questa intervista ho voluto rispolverare L’invenzione della tradizione, lettura che risale ai miei ormai lontani anni come studente universitario, perché è un titolo che ricorre spesso nella mia mente quando si parla delle origini dello yoga e dei suoi spesso fumosi rapporti con la pratica odierna.

La raccolta di saggi curata da Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger narrava come negli ultimi due secoli le tradizioni ritenute antiche fossero spesso utilizzate per stabilire una continuità con il passato e rafforzare l’identità e il senso di appartenenza. Nel contesto delle società di massa, tuttavia, erano svuotate dei significati originari. E, particolare di non secondaria importanza, sia le tradizioni, sia il passato a cui si ricollegavano erano spesso il frutto di un’invenzione recente, dal cerimoniale della monarchia britannica ai kilt che contraddistinguevano i clan scozzesi.

Potremmo dire che qualcosa di simile, da un certo punto di vista, è accaduto anche allo yoga moderno? Fino a pochissimi anni fa, lo yoga era ritenuto – fatta eccezione per le derive ‘commerciali’ dello yoga occidentalizzato – un prodotto astorico giunto a noi direttamente dall’antichità vedica. Oggi, grazie agli studi pionieristici degli ultimi anni, sappiamo che le cose non sono andate esattamente così.

Eppure, anche relegare lo yoga come un ennesimo caso di ‘invenzione della tradizione’ è ancora una verità parziale. La realtà che emerge dagli studi in corso è molto più complessa e siamo ben lontani dal poter giungere a conclusioni definitive; si sollevano questioni molto delicate che riguardano temi come l’appropriazione culturale, la spiritualità come mercato, le dissonanze cognitive nella traduzione tra diverse culture ma anche i nuovi significati che nel frattempo lo yoga ha assunto (temi esemplarmente esposti già una decina di anni fa da Federico Squarcini e Luca Mori in Yoga: tra storia, salute e mercato).

Una delle vere novità, nel frattempo, è che questi studi, pur destabilizzando parecchie delle idee sullo yoga, una volta tanto non sembrano allontanare e contrapporre il mondo dei praticanti e il mondo degli studiosi. Ne abbiamo parlato con Marco Passavanti, che può essere considerato uno degli esempi di questo avvicinamento.

Marco è dottore di ricerca in civiltà, società ed economia del subcontinente indiano presso la Facoltà di studi orientali dell’Università ‘La sapienza’ di Roma. Marco ha conseguito il diploma in  lingua e cultura tibetana presso l’IsIAO di Roma ed è autore di diversi studi sulle tradizioni del buddhismo indo-tibetano, tra cui Ippolito Desideri, un gesuita tra i lama del Tibet (2014). Nel 2019, uscirà presso Ubaldini la sua traduzione di Roots of Yoga di James Mallinson e Mark Singleton.

Parallelamente alla formazione accademica, Marco ha coltivato sin da giovanissimo la pratica dello yoga, formandosi con Claude Marèchal, allievo diretto di T. K. V Desikachar, e pioniere della diffusione della tradizione del Viniyoga in Occidente. Attualmente si dedica alla formazione di insegnanti nell’ambito di diversi percorsi formativi presso l’AYCO di Roma e Il Mondo Yoga di Parma.

Marco Passavanti

Perché è importante, oggi, lo studio anche accademico delle tradizioni legate allo yoga, per insegnanti e praticanti? Fino a qualche tempo fa (e in parte anche ora) si rischiava di essere accusati di essere ‘troppo mentali’…

Occorre innanzitutto chiarire un punto: quello che definiamo studio accademico dello yoga consiste principalmente nell’analisi rigorosa dei testi, delle testimonianze storiche e dei discorsi relativi allo yoga, allo scopo di tracciarne le origini, gli sviluppi e gli esiti. Ovviamente, le conclusioni a cui giungiamo non sono mai definitive; nuovi studi, nuovi documenti, nuovo materiale possono mettere in discussione le conclusioni precedenti o aprire nuovi percorsi di ricerca.

Questo metodo di studio aperto e inquisitivo spesso è in conflitto con le narrazioni dogmatiche e le credenze settarie di guru o di istituzioni che si riallacciano a concezioni religiose hindu o buddhiste. Tale conflitto vede a volte contrapposti gli «scholars» e i «practitioners», entrambi diffidenti gli uni degli altri. A mio modo di vedere queste due etichette hanno sempre meno senso oggi: molti studiosi sono anche praticanti, o interessati alla dimensione filosofica ed esistenziale dell’oggetto che studiano, e molti praticanti sono anche studiosi, o quantomeno conoscono e apprezzano gli studi accademici sullo yoga, e in generale sulle religioni e le filosofie dell’Asia. Per quanto riguarda l’Italia, siamo ancora indietro rispetto al mondo anglofono o francofono: molte opere fondamentali sullo yoga e la sua storia sono in attesa di essere tradotte e pubblicate. Ritengo però che la situazione sia destinata a cambiare a breve.

È significativo che in molti corsi di formazione è ormai una consuetudine acquisita includere moduli di introduzione al pensiero indiano tenuti da studiosi accademici. Il detto secondo cui lo yoga è «novantanove percento pratica e un per cento teoria» andrebbe radicalmente ripensato: chi insegna yoga oggi in Occidente non può fare a meno di una solida formazione intellettuale che prevede lo studio dei testi e della storia dello yoga, nonché una riflessione critica sugli sviluppi dello yoga nella modernità.

A mio giudizio, la figura dell’insegnante di yoga dovrebbe essere quella di un operatore culturale a cui spetta il compito delicato di divulgare correttamente concetti, pratiche e dottrine provenienti da un contesto culturale molto differente dal nostro.

Una delle novità più rilevanti di questi ultimi anni per praticanti e insegnanti è il concetto di Modern Yoga o Modern Postural Yoga, ovvero che lo yoga che oggi pratichiamo – compreso quello che rivendica la fedeltà a una tradizione – presenta dei caratteri fortemente innovativi e ibridi rispetto allo yoga premoderno. La domanda però è inevitabile: che cosa è lecito (o plausibile) chiamare yoga e cosa non lo è, oggi? 

Negli ultimi decenni molti studiosi hanno messo in luce, con argomenti difficilmente contestabili, quanto molte forme di yoga praticato in India nel tardo periodo coloniale e oggi in Occidente siano lontane dai modelli premoderni: se uno yogin di duemila, mille, o anche soltanto di duecento anni fa potesse partecipare a uno yoga festival faticherebbe non poco a riconoscere qualcosa di familiare in quello che chiamiamo comunemente yoga.

Se nei modelli antichi è soprattutto l’aspetto della meditazione (dhyāna) a definire lo yoga, oggi «fare yoga» significa nella gran parte dei casi eseguire una serie di posture (āsana), molte delle quali non sono descritte in nessun testo premoderno. Inoltre, quelle poche posture che possono vantare una storia millenaria o centenaria hanno spesso scopi e funzioni che non sempre corrispondono a quelli descritti nei manuali contemporanei.

Lo yoga praticato attualmente in Occidente (e in misura sempre crescente anche in India) è stato perciò definito «yoga posturale moderno», dato che si basa quasi interamente sulla pratica degli āsana. A complicare il quadro c’è il fatto che molti guru o figure di spicco dello yoga posturale moderno rivendicano una fedeltà assoluta al modello tradizionale, richiamandosi a figure come Patañjali.

Per rispondere alla domanda su cosa sia lecito chiamare yoga oggi, bisogna innanzitutto lasciare andare l’idea che esista uno yoga perenne, immutabile, svincolato dalla storia: lo yoga posturale rappresenta uno sviluppo, un adattamento e in certi casi un completo stravolgimento, di modelli indiani precedenti, a loro volta esito di processi lunghissimi di evoluzione.

Non si può comprendere lo yoga di oggi se non si ha un quadro chiaro di cosa è successo in India negli ultimi duecento anni. Lo yoga premoderno (primo tra tutti l’haṭhayoga) ha infatti subito un processo di adattamento e ripensamento nel contatto con idee provenienti dal mondo occidentale: il razionalismo scientifico, l’occultismo e la teosofia, le forme di cultura fisica europee, le idee e le pratiche salutistiche, le medicine alternative e la psicanalisi, la controcultura degli anni sessanta, la new age, eccetera.

Le pratiche di āsana proposte oggi in uno yoga studio di New York o di Milano possono certamente essere definite «yoga», a patto però di rinunciare all’idea che esse rispecchino fedelmente le forme tradizionali. Rispetto al passato sono mutati radicalmente il contesto sociale e gli scopi stessi della pratica. Alcune tecniche sono rimaste quasi invariate, altre sono scomparse, alcune hanno cambiato forma e scopo, o sono state rimpiazzate da pratiche ginniche, calisteniche o sportive di varia provenienza.

Pochissimi yogin occidentali sono asceti casti che vivono di elemosine e aspirano alla realizzazione di poteri sovrannaturali (siddhi) e alla liberazione dal ciclo opprimente delle rinascite (saṃsāra); la maggior parte vive in contesti urbani, ha un profilo su Instagram, un lavoro stressante, una vita affettiva e sessuale, disagi psicologici più o meno importanti, frequenti mal di schiena, e desidera superare indenne la prova costume.

Nel migliore dei casi questo yoga va incontro alla ricerca di senso e alle aspirazioni legittime di chi lo pratica: oggi come ieri esalta il valore di una serie di scelte etiche, di una mente vigile, amorevole e silenziosa, e l’importanza del respiro e del corpo come strumento di lavoro su di sé. Nel peggiore dei casi questo yoga è una delle mille forme di intrattenimento che il mercato propone; un intrattenimento vagamente spirituale ed esotico, o un workout alla moda, destinato prima o poi a essere accantonato o soppiantato da nuovi prodotti, come ogni merce.

L’approccio visivo ha avuto un’importanza capitale sia nella formazione dello yoga moderno, sia nel boom di questi ultimi vent’anni, con una drastica accelerazione dovuta ai social network. Quali pensi siano le ripercussioni di questo fenomeno? Tu ad esempio vieni da una scuola che è in netta controtendenza con questo… 

È innegabile che il successo di molte tradizioni di yoga posturale moderno sia il risultato diretto di un approccio visivo. Per accorgersene basta sfogliare un testo come Light on Yoga di B. K. S. Iyengar, uno dei primi manuali di pratica degli āsana, dove ciascuna delle centinaia di immagini che contiene è divenuta oggi un’icona pop.

I mezzi di comunicazione non fanno che accentuare questa tendenza, con il risultato che lo yoga viene identificato da milioni di persone con l’esecuzione di posture complesse, acrobatiche, che richiedono doti fisiche non comuni e che al tempo stesso, non si capisce bene come, hanno anche una dimensione «spirituale».

La sensazione è che una gran parte degli yogin contemporanei viva come davanti a uno specchio, finendo per essere costantemente impegnata a osservarsi dall’esterno e a essere osservata, nel tentativo faticoso di imitare modelli pressoché irrealizzabili di forza e flessibilità, di allineamento e perfezione estetica.

Dietro tutto questo fenomeno si avverte la tensione e la frustrazione tipica del mondo globalizzato tardo capitalista: la modella e yoga-celebrity che esegue alla perfezione rājakapoṭāsana in un elegante resort a Bali, dall’alto del suo Olimpo ricorda ogni giorno a milioni di persone quali sono le priorità e cos’è la felicità. Il colmo è quando la stessa modella, nei suoi post su facebook, ci esorta ad «accettarci così come siamo», oppure a «realizzare il nostro vero sé», magari con un oṃ śānti finale.

T. K. V. Deiskachar

La tradizione del Viniyoga di Krishnamacharya, trasmessa da suo figlio Desikachar, nella quale mi sono formato e in cui mi sento a casa, rappresenta per molti versi una tendenza contraria: raramente l’insegnante mostra le posture (quasi sempre chiede l’aiuto di un’altra persona), e la pratica degli āsana si basa essenzialmente su posture ordinarie non particolarmente «spettacolari» (anche se in linea generale non sono escluse le posture dette viśeṣa, o «straordinarie»).

Nell’approccio del Viniyoga viene data grande importanza allo yoga individuale, e benché sia dato ampio spazio alla pratica collettiva, si sottolinea sempre la necessità imprescindibile della pratica «solitaria», svolta in uno spazio intimo e appartato. A ben vedere, questo è il modo in cui la pratica dello yoga è stata intesa per millenni: alcuni passi della Haṭhapradīpikā o della Gheraṇḍasaṃhitā (per menzionare solo i testi più noti) raccomandano allo yogin di praticare in reclusione, lontano da occhi indiscreti e distrazioni sociali, e forniscono istruzioni dettagliate sullo spazio della pratica. Siamo lontanissimi dai megaraduni a Times Square e dalle pose su Instagram o Facebook.

L’approccio visivo induce a un’altra riflessione: è plausibile un esoterismo di massa, o il massimo che abbiamo ottenuto è un po’ di inevitabile folklore?

Un esoterismo di massa è di per sé un ossimoro. L’esoterismo per definizione presuppone un’élite di «iniziati» e una massa di «profani». È indubbio che lo yoga sia nato in un contesto esoterico, o quantomeno sia stato elaborato e trasmesso all’interno di gruppi ristretti ed esclusivi, spesso vincolati a voti di segretezza.

Helena Petrovna Blavatsky

Le opere di teosofi come Blavatsky, Bailey e Leadbeater, di figure come Guénon, Vivekananda, Aurobindo, Jung, Avalon, Eliade, Evola, Osho, di tantissimi altri autori appartenenti alla galassia new age o della «nuova spiritualità», hanno fatto conoscere a un pubblico vastissimo idee e pratiche esoteriche tramandate all’interno delle tradizioni religiose asiatiche, contribuendo in modo significativo a orientare e spesso a distorcere la percezione che oggi abbiamo di esse.

In molti casi si tratta di fenomeni di appropriazione culturale: si colgono elementi decontestualizzati di un’altra cultura, si interpretano selettivamente i documenti (spesso basandosi su pessime traduzioni), e si organizza il materiale secondo una propria agenda, o seguendo le mode culturali del momento. L’inevitabile «folklore» che ne scaturisce balza subito agli occhi degli osservatori più attenti: gli onnipresenti Gaṇeśa negli yoga studio, il tantra per coppie, lo yoga sciamanico, il karma e la legge di attrazione, le frasi che il Buddha non ha mai detto, gli oṃ sulle magliette, i namastè, i saponi e i profumi abbinati ai cakra, i trattamenti «energetici», i kirtan mal pronunciati e mal tradotti, eccetera, eccetera. Uno dei contributi fondamentali delle discipline accademiche che studiano le culture asiatiche è stato quello di aver messo in luce questi fenomeni, dimostrando quanto i processi di appropriazione culturale abbiano condizionato la nostra percezione.

Provo a esagerare un po’: la salute totale, la perfetta simmetria del corpo, la rimozione dell’impuro, il rilassamento e la meditazione per essere più efficienti e sopportare più stress al lavoro, il controllo delle emozioni, il controllo del respiro, il controllo dei pensieri, il controllo degli sfinteri. Quanto è alto il rischio che lo yoga di massa – e le motivazioni che lo alimentano – producano generazioni di nevrotici che sanno fingere più o meno bene di non esserlo? 

È una domanda complessa a cui non è facile dare una risposta. Non c’è dubbio che l’aspetto del controllo sia una parte fondamentale della disciplina yogica sin da tempi remoti: molte tecniche dello yoga sembrano voler andare in una direzione opposta al corso delle cose, controllando il respiro, la postura, i sensi, la mente, il processo della morte, a volte sfidando le leggi stesse della natura.

Nello yoga premoderno, come praticato ad esempio in India o in Tibet, questo aspetto del controllo, dell’«aggiogare», ha tuttavia una precisa funzione soteriologica ed è posto all’interno di una cornice più ampia, di una precisa visione del mondo. Al contrario, nello yoga contemporaneo transnazionale questo aspetto del controllo è spesso decontestualizzato, e i suoi scopi variano notevolmente rispetto a quelli tradizionali.

L’odierno lifestyle yogico, fatto di salutismo, veganesimo, pensiero positivo, apertura del cuore, terapie alternative e routine quotidiane è un fenomeno dalle mille sfaccettature. C’è chi giustamente aspira a vivere una vita sana e a ritrovare la salute, c’è chi non si arrende al grigio e vuole sentirsi vivo, o ancora c’è chi cerca di combattere lo stress e di trovare, almeno per un’ora, un po’ di tranquillità, per quanto relativa. A volte però il ricorso a tecniche yogiche o meditative si rivela un cavallo di troia che può nascondere ogni genere di nevrosi, trasformandosi in un rituale giornaliero ossessivo e narcisistico, o in una ricerca spasmodica di visibilità, o ancora in una dose quotidiana di endorfine.

Baba Ramdev, il perfetto rappresentante dello yoga come soft power nell’India contemporanea

Lo Yoga è oggi anche un formidabile strumento di propaganda da parte del governo nazionalista indiano. Quando vedo insegnanti di yoga leggere durante l’IYD il messaggio del Primo Ministro Modi ho un brivido… Credi che esista il pericolo per i praticanti di fare da grancassa all’hindutva, nell’ingenua convinzione che tutto ciò che arriva dall’India sia buono? 

Credo sia un rischio concreto e decisamente sottovalutato. È evidente che l’attuale governo indiano usi lo yoga in chiave identitaria, arrogandosi il diritto di stabilire cosa sia il «vero yoga» tramite il Common Yoga Protocol. È un’operazione che implica una radicale idealizzazione dell’India vedica, e in generale della tradizione hindu. Ci si rifà al «buon tempo antico», quando la società indiana era rigidamente e armoniosamente divisa in classi e aderiva ai principi del sanātanadharma, non c’erano mussulmani, buddhisti, inglesi e comunisti, tutti praticavano lo yoga, si curavano con l’āyurveda ed eseguivano la sequenza del sūryanamaskāra ogni mattina.

Ovviamente quest’India non è mai esistita; è un mito identitario al pari della Roma dei Cesari sotto il fascismo. Purtroppo, è un mito a cui credono ingenuamente anche molti occidentali poco informati e affascinati dall’India, immaginata come una terra di eterna saggezza dove tutto è «spirituale» (anche il sesso!), lontanissima dal gretto Occidente cristiano, corrotto e materialista.

Parliamo del corpo sottile: lo yoga moderno lo implica e ne disquisisce spesso come di una realtà anatomica di cui siamo dotati per nascita – spesso stabilendo rapporti più o meno plausibili con l’anatomia fisica. D’altro canto, gli studi sulle tradizioni tantriche ci mostrano una realtà più complessa, simbolica e iniziatica. È possibile un punto di incontro, oppure i modelli epistemologici sottostanti alle pratiche tradizionali sono inservibili al praticante di yoga moderno?  

Il tema del «corpo sottile» (sarebbe più corretto definirlo «immaginale» o «yogico») è un ambito in cui vediamo all’opera quelle dinamiche di appropriazione culturale di cui abbiamo appena parlato. Nelle tradizioni yogiche tantriche e nel successivo haṭhayoga il corpo immaginale è un sistema che ha senso solo se teniamo conto delle concezioni metafisiche e dottrinali delle diverse scuole; si tratta a tutti gli effetti di un modo di «incarnare» la propria tradizione di riferimento.

Il corpo yogico è infatti una realtà che viene creata dallo yogin nel rituale e nella meditazione, e si basa su un complesso processo di evocazione meditativa (bhāvanā). Nello yoga moderno questo tema viene completamente reinterpretato e spesso stravolto, secondo una modalità creativa e in certi casi dilettantistica.

In Occidente le concezioni relative al corpo sottile hanno di fatto cominciato a vivere di vita propria, svincolandosi quasi completamente dalle concezioni premoderne. Una serie di autori, a cominciare dai teosofi e da molti guru neo-hindu, hanno utilizzato il modello dei cakra, delle nāḍī, del prāṇa e della kuṇḍalinī, ed esposto in una manciata di testi antichi, come un’utile griglia simbolica che può includere ogni sorta di associazioni.

È utile dare una scorsa alla bibliografia contenuta nei manuali sui cakra oggi più venduti: oltre all’immancabile Arthur Avalon, si tratta sempre di letteratura secondaria, di autori occidentali e di guru indiani moderni, quasi mai di testi antichi. In sostanza ci si basa su una catena di interpretazioni di altre interpretazioni per operare una sorta di bricolage esoterico in cui ciascuno è libero di assemblare come meglio crede elementi eterogenei dalle provenienze più disparate: cakra, note musicali, ghiandole endocrine, tarocchi, divinità pagane, rune, arcangeli, pietre e cristalli, eccetera.

Il sistema a sette cakra, divenuto il modello oggi universalmente riconosciuto

Il sistema del corpo sottile è qui concepito, nelle sue versioni più ingenue, come un sistema perenne, innato, legato soltanto in modo accidentale alla cultura che lo ha prodotto. Si tratta di un’operazione tutto sommato innocua se si ha ben chiaro che si tratta di evoluzioni moderne che hanno soltanto una vaga relazione con i modelli antichi.

Se però riteniamo che i bestseller di Anodea Judith o di Deepak Chopra riflettano «l’antica scienza dei cakra» stiamo prendendo un grosso abbaglio. Cosa dovremmo fare dunque se volessimo praticare oggi le tecniche tradizionali di evocazione del corpo yogico? Provo a dare una risposta riferendomi alla tradizione che conosco meglio, quella del Vajrayāna, così come praticato oggi nelle scuole tibetane. È innanzitutto necessario un guru competente che, dopo averci insegnato una serie di pratiche preliminari (che richiedono anni), impartisca iniziazioni e istruzioni, e che ci guidi in un complesso processo meditativo, che solitamente comprende lunghi periodi di pratica intensiva (non basta qualche seminario di un weekend).

Questo processo prevede complesse ed elaborate visualizzazioni, il controllo del respiro e la recitazione di mantra. Ci sono molti occidentali che hanno scelto di intraprendere queste pratiche, ma in questo caso si tratta di un salto culturale notevole, dal momento che implica la conversione a una religione, e l’adesione totale a un sistema di valori.

Roots of Yoga, che hai tradotto e che uscirà in italiano nel 2019, è importante non solo per le strade che ha aperto nel rintracciare l’origine dello Yoga premoderno (oltre ad aver sfatato il mito di un’unica origine e un’unica tradizione ininterrotta), ma anche per quelle che non ha indagato o ha appena accennato. Quali sono secondo te le direzioni e le tradizioni che potrebbero essere ulteriormente indagate?

L’importanza di un’opera come Roots of Yoga è stata quella di svecchiare di almeno cinquant’anni il panorama degli studi sullo yoga, divulgando una mole enorme di traduzioni di testi originali finora noti soltanto a pochi specialisti, e includendo nella sua sterminata bibliografia tutti i migliori studi oggi disponibili sullo yoga. Si tratta di un libro che manda definitivamente in pensione testi come Yoga, immortalità e libertà di Eliade, che al confronto appare ormai irrimediabilmente datato. Mi ritengo fortunato ad avere avuto l’onore e il piacere di tradurre questo libro, dal quale non smetto di trarre suggestioni e spunti di riflessione e ricerca.

Come è ovvio, lo yoga è un fenomeno troppo complesso per poter essere trattato in modo esaustivo nell’arco di cinquecento pagine. L’opera si concentra molto sulle tradizioni medievali dell’haṭhayoga, e trascura in parte le tradizioni buddhiste (soprattutto quelle della scuola Yogācāra) che, com’è ormai assodato, hanno dato un contributo fondamentale all’evoluzione delle dottrine yogiche.

Affresco del Tempio Segreto dei Lama del Dalai vicino al Palazzo del Potala, Lhasa, Tibet.

Tu sei un tibetologo, oltre a essere un indologo. Vi sono dei collegamenti possibili tra la tradizione dello haṭhayoga e quella tibetana? Penso ad esempio a quello che oggi è chiamato Yantra Yoga (che, suppongo, nelle versioni popolarizzate abbia subito l’influenza dello yoga moderno di origine indiana)…

Così come un latinista è per forza anche un grecista, un tibetologo è per forza anche un indologo, dato che la cultura e la religione del Tibet affondano le loro radici in India. Lo yantra yoga, in tibetano trulkhor (‘phrul ‘khor), è un sistema (o meglio una serie di sistemi) di yoga fisico, che prevede l’esecuzione di differenti posture dinamiche, di tecniche respiratorie e di manovre che in alcuni casi ricordano gli āsana, i kumbhaka e le mudrā dell’haṭhayoga. Il rapporto tra i due sistemi non è affatto chiaro, e i pochi studiosi che se ne occupano non sembrano ancora essere giunti a conclusioni definitive.

Lo yantra yoga è una pratica a tutt’oggi segreta, legata alle fasi più avanzate dello yoga tantrico, e come tale riservata agli iniziati, che si impegnano a non divulgarne i dettagli. Alcuni pionieri, come Namkhai Norbu e Tenzin Wangyal, hanno deciso di insegnare a un pubblico più vasto almeno una parte di questi esercizi, ma in molte altre scuole (come ad esempio le scuole Kagyu) sono ancora pratiche vincolate rigidamente al segreto iniziatico. So che nel 2019 verrà pubblicato uno studio di Ian Baker, intitolato Tibetan Yoga, che probabilmente chiarirà alcuni punti oscuri e farà certamente discutere. In un futuro più o meno prossimo molte tradizioni di pratica dello yantra yoga avranno certamente una diffusione più ampia, e forse seguiranno il destino di molte pratiche yogiche indiane, che sono uscite ormai da tempo dalla dimensione esoterica e iniziatica.

Sarà interessante osservare questa fase di passaggio, e le eventuali trasformazioni e adattamenti che subirà la pratica nel momento in cui a coltivarla non saranno più yogin buddhisti in ritiro ma praticanti laici occidentali. Chissà se anche in quel caso ci sarà una corsa al marchio registrato…

Un’ultima domanda: ci sarebbe quella faccenda delle campane tibetane… 

…le famose campane tibetane che i tibetani non conoscono! L’ambiente dello yoga e delle spiritualità alternative, il mondo olistico e i centri benessere risuonano costantemente delle loro «vibrazioni». Un fatto è certo: queste campane non sono utilizzate né hanno una funzione particolare all’interno dei rituali o delle pratiche religiose tibetane tradizionali. Sfido chiunque a dimostrare il contrario.

Si tratta ancora una volta di un fenomeno innocuo e tutto sommato divertente di appropriazione culturale: oggetti di fabbricazione nepalese (penso fossero usate come ciotole) hanno catturato l’immaginario occidentale con il loro esotico tintinnio, e frotte di hippie di ritorno da Kathmandu le hanno fatte conoscere al mondo.

Attribuire a questi manufatti una remota antichità, immaginare che venissero usate nei monasteri del «mistico Tibet» per espandere la coscienza, impiegarle nei «massaggi sonori», magari collegandole ai vari cakra (rigorosamente sette, anche se i tibetani utilizzano in genere sistemi di quattro), può giustificare in parte il loro prezzo esorbitante, e permette di aggiungere al nostro bricolage spirituale un elemento esotico di sicuro impatto.

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Ridimensionando lo Iyengar che è in me

22 Ottobre 2018 by Francesco Vignotto 26 commenti


Ovvero dell’autorità, dell’idealismo, dell’irrealizzabile perfezione che sfugge sempre più in là per chi cerca di allinearsi a un solo piano.

C’è un’immagine che mette a confronto il giovane B. K. S. Iyengar del 1934 e quello ottuagenario del 2003. Il titolo celebra quasi sovieticamente i progressi compiuti negli anni nel perfezionare Utthita Trikonāsana, la posizione estesa del triangolo:

Non possiamo conoscere ciò che è accaduto interiormente all’autorevole insegnante nel lasso di tempo che separa le due immagini. Quello però che risalta – e probabilmente è intenzione degli illustratori evidenziare – è che abbia esteso la posizione al limite della stabilità, che tutto sia, fisicamente parlando, ‘di più’ nel tentativo di oltrepassare i limiti fisiologici attraverso il corpo stesso.

L’insegnante di fama mondiale del 2003 sembra anzi quasi essere riuscito a realizzare la sua stessa direttiva, secondo cui in questa posizione “il dietro delle gambe, del petto ed i fianchi dovrebbero essere su una sola linea”.1B. K. S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga (Light on Yoga), Mediterranee, 199 L’indicazione è anatomicamente improbabile e biomeccanicamente esasperata, ma è perfettamente rappresentativa, nel bene e nel male, della personalità di Iyengar; nondimeno, essa è presente in maniera più o meno letterale su moltissimi manuali di āsana che mi sia capitato di consultare, tanta è stata l’influenza del maestro di Pune.

A quanto mi sia dato sapere (ma sono pronto a essere smentito) non abbiamo raffigurazioni o descrizioni di questa posizione prima dello Yoga Posturale Moderno. Tuttavia, prima del paradigma imposto da Iyengar sembra che Trikonāsana fosse più simile alla versione del ’34 che a quella del 2003. Qui, ad esempio, il suo maestro Krishnamacharya:2La prima immagine è tratta dal suo Il nettare dello yoga, a cura di Marco Passavanti, Ubaldini, 2013

Tra le esecuzioni ‘alternative’ di Trikonāsana, quella di Swami Satchidananda appare particolarmente ‘involuta’ secondo gli standard odierni:

Secondo la testimonianza di una allieva (qui), nello Integral Yoga Institute fondato dallo stesso Satchidananda la posizione è oggi praticata in maniera più simile alla versione ‘estesa’ (Utthita) di Iyengar.

Non è intenzione di questo articolo stabilire cosa sia corretto e cosa sia sbagliato, anche perché il mio personale parere è che la stessa posizione offra ampi margini di creatività nel momento in cui viene suonata da strumenti diversi.

Tuttavia, sarebbe un vero peccato se una estrema varietà di approcci andassero persi nel tempo per uniformarsi a un modello dominante. E se vi è un paradigma che ha dominato nella pratica dello yoga moderno posturale è quello massimalista, secondo cui gli effetti (benefici) di una posizione sono proporzionali alla sua espressione fisica, alla sollecitazione quantitativa del corpo e alla definizione dettagliata dei suoi allineamenti.

Sicuramente, B.K.S. Iyengar è uno dei maggiori artefici e responsabili di questo filone. La sua autorità ha anzi assunto con gli anni un carattere prescrittivo spesso categorico. Iyengar ha anche alzato sensibilmente gli standard performativi, per cui tutto ciò che passa al di sotto dell’asticella alzata appare preparatorio e compensatorio, incompleto, ‘in vista di’ colmare l’handicap.

Per questo, oggi, da bravi studenti allevati a Light on Yoga (lo è stato anche chi scrive), quando vediamo la Trikonāsana di Krishnamacharya o di Satchidananda non possiamo evitare di notare la gamba destra leggermente flessa, il bacino visibilmente ruotato o la povertà nell’apertura delle gambe. Siamo abituati a un rigore formale assoluto, difficilmente ci sfiora l’ipotesi che quelle apparenti irregolarità o ristrettezze siano proprio ciò che rende vitale la posizione. Ma viverla, la posizione, non è possibile, quando è tutto posticipato a quando ogni particolare sarà al suo posto.

Intendiamoci: l’icona di Iyengar ha avuto un’importanza innegabile nella diffusione e nella evoluzione dello Yoga Posturale Moderno e sicuramente la sua eredità è imprescindibile. L’uomo che emerge dalle testimonianze e dal lavoro, anche al netto delle intemperanze di cui parleremo più sotto, è sicuramente in buona fede e dotato di una tempra e una determinazione non comuni  (ben più pesanti sono, ad esempio, le ombre che gravano sul suo co-allievo di gioventù e alter ego Patthabi Jois, recentemente al centro di un #metoo interno al mondo dello yoga che in Italia ha ricevuto poca eco).

Tuttavia, proprio perché l’influenza di Iyengar è stata unidirezionale verso un ‘di più’ dal quale sembra difficile far ritorno (e anche le varie modalità restorative lo sono in riferimento al suo standard), ritengo che vi siano alcuni aspetti del suo lascito da storicizzare e da leggere nel quadro della sua biografia, invece che in quello atemporale della autorità indiscussa (il famoso ‘because Iyengar’, che indica qualsiasi direttiva ormai entrata nella prassi comune yogica che non ha alcuna altra evidenza tranne l’autorità del maestro di Pune).

È insomma legittimo domandarsi se davvero la sua Trikonāsana sia il punto di arrivo, o ciò che è desiderabile per il corpo di ognuno.

Un contorsionista di inizio ‘900 a confronto con B. K. S. Iyengar. I complessi rapporti tra lo Yoga Posturale Moderno e la cultura fisica indiana e occidentale sono stati affrontati da Mark Singleton in Yoga Body: the origin of modern postural practice (2010, di prossima pubblicazione in italiano presso Mediterranee), da cui queste immagini sono tratte.

Contenuti

  • “Su una sola linea”
  • Intemperanze
  • Afferrando la frusta

“Su una sola linea”

Quando si afferma che Iyengar ha portato la pratica delle āsana a livelli mai prima raggiunti, occorre considerare che ciò è spesso stato tragicamente.

In primo luogo, perché la preminenza abnorme della āsana nello yoga, che oggi si imputa spesso alle commercializzazioni occidentali, ebbe proprio in Iyengar il principale artefice. Fu solo in un secondo momento che Iyengar sovrappose al proprio metodo di lavoro la soteriologia degli Yoga Sutra di Patanjali, che di per sé non si occupano di āsana se non fugacemente e in modo preliminare,  e che Iyengar lesse solo negli anni Sessanta, quando iniziò la stesura di Light on Yoga (il celebre Teoria e Pratica dello Yoga).

Iyengar non fu l’unico ad appellarsi all’autorità di Patanjali senza variare l’approccio essenzialmente posturale – come ha notato Singleton si tratta anzi di un tòpos molto comune nello yoga moderno per autolegittimarsi e rivendicare l’appartenenza alla tradizione – ma la sua enorme influenza ha contribuito più di altri a creare uno scollamento tra teoria e pratica gravido di dissonanze.3Vedi Eric Shaw, Seizing The Whip, citato più oltre, ma anche, per quanto riguarda il clima culturale in cui Iyengar ricevette la propria formazione, il fondamentale Yoga Body di Mark Singleton.

Scuola Iyengar di Pune, 2006, da Michael O’Neill, Sullo Yoga: l’architettura della pace, Taschen, 2015

In secondo luogo, l’avanzamento iyengariano fu tragico perché impose un’idea di allineamento intrinseco delle āsana (è il corpo che si deve adattare alla posizione) basata su principi che non trovano riscontro nella realtà biomeccanica del corpo umano. Alcuni mesi addietro, Leslie Kaminoff,  autore del celebre Yoga Anatomy, propose una revisione di questa nozione di allineamento, anche a fronte del non-più-segreto numero crescente di insegnanti di yoga che ogni anno si sottopongono a operazioni di sostituzione dell’anca:

Negli ultimi 62 anni in America, un sistema di insegnamento delle āsana – quello di Iyengar – ha mantenuto un monopolio virtuale nella conversazione su ciò che costituisce il corretto allineamento nelle āsana. Dal mio punto di vista, i tempi sono maturi per mettere in discussione l’assunto che le direttive idealizzate e geometriche siano lo scopo ultimo delle āsana yogiche. Se non vi sono linee rette nel corpo, perché cerchiamo sempre di “squadrare il bacino” o “mettere i piedi in parallelo”?

Come Kaminoff osserva, tale impostazione rispondeva al punto di vista adottato da Krishnamacharya negli anni Trenta del secolo scorso, durante la formazione di Iyengar; ironicamente (e l’ironia apparirà feroce alla luce di quanto narrato in seguito), negli anni Sessanta, proprio durante l’ascesa mondiale di Iyengar, lo stesso Krishnamacharya cambiò radicalmente prospettiva (è la pratica che si deve adattare alla persona), dedicandosi unicamente all’insegnamento individuale.

Ovviamente, nello yoga esistono molte pedagogie, ognuna delle quali si basa su presupposti differenti e potenzialmente discutibili, e il metodo Iyengar codificato negli anni ha elaborato le sue strategie e i suoi protocolli per adattare la pratica a un vasto pubblico da parte di insegnanti qualificati.

Tuttavia – sia concessa un’altrettanto discutibile osservazione – l’adozione di protesi e supporti, in questo quadro di riferimento, non parte dai migliori dei presupposti, ovvero che il comune praticante sia in partenza menomato di fronte all’archetipo irraggiungibile della postura.

Intemperanze

Per comprendere meglio l’origine della psicologia iyengariana e la sua popolarizzazione, è interessante andare a rileggere il documentato ritratto di Eric Shaw, basato sulle memorie stesse di Iyengar, in cui emerge il travagliato rapporto proprio con il mentore e maestro Tirumali Krishnamacharya (d’ora in poi indicato anche come K.).

Quale marito di sua sorella, nel 1934 Krishnamacharya accettò di prendere sotto la propria tutela l’allora quindicenne Iyengar e divenne la sua sola figura paterna. A quell’epoca, K. era al servizio del maharaja Navaldi Wadiyar di Mysore per il quale svolgeva opera di educazione e propaganda della cultura fisica indiana, di cui il neo haṭhayoga dell’epoca era espressione.

K. in quegli anni era noto tra i suoi studenti per avere un carattere molto difficile. Poteva chiedere di assumere qualsiasi āsana in qualsiasi momento, e l’allievo era costretto a obbedire. Se commetteva un errore, le punizioni andavano dalle percosse al digiuno forzato. Ma la violenza di K. poteva manifestarsi benissimo senza alcun motivo apparente. Secondo le testimonianze di numerosi allievi dell’epoca, Iyengar compreso, il suo comportamento era del tutto imprevedibile, e questo alimentava ancor di più il clima di terrore che lo circondava.

B. K. S. Iyengar e Krishnamacharya, da adulti.

Iyengar, vivendo con lui ed essendo obbligato ad obbedirgli secondo gli stringenti vincoli familiari indiani, non disponeva di margini per sfuggire alle sue angherie, che si prolungavano anche tra le mura domestiche, tanto che in una occasione tentò il suicidio.

In realtà, Krishnamacharya concesse a Iyengar solo pochissime lezioni effettive, tutte incentrate sulle āsana. Secondo lo stesso Iyengar, il maestro non scese mai negli aspetti più sottili della disciplina, né in dettagli filosofici. Più tardi, pur riconoscendo K. come suo maestro, rivendicò che il proprio insegnamento fosse frutto di ciò che aveva imparato da solo.

Nonostante avesse ricevuto poche istruzioni dal maestro, Iyengar, grazie al suo impegno infaticabile e solitario, venne coinvolto nelle innumerevoli dimostrazioni pubbliche che K. teneva per conto del proprio mentore. Shaw riporta che nel 1935, a Madras,

Krishnamacharya gli chiese di eseguire Hanumāsana, la spaccata frontale completa, ma Iyengar protestò che la sua biancheria intima non glielo permetteva. “Era stata cucita con tanta fermezza dai sarti che nemmeno il dito di una mano poteva attraversarla.” K. rimase inamovibile e chiese delle forbici. La biancheria fu tagliata. Iyengar eseguì la posa. Si strappò entrambi i muscoli posteriori delle cosce: “Non potei camminare per due anni”.

Secondo Shaw, gli abusi di Krishnamacharya furono perdonabili e di natura minore, imputabili al carattere difficile e autoritario del maestro. Tuttavia, “ebbero riverberi duraturi nello Yoga Moderno attraverso i loro effetti sul suo allievo più famoso”.

La tesi di Shaw è infatti che il tormentato rapporto con Krishnamacharya avrebbe alimentato il perfezionismo maniacale del giovane Iyengar, che dedicandosi alla pratica delle āsana per dieci ore al giorno (“Asana is my deity” dichiarerà più tardi4Iyengar, B. K. S., 2000-08, Astadala Yogamala (Collected Works), vols. 1, 5, 6, 7 : Articles, Lectures, Messages, New Delhi: Allied Publishers Limited) cercava così di ricevere l’approvazione dell’esigente e venerato maestro.

Iyengar ebbe modo di sfuggire alla violenta figura paterna proprio quando, di lì a poco, gli si offrì l’occasione di assumere lo stesso ruolo del proprio aggressore, ossia di diventare un insegnante di yoga e di guadagnarsi da vivere attraverso questa mansione, cosa che all’epoca era tutt’altro che comune.

Ma anche quando si allontanò dal maestro, superandolo addirittura dal punto di vista delle capacità fisiche, il perfezionismo ossessivo nelle āsana rimase il suo marchio di fabbrica. È peraltro da notare come esistano numerose testimonianze (tra cui quella di Gabriella Cella5”Ho seguito le lezioni di Iyengar, ammirata dalla sua forza marziale […] anche se il bastone che batteva vigorosamente sulle ginocchia degli allievi in una Trikonāsana imperfetta e le cinghie con cui legava le gambe per mantenere Padmāsana, non mi davano proprio l’idea di un percorso yoga” da G. Cella Al-Chamali, I segreti dello Yoga: manuale pratico di Yoga Ratna, Rizzoli, 2011) delle spigolosità caratteriali che Iyengar ereditò dal maestro, elaborandole in un approccio spesso intimidatorio e violento, di cui il filmato che segue, risalente con probabilità agli anni ’90, mostra un esempio.

In occasione della sua morte, nell’agosto del 2014, il Times of India lo descrisse

sempre incollato al suo credo molto criticato – che il corpo ha bisogno di amore duro per essere spinto a calci nella consapevolezza. Alcuni dei suoi studenti americani hanno scherzato sul fatto che le sue iniziali BKS fossero “beat, kick and slap”. Ma era una linea seguita dalla maggior parte degli insegnanti della scuola di Iyengar. Gli studenti dovevano lasciare il loro ego alla porta e se non riuscivano a superare l’abuso, smettevano. Non sorprendentemente, il livello di attrito nelle prime classi era alto. Ma per coloro che hanno imparato lo zen a forza di pugni, i suoi metodi erano avvincenti.
“Non è con voi che mi arrabbio, non siete voi che prendo a calci. È il ginocchio, la schiena, la mente che non stanno ascoltando”, avrebbe detto durante i suoi discorsi stracolmi in occasioni festive.

Per sfuggire al proprio aggressore, Iyengar lo aveva introiettato incorporandone gli aspetti più fanatici ed erigendoli a sistema. Scrive ancora Shaw:

L’impegno di Iyengar lo ha trasformato in un’icona inattaccabile per la perfezione del suo lavoro.
Idealismo e ortoprassi definiscono il suo metodo.
La ristrettezza di questa visione ha modellato il suo stile di insegnamento e le sue convinzioni, e il suo approccio pedagogico, colorato dalla sua esperienza con Krishnamacharya, fu trasferito a legioni di seguaci.
A causa del profondo potere della personalità di Iyengar e dell’autorità che ha
guadagnato dalla sua lunga, fedele e singolare attenzione, ha ridefinito lo yoga come postura allineata per gran parte del mondo dello yoga moderno.

Afferrando la frusta

Scuola Iyengar di Pune, 2006, da Michael O’Neill, Sullo Yoga: l’architettura della pace, Taschen, 2015

Ora, cominciamo a calare il sipario su Bellur Krishnamachar Sundararaja Iyengar. Il reale argomento di questo articolo non è infatti lo Iyengar in sé, ma lo Iyengar in me (e in te, e in lui, e in lei: in tutti noi). Non a caso, il saggio di Shaw è intitolato Seizing the whip, ispirato al celebre racconto-aforisma kafkiano in cui l’animale “strappa di mano la frusta al padrone e si frusta da sé per diventare padrone e non sa che questa è soltanto una fantasia prodotta da un nuovo nodo nella correggia della frusta del padrone”.

Oggi, ovviamente, i metodi di insegnamento appena descritti non sono proponibili. Tuttavia, la tentazione di frustarsi da sé nell’illusione di diventare padroni esercita ancora una notevole attrattiva.

Lo è, se pensiamo alla indefessa disciplina a cui si sottopongono milioni di praticanti che ogni giorno documentano attraverso i social network i propri progressi, inseguendo il mito di un allineamento sempre più definito e una postura sempre più ‘avanzata’. Non dimentichiamo che Iyengar fu essenzialmente, per tutta la sua vita, un uomo eminentemente di spettacolo, perennemente sotto i riflettori tra pubbliche esibizioni e servizi fotografici che ne hanno documentato le performance persino negli ultimi giorni di vita, come se sopravvivesse un riflesso condizionato dell’ambiente altamente competitivo in cui si trovò in un primo tempo a insegnare, penalizzato dall’assenza di qualifiche e dalla povera estrazione sociale, che ricordò così:

La vanità era nei miei allievi e in me. Se dovevo dimostrare la mia superiorità, naturalmente dovevo dimostrare la mia vanità ancora di più… potevo vedere che i miei allievi riuscivano meglio di me, e ciò mi diede la motivazione per fare ancora meglio6Iyengar, B. K. S., 2009, Yoga Wisdom and Practice, New York: D. K. Publishing

Questa foto e quella di copertina sono di Aditya Kapoor e sono le ultime immagini di B. K. S. Iyengar prima del suo decesso nell’agosto 2014, all’età di 95 anni.

La tentazione dello Iyengar-in-me di afferrare la frusta è viva nel presupposto che nella pratica delle āsana il di più, in senso lineare e idealizzato, sia per forza più efficace, a discapito delle micro- e macro- lesioni, dei dolori cronici che sempre più praticanti accumulano negli anni, pur continuando indefessi a praticare e proporre le stesse procedure che li hanno provocati.

Ma la tanto agognata e irrealizzabile perfezione nel corpo, sempre posticipata un po’ più in là, il mai essere pronti ad accedere al livello ulteriore, stanno lì, a dimostrare che la frusta è ancora saldamente nelle mani del padrone, e stai saltando secondo il ritmo da lui dettato.

Alignment is enlightment è un motto molto popolare nell’ambiente olistico moderno, e lo Iyengar-in-me ha la propensione a prenderlo terribilmente alla lettera. Ma siccome in questo mondo l’allineamento non arriverà mai, anche l’illuminamento rimane tantalicamente negato. Chissà perché, le verità espresse in rima, oltre che essere spesso intraducibili in altre lingue, lo sono anche nella realtà.

Note[+]

Note
↑1 B. K. S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga (Light on Yoga), Mediterranee, 199
↑2 La prima immagine è tratta dal suo Il nettare dello yoga, a cura di Marco Passavanti, Ubaldini, 2013
↑3 Vedi Eric Shaw, Seizing The Whip, citato più oltre, ma anche, per quanto riguarda il clima culturale in cui Iyengar ricevette la propria formazione, il fondamentale Yoga Body di Mark Singleton.
↑4 Iyengar, B. K. S., 2000-08, Astadala Yogamala (Collected Works), vols. 1, 5, 6, 7 : Articles, Lectures, Messages, New Delhi: Allied Publishers Limited
↑5 ”Ho seguito le lezioni di Iyengar, ammirata dalla sua forza marziale […] anche se il bastone che batteva vigorosamente sulle ginocchia degli allievi in una Trikonāsana imperfetta e le cinghie con cui legava le gambe per mantenere Padmāsana, non mi davano proprio l’idea di un percorso yoga” da G. Cella Al-Chamali, I segreti dello Yoga: manuale pratico di Yoga Ratna, Rizzoli, 2011
↑6 Iyengar, B. K. S., 2009, Yoga Wisdom and Practice, New York: D. K. Publishing
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Il praticante di yoga avanzato

5 Settembre 2018 by Francesco Vignotto 2 commenti


(Questo articolo è dedicato a chi chiama un centro yoga e chiede se può frequentare lo stesso anche se non l’ha mai fatto prima, oppure se è abbastanza bravo per partecipare alla lezione delle 19:00)


Ogni tanto suona il telefono, ed è: “Salve, sono un praticante di yoga avanzato”.

Tra le frasi che ci mettono in imbarazzo, questa occupa sicuramente i primi posti, in primo luogo perché non abbiamo un corso per praticanti di yoga avanzati (abbiamo, per chi lo vuole, delle ore di meditazione e di prāṇāyāma, ma nessuna dicitura che assicuri lo scatto di livello). In secondo luogo, perché riteniamo che un praticante di yoga veramente avanzato, se esistesse qualcosa di simile, non direbbe mai “Sono un praticante di yoga avanzato”, per cui ci domandiamo chi davvero ci sia dall’altra parte del telefono.

Il problema è, nello yoga, definire cosa sia un praticante avanzato. È forse qualcuno che si allunga di più e fa posizioni ‘avanzate’? (Se la risposta è sì, si veda il post scriptum #2). Qualcuno che trattiene il respiro per tanto tempo? Qualcuno che conosce gli Yoga Sutra a memoria o sa recitare un mantra per molte ore? Oppure qualcuno che manifesta poteri psichici o particolari doti di santità e autocontrollo, ammesso e non concesso che la nostra idea di santità corrisponda a quella di uno yogi?

Nessuno può saperlo. Abbiamo visto le stesse persone eseguire il pavone nel loto e non riuscire a stare sedute per pochi secondi in silenzio. Abbiamo visto altri rimanere immobili per ore come dei Buddha imbalsamati e, una volta terminata la pratica, finire preda dei demoni più insidiosi, come ad esempio ritenersi praticanti avanzati.

Se volessimo tenere per buona la dicitura, allora per praticante avanzato ci verrebbe in mente qualcuno che si senta sempre un principiante, anche compiendo le tecniche più elementari. E soprattutto che sappia anche abbandonare le tecniche quando serve. Qualcuno che abbia una certa familiarità – se così si può dire – con il ‘non so’. Qualcuno per cui non sia un problema trovarsi in sala con principianti assoluti o con un emulo di Iyengar – e, magari, che riesca a essere da ‘traino’ in entrambe le eventualità proprio con la consapevolezza della propria ignoranza.

In altre parole, non abbiamo corsi per praticanti di yoga avanzati perché è impossibile distinguerli da quelli alle prime armi. E forse è inutile, se non deleterio.

Ma a questo punto si impone la domanda: perché un praticante di yoga avanzato sente il bisogno di frequentare un corso per praticanti avanzati, invece di dedicarsi allo studio e alla pratica individuale, magari coltivando un rapporto uno-a-uno con un insegnante che ritenga degno (vero salto di qualità, che peraltro risponderebbe a un metodo più tradizionale di trasmissione)?

La risposta è semplice: perché il pesce puzza dalla testa. Perché qualcuno, un insegnante, un guru, una scuola, gli ha detto che è un praticante intermedio, avanzato, supremo; e che meriti di stare con i suoi pari; e, soprattutto, che i progressi nello yoga siano misurabili e certificabili attraverso riconoscimenti esteriori e la misurazione dei propri attributi.

Le ragioni di ciò possono essere varie, e vanno dalla mera esigenza di organizzare la didattica (comprensibile, ma basandosi su criteri che non hanno valore assoluto), alla più opinabile tendenza a standardizzare, gerarchizzare, protocollare e multilivellare per produrre in serie praticanti, insegnanti e certificati che spesso hanno molto meno valore di una tessera sanitaria.

Il problema è che il miglior modo di castrare qualcuno è dirgli che è un praticante di yoga avanzato. Per questo, per non fare torto a nessuno elevandolo o affossandolo ingiustamente, da noi non ci sono praticanti avanzati ma solo e soltanto allievi alle prime armi, che non sanno e, si spera, sanno di non sapere. E abbiamo l’onore di annoverare tra questi ultimi gli insegnanti stessi.


Post scriptum #1

A scanso di equivoci, a volte occorre molto studio e molta pratica per sapere di non sapere.

Post scriptum #2

Nello yoga posturale moderno, la prestanza fisica è il principale fattore nel sentirsi adeguati/arrivati o inadeguati/incapaci, ed è forse il più discutibile. A parte tanti bei discorsi sull’accettazione di sé e sull’inclusività, rimane il veicolo con cui insegnanti e praticanti pubblicizzano sé stessi, spesso nell’ottica volontaristica e motivazionale tipica della cultura fisica: fatti un mazzo così, e diventerai come me se lo vuoi (ne abbiamo già parlato in un altro articolo, a cui rimandiamo per una disamina).

Ci vengono allora in mente queste foto di Swami Sivananda di Rishikesh, che pure ebbe un ruolo chiave nel creare lo yoga moderno posturale. Dicono che fosse un grande yogi (qualunque cosa possa voler dire). Eppure, secondo alcuni criteri, sarebbe stato a malapena in grado di frequentare una classe per principianti.

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Se non sai stare seduto, non hai mai praticato yoga

22 Agosto 2018 by Francesco Vignotto Lascia un commento


Sono belle le inversioni, gli equilibrismi sulle mani, il fluire delle sequenze con l’alternarsi del respiro, le argute soluzioni posturali. Ma se la pratica non porta a sentirsi comodi nella posizione seduta, riposando in sé stessi, rimarrà ben poco nella fretta di rialzarsi.

Le posizioni sedute sono le āsana più antiche dello yoga. A quanto ne sappiamo (ne abbiamo parlato altrove), il termine stesso āsana indicava originariamente un modo di sedersi per la meditazione e il controllo del respiro, e solo successivamente il termine avrebbe incluso posture che hanno scopi terapeutici e preparatori.

Sedersi è l’alfa e l’omega e contiene in sé tutti i suoni dell’alfabeto dello yoga. Tutta la pratica e la sua efficacia dipende da come ci si siede prima, dopo e durante.  Forse non ha nemmeno tanta importanza quale tra le posizioni meditative codificate scegliere, e varrebbe lo stesso stare su una sedia: conta il gesto, essenziale, di stare. Né distesi nell’abbandono passivo alla terra, né nel farsi attivo della posizione: stare seduti è, corporalmente, l’equivalente della pausa nel respiro. Se non vi fosse ascolto a questa fase, tutto si risolverebbe in un rimbalzo tra inspiro ed espiro, non rimarrebbe spazio per l’intuizione dello spazio.

Eppure, incontriamo molto spesso praticanti con diversi anni di esperienza – e con notevole mobilità – che non sono in grado di sedersi per pochi minuti, anche se con facilitazioni: al netto delle difficoltà fisiche, la loro mente, come tutte le menti, ha bisogno di un corpo che si muove. Solo, non è stato insegnato loro a osservare questo fenomeno invece di perdervi la testa, e a non credere alla fase acuta dell’insofferenza, perché il gioco dell’anticipazione mentale prelude all’inaspettato, all’ascolto reale.

Con il dovuto tatto e la dovuta decisione, riteniamo che il compito dell’insegnante è dimostrare che il mostro non esiste, più che creare nuove distrazioni per far sì che l’allievo guardi dall’altra parte. Il problema è che spesso queste posizioni vengono percepite – in primo luogo dagli insegnanti stessi – come ‘tempi morti’ tra una cosa e l’altra da fare, sottovalutandone peraltro gli effetti psicofisici addirittura superiori rispetto agli altri e più giovani āsana.

In realtà, tutto ciò che è essenziale nello yoga accade proprio ora, forse proprio perché sono momenti che il comune modo di pensare ritiene morti. È tutt’altro che una glorificazione dell’ozio, è come accorgersi che lo spazio che si riteneva vuoto è invece vivo. Perché se non si capovolge prima la prospettiva, care yogini e cari yogi, è del tutto inutile che capovolgiate il corpo.

Per questo, a chi ci domanda cosa fare quando è solo, ci sentiamo di dire: siedi in una qualunque posizione a gambe incrociate o sui talloni (quella nella foto è siddhāsana, ma puoi anche allentare le gambe). Usa anche un cuscino o due se ti può aiutare. Come detto, può anche andare bene una sedia, purché la schiena non si appoggi. Possibilmente, il peso che scivola verso la zona genitale e le cosce, la testa sopra il bacino, spalle e scapole a riposo, che scivolano naturalmente aprendo un leggero spazio nel petto. Rimani qualche istante ad ascoltare, senza cercare di elevarti volitivamente, e senza accasciarti: in equilibrio tra il peso deposto nel suolo e l’aria in cui si erige la colonna. Non correggere nulla. Tutto ciò che arriva può essere ascoltato, compresa la voglia di muoversi.

Quando non c’è più alcuna differenza tra andare e restare, allora può arrivare il momento di muoversi verso qualcos’altro. Ma se non sai stare in una posizione seduta, non hai mai fatto yoga.

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Accetta i tuoi limiti, ma vedi di toccarti i piedi in fretta

27 Giugno 2018 by Francesco Vignotto 7 commenti

Tira!

Einstürzende Neubauten, Yu Gung (fütter mein Ego, “nutri il mio ego”)

Quando andavo a lezione di yoga diversi anni fa, ero molto orgoglioso di piegarmi in avanti fino ad appoggiare il busto sulle gambe, o di posarlo a terra se le gambe erano divaricate. A quel punto spesso l’insegnante interveniva con un’energica spinta sui lombi per farmi arrivare ancora più in là. Solo più tardi ho avuto il coraggio di lasciare emergere la domanda che già allora echeggiava in sottofondo: arrivare dove?

L’approccio alla pratica posturale, nello yoga moderno, è principalmente volontaristico: volere è potere; il dominio sul tuo corpo; la rimozione dei blocchi fisici, emotivi, mentali, come se quei nodi non fossero parte integrante di ciò che sei, e come se il volertene sbarazzare in tutta fretta non fosse cibo per la tensione stessa; il maestro, che ti fa ‘andare oltre’, espressione con cui si è giustificato ogni genere di azioni e correzioni altrimenti discutibili e inconsulte: spesso, il maestro vuole solo farti entrare nell’idea che i suoi schemi mentali gli hanno imposto.

‘Ascolta il tuo corpo’ e ‘rispetta i tuoi limiti’ sono allora belle frasi di circostanza, che suonano spesso involontariamente sarcastici, come il celebre meme sui giornali femminili: accettati per come sei, però intanto perdi dieci chili e rifatti le labbra; rispetta i tuoi limiti e prenditi il tuo tempo, però vedi di afferrare quei piedi, e possibilmente prima della fine della lezione. Con buona pace dell’interiorizzazione che, secondo il luogo comune, la flessione in avanti dovrebbe favorire.

Il problema è che, di fronte ai piedi da prendere o al pavimento da toccare, ogni disponibilità all’ascolto è già evaporata. Non c’è nulla che posso sentire, nel ‘qui ed ora’ tanto caro alla retorica olistica, quando sono proiettato verso un risultato. Non sono né qui né ora dove mi trovo, bensì là e dopo dove ancora non sono. Perché naturalmente anche quando avrò raggiunto l’obiettivo, cercherò qualcosa di fisicamente oltre: e ciò può avere un senso, ma non vedo perché catalogarlo sotto il termine yoga.

Con gli anni, ho imparato che nella fretta di allungarmi, nella ricerca della conferma di essere flessibile come ieri, c’era qualcosa a cui non prestavo attenzione, ma che lasciava una traccia molto più profonda e meno dissimulabile di quanto pensassi. Una tensione nell’area dell’anca destra interveniva a un certo punto dell’avanzare, come a frenare da quel lato. Come appariva logico, e applicando tutte le precauzioni – avendo cura che il bacino ruotasse in avanti, estendendo le ginocchia, avanzando verso le gambe dal basso ventre al torace eccetera –  pensavo che lavorando analiticamente sulla posizione avrei sciolto il nodo che mi affliggeva: insomma, dovevo allungare le catene cinetiche posteriori, sul manuale era tutto così semplice, simmetrico e lineare!

Ma ciò, al contrario, estendeva la geografia della tensione lungo tutta la linea destra: psoas, scapola, gluteo, polpaccio, pianta del piede. Ora penso con un sorriso alla frustrazione che provavo quando camminavo zoppicando dopo aver praticato una tecnica che avrebbe dovuto riallinearmi, e invece scompaginava l’equilibrio del mio corpo – equilibrio che, come più tardi ho imparato, è fatto anche di tante piccole anomalie e zoppicamenti, che però suonano bene insieme, a differenza di quel clangore artificioso e stucchevole.

Ma quando non sei ancora disposto a negoziare sull’efficacia di ciò che stai facendo, pensi che sei tu a essere sbagliato, di avere qualche difetto congenito da correggere e finisci per essere ancora più intransigente (forse non ‘tiro’ abbastanza).  Ti viene in aiuto, poi, la psicologia spiccia: stai “buttando fuori” tensioni molto profonde e antiche; senza sofferenza non si cresce; il tuo lato destro bloccato indica un problema con la tua parte razionale; il dolore – o il fastidio – è il tuo maestro. Ipotesi non del tutto peregrine (almeno le prime due, sulle restanti ho qualche dubbio), ma altamente improbabili quando la tensione si cronicizza. Non si può ‘buttare fuori’ per sempre: significa che la cura stessa è il problema.

Beninteso, avrei potuto anche fregarmene: nella posizione, almeno esteriormente, io ci arrivavo. E col tempo ho cominciato a sospettare che per molti sia così, visto che diversi insegnanti di lunga data e molto più aitanti di me cominciano a confessare di soffrire di dolori cronici e in alcuni casi di essere ricorsi a operazioni di sostituzione dell’anca.

Ma le mie remore erano di natura diversa: perché, in un certo senso, era la percezione globale del corpo a essermi sottratta, e la pratica di alcune posizioni sembrava generare più danno di quanti problemi volessero risolvere. E soprattutto, sentivo che non era questa o un’altra procedura per entrare in posizione la soluzione del problema, ma che la questione era a monte.

Ho evitato per molto tempo le posizioni di piegamento in avanti a terra, un po’ come quando tra amici si evita un argomento che in passato ha generato discussioni. Poi, siccome non potevo insegnare qualcosa su cui io stesso nutrivo dei dubbi, ho deciso di indagare la questione cominciando da ciò che un tempo era l’impensabile: regredire volontariamente nella posizione, come se non fossi in grado di ‘arrivare’.

La prima cosa che ho imparato è che senza alcuna forzatura ero in grado di fare ben poco. Le gambe stese a terra erano come un chiodo conficcato nel terreno che impedivano al mio tronco di muoversi. Spesso, praticando a gambe piegate, ascoltavo la rotazione del bacino e quella strana sensazione avvolgente che proviene ‘da dietro’ quando le lombari avanzano e la distensione penetra fin nelle viscere. Ho compreso allora che lo stiramento di quella zona ottenuto tramite la forza, oltre a essere estremamente dispendioso, non ha nulla a che vedere con una reale distensione, ma rimane solo in superficie.

Poi a un certo punto, lasciando lavorare il respiro a partire dalla cintura addominale, imparando a non rifiutare la sensazione di tensione, a retrocedere e riprendere da capo, qualcosa accade di inaspettato, in principio come uno smottamento involontario: il busto avanza da solo, come se il ventre attraversasse frontalmente le gambe senza incontrare nulla di denso. Non sei tu a muoverti, ma il movimento accade, ti porta con sé.

Senza voler arrivare, riprendi da capo. È questione inizialmente di millimetri, eventi così piccoli da essere quasi impercettibili. Esplorando con la sensazione lo spazio della bocca senti un rilascio nel bacino, ma attenzione a stabilire corrispondenze valide per ogni circostanza. Senti le gambe, senti il pavimento, senti la tensione, senti la distensione, ti accorgi che là dove pensavi di alleviare stai invece alimentando, dove togli peso lo stai portando, dove credi di compensare stai depredando, ma non puoi mettere a posto tutto questo con la ragione: tensione e distensione sono due facce della stessa medaglia, interdipendenti. C’è qualcos’altro prima ancora, che attraversa e sostiene entrambe.

Ritorni ancora indietro, respiri, senza fretta, e riprendi. Ripetizione dopo ripetizione, la sensazione corporea e la sensazione del respiro diventano una sola: il corpo diventa un unico spazio dilatato dove i punti di resistenza vengono divorati. O forse, quelle resistenze appaiono nella loro necessità per l’equilibrio del tutto, poco importa.

Forse non si arriva mai a terra, forse ci vuole, almeno all’inizio, molto più tempo di quanto siamo disposti a dedicarvi nella fretta di arrivare. È difficile ammettere che il pavimento in realtà è solo una costruzione mentale che può inizialmente servire, ma in seguito è un inutile ingombro.

Forse è vero che ‘vince chi arriva ultimo’, come proclamava ironicamente Eric Barét durante un seminario, congelando la foga con cui i praticanti (tra i quali il sottoscritto) si gettavano nella posizione. Ed è anche un po’ a lui che devo il merito di avermi inizialmente complicato la vita, instillando il dubbio là dove c’era una geometrica certezza.

Ma forse – e credo che Barét sarebbe d’accordo – in ultimo non c’è nessuno che vince e nessuno che arriva: questo è lo yoga.

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