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yoga Novara

La continuazione dello yoga con altri mezzi

8 Aprile 2020 by Francesco Vignotto Lascia un commento


È passato un mese esatto da quando il nostro centro, come tante altre attività, ha chiuso fisicamente i battenti per i motivi che ben sappiamo. È stato solo un piccolissimo e quasi privato smottamento tra gli eventi che in pochi giorni hanno aperto un abisso tra il prima e dopo per tutti, e non sono qui per dolermene in pubblico.

Vorrei però raccontare quello che è maturato in questo mese dalle nostre parti, nella speranza di offrire qualche spunto sul tema della pratica dello yoga mentre le scuole di yoga sono in quarantena.

Quando Zénon ha chiuso, ci siamo presi qualche giorno per capire cosa fare, oppure cosa non fare. Oltre alle diverse circostanze personali che ognuno di noi stava (e tutt’ora sta) vivendo, c’erano alcuni dubbi che attendevano di essere sciolti.

I principali nodi riguardavano se fare un passo a lato: in un momento come questo, ha senso continuare? Esistono motivi validi per proseguire a insegnare yoga attraverso l’unica via praticabile, cioè internet? Intendiamoci: esistono motivi al di là della sopravvivenza di una realtà – Zénon – in cui crediamo fermamente?

Ma anche, e non meno importante: è fattibile, a modo nostro? Non si perde, con questo, lo spirito essenziale della pratica?

Nel frattempo, abbiamo visto scorrere i fiumi di tante iniziative, dirette in streaming pubbliche o ‘ristrette’, lezioni su Youtube, classi via Skype, via Zoom e non solo di yoga, spesso animate dalle migliori intenzioni; e abbiamo letto anche qualche critica, a volte argomentata, a volte meno. I partiti del ‘piuttosto’ e quelli del ‘niente’ hanno, a nostra opinione, uguali dignità, ognuno ha le sue ragioni.

Noi abbiamo deciso per il ‘piuttosto’. Beninteso: lo abbiamo fatto in modo molto privato inizialmente, e con una certa circospezione. Ma dal confronto con i nostri soci, ovvero con chi fino a pochi giorni prima praticava con noi nelle nostre sale, abbiamo ricevuto l’impressione che per i più non si trattasse semplicemente di dare continuità a un’abitudine, di “ovviare a un disagio”.

Rispetto al pre-quarantena, è emersa un’urgenza che scavalcava le questioni formali: si tratta di trovare delle fenditure, di trovare degli spiragli attraverso cui respirare. La differenza rispetto a prima è che questi spiragli non sono più un bene di lusso, ma di prima necessità.

Ebbene, nel corso di queste settimane, anzi e con la nostra stessa sorpresa, l’espressione ‘piuttosto che niente’ è risultata del tutto inadeguata, perché ingenerosa. Più che la necessità di preservare i rapporti, è apparso come alcuni legami, messi fisicamente alla prova dalla separazione, ne escano rafforzati. Devono diventare più autentici, oppure soccombere, come l’erba che sbuca attraverso la colata di asfalto.

È vero che lo yoga attraverso uno schermo, quando la connessione e l’ambiente casalingo lo permette, può non essere esattamente la stessa cosa. Ma questo dato, così come può indurre a maggiore superficialità, ci può anche spronare di andare direttamente al sodo.

Certo, anche noi eravamo prevenuti: pensavamo che i mezzi digitali funzionassero molto bene per mostrare come eseguire una procedura, meno bene per far passare ciò che sta oltre le parole. Il nostro giudizio non è cambiato del tutto (per questo ci siamo concentrati su lezioni in diretta, con interazione, invece che su lezioni registrate).

Eppure ci siamo sorpresi scoprendo che l’essenziale, ciò che importa veramente, passa comunque. Non per qualche dote straordinaria del mezzo (la nostra epoca idolatra i mezzi), ma per la ben più straordinaria affinità tra coloro che stanno ai due capi dello strumento, affinità che non può veramente essere isolata o soppressa da alcuna barriera. A volte bastano pochi cenni, e ciò che manca nella comunicazione si colma improvvisamente.

E qui si obietterà: se davvero è insopprimibile, se anche nella privazione più totale non siamo mai soli, perché attaccarsi a una connessione a internet? Obiezione legittima, ma spesso, nello yoga, si rischia di fare della cattiva filosofia, presupponendo un mondo ideale popolato da esseri tutti d’un pezzo.

L’isolamento che stiamo vivendo non è la scelta consapevole dell’asceta che si allontana volontariamente dal mondo, scelta peraltro che può competere solo a poche tipologie di persone. Il “mondo” non è mai stato così vicino, non ha mai fatto sentire la sua voce nel chiedere il conto, nello sbaragliare le illusioni di poter tenere sotto controllo, di prevedere, di programmare.

Per molti, questo ammutolire che è calato nelle strade non è silenzio, ma una palude di paure in cui si rischia di scivolare giorno per giorno. Mai come in questo momento – è ciò che abbiamo riscontrato – la capacità di “svuotarsi” è indispensabile per non essere travolti dalla situazione e affrontarla con lucidità.

E questa capacità, al momento, per molti è più abbordabile insieme – cioè con un segno, un sostegno percepibile – che da soli. Per insegnanti e allievi, ciò può significare veramente un salto qualitativo.

Lo yoga serve proprio a questo: a trovare l’essenziale non può essere portato via. E ci perdoneranno i professori se per imparare a fondo questa lezione, useremo all’occorrenza anche una connessione a internet. Almeno per ora.

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La cognizione del dolore negli yogāsana

7 Novembre 2019 by Francesco Vignotto 3 commenti

…imponderabile in un mondo di pesi…
…………..
…dismisura in un mondo di misure…

Marina Cvetaeva

Avevamo parlato già qualche tempo fa, degli eccessi che provocano infortuni nello yoga, perché tutto ciò che può fare molto bene, può fare anche molto male. Soprattutto quando uno pensa, con molta leggerezza, che sia possibile piegare alle proprie pretese energie che sono tanto creative quanto potenzialmente distruttive, e molto più capillari di quanto si possa immaginare.

Proprio in questi giorni il sito della BBC ha pubblicato un articolo dal titolo Gli insegnanti di yoga ‘rischiano seri problemi alle anche’, che a dispetto del titolo sensazionalistico è piuttosto equilibrato nel fornire un quadro di una situazione-limite, anche se a livello aneddotico: Benoy Matthews, un fisioterapista specializzato, sostiene di avere ormai moltissimi insegnanti di yoga tra i suoi pazienti, parte dei quali necessitano semplici interventi fisioterapici, mentre altri sono costretti a ricorrere alla chirurgia per la sostituzione totale dell’anca.

Matthews individua la causa non nello yoga in sé, ma nell’attitudine diffusa a forzare ripetutamente il corpo in posizioni “prescritte”. In altre parole, quando l’āsana è uno standard assoluto a cui conformarsi (ne abbiamo già parlato qui) è molto facile entrare in conflitto con particolarità anatomiche del proprio corpo che non sono compatibili con quegli standard (e l’articolazione dell’anca è particolarmente soggetta a importanti differenze da corpo a corpo).

Il problema è quindi in primo luogo di attitudine, incoraggiata (è un parere mio) da un certo approccio massimalista allo yoga, per cui lo yoga farebbe bene a prescindere e che la pratica sia in grado di riparare ai suoi stessi danni (secondo una visione distorta della massima “practice and all is coming”), senza contemplare la necessità di aggiustare il tiro.

Per cui, il buon Matthews afferma che è molto facile per il praticante confondere il dolore articolare, che indica la necessità di arrestarsi, con la rigidità, contro cui si è stati educati a combattere.

Differenti gradi di torsione della testa del femore. Una delle tante variabili anatomiche che determina la mobilità dell’articolazione dell’anca.

L’articolo è molto interessante, perché aiuta a comprendere come la pratica degli āsana non sia un gioco innocuo e di come il praticante di yoga possa soffrire del male paradossale comune a molti sportivi: perdere la salute per eccesso di zelo facendo qualcosa che in realtà servirebbe a preservarla.

Ma se vogliamo andare oltre il più ovvio invito alla moderazione (esiste anche la pecca di eccessiva arrendevolezza, e per questo è difficile dare delle indicazioni assolute), possiamo cogliere l’occasione per indagare qualche aspetto più profondo, ovvero: la “via mediana” non intesa come mediocrità tra gli estremi, ma come la possibilità fattiva di penetrare negli interstizi delle cose.

La maggior parte delle persone (forse tutti, almeno nella cultura industrializzata occidentale, se non educati altrimenti) si percepisce e si regola solo tramite gli estremi. È facile abbuffarsi e non è nemmeno troppo difficile digiunare: basta mangiare fino a non poterne più, oppure non mangiare affatto. Proprio per questo, tutti noi sappiamo quanto richieda attenzione (un’attenzione che non tutti sono disposti a investire) mangiare invece il giusto, solo quando si ha veramente fame e smettere prima di essere satolli: bisogna sentirsi, non basta aspettare di collidere con il limite: è lo stesso motivo per cui – è l’emergenza del nostro tempo – anche le idee si appiattiscono spesso su posizioni estremistiche, perché è molto più difficile articolare un’opinione ponderata.

Così, tornando al nostro corpo, nel movimento percepiamo poco più del punto di partenza e di quello di arrivo, un po’ come quando si parcheggia urtando la macchina avanti e quella dietro. Tutte le gradazioni intermedie, tutte le zone grigie che non possono essere catalogate sotto uno o l’altro estremo sono delle frequenze al di fuori della nostra capacità percettiva. A meno che, ovviamente, non inciampiamo nel mezzo in qualcosa, in special modo di doloroso (con tutta la problematica che riguarda la definizione del dolore e il suo margine soggettivo di sopportazione).

Eppure, con buona pace dei massimalisti, le tecniche dello yoga si muovono proprio in quella zona di mezzo tra gli estremi, che solitamente è attraversata di fretta e sovrappensiero come un corridoio buio popolato di esseri ripugnanti. Ecco, lo yoga deve mostrare che il mostro è una leggenda.

Ciò richiede di non eccedere nella forza, con una certa nonchalance, ma nemmeno di rinunciare del tutto alla fisicità. Come il tocco del percussionista, se è troppo lieve non produce suono, se è troppo ‘materiale’ è un colpo sordo.

Molto di quello che si vede oggi sotto il nome yoga, purtroppo, è un colpo sordo. È un colpo sordo insegnare il modo più veloce per raggiungere lo stadio finale di una posizione, non il modo più in accordo con la propria fisiologia e con la possibilità di un ascolto approfondito, ma soprattutto è un colpo sordo non cogliere e non educare a discernere la differenza. Per cui, anche il praticante di yoga, finché non incappa nel fine corsa delle proprie possibilità – correndo il rischio di sviluppare, col tempo, dolore – non sarà portato a sentirsi e non avrà raffinato in alcun modo la propria capacità percettiva.

Occorre avere ben chiaro cosa è possibile fare, e cosa non lo è. Ma anche: perché dovrei farlo? Perché dovrei ‘aprire’ ulteriormente le mie anche? Non sto sostituendo forse il mezzo con il fine? La domanda è universale, ma è ancora più urgente per lo yoga, che è solo secondariamente un contenitore di mezzi, e ancora prima battuta un fine che non è un(a) fine.

Porre degli obiettivi, come eseguire una posizione o padroneggiare una tecnica, è certo un espediente: serve come scintilla di accensione, altrimenti non ci sarebbe spinta iniziale. Ma nello yoga tutti particolari che si presenteranno nel percorso, le necessarie deviazioni e gli adattamenti, persino la manifesta impossibilità di esecuzione possono essere in realtà la destinazione, perché yoga è esperire direttamente che la destinazione è in ogni punto.

A un certo punto, la posizione finale potrebbe essere persino dimenticata. Ciò che è limitante è che il limite sia considerato come una restrizione di cui necessariamente fare ammenda. Il limite si oltrepassa da sé quando le mie anche strette, la mia posizione imperfetta non impediscono il risvegliarsi dell’energia, che avviene per ragioni poco ponderabili, non in un momento prescritto né quando né perché sono stati fatti tutti i compiti. Allora la necessità di aprire le anche per sentirmi libero è come la necessità di acquistare un televisore da quaranta pollici per sentirmi felice.

Forse, se ci facciamo caso, nello yoga come nella vita, potremmo rintracciare infinite occasioni in cui un raccoglimento particolare mentre si cercava altro, un silenzio, una raffinata sensibilità sono stati calpestati sul nascere dall’improvviso pensiero che vi fosse una posizione, una sequenza ancora da portare a termine, una parola ancora da dire, una nota da cantare.

Sarebbe bello, se nelle lezioni di yoga si cadesse in questi silenzi come si cade addormentati.

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Archiviato in:Yoga, Articoli Contrassegnato con: hathayoga, infortuni, yoga, yoga Novara, yoga per cominciare

Il vero yoga non esiste, grazie al cielo

16 Ottobre 2019 by Francesco Vignotto 1 commento

SCRIVEVA: “ SEI SOLO: È UN CERCHIO CHIUSO.
MA UNA VOLTA PUOI APRIRLO,
MAGARI CON LA CHIAVE PIÙ FALSA”

Milo De Angelis

Da qualche tempo uno spettro si aggira per lo yoga, un fantasma che sobilla gli animi, li incita a gettarsi nella mischia per una causa giusta e sacrosanta che come sempre, se si oltrepassa il limite, rischia di trasformarsi in crociata, o più probabilmente in farsa.

Ogni giorno appaiono proposte di ‘nuovi’ yoga, e non parliamo solo di quegli stili e varianti a volte bizzarri che affollano gli articoli lifestyle alcuni dei quali sembrano inventati apposta per far saltare i nervi ai puristi e acchiapparne i clic: yoga con la capra, con il gatto o con il coniglio, con la birra e con il vino o con la bestemmia non sono invenzioni iperboliche di chi scrive ma alcune delle tante amenità che passano nell’Internet ogni giorno.

Ma parliamo anche, più in generale, di tutte quelle evoluzioni e ibridazioni che più o meno velatamente cercano di accostare alla disciplina un pubblico che forse non sarebbe molto interessato allo yoga di per sé, ma all’intrattenimento ludico motorio in generale nel palinsesto delle palestre.

Questo ventaglio di offerte prolifera in un contesto già affollato di etichette, che confondono il povero neofita con una pioggia di attributi che abbagliano e spesso offuscano il sostantivo: cosa sceglierò tra yoga dinamico o statico, dolce o aspro, ginnico o meditativo, ghiandolare o molecolare, acquatico o incendiario, ridanciano o piagnone, ovarico o gonadico?

Ecco dunque che dall’altro lato della barricata (immaginiamo una barricata eretta per l’occasione) ogni tanto qualcuno perde la testa. E fin qui è del tutto comprensibile: dedichi anni a lavorare un respiro, un rilascio muscolare, ad affinare l’attenzione, hai studiato e hai fatto centinaia, forse migliaia di chilometri; magari insegni e i tuoi allievi sono pochi, però noti con soddisfazione che piano piano cominciano a provare piacere nel silenzio, nell’ascoltarsi, li vedi trovare un nuovo equilibrio.

Poi però una palla luccicante rimbalza in mezzo alla sala e assorbe tutta l’attenzione: direi che un’imprecazione è del tutto comprensibile.

Il diavolo (mettiamo che ne esista uno) ama però nascondersi nei dettagli e non devi domandarti tanto  cosa stia facendo e perché, ma dove andrai a inciampare mentre sei occupato a domandartelo. Così, immancabilmente, il lamento per i mala tempora si inoltra nel terreno scivoloso del “quando c’era LVI”, ed ecco l’appello alla pietra angolare di uno yoga tradizionale millenario, monolitico, tramandato parola per parola da autorità che hanno la certezza millimetrica di cosa sia yoga e cosa non lo sia, senza ammissione di deroghe.

Una volta – non duemila anni fa, ma diciamo una ventina – sì che si sapeva cosa fosse il vero yoga; Patanjali era ancora vivo e non mancava di farsi vedere nelle sale allestite nelle cantine e nelle mansarde, nei dojo puzzolenti di piedi, elargendo sguardi di approvazione.

La voce del giusto, in realtà, abbaia contro un un uomo di paglia, perché quasi ogni insegnante e/o praticante di yoga si dichiarerà, se interpellato, a favore della tradizione, dei tempi andati, come non essere d’accordo? Così, l’appello al vero yoga diventa un tòpos della letteratura mainstream, sempre più influencer avvertono lo yoga non sia solo posizioni acrobatiche sui social, in didascalia alle proprie foto acrobatiche sui social: quello che vedete non è soltanto un corpo, ma ho tutte e otto le membra, dietro di me, dello yoga classico.

Ora, anche ammettendo che il vero yoga di cui sopra esista (ma non serve nemmeno elencare la quantità di scuole diversissime tra loro che dichiarano di interpretare alla lettera Patanjali), 1(a questo proposito inviterei per approfondimenti alla lettura di un articolo dello scorso anno di Andre R. Jain. mi viene in mente di un tale, pochi anni fa, che vantava di praticare uno yoga “Indiano al cento per cento”. Qualcuno gli fece notare: “Ma tu sei italiano”. “Ma che c’entra” fu la replica, dopo attimi di imbarazzo. E invece c’entrava eccome.

In primo luogo perché lo yoga implica la rimessa in discussione dei ruoli di soggetto e oggetto. La vera questione non è tanto l’impostura nello yoga che pratichi. La questione è che l’impostura sei tu, e lo yoga può servire nella misura in cui lascia emergere le città di cartapesta, se non diventa un’altra scenografia che sostituisce la precedente.

Lo yoga è sicuramente falso quando diventa un nuovo ruolo da interpretare, e questo può valere tanto per il pagliaccio vestito all’orientale quanto per quello con gli yoga pants coordinati al tappetino e alla borraccia alla moda. Vedere la pagliacciata e la necessità di una pagliacciata è yoga.

In secondo luogo, e di conseguenza, non dobbiamo mai dimenticare che il ‘vero yoga’ per quanto ligio alla (supposta) tradizione è comunque qualcosa che è stato nella migliore delle ipotesi tradotto, trasposto e adattato in contesti molto diversi rispetto a quelli in cui è nato. Corpi, mentalità, aspirazioni e imposture profondamente differenti (e per questo inviterei a leggere le interviste a Daniela Bevilacqua e a Marco Passavanti). Quando ciò è stato fatto in buona fede, è nella convinzione che malgrado le abissali differenze vi sia comunque un nucleo comune a cui parlare, una domanda di fondo condivisa dall’essere umano a cui lo yoga può fornire qualche suggerimento.

E come in ogni traduzione, ci si trova spesso di fronte al dilemma tra una fedeltà letterale al testo originario, che produce un dettato filologicamente ineccepibile ma nel nuovo contesto inerte rispetto a quella domanda di fondo; e tra una infedeltà forse discutibile ma che almeno prova a toccare le corde, a far vibrare la nota, o meglio, nel nostro caso, ad accostare al silenzio tra le note, a spostare l’attenzione dalle cose allo spazio tra le cose, quello slittamento da contenuto a contenitore che in fondo potrebbe essere indizio molto più rivelatorio di tante appropriazioni indebite dell’Assoluto proprio da parte di chi si proporrebbe preservarlo.

Le manifestazioni più commerciali dello yoga dovrebbero strapparci al massimo un sorriso, almeno fin quando non fanno male a nessuno: chi si dedica seriamente a questa disciplina dovrebbe sapere che non rientra tra i destinatari di queste proposte (né lui né i suoi potenziali allievi, se la sua preoccupazione è di perdere clienti). Ma lo yoga degli Ayatollah è la brace dopo la padella, è correggere un refuso erigendo l’errore stesso a religione.

Facciamo quindi pace con noi stessi: il vero yoga non esiste e dovremmo ringraziare ogni giorno per questa infinita possibilità di falsificazione. Il falso yoga esiste, invece, ogni volta che cerchiamo metterci sopra il cappello con il fervore dei giusti.

Le preghiere sgrammaticate, a volte, giungono a destinazione più velocemente.

Note[+]

Note
↑1 (a questo proposito inviterei per approfondimenti alla lettura di un articolo dello scorso anno di Andre R. Jain.
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Yogāsana: anatomia biomeccanica energia

19 Luglio 2019 by Zénon Lascia un commento

Corso di formazione per insegnanti e praticanti.

Quali sono i principi anatomici e biomeccanici da conoscere per praticare e soprattutto per insegnare un āsana?

Come adattare la posizione alle diverse costituzioni e alla presenza di patologie?

Come posso rendere la pratica dell’āsana un valido affiancamento nella riabilitazione?

Che cosa significa realmente praticare un āsana e quali sono le differenze rispetto all’esercizio fisico comunemente inteso?

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Non si può lasciare andare: oltre il rilassamento

14 Maggio 2019 by Francesco Vignotto Lascia un commento


Il rilassamento è un tema di interesse universale. Chiunque desidera abbandonare lo sforzo, anche i più stacanovisti cultori della fatica e persino i più masochisti seguaci di Wim Hof. Perché superata la china ci sarà la discesa, e non sarà la stessa discesa di chi vi è arrivato a bordo del suo Suv.

Si parla spesso di uscire dalla zona di conforto, ma se a qualcuno viene in mente di abbandonare la comodità e le false certezze è per trovare una tranquillità più autentica, un luogo dove deporre le armi; che per alcuni questo luogo possa trovarsi proprio nel mezzo della mischia, ci fa presentire che la questione è meno scontata di quanto sembrerebbe.

Da questo punto di vista, dunque, il rilassamento assomiglia al mito di Sisifo capovolto, ma non troppo: perché non desidero altro che far cadere a valle quel macigno; eppure, non passerà molto tempo che dovrò spingerlo di nuovo faticosamente a monte, perché, per un altro curioso paradosso, sprofondare nell’inerzia è tutt’altro che acquietante.

Può capitare che un giorno l’immagine di questo saliscendi appaia in tuta la sua comicità. E si desideri un abbandono definitivo. Ma in realtà, quel rilassamento ultimo che cerchiamo, quella tranquillità definitiva, non si trova più a valle e non si raggiunge prendendo la rincorsa più a monte: è al di là della quiete e dello sforzo, nonostante spesso sia necessario quest’ultimo per trovarlo.

Non dobbiamo illuderci però di possedere la tranquillità fondamentale una volta per tutte, soprattutto se ‘facciamo yoga’, che è un ottimo strumento di indagine, ma può anche diventare il tappeto sotto cui nascondere una polveriera pronta ad esplodere.

A questo proposito, tra i commenti a un articolo precedente, qualcuno raccontò che durante un seminario di yoga, mentre si trovava nella posizione distesa, l’insegnante gli si accostò urlandogli nell’orecchio: “TI DEVI RI-LA-SSA-RE!”. L’aneddoto non è soltanto tragicomico, perché noi tutti finiamo per introiettare quel maestro urlante, il volume della cui voce è proporzionale alla nostra impotenza.

Con lo yoga in un certo senso abbiamo perso l’innocenza, perché cominciamo a sentire un po’ più in dettaglio il corpo, e a sentire come piccole e grandi tensioni, piccole e grandi dissonanze permangono pressoché sempre – e chissà quanto l’ascolto stesso, ineducato alla passività, non contribuisca al loro alimento.

Siccome è facile concludere che la tensione è ‘cattiva’ e che il rilassamento è ‘buono’, potremmo struggerci perché non riusciamo a ‘lasciar andare’ se non a singhiozzi e contraccolpi (ma è anche facile addormentarsi in un reame ovattato dove non esistono attriti, niente giudizio, un giardino personale ben sigillato e sterile).

Purtroppo, o per fortuna, il rilassamento non può essere trasformato in un numero da circo. Occorre accettare il paradosso della volontà: l’inaspettato arriva, perlopiù non riconosciuto, quando l’ultimo membro del comitato di accoglienza ha abbandonato il presidio.

Proviamo allora a risalire ancora più a monte. Come abbiamo accennato in apertura, il rilassamento non implica necessariamente che si eviti lo sforzo, né la stravagante ricerca di una passività totale dei corpo, che oltre a essere vana e poco funzionale espone anche al rischio di procurarsi dei seri grattacapi.

Siccome poi abbiamo perso l’innocenza, occorre accettare il fatto compiuto. Ovvero: sentire fino in fondo, senza respingerla, la tensione in esubero nel compiere un movimento, nello stare in una posizione, anche nel respirare e nel pensare. A ben vedere, non è necessario nemmeno che abbandoniamo quella tensione, perché qui si imporrebbe il ‘come’ e il rimedio potrebbe essere peggio del problema: come faccio a ‘fare’ il ‘non fare’? Per questo è così facile iniziare a fumare o a mangiare in eccesso, e così difficile decidere di non farlo più.

Il rilassamento è nel privilegio dell’ascolto stesso. Se posso ascoltare, sono seduto comodamente anche se sto fuggendo a gambe levate da una belva feroce, c’è spazio sufficiente per contemplare quella esuberanza, quella sovra-reattività: sentire ciò che non voglio sentire, sentire il mio stesso non voler sentire! Voler essere rilassati, così come voler dimagrire o voler trovare l’anima gemella, è un altro modo per non sentire, per proiettarsi sulla circonferenza del pallone evitando accuratamente il centro.

Ascolto, invece, e ciò che sento non è il corpo, ma la sua corazza reattiva, l’orbita del respingere e dell’afferrare al di là della circostanza e di quanto richieda la circostanza. Buco il foglio, per scrivere il mio nome. ‘Spingo via’ il pavimento con le gambe. La mia mascella si serra, la gola, le stesse narici, che dovrebbero filtrare l’aria, più spesso ne ostruiscono il passaggio. La mia parete addominale allenata al prendere e lasciare il respiro finisce per anticiparne gli schemi. Sento, ma non considero questo corpo reattivo ‘altro’ da un corpo che non c’è, che non sento.

Bisogna voler bene alle nostre tensioni, è tutto ciò che abbiamo.

È importante lasciare l’interpretazione al terapeuta o allo psicologo, il cui indispensabile mestiere non ci compete – e con cui anzi potremmo cooperare meglio facendo ‘il nostro’. Perché le interpretazioni aggiungono spessore, e in realtà le tensioni sono stabili solo finché le riteniamo tali.

Quando la tensione ‘si rilascia’, si rilascia appunto: non c’è qualcuno ad abbandonarla. Per questo, quando avviene, è straniante. C’era qualcuno a tenerla, non c’è nessuno a lasciarla.

Ciò significa anche che, quando la tensione non ‘si rilascia’, non c’è fallo, nessun rimorso, nessuna conseguenza. Insistere nel volere, nel tentare, significa che c’è ancora qualcuno. Qualcuno che ancora non si arrende all’evidenza che sentire la gamba contratta è sentirla per la prima volta davvero; e all’evidenza ultima, allo scacco matto di tutti i corpo-a-corpo: la constatazione che non può essere altrimenti. Non esiste qualcosa come il silenzio, almeno se lo cerchiamo tra le cose e non attraverso le cose. 

Il fatto è che il corpo, così come tratteggiato nei libri di anatomia, una volta caduta la tensione per forze di causa maggiore, non c’è. Questo non è l’omega ma l’alfa, lo spazio non più del pensiero lineare ma dell’intuizione, la dimensione fuori dall’ordinario con cui lo yoga non dovrebbe mai perdere il contatto.

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C’è differenza tra yoga(āsana) ed esercizio fisico?

8 Marzo 2019 by Francesco Vignotto 1 commento



Oggi vi è molta attenzione agli aspetti anatomici e biomeccanici degli āsana yogici, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di adattarne la pratica a un pubblico di massa, con tutta la varietà di condizioni fisiche che questo comporta.

Tuttavia, questi aspetti, pur essendo oggi imprescindibili per la pratica e per l’insegnamento, non bastano a spiegare il perché e il come della pratica corporea all’interno dello yoga, che ha come obiettivo non solo l’integrazione dell’insieme corpo-mente, ma il superamento di esso (ovvero: non sono né il corpo né la mente, ma ne sono lo spettatore).

La questione però non riguarda soltanto il quadro teorico e dottrinario entro cui la pratica yogica è tradizionalmente inserita, che peraltro, come spesso abbiamo rilevato, può variare anche in modo significativo. Da un punto di vista strettamente pratico, infatti, i sistemi coinvolti nella pratica degli āsana non sono esattamente gli stessi che vengono coinvolti nell’esercizio fisico comunemente inteso, anche se occasionalmente possono coincidere.

Ad esempio, i concetti di ‘sovraccarico funzionale’ (ovvero lo stress che fornisco al corpo per produrre un adattamento) e di ‘soglia aerobica’ (il momento in cui si ‘rompe il fiato’ passando dal metabolismo anaerobico a quello aerobico) non sono esattamente applicabili allo yoga, che tendenzialmente mira, anche nel sovraccarico, a rallentare il metabolismo energetico piuttosto che accelerarlo, complice, oltre alla ricerca dell’agio persino nello sforzo, la particolare regolazione del respiro: controllo dell’addome e filtraggio alla glottide (ujjayi), estensione delle fasi respiratorie, con conseguente diminuzione del consumo di energia laddove l’esercizio fisico tende temporaneamente a incrementarlo. In altre parole, se pratichiamo āsana anche per ore non varcheremo mai la soglia aerobica, ma non possiamo dire nemmeno che sfrutteremo i processi anaerobici.

Eppure, nonostante si muova secondo modalità che per il comune modo di pensare sarebbero improduttivi, la pratica degli yogāsana produce anche una profonda risposta fisiologica e un notevole effetto di ritorno sulle prestazioni fisiche. E inoltre, un’importante conquista mentale, ovvero la capacità di trovare la stabilità anche nei momenti di maggiore sollecitazione ed eccitazione: non sono né il corpo, né la mente, ma ne sono lo spettatore.

Da cosa dipendono queste differenze? È possibile, nel caso degli āsana, parlare di energia esclusivamente come biochimica (ATP) o dovremmo ricorrere al concetto di energia come… prana? Ammettendo quest’ultima ipotesi, come evitare la vaghezza olistica e l’autosuggestione da un lato, e le alzate di spalle degli scettici dall’altro?

Non è qui il luogo per dare risposte troppo definite, che rischierebbero di creare inutili sovrastrutture e aspettative. Possiamo constatare però che quando togli l’alimentazione e la macchina continua ad andare, significa che il carburante – forse un altro tipo di carburante – ha iniziato a circolare per altre vie. Allo stesso modo, praticando gli āsana si impara progressivamente a utilizzare meno la forza fisica, e più qualcos’altro. Che poi questo qualcos’altro, risalendo molto a monte, sia a sua volta la fonte anche della forza fisica, è un’altra storia ancora.

Anche per questo, durante una lezione di yoga si può assistere spesso a un curioso capovolgimento: praticanti fisicamente ‘dotati’ che arrancano da un lato perché avvezzi alle modalità contrattive; e, dall’altro, praticanti che ‘sulla carta’ dovrebbero essere svantaggiati che invece scoprono inaspettate abilità e libertà dai vincoli gravitazionali.

Ed ecco che a volte è possibile prendersi alcune licenze rispetto a ciò che il chinesiologo raccomanderebbe (ovviamente, chi ci conosce sa che non intendiamo con questo giustificare indiscriminatamente qualsiasi prassi solo perché presentata sotto il cappello yogico).

Potremmo quindi concludere provvisoriamente che lo yoga non solo serve a ‘riabilitare gli invalidi’ (invalidità che Giorgio Invernizzi nell’articolo precedente intendeva a un livello ancora più a monte), ma anche a rivedere i canoni – spesso viziati da logiche devianti – che definiscono l’abilità.

Nel riconoscere la propria inadeguatezza, sorge la vera forza, e quando non sai nemmeno da dove arrivi di preciso, allora significa che non può realmente venire meno.

________________

PS: naturalmente, dato l’ampio ventaglio di declinazioni dello yoga presenti sul mercato, non sempre si incontrerà una pratica che collima con quanto descritto più sopra, in quanto alcuni ‘stili’ propenderanno più verso una pratica aerobica. Senza voler sollevare il dibattito su cosa sia ‘più yoga’ di altro (e senza voler attribuire quanto detto a una specifica scuola o brand), rimandiamo al nostro vecchio articolo Lo yoga in una posizione per inquadrare meglio dal punto di vista storico e filosofico la pratica degli āsana all’interno dello yoga.

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