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yoga Novara

La terra appartiene a chi l’ha abbandonata. Un ricordo di Giovanni

6 Ottobre 2023 by Francesco Vignotto 2 commenti

Ieri è venuto a farci visita Ottavio. Ottavio è lo zio di Giovanni, un nostro allievo, ma soprattutto un amico, che è venuto a mancare questa estate dopo una malattia che è durata cinque anni, quasi la totalità del tempo che ha trascorso con noi. 

Giovanni era una persona difficile da non notare, per quanto fosse schivo e introverso. Forse, si notava anzi per la sua compostezza, così rara, la sua capacità di stare dove si è. Qui da noi è anche impossibile non imbattersi in qualche segno del suo passaggio, uno dei tanti regali che ha lasciato in questo luogo: un busto del Buddha (a cui Ottavio ha aggiunto un’altra splendida statua), una pietra, un portaincensi, un origami.

Ma il fatto era anche questo, al di là della perdita di un giovane uomo di soli 29 anni, malato di tumore dall’età di 25: ben prima della malattia, Giovanni aveva uno slancio verso lo spirito, una determinazione, ma soprattutto una purezza che è davvero difficile trovare, soprattutto oggi.

Mi viene da pensare, ma ammetto la crudele arbitrarietà di questa sensazione, che ci dev’essere qualche rapporto tra animi come il suo e la rapida intensità delle loro esistenze. Quello slancio Giovanni non l’ha perso durante questi anni, anzi: era un ragazzo che non riusciva a trovare un posto in questo mondo, mi racconta Ottavio, con la malattia l’ha paradossalmente incontrato. 

Io e Ottavio ci guardiamo da un lato all’altro del tavolo, o meglio i nostri sguardi solo occasionalmente si incontrano, ma è perché sappiamo, e Giovanni sapeva, che certe aspirazioni hanno a volte un prezzo altissimo, più alto è il dono, che è tale proprio in quanto non toglie nemmeno un grammo al dolore e allo strazio umano, lo lascia – o lo prende – per quel che è, non cerca di ricucirlo.

Non ho mai sentito Giovanni lamentarsi del suo destino. Per quello che stava accadendo al mondo, per la direzione ostinata e contraria rispetto a ciò che avvertiva come autentico, quello sì. Questo non significa che andasse incontro alla sua sorte con rassegnazione e fatalismo: Giovanni ha fatto fino all’ultimo ciò che poteva – e che con ferma convinzione nel suo cuore sentiva – per prendersi cura di sé, ma soprattutto per trascorrere il tempo che gli rimaneva in modo degno e cosciente: lo ha fatto anche, lo scorso dicembre, laureandosi in filosofia con il massimo dei voti – e mai espressione formale è stata più appropriata anche nell’essenza – proprio appena dopo aver saputo che il meccanismo della fine, così incombente ma sospeso in questi anni, aveva accelerato la sua corsa verso il compimento.

Ogni tanto mi viene da dire qualcosa, e mi accorgo di rivolgermi interiormente a lui, gli chiederei ancora un parere, come nelle lunghe conversazioni prima o dopo lezione, quando si presentava qui con la voglia di parlare. Ma è nelle ore di silenzio che penso di avere imparato di più grazie a Giovanni. Abbiamo passato, io e lui, spesso da soli, attimi sospesi tra una parola e l’altra che si sono spalancati a dismisura, hanno lasciato il segno non solo in entrambi, ma anche in questo luogo: credo che sia anche grazie a lui, e al suo esserci, se ho visto persone totalmente digiune di meditazione trovarsi assorbite in questo comune silenzio senza colpo ferire, e in questo silenzio risuonare come è nella natura di ognuno.

Ricordo il giorno in cui Giovanni mi scrisse che mi doveva parlare. Veniva a dirmi che partiva per Torino, dove andava a curarsi, dove avrebbe trovato delle persone ad accompagnarlo in quello che sapeva l’ultimo tratto di questo suo viaggio. È stata l’unica volta in cui l’ho visto cedere al pianto, lui così trattenuto. “Non pensavo così presto”, ripeteva come tra sé. L’ho abbracciato, e ho sentito tra le mie braccia il petto di un ragazzo che poteva essere mio figlio, che andava a morire.

Rileggo uno degli ultimi messaggi che ci siamo scambiati, mentre l’applicazione mi segnala l’ultimo suo accesso alle 17.06 del 20 agosto: “E sto aspettando, da sempre, che mi venga fatta Grazia, che mi sia dato guardare un po’ oltre la piccola mente e trarne sollievo”. Ma io so e lui sa, che da quella Grazia era assediato, anche quando per eccesso di slancio, mai per mancanza, mancava di accorgersene.

Ed ora, se capita a me e a chiunque l’abbia conosciuto un po’, di vedere per strada un ragazzo magro in bicicletta e di avere l’impressione che sia Giovanni che passa con la levità di un altro mondo, è anche così che finalmente il suo posto Giovanni l’ha trovato. “La terra appartiene/ a chi l’ha abbandonata”.

PS: i due versi che danno titolo a questo ricordo sono di Milo De Angelis

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Archiviato in:Articoli, meditazione Contrassegnato con: yoga Novara

Yoga e Qi Gong al femminile

2 Ottobre 2023 by Zénon Lascia un commento


Incontri di studio e approfondimento.
Un percorso guidato per esplorare e rileggere il femminile attraverso pratiche di Yoga e Qi Gong. Ricercheremo un equilibrio posturale ed interiore per poter lasciar emergere ciò che naturalmente è celato nella donna, passando attraverso la percezione del piano perineale e la scoperta dell’energia Yin che ci caratterizza.

La proposta nasce dalla collaborazione tra Erika Pizzo (insegnate di Yoga) e Fabiana Signorotti (Medico Chirurgo, esperta di Medicina Cinese e Agopuntura)

Il programma e le date

Orari di ogni incontro: dalle 19.15 alle 20.45
Gli incontri saranno registrati: i video resteranno online, a disposizione delle iscritte, per un mese.

Giovedì 9 Novembre

Pavimento pelvico: percezione corporea – Lezione pratica con Erika Pizzo.

Giovedì 14 Dicembre

Camminare nel mondo: percezione pelvica nella postura eretta – Lezione pratica con Erika Pizzo.

Giovedì 11 Gennaio

Saluto alla Luna nuova: sequenza yoga – Lezione pratica con Erika Pizzo.

Giovedì 15 Febbraio

Conoscere per conoscersi: il femminile nella medicina tradizionale cinese – Lezione teorico pratica con Fabiana Signorotti.

Giovedì 14 Marzo

Conoscere per conoscersi: donna ed emozioni nella medicina tradizionale cinese – Lezione teorico pratica con Fabiana Signorotti.

Giovedì 11 Aprile

Il suono come mezzo d’espressione: dare voce al proprio ventre – Lezione pratica con Erika Pizzo.

Giovedì 9 Maggio

Rilassamento profondo: abbandono del corpo e della mente – Lezione pratica con Erika Pizzo.

I docenti

Erika Pizzo

Insegnante di Yoga specializzata in gravidanza e post parto e allenamento funzionale presso Zénon.

    Fabiana Signorotti

    Medico Chirurgo, esperta di Medicina Cinese e Agopuntura, insegnante di Qi Gong.


      COSTO dei 7 incontri:

      Per le iscrizioni che avverranno entro il 15 Ottobre il prezzo è agevolato a 160€.
      Dopo tale data il costo sarà di 200€.

      Desideri maggiori informazioni o vuoi iscriverti?

      Puoi chiamarci al 3477956666 o scriverci su Whatsapp

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      …oppure puoi scriverci col modulo qui sotto. Ti risponderemo al più presto.

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      Archiviato in:eventi conclusi Contrassegnato con: Qi Gong Novara, yoga Novara

      Imparare a meditare: gli strumenti fondamentali

      6 Settembre 2023 by Zénon Lascia un commento

      Imparare a meditare

      Percorso pratico in 10 lezioni per imparare a meditare e portare la pratica nella vita di tutti i giorni

      in presenza e online

      Contenuti

      • A chi è rivolto questo percorso per imparare a meditare
      • Struttura delle lezioni
      • Dove e quando si svolgono le sessioni
      • Il programma (a ciclo continuo)
      • Il docente
      • Contributo di partecipazione
      • Richiedi informazioni o iscriviti
      Imparare a meditare

      A chi è rivolto questo percorso per imparare a meditare

      A chi desidera imparare a meditare sia partendo da zero, sia cercando un approccio il più possibile essenziale

      A chi pratica già la meditazione da autodidatta e desidera acquisire delle competenze più strutturate

      A chi vuole imparare a calmare la mente e ottenere maggiore chiarezza

      A chi è sottoposto a forti stress lavorativi, familiari o di altra natura

      A studenti che necessitano di strumenti per gestire l’ansia migliorando la concentrazione

      Struttura delle lezioni

      Ogni lezione dura un’ora circa e include

      • Una parte teorica con la spiegazione dei principi e della pratica, con eventuali approfondimenti
      • Una parte pratica di meditazione seduta, o eventualmente in movimento. (Nota: il percorso è inizialmente guidato, con interventi progressivamente più radi per abituare a una pratica autonoma)
      • L’assegnazione di una pratica informale da applicare durante la settimana

      Dove e quando si svolgono le sessioni

      Il corso in presenza si tiene ogni venerdì alle 18.00 presso la nostra sede in corso XXXIII marzo n.17 a Novara.


      Il corso online si terrà a partire dal 16 ottobre ogni lunedì alle 18.00, in diretta via Zoom. Saranno disponibili anche le registrazioni, per una settimana, per la partecipazione in differita.

      Il programma (a ciclo continuo)

      Il programma del corso è a cicli di 10 lezioni modulari: ogni ciclo toccherà gli argomenti elencati qui sotto nell’ordine indicato. Al termine del ciclo, il programma riprende dall’inizio, con pratiche ogni volta diverse che ne faranno emergere un aspetto sempre nuovo per ogni tema.

      Iscrivendoti, acquisti un pacchetto minimo di 10 lezioni: puoi quindi iniziare in qualsiasi momento, perché completando il pacchetto avrai toccato tutto il programma. Potrai quindi decidere se fermarti o proseguire con altre 10 lezioni.

      1. Sentire il corpo per calmare la mente

      Trovare la posizione per meditare
      Come ascoltare, cosa ascoltare, chi ascolta?
      La propriocezione, le sensazioni viscerali
      Il contatto al suolo

      2. Imparare a lasciare fare, per lasciare andare

      La differenza tra fare e stare: sentire gli impulsi a fare, sentire l’inerzia come alleata
      Reagire o non reagire: cosa fare quando non riusciamo a stare fermi
      La tecnica della pausa
      Il naturale ciclo dei pensieri

      3. Il respiro non è quello che pensiamo, ma quello che pensiamo è respiro

      Tutti sappiamo respirare
      Ascoltare il respiro naturale senza intervenire: la pratica suprema
      Respiro consapevole e respiro volontario
      La respirazione addominale e i gradi del respiro
      Alcune tecniche da usare con parsimonia per educare il respiro

      4. Meditazione e rilassamento: affinità e divergenze

      Ridurre le dispersioni
      Il rilassamento come premessa per la concentrazione
      Lasciare andare o alimentare la tensione
      Il ‘body scan’
      Tecniche di rilascio delle tensioni: la meditazione sugli spazi articolari

      5. Sentire le tensioni, sentire i pensieri: le difficoltà come alleate alla meditazione

      Sentire il pensiero nel corpo
      Il naturale ciclo della tensione (se non alimentata)
      Tecnica: Lasciar ‘fiorire’ la tensione
      Tecnica: Sentire le tensioni nel respiro
      Tecniche di rilascio

      6. La concentrazione non è quello che pensiamo

      Preparare il campo: le premesse della concentrazione
      L’attenzione su un unico punto
      Concentrazione e coscienza
      La concentrazione senza oggetto

      7. Noi e ciò che ci circonda: ridefinire i confini

      Allocentrico vs egocentrico
      Sentire respirare la pelle
      Contatto e assenza di contatto
      Sentire gli altri
      Percepire lo spazio, percepire gli spazi
      Riempire lo spazio esterno

      8. Ascoltare e accogliere le emozioni negative

      Distinguere tra emozione e reazione
      Sentire i fenomeni come passeggeri
      Il respiro come emozione fondamentale
      La trappola delle aspettative

      9. La meditazione camminata

      La tecnica base
      Punti di ascolto
      La camminata interrotta
      Varianti

      10. Meditare ovunque e sempre: la pratica informale e le micropratiche

      Pratiche di osservazione
      Percepire lo stato di presenza
      Distinguere tra sentire e pensare

      Il docente

      Francesco Vignotto

      Insegnante di yoga e meditazione presso Zénon.

        Contributo di partecipazione

        Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo di 10 lezioni) è di 180€, più la quota associativa annuale di 30€.

        Richiedi informazioni o iscriviti

        Vuoi iscriverti o chiedere informazioni? Puoi chiamarci al 3492462987 o scriverci su Whatsapp

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        Archiviato in:eventi conclusi, meditazione, Senza categoria Contrassegnato con: meditazione Novara, yoga Novara

        Esistono emozioni negative?

        18 Agosto 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

        Esistono emozioni negative? Statua di Swet Bhairav, Hanuman Dhoka, Kathmandu Durbar Square. Foto di  Sanish shr - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90747701

        Contenuti

        • Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino
        • Ma allora esistono le emozioni negative?
        • Cogliere l’emozione al balzo
        • Nelle crepe dell’emozione
        • Post scriptum
        • Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

        Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino

        Mi trovo in Trentino mentre scrivo e rivedo questo articolo. È impossibile non notare i cartelli che avvertono della presenza degli orsi e il giornale locale cavalca la paura. In paese dicono che in pochi anni la popolazione è triplicata e c’è chi li ha avvistati addirittura nelle vicinanze della Coop. Come sappiamo dalle cronache, un uomo è stato ucciso, qualcun altro “è stato graffiato”, per usare le parole di un anziano villeggiante, un simpatico ex impresario di pompe funebri ormai quasi cieco.

        Nessuno nel 2023 si sognerebbe di affermare che gli orsi sono creature malvagie, ‘belve feroci’ come si sarebbe detto un tempo: se ‘graffiano’ o uccidono, reagiscono perché colti di sorpresa, o perché l’essere umano li provoca per paura o temerarietà. Paura, forse proprio perché l’orso risponde senza rimorsi alla sua natura, non temperata dalle convenzioni con cui imbellettiamo e ridirezioniamo, a volte ipocritamente, la nostra.

        Sull’altro piatto della bilancia ci sono le condizioni anomale in cui la popolazione degli orsi, come quella di numerose altre specie selvatiche, è proliferata e soprattutto si è trovata sempre più in contatto con quella umana: due mondi che idealmente dovrebbero scorrere paralleli, e proprio per questo, quando l’incontro avviene, le conseguenze sono imprevedibili.

        Come i nostri umori più oscuri, che crediamo confinati in qualche remota riserva, tutti speriamo di non incontrare l’orso; anche perché, per quanto ci possano preparare con istruzioni efficaci – allontanarsi lentamente senza correre, mantenere un atteggiamento passivo se aggrediti – quelle istruzioni sono quasi sempre negative, ed astenersi da una reazione è molto più difficile che fare qualcosa, anche se stupido e controproducente, come cercare di spaventarlo o di reagire, oppure – anche questo è tra l’elenco di cose da non fare – di avvicinarsi per filmarlo o fotografarlo.

        (Al tempo stesso però tutti segretamente, io compreso lo confesso, coviamo il desiderio di incontrarlo. Il fatto è che non sappiamo perché, o stentiamo ad ammetterlo. Non si tratta di semplice curiosità, né fascinazione per il pericolo: c’è qualcosa nell’orso senza il quale siamo incompleti.)

        La realtà è che noi non sappiamo realmente cosa faremo quando ci troveremo davanti l’orso. Ed è meglio non inorgoglirsi troppo se l’esito dell’incontro si dimostrasse per noi favorevole od onorevole: perché probabilmente non abbiamo ancora incontrato l’orso giusto.

        Esistono emozioni negative? - I tre orsi, illustrazione di Arthur Rackham - http://www.gutenberg.org/etext/17034, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=562870

        Ma allora esistono le emozioni negative?

        Prima di suscitare comprensibili reazioni: certo che esistono le emozioni negative, se ci riferiamo a quelle emozioni che provocano sofferenza. Una sofferenza a volte latente e a bassa intensità, che si propaga ben oltre la durata effettiva dell’emozione in sé. Più complesso è il discorso se con l’espressione emozioni negative intendiamo emozioni che, almeno idealmente, non bisognerebbe o sarebbe meglio non provare o esprimere , ma in questo caso subentrano fattori sociali, oltre che psicologici e a volte sanitari che non è qui luogo per trattare.

        La definizione è ancora più problematica se frequentiamo le pratiche contemplative, perché provare o manifestare emozioni considerate negative può addirittura essere vissuto come un fallimento o essere oggetto di riprova sociale. Insomma, se faccio yoga da così tanto tempo, perché perdo ancora la pazienza con il mio partner? Perché grido contro il cane? Se medito ogni giorno venti minuti, perché provo in me invidia per il mio vicino, vergogna o vanità per il mio aspetto fisico?

        Qualche tempo fa, mentre stavo facendo stampare delle foto nel negozio di fronte al nostro centro, il fotografo mi disse: “L’altro giorno l’ho vista in bicicletta e una macchina le ha tagliato la strada. Ho detto: si vede che fa yoga, non ha nemmeno battuto ciglio”. Ecco, dissi fra me e me, dovevo avere la testa tra le nuvole quel giorno, perché non mi ricordo di nessuna macchina che abbia rischiato di investirmi: la mia reputazione è doppiamente salva.

        È abbastanza diffusa, nei praticanti di yoga e meditazione e in chi siede attorno a loro, che queste pratiche si debbano svuotare di tutte le qualità fastidiose e inopportune, perché, nonostante si insegni il contrario, l’emozione ti qualifica, non è quasi mai privata. E di conseguenza, il manifestarsi di una di queste qualità è sintomo che qualcosa è andato storto, che ci siamo allontanati da noi stessi, perché tutto ciò che appartiene e porta allo spirito è per sua natura mondo e ‘positivo’ (avrei potuto benissimo scrivere invece un articolo sulle emozioni positive, di cui ci invitano a nutrirci, e che sono altrettanto problematiche: perché? Perché esistono anche quelle negative).

        Ecco quindi che una stanza del Vijñānabhairava Tantra ci taglia la strada:

        Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

        Vijñānabhairava Tantra, 1011Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003

        Di fronte a questa stanza si è tentati da due opposte reazioni: da un lato, di mettercela in tasca e tenerla pronta per il prossimo automobilista insolente; dall’altro, il completo scoramento davanti a una vetta affascinante ma fuori da qualsiasi portata. In realtà questa stanza è rilevante, prima ancora che per il suo ripido contenuto operativo (di cui parleremo più avanti), per il principio che enuncia.

        Che è poi lo stesso principio a cui rispondono i 112 modi (questo è uno di essi) che il Vijñānabhairava Tantra elenca per esperirlo. Proviamo a definirlo dapprima in negativo, nonostante l’approccio di questo testo fondamentale sia di tenore opposto. Il principio è che malgrado le innumerevoli perturbazioni di cui possiamo fare esperienza, la Realtà fondamentale è una.

        Altre correnti di pensiero dell’India tradizionale hanno espresso la medesima idea, ma mentre questa asserzione è servita altrove per svalutare l’esperienza soggettiva, predicando il distacco dagli stati mentali perché impermanenti e quindi irreali, qui il punto di vista viene capovolto: proprio attraverso questi stati, che di norma sono subiti inconsapevolmente provocando offuscamento e distrazione, possiamo invece, attraverso l’attenzione focalizzata, riconoscere quella Realtà.

        L’errore fondamentale non è tanto l’illusione che le perturbazioni sulla superficie siano reali, perché fino a un certo punto lo sono: i fortunali, come la rabbia, la paura, il dolore, per quanto passeggeri, possono uccidere e ucciderci; persino la gioia, l’amore, la felicità possono farci scoppiare il cuore, oltre a smuovere montagne. L’errore fondamentale è credere che questi stati siano diversi e separati dalla Realtà sottostante. Disconoscerli come espressione della loro fonte: questo è l’errore, perché nulla può manifestarsi al di fuori della luce della Coscienza. Ed è proprio questo errore a renderli ingovernabili.

        Ecco quindi, tornando alla nostra stanza che contiene una pratica (ci stiamo arrivando), un messaggio importante: anche nelle emozioni estreme e ‘negative’ c’è un nucleo di pace. Anche in quella “goffa bruttura indescrivibile”, sotto la cui veste la sofferenza si presenta spesso, nulla è perduto, ed è bene ripeterselo proprio quando tutto sembra dire il contrario. Verrà un momento in cui non ci sarà più bisogno del richiamo, sostituito dall’immediatezza: non ci siamo allontanati di un millimetro dal nucleo.

        Sembra anzi, suggerisce la stanza 101, che più antitetico sia l'(apparente) intervallo tra il turbamento della superficie e la quiete sottostante, più sia rapida la possibilità di tornare all’origine. Ma fermiamoci ancora un attimo.

        Ho conosciuto poche persone, forse nessuno (me compreso), il cui sismografo emotivo si sia stabilizzato su uno spettro accettabile per sé e per gli altri per il solo fatto di essersi seduta a meditare per anni, o aver passato un periodo considerevole ad allungare i propri muscoli e a disciplinare il proprio respiro.

        Ma come, si dirà, lo yoga e la meditazione non aiutano proprio a stabilizzare l’emotivo? Eppure, quante imbarazzanti esplosioni qualche istante dopo aver toccato la pace sul tappetino perché una singola parola l’ha messa a repentaglio, o appena usciti da una sala pratica mondati da qualsiasi negatività, al termine di tre giorni di digiuno, di un ritiro di Vipassana…

        Il fatto è che più si sperimenta la pace nelle pratiche contemplative, più si incapperà nel suo contrario, almeno finché non si mette la firma su quanto sopra, ovvero che la tranquillità provata nei momenti di grazia ci avvicina solo per analogia alla vera pace, che quella pace fondamentale occorre imparare a riconoscerla persino nei momenti in cui siamo radiati dalla grazia divina.

        Ritornano in mente le parole del controverso Yoga di Emmanuel Carrère:

        È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?

        Il libro parlava di tutt’altro, le domande erano altre, il caso era clinico. Ma la risposta a questo interrogativo potrebbe essere: è proprio per digerire anche questo che siamo qui? E che finché ci saranno condizioni propizie e condizioni non propizie saremo condannati all’eterno rimbalzo tra gli opposti, a essere miseri visconti dimezzati?

        Cogliere l’emozione al balzo

        Esistono emozioni negative? - By Tom Ordelman (User:Thor_NL) - Own reproduction, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=898174

        Torniamo infine alla pratica descritta nella stanza 101 del Vijñānabhairava Tantra:

        Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

        Questo metodo di concentrazione è ascrivibile al mezzo divino, che secondo la tripartizione dello Shivaismo del Kashmir (formulata posteriormente al Vijñānabhairava) è il mezzo di realizzazione di natura più elevata. Il mezzo divino è infatti trascendente: se si coglie lo slancio di una forte emozione, qui si dice, è possibile convertirlo in concentrazione, andando direttamente al cuore dell’essere, alla Realtà sottostante, perché ogni manifestazione di energia, se non interferita, torna alla sua origine con tanta determinazione quanto è la sua intensità.

        C’è però un ma: ci vuole sangue freddo, ovvero non dev’esserci niente di personale, lo slancio dev’essere colto prima che intervenga qualsiasi ponderazione, ovvero prima che il senso dell’io si appropri dell’emozione. Per questo, c’è una finestra temporale estremamente breve per mettere in atto questa pratica. Se l’emozione non viene colta immediatamente, nel suo insorgere, non è più possibile convertirla nella concentrazione assoluta descritta nella stanza, perché non è più puro slancio senza crepe, ma è la rabbia di qualcuno verso qualcosa, è frammentazione.

        Un esempio. Chiunque, vivendo nel mondo odierno e in questa porzione di pianeta, ha delle attività a orari prefissati ogni giorno. È quindi del tutto plausibile che decidiamo di meditare a una data ora (dicono di meditare sempre alla stessa ora, come i pasti e il sonno) e proprio un attimo prima riceviamo una brutta notizia, abbiamo una discussione, o scopriamo che qualcosa è andato diversamente da quello che ci aspettavamo.

        È possibile che questo condizioni la qualità della pratica, ma è anche possibile, se prima di incorrere in alcuna considerazione si chiudono gli occhi con la stessa istintiva percezione di sé con cui ci si tuffa a corpo morto, senza trattenere nulla, è possibile, dicevo, che questa spinta indesiderata, questa cosiddetta emozione negativa ci scaraventi molto più in profondità di quanto non ci sia dato conoscere con tanti bei sentimenti e passi ordinati.

        Certo, se nel frattempo abbiamo cominciato a commentare, a controbattere, se abbiamo cominciato a stilare la memoria difensiva e a pianificare vendette, il treno è già passato, addio stanza 101.

        Nelle crepe dell’emozione

        Attenzione però: se la pratica appena descritta non è più possibile, non è detto che abbiamo perso il treno per conoscere la Realtà sottostante, che nessuna meditazione, nessuno yoga sia più possibile: sarebbe come dire, nell’ottica del Vijñānabhairava, che la facoltà di bruciare è distinta dal fuoco.

        La pratica della stanza 101, dicevamo, appartiene al mezzo divino, ovvero il mezzo più elevato secondo lo Shivaismo del Kashmir, che ne contempla però altri due. Questa tripartizione ha il vantaggio e lo scopo di riconoscere a ogni mezzo la relativa dignità e il relativo contesto: se fallisco in un approccio, ne avrò almeno altri due con cui tentare.

        Nella fattispecie, potrò tentare una via sicuramente più familiare, ovvero il mezzo individuale: faccio qualcosa, applico una tecnica. Questo mezzo è considerato tra i tre inferiore perché c’è qualcuno che fa qualcosa, ovvero rinforza la contrapposizione tra soggetto e oggetto. Ma travolti dallo tsunami di un’emozione estrema, praticare una forma di controllo del respiro o forzare il corpo scosso a entrare in un asana è in fondo come cercare di rispondere all’assalto di un orso: per quante glie ne riusciremo a dare, saranno pur sempre molte meno di quante ne prenderemo.

        È per questo che, almeno all’interno di questo quadro di riferimento, per far fronte a una violenta emozione, il mezzo mediano è forse l’unico praticabile per evitare il complicato labirinto di purificazione ed espiazione degli effetti dell’emozione stessa.

        Se il mezzo superiore trascende l’emozione mentre quello inferiore si pone sul suo stesso piano, il mezzo mediano, o potenziato, è al tempo stesso trascendente e immanente. Ciò significa che nel mezzo potenziato rimaniamo nel flusso organico delle percezioni, focalizzando l’attenzione non negli stati affettivi in sé ma nello spazio tra uno stato affettivo e l’altro.

        I modi sono molteplici, ma ad esempio possiamo farlo concentrandoci negli spazi tra le fasi del respiro (come nella stanza 25). È a mio parere accostabile al mezzo potenziato anche la pratica dei movimenti invisibili, tipica alla riformulazione moderna del cosiddetto ‘Yoga del Kashmir’: mentre sono in una posizione, evoco la sensazione (non penso al movimento, lo eseguo con la sensibilità) dei movimenti per entrare in un’altra posizione, come alzare un braccio, muovere le gambe o ruotare la colonna, ascoltando il corpo in carne ed ossa che rimane immobile ma non esente da reazione. Anche in questo caso, trovo una centratura tra la posizione attuale e la posizione evocata, sono nel flusso delle percezioni ma centrato nello stato intermedio.

        E in definitiva, come suggerisce la stanza 103:

        La mente non dovrebbe essere assorbita né dalla sofferenza né dal piacere. Dovresti conoscere lo stato intermedio (tra entrambi) – allora rimane solo la Realtà.

        Vijñānabhairava Tantra, 103

        Questo tipo di pratica è del tutto interiore e non immune da difficoltà (bisogna trovare l’interstizio, e a volte è un’operazione che richiede una creatività molto sottile), ma ha il potere di armonizzare le pulsazioni particolari dell’emozione con un ritmo più profondo, ampio e anteriore.

        Che è forse anche la risoluzione di ciò che chiamiamo emozioni negative: una frattura apparentemente insanabile, una dissonanza imperdonabile che trova infine il proprio posto (non è forse quello che reclamava?) nell’ambito di un’armonia più generale.

        Post scriptum

        Durante il ciclo di seminari Yogasana che si terrà tra settembre e novembre, Gioia Lussana parlerà, molto meglio e molto più precisamente di me, del mezzo potenziato sia da un punto di vista filosofico che pratico.

        Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

        Note[+]

        Note
        ↑1 Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003
        Leggi

        Archiviato in:Articoli, Yoga Contrassegnato con: Emmanuel Carrère, emozioni, emozioni negative, Gioia Lussana, tantra, Vijñānabhairava Tantra, yoga, yoga del kashmir, yoga Novara

        Yogasana 7: corpo, emozione, guarigione

        10 Luglio 2023 by Zénon

        La consapevolezza attraverso le emozioni: una prospettiva integrata tra pratiche psicofisiche moderne, neurofisiologia, yoga tantrico delle origini e Medicina Tradizionale Cinese – in 7 seminari online e in presenza


        Sappiamo davvero che cosa sono le emozioni? Quali sono le basi neurofisiologiche note del rapporto tra emozione e salute? Come può lo Yoga intervenire in questo ambito? Se l’emozione influenza la postura, la postura può davvero influenzare l’emozione in modo diretto? Quali prospettive filosofiche sono state espresse nell’ambito dello Yoga riguardo alle emozioni e quali sono gli strumenti pratici per rapportaci a esse? Esistono vie alternative a quella del distacco? Se è bene coltivare emozioni positive, come possiamo rapportarci a quelle negative senza reprimerle, visto che non possiamo evitarle?

        In questo nuovo ciclo di Yogasana, interamente dedicato al mondo delle emozioni, cercheremo le risposte a queste domande attraverso lo stato dell’arte della scienza medica, la visione filosofica dello Yoga Tantrico tradizionale e quella della Medicina Tradizionale Cinese, offrendo spunti di riflessione, competenze trasversali e strumenti pratici per relazionarci alle emozioni attraverso lo Yoga moderno, da praticanti e da insegnanti.

        Saranno con noi in questo percorso Gioia Lussana, PhD esperta nello Yoga tantrico delle origini, il prof. Marco Invernizzi e Francesco Vignotto.


        Contenuti

        • Il programma
          • I docenti
          • Contributo di partecipazione e attestato di frequenza
          • Iscriviti
          • Desideri maggiori informazioni?

          in presenza e online

          Il corso potrà essere seguito anche in differita tramite le registrazioni, che saranno disponibili il giorno dopo ogni seminario

          Il programma

          Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica. Potranno essere seguiti in queste tre modalità:

          • in presenza presso la nostra sede a Novara in via XXIII marzo al numero 17
          • online in diretta tramite la piattaforma Zoom
          • online in differita, tramite le registrazioni che saranno disponibili per la visione in streaming a partire dal giorno seguente

          Le registrazioni, assieme alle slide di ogni seminario, saranno a disposizione di tutti gli iscritti, anche di chi sceglierà di seguire in presenza.

          MODULO 1: Emozioni e patologie – La meditazione

          Online, giovedì 21 settembre ore 19.10-21.00
          Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

          La relazione tra emozioni e patologie è un tema che ha interessato la medicina fin dai suoi albori. In questo seminario Marco Invernizzi ci illustrerà come oggi, grazie anche all’avanzare delle neuroscienze, conosciamo molto di più sulle basi neurofisiologiche delle emozioni e la loro connessione con il sistema immunitario con importantissime conseguenze sia per la guarigione sia per la prevenzione.
          Nella parte pratica, vedremo come tutto questo ha una relazione importante anche per le pratiche psico-corporee e in particolar modo con la meditazione.



          MODULO 2: Emozioni e postura: un rapporto davvero così facilmente reversibile?

          Online e in presenza, giovedì 28 settembre ore 19.10-21.00
          Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

          Che gli stati d’animo e la postura si influenzino reciprocamente è noto ed è in fondo l’assunto alla base della pratica posturale dello Yoga. Ma quali sono le basi medico-scientifiche di questo rapporto? Ed è davvero così semplice ‘invertire’ il rapporto, ovvero utilizzare la postura per trasformare gli stati d’animo? Oppure emozione e āsana si devono incontrare in qualche luogo di confine?


          MODULO 3: Cosa sono le emozioni per lo yoga?

          Online, giovedì 5 ottobre ore 19.10-21.00
          Con Francesco Vignotto

          Cos’è una emozione? È davvero contrapposta al pensiero? Cosa intendevano gli antichi indiani con il concetto di mente-cuore? Le pratiche contemplative come lo yoga sembrano prescrivere il distacco, ma è l’unica via? Se l’emozione è energia, come rapportarsi a questa energia?
          In questo seminario affronteremo questi temi preliminari che avremo modo di approfondire secondo diverse prospettive. Nella parte pratica, affronteremo il grande interrogativo: cosa fare se sto provando un’emozione che almeno in teoria non è compatibile con la pratica, come la collera o la paura?


          MODULO 4: La centratura nel flusso delle percezioni

          Online, giovedì 19 ottobre ore 19.10-21.00
          Con Gioia Lussana

          Trovare un centro di tranquillità nel flusso dei pensieri e delle emozioni: potrebbe sembrare un concetto non troppo nuovo, abbastanza condiviso nell’ambito delle pratiche meditative. Il fatto è che, secondo lo Śivaismo del Kashmir medievale, ovvero l’espressione più raffinata dell’India Tantrica, questa operazione non dev’essere compiuta nell’ottica di un distacco dalle emozioni, ma rimanendo con le emozioni stesse, in quanto espressione della Coscienza da cui originano. Questo è śāktopāya, ovvero il mezzo basato sull’energia, che Gioia Lussana ci illustrerà proponendoci alcune pratiche tratte dal Vijñānabhairava Tantra, testo-radice di questa tradizione.


          MODULO 5: Il respiro come emozione fondamentale, tra neurofisiologia e Coscienza

          Online e in presenza, giovedì 2 novembre ore 19.10-21.00
          Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

          Dal punto di vista esperienziale, il respiro è emozione. Più che all’assenza di emozioni, il prāṇāyāma sembra mirare a quella emozione fondamentale che incontreremo nella teoria estetica nell’ultimo seminario e che costituisce la base, l’essenza di ogni altra emozione: la pace.
          Tuttavia, nel rapportarci con il nostro stesso respiro incontreremo inevitabilmente, dei conflitti, il più delle volte emotivi.
          Uno sguardo alla neurofisiologia del respiro, ovvero a come il respiro viene controllato dal sistema nervoso autonomo, su come le emozioni possano influenzarne il funzionamento, e su come il controllo corticale volontario può intervenire ed entro quali limiti, ci aiuterà a comprendere meglio la questione per ritornare a praticare con maggiore consapevolezza e maggiori strumenti.


          MODULO 6: L’equilibrio delle emozioni nella Medicina Tradizionale Cinese e nelle Pratiche di Lunga Vita

          Online e in presenza, giovedì 16 novembre ore 19.10-21.00
          Con Marco Invernizzi

          La teoria delle emozioni nella Medicina Tradizionale Cinese ci invita ad andare oltre la classica e istintiva distinzione tra emozioni negative ed emozioni positive. Fondamentale è infatti il concetto di equilibrio, senza il quale anche l’eccesso di un’emozione positiva come la gioia può essere fonte di disarmonia. In questo seminario, Marco Invernizzi ci illustrerà il ciclo delle emozioni, ognuna delle quali è associata a un elemento e a un organo, e le Pratiche di Lunga Vita (Daoyin, Qi Gong) connesse per riportare l’equilibrio.


          MODULO 7: Lo yoga della bellezza

          Online, giovedì 30 novembre ore 19.10-21.00
          Con Gioia Lussana

          Qual è l’unico ambito in cui tutte – e diciamo proprio tutte – le emozioni hanno pari dignità? La risposta è sotto i nostri occhi, ma forse non è così scontata: nell’esperienza estetica dell’opera d’arte. Non a caso, lo Śivaismo del Kashmir medievale riconosceva proprio al godimento estetico la stessa valenza dell’esperienza mistica. Chiudiamo questo percorso di nuovo in compagnia di Gioia Lussana, che ci spiegherà perché il tantrismo indiano attribuiva così tanta importanza ai Rasa (ovvero i sentimenti archetipici risvegliati dall’opera d’arte) e perché l’argomento è di estrema importanza e attualità anche per noi.


          Un momento della didattica, durante la prima edizione di Yogasana


          I docenti

          Marco Invernizzi

          Medico e Professore associato presso la cattedra di medicina fisica e riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
          Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnate di Tai Chi e Qi Qong presso Zènon.

            Francesco Vignotto

            Insegnante di yoga e meditazione presso Zénon.

              Gioia Lussana

              Docente yoga (Y.A.N.I.) e formatrice di insegnanti yoga. Laureata cum laude in Indologia con R.Gnoli e R.Torella. Co-fondatrice dell’A.ME.CO con Corrado Pensa, per oltre 20 anni ha approfondito la meditazione vipassanà con maestri del buddhismo contemporaneo. Ha pubblicato saggi sullo yoga in riviste scientifiche (RSO) e divulgative. Ha conseguito il PhD presso l’Università Sapienza di Roma con una ricerca sullo yoga tantrico delle origini.

                Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

                Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario.

                Al termine del percorso – con una frequenza minima dell’80% delle lezioni – verrà rilasciato un attestato di frequenza.

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                Come meditare: una guida essenziale ma non superficiale

                24 Maggio 2023 by Francesco Vignotto 2 commenti

                Figura seduta in meditazione - guida alla meditazione

                Ci siamo accorti che dopo molti anni e fiumi di parole mancava su questo blog un articolo che parlasse della meditazione in termini basilari, senza omettere gli aspetti più pratici per chi volesse accostarsi a questa pratica che singolarmente prevede – o mira a – l’assenza di attività. Mancanza quasi imperdonabile, visto che l’argomento stesso esige che nulla sia scontato o banale e che ogni volta si parta come la prima.

                Con questo articolo vogliamo quindi colmare la lacuna, con l’intento di fornire degli elementi-chiave con cui orientarsi, con la consapevolezza che anche questa è una bella responsabilità, perché nella meditazione come nella realtà non ci sono livelli: la versione per principianti contiene già il tutto.

                Ovviamente, è scritto ‘con parole nostre’ e riflette delle esperienze particolari senza la pretesa di essere definitivo: avremo modo di tornare su tanti altri aspetti che qui abbiamo tralasciato di approfondire.

                Abbiamo però voluto, in un epoca in cui tutto deve avere un attributo o un brand o una firma, cercare di attenerci all’essenziale. E se la lunghezza di questo articolo potrebbe sembrare in contraddizione con quest’ultimo intento, ci sia perdonato almeno il fatto che è scritto in forma di guida, e come tale può essere letta o consultata a proprio piacimento.

                Indice dei contenuti

                • Cos’è la meditazione?
                • Quanti tipi di meditazione esistono?
                • Come meditare seduti. Alcune questioni tecniche
                  • La posizione seduta
                    • Le gambe
                    • Spalle, braccia, mani
                    • La colonna vertebrale e la testa
                    • La posizione non è una somma di particolari
                    • L’ascolto del corpo
                  • Il respiro
                    • Sentirsi respirare
                    • Il respiro addominale
                    • I riposi del respiro
                  • E ora?
                • Questioni terra-terra: quanto meditare? E quanto è importante la routine? le app servono?
                • Per meditare non ci serve nulla
                • Una provvisoria conclusione
                • Ulteriori risorse
                • Appendice: tre mudra per la meditazione

                Cos’è la meditazione?

                Figura seduta in meditazione senza testa - guida alla meditazione

                Iniziamo con una precisazione che è meno puntigliosa di quello che sembra: diciamo di ‘meditare’, ma meditare non è un’azione. Sarebbe forse più corretto dire che la meditazione è uno stato, ma anche questo è vero fino a un certo punto, perché lo ‘stato’ in questione non è un’alternativa a ‘sono contento’, ‘sono arrabbiato’ o ‘ sono ansioso’. Ecco, se vogliamo trovare una collocazione alla meditazione è nello sfondo. Meditare significa fare un passo indietro, slittare dalla mischia dei vari stati che ogni giorno attraversiamo allo sfondo sul quale appaiono.

                Attenzione però: ciò non implica che si diventi insensibili, ma che si scopra che oltre alla parte di noi che partecipa ai moti dell’anima, ce n’è un’altra che rimane quieta. Qualunque cosa accada e anche se momentaneamente ci lasciamo travolgere dagli eventi, quello sfondo rimane immobile.

                Il primo passo, forse l’unico, è accorgersi di questo sfondo, che si insinuerà inizialmente come una sensazione vaga, appena un presagio che tuttavia agirà sotterraneamente. Accadrà poi, forse, che all’improvviso, come compiendo una capriola, la scena si ribalti. Ma ciò si verificherà per ragioni non computabili e non garantite, e poco si presta a una riproducibilità tecnica, anche se può diventare molto familiare. Però non corriamo troppo in avanti e dedichiamoci allo scopo della pratica meditativa, ovvero a preparare il terreno.

                Perché, se meditare può sembrare difficile, se ci sembra che l’attenzione vaghi, la consapevolezza dello sfondo, pur per brevi tratti, produce alcuni cambiamenti di risonanza immensa, anche se in principio potrebbero addirittura passare inosservati.

                Innanzitutto sarà più difficile ‘avere una brutta giornata’ perché qualcuno ci ha fatto arrabbiare o perché le cose non sono andate come avremmo voluto. In altre parole, mentre continueremo a vivere con intensità le emozioni (perché non possiamo vivere senza) tenderà ad affievolirsi il loro strascico di rimuginio e ruminazione. In modo complementare, la consapevolezza dello sfondo ci regalerà quella che Hervé Clerc ha chiamato profondità strategica, ovvero una zona “in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico”, il che è un grande vantaggio, ad esempio in tempi in cui si fanno sempre più aggressive le incursioni psichiche di un sistema informativo basato sulla monetizzazione della paura.

                In secondo luogo, scopriremo che il collegamento con la nostra parte in quiete è ciò che rende le esperienze piene, significative. Proveremo meno necessità di riservarci valvole di sfogo basate unicamente sullo stordimento, sul ‘bere per dimenticare’, mentre scopriremo che anche le esperienze più comuni, come camminare o il semplice ‘respirare’, sono fonti di piacere e di rigenerazione. E anche quando ci dedicheremo a godimenti più intensi, avremo l’occasione di trovarvi uno spontaneo equilibrio.

                In terzo luogo, probabilmente ci accorgeremo di provare più raramente noia, scoprendo che quest’ultima non dipende dalla monotonia della situazione, ma dalla nostra mente che continua a vagare. Del resto, meditare – o meglio, come vedremo, la pratica formale della meditazione – significa allenarsi ad andare oltre la paura della monotonia. John Cage, che nelle sue composizioni esplorò molto la ripetitività e il silenzio, citava un detto Zen: “Se una cosa vi annoia per due minuti, provate con quattro; se vi annoia ancora, provate con otto, sedici, trentadue minuti e così di seguito. Potrà succedervi che non sia affatto noioso, ma che diventi anche molto interessante.”

                Ecco, con questo proverbio potremmo anticipare una definizione provvisoria della pratica formale della meditazione, che contiene già la risposta a una domanda non ancora espressa ma che sicuramente giace in attesa di essere formulata: quanto meditare? Meditare è dedicarsi a qualcosa di apparentemente noioso finché non è più noioso. Se prepariamo il terreno con la giusta cura, la missione potrebbe dichiararsi compiuta molto prima del previsto.

                Quanti tipi di meditazione esistono?

                Testa umana pensieri - guida alla meditazione

                Le parole si diramano in innumerevoli significati, anche quando la realtà a cui alludono è una sola.

                Meditare significa sia coltivare lo ‘stato’ di attenzione consapevole dello sfondo che abbiamo descritto nel paragrafo precedente, sia praticare una tecnica che lo favorisca. È in quest’ultimo senso che esistono diversi tipi di meditazione, ovvero diverse tecniche meditative, mentre nel primo, quello più essenziale, la meditazione non ha attributi. Può differire il quadro di riferimento (religioso o non religioso, filosofico o addirittura psicoterapeutico), ma la sostanza non cambia: meditare ha a che vedere con il silenzio, le tecniche sono i mezzi per propiziarlo.

                Un’altra distinzione utile a livello pragmatico è tra la pratica formale e la pratica informale della meditazione. Nel primo caso si dedica un tempo definito e in un certo senso ritualizzato alla pratica, generalmente seduta, nel secondo caso si tratta invece di introdurre degli elementi di attenzione nella vita di tutti i giorni, delle pause, delle interpunzioni che mettano in evidenza la permeabilità del vissuto allo sfondo: ad esempio, dedicando i momenti solitamente ‘a perdere’ come gli spostamenti o i lavori ripetitivi per prestare attenzione alla sensazione del peso che si trasferisce da un piede all’altro, o al respiro.

                La pratica formale e la pratica informale sono entrambe importanti e cooperano tra loro: potremmo accorgerci, in effetti, che in momenti del tutto privi di intenzione emergano ‘stati’ a pieno titolo meditativi, e ciò accade in parte grazie al fatto di aver speso del tempo nella pratica formale, in parte alla propensione di ogni essere umano verso questi stati: non a caso, la quiete meditativa è spesso definita stato naturale della nostra mente.

                Pratica formale e pratica informale sono quindi indispensabili per prendere consapevolezza che la meditazione non riguarda solo un ambito e un tempo circoscritti, ma l’intera nostra esistenza.

                Tra le pratiche formali di meditazione, le più comuni sono quelle che prevedono di sedersi nell’immobilità e nel silenzio. Esistono forme di meditazione in movimento, o che prevedono l’uso della voce per il canto o la recitazione esteriore di mantra, esistono tecniche di visualizzazione estremamente complesse e sofisticate, ma tutte trovano naturale sbocco nella meditazione seduta silenziosa e senza contenuti. Ed è proprio una forma molto essenziale di quest’ultima che andremo a vedere nel dettaglio in questo articolo.

                Come meditare seduti. Alcune questioni tecniche

                La posizione seduta

                Buddha in meditazione, Museo d'Arte Orientale E. Chiossone, Genova

                Perché ci sediamo? La risposta potrebbe essere: perché abbiamo le gambe! I nostri arti inferiori, che ci portano in giro per il mondo, hanno bisogno di essere messi a riposo per raccoglierci ma al tempo stesso senza sprofondare nel sonno. Tra la posizione in piedi, espressione massima dell’attività, e quella sdraiata, la posizione seduta ci consente di collocarci in uno stato di quiete vigile.

                Ai fini della pratica meditativa, la posizione seduta deve consentire al corpo di stabilirsi e di stabilizzarsi, trovare un ‘seggio’ (è il significato originario di asana) sufficientemente comodo ma non passivo, in modo che il corpo non sia da disturbo ma si offra come uno strumento musicale al soffio e alla percezione.

                Il requisito fondamentale della posizione seduta è che permetta al bacino di ancorarsi al suolo (sul cuscino, sulla panca o sulla sedia), in modo che la colonna vertebrale possa slanciarsi verticale, ricettiva come un’antenna. In questo c’è già l’insegnamento fondamentale espresso ad esempio dalla Tradizione Cinese con la triade Terra-Uomo-Cielo: entrare in contatto con ciò che è elevato non implica astrarsi ma al contrario radicarsi nel Reale fin negli aspetti più terreni.

                Tutto ciò che segue in questo paragrafo sono dettagli che favoriscono questa direttiva oppure devono essere trascurati.

                Le gambe

                La posizione seduta classica è a gambe incrociate, generalmente con il supporto di un cuscino che, sopraelevando le anche rispetto alle ginocchia, permetterà così alla spina dorsale di verticalizzarsi senza eccessivo sforzo grazie a una leggera anteroversione del bacino, come nella figura qui accanto. Ma nel caso in cui la posizione a gambe incrociate non sia praticabile, sono possibili posizioni alternative: dalla posizione di seiza sui talloni, eventualmente attenuata con una apposita panchetta, alla seduta su una comune sedia, possibilmente senza appoggiare la schiena.

                Postura seduta per meditare, da L. Kaminoff, A. Matthews, Yoga Anatomy
                Una leggera rotazione anteriore del bacino (se necessario con un supporto) favorisce la verticalizzazione della colonna. Immagine da L. Kaminoff, A. Matthews, Yoga Anatomy. Nota bene: se non è possibile sedersi a gambe incrociate, lo stesso risultato può ottenersi seduti sui talloni o su una sedia.

                Spalle, braccia, mani

                Il peso delle spalle si fonde nei gomiti, il peso dei gomiti nei polsi, quello dei polsi nelle mani. Il loro riattivarsi sarà oggetto di attenzione durante la meditazione. Attenzione, però: le spalle non ricadono in avanti chiudendo il petto, ma sono aperte. Le mani possono essere appoggiate semplicemente con i palmi sulle cosce o sulle ginocchia, o in una mudra.

                Il tema delle mudra per le mani e nello specifico per la meditazione è enorme e non può essere affrontato qui troppo nel dettaglio; per ora basti accennare che le nostre mani e in particolare le piccole estremità delle dita possono disperdere l’attenzione o aiutare a mantenerla vigile a seconda della loro configurazione.

                Durante la pratica meditativa, quando le mani sono a riposo dalle attività pratiche, la sensibilità energetica delle mani può fiorire in modo particolarmente netto, a volte attraverso sensazioni di intenso formicolio o di espansione. Possiamo semplicemente rivolgere i palmi verso l’alto e ascoltare il dispiegarsi di questo fenomeno senza intervenire, oppure (o in seguito) assumere una forma particolare, che servirà da supporto per la nostra meditazione. In appendice a questo articolo descriviamo tre mudra per la meditazione tra le più conosciute.

                La colonna vertebrale e la testa

                Mentre le gambe e le braccia sono passive, la colonna vertebrale è attiva ma leggera.

                Il basso ventre avanza leggermente, come se spingesse dolcemente un palloncino in avanti. Ciò permetterà alla linea che sale fino alla gola (che corrisponde più o meno al vaso di concezione nella Medicina Tradizionale Cinese) di estendersi dolcemente, restituendo il giusto spazio al plesso solare (l’area compresa tra l’ombelico e lo sterno), spesso compresso, e permetterà alla gabbia toracica di aprirsi frontalmente in modo naturale.

                La posizione della testa nella meditazione

                Il mento è leggermente ritratto verso la fossetta tra le clavicole. Quest’ultimo particolare è da comprendere correttamente: non si tratta di piegare la testa in avanti, verso lo sterno, ma di stabilizzarla producendo una leggera estensione (non una flessione!) del tratto cervicale, che sarà percepibile in tutto il resto della colonna.

                Quest’ultima, grazie agli accorgimenti finora descritti, si troverà in una posizione equilibrata di minimo sforzo, come se la verticalità preesistesse alle vertebre stesse e bastasse sintonizzarsi sulla sua frequenza per ricevere il suo sostegno come un ‘raggio traente’ (la colonna vertebrale è infatti una struttura autoportante, nel momento in cui le tensioni non inficiano il suo equilibrio intrinseco).

                La posizione non è una somma di particolari

                Attenzione però: malgrado la mole di informazioni fornite potrebbe suggerire il contrario, la posizione non dev’essere una somma di particolari. Ancoraggio del bacino e percezione di verticalità devono essere immediati e non frutto di uno sforzo eccessivo o artificioso. Pertanto, è meglio una posizione imperfetta, ma con il giusto equilibrio tra agio e leggero impegno, piuttosto che una posizione impeccabile ma rigida.

                Il consiglio è quindi di imbastire una posizione che complessivamente segua le direttive riportate più sopra, ma senza accanirci troppo: ci sarà modo, col tempo, di scoprire l’importanza dei dettagli. Ma soprattutto ne andrà verificata di persona l’effettiva validità: cosa cambia nel mio clima mentale se ho le spalle chiuse o aperte? E se ho il mento spinto verso l’alto, la testa che cade in avanti oppure in perfetto equilibrio in cima alla colonna?

                Trasferiamo ora queste impressioni nella vita di tutti i giorni, riformulandole in modo però naturale e non letterale: magari, seduti in ufficio, potremmo notare come l’insofferenza sia alimentata da posture difensive che però ci impediscono anche di respirare liberamente; forse, camminando, ci accorgeremo di esprimere l’affaticamento tramite compensi più espressivi che funzionali.

                Come già accennato, i momenti più noiosi, come gli spostamenti da un luogo all’altro, saranno occasioni di ascolto e di approfondimento di inesauribile ricchezza. Ovviamente, cercheremo di essere discreti e di non perderci tra le nuvole, perché anche interagire con l’ambiente e con gli altri in modo adeguato è strumento di meditazione, al di fuori dei momenti di pratica formale.

                L’ascolto del corpo

                Il corpo è uno strumento percettivo che attraverso la posizione ci orienta verso il silenzio. L’ascolto del sovrappiù di sforzo e di attività che ancora persiste o risorge nelle gambe, nelle braccia, nel volto (così come nel respiro, come vedremo) sarà una guida per la meditazione che lascerà ben poco spazio alla noia e ai pensieri.

                Non focalizziamoci però sulla singola tensione e non cerchiamo di scioglierla se si rifiuta di mettersi a riposo, perché ciò che persiste come rigidità è alimentato anche dalla nostra opposizione: se ci ostiniamo a voler sciogliere un nodo, tutta la nostra energia convergerà su quel punto.

                Se invece allarghiamo la nostra esplorazione alle aree circostanti, comprendendo via via tutto il corpo, e ancora più in là della nostra pelle, il contatto al suolo e lo spazio che ci circonda, la sensazione del corpo si diluirà via via divenendo più malleabile, rarefatta, e in essa tutto ciò che respingevamo verrà riassorbito. La stessa cosa accadrà ai nostri pensieri.

                Il respiro

                Figura dipinta su tanka con i percorsi del respiro attraverso le narici - Guida alla meditazione

                Una volta assestata la posizione, il respiro è il nostro principale punto di riferimento, sia perché il respiro è espressione della nostra attività mentale e quindi dalle sue alterazioni possiamo constatare l’acquietarsi o l’impennarsi dei pensieri; sia perché attraverso il respiro possiamo ricondurre la mente in acque più tranquille.

                Ricordiamoci innanzitutto che stiamo meditando e non eseguendo un esercizio di respirazione/pranayama. La differenza è fondamentale: mentre negli esercizi di pranayama detteremo al respiro un ritmo volontario (seppur mantenendo la radice nel respiro naturale, come descritto in un articolo precedente), nella meditazione sarà invece il respiro stesso a dettare il ritmo alla mente.

                Pertanto, non estenderò il respiro molto oltre le sue fasi naturali, ma lascerò che ciò avvenga spontaneamente. E anche se utilizzerò delle blande tecniche, avrò cura di intervenire solo lo stretto indispensabile e di vigilare affinché il respiro non si irrigidisca: e lo farà, certamente, ogniqualvolta la mente cercherà di imporsi, di appropriarsi del momento protocollandone la spontaneità.

                Sentirsi respirare

                Innanzitutto prenderemo consapevolezza che stiamo respirando. Ad esempio, ascoltando il suono e la sensazione tattile dell’aria che sfiora le narici, il movimento delle coste, del diaframma, del ventre, la facilità o lo sforzo nel passaggio attraverso la gola.

                Potrà succedere che, in un primo momento, si abbia l’impressione di non sentire nulla. Ciò dipende sia dal fatto che rivolgendo l’attenzione al respiro quest’ultimo si blocchi momentaneamente; sia, non meno importante, dal fatto che per sentire il respiro naturale dobbiamo prima fare silenzio e affinare i nostri sensi, dovendo ascoltare un fenomeno che normalmente è sovrastato dal rumore sia mentale sia letteralmente acustico. Ed è proprio per questo che l’ascolto del respiro naturale è un potente strumento di ‘ancoraggio’ al momento presente.

                Sentirsi respirare significa ascoltare il proprio corpo che respira, come se stessimo ascoltando qualcun altro respirare. Un buon metodo per allenarsi a farlo è proprio ascoltare una persona vicino a noi che respira, magari nei momenti di riposo. Sento il mio compagno, la mia compagna o anche un animale e seguo il suo respiro: non anticipo, non ritardo, non estendo, ma seguo e ascolto l’armonizzarsi di due respiri.

                Il respiro addominale

                Figura seduta che respira con l'addome - Guida alla meditazione
                La respirazione addominale. Il colore azzurro descrive molto bene la sensazione del respiro (il percorso dell’aria naturalmente è un altro)

                Il secondo punto di attenzione è la respirazione addominale, impropriamente detta anche ‘diaframmatica’ (impropriamente perché il diaframma è sempre coinvolto in tutte le forme di respirazione, come abbiamo visto altrove). La respirazione addominale è una modalità di respiro in cui il ventre si rigonfia leggermente (senza esagerare!) nell’inspiro, mentre ritorna al volume di partenza nell’espiro. Anche se fisicamente l’aria non riempie il ventre, la sensazione è di una ‘pancia che respira’.

                Questo avviene perché i muscoli addominali non esercitano una resistenza tale da impedire la discesa del diaframma (del suo tendine centrale) nell’inspiro, mentre accompagnano elasticamente la sua risalita nell’inspiro.

                La respirazione addominale favorisce il rilassamento (in quanto stimola il nervo vago) ed è al tempo stesso espressione di rilassamento: il respiro si stabilisce nel bacino nel momento in cui non solo fisicamente, ma anche mentalmente, ci sediamo, troviamo sede nel bacino. Pertanto, non può essere approcciata in modo eccessivamente forzato.

                Può succedere che per alcune persone sia difficile respirare con l’addome. Se il tentativo di farlo ci mette in difficoltà producendo tensioni, abbandoniamo ogni sforzo e torniamo ad ascoltare il respiro naturale o il corpo e osserviamo come può accadere che mettendo a riposo le spalle, o la mandibola, o ascoltando le anche sul cuscino, allentando una tensione là dove il corpo è più incline a cedere, anche nel respiro si possa liberare qualcosa.

                In momenti di calma, poi, possiamo sdraiarci su un fianco, sul letto, e ascoltare il movimento spontaneo del ventre. Invece di analizzare la meccanica del movimento, ricordiamoci della sensazione, del sapore di quel respiro.

                Postura di rilassamento per ascoltare il respiro addominale - GUida alla meditazione
                Matsya Kridasana può essere una posizione molto utile per ascoltare il movimento addominale spontaneo della respirazione durante i momenti di riposo. L’immagine è tratta da Swami Satyananda Saraswati, Asana Pranayama Mudra Bandha

                I riposi del respiro

                Il respiro non ha soltanto due fasi. Così come non esistono solo le parole ma anche l’interpunzione tra le parole, così come non esistono solo le note ma anche i silenzi tra le note, le pause, gli spazi sono elementi altrettanto significativi quanto ciò che vanno a ritmare. Così, le pause alla fine dell’inspirazione e alla fine dell’espirazione sono essenziali.

                Per abitudine mentale, i nostri ritmi non contemplano vuoti: non abbiamo finito un’occupazione che già stiamo pensando al prossimo modo con cui eviteremo di rimanere inattivi. Allo stesso modo, la massa dei nostri pensieri ci sembra indistricabile proprio perché si presenta compatta senza fessure, e così, manco a dirlo, il nostro respiro: nel momento però in cui cominciamo ad avvertire che ci sono degli intervalli, l’esistenza dello sfondo comincia ad essere percepibile.

                Anche in questo caso, non si tratterà di forzare delle apnee, ma di lasciar giungere l’inspirazione e l’espirazione ognuna alla sua fine naturale. Contemplando l’attimo di silenzio che naturalmente si verifica alla fine di entrambe le fasi, quello spazio ancora una volta vivo in cui il mentale si trova privo di propulsione: dagli spazi tra i respiri agli spazi tra i pensieri il passo è molto più breve di quanto ci si aspetti, se si ha la delicatezza di non trasformare in azione le pause.

                Su questo aspetto rimandiamo a due articoli pubblicati in passato: entrambi riguardano gli aspetti filosofici e pratici legati al respiro e al ruolo delle pause nella tradizione indiana: il primo si intitola Pranayama: vita, respiro morte e miracoli e l’altro è Pranayama, questo sconosciuto.

                E ora?

                Se ci è sorto spontaneo l’interrogativo: e adesso? cosa si fa? siamo sulla buona strada. La pratica meditativa comincia proprio da quel e quindi? che la nostra mente, così poco abituata agli spazi vuoti, non può fare a meno di domandarsi quando si rende conto che non ha nulla di cui occuparsi tranne che di stare dove si trova. Naturalmente, cercherà di fuggire, ma non si tratta soltanto di riportarla al presente; si tratta anche di cogliere come, più passano i minuti, più il centro di gravità, dentro di noi, si sposta dal proiettarsi altrove al rimanere qui.

                Pochi istanti di immobilità, e le spinte centrifughe cedono un po’ di potenza, rimanere seduti diventa meno faticoso che andarsene via con la mente o col corpo. Il travaso è inizialmente di pochi milligrammi, ma quel che conta è cogliere questo travaso, che agirà nel tempo con la stessa solerzia della goccia d’acqua.

                Questioni terra-terra: quanto meditare? E quanto è importante la routine? le app servono?

                Meditare con le app?

                Se la meditazione può e deve penetrare nel tessuto della vita, se meditare è andare dritto al cuore irripetibile del momento, dobbiamo però anche interfacciarci con la realtà quotidiana che è fatta di cicli, di ritmi naturali e innaturali, in definitiva di ripetizione. Da un punto di vista strettamente pragmatico, soprattutto all’inizio, senza una routine anche i buoni propositi meditativi rischiano di rimanere travolti dal fiume ben più robusto delle contingenze quotidiane.

                Pertanto, non è un contraddittorio trasformare la meditazione in abitudine quotidiana, ma è anzi una necessità. Può essere saggio, inizialmente, non imporsi periodi troppo lunghi e serrati. È importante però che siano costanti. Perciò, un buon obiettivo sarebbe cominciare con pochi minuti (ma abbastanza per ‘scoprire che ciò che sembrava noioso non lo era affatto’) per ampliare a venti-trenta minuti a seduta.

                È importante non solo la presenza di una guida esperta, ma anche la compagnia di altri meditanti, perché anche il silenzio è contagioso e il suo apprendimento transita in gran parte per osmosi.

                Le app per meditare? Riprendiamo una considerazione dall’articolo precedente riguardo alle tecniche di respirazione: se si trattasse di adeguare il respiro a un’equazione ritmica astratta, allora sì, una app che ci dettasse quel ritmo – così come una app che ci dettasse le fasi della meditazione – potrebbe essere utile.

                Il fatto è che la pulsazione profonda del respiro-mente non è un ritmo esterno e il processo di ritorno a quella pulsazione è l’esatto opposto di una procedura automatica: è il risultato di una spoliazione che non può essere mimata, altrimenti andremo da un artificio a un’altro artificio. In parole povere, è facilmente comprensibile come cercare la spontaneità e l’attenzione al momento presente attraverso uno strumento automatico sia un paradosso Ottenere la concentrazione attraverso uno strumento esterno che ci dia la sveglia è sì camminare, ma con delle stampelle di cui non abbiamo bisogno.

                Diverso il discorso invece per i numerosi filmati presenti su Internet che contengono pratiche di meditazione guidata. Se sono molto spesso fin troppo stereotipate e artefatte (la musica new age, i cimbali, la voce vellutata e narcolettica), in alcuni casi possono trasmettere davvero qualcosa, specie se si tratta di pratiche in presa diretta. Ad esempio, se si conosce il francese o l’inglese, questo breve estratto di Nathalie Delay riesce a essere veramente toccante.

                Certo, internet è un mezzo straordinario perché ci permette di conoscere aspetti della vita che in altre epoche non avremmo nemmeno potuto immaginare, tuttavia se riuscissimo a stare alla larga dagli strumenti digitali almeno durante i momenti di pratica, questo non sarebbe un male.

                Per meditare non ci serve nulla

                Figura femminile seduta, scultura indiana - Guida alla meditazione

                Abbiamo speso molte parole ma in realtà non ci serve niente per meditare. Potremmo anzi dire che la meditazione è scoprire che non abbiamo bisogno di nulla tranne quello che c’è in questo momento: a un certo punto ci accorgiamo che non abbiamo così bisogno di dire quella cosa urgente che tanto ci premeva di precisare e, a ben vedere, il bruciore di quell’offesa comincia a essere meno vivido di fronte all’attualità del nostro respiro o della sensazione del nostro corpo. Il momento in cui i nostri pensieri, anche quelli più ossessivi, cominciano a farsi più lontani e sfumare come voci indistinte è importante, tuttavia questo distacco non va per nulla forzato.

                Infatti, anche questi pensieri fanno parte del momento presente e respingere qualcosa come indesiderato non solo lo alimenterà (è una legge fondamentale che non si smette mai di imparare), ma significa separarci da ciò che c’è in questo momento, recludendoci in una sala d’aspetto in cui non si vive mai il presente, ma tutto è in funzione di quando quel maledetto pensiero, quel suono fastidioso o quel dolore alla spalla sarà cessato.

                Che cosa fare? Ecco l’aspetto più difficile da descrivere. Sarebbe forte la tentazione di rispondere “non bisogna fare nulla”, ma quando di fronte a ciò che ci provoca una reazione suggeriamo un atteggiamento passivo, non intendiamo la passività rassegnata delle vittime inermi; la passività, per il meditante, è colma di potenza ed è così vasta da accogliere qualunque cosa, così come il silenzio e l’immobilità brulicano di vita, una vita talmente perfetta che qualsiasi intervento volontario apparirebbe un’azione scomposta.

                Ciò è possibile però se manteniamo ancora una volta un’attenzione globale e non unicamente focalizzata sui pensieri o le sensazioni dominanti. Per cui, accogliamo pure i pensieri di sventura, non ribattiamo sul loro stesso piano cercando di smentirli ma accettiamone l’eventualità, accogliamo le emozioni che per miopia vengono definite ‘negative’, accogliamo la tristezza, la paura, anche la rabbia e sentiamole fino in fondo senza commentarle lasciando che come ogni cosa nascano, si sviluppino e muoiano.

                Notiamo anche che tra un pensiero, tra un’emozione, tra una sensazione spiacevole e l’altra c’è anche il respiro che sfiora le narici, c’è anche la sensazione dei vestiti sulla pelle, il suono distante di qualcuno che lavora al di fuori della sala, il nostro corpo che risponde alle vibrazioni del pavimento, e poi forse sorge un pensiero nuovo, estraneo: anche questo è il segnale che la corazza che ci isola dal reale non è più così compatta.

                Verrà un momento in cui anche quei pensieri e quelle emozioni ‘negative’ ci appariranno per quel che sono: pensieri, emozioni, sensazioni come tutte le altre, e poi più nulla. E anche se non si arriverà a tanto (è bene non sperarci, ma non è così improbabile), notiamo il ridimensionamento, il seppur lieve allentarsi della morsa, gli spiragli in ciò che in precedenza non ne ammetteva alcuno.

                Attenzione però: questa attitudine volta a non respingere, o positivamente accogliere, significa risparmiarci inutili corpo-a-corpo della mente con sé stessa, ma è un atteggiamento ben diverso dall’evitare di far fronte alle situazioni che lo richiedono e, in definitiva, a evitare di vivere: se sanguino devo medicarmi, se ho perso un amico piango, così se una posizione troppo scomoda mi impedisce di concentrarmi è opportuno modificarla, se i pensieri sono troppi allora mi alzo e mi faccio un giro.

                Prendermi cura della ferita, il pianto, il grido, l’ascolto del corpo che si distende mentre allungo una gamba, la passeggiata saranno la mia meditazione, ossia stare con quello che c’è, e quando tornerò a sedermi, oggi stesso o tra un mese, lo farò con più coraggio proprio perché avrò imparato che meditare non è vincolato rigidamente a delle formalità.

                Una provvisoria conclusione

                Dipinto tantrico, da Tantra Song - Guida alla meditazione

                In questo articolo non abbiamo parlato di tecniche specifiche di concentrazione, come focalizzarsi su un oggetto esterno o le numerose tecniche di visualizzazione. Abbiamo deciso di escluderle non solo per non rendere l’articolo eccessivamente proteiforme, ma anche perché va assimilata una premessa difficile per la nostra mentalità abituata al fare per ottenere: la concentrazione di cui parliamo qui non nasce da uno sforzo ma dal rilascio di uno sforzo. Non può nascere dal progressivo prolungamento di uno stress, anche se lo stress può occasionalmente servire per ottenere una risposta di rilassamento ancora più profonda.

                Eventuali tecniche di concentrazione possono essere considerate una possibile fase successiva a quanto abbiamo descritto ma non sono un ‘livello’ superiore della meditazione; servono per deframmentare l’attenzione quando è eccessivamente dispersa, ma a patto che a un certo punto siano lasciate, o il pensiero si dissolva da sé, per tornare da dove siamo venuti. La pratica minimale di presenza seduta potrebbe non averne affatto bisogno: è al tempo stesso la forma preliminare e la forma più alta di meditazione.

                Molte persone, ad esempio, si sono avvicinate alle pratiche meditative durante il periodo della pandemia, forse inconsciamente, proprio per questo: quando ti rendi conto che non puoi fare nulla per cambiare il corso degli eventi, che ti trovi in una posizione da cui non puoi uscire, si creano le condizioni per un cambiamento di ‘stato’ che non è il risultato consequenziale di alcuna azione.

                Abbiamo fiducia, non nella nostra forza di volontà né nella nostra capacità di concentrazione, ma nelle dinamiche gravitazionali che dipendono da forze più grandi di noi, della nostra mente, e che possono giocare a nostro favore, almeno se ci collochiamo nella postura corretta. La meditazione, quando accade, non è per merito nostro.

                Ulteriori risorse

                Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo alla sezione sulla meditazione del nostro blog, in cui ci sono già molti approfondimenti di natura storica, neuroscientifica e filosofica, e dove altri contributi sicuramente andranno ad aggiungersi in futuro.




                Appendice: tre mudra per la meditazione

                Le tre immagini sono tratte da Yogapedia.

                Gyan mudra, forse la mudra più conosciuta (e bistrattata nelle pubblicità). Pollice e indice a contatto come se tenessimo fra le dita un granello di sabbia, le altre tre dita unite ed allungate dolcemente, come un prolungamento dell’incavo del palmo della mano; il dorso della mano appoggiato sul ginocchio o sulla coscia.

                Dhyana mudra, altra mudra di meditazione molto diffusa, soprattutto in ambito buddhista. Mano destra deposta nella mano sinistra, i pollici a contatto in posizione neutra. C’è un detto riguardo a questa mudra, “né monti né valli” a intendere che quando i pensieri prendono il sopravvento, i pollici montano verso l’altro formando una punta; quando invece sprofondiamo nel sonno, i pollici ricadono verso il basso.

                Bhairava mudra può essere confusa con dhyana mudra, ma la differenza è netta. Il dorso della mano destra riposa nel palmo della sinistra, ma i pollici non si toccano. La mudra riposa in grembo, o a diverse altezze (al plesso solare o al centro del petto), ma le mani rimangono sempre aperte, non ci deve mai essere una flessione tra le dita e il palmo.

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