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yoga Novara

De-costruire il corpo: Ardha Matsyendrāsana

20 Settembre 2018 by Zénon Lascia un commento

Matsyendrāsana è una delle āsana archetipiche dello yoga: non a caso è dedicata alla figura semi-leggendaria di Matsyendra, considerato uno dei capostipiti della tradizione dello haṭhayoga. Qui è presentata la sua forma parziale, Ardha Matsyendrāsana (la versione completa contempla una gamba in semiloto).

Perché la posizione non si limiti alla superficie, occorre dimenticarsi di ‘stirare’ o tirare la schiena utilizzando le gambe o le braccia come leva (il che produrrebbe un eccesso sollecitazione nella zona dorsale). Le anche, le spalle, la gamba a terra sono a riposo: il loro attivarsi al di là dello stretto necessario segnala il limite oltre cui non forzare.

E allora come entrare in questa posizione? Nel Chuang-Tsu, il macellaio dell’Imperatore non consumava mai il filo del proprio coltello perché penetrava l’animale seguendone gli interstizi. Allo stesso modo, in Matsyendrāsana occorre muoversi verso la torsione del tronco andando e venendo più volte in forme parziali, alla ricerca della linea di non resistenza del corpo, prendendo familiarità con le sensazioni più sottili.

Per questo, prima ancora di sistemare le braccia oltre la gamba sollevata abbracceremo il ginocchio senza tirarlo a noi, prima ancora di toccare il ginocchio proveremo a sentire la sua vicinanza al busto, prima della posizione eretta proveremo con diverse inclinazioni del tronco la sua docilità nel seguire il movimento, prima ancora di rivolgere il tronco verso la coscia sollevata ve lo abbandoneremo sopra, prima di avvicinarci alla gamba sentiremo il peso che dal bacino scivola verso la coscia a terra.

Questo permetterà alla posizione di stabilirsi senza creare altre tensioni, di collegare alto e basso con un movimento a spirale il cui punto di partenza potrà essere percepito ben al di sotto del contatto al suolo. E permetterà, infine, di sperimentare la dimensione più profonda dell’āsana: stare, senza bisogno di altro.

(Cliccare o toccare le immagini per farle scorrere)

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Il praticante di yoga avanzato

5 Settembre 2018 by Francesco Vignotto 2 commenti


(Questo articolo è dedicato a chi chiama un centro yoga e chiede se può frequentare lo stesso anche se non l’ha mai fatto prima, oppure se è abbastanza bravo per partecipare alla lezione delle 19:00)


Ogni tanto suona il telefono, ed è: “Salve, sono un praticante di yoga avanzato”.

Tra le frasi che ci mettono in imbarazzo, questa occupa sicuramente i primi posti, in primo luogo perché non abbiamo un corso per praticanti di yoga avanzati (abbiamo, per chi lo vuole, delle ore di meditazione e di prāṇāyāma, ma nessuna dicitura che assicuri lo scatto di livello). In secondo luogo, perché riteniamo che un praticante di yoga veramente avanzato, se esistesse qualcosa di simile, non direbbe mai “Sono un praticante di yoga avanzato”, per cui ci domandiamo chi davvero ci sia dall’altra parte del telefono.

Il problema è, nello yoga, definire cosa sia un praticante avanzato. È forse qualcuno che si allunga di più e fa posizioni ‘avanzate’? (Se la risposta è sì, si veda il post scriptum #2). Qualcuno che trattiene il respiro per tanto tempo? Qualcuno che conosce gli Yoga Sutra a memoria o sa recitare un mantra per molte ore? Oppure qualcuno che manifesta poteri psichici o particolari doti di santità e autocontrollo, ammesso e non concesso che la nostra idea di santità corrisponda a quella di uno yogi?

Nessuno può saperlo. Abbiamo visto le stesse persone eseguire il pavone nel loto e non riuscire a stare sedute per pochi secondi in silenzio. Abbiamo visto altri rimanere immobili per ore come dei Buddha imbalsamati e, una volta terminata la pratica, finire preda dei demoni più insidiosi, come ad esempio ritenersi praticanti avanzati.

Se volessimo tenere per buona la dicitura, allora per praticante avanzato ci verrebbe in mente qualcuno che si senta sempre un principiante, anche compiendo le tecniche più elementari. E soprattutto che sappia anche abbandonare le tecniche quando serve. Qualcuno che abbia una certa familiarità – se così si può dire – con il ‘non so’. Qualcuno per cui non sia un problema trovarsi in sala con principianti assoluti o con un emulo di Iyengar – e, magari, che riesca a essere da ‘traino’ in entrambe le eventualità proprio con la consapevolezza della propria ignoranza.

In altre parole, non abbiamo corsi per praticanti di yoga avanzati perché è impossibile distinguerli da quelli alle prime armi. E forse è inutile, se non deleterio.

Ma a questo punto si impone la domanda: perché un praticante di yoga avanzato sente il bisogno di frequentare un corso per praticanti avanzati, invece di dedicarsi allo studio e alla pratica individuale, magari coltivando un rapporto uno-a-uno con un insegnante che ritenga degno (vero salto di qualità, che peraltro risponderebbe a un metodo più tradizionale di trasmissione)?

La risposta è semplice: perché il pesce puzza dalla testa. Perché qualcuno, un insegnante, un guru, una scuola, gli ha detto che è un praticante intermedio, avanzato, supremo; e che meriti di stare con i suoi pari; e, soprattutto, che i progressi nello yoga siano misurabili e certificabili attraverso riconoscimenti esteriori e la misurazione dei propri attributi.

Le ragioni di ciò possono essere varie, e vanno dalla mera esigenza di organizzare la didattica (comprensibile, ma basandosi su criteri che non hanno valore assoluto), alla più opinabile tendenza a standardizzare, gerarchizzare, protocollare e multilivellare per produrre in serie praticanti, insegnanti e certificati che spesso hanno molto meno valore di una tessera sanitaria.

Il problema è che il miglior modo di castrare qualcuno è dirgli che è un praticante di yoga avanzato. Per questo, per non fare torto a nessuno elevandolo o affossandolo ingiustamente, da noi non ci sono praticanti avanzati ma solo e soltanto allievi alle prime armi, che non sanno e, si spera, sanno di non sapere. E abbiamo l’onore di annoverare tra questi ultimi gli insegnanti stessi.


Post scriptum #1

A scanso di equivoci, a volte occorre molto studio e molta pratica per sapere di non sapere.

Post scriptum #2

Nello yoga posturale moderno, la prestanza fisica è il principale fattore nel sentirsi adeguati/arrivati o inadeguati/incapaci, ed è forse il più discutibile. A parte tanti bei discorsi sull’accettazione di sé e sull’inclusività, rimane il veicolo con cui insegnanti e praticanti pubblicizzano sé stessi, spesso nell’ottica volontaristica e motivazionale tipica della cultura fisica: fatti un mazzo così, e diventerai come me se lo vuoi (ne abbiamo già parlato in un altro articolo, a cui rimandiamo per una disamina).

Ci vengono allora in mente queste foto di Swami Sivananda di Rishikesh, che pure ebbe un ruolo chiave nel creare lo yoga moderno posturale. Dicono che fosse un grande yogi (qualunque cosa possa voler dire). Eppure, secondo alcuni criteri, sarebbe stato a malapena in grado di frequentare una classe per principianti.

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Se non sai stare seduto, non hai mai praticato yoga

22 Agosto 2018 by Francesco Vignotto Lascia un commento


Sono belle le inversioni, gli equilibrismi sulle mani, il fluire delle sequenze con l’alternarsi del respiro, le argute soluzioni posturali. Ma se la pratica non porta a sentirsi comodi nella posizione seduta, riposando in sé stessi, rimarrà ben poco nella fretta di rialzarsi.

Le posizioni sedute sono le āsana più antiche dello yoga. A quanto ne sappiamo (ne abbiamo parlato altrove), il termine stesso āsana indicava originariamente un modo di sedersi per la meditazione e il controllo del respiro, e solo successivamente il termine avrebbe incluso posture che hanno scopi terapeutici e preparatori.

Sedersi è l’alfa e l’omega e contiene in sé tutti i suoni dell’alfabeto dello yoga. Tutta la pratica e la sua efficacia dipende da come ci si siede prima, dopo e durante.  Forse non ha nemmeno tanta importanza quale tra le posizioni meditative codificate scegliere, e varrebbe lo stesso stare su una sedia: conta il gesto, essenziale, di stare. Né distesi nell’abbandono passivo alla terra, né nel farsi attivo della posizione: stare seduti è, corporalmente, l’equivalente della pausa nel respiro. Se non vi fosse ascolto a questa fase, tutto si risolverebbe in un rimbalzo tra inspiro ed espiro, non rimarrebbe spazio per l’intuizione dello spazio.

Eppure, incontriamo molto spesso praticanti con diversi anni di esperienza – e con notevole mobilità – che non sono in grado di sedersi per pochi minuti, anche se con facilitazioni: al netto delle difficoltà fisiche, la loro mente, come tutte le menti, ha bisogno di un corpo che si muove. Solo, non è stato insegnato loro a osservare questo fenomeno invece di perdervi la testa, e a non credere alla fase acuta dell’insofferenza, perché il gioco dell’anticipazione mentale prelude all’inaspettato, all’ascolto reale.

Con il dovuto tatto e la dovuta decisione, riteniamo che il compito dell’insegnante è dimostrare che il mostro non esiste, più che creare nuove distrazioni per far sì che l’allievo guardi dall’altra parte. Il problema è che spesso queste posizioni vengono percepite – in primo luogo dagli insegnanti stessi – come ‘tempi morti’ tra una cosa e l’altra da fare, sottovalutandone peraltro gli effetti psicofisici addirittura superiori rispetto agli altri e più giovani āsana.

In realtà, tutto ciò che è essenziale nello yoga accade proprio ora, forse proprio perché sono momenti che il comune modo di pensare ritiene morti. È tutt’altro che una glorificazione dell’ozio, è come accorgersi che lo spazio che si riteneva vuoto è invece vivo. Perché se non si capovolge prima la prospettiva, care yogini e cari yogi, è del tutto inutile che capovolgiate il corpo.

Per questo, a chi ci domanda cosa fare quando è solo, ci sentiamo di dire: siedi in una qualunque posizione a gambe incrociate o sui talloni (quella nella foto è siddhāsana, ma puoi anche allentare le gambe). Usa anche un cuscino o due se ti può aiutare. Come detto, può anche andare bene una sedia, purché la schiena non si appoggi. Possibilmente, il peso che scivola verso la zona genitale e le cosce, la testa sopra il bacino, spalle e scapole a riposo, che scivolano naturalmente aprendo un leggero spazio nel petto. Rimani qualche istante ad ascoltare, senza cercare di elevarti volitivamente, e senza accasciarti: in equilibrio tra il peso deposto nel suolo e l’aria in cui si erige la colonna. Non correggere nulla. Tutto ciò che arriva può essere ascoltato, compresa la voglia di muoversi.

Quando non c’è più alcuna differenza tra andare e restare, allora può arrivare il momento di muoversi verso qualcos’altro. Ma se non sai stare in una posizione seduta, non hai mai fatto yoga.

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Accetta i tuoi limiti, ma vedi di toccarti i piedi in fretta

27 Giugno 2018 by Francesco Vignotto 7 commenti

Tira!

Einstürzende Neubauten, Yu Gung (fütter mein Ego, “nutri il mio ego”)

Quando andavo a lezione di yoga diversi anni fa, ero molto orgoglioso di piegarmi in avanti fino ad appoggiare il busto sulle gambe, o di posarlo a terra se le gambe erano divaricate. A quel punto spesso l’insegnante interveniva con un’energica spinta sui lombi per farmi arrivare ancora più in là. Solo più tardi ho avuto il coraggio di lasciare emergere la domanda che già allora echeggiava in sottofondo: arrivare dove?

L’approccio alla pratica posturale, nello yoga moderno, è principalmente volontaristico: volere è potere; il dominio sul tuo corpo; la rimozione dei blocchi fisici, emotivi, mentali, come se quei nodi non fossero parte integrante di ciò che sei, e come se il volertene sbarazzare in tutta fretta non fosse cibo per la tensione stessa; il maestro, che ti fa ‘andare oltre’, espressione con cui si è giustificato ogni genere di azioni e correzioni altrimenti discutibili e inconsulte: spesso, il maestro vuole solo farti entrare nell’idea che i suoi schemi mentali gli hanno imposto.

‘Ascolta il tuo corpo’ e ‘rispetta i tuoi limiti’ sono allora belle frasi di circostanza, che suonano spesso involontariamente sarcastici, come il celebre meme sui giornali femminili: accettati per come sei, però intanto perdi dieci chili e rifatti le labbra; rispetta i tuoi limiti e prenditi il tuo tempo, però vedi di afferrare quei piedi, e possibilmente prima della fine della lezione. Con buona pace dell’interiorizzazione che, secondo il luogo comune, la flessione in avanti dovrebbe favorire.

Il problema è che, di fronte ai piedi da prendere o al pavimento da toccare, ogni disponibilità all’ascolto è già evaporata. Non c’è nulla che posso sentire, nel ‘qui ed ora’ tanto caro alla retorica olistica, quando sono proiettato verso un risultato. Non sono né qui né ora dove mi trovo, bensì là e dopo dove ancora non sono. Perché naturalmente anche quando avrò raggiunto l’obiettivo, cercherò qualcosa di fisicamente oltre: e ciò può avere un senso, ma non vedo perché catalogarlo sotto il termine yoga.

Con gli anni, ho imparato che nella fretta di allungarmi, nella ricerca della conferma di essere flessibile come ieri, c’era qualcosa a cui non prestavo attenzione, ma che lasciava una traccia molto più profonda e meno dissimulabile di quanto pensassi. Una tensione nell’area dell’anca destra interveniva a un certo punto dell’avanzare, come a frenare da quel lato. Come appariva logico, e applicando tutte le precauzioni – avendo cura che il bacino ruotasse in avanti, estendendo le ginocchia, avanzando verso le gambe dal basso ventre al torace eccetera –  pensavo che lavorando analiticamente sulla posizione avrei sciolto il nodo che mi affliggeva: insomma, dovevo allungare le catene cinetiche posteriori, sul manuale era tutto così semplice, simmetrico e lineare!

Ma ciò, al contrario, estendeva la geografia della tensione lungo tutta la linea destra: psoas, scapola, gluteo, polpaccio, pianta del piede. Ora penso con un sorriso alla frustrazione che provavo quando camminavo zoppicando dopo aver praticato una tecnica che avrebbe dovuto riallinearmi, e invece scompaginava l’equilibrio del mio corpo – equilibrio che, come più tardi ho imparato, è fatto anche di tante piccole anomalie e zoppicamenti, che però suonano bene insieme, a differenza di quel clangore artificioso e stucchevole.

Ma quando non sei ancora disposto a negoziare sull’efficacia di ciò che stai facendo, pensi che sei tu a essere sbagliato, di avere qualche difetto congenito da correggere e finisci per essere ancora più intransigente (forse non ‘tiro’ abbastanza).  Ti viene in aiuto, poi, la psicologia spiccia: stai “buttando fuori” tensioni molto profonde e antiche; senza sofferenza non si cresce; il tuo lato destro bloccato indica un problema con la tua parte razionale; il dolore – o il fastidio – è il tuo maestro. Ipotesi non del tutto peregrine (almeno le prime due, sulle restanti ho qualche dubbio), ma altamente improbabili quando la tensione si cronicizza. Non si può ‘buttare fuori’ per sempre: significa che la cura stessa è il problema.

Beninteso, avrei potuto anche fregarmene: nella posizione, almeno esteriormente, io ci arrivavo. E col tempo ho cominciato a sospettare che per molti sia così, visto che diversi insegnanti di lunga data e molto più aitanti di me cominciano a confessare di soffrire di dolori cronici e in alcuni casi di essere ricorsi a operazioni di sostituzione dell’anca.

Ma le mie remore erano di natura diversa: perché, in un certo senso, era la percezione globale del corpo a essermi sottratta, e la pratica di alcune posizioni sembrava generare più danno di quanti problemi volessero risolvere. E soprattutto, sentivo che non era questa o un’altra procedura per entrare in posizione la soluzione del problema, ma che la questione era a monte.

Ho evitato per molto tempo le posizioni di piegamento in avanti a terra, un po’ come quando tra amici si evita un argomento che in passato ha generato discussioni. Poi, siccome non potevo insegnare qualcosa su cui io stesso nutrivo dei dubbi, ho deciso di indagare la questione cominciando da ciò che un tempo era l’impensabile: regredire volontariamente nella posizione, come se non fossi in grado di ‘arrivare’.

La prima cosa che ho imparato è che senza alcuna forzatura ero in grado di fare ben poco. Le gambe stese a terra erano come un chiodo conficcato nel terreno che impedivano al mio tronco di muoversi. Spesso, praticando a gambe piegate, ascoltavo la rotazione del bacino e quella strana sensazione avvolgente che proviene ‘da dietro’ quando le lombari avanzano e la distensione penetra fin nelle viscere. Ho compreso allora che lo stiramento di quella zona ottenuto tramite la forza, oltre a essere estremamente dispendioso, non ha nulla a che vedere con una reale distensione, ma rimane solo in superficie.

Poi a un certo punto, lasciando lavorare il respiro a partire dalla cintura addominale, imparando a non rifiutare la sensazione di tensione, a retrocedere e riprendere da capo, qualcosa accade di inaspettato, in principio come uno smottamento involontario: il busto avanza da solo, come se il ventre attraversasse frontalmente le gambe senza incontrare nulla di denso. Non sei tu a muoverti, ma il movimento accade, ti porta con sé.

Senza voler arrivare, riprendi da capo. È questione inizialmente di millimetri, eventi così piccoli da essere quasi impercettibili. Esplorando con la sensazione lo spazio della bocca senti un rilascio nel bacino, ma attenzione a stabilire corrispondenze valide per ogni circostanza. Senti le gambe, senti il pavimento, senti la tensione, senti la distensione, ti accorgi che là dove pensavi di alleviare stai invece alimentando, dove togli peso lo stai portando, dove credi di compensare stai depredando, ma non puoi mettere a posto tutto questo con la ragione: tensione e distensione sono due facce della stessa medaglia, interdipendenti. C’è qualcos’altro prima ancora, che attraversa e sostiene entrambe.

Ritorni ancora indietro, respiri, senza fretta, e riprendi. Ripetizione dopo ripetizione, la sensazione corporea e la sensazione del respiro diventano una sola: il corpo diventa un unico spazio dilatato dove i punti di resistenza vengono divorati. O forse, quelle resistenze appaiono nella loro necessità per l’equilibrio del tutto, poco importa.

Forse non si arriva mai a terra, forse ci vuole, almeno all’inizio, molto più tempo di quanto siamo disposti a dedicarvi nella fretta di arrivare. È difficile ammettere che il pavimento in realtà è solo una costruzione mentale che può inizialmente servire, ma in seguito è un inutile ingombro.

Forse è vero che ‘vince chi arriva ultimo’, come proclamava ironicamente Eric Barét durante un seminario, congelando la foga con cui i praticanti (tra i quali il sottoscritto) si gettavano nella posizione. Ed è anche un po’ a lui che devo il merito di avermi inizialmente complicato la vita, instillando il dubbio là dove c’era una geometrica certezza.

Ma forse – e credo che Barét sarebbe d’accordo – in ultimo non c’è nessuno che vince e nessuno che arriva: questo è lo yoga.

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Lo yoga in gravidanza: un seminario a Ostetricia

24 Maggio 2018 by Zénon Lascia un commento

Il 18 e il 22 maggio abbiamo partecipato (con Marco Invernizzi ed Erika Pizzo, ospiti del prof. Claudio Molinari), al seminario “Lo Yoga in Gravidanza: tra corpo e respiro, un percorso per aiutare la donna a scoprire la sua innata capacità di partorire” presso il Corso di Studio in Ostetricia dell’Università del Piemonte Orientale.

È stata un’occasione per introdurre ai benefici dello yoga durante la gravidanza, con diversi momenti di pratica dedicati alla respirazione e al lavoro posturale. Ma, soprattutto, abbiamo colto l’occasione per definire una prospettiva chiara con cui accostarsi a questa disciplina.

Lo yoga in gravidanza rischia spesso di finire nel calderone delle tante attività ludico motorie, con un tocco di spiritualità e chakra attivati, con cui si intrattiene la donna durante la gestazione. Per comprenderne il significato più profondo, dobbiamo tuttavia risalire all’essenza dello yoga, nata in ambienti molto differenti da quelli odierni e occidentali.

Nelle società tradizionali, la nascita è da sempre vissuta come un momento sacro: qualcosa che in precedenza non c’era ora viene alla luce. È il momento di passaggio tra il non manifesto e il manifesto, tra il mare indifferenziato delle possibilità e ciò che si caratterizzerà in una forma specifica.

Secondo questa prospettiva, non è possibile affrontare il tema della gravidanza considerando solo il lato manifesto ed evidente, perché in questo periodo la donna partecipa di entrambe le dimensioni: fisicamente, energeticamente, emotivamente. Per questo, durante la gestazione vive sensazioni, acquisisce gusti e repulsioni e spesso anche abilità molto diverse da quelle che aveva in precedenza e che tornerà ad avere dopo la nascita.

Un’esperienza che può essere bellissima ma anche sconvolgente, e non di rado il momento più difficile sarà il ritorno alla ‘normalità’ (se così si può definire, visto l’arrivo di un nuovo nato) dopo il parto.

Pertanto, oltre a offrire benefici psicofisici alle gestanti, lo yoga è soprattutto uno strumento che può aiutare la donna a sintonizzarsi su questa nuova frequenza senza disconnettersi dagli aspetti concreti, guidandola in un ascolto profondo dei punti di contatto delle due dimensioni. Un ascolto che – per evitare di perdersi – parte dal corpo e dal respiro, e che per naturale decorso risale a strati sempre più rarefatti e silenziosi.

Questo ascoltare – libero il più possibile dalle aspettative, e anche da protocolli rigidamente predefiniti – è l’unico vero principio attivo dello yoga, senza il quale ci sono solo una serie di esercizi ginnici e aerobici che, applicati con scarsa consapevolezza e senza prospettiva, potranno anzi produrre disorientamento.

E forse in nessun caso come nella gravidanza, lo yoga ci insegna come occorra accostarsi con il massimo rispetto e delicatezza a quel ‘non sapere’ che riguarda ciò che ancora non è.

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Se nello yoga cerchi l’onnipotenza

17 Maggio 2018 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Sono alto 6 metri e tutto è importante
Sono alto 9 metri e tutto è più che importante
Sono alto 12 metri e tutto è inconcepibile
Nutri il mio ego!
Nutri il mio ego!
Nutri il mio ego!
Nutri il mio ego a go go

Einstürzende Neubauten, Yu Gung

Qualche anno fa, una persona mi confessò di aver abbandonato lo yoga quando la sua insegnante morì di cancro, perché non riusciva ad accettare che una persona così devota alla pratica e così attenta a un’alimentazione sana avesse potuto soccombere alla malattia.

Le aspettative nello yoga possono essere molto alte – anche se non sempre così alte – in particolar modo riguardo alla salute, ma in generale alla capacità di andare oltre i limiti, che viene sempre esaltata.

Quando si intrecciano con poca chiarezza aspirazioni spirituali e tensione verso il benessere, slanci morali e istanze igieniche, è facile cedere alla suggestione che ci si possa sottrarre al normale decorso della vita, così come alle regole di comune convivenza o alle leggi della fisica. La delusione di tali aspettative implica spesso una vera e propria perdita di fede, o, specularmente, il rifiuto dell’evidenza. Come alla morte dello Starec Zosima nei Karamazov, si domanda al proprio cadavere di non puzzare.

L’idea che lo yoga comporti una superdotazione, come vedremo, è probabilmente antica come lo yoga stesso. Certo, oggi in pochi pretendono miracoli eclatanti come l’ubiquità o la possibilità di attraversare i le pareti. Ma poco cambia che si tratti della felicità che tanta iconografia giuliva suggerisce, del successo materiale o della potenza sessuale, della liberazione dei potenziali umani e del superamento dei propri limiti, o ancora, come accennato, della guarigione fisica o spirituale: il calcolo che la benedizione valga bene una messa è inevitabile, ma non è la questione cruciale.

Il problema, a monte, è stabilire se l’oggetto di ricerca dello yogi possa essere considerato un oggetto. Alzando leggermente il livello, anche la ricerca di autorealizzazione – qualunque cosa si inserisca in questo contenitore: santità, unione con l’assoluto, successo personale e sbandamento dei nemici – non muta i termini della questione, se non si rimette in discussione grammaticalmente il soggetto che cerca.

In altre parole, se l’obiettivo è qualcosa, fosse anche la dissoluzione stessa dell’ego, si finisce per dare per acquisita e prendere troppo sul serio la sostanza del chi, rinforzandone anche i tratti patologici in proporzione all’investimento di energie. Alcune possibili conseguenze sono ben descritte in un articolo di Christopher Wallis dal titolo molto eloquente: How yoga can turn a jerk into an even bigger jerk.

In altri termini, se l’obiettivo è qualcosa di oggettivabile, lo yoga può essere strumentalizzato indipendentemente dall’orientamento – e per orientamento si intende qui la chiarezza di una direzione, non garantita dalle chiacchiere su osservanze e astinenze di cui ci si ama ornare come di un ciondolo di Ganesha o di un tatuaggio della sillaba OM.

Il tema è arduo in un’epoca che non contempla ciò che non produce e non è impugnabile come strumento di autoaffermazione. Si ricorre spesso nel paradosso dell’attore di successo che folgorato dalla non dualità concede interviste in cui afferma di non esistere, diventando l’idolo della sempre più vasta nicchia degli intenditori di spiritualità.

Le esigenze e le manifestazioni dello yoga globalizzato potranno quindi sembrare forse triviali e prosaiche rispetto a quanto esposto di seguito, che riguarda prevalentemente la tradizione premoderna, da cui ci separa un contesto socioculturale del tutto diverso e, probabilmente, una tempra non comparabile.

Eppure, il dilemma che emerge è lo stesso, stessa è la tentazione o l’abbaglio di reificare e di appropriarsi dei risultati dello yoga, e non sempre, come giustamente osserva Wallis nell’articolo citato più sopra, i testi hathayogici esprimono una posizione chiara sull’orientamento, concentrandosi sull’esposizione di tecniche e su compensi iperbolici, quasi si trattasse per il singolo praticante di conquistare o di distruggere il mondo a proprio piacere premendo i tasti giusti.

È perciò proprio in questa ambiguità che ci muoveremo, un’ombra che cammina da lungo tempo accanto allo yoga, ad avvertirci che non c’è nessuna tecnica che in sé può chiarificare e integrare le oscurità che ognuno reca in sé. Nessuna pillola può aiutarci in questo, nessuna mudra e nessuna ripetizione di mantra, finché c’è qualcuno che dà se stesso per scontato.

Contenuti

  • Le siddhi, ovvero, a un passo dall’onnipotenza
  • L’ardore
  • Esibire le siddhi
  • La perfezione del corpo, lo yoga come spettacolo
  • Conclusioni

Le siddhi, ovvero, a un passo dall’onnipotenza

Il termine siddhi indica etimologicamente un conseguimento, uno stato di perfezione. La siddhi suprema è la realizzazione dello yoga e in alcuni casi essa coincide con l’abbandono volontario del corpo. In termini più ristretti, siddhi può indicare la perfezione di una tecnica, oppure uno dei tanti poteri sovrannaturali che emergono dalla pratica.

Ma quando sono assorti nello yoga (yukta), gli yogi, che sono superiori a noi, che ricevono la grazia di una qualità prodotta dallo yoga, assumono la capacità di vedere correttamente la natura del proprio sé e degli altri, etere, spazio, tempo, aria, atomi e menti, di qualità, azioni, universali e particolari che sono inerenti in queste cose, e dell’inerenza.

Inoltre, gli yogi che sono eccezionalmente impegnati nello yoga (viyukta), come risultato di una capacità che sorge grazie a una qualità prodotta dallo yoga dopo il disegno di quattro fattori, possono percepire cose che sono sottili, nascoste o lontane.1Praśastapāda’s Padārthadharmasaṃgraha commentary on Vaiśeṣikasūtra 8.12.2.1. 24, in J. Mallinson – M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017

È tuttavia riduttivo relegare le siddhi nell’ambito dei poteri magici o della capacità di compiere miracoli. Al di là delle credenze popolari e degli elementi fantastici in cui sono immerse le figure leggendarie degli yogin, le siddhi rientrano nel loro particolare modo di integrarsi nel mondo e di conoscerlo,2Vedi Gioia Lussana, ‘Come lo yogi conosce il mondo’, in La dea che scorre: la matrice femminile nello Yoga tantrico, OM edizioni, 2017 di farsi compendio vivente di macrocosmo e microcosmo, trascendendo le normali leggi naturali.

In ogni caso, nella letteratura yogica premoderna, è raro che si metta in discussione che lo yoga comporti l’insorgere di qualità straordinarie. È una tuttavia una preoccupazione ben più costante stabilire se tali qualità siano un obiettivo plausibile della pratica dello yoga, o una loro premessa, oppure un loro sottoprodotto più o meno desiderato e desiderabile.

Patanjali, ad esempio, pur elencando ampiamente nel libro III degli Yoga Sutra numerose siddhi che insorgono dalla concentrazione su svariati oggetti, nel sutra 37 avverte che i poteri sono tali solo quando insorgono in una mente attiva, mentre sono ostacoli quando lo yogi è assorbito nel samadhi.

In ambito tantrico, del resto, è comune la distinzione tra coloro che cercano i poteri – anche per la soddisfazione di desideri personali – e coloro che cercano la liberazione. I primi generalmente sono asceti, mentre i secondi sono laici. Non deve stupire che la maggior parte dei testi tantrici siano rivolti a questi ultimi e contengano descrizioni estese di metodi diretti per ottenere poteri sovrannaturali. Come afferma Abhinavagupta nel Tantraloka:

Coloro dunque che hanno dedicato i loro esercizi ai vari principi come la terra, ecc., conseguono soltanto i vari poteri ( siddhi ) [ad essi collegati]. La frequentazione dei luoghi sacri serve invece alla liberazione.

L’ardore

Le più antiche testimonianze sulle siddhi non possono essere scisse dalla nozione tapas (letteralmente, ‘ardore’), ovvero dalle pratiche di austerità di cui offrono testimonianze il Mahabharata, il Ramayana e i purana, e grazie alle quali gli asceti si avvicinano agli dèi e talvolta destano in questi ultimi preoccupazione.

Queste pratiche possono contemplare tanto il voto del silenzio, quanto mantenere un braccio sollevato anche per diversi anni (perdendone l’uso), trascorrere molte ore al giorno in acqua o in posizioni complesse sotto il sole, digiunare o cibarsi di sola frutta. Le austerità, come rilevano gli studi etnografici in corso di Daniela Bevilacqua per lo haṭhayoga Project,3Daniela Bevilacqua, Let the Sādhus Talk. Ascetic practitioners of yoga in northern India sono tutt’oggi un elemento fondante dello haṭhayoga presso i sadhu appartenenti alle tradizioni più antiche.

Il concetto di tapas non si riferisce solamente alla prassi in sé, ma anche all’attitudine di offrirsi interamente alla pratica, mossi dalla volontà di bruciare le impurità e l’ignoranza a qualsiasi costo. Pertanto, il tapas può essere trasposto anche nella ritenzione del respiro o nella meditazione. Queste pratiche sono altrettanto foriere di siddhi.

Esibire le siddhi

Yogi Pullavar levita, 1936

Se da grandi rinunce derivano grandi poteri, da grandi poteri è difficile non essere irretiti. Non solo perché, come abbiamo già visto, le siddhi possono essere una distrazione in relazione agli autentici obiettivi dello yoga; il problema si complica quando il potere è pubblicamente esibito.

Il Dattātreyayogaśāstra, uno dei primi trattati dedicati interamente allo haṭhayoga, raccomanda di evitare la pubblica esibizione delle siddhi, e di mostrarsi tra la gente come una persona semplice.

“Altrimenti, [lo yogi] sicuramente acquisirà molti discepoli, e costoro si sentiranno obbligati a chiedere a quel signore tra gli yogi di risolvere i loro vari problemi. Occupato a risolverli, egli [lo yogi] dimenticherà la propria pratica. Trascurando la sua pratica diventerà un uomo ordinario.”4Dattātreyayogaśāstra 99–107, in J. Mallinson – M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017

Più possibilista, il Pañcārthabhāṣya ammette che le siddhi possano essere utilizzate per attrarre gli allievi, anche se mette in guardia dal diffondere l’idea che possano essere acquistati per denaro.5Pañcārthabhāṣya, 1.20.26

Di quali e quanti avvertimenti possiamo far tesoro oggi, quando la linea tra il mostrare e l’esibire non è mai stata così sottile e la sovraesposizione del corpo degli insegnanti non ha mai avuto così tanti strumenti a disposizione; dove i pericoli di un rapporto disfunzionale tra insegnante e allievi non sono più limitati a ristrette cerchie; e dove, infine, la compravendita di doti straordinarie, di poteri terapeutici e di attestazioni direttamente ‘da antiche conoscenze’ è prassi comune?

Ma per trovare l’anello mancante tra i poteri sovrannaturali delle siddhi e il carisma che emana dalle abilità eminentemente fisiche nello yoga globalizzato occorre procedere per ordine e cogliere un tassello mancante.

La perfezione del corpo, lo yoga come spettacolo

Strana sorte quella degli yogin. Tra il medioevo e il XIX secolo furono noti soprattutto come temibili asceti combattenti che insidiavano le rotte del commercio nell’India del Nord.

Alla fine dell’800, la figura dello hathayogi era popolarmente associata al mendicante che si esibiva in contorsioni e altre stravaganze, come sdraiarsi su un letto di chiodi o farsi seppellire vivo. Tali esibizioni suscitavano sentimenti misti di curiosità e di disprezzo sia da parte degli occidentali, sia da parte della cultura hindu ufficiale.

Era difficile prevedere che, di lì a poco, con il risorgere del sentimento nazionale indiano, la fisicità dello haṭhayoga sarebbe tornata in auge proprio in risposta allo stereotipo coloniale, che rappresentava l’intera popolazione indiana spiritualmente e fisicamente inferiore, e per questo bisognosa della guida britannica.

La nuova siddhi sarebbe diventata la perfezione del corpo: forza fisica, estrema flessibilità, salute. Le influenze di discipline fisiche indigene ed esotiche, di allenamenti militari e della medicina occidentale ebbero un ruolo non secondario in ciò, come documentato da Mark Singleton in The Yoga Body.6Mark Singleton, Yoga Body: The Origins of Modern Posture Practice, Oxford University Press, 2010

Proprio all’alba di questa rinascita, negli anni ‘20 del secolo scorso, troviamo il suo principale protagonista, Tirumalai Krishnamacharya. Il futuro maestro del palazzo di Mysore fatica a trovare studenti ed è impiegato in una piantagione di caffè, ma viaggia di continuo per dare pubbliche dimostrazioni e lezioni di yoga. Fernando Pagéz Ruiz, in un articolo del 2007 su Yoga Journal, rievocò quel periodo:

Krishnamacharaya cercò di popolarizzare lo yoga dimostrando le siddhi, le facoltà supernormali del corpo yogico. Queste dimostrazioni, pensate per stimolare l’interesse verso una tradizione in declino, includevano la sospensione del battito cardiaco, fermare macchine con le mani nude, eseguire āsana complesse e sollevare oggetti con i suoi denti. Per insegnare alla gente lo yoga, Krishnamacharya riteneva di dover prima avere la loro attenzione.

Alla luce degli elementi innovativi e spesso circensi che Krishnamacharya introdurrà negli anni Trenta, Singleton giudica altamente probabile che “l’elevata spettacolarizzazione delle āsana praticata dai suoi allievi maggiori negli anni a seguire avesse una funzione similare e rientrasse nel diffuso tema del ‘moderno uomo forte’.”

Gli ‘allievi maggiori’ di Krishnamacharya furono BKS Iyengar e Pattabhi Jois; mentre Krishnamacharya si dedicò in seguito a una forma di insegnamento più intima e privata, i contributi di Iyengar e Jois sono la matrice di ciò che negli anni a seguire, con un altro colpo di scena imprevedibile, sarebbe diventato lo yoga globalizzato che oggi conosciamo.

Conclusioni

Kino MacGregor, una delle più famose star dello yoga globalizzato.

Ritengo che questa parziale e incompleta panoramica sulle siddhi, vere o presunte, in senso stretto o lato, tenute nascoste o esibite, ci possa aiutare a riflettere. Molti sono gli interrogativi che possono essere attualizzati e trasposti, mutatis mutandis, anche nel contesto della pratica e dell’insegnamento odierno.

Oggi il pubblico dello yoga non è più una selezionatissima platea pronta a tutto, e per questo, sotto diversi aspetti, è più vulnerabile all’idea di affidarsi a scorciatoie che possano risolvere i propri problemi.

Ai complessi e ancora poco esplorati rapporti con le dottrine di origine, si aggiunge una relazione non sempre funzionale con il paradigma medico scientifico e con il principio di autorità (vedi i dettagliati elenchi di effetti terapeutici che i manuali elencano con invidiabile sicurezza, ma con scarse o nulle evidenze), oltre che con i modelli estetici propri della cultura fisica e con le esigenze di pubblicità e di spettacolarizzazione.

Tuttavia, proprio perché lo yoga sfiora oggi tutti questi campi ma è anche – o soprattutto – qualcos’altro, proprio perché, almeno negli intenti, abbraccia trascendenza e immanenza al tempo stesso, l’ideale di superdotazione rimane ancora un sogno mostruosamente inconfessabile, un abbaglio perennemente possibile.

Un sonoro bagno di realtà è sempre una benedizione, finché persiste l’illusione di essere padroni del proprio destino, finché i sogni di onnipotenza non si dissolvono nel riconoscimento della propria impotenza, in cui davvero tutto diviene possibile, ma non come previsto.

Note[+]

Note
↑1 Praśastapāda’s Padārthadharmasaṃgraha commentary on Vaiśeṣikasūtra 8.12.2.1. 24, in J. Mallinson – M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017
↑2 Vedi Gioia Lussana, ‘Come lo yogi conosce il mondo’, in La dea che scorre: la matrice femminile nello Yoga tantrico, OM edizioni, 2017
↑3 Daniela Bevilacqua, Let the Sādhus Talk. Ascetic practitioners of yoga in northern India
↑4 Dattātreyayogaśāstra 99–107, in J. Mallinson – M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017
↑5 Pañcārthabhāṣya, 1.20.26
↑6 Mark Singleton, Yoga Body: The Origins of Modern Posture Practice, Oxford University Press, 2010
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