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respiro

Come meditare: una guida essenziale ma non superficiale

24 Maggio 2023 by Francesco Vignotto 2 commenti

Figura seduta in meditazione - guida alla meditazione

Ci siamo accorti che dopo molti anni e fiumi di parole mancava su questo blog un articolo che parlasse della meditazione in termini basilari, senza omettere gli aspetti più pratici per chi volesse accostarsi a questa pratica che singolarmente prevede – o mira a – l’assenza di attività. Mancanza quasi imperdonabile, visto che l’argomento stesso esige che nulla sia scontato o banale e che ogni volta si parta come la prima.

Con questo articolo vogliamo quindi colmare la lacuna, con l’intento di fornire degli elementi-chiave con cui orientarsi, con la consapevolezza che anche questa è una bella responsabilità, perché nella meditazione come nella realtà non ci sono livelli: la versione per principianti contiene già il tutto.

Ovviamente, è scritto ‘con parole nostre’ e riflette delle esperienze particolari senza la pretesa di essere definitivo: avremo modo di tornare su tanti altri aspetti che qui abbiamo tralasciato di approfondire.

Abbiamo però voluto, in un epoca in cui tutto deve avere un attributo o un brand o una firma, cercare di attenerci all’essenziale. E se la lunghezza di questo articolo potrebbe sembrare in contraddizione con quest’ultimo intento, ci sia perdonato almeno il fatto che è scritto in forma di guida, e come tale può essere letta o consultata a proprio piacimento.

Indice dei contenuti

  • Cos’è la meditazione?
  • Quanti tipi di meditazione esistono?
  • Come meditare seduti. Alcune questioni tecniche
    • La posizione seduta
      • Le gambe
      • Spalle, braccia, mani
      • La colonna vertebrale e la testa
      • La posizione non è una somma di particolari
      • L’ascolto del corpo
    • Il respiro
      • Sentirsi respirare
      • Il respiro addominale
      • I riposi del respiro
    • E ora?
  • Questioni terra-terra: quanto meditare? E quanto è importante la routine? le app servono?
  • Per meditare non ci serve nulla
  • Una provvisoria conclusione
  • Ulteriori risorse
  • Appendice: tre mudra per la meditazione

Cos’è la meditazione?

Figura seduta in meditazione senza testa - guida alla meditazione

Iniziamo con una precisazione che è meno puntigliosa di quello che sembra: diciamo di ‘meditare’, ma meditare non è un’azione. Sarebbe forse più corretto dire che la meditazione è uno stato, ma anche questo è vero fino a un certo punto, perché lo ‘stato’ in questione non è un’alternativa a ‘sono contento’, ‘sono arrabbiato’ o ‘ sono ansioso’. Ecco, se vogliamo trovare una collocazione alla meditazione è nello sfondo. Meditare significa fare un passo indietro, slittare dalla mischia dei vari stati che ogni giorno attraversiamo allo sfondo sul quale appaiono.

Attenzione però: ciò non implica che si diventi insensibili, ma che si scopra che oltre alla parte di noi che partecipa ai moti dell’anima, ce n’è un’altra che rimane quieta. Qualunque cosa accada e anche se momentaneamente ci lasciamo travolgere dagli eventi, quello sfondo rimane immobile.

Il primo passo, forse l’unico, è accorgersi di questo sfondo, che si insinuerà inizialmente come una sensazione vaga, appena un presagio che tuttavia agirà sotterraneamente. Accadrà poi, forse, che all’improvviso, come compiendo una capriola, la scena si ribalti. Ma ciò si verificherà per ragioni non computabili e non garantite, e poco si presta a una riproducibilità tecnica, anche se può diventare molto familiare. Però non corriamo troppo in avanti e dedichiamoci allo scopo della pratica meditativa, ovvero a preparare il terreno.

Perché, se meditare può sembrare difficile, se ci sembra che l’attenzione vaghi, la consapevolezza dello sfondo, pur per brevi tratti, produce alcuni cambiamenti di risonanza immensa, anche se in principio potrebbero addirittura passare inosservati.

Innanzitutto sarà più difficile ‘avere una brutta giornata’ perché qualcuno ci ha fatto arrabbiare o perché le cose non sono andate come avremmo voluto. In altre parole, mentre continueremo a vivere con intensità le emozioni (perché non possiamo vivere senza) tenderà ad affievolirsi il loro strascico di rimuginio e ruminazione. In modo complementare, la consapevolezza dello sfondo ci regalerà quella che Hervé Clerc ha chiamato profondità strategica, ovvero una zona “in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico”, il che è un grande vantaggio, ad esempio in tempi in cui si fanno sempre più aggressive le incursioni psichiche di un sistema informativo basato sulla monetizzazione della paura.

In secondo luogo, scopriremo che il collegamento con la nostra parte in quiete è ciò che rende le esperienze piene, significative. Proveremo meno necessità di riservarci valvole di sfogo basate unicamente sullo stordimento, sul ‘bere per dimenticare’, mentre scopriremo che anche le esperienze più comuni, come camminare o il semplice ‘respirare’, sono fonti di piacere e di rigenerazione. E anche quando ci dedicheremo a godimenti più intensi, avremo l’occasione di trovarvi uno spontaneo equilibrio.

In terzo luogo, probabilmente ci accorgeremo di provare più raramente noia, scoprendo che quest’ultima non dipende dalla monotonia della situazione, ma dalla nostra mente che continua a vagare. Del resto, meditare – o meglio, come vedremo, la pratica formale della meditazione – significa allenarsi ad andare oltre la paura della monotonia. John Cage, che nelle sue composizioni esplorò molto la ripetitività e il silenzio, citava un detto Zen: “Se una cosa vi annoia per due minuti, provate con quattro; se vi annoia ancora, provate con otto, sedici, trentadue minuti e così di seguito. Potrà succedervi che non sia affatto noioso, ma che diventi anche molto interessante.”

Ecco, con questo proverbio potremmo anticipare una definizione provvisoria della pratica formale della meditazione, che contiene già la risposta a una domanda non ancora espressa ma che sicuramente giace in attesa di essere formulata: quanto meditare? Meditare è dedicarsi a qualcosa di apparentemente noioso finché non è più noioso. Se prepariamo il terreno con la giusta cura, la missione potrebbe dichiararsi compiuta molto prima del previsto.

Quanti tipi di meditazione esistono?

Testa umana pensieri - guida alla meditazione

Le parole si diramano in innumerevoli significati, anche quando la realtà a cui alludono è una sola.

Meditare significa sia coltivare lo ‘stato’ di attenzione consapevole dello sfondo che abbiamo descritto nel paragrafo precedente, sia praticare una tecnica che lo favorisca. È in quest’ultimo senso che esistono diversi tipi di meditazione, ovvero diverse tecniche meditative, mentre nel primo, quello più essenziale, la meditazione non ha attributi. Può differire il quadro di riferimento (religioso o non religioso, filosofico o addirittura psicoterapeutico), ma la sostanza non cambia: meditare ha a che vedere con il silenzio, le tecniche sono i mezzi per propiziarlo.

Un’altra distinzione utile a livello pragmatico è tra la pratica formale e la pratica informale della meditazione. Nel primo caso si dedica un tempo definito e in un certo senso ritualizzato alla pratica, generalmente seduta, nel secondo caso si tratta invece di introdurre degli elementi di attenzione nella vita di tutti i giorni, delle pause, delle interpunzioni che mettano in evidenza la permeabilità del vissuto allo sfondo: ad esempio, dedicando i momenti solitamente ‘a perdere’ come gli spostamenti o i lavori ripetitivi per prestare attenzione alla sensazione del peso che si trasferisce da un piede all’altro, o al respiro.

La pratica formale e la pratica informale sono entrambe importanti e cooperano tra loro: potremmo accorgerci, in effetti, che in momenti del tutto privi di intenzione emergano ‘stati’ a pieno titolo meditativi, e ciò accade in parte grazie al fatto di aver speso del tempo nella pratica formale, in parte alla propensione di ogni essere umano verso questi stati: non a caso, la quiete meditativa è spesso definita stato naturale della nostra mente.

Pratica formale e pratica informale sono quindi indispensabili per prendere consapevolezza che la meditazione non riguarda solo un ambito e un tempo circoscritti, ma l’intera nostra esistenza.

Tra le pratiche formali di meditazione, le più comuni sono quelle che prevedono di sedersi nell’immobilità e nel silenzio. Esistono forme di meditazione in movimento, o che prevedono l’uso della voce per il canto o la recitazione esteriore di mantra, esistono tecniche di visualizzazione estremamente complesse e sofisticate, ma tutte trovano naturale sbocco nella meditazione seduta silenziosa e senza contenuti. Ed è proprio una forma molto essenziale di quest’ultima che andremo a vedere nel dettaglio in questo articolo.

Come meditare seduti. Alcune questioni tecniche

La posizione seduta

Buddha in meditazione, Museo d'Arte Orientale E. Chiossone, Genova

Perché ci sediamo? La risposta potrebbe essere: perché abbiamo le gambe! I nostri arti inferiori, che ci portano in giro per il mondo, hanno bisogno di essere messi a riposo per raccoglierci ma al tempo stesso senza sprofondare nel sonno. Tra la posizione in piedi, espressione massima dell’attività, e quella sdraiata, la posizione seduta ci consente di collocarci in uno stato di quiete vigile.

Ai fini della pratica meditativa, la posizione seduta deve consentire al corpo di stabilirsi e di stabilizzarsi, trovare un ‘seggio’ (è il significato originario di asana) sufficientemente comodo ma non passivo, in modo che il corpo non sia da disturbo ma si offra come uno strumento musicale al soffio e alla percezione.

Il requisito fondamentale della posizione seduta è che permetta al bacino di ancorarsi al suolo (sul cuscino, sulla panca o sulla sedia), in modo che la colonna vertebrale possa slanciarsi verticale, ricettiva come un’antenna. In questo c’è già l’insegnamento fondamentale espresso ad esempio dalla Tradizione Cinese con la triade Terra-Uomo-Cielo: entrare in contatto con ciò che è elevato non implica astrarsi ma al contrario radicarsi nel Reale fin negli aspetti più terreni.

Tutto ciò che segue in questo paragrafo sono dettagli che favoriscono questa direttiva oppure devono essere trascurati.

Le gambe

La posizione seduta classica è a gambe incrociate, generalmente con il supporto di un cuscino che, sopraelevando le anche rispetto alle ginocchia, permetterà così alla spina dorsale di verticalizzarsi senza eccessivo sforzo grazie a una leggera anteroversione del bacino, come nella figura qui accanto. Ma nel caso in cui la posizione a gambe incrociate non sia praticabile, sono possibili posizioni alternative: dalla posizione di seiza sui talloni, eventualmente attenuata con una apposita panchetta, alla seduta su una comune sedia, possibilmente senza appoggiare la schiena.

Postura seduta per meditare, da L. Kaminoff, A. Matthews, Yoga Anatomy
Una leggera rotazione anteriore del bacino (se necessario con un supporto) favorisce la verticalizzazione della colonna. Immagine da L. Kaminoff, A. Matthews, Yoga Anatomy. Nota bene: se non è possibile sedersi a gambe incrociate, lo stesso risultato può ottenersi seduti sui talloni o su una sedia.

Spalle, braccia, mani

Il peso delle spalle si fonde nei gomiti, il peso dei gomiti nei polsi, quello dei polsi nelle mani. Il loro riattivarsi sarà oggetto di attenzione durante la meditazione. Attenzione, però: le spalle non ricadono in avanti chiudendo il petto, ma sono aperte. Le mani possono essere appoggiate semplicemente con i palmi sulle cosce o sulle ginocchia, o in una mudra.

Il tema delle mudra per le mani e nello specifico per la meditazione è enorme e non può essere affrontato qui troppo nel dettaglio; per ora basti accennare che le nostre mani e in particolare le piccole estremità delle dita possono disperdere l’attenzione o aiutare a mantenerla vigile a seconda della loro configurazione.

Durante la pratica meditativa, quando le mani sono a riposo dalle attività pratiche, la sensibilità energetica delle mani può fiorire in modo particolarmente netto, a volte attraverso sensazioni di intenso formicolio o di espansione. Possiamo semplicemente rivolgere i palmi verso l’alto e ascoltare il dispiegarsi di questo fenomeno senza intervenire, oppure (o in seguito) assumere una forma particolare, che servirà da supporto per la nostra meditazione. In appendice a questo articolo descriviamo tre mudra per la meditazione tra le più conosciute.

La colonna vertebrale e la testa

Mentre le gambe e le braccia sono passive, la colonna vertebrale è attiva ma leggera.

Il basso ventre avanza leggermente, come se spingesse dolcemente un palloncino in avanti. Ciò permetterà alla linea che sale fino alla gola (che corrisponde più o meno al vaso di concezione nella Medicina Tradizionale Cinese) di estendersi dolcemente, restituendo il giusto spazio al plesso solare (l’area compresa tra l’ombelico e lo sterno), spesso compresso, e permetterà alla gabbia toracica di aprirsi frontalmente in modo naturale.

La posizione della testa nella meditazione

Il mento è leggermente ritratto verso la fossetta tra le clavicole. Quest’ultimo particolare è da comprendere correttamente: non si tratta di piegare la testa in avanti, verso lo sterno, ma di stabilizzarla producendo una leggera estensione (non una flessione!) del tratto cervicale, che sarà percepibile in tutto il resto della colonna.

Quest’ultima, grazie agli accorgimenti finora descritti, si troverà in una posizione equilibrata di minimo sforzo, come se la verticalità preesistesse alle vertebre stesse e bastasse sintonizzarsi sulla sua frequenza per ricevere il suo sostegno come un ‘raggio traente’ (la colonna vertebrale è infatti una struttura autoportante, nel momento in cui le tensioni non inficiano il suo equilibrio intrinseco).

La posizione non è una somma di particolari

Attenzione però: malgrado la mole di informazioni fornite potrebbe suggerire il contrario, la posizione non dev’essere una somma di particolari. Ancoraggio del bacino e percezione di verticalità devono essere immediati e non frutto di uno sforzo eccessivo o artificioso. Pertanto, è meglio una posizione imperfetta, ma con il giusto equilibrio tra agio e leggero impegno, piuttosto che una posizione impeccabile ma rigida.

Il consiglio è quindi di imbastire una posizione che complessivamente segua le direttive riportate più sopra, ma senza accanirci troppo: ci sarà modo, col tempo, di scoprire l’importanza dei dettagli. Ma soprattutto ne andrà verificata di persona l’effettiva validità: cosa cambia nel mio clima mentale se ho le spalle chiuse o aperte? E se ho il mento spinto verso l’alto, la testa che cade in avanti oppure in perfetto equilibrio in cima alla colonna?

Trasferiamo ora queste impressioni nella vita di tutti i giorni, riformulandole in modo però naturale e non letterale: magari, seduti in ufficio, potremmo notare come l’insofferenza sia alimentata da posture difensive che però ci impediscono anche di respirare liberamente; forse, camminando, ci accorgeremo di esprimere l’affaticamento tramite compensi più espressivi che funzionali.

Come già accennato, i momenti più noiosi, come gli spostamenti da un luogo all’altro, saranno occasioni di ascolto e di approfondimento di inesauribile ricchezza. Ovviamente, cercheremo di essere discreti e di non perderci tra le nuvole, perché anche interagire con l’ambiente e con gli altri in modo adeguato è strumento di meditazione, al di fuori dei momenti di pratica formale.

L’ascolto del corpo

Il corpo è uno strumento percettivo che attraverso la posizione ci orienta verso il silenzio. L’ascolto del sovrappiù di sforzo e di attività che ancora persiste o risorge nelle gambe, nelle braccia, nel volto (così come nel respiro, come vedremo) sarà una guida per la meditazione che lascerà ben poco spazio alla noia e ai pensieri.

Non focalizziamoci però sulla singola tensione e non cerchiamo di scioglierla se si rifiuta di mettersi a riposo, perché ciò che persiste come rigidità è alimentato anche dalla nostra opposizione: se ci ostiniamo a voler sciogliere un nodo, tutta la nostra energia convergerà su quel punto.

Se invece allarghiamo la nostra esplorazione alle aree circostanti, comprendendo via via tutto il corpo, e ancora più in là della nostra pelle, il contatto al suolo e lo spazio che ci circonda, la sensazione del corpo si diluirà via via divenendo più malleabile, rarefatta, e in essa tutto ciò che respingevamo verrà riassorbito. La stessa cosa accadrà ai nostri pensieri.

Il respiro

Figura dipinta su tanka con i percorsi del respiro attraverso le narici - Guida alla meditazione

Una volta assestata la posizione, il respiro è il nostro principale punto di riferimento, sia perché il respiro è espressione della nostra attività mentale e quindi dalle sue alterazioni possiamo constatare l’acquietarsi o l’impennarsi dei pensieri; sia perché attraverso il respiro possiamo ricondurre la mente in acque più tranquille.

Ricordiamoci innanzitutto che stiamo meditando e non eseguendo un esercizio di respirazione/pranayama. La differenza è fondamentale: mentre negli esercizi di pranayama detteremo al respiro un ritmo volontario (seppur mantenendo la radice nel respiro naturale, come descritto in un articolo precedente), nella meditazione sarà invece il respiro stesso a dettare il ritmo alla mente.

Pertanto, non estenderò il respiro molto oltre le sue fasi naturali, ma lascerò che ciò avvenga spontaneamente. E anche se utilizzerò delle blande tecniche, avrò cura di intervenire solo lo stretto indispensabile e di vigilare affinché il respiro non si irrigidisca: e lo farà, certamente, ogniqualvolta la mente cercherà di imporsi, di appropriarsi del momento protocollandone la spontaneità.

Sentirsi respirare

Innanzitutto prenderemo consapevolezza che stiamo respirando. Ad esempio, ascoltando il suono e la sensazione tattile dell’aria che sfiora le narici, il movimento delle coste, del diaframma, del ventre, la facilità o lo sforzo nel passaggio attraverso la gola.

Potrà succedere che, in un primo momento, si abbia l’impressione di non sentire nulla. Ciò dipende sia dal fatto che rivolgendo l’attenzione al respiro quest’ultimo si blocchi momentaneamente; sia, non meno importante, dal fatto che per sentire il respiro naturale dobbiamo prima fare silenzio e affinare i nostri sensi, dovendo ascoltare un fenomeno che normalmente è sovrastato dal rumore sia mentale sia letteralmente acustico. Ed è proprio per questo che l’ascolto del respiro naturale è un potente strumento di ‘ancoraggio’ al momento presente.

Sentirsi respirare significa ascoltare il proprio corpo che respira, come se stessimo ascoltando qualcun altro respirare. Un buon metodo per allenarsi a farlo è proprio ascoltare una persona vicino a noi che respira, magari nei momenti di riposo. Sento il mio compagno, la mia compagna o anche un animale e seguo il suo respiro: non anticipo, non ritardo, non estendo, ma seguo e ascolto l’armonizzarsi di due respiri.

Il respiro addominale

Figura seduta che respira con l'addome - Guida alla meditazione
La respirazione addominale. Il colore azzurro descrive molto bene la sensazione del respiro (il percorso dell’aria naturalmente è un altro)

Il secondo punto di attenzione è la respirazione addominale, impropriamente detta anche ‘diaframmatica’ (impropriamente perché il diaframma è sempre coinvolto in tutte le forme di respirazione, come abbiamo visto altrove). La respirazione addominale è una modalità di respiro in cui il ventre si rigonfia leggermente (senza esagerare!) nell’inspiro, mentre ritorna al volume di partenza nell’espiro. Anche se fisicamente l’aria non riempie il ventre, la sensazione è di una ‘pancia che respira’.

Questo avviene perché i muscoli addominali non esercitano una resistenza tale da impedire la discesa del diaframma (del suo tendine centrale) nell’inspiro, mentre accompagnano elasticamente la sua risalita nell’inspiro.

La respirazione addominale favorisce il rilassamento (in quanto stimola il nervo vago) ed è al tempo stesso espressione di rilassamento: il respiro si stabilisce nel bacino nel momento in cui non solo fisicamente, ma anche mentalmente, ci sediamo, troviamo sede nel bacino. Pertanto, non può essere approcciata in modo eccessivamente forzato.

Può succedere che per alcune persone sia difficile respirare con l’addome. Se il tentativo di farlo ci mette in difficoltà producendo tensioni, abbandoniamo ogni sforzo e torniamo ad ascoltare il respiro naturale o il corpo e osserviamo come può accadere che mettendo a riposo le spalle, o la mandibola, o ascoltando le anche sul cuscino, allentando una tensione là dove il corpo è più incline a cedere, anche nel respiro si possa liberare qualcosa.

In momenti di calma, poi, possiamo sdraiarci su un fianco, sul letto, e ascoltare il movimento spontaneo del ventre. Invece di analizzare la meccanica del movimento, ricordiamoci della sensazione, del sapore di quel respiro.

Postura di rilassamento per ascoltare il respiro addominale - GUida alla meditazione
Matsya Kridasana può essere una posizione molto utile per ascoltare il movimento addominale spontaneo della respirazione durante i momenti di riposo. L’immagine è tratta da Swami Satyananda Saraswati, Asana Pranayama Mudra Bandha

I riposi del respiro

Il respiro non ha soltanto due fasi. Così come non esistono solo le parole ma anche l’interpunzione tra le parole, così come non esistono solo le note ma anche i silenzi tra le note, le pause, gli spazi sono elementi altrettanto significativi quanto ciò che vanno a ritmare. Così, le pause alla fine dell’inspirazione e alla fine dell’espirazione sono essenziali.

Per abitudine mentale, i nostri ritmi non contemplano vuoti: non abbiamo finito un’occupazione che già stiamo pensando al prossimo modo con cui eviteremo di rimanere inattivi. Allo stesso modo, la massa dei nostri pensieri ci sembra indistricabile proprio perché si presenta compatta senza fessure, e così, manco a dirlo, il nostro respiro: nel momento però in cui cominciamo ad avvertire che ci sono degli intervalli, l’esistenza dello sfondo comincia ad essere percepibile.

Anche in questo caso, non si tratterà di forzare delle apnee, ma di lasciar giungere l’inspirazione e l’espirazione ognuna alla sua fine naturale. Contemplando l’attimo di silenzio che naturalmente si verifica alla fine di entrambe le fasi, quello spazio ancora una volta vivo in cui il mentale si trova privo di propulsione: dagli spazi tra i respiri agli spazi tra i pensieri il passo è molto più breve di quanto ci si aspetti, se si ha la delicatezza di non trasformare in azione le pause.

Su questo aspetto rimandiamo a due articoli pubblicati in passato: entrambi riguardano gli aspetti filosofici e pratici legati al respiro e al ruolo delle pause nella tradizione indiana: il primo si intitola Pranayama: vita, respiro morte e miracoli e l’altro è Pranayama, questo sconosciuto.

E ora?

Se ci è sorto spontaneo l’interrogativo: e adesso? cosa si fa? siamo sulla buona strada. La pratica meditativa comincia proprio da quel e quindi? che la nostra mente, così poco abituata agli spazi vuoti, non può fare a meno di domandarsi quando si rende conto che non ha nulla di cui occuparsi tranne che di stare dove si trova. Naturalmente, cercherà di fuggire, ma non si tratta soltanto di riportarla al presente; si tratta anche di cogliere come, più passano i minuti, più il centro di gravità, dentro di noi, si sposta dal proiettarsi altrove al rimanere qui.

Pochi istanti di immobilità, e le spinte centrifughe cedono un po’ di potenza, rimanere seduti diventa meno faticoso che andarsene via con la mente o col corpo. Il travaso è inizialmente di pochi milligrammi, ma quel che conta è cogliere questo travaso, che agirà nel tempo con la stessa solerzia della goccia d’acqua.

Questioni terra-terra: quanto meditare? E quanto è importante la routine? le app servono?

Meditare con le app?

Se la meditazione può e deve penetrare nel tessuto della vita, se meditare è andare dritto al cuore irripetibile del momento, dobbiamo però anche interfacciarci con la realtà quotidiana che è fatta di cicli, di ritmi naturali e innaturali, in definitiva di ripetizione. Da un punto di vista strettamente pragmatico, soprattutto all’inizio, senza una routine anche i buoni propositi meditativi rischiano di rimanere travolti dal fiume ben più robusto delle contingenze quotidiane.

Pertanto, non è un contraddittorio trasformare la meditazione in abitudine quotidiana, ma è anzi una necessità. Può essere saggio, inizialmente, non imporsi periodi troppo lunghi e serrati. È importante però che siano costanti. Perciò, un buon obiettivo sarebbe cominciare con pochi minuti (ma abbastanza per ‘scoprire che ciò che sembrava noioso non lo era affatto’) per ampliare a venti-trenta minuti a seduta.

È importante non solo la presenza di una guida esperta, ma anche la compagnia di altri meditanti, perché anche il silenzio è contagioso e il suo apprendimento transita in gran parte per osmosi.

Le app per meditare? Riprendiamo una considerazione dall’articolo precedente riguardo alle tecniche di respirazione: se si trattasse di adeguare il respiro a un’equazione ritmica astratta, allora sì, una app che ci dettasse quel ritmo – così come una app che ci dettasse le fasi della meditazione – potrebbe essere utile.

Il fatto è che la pulsazione profonda del respiro-mente non è un ritmo esterno e il processo di ritorno a quella pulsazione è l’esatto opposto di una procedura automatica: è il risultato di una spoliazione che non può essere mimata, altrimenti andremo da un artificio a un’altro artificio. In parole povere, è facilmente comprensibile come cercare la spontaneità e l’attenzione al momento presente attraverso uno strumento automatico sia un paradosso Ottenere la concentrazione attraverso uno strumento esterno che ci dia la sveglia è sì camminare, ma con delle stampelle di cui non abbiamo bisogno.

Diverso il discorso invece per i numerosi filmati presenti su Internet che contengono pratiche di meditazione guidata. Se sono molto spesso fin troppo stereotipate e artefatte (la musica new age, i cimbali, la voce vellutata e narcolettica), in alcuni casi possono trasmettere davvero qualcosa, specie se si tratta di pratiche in presa diretta. Ad esempio, se si conosce il francese o l’inglese, questo breve estratto di Nathalie Delay riesce a essere veramente toccante.

Certo, internet è un mezzo straordinario perché ci permette di conoscere aspetti della vita che in altre epoche non avremmo nemmeno potuto immaginare, tuttavia se riuscissimo a stare alla larga dagli strumenti digitali almeno durante i momenti di pratica, questo non sarebbe un male.

Per meditare non ci serve nulla

Figura femminile seduta, scultura indiana - Guida alla meditazione

Abbiamo speso molte parole ma in realtà non ci serve niente per meditare. Potremmo anzi dire che la meditazione è scoprire che non abbiamo bisogno di nulla tranne quello che c’è in questo momento: a un certo punto ci accorgiamo che non abbiamo così bisogno di dire quella cosa urgente che tanto ci premeva di precisare e, a ben vedere, il bruciore di quell’offesa comincia a essere meno vivido di fronte all’attualità del nostro respiro o della sensazione del nostro corpo. Il momento in cui i nostri pensieri, anche quelli più ossessivi, cominciano a farsi più lontani e sfumare come voci indistinte è importante, tuttavia questo distacco non va per nulla forzato.

Infatti, anche questi pensieri fanno parte del momento presente e respingere qualcosa come indesiderato non solo lo alimenterà (è una legge fondamentale che non si smette mai di imparare), ma significa separarci da ciò che c’è in questo momento, recludendoci in una sala d’aspetto in cui non si vive mai il presente, ma tutto è in funzione di quando quel maledetto pensiero, quel suono fastidioso o quel dolore alla spalla sarà cessato.

Che cosa fare? Ecco l’aspetto più difficile da descrivere. Sarebbe forte la tentazione di rispondere “non bisogna fare nulla”, ma quando di fronte a ciò che ci provoca una reazione suggeriamo un atteggiamento passivo, non intendiamo la passività rassegnata delle vittime inermi; la passività, per il meditante, è colma di potenza ed è così vasta da accogliere qualunque cosa, così come il silenzio e l’immobilità brulicano di vita, una vita talmente perfetta che qualsiasi intervento volontario apparirebbe un’azione scomposta.

Ciò è possibile però se manteniamo ancora una volta un’attenzione globale e non unicamente focalizzata sui pensieri o le sensazioni dominanti. Per cui, accogliamo pure i pensieri di sventura, non ribattiamo sul loro stesso piano cercando di smentirli ma accettiamone l’eventualità, accogliamo le emozioni che per miopia vengono definite ‘negative’, accogliamo la tristezza, la paura, anche la rabbia e sentiamole fino in fondo senza commentarle lasciando che come ogni cosa nascano, si sviluppino e muoiano.

Notiamo anche che tra un pensiero, tra un’emozione, tra una sensazione spiacevole e l’altra c’è anche il respiro che sfiora le narici, c’è anche la sensazione dei vestiti sulla pelle, il suono distante di qualcuno che lavora al di fuori della sala, il nostro corpo che risponde alle vibrazioni del pavimento, e poi forse sorge un pensiero nuovo, estraneo: anche questo è il segnale che la corazza che ci isola dal reale non è più così compatta.

Verrà un momento in cui anche quei pensieri e quelle emozioni ‘negative’ ci appariranno per quel che sono: pensieri, emozioni, sensazioni come tutte le altre, e poi più nulla. E anche se non si arriverà a tanto (è bene non sperarci, ma non è così improbabile), notiamo il ridimensionamento, il seppur lieve allentarsi della morsa, gli spiragli in ciò che in precedenza non ne ammetteva alcuno.

Attenzione però: questa attitudine volta a non respingere, o positivamente accogliere, significa risparmiarci inutili corpo-a-corpo della mente con sé stessa, ma è un atteggiamento ben diverso dall’evitare di far fronte alle situazioni che lo richiedono e, in definitiva, a evitare di vivere: se sanguino devo medicarmi, se ho perso un amico piango, così se una posizione troppo scomoda mi impedisce di concentrarmi è opportuno modificarla, se i pensieri sono troppi allora mi alzo e mi faccio un giro.

Prendermi cura della ferita, il pianto, il grido, l’ascolto del corpo che si distende mentre allungo una gamba, la passeggiata saranno la mia meditazione, ossia stare con quello che c’è, e quando tornerò a sedermi, oggi stesso o tra un mese, lo farò con più coraggio proprio perché avrò imparato che meditare non è vincolato rigidamente a delle formalità.

Una provvisoria conclusione

Dipinto tantrico, da Tantra Song - Guida alla meditazione

In questo articolo non abbiamo parlato di tecniche specifiche di concentrazione, come focalizzarsi su un oggetto esterno o le numerose tecniche di visualizzazione. Abbiamo deciso di escluderle non solo per non rendere l’articolo eccessivamente proteiforme, ma anche perché va assimilata una premessa difficile per la nostra mentalità abituata al fare per ottenere: la concentrazione di cui parliamo qui non nasce da uno sforzo ma dal rilascio di uno sforzo. Non può nascere dal progressivo prolungamento di uno stress, anche se lo stress può occasionalmente servire per ottenere una risposta di rilassamento ancora più profonda.

Eventuali tecniche di concentrazione possono essere considerate una possibile fase successiva a quanto abbiamo descritto ma non sono un ‘livello’ superiore della meditazione; servono per deframmentare l’attenzione quando è eccessivamente dispersa, ma a patto che a un certo punto siano lasciate, o il pensiero si dissolva da sé, per tornare da dove siamo venuti. La pratica minimale di presenza seduta potrebbe non averne affatto bisogno: è al tempo stesso la forma preliminare e la forma più alta di meditazione.

Molte persone, ad esempio, si sono avvicinate alle pratiche meditative durante il periodo della pandemia, forse inconsciamente, proprio per questo: quando ti rendi conto che non puoi fare nulla per cambiare il corso degli eventi, che ti trovi in una posizione da cui non puoi uscire, si creano le condizioni per un cambiamento di ‘stato’ che non è il risultato consequenziale di alcuna azione.

Abbiamo fiducia, non nella nostra forza di volontà né nella nostra capacità di concentrazione, ma nelle dinamiche gravitazionali che dipendono da forze più grandi di noi, della nostra mente, e che possono giocare a nostro favore, almeno se ci collochiamo nella postura corretta. La meditazione, quando accade, non è per merito nostro.

Ulteriori risorse

Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo alla sezione sulla meditazione del nostro blog, in cui ci sono già molti approfondimenti di natura storica, neuroscientifica e filosofica, e dove altri contributi sicuramente andranno ad aggiungersi in futuro.




Appendice: tre mudra per la meditazione

Le tre immagini sono tratte da Yogapedia.

Gyan mudra, forse la mudra più conosciuta (e bistrattata nelle pubblicità). Pollice e indice a contatto come se tenessimo fra le dita un granello di sabbia, le altre tre dita unite ed allungate dolcemente, come un prolungamento dell’incavo del palmo della mano; il dorso della mano appoggiato sul ginocchio o sulla coscia.

Dhyana mudra, altra mudra di meditazione molto diffusa, soprattutto in ambito buddhista. Mano destra deposta nella mano sinistra, i pollici a contatto in posizione neutra. C’è un detto riguardo a questa mudra, “né monti né valli” a intendere che quando i pensieri prendono il sopravvento, i pollici montano verso l’altro formando una punta; quando invece sprofondiamo nel sonno, i pollici ricadono verso il basso.

Bhairava mudra può essere confusa con dhyana mudra, ma la differenza è netta. Il dorso della mano destra riposa nel palmo della sinistra, ma i pollici non si toccano. La mudra riposa in grembo, o a diverse altezze (al plesso solare o al centro del petto), ma le mani rimangono sempre aperte, non ci deve mai essere una flessione tra le dita e il palmo.

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Perché le tecniche di respirazione non funzionano

10 Maggio 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Bramino che pratica Recaka nel Pranayama - Le tecniche di respirazione

Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che questo punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.

Paul Auster

Il titolo, in un certo senso, mente o esagera: i benefici della respirazione per il benessere psicofisico sono oggi ampiamente riconosciuti, tanto che alcune tecniche di controllo del respiro sono spesso suggerite da operatori sanitari e psicoterapeuti per calmare gli stati ansiosi, migliorare la concentrazione e facilitare il sonno, tra le altre cose.

Sappiamo ad esempio che una respirazione lenta, con l’accento sull’espiro e prevalentemente addominale stimola il nervo vago, che proprio attraverso il diaframma passa, trasmettendo al sistema nervoso autonomo un profondo impulso di distensione. All’estremo opposto, ma c’è un mondo intero nel mezzo, altri utilizzano respirazioni iperventilanti per i più vari scopi ludico-allucinatori, e ciò ha poco a che fare con lo Yoga, checché se ne dica, ma è una possibilità tra le tante. Insomma, le tecniche di respirazione funzionano e proprio per questo si prestano a una vasta gamma di utilizzi raccomandabili o meno.

Sarebbe facile quindi concludere che basta adeguare il respiro a una certa equazione ritmica per fare del nostro cervello quello che vogliamo, l’articolo finirebbe qui e avremmo potuto risparmiare il tempo di scriverlo affidandolo a uno di quei chatbot molto di moda che mettono una parola dopo l’altra secondo un criterio di probabilità.

In realtà, se c’è un senso nel dedicare la propria attenzione al respiro, dovrebbe basarsi su presupposti meno astratti. In altre parole, non è il respiro che si deve adeguare alla mente, ma è la mente che deve imparare ad andare al passo con il respiro, alla ricerca della pulsazione profonda da cui entrambi hanno origine.

Potrebbe sembrare un dettaglio nel momento in cui abbiamo degli obiettivi o una situazione a cui porre rimedio, ma è proprio qui che si gioca la possibilità di andare incontro a qualcos’altro che non siano i propri pensieri, ed è proprio trascurando questa premessa che i più abbandonano, concludendo, come le scimmie in viaggio di istruzione, che il mondo è noioso e viaggiare non serve a niente, non accorgendosi di non essere mai uscite dalla gabbia.

Quindi, siccome dobbiamo farci perdonare il titolo di questo articolo, vogliamo cominciare da quando le tecniche di respirazione non funzionano o smettono di farlo, perché è proprio di fronte alla sfinge del soccorritore se ne va senza avere soccorso che si sente per la prima volta, inaspettato, il proprio respiro autentico.

Contenuti

  • “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”
  • I due regimi della respirazione
  • Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

“Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”

Uno yogi che pratica una tecnica di respirazione - dal murale del tempio Zongdag Lukhang
Uno yogi dal murale del tempio Zongdag Lukhang

Prendiamo un caso abbastanza comune. Le mie prime esperienze sono positive e si sprecherebbero le frasi fatte: grazie agli esercizi di respirazione avverto letteralmente l’aria prendere vita dalle mie narici, quella sensazione leggermente elettrica vivifica ed energizza mente e corpo, proprio come se avessi aperto le finestre in una stanza da molto tempo chiusa e al buio. Tutto è lucidato a nuovo, le sensazioni sono più vive, il mio umore è più stabile, la mente è chiara, fatico meno a prendere sonno e soprattutto mi sveglio riposato.

Tuttavia, quando la novità diventa routine incontro delle difficoltà; mentre prima tutto sembrava così semplice e a portata di mano come premere un interruttore, ora quell’interruttore sembra funzionare a intermittenza e dopo svariati tentativi. Intanto, non solo il respiro diviene forzato – forse non ci metto abbastanza energia, penso – ma mi sorprendo a controllarlo rigidamente anche al di fuori dei momenti di pratica. In breve, ma forse ci vuole un po’ per ammetterlo, perdo ogni beneficio o addirittura vivo un peggioramento dei sintomi che inizialmente quelle tecniche si erano dimostrate efficaci ad alleviare.

Che cosa è successo: come in ogni attività ripetitiva, la pratica si è automatizzata. In altre parole, ho sperimentato la parabola con cui il mentale si appropria anche del ‘qui ed ora’ a cui la respirazione dovrebbe riavvicinarci. La mente fagocita, organizza, programma tutto, dalla vita coniugale alle esperienze trascendenti, organizzando meticolosi percorsi alternativi alle esperienze spiacevoli e pianificando la pantomima formale dei momenti felici, ma purtroppo conservando della felicità solo una memoria.

Così scopro che anche la relazione mente-corpo può ridursi a un circolo vizioso e meccanico, i cui due poli continuano a rinviarsi l’un l’altro, ma senza il palesarsi di qualcos’altro, di quella silenziosa presenza impersonale che emerge dallo sfondo in cui la mente e il respiro tendono a lasciarsi riassorbire per naturale propensione. Mi ritrovo così nella sala d’attesa di qualcosa che non può arrivare, perché l’attendere stesso è la separazione da quello che c’è in questo momento, dal reale. A questo punto, che si spezzi qualcosa è una benedizione, e per tornare a vivere è necessario cessare proprio la pratica di ciò che inizialmente doveva aiutare a rilassarmi.

Naturalmente quello appena descritto è un caso-limite ed esistono innumerevoli sfumature, a volte moderatamente innocue, altre più subdole. Una cosa è certa: ferma restando l’intuizione yogica fondamentale, ovvero che la mente segue il respiro (presupposto perché la mente si avvii oltre sé stessa), tuttavia è anche vero e possibile il contrario, ovvero che il respiro segua la mente: nel primo caso, la produzione di pensieri andrà a sfumare, nel secondo verrà alimentato a prescindere dal tipo di respirazione.

Ma per fare un passo oltre, lo Yoga, ad esempio, chiede innanzitutto di ridefinire i soggetti in gioco.

I due regimi della respirazione

Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Che il respiro sia l’unica funzione autonoma che può essere controllata in modo volontario è un’informazione che andrebbe contestualizzata. Di solito la nozione di questo questo doppio regime dà adito a interpretazioni inconsciamente tendenziose, secondo il pregiudizio mentale per cui ciò che è involontario è per sua natura inferiore a ciò che è volontario.

Pertanto, è facile che, sentendo parlare di respiro consapevole, si intenda con questo il respiro volontario. Ed è facile concludere che attraverso un intervento volontario sul respiro io possa correggere od orientare i processi autonomi. È un errore di prospettiva: in realtà, io ho bisogno di attingere, attraverso il respiro, a quella parte di me che non dipende dalla mia volontà.

Proprio su questo aspetto, Gerard Blitz ha dedicato numerose interessanti intuizioni, raccolte dai suoi allievi ne Il filo dello Yoga (gli a capo sono nell’originale):

Portiamo in noi
due “regimi” diversi
che coabitano e funzionano insieme
Uno è volontario
ci spostiamo nello spazio
pensiamo parliamo
L’altro non è volontario
qualcosa in noi
agisce a nostra insaputa
aziona i nostri organi
equilibra la nostra posizione nello spazio
coordina regola corregge
Questo “qualcosa” è intelligente

Questa intelligenza è diversa
più profonda
complementare alla prima
che chiamiamo mentale

Il ruolo dell’Hațha Yoga
è quello di insegnare all’uomo a creare le condizioni
in cui quest’altra intelligenza
che è in lui
possa manifestarsi e partecipare
alle sue azioni  al suo pensiero alla sua parola
Quando queste condizioni esistono
siamo nello stato di Yoga

Al contrario di quel che si penserebbe, il regime involontario, afferma Blitz, è intelligente. Emerge quindi un problema: cosa impedisce al nostro respiro autentico di trovare espressione? Da dove originano le difficoltà e le limitazioni nel respiro? La risposta è complessa, perché in parte originano da altre aree involontarie, su cui quindi non abbiamo modo di agire direttamente, ma in parte anche per l’ingerenza della componente volontaria, che con scarsa coordinazione e delicatezza cerca di controllare il respiro come controllerebbe i movimenti di un braccio. Qui però non si tratta di passare all’estremo opposto, di invertire la scala di valori: si tratta di “creare le condizioni” per un’integrazione.

Anche per questo, la premessa da cui occorre partire, sempre e non solo in via propedeutica, è di rendere cosciente il respiro naturale, ossia involontario, senza intervenire. Già ci potremmo fermare qui: se ci dedichiamo con serietà a questo compito, ci possiamo accorgere di quanto sia difficile e sempre nuovo. La passività cerebrale è fondamentale; in caso contrario, come osserva Eric Barét, scopriremo soltanto ciò che abbiamo accettato.

La storia finisce quindi senza essere mai veramente incominciata? Al contrario, è proprio qui che tutto inizia. Ci possiamo subito accorgere degli infiniti possibili approcci all’ascolto e della non banalità di alcun particolare che si presenta all’attenzione, ognuno dei quali contiene il tutto: sentire la temperatura, il suono e la traiettoria dell’aria che entra ed esce dalle narici, la pulsazione viscerale, il movimento spinale, costale, articolare ed epidermico, la riconfigurazione degli spazi del corpo e la sensazione di espansione e contrazione che riverbera nell’ambiente, le fluttuazioni nella cognizione del tempo a seconda che si propenda a ‘lasciarsi respirare’ o a intervenire attivamente. La sensazione delle pause, non forzate, naturali che preludono all’emergere dello sfondo da cui inspiro ed espiro sempre più occasionalmente salgono come razzi.

Attraverso questi inviti all’ascolto da cui ci lasciamo sfiorare, potremmo notare che il respiro naturale, quando riceve ascolto cosciente, non rimane uguale a sé stesso, ma come ogni cosa vivente si sviluppa. È proprio da questa terra di confine tra lasciar fare e fare che inizia realmente il pranayama, sia rimanendo nell’informalità, sia attraverso tecniche formali, se non risulteranno superflue, che si svilupperanno come forme di espansione e di esplorazione più che di controllo e costrizione, in cui i due regimi coopereranno in equilibrio.

Un’ulteriore considerazione, non meno importante: uno dei motivi principali per cui il respiro si irrigidisce, perdendo il collegamento con la sua forza vitale, è che reagiamo a sensazioni che interpretiamo come spiacevoli o indesiderabili. È quasi superfluo aggiungere, a questo punto, che è molto probabile che questo irrigidimento alimenterà ciò che respingiamo. Occorre, innanzitutto, includere nell’ascolto anche questa reazione, senza rifiutarla, e coltivare margini di maggior agio: in questo rimando al bellissimo passo di Gioia Lussana riportato nell’articolo precedente sul pranayama come custodire/proteggere piuttosto che come irrigidire/bloccare.

Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

I cinque corpi secondo il tantrismo del Kashmir - Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Vorrei concludere con questo diagramma, tratto da Tantra Illuminated di Christopher Wallis, che illustra i livelli di coscienza del sé secondo lo Sivaismo tantrico che fiorì nel Kashmir medievale. Chi ha dimestichezza con i manuali di Yoga sarà abituato forse a uno schema diverso, quello dei cinque involucri (kosha), di derivazione vedantica, spesso rappresentato graficamente come una matrioska di corpi via via più sottili.

La principale differenza – oltre alla pragmatica aggiunta di uno strato più esterno al corpo ‘in carne ed ossa’, quello della ‘roba’ – è la posizione di Prāṇa, ossia lo strato dell’energia vitale di cui il respiro è principale espressione e veicolo. Collocato tra corpo fisico e corpo mentale nello schema più celebre, qui invece si trova ancora più in profondità, ossia tra Citta, la mente-cuore e Shunya, il Vuoto trascendente, che a sua volta non è vuoto ma ‘contiene’ Cit, la Coscienza.

Ora, occorre considerare che in questi territori gli schemi in generale e le rappresentazioni bidimensionali hanno dei limiti intrinseci e quindi vanno prese con le dovute cautele: ad esempio – ed è un limite che affligge sia questa rappresentazione sia quella più nota – gli strati sempre più interni sembrerebbero limitati e contenuti da quelli esterni, mentre in realtà è vero il contrario: più ci muoviamo verso il centro, più andiamo dal particolare all’universale, dall’individuo al Sé indifferenziato.

Detto questo, i due diagrammi possono almeno in un aspetto convivere, descrivendo il legame a doppia mandata con il respiro: come punto di connessione corpo-mente (siamo ancora nell’individuo) ma al tempo stesso come ponte tra l’individuo e la forza vitale che condivide con tutte le creature. Forza vitale che è a sua volta passaggio privilegiato verso un silenzio che è letteralmente cosa viva.

E anche se gli schemi rimangono pur sempre schemi, possono almeno in questo caso sussurrarci un pur vago suggerimento del perché trovando il respiro possiamo trovare il centro esatto del mondo, e perché trovando il centro possiamo finalmente respirare.

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Ridimensionando lo Iyengar che è in me

22 Ottobre 2018 by Francesco Vignotto 26 commenti


Ovvero dell’autorità, dell’idealismo, dell’irrealizzabile perfezione che sfugge sempre più in là per chi cerca di allinearsi a un solo piano.

C’è un’immagine che mette a confronto il giovane B. K. S. Iyengar del 1934 e quello ottuagenario del 2003. Il titolo celebra quasi sovieticamente i progressi compiuti negli anni nel perfezionare Utthita Trikonāsana, la posizione estesa del triangolo:

Non possiamo conoscere ciò che è accaduto interiormente all’autorevole insegnante nel lasso di tempo che separa le due immagini. Quello però che risalta – e probabilmente è intenzione degli illustratori evidenziare – è che abbia esteso la posizione al limite della stabilità, che tutto sia, fisicamente parlando, ‘di più’ nel tentativo di oltrepassare i limiti fisiologici attraverso il corpo stesso.

L’insegnante di fama mondiale del 2003 sembra anzi quasi essere riuscito a realizzare la sua stessa direttiva, secondo cui in questa posizione “il dietro delle gambe, del petto ed i fianchi dovrebbero essere su una sola linea”.1B. K. S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga (Light on Yoga), Mediterranee, 199 L’indicazione è anatomicamente improbabile e biomeccanicamente esasperata, ma è perfettamente rappresentativa, nel bene e nel male, della personalità di Iyengar; nondimeno, essa è presente in maniera più o meno letterale su moltissimi manuali di āsana che mi sia capitato di consultare, tanta è stata l’influenza del maestro di Pune.

A quanto mi sia dato sapere (ma sono pronto a essere smentito) non abbiamo raffigurazioni o descrizioni di questa posizione prima dello Yoga Posturale Moderno. Tuttavia, prima del paradigma imposto da Iyengar sembra che Trikonāsana fosse più simile alla versione del ’34 che a quella del 2003. Qui, ad esempio, il suo maestro Krishnamacharya:2La prima immagine è tratta dal suo Il nettare dello yoga, a cura di Marco Passavanti, Ubaldini, 2013

Tra le esecuzioni ‘alternative’ di Trikonāsana, quella di Swami Satchidananda appare particolarmente ‘involuta’ secondo gli standard odierni:

Secondo la testimonianza di una allieva (qui), nello Integral Yoga Institute fondato dallo stesso Satchidananda la posizione è oggi praticata in maniera più simile alla versione ‘estesa’ (Utthita) di Iyengar.

Non è intenzione di questo articolo stabilire cosa sia corretto e cosa sia sbagliato, anche perché il mio personale parere è che la stessa posizione offra ampi margini di creatività nel momento in cui viene suonata da strumenti diversi.

Tuttavia, sarebbe un vero peccato se una estrema varietà di approcci andassero persi nel tempo per uniformarsi a un modello dominante. E se vi è un paradigma che ha dominato nella pratica dello yoga moderno posturale è quello massimalista, secondo cui gli effetti (benefici) di una posizione sono proporzionali alla sua espressione fisica, alla sollecitazione quantitativa del corpo e alla definizione dettagliata dei suoi allineamenti.

Sicuramente, B.K.S. Iyengar è uno dei maggiori artefici e responsabili di questo filone. La sua autorità ha anzi assunto con gli anni un carattere prescrittivo spesso categorico. Iyengar ha anche alzato sensibilmente gli standard performativi, per cui tutto ciò che passa al di sotto dell’asticella alzata appare preparatorio e compensatorio, incompleto, ‘in vista di’ colmare l’handicap.

Per questo, oggi, da bravi studenti allevati a Light on Yoga (lo è stato anche chi scrive), quando vediamo la Trikonāsana di Krishnamacharya o di Satchidananda non possiamo evitare di notare la gamba destra leggermente flessa, il bacino visibilmente ruotato o la povertà nell’apertura delle gambe. Siamo abituati a un rigore formale assoluto, difficilmente ci sfiora l’ipotesi che quelle apparenti irregolarità o ristrettezze siano proprio ciò che rende vitale la posizione. Ma viverla, la posizione, non è possibile, quando è tutto posticipato a quando ogni particolare sarà al suo posto.

Intendiamoci: l’icona di Iyengar ha avuto un’importanza innegabile nella diffusione e nella evoluzione dello Yoga Posturale Moderno e sicuramente la sua eredità è imprescindibile. L’uomo che emerge dalle testimonianze e dal lavoro, anche al netto delle intemperanze di cui parleremo più sotto, è sicuramente in buona fede e dotato di una tempra e una determinazione non comuni  (ben più pesanti sono, ad esempio, le ombre che gravano sul suo co-allievo di gioventù e alter ego Patthabi Jois, recentemente al centro di un #metoo interno al mondo dello yoga che in Italia ha ricevuto poca eco).

Tuttavia, proprio perché l’influenza di Iyengar è stata unidirezionale verso un ‘di più’ dal quale sembra difficile far ritorno (e anche le varie modalità restorative lo sono in riferimento al suo standard), ritengo che vi siano alcuni aspetti del suo lascito da storicizzare e da leggere nel quadro della sua biografia, invece che in quello atemporale della autorità indiscussa (il famoso ‘because Iyengar’, che indica qualsiasi direttiva ormai entrata nella prassi comune yogica che non ha alcuna altra evidenza tranne l’autorità del maestro di Pune).

È insomma legittimo domandarsi se davvero la sua Trikonāsana sia il punto di arrivo, o ciò che è desiderabile per il corpo di ognuno.

Un contorsionista di inizio ‘900 a confronto con B. K. S. Iyengar. I complessi rapporti tra lo Yoga Posturale Moderno e la cultura fisica indiana e occidentale sono stati affrontati da Mark Singleton in Yoga Body: the origin of modern postural practice (2010, di prossima pubblicazione in italiano presso Mediterranee), da cui queste immagini sono tratte.

Contenuti

  • “Su una sola linea”
  • Intemperanze
  • Afferrando la frusta

“Su una sola linea”

Quando si afferma che Iyengar ha portato la pratica delle āsana a livelli mai prima raggiunti, occorre considerare che ciò è spesso stato tragicamente.

In primo luogo, perché la preminenza abnorme della āsana nello yoga, che oggi si imputa spesso alle commercializzazioni occidentali, ebbe proprio in Iyengar il principale artefice. Fu solo in un secondo momento che Iyengar sovrappose al proprio metodo di lavoro la soteriologia degli Yoga Sutra di Patanjali, che di per sé non si occupano di āsana se non fugacemente e in modo preliminare,  e che Iyengar lesse solo negli anni Sessanta, quando iniziò la stesura di Light on Yoga (il celebre Teoria e Pratica dello Yoga).

Iyengar non fu l’unico ad appellarsi all’autorità di Patanjali senza variare l’approccio essenzialmente posturale – come ha notato Singleton si tratta anzi di un tòpos molto comune nello yoga moderno per autolegittimarsi e rivendicare l’appartenenza alla tradizione – ma la sua enorme influenza ha contribuito più di altri a creare uno scollamento tra teoria e pratica gravido di dissonanze.3Vedi Eric Shaw, Seizing The Whip, citato più oltre, ma anche, per quanto riguarda il clima culturale in cui Iyengar ricevette la propria formazione, il fondamentale Yoga Body di Mark Singleton.

Scuola Iyengar di Pune, 2006, da Michael O’Neill, Sullo Yoga: l’architettura della pace, Taschen, 2015

In secondo luogo, l’avanzamento iyengariano fu tragico perché impose un’idea di allineamento intrinseco delle āsana (è il corpo che si deve adattare alla posizione) basata su principi che non trovano riscontro nella realtà biomeccanica del corpo umano. Alcuni mesi addietro, Leslie Kaminoff,  autore del celebre Yoga Anatomy, propose una revisione di questa nozione di allineamento, anche a fronte del non-più-segreto numero crescente di insegnanti di yoga che ogni anno si sottopongono a operazioni di sostituzione dell’anca:

Negli ultimi 62 anni in America, un sistema di insegnamento delle āsana – quello di Iyengar – ha mantenuto un monopolio virtuale nella conversazione su ciò che costituisce il corretto allineamento nelle āsana. Dal mio punto di vista, i tempi sono maturi per mettere in discussione l’assunto che le direttive idealizzate e geometriche siano lo scopo ultimo delle āsana yogiche. Se non vi sono linee rette nel corpo, perché cerchiamo sempre di “squadrare il bacino” o “mettere i piedi in parallelo”?

Come Kaminoff osserva, tale impostazione rispondeva al punto di vista adottato da Krishnamacharya negli anni Trenta del secolo scorso, durante la formazione di Iyengar; ironicamente (e l’ironia apparirà feroce alla luce di quanto narrato in seguito), negli anni Sessanta, proprio durante l’ascesa mondiale di Iyengar, lo stesso Krishnamacharya cambiò radicalmente prospettiva (è la pratica che si deve adattare alla persona), dedicandosi unicamente all’insegnamento individuale.

Ovviamente, nello yoga esistono molte pedagogie, ognuna delle quali si basa su presupposti differenti e potenzialmente discutibili, e il metodo Iyengar codificato negli anni ha elaborato le sue strategie e i suoi protocolli per adattare la pratica a un vasto pubblico da parte di insegnanti qualificati.

Tuttavia – sia concessa un’altrettanto discutibile osservazione – l’adozione di protesi e supporti, in questo quadro di riferimento, non parte dai migliori dei presupposti, ovvero che il comune praticante sia in partenza menomato di fronte all’archetipo irraggiungibile della postura.

Intemperanze

Per comprendere meglio l’origine della psicologia iyengariana e la sua popolarizzazione, è interessante andare a rileggere il documentato ritratto di Eric Shaw, basato sulle memorie stesse di Iyengar, in cui emerge il travagliato rapporto proprio con il mentore e maestro Tirumali Krishnamacharya (d’ora in poi indicato anche come K.).

Quale marito di sua sorella, nel 1934 Krishnamacharya accettò di prendere sotto la propria tutela l’allora quindicenne Iyengar e divenne la sua sola figura paterna. A quell’epoca, K. era al servizio del maharaja Navaldi Wadiyar di Mysore per il quale svolgeva opera di educazione e propaganda della cultura fisica indiana, di cui il neo haṭhayoga dell’epoca era espressione.

K. in quegli anni era noto tra i suoi studenti per avere un carattere molto difficile. Poteva chiedere di assumere qualsiasi āsana in qualsiasi momento, e l’allievo era costretto a obbedire. Se commetteva un errore, le punizioni andavano dalle percosse al digiuno forzato. Ma la violenza di K. poteva manifestarsi benissimo senza alcun motivo apparente. Secondo le testimonianze di numerosi allievi dell’epoca, Iyengar compreso, il suo comportamento era del tutto imprevedibile, e questo alimentava ancor di più il clima di terrore che lo circondava.

B. K. S. Iyengar e Krishnamacharya, da adulti.

Iyengar, vivendo con lui ed essendo obbligato ad obbedirgli secondo gli stringenti vincoli familiari indiani, non disponeva di margini per sfuggire alle sue angherie, che si prolungavano anche tra le mura domestiche, tanto che in una occasione tentò il suicidio.

In realtà, Krishnamacharya concesse a Iyengar solo pochissime lezioni effettive, tutte incentrate sulle āsana. Secondo lo stesso Iyengar, il maestro non scese mai negli aspetti più sottili della disciplina, né in dettagli filosofici. Più tardi, pur riconoscendo K. come suo maestro, rivendicò che il proprio insegnamento fosse frutto di ciò che aveva imparato da solo.

Nonostante avesse ricevuto poche istruzioni dal maestro, Iyengar, grazie al suo impegno infaticabile e solitario, venne coinvolto nelle innumerevoli dimostrazioni pubbliche che K. teneva per conto del proprio mentore. Shaw riporta che nel 1935, a Madras,

Krishnamacharya gli chiese di eseguire Hanumāsana, la spaccata frontale completa, ma Iyengar protestò che la sua biancheria intima non glielo permetteva. “Era stata cucita con tanta fermezza dai sarti che nemmeno il dito di una mano poteva attraversarla.” K. rimase inamovibile e chiese delle forbici. La biancheria fu tagliata. Iyengar eseguì la posa. Si strappò entrambi i muscoli posteriori delle cosce: “Non potei camminare per due anni”.

Secondo Shaw, gli abusi di Krishnamacharya furono perdonabili e di natura minore, imputabili al carattere difficile e autoritario del maestro. Tuttavia, “ebbero riverberi duraturi nello Yoga Moderno attraverso i loro effetti sul suo allievo più famoso”.

La tesi di Shaw è infatti che il tormentato rapporto con Krishnamacharya avrebbe alimentato il perfezionismo maniacale del giovane Iyengar, che dedicandosi alla pratica delle āsana per dieci ore al giorno (“Asana is my deity” dichiarerà più tardi4Iyengar, B. K. S., 2000-08, Astadala Yogamala (Collected Works), vols. 1, 5, 6, 7 : Articles, Lectures, Messages, New Delhi: Allied Publishers Limited) cercava così di ricevere l’approvazione dell’esigente e venerato maestro.

Iyengar ebbe modo di sfuggire alla violenta figura paterna proprio quando, di lì a poco, gli si offrì l’occasione di assumere lo stesso ruolo del proprio aggressore, ossia di diventare un insegnante di yoga e di guadagnarsi da vivere attraverso questa mansione, cosa che all’epoca era tutt’altro che comune.

Ma anche quando si allontanò dal maestro, superandolo addirittura dal punto di vista delle capacità fisiche, il perfezionismo ossessivo nelle āsana rimase il suo marchio di fabbrica. È peraltro da notare come esistano numerose testimonianze (tra cui quella di Gabriella Cella5”Ho seguito le lezioni di Iyengar, ammirata dalla sua forza marziale […] anche se il bastone che batteva vigorosamente sulle ginocchia degli allievi in una Trikonāsana imperfetta e le cinghie con cui legava le gambe per mantenere Padmāsana, non mi davano proprio l’idea di un percorso yoga” da G. Cella Al-Chamali, I segreti dello Yoga: manuale pratico di Yoga Ratna, Rizzoli, 2011) delle spigolosità caratteriali che Iyengar ereditò dal maestro, elaborandole in un approccio spesso intimidatorio e violento, di cui il filmato che segue, risalente con probabilità agli anni ’90, mostra un esempio.

In occasione della sua morte, nell’agosto del 2014, il Times of India lo descrisse

sempre incollato al suo credo molto criticato – che il corpo ha bisogno di amore duro per essere spinto a calci nella consapevolezza. Alcuni dei suoi studenti americani hanno scherzato sul fatto che le sue iniziali BKS fossero “beat, kick and slap”. Ma era una linea seguita dalla maggior parte degli insegnanti della scuola di Iyengar. Gli studenti dovevano lasciare il loro ego alla porta e se non riuscivano a superare l’abuso, smettevano. Non sorprendentemente, il livello di attrito nelle prime classi era alto. Ma per coloro che hanno imparato lo zen a forza di pugni, i suoi metodi erano avvincenti.
“Non è con voi che mi arrabbio, non siete voi che prendo a calci. È il ginocchio, la schiena, la mente che non stanno ascoltando”, avrebbe detto durante i suoi discorsi stracolmi in occasioni festive.

Per sfuggire al proprio aggressore, Iyengar lo aveva introiettato incorporandone gli aspetti più fanatici ed erigendoli a sistema. Scrive ancora Shaw:

L’impegno di Iyengar lo ha trasformato in un’icona inattaccabile per la perfezione del suo lavoro.
Idealismo e ortoprassi definiscono il suo metodo.
La ristrettezza di questa visione ha modellato il suo stile di insegnamento e le sue convinzioni, e il suo approccio pedagogico, colorato dalla sua esperienza con Krishnamacharya, fu trasferito a legioni di seguaci.
A causa del profondo potere della personalità di Iyengar e dell’autorità che ha
guadagnato dalla sua lunga, fedele e singolare attenzione, ha ridefinito lo yoga come postura allineata per gran parte del mondo dello yoga moderno.

Afferrando la frusta

Scuola Iyengar di Pune, 2006, da Michael O’Neill, Sullo Yoga: l’architettura della pace, Taschen, 2015

Ora, cominciamo a calare il sipario su Bellur Krishnamachar Sundararaja Iyengar. Il reale argomento di questo articolo non è infatti lo Iyengar in sé, ma lo Iyengar in me (e in te, e in lui, e in lei: in tutti noi). Non a caso, il saggio di Shaw è intitolato Seizing the whip, ispirato al celebre racconto-aforisma kafkiano in cui l’animale “strappa di mano la frusta al padrone e si frusta da sé per diventare padrone e non sa che questa è soltanto una fantasia prodotta da un nuovo nodo nella correggia della frusta del padrone”.

Oggi, ovviamente, i metodi di insegnamento appena descritti non sono proponibili. Tuttavia, la tentazione di frustarsi da sé nell’illusione di diventare padroni esercita ancora una notevole attrattiva.

Lo è, se pensiamo alla indefessa disciplina a cui si sottopongono milioni di praticanti che ogni giorno documentano attraverso i social network i propri progressi, inseguendo il mito di un allineamento sempre più definito e una postura sempre più ‘avanzata’. Non dimentichiamo che Iyengar fu essenzialmente, per tutta la sua vita, un uomo eminentemente di spettacolo, perennemente sotto i riflettori tra pubbliche esibizioni e servizi fotografici che ne hanno documentato le performance persino negli ultimi giorni di vita, come se sopravvivesse un riflesso condizionato dell’ambiente altamente competitivo in cui si trovò in un primo tempo a insegnare, penalizzato dall’assenza di qualifiche e dalla povera estrazione sociale, che ricordò così:

La vanità era nei miei allievi e in me. Se dovevo dimostrare la mia superiorità, naturalmente dovevo dimostrare la mia vanità ancora di più… potevo vedere che i miei allievi riuscivano meglio di me, e ciò mi diede la motivazione per fare ancora meglio6Iyengar, B. K. S., 2009, Yoga Wisdom and Practice, New York: D. K. Publishing

Questa foto e quella di copertina sono di Aditya Kapoor e sono le ultime immagini di B. K. S. Iyengar prima del suo decesso nell’agosto 2014, all’età di 95 anni.

La tentazione dello Iyengar-in-me di afferrare la frusta è viva nel presupposto che nella pratica delle āsana il di più, in senso lineare e idealizzato, sia per forza più efficace, a discapito delle micro- e macro- lesioni, dei dolori cronici che sempre più praticanti accumulano negli anni, pur continuando indefessi a praticare e proporre le stesse procedure che li hanno provocati.

Ma la tanto agognata e irrealizzabile perfezione nel corpo, sempre posticipata un po’ più in là, il mai essere pronti ad accedere al livello ulteriore, stanno lì, a dimostrare che la frusta è ancora saldamente nelle mani del padrone, e stai saltando secondo il ritmo da lui dettato.

Alignment is enlightment è un motto molto popolare nell’ambiente olistico moderno, e lo Iyengar-in-me ha la propensione a prenderlo terribilmente alla lettera. Ma siccome in questo mondo l’allineamento non arriverà mai, anche l’illuminamento rimane tantalicamente negato. Chissà perché, le verità espresse in rima, oltre che essere spesso intraducibili in altre lingue, lo sono anche nella realtà.

Note[+]

Note
↑1 B. K. S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga (Light on Yoga), Mediterranee, 199
↑2 La prima immagine è tratta dal suo Il nettare dello yoga, a cura di Marco Passavanti, Ubaldini, 2013
↑3 Vedi Eric Shaw, Seizing The Whip, citato più oltre, ma anche, per quanto riguarda il clima culturale in cui Iyengar ricevette la propria formazione, il fondamentale Yoga Body di Mark Singleton.
↑4 Iyengar, B. K. S., 2000-08, Astadala Yogamala (Collected Works), vols. 1, 5, 6, 7 : Articles, Lectures, Messages, New Delhi: Allied Publishers Limited
↑5 ”Ho seguito le lezioni di Iyengar, ammirata dalla sua forza marziale […] anche se il bastone che batteva vigorosamente sulle ginocchia degli allievi in una Trikonāsana imperfetta e le cinghie con cui legava le gambe per mantenere Padmāsana, non mi davano proprio l’idea di un percorso yoga” da G. Cella Al-Chamali, I segreti dello Yoga: manuale pratico di Yoga Ratna, Rizzoli, 2011
↑6 Iyengar, B. K. S., 2009, Yoga Wisdom and Practice, New York: D. K. Publishing
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Yoga: Spazio: Silenzio

18 Gennaio 2018 by Zénon

Guarda una tazza o un recipiente senza vederne le pareti o la materia. In breve tempo, prendi coscienza dello spazio.

Vijnabhairava Tantra, 59

La pratica dello Yoga rischia spesso di trasformarsi in una lotta contro sé stessi, inseguendo l’idea di dover conquistare qualcosa: una posizione, un movimento sinuoso, il controllo del respiro o della mente.
 
Tuttavia, ogni vittoria è destinata a durare fino al riaffiorare del conflitto, della stessa tensione sotto altre spoglie: voler diventare qualcos’altro, il rifiuto di ciò che è.

In questo seminario daremo quindi una chance all’idea opposta: che lo Yoga sia piuttosto lasciarsi conquistare. Che l’accento possa cadere sugli spazi invece che sui ‘pieni’, ovvero su quelle sensazioni di apertura percepibili anche nell’incontro con il limite, se lo si accetta invece di volerlo normalizzare.

L’ascolto del corpo come spazio e della contiguità con lo spazio esterno potrà così maturare nel presentimento di uno spazio ‘anteriore’, sottostante, in cui il gesto, il soffio o il pensiero non sono più disturbo o negazione di un silenzio da difendere, ma parte stessa del silenzio fondamentale che non può essere scalfito.

Accanto all’approfondimento di āsana e prāṇāyāma, presenteremo per la prima volta in un seminario a Zénon la pratica del Tandava, in cui il movimento è dettato non dalla memoria di un percorso predeterminato, ma dall’ascolto tattile del contatto con lo spazio, danzando attraverso il sottilissimo confine tra movimento e quiete.


Il programma della giornata

9:30 – 11:30 Il corpo come spazio: pratica corporea e percezione del vuoto.
11:45 – 13:00 Lo spazio del respiro. Prāṇāyāma.
15:00 – 16:00 Danzare con lo spazio. Tandava.
16:15 – 18:00 Dal Prāṇāyāma al silenzio. Meditazione.

Per la partecipazione, è richiesta un’esperienza di base nella pratica dello Yoga.


Gli insegnanti

Il seminario sarà tenuto dall’insegnante di Zénon Francesco Vignotto.


Contributo di partecipazione

Il costo della giornata è di 80 €.


Per iscriversi e per informazioni

Ci puoi contattare al 349 246 2987.
Oppure puoi scriverci con questo modulo:

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Prāṇāyāma, questo sconosciuto

31 Ottobre 2017 by Francesco Vignotto Lascia un commento


L’inalazione e l’esalazione sono più o meno delle sovrapposizioni a ciò che è costante. Perciò il silenzio, l’intervallo dopo l’espirazione, non è assenza di attività, ma assenza di funzione. È presenza. All’inizio, la nostra attenzione è focalizzata sull’atto di inspirare e di espirare. Ma poi arriva un momento in cui diventiamo indifferenti all’inspiro e all’espiro. È il momento in cui il corpo prende in carico la respirazione, ed enfatizziamo il silenzio, l’intervallo tra le due attività. È un modo spirituale di utilizzare il controllo del respiro e il respiro stesso, ma il controllo del respiro può essere anche utilizzato per dirigere, per orchestrare l’energia in noi.

Jean Klein, The Book Of Listening

Con l’essenzialità che gli è propria, in queste poche battute Jean Klein racchiude tutto il prāṇāyāma, ossia quell’area dello yoga che attraverso il respiro persegue un apparente doppio fine: raffinare l’energia vitale e accompagnare la mente verso la meditazione.

Siccome altrove ho accostato l’argomento per i massimi sistemi (Prāṇāyāma, vita, respiro, morte e miracoli) o in relazione al delicato rapporto con il respiro spontaneo (Non saper respirare), mi sembra utile partire proprio da qui per una sintesi che vada al cuore della questione.

Le tecniche yogiche di prāṇāyāma comprendono un certo numero di alterazioni del ritmo, dell’ampiezza, della modalità, e del suono del respiro: respiri come mantici da fucina, ruggiti di leoni e ronzare di calabroni, sibili attraverso la glottide e riconfigurazioni dei flussi tra la narice destra e sinistra. Le fasi respiratorie sono quindi regolate secondo estensioni e proporzioni variabili, e attraverso i tre controlli principali: il diaframma toracico, il diaframma perineale e il reticolo (la contrazione alla base del collo).

Tuttavia, tutto questo estendere e sospendere, intensificare e rendere estremamente sottile, tutto questo disciplinare l’azione del respiro (compresa la sua sospensione) per abbandonare ogni controllo, converge verso il silenzio.

Come spesso viene sottolineato nella letteratura yogica, infatti, il controllo del respiro ha in realtà lo scopo di lasciar emergere ciò che è nello sfondo di questa stessa attività, e che in condizioni normali rimane offuscato da essa.

Lo Jiva [l’anima individuale] che si trova sotto l’influenza di Prana e Apana [l’inspiro e l’espiro] va su e giù. 1Come emerge dal mio precedente articolo Prāṇāyāma…, tradurre i termini Prana e Apana come ‘inspiro’ ed ‘espiro’ è piuttosto approssimativo, ma ai fini di questa esposizione dovremmo sacrificare qualche grammo di precisione alla chiarezza.
Lo Jiva a causa del suo muoversi continuo sul percorso destro e sinistro, non è visibile. Proprio come una palla percossa (sulla terra) salta in alto, così Jiva sempre lanciato da Prana e Apana non è mai a riposo.
Conosce lo Yoga chi sa che Prana sempre si trae da Apana e Apana trae da Prana, come un uccello (allontanandosi e tuttavia non liberandosi) dalla stringa (a cui è legato).

Dhyana Bindu Upanishad, 58-61a

L’inalazione e l’esalazione sono una funzione, che ritma ed è al tempo stesso ritmata dall’attività mentale e dalle funzioni vitali. Come queste ultime, è un’attività transitoria che appare nello sfondo senza di per sé turbarlo, ma celandolo.

Intendiamoci: inspiro ed espiro sono funzionali alla vita, quindi l’oggetto in questione non è tanto l’opportunità di respirare o meno (come a volte iperbolicamente sembrerebbe emergere dalla letteratura yogica), quanto lo slittamento della coscienza dall’atto al campo in cui il ciclo del respiro avviene.

Da Tantra Song, raccolta di dipinti dal Rajasthan a cura di Franck André Jamme.

Ciò che è nello sfondo, d’altro canto, non è attività. Non è funzione. A dire il vero, non si potrebbe nemmeno chiamare “ciò”. Non si tratta di qualcosa che appare e scompare negli intervalli tra un respiro e l’altro: è costantemente presente anche durante l’attività, ma la consapevolezza nell’intervallo è un escamotage che ci permette inizialmente di prenderne coscienza.

Cessando il respiro, tutte le funzioni seguono, più o meno: occorre che ‘stiamo’ con quella presenza.

Ma se l’obiettivo è nello sfondo, perché allora lavorare sul respiro, ossia sulle ‘sovrapposizioni’ e non direttamente su ciò che è costante? Perché non affrontare la questione alla radice invece di sottoporsi a complicati addestramenti respiratori?

Perché il normale groviglio di respiro, mente e funzioni vitali solitamente non ne concede la possibilità: nella maggioranza dei casi ci troviamo avviluppati in una fitta rete senza apparenti spiragli. Come due litiganti che vogliono avere ragione, inspiro ed espiro si sovrappongono senza mai lasciarsi giungere al pieno compimento e senza mai scendere in profondità. Non è pressoché possibile che si verifichino intervalli se non in caso di malfunzionamenti o a costo sforzi che rischiano molto spesso di essere controproducenti.

Le uniche occasioni in cui si può aprire uno spiraglio si verificano in momenti di forte stupore o di shock improvvisi: si tratta però di ‘esperienze di picco’ che non possono essere costanti e che raramente possono essere integrate nella vita ordinaria. Oppure, ancora, in momenti di inerzia come nel sonno profondo, quando però il livello di coscienza è generalmente troppo ottuso perché ve ne sia consapevolezza.

A questo punto, quando nel cielo il sole e la luna scompaiono, l’illuminato
rimane lucido mentre l’essere umano ordinario sprofonda nell’incoscienza.

Spandakarika, 25

Osservare e controllare (o meglio condurre) l’inspiro e l’espiro sono quindi un passaggio obbligato per addomesticare respiro, corpo e mente.

Da Tantra Song, raccolta di dipinti dal Rajasthan a cura di Franck André Jamme.

Il lavoro su inspiro ed espiro, progressivamente, viene integrato con lo sviluppo delle pause. In effetti, l’haṭhayoga ha sempre enfatizzato il prāṇāyāma come ritenzione del respiro (si veda, ancora, Prāṇāyāma…).  Tuttavia, lo sviluppo volontario delle fasi respiratorie è ancora un’attività che prepara il terreno per la ritenzione spontanea, nei cui confronti il termine controllo è del tutto inadeguato: possono arrivare momenti in cui stare nell’intervallo non è più una scelta.

Proprio come la tecnica di meditazione non è di per sé la meditazione, il controllo del respiro non è il prāṇāyāma nel senso più ultimo, ma una preparazione. Almeno fin quando la tecnica di meditazione e il prāṇāyāma – anche nello sviluppo estremo delle pause – rimangono delle funzioni.

Ma poi arriva un momento in cui diventiamo indifferenti all’inspiro e all’espiro. È il momento in cui il corpo prende in carico la respirazione, ed enfatizziamo il silenzio, l’intervallo tra le due attività.

A un certo punto, non è nemmeno importante se si stia respirando o meno. Il respiro torna ad essere quello che è sempre stato, sovrapponendosi a ciò che è costante in perfetta trasparenza, proprio come un rumore che cessa di essere un disturbo e si integra nel silenzio.

Lo scarto tra il punto di partenza e il punto di arrivo, come tutto ciò che è essenziale, è imponderabile. Il silenzio non è una cosa tra le altre.

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Note
↑1 Come emerge dal mio precedente articolo Prāṇāyāma…, tradurre i termini Prana e Apana come ‘inspiro’ ed ‘espiro’ è piuttosto approssimativo, ma ai fini di questa esposizione dovremmo sacrificare qualche grammo di precisione alla chiarezza.
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Non saper respirare

27 Giugno 2017 by Francesco Vignotto 3 commenti

Vorrei che, alla fine della lettura di questo articolo, il suo titolo non suonasse più come un rimprovero, a differenza di quanto possa sembrare. Non intendo insomma somministrare la solita predica su quanto ognuno respiri male, perché proprio questi rimproveri sono responsabili di ancora più debiti di ossigeno di quanti ne intendano saldare.

A causa anche di questo, molte persone si presentano a un corso di yoga con il capo già cosparso di cenere e confessano con un certo senso di colpa di non saper respirare. Il respiro, al solo nominarlo, evoca spesso una competenza elementare che non si è acquisita abbastanza a suo tempo e che ci si vergogna di non padroneggiare, proprio come una regola grammaticale o le divisioni in colonna.

Oppure, il respiro suscita il fantasma di un impedimento oggettivo: io vorrei respirare, ma c’è qualcosa – un sigillo, una inadeguatezza fisiologica, una paura – che me lo impedisce.

La buona notizia è che, escludendo le vere e proprie condizioni patologiche, gran parte delle sommarie autodiagnosi da “diaframma bloccato” o da incapacità respiratoria non derivano affatto da un impedimento oggettivo o da scarsa padronanza tecnica, bensì da una soggettiva tendenza a mettersi i bastoni tra le ruote da soli. In altre parole, non ci manca niente per poter respirare, semmai c’è del troppo.

Perché non è possibile non saper respirare, per il semplice fatto che è il corpo a farlo per noi. E se respiriamo male (non troppo male da mettere a repentaglio la nostra vita ma abbastanza da comprometterne la qualità) è perché a quell’abile non sapere del corpo si è sovrapposto qualcosa di estraneo.

L’insegnante di yoga – o chiunque abbia a che fare con il respiro, il proprio o l’altrui – non può evitare di partire da questo dato: non ha senso mettere in pratica uno sforzo attivo, quando non si è ancora attivata l’attenzione al respiro fisiologico.

In caso contrario, nuovi condizionamenti andranno a sovrapporsi a quelli vecchi: il risultato sarebbe un corpo e un respiro doppiamente condizionati, ed è questa la situazione che è possibile osservare in molti praticanti di yoga, anche tra coloro che possono vantare numerosi anni di pratica: i muscoli addominali e il diaframma lavorano molto intensamente, la gabbia toracica si espande e contrae al massimo delle sue capacità, ma la quantità di respiro è appena una goccia che cade da un rubinetto aperto con grande fatica.

Respirare “come si respira nello Yoga” (come ci hanno detto di respirare) oppure come si respira nel Pilates, o con le maschere antigas, non fa molta differenza. Finché il respiro rimane qualcosa da fare, e non una presenza costante da interrogare e con cui interagire, finché non lo si ascolta visceralmente e al tempo stesso come fosse il respiro di un’altra persona, non si respira, e non si fa.

Modificare il respiro in queste condizioni è come pretendere di guidare un’auto bendati, ritenendo che sia sufficiente aver studiato la mappa stradale e che dare un’occhiata alla plancia di controllo sia superfluo. Peggio ancora, quando crediamo alla mappa per semplice autorità, perché qualcuno ce l’ha raccontata.

Spesso si sente dire nello yoga che il problema è che non siamo consapevoli del nostro respiro. Questo è verissimo, se per respiro consapevole intendiamo non un atto di controllo del respiro, bensì la consapevolezza del respiro fisiologico. Saper discernere il respiro dalla respir-azione (mi si perdoni il gioco di parole) è il primo passo perché anche la tecnica possa essere un esercizio fruttuoso di dialogo – non di coercizione – con il respiro. Per questo il sapere come respirare deve sempre radicarsi nella consapevolezza che non si sa respirare.

Respiro consapevole e controllo della respirazione

Krishnamacharya che pratica pranayama con un una allieva

Un esempio della doppia faccia delle tecniche di controllo del respiro, di come possano essere abilitatrici oppure condizionanti, è il celeberrimo ujjaiy che caratterizza la pratica dello yoga.

L’ujjayi è una tecnica di respiro tipica dello yoga. La forma più comune in uso oggi consiste in una leggera restrizione dell’epiglottide, che produce un leggero suono sibilante, simile a un bisbiglio – che deve essere omogeneo e continuo – tra la gola e la cavità nasale e viene applicata sia come parte di altri pranayama, sia nella pratica degli asana, sia in alcune tecniche di meditazione.

L’ujjayi permette di estendere le fasi di inspiro e di espiro proprio perché regola il passaggio dell’aria, aumentando la pressione intrapolmonare e regolando di riflesso numerose funzioni. Può essere utilizzato sia per produrre intensità, sia per produrre rilassamento e concentrazione regolarizzando le fasi del respiro.

Il problema è quando l’ujjayi viene imposto senza aver dedicato del tempo all’ascolto di quel respiro. Siccome poi la regione della gola è sede di numerose tensioni, l’ujjayi diventa molto spesso un amplificatore di tensione. Il suo suono dovrebbe essere sottile come una lama che taglia la continuità dei pensieri, ma il più delle volte diventa rumore che cerca di coprire altro rumore. Rumore che si emette per non sentire, per non ascoltare, oltre che per non respirare. Sia quando si esegue una asana impegnativo, sia quando ci si siede a meditare.

Ogni controllo ha una fine

Lo Hathapradipika (1, 15) cita tra le cause che distruggono lo Yoga anche l’aderire alle regole. Questo è un aspetto che troppo spesso dimentichiamo e il respiro ne è un ottimo esempio. Tutte le tecniche di pranayama hanno come scopo non tanto il respiro, quanto la sua sospensione.

A sua volta, la sospensione del respiro volontaria, in ritenzione interna o esterna, è solo una preparazione alla vera sospensione che avviene spontaneamente. Non la si può controllare: può accadere – ma non è detto – al termine di una tecnica, ma anche in un attimo di stupore.

Tuttavia, anche senza addentrarci in percorsi fin troppo avanzati (eppure non così inaccessibili), rimane un fatto che dovrebbe essere chiarito fin da subito al principiante come al praticante esperto: il respiro non si controlla, se non per brevi tratti e in modo relativo. Pensare di controllare il respiro è assurdo quanto credere di controllare le maree navigando. Perché in fondo è di questo che si tratta: cavalcare il respiro, non possederlo.

A quanto detto è necessario inoltre aggiungere un corollario: in ogni tecnica di respiro, anche la più innocente e semplice, bisogna educarsi anche alla fase di abbandono. Abbandonare la tecnica è anzi importante almeno quanto saperla eseguire, altrimenti la tecnica diventa inconscia, il meccanismo si stabilisce sopra il meccanismo. Quando applico l’ujjayi, o qualsiasi altra tecnica, respiro in ujjayi. Ma quando cesso di applicarlo, devo abbandonarlo completamente e lasciare che il respiro naturale riprenda il suo corso.

Altrimenti, non si può evitare lo sgomento che coglie il meditante quando gli viene tolto l’ultimo sostegno, nella meditazione, del controllo del respiro: non sa più cosa fare, e si arrabatta tra respiri smorzati e tensioni.

Chi o cosa respira? Da dove origina il soffio? Le risposte tecniche e fisiologiche, a un certo punto, vanno accantonate. Bisogna, in altre parole, accettare che non sappiamo come respirare, e va benissimo così.

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