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Gioia Lussana

Esistono emozioni negative?

18 Agosto 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Esistono emozioni negative? Statua di Swet Bhairav, Hanuman Dhoka, Kathmandu Durbar Square. Foto di  Sanish shr - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90747701

Contenuti

  • Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino
  • Ma allora esistono le emozioni negative?
  • Cogliere l’emozione al balzo
  • Nelle crepe dell’emozione
  • Post scriptum
  • Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino

Mi trovo in Trentino mentre scrivo e rivedo questo articolo. È impossibile non notare i cartelli che avvertono della presenza degli orsi e il giornale locale cavalca la paura. In paese dicono che in pochi anni la popolazione è triplicata e c’è chi li ha avvistati addirittura nelle vicinanze della Coop. Come sappiamo dalle cronache, un uomo è stato ucciso, qualcun altro “è stato graffiato”, per usare le parole di un anziano villeggiante, un simpatico ex impresario di pompe funebri ormai quasi cieco.

Nessuno nel 2023 si sognerebbe di affermare che gli orsi sono creature malvagie, ‘belve feroci’ come si sarebbe detto un tempo: se ‘graffiano’ o uccidono, reagiscono perché colti di sorpresa, o perché l’essere umano li provoca per paura o temerarietà. Paura, forse proprio perché l’orso risponde senza rimorsi alla sua natura, non temperata dalle convenzioni con cui imbellettiamo e ridirezioniamo, a volte ipocritamente, la nostra.

Sull’altro piatto della bilancia ci sono le condizioni anomale in cui la popolazione degli orsi, come quella di numerose altre specie selvatiche, è proliferata e soprattutto si è trovata sempre più in contatto con quella umana: due mondi che idealmente dovrebbero scorrere paralleli, e proprio per questo, quando l’incontro avviene, le conseguenze sono imprevedibili.

Come i nostri umori più oscuri, che crediamo confinati in qualche remota riserva, tutti speriamo di non incontrare l’orso; anche perché, per quanto ci possano preparare con istruzioni efficaci – allontanarsi lentamente senza correre, mantenere un atteggiamento passivo se aggrediti – quelle istruzioni sono quasi sempre negative, ed astenersi da una reazione è molto più difficile che fare qualcosa, anche se stupido e controproducente, come cercare di spaventarlo o di reagire, oppure – anche questo è tra l’elenco di cose da non fare – di avvicinarsi per filmarlo o fotografarlo.

(Al tempo stesso però tutti segretamente, io compreso lo confesso, coviamo il desiderio di incontrarlo. Il fatto è che non sappiamo perché, o stentiamo ad ammetterlo. Non si tratta di semplice curiosità, né fascinazione per il pericolo: c’è qualcosa nell’orso senza il quale siamo incompleti.)

La realtà è che noi non sappiamo realmente cosa faremo quando ci troveremo davanti l’orso. Ed è meglio non inorgoglirsi troppo se l’esito dell’incontro si dimostrasse per noi favorevole od onorevole: perché probabilmente non abbiamo ancora incontrato l’orso giusto.

Esistono emozioni negative? - I tre orsi, illustrazione di Arthur Rackham - http://www.gutenberg.org/etext/17034, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=562870

Ma allora esistono le emozioni negative?

Prima di suscitare comprensibili reazioni: certo che esistono le emozioni negative, se ci riferiamo a quelle emozioni che provocano sofferenza. Una sofferenza a volte latente e a bassa intensità, che si propaga ben oltre la durata effettiva dell’emozione in sé. Più complesso è il discorso se con l’espressione emozioni negative intendiamo emozioni che, almeno idealmente, non bisognerebbe o sarebbe meglio non provare o esprimere , ma in questo caso subentrano fattori sociali, oltre che psicologici e a volte sanitari che non è qui luogo per trattare.

La definizione è ancora più problematica se frequentiamo le pratiche contemplative, perché provare o manifestare emozioni considerate negative può addirittura essere vissuto come un fallimento o essere oggetto di riprova sociale. Insomma, se faccio yoga da così tanto tempo, perché perdo ancora la pazienza con il mio partner? Perché grido contro il cane? Se medito ogni giorno venti minuti, perché provo in me invidia per il mio vicino, vergogna o vanità per il mio aspetto fisico?

Qualche tempo fa, mentre stavo facendo stampare delle foto nel negozio di fronte al nostro centro, il fotografo mi disse: “L’altro giorno l’ho vista in bicicletta e una macchina le ha tagliato la strada. Ho detto: si vede che fa yoga, non ha nemmeno battuto ciglio”. Ecco, dissi fra me e me, dovevo avere la testa tra le nuvole quel giorno, perché non mi ricordo di nessuna macchina che abbia rischiato di investirmi: la mia reputazione è doppiamente salva.

È abbastanza diffusa, nei praticanti di yoga e meditazione e in chi siede attorno a loro, che queste pratiche si debbano svuotare di tutte le qualità fastidiose e inopportune, perché, nonostante si insegni il contrario, l’emozione ti qualifica, non è quasi mai privata. E di conseguenza, il manifestarsi di una di queste qualità è sintomo che qualcosa è andato storto, che ci siamo allontanati da noi stessi, perché tutto ciò che appartiene e porta allo spirito è per sua natura mondo e ‘positivo’ (avrei potuto benissimo scrivere invece un articolo sulle emozioni positive, di cui ci invitano a nutrirci, e che sono altrettanto problematiche: perché? Perché esistono anche quelle negative).

Ecco quindi che una stanza del Vijñānabhairava Tantra ci taglia la strada:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Vijñānabhairava Tantra, 1011Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003

Di fronte a questa stanza si è tentati da due opposte reazioni: da un lato, di mettercela in tasca e tenerla pronta per il prossimo automobilista insolente; dall’altro, il completo scoramento davanti a una vetta affascinante ma fuori da qualsiasi portata. In realtà questa stanza è rilevante, prima ancora che per il suo ripido contenuto operativo (di cui parleremo più avanti), per il principio che enuncia.

Che è poi lo stesso principio a cui rispondono i 112 modi (questo è uno di essi) che il Vijñānabhairava Tantra elenca per esperirlo. Proviamo a definirlo dapprima in negativo, nonostante l’approccio di questo testo fondamentale sia di tenore opposto. Il principio è che malgrado le innumerevoli perturbazioni di cui possiamo fare esperienza, la Realtà fondamentale è una.

Altre correnti di pensiero dell’India tradizionale hanno espresso la medesima idea, ma mentre questa asserzione è servita altrove per svalutare l’esperienza soggettiva, predicando il distacco dagli stati mentali perché impermanenti e quindi irreali, qui il punto di vista viene capovolto: proprio attraverso questi stati, che di norma sono subiti inconsapevolmente provocando offuscamento e distrazione, possiamo invece, attraverso l’attenzione focalizzata, riconoscere quella Realtà.

L’errore fondamentale non è tanto l’illusione che le perturbazioni sulla superficie siano reali, perché fino a un certo punto lo sono: i fortunali, come la rabbia, la paura, il dolore, per quanto passeggeri, possono uccidere e ucciderci; persino la gioia, l’amore, la felicità possono farci scoppiare il cuore, oltre a smuovere montagne. L’errore fondamentale è credere che questi stati siano diversi e separati dalla Realtà sottostante. Disconoscerli come espressione della loro fonte: questo è l’errore, perché nulla può manifestarsi al di fuori della luce della Coscienza. Ed è proprio questo errore a renderli ingovernabili.

Ecco quindi, tornando alla nostra stanza che contiene una pratica (ci stiamo arrivando), un messaggio importante: anche nelle emozioni estreme e ‘negative’ c’è un nucleo di pace. Anche in quella “goffa bruttura indescrivibile”, sotto la cui veste la sofferenza si presenta spesso, nulla è perduto, ed è bene ripeterselo proprio quando tutto sembra dire il contrario. Verrà un momento in cui non ci sarà più bisogno del richiamo, sostituito dall’immediatezza: non ci siamo allontanati di un millimetro dal nucleo.

Sembra anzi, suggerisce la stanza 101, che più antitetico sia l'(apparente) intervallo tra il turbamento della superficie e la quiete sottostante, più sia rapida la possibilità di tornare all’origine. Ma fermiamoci ancora un attimo.

Ho conosciuto poche persone, forse nessuno (me compreso), il cui sismografo emotivo si sia stabilizzato su uno spettro accettabile per sé e per gli altri per il solo fatto di essersi seduta a meditare per anni, o aver passato un periodo considerevole ad allungare i propri muscoli e a disciplinare il proprio respiro.

Ma come, si dirà, lo yoga e la meditazione non aiutano proprio a stabilizzare l’emotivo? Eppure, quante imbarazzanti esplosioni qualche istante dopo aver toccato la pace sul tappetino perché una singola parola l’ha messa a repentaglio, o appena usciti da una sala pratica mondati da qualsiasi negatività, al termine di tre giorni di digiuno, di un ritiro di Vipassana…

Il fatto è che più si sperimenta la pace nelle pratiche contemplative, più si incapperà nel suo contrario, almeno finché non si mette la firma su quanto sopra, ovvero che la tranquillità provata nei momenti di grazia ci avvicina solo per analogia alla vera pace, che quella pace fondamentale occorre imparare a riconoscerla persino nei momenti in cui siamo radiati dalla grazia divina.

Ritornano in mente le parole del controverso Yoga di Emmanuel Carrère:

È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?

Il libro parlava di tutt’altro, le domande erano altre, il caso era clinico. Ma la risposta a questo interrogativo potrebbe essere: è proprio per digerire anche questo che siamo qui? E che finché ci saranno condizioni propizie e condizioni non propizie saremo condannati all’eterno rimbalzo tra gli opposti, a essere miseri visconti dimezzati?

Cogliere l’emozione al balzo

Esistono emozioni negative? - By Tom Ordelman (User:Thor_NL) - Own reproduction, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=898174

Torniamo infine alla pratica descritta nella stanza 101 del Vijñānabhairava Tantra:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Questo metodo di concentrazione è ascrivibile al mezzo divino, che secondo la tripartizione dello Shivaismo del Kashmir (formulata posteriormente al Vijñānabhairava) è il mezzo di realizzazione di natura più elevata. Il mezzo divino è infatti trascendente: se si coglie lo slancio di una forte emozione, qui si dice, è possibile convertirlo in concentrazione, andando direttamente al cuore dell’essere, alla Realtà sottostante, perché ogni manifestazione di energia, se non interferita, torna alla sua origine con tanta determinazione quanto è la sua intensità.

C’è però un ma: ci vuole sangue freddo, ovvero non dev’esserci niente di personale, lo slancio dev’essere colto prima che intervenga qualsiasi ponderazione, ovvero prima che il senso dell’io si appropri dell’emozione. Per questo, c’è una finestra temporale estremamente breve per mettere in atto questa pratica. Se l’emozione non viene colta immediatamente, nel suo insorgere, non è più possibile convertirla nella concentrazione assoluta descritta nella stanza, perché non è più puro slancio senza crepe, ma è la rabbia di qualcuno verso qualcosa, è frammentazione.

Un esempio. Chiunque, vivendo nel mondo odierno e in questa porzione di pianeta, ha delle attività a orari prefissati ogni giorno. È quindi del tutto plausibile che decidiamo di meditare a una data ora (dicono di meditare sempre alla stessa ora, come i pasti e il sonno) e proprio un attimo prima riceviamo una brutta notizia, abbiamo una discussione, o scopriamo che qualcosa è andato diversamente da quello che ci aspettavamo.

È possibile che questo condizioni la qualità della pratica, ma è anche possibile, se prima di incorrere in alcuna considerazione si chiudono gli occhi con la stessa istintiva percezione di sé con cui ci si tuffa a corpo morto, senza trattenere nulla, è possibile, dicevo, che questa spinta indesiderata, questa cosiddetta emozione negativa ci scaraventi molto più in profondità di quanto non ci sia dato conoscere con tanti bei sentimenti e passi ordinati.

Certo, se nel frattempo abbiamo cominciato a commentare, a controbattere, se abbiamo cominciato a stilare la memoria difensiva e a pianificare vendette, il treno è già passato, addio stanza 101.

Nelle crepe dell’emozione

Attenzione però: se la pratica appena descritta non è più possibile, non è detto che abbiamo perso il treno per conoscere la Realtà sottostante, che nessuna meditazione, nessuno yoga sia più possibile: sarebbe come dire, nell’ottica del Vijñānabhairava, che la facoltà di bruciare è distinta dal fuoco.

La pratica della stanza 101, dicevamo, appartiene al mezzo divino, ovvero il mezzo più elevato secondo lo Shivaismo del Kashmir, che ne contempla però altri due. Questa tripartizione ha il vantaggio e lo scopo di riconoscere a ogni mezzo la relativa dignità e il relativo contesto: se fallisco in un approccio, ne avrò almeno altri due con cui tentare.

Nella fattispecie, potrò tentare una via sicuramente più familiare, ovvero il mezzo individuale: faccio qualcosa, applico una tecnica. Questo mezzo è considerato tra i tre inferiore perché c’è qualcuno che fa qualcosa, ovvero rinforza la contrapposizione tra soggetto e oggetto. Ma travolti dallo tsunami di un’emozione estrema, praticare una forma di controllo del respiro o forzare il corpo scosso a entrare in un asana è in fondo come cercare di rispondere all’assalto di un orso: per quante glie ne riusciremo a dare, saranno pur sempre molte meno di quante ne prenderemo.

È per questo che, almeno all’interno di questo quadro di riferimento, per far fronte a una violenta emozione, il mezzo mediano è forse l’unico praticabile per evitare il complicato labirinto di purificazione ed espiazione degli effetti dell’emozione stessa.

Se il mezzo superiore trascende l’emozione mentre quello inferiore si pone sul suo stesso piano, il mezzo mediano, o potenziato, è al tempo stesso trascendente e immanente. Ciò significa che nel mezzo potenziato rimaniamo nel flusso organico delle percezioni, focalizzando l’attenzione non negli stati affettivi in sé ma nello spazio tra uno stato affettivo e l’altro.

I modi sono molteplici, ma ad esempio possiamo farlo concentrandoci negli spazi tra le fasi del respiro (come nella stanza 25). È a mio parere accostabile al mezzo potenziato anche la pratica dei movimenti invisibili, tipica alla riformulazione moderna del cosiddetto ‘Yoga del Kashmir’: mentre sono in una posizione, evoco la sensazione (non penso al movimento, lo eseguo con la sensibilità) dei movimenti per entrare in un’altra posizione, come alzare un braccio, muovere le gambe o ruotare la colonna, ascoltando il corpo in carne ed ossa che rimane immobile ma non esente da reazione. Anche in questo caso, trovo una centratura tra la posizione attuale e la posizione evocata, sono nel flusso delle percezioni ma centrato nello stato intermedio.

E in definitiva, come suggerisce la stanza 103:

La mente non dovrebbe essere assorbita né dalla sofferenza né dal piacere. Dovresti conoscere lo stato intermedio (tra entrambi) – allora rimane solo la Realtà.

Vijñānabhairava Tantra, 103

Questo tipo di pratica è del tutto interiore e non immune da difficoltà (bisogna trovare l’interstizio, e a volte è un’operazione che richiede una creatività molto sottile), ma ha il potere di armonizzare le pulsazioni particolari dell’emozione con un ritmo più profondo, ampio e anteriore.

Che è forse anche la risoluzione di ciò che chiamiamo emozioni negative: una frattura apparentemente insanabile, una dissonanza imperdonabile che trova infine il proprio posto (non è forse quello che reclamava?) nell’ambito di un’armonia più generale.

Post scriptum

Durante il ciclo di seminari Yogasana che si terrà tra settembre e novembre, Gioia Lussana parlerà, molto meglio e molto più precisamente di me, del mezzo potenziato sia da un punto di vista filosofico che pratico.

Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Note[+]

Note
↑1 Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003
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Perché le tecniche di respirazione non funzionano

10 Maggio 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Bramino che pratica Recaka nel Pranayama - Le tecniche di respirazione

Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che questo punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.

Paul Auster

Il titolo, in un certo senso, mente o esagera: i benefici della respirazione per il benessere psicofisico sono oggi ampiamente riconosciuti, tanto che alcune tecniche di controllo del respiro sono spesso suggerite da operatori sanitari e psicoterapeuti per calmare gli stati ansiosi, migliorare la concentrazione e facilitare il sonno, tra le altre cose.

Sappiamo ad esempio che una respirazione lenta, con l’accento sull’espiro e prevalentemente addominale stimola il nervo vago, che proprio attraverso il diaframma passa, trasmettendo al sistema nervoso autonomo un profondo impulso di distensione. All’estremo opposto, ma c’è un mondo intero nel mezzo, altri utilizzano respirazioni iperventilanti per i più vari scopi ludico-allucinatori, e ciò ha poco a che fare con lo Yoga, checché se ne dica, ma è una possibilità tra le tante. Insomma, le tecniche di respirazione funzionano e proprio per questo si prestano a una vasta gamma di utilizzi raccomandabili o meno.

Sarebbe facile quindi concludere che basta adeguare il respiro a una certa equazione ritmica per fare del nostro cervello quello che vogliamo, l’articolo finirebbe qui e avremmo potuto risparmiare il tempo di scriverlo affidandolo a uno di quei chatbot molto di moda che mettono una parola dopo l’altra secondo un criterio di probabilità.

In realtà, se c’è un senso nel dedicare la propria attenzione al respiro, dovrebbe basarsi su presupposti meno astratti. In altre parole, non è il respiro che si deve adeguare alla mente, ma è la mente che deve imparare ad andare al passo con il respiro, alla ricerca della pulsazione profonda da cui entrambi hanno origine.

Potrebbe sembrare un dettaglio nel momento in cui abbiamo degli obiettivi o una situazione a cui porre rimedio, ma è proprio qui che si gioca la possibilità di andare incontro a qualcos’altro che non siano i propri pensieri, ed è proprio trascurando questa premessa che i più abbandonano, concludendo, come le scimmie in viaggio di istruzione, che il mondo è noioso e viaggiare non serve a niente, non accorgendosi di non essere mai uscite dalla gabbia.

Quindi, siccome dobbiamo farci perdonare il titolo di questo articolo, vogliamo cominciare da quando le tecniche di respirazione non funzionano o smettono di farlo, perché è proprio di fronte alla sfinge del soccorritore se ne va senza avere soccorso che si sente per la prima volta, inaspettato, il proprio respiro autentico.

Contenuti

  • “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”
  • I due regimi della respirazione
  • Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

“Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”

Uno yogi che pratica una tecnica di respirazione - dal murale del tempio Zongdag Lukhang
Uno yogi dal murale del tempio Zongdag Lukhang

Prendiamo un caso abbastanza comune. Le mie prime esperienze sono positive e si sprecherebbero le frasi fatte: grazie agli esercizi di respirazione avverto letteralmente l’aria prendere vita dalle mie narici, quella sensazione leggermente elettrica vivifica ed energizza mente e corpo, proprio come se avessi aperto le finestre in una stanza da molto tempo chiusa e al buio. Tutto è lucidato a nuovo, le sensazioni sono più vive, il mio umore è più stabile, la mente è chiara, fatico meno a prendere sonno e soprattutto mi sveglio riposato.

Tuttavia, quando la novità diventa routine incontro delle difficoltà; mentre prima tutto sembrava così semplice e a portata di mano come premere un interruttore, ora quell’interruttore sembra funzionare a intermittenza e dopo svariati tentativi. Intanto, non solo il respiro diviene forzato – forse non ci metto abbastanza energia, penso – ma mi sorprendo a controllarlo rigidamente anche al di fuori dei momenti di pratica. In breve, ma forse ci vuole un po’ per ammetterlo, perdo ogni beneficio o addirittura vivo un peggioramento dei sintomi che inizialmente quelle tecniche si erano dimostrate efficaci ad alleviare.

Che cosa è successo: come in ogni attività ripetitiva, la pratica si è automatizzata. In altre parole, ho sperimentato la parabola con cui il mentale si appropria anche del ‘qui ed ora’ a cui la respirazione dovrebbe riavvicinarci. La mente fagocita, organizza, programma tutto, dalla vita coniugale alle esperienze trascendenti, organizzando meticolosi percorsi alternativi alle esperienze spiacevoli e pianificando la pantomima formale dei momenti felici, ma purtroppo conservando della felicità solo una memoria.

Così scopro che anche la relazione mente-corpo può ridursi a un circolo vizioso e meccanico, i cui due poli continuano a rinviarsi l’un l’altro, ma senza il palesarsi di qualcos’altro, di quella silenziosa presenza impersonale che emerge dallo sfondo in cui la mente e il respiro tendono a lasciarsi riassorbire per naturale propensione. Mi ritrovo così nella sala d’attesa di qualcosa che non può arrivare, perché l’attendere stesso è la separazione da quello che c’è in questo momento, dal reale. A questo punto, che si spezzi qualcosa è una benedizione, e per tornare a vivere è necessario cessare proprio la pratica di ciò che inizialmente doveva aiutare a rilassarmi.

Naturalmente quello appena descritto è un caso-limite ed esistono innumerevoli sfumature, a volte moderatamente innocue, altre più subdole. Una cosa è certa: ferma restando l’intuizione yogica fondamentale, ovvero che la mente segue il respiro (presupposto perché la mente si avvii oltre sé stessa), tuttavia è anche vero e possibile il contrario, ovvero che il respiro segua la mente: nel primo caso, la produzione di pensieri andrà a sfumare, nel secondo verrà alimentato a prescindere dal tipo di respirazione.

Ma per fare un passo oltre, lo Yoga, ad esempio, chiede innanzitutto di ridefinire i soggetti in gioco.

I due regimi della respirazione

Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Che il respiro sia l’unica funzione autonoma che può essere controllata in modo volontario è un’informazione che andrebbe contestualizzata. Di solito la nozione di questo questo doppio regime dà adito a interpretazioni inconsciamente tendenziose, secondo il pregiudizio mentale per cui ciò che è involontario è per sua natura inferiore a ciò che è volontario.

Pertanto, è facile che, sentendo parlare di respiro consapevole, si intenda con questo il respiro volontario. Ed è facile concludere che attraverso un intervento volontario sul respiro io possa correggere od orientare i processi autonomi. È un errore di prospettiva: in realtà, io ho bisogno di attingere, attraverso il respiro, a quella parte di me che non dipende dalla mia volontà.

Proprio su questo aspetto, Gerard Blitz ha dedicato numerose interessanti intuizioni, raccolte dai suoi allievi ne Il filo dello Yoga (gli a capo sono nell’originale):

Portiamo in noi
due “regimi” diversi
che coabitano e funzionano insieme
Uno è volontario
ci spostiamo nello spazio
pensiamo parliamo
L’altro non è volontario
qualcosa in noi
agisce a nostra insaputa
aziona i nostri organi
equilibra la nostra posizione nello spazio
coordina regola corregge
Questo “qualcosa” è intelligente

Questa intelligenza è diversa
più profonda
complementare alla prima
che chiamiamo mentale

Il ruolo dell’Hațha Yoga
è quello di insegnare all’uomo a creare le condizioni
in cui quest’altra intelligenza
che è in lui
possa manifestarsi e partecipare
alle sue azioni  al suo pensiero alla sua parola
Quando queste condizioni esistono
siamo nello stato di Yoga

Al contrario di quel che si penserebbe, il regime involontario, afferma Blitz, è intelligente. Emerge quindi un problema: cosa impedisce al nostro respiro autentico di trovare espressione? Da dove originano le difficoltà e le limitazioni nel respiro? La risposta è complessa, perché in parte originano da altre aree involontarie, su cui quindi non abbiamo modo di agire direttamente, ma in parte anche per l’ingerenza della componente volontaria, che con scarsa coordinazione e delicatezza cerca di controllare il respiro come controllerebbe i movimenti di un braccio. Qui però non si tratta di passare all’estremo opposto, di invertire la scala di valori: si tratta di “creare le condizioni” per un’integrazione.

Anche per questo, la premessa da cui occorre partire, sempre e non solo in via propedeutica, è di rendere cosciente il respiro naturale, ossia involontario, senza intervenire. Già ci potremmo fermare qui: se ci dedichiamo con serietà a questo compito, ci possiamo accorgere di quanto sia difficile e sempre nuovo. La passività cerebrale è fondamentale; in caso contrario, come osserva Eric Barét, scopriremo soltanto ciò che abbiamo accettato.

La storia finisce quindi senza essere mai veramente incominciata? Al contrario, è proprio qui che tutto inizia. Ci possiamo subito accorgere degli infiniti possibili approcci all’ascolto e della non banalità di alcun particolare che si presenta all’attenzione, ognuno dei quali contiene il tutto: sentire la temperatura, il suono e la traiettoria dell’aria che entra ed esce dalle narici, la pulsazione viscerale, il movimento spinale, costale, articolare ed epidermico, la riconfigurazione degli spazi del corpo e la sensazione di espansione e contrazione che riverbera nell’ambiente, le fluttuazioni nella cognizione del tempo a seconda che si propenda a ‘lasciarsi respirare’ o a intervenire attivamente. La sensazione delle pause, non forzate, naturali che preludono all’emergere dello sfondo da cui inspiro ed espiro sempre più occasionalmente salgono come razzi.

Attraverso questi inviti all’ascolto da cui ci lasciamo sfiorare, potremmo notare che il respiro naturale, quando riceve ascolto cosciente, non rimane uguale a sé stesso, ma come ogni cosa vivente si sviluppa. È proprio da questa terra di confine tra lasciar fare e fare che inizia realmente il pranayama, sia rimanendo nell’informalità, sia attraverso tecniche formali, se non risulteranno superflue, che si svilupperanno come forme di espansione e di esplorazione più che di controllo e costrizione, in cui i due regimi coopereranno in equilibrio.

Un’ulteriore considerazione, non meno importante: uno dei motivi principali per cui il respiro si irrigidisce, perdendo il collegamento con la sua forza vitale, è che reagiamo a sensazioni che interpretiamo come spiacevoli o indesiderabili. È quasi superfluo aggiungere, a questo punto, che è molto probabile che questo irrigidimento alimenterà ciò che respingiamo. Occorre, innanzitutto, includere nell’ascolto anche questa reazione, senza rifiutarla, e coltivare margini di maggior agio: in questo rimando al bellissimo passo di Gioia Lussana riportato nell’articolo precedente sul pranayama come custodire/proteggere piuttosto che come irrigidire/bloccare.

Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

I cinque corpi secondo il tantrismo del Kashmir - Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Vorrei concludere con questo diagramma, tratto da Tantra Illuminated di Christopher Wallis, che illustra i livelli di coscienza del sé secondo lo Sivaismo tantrico che fiorì nel Kashmir medievale. Chi ha dimestichezza con i manuali di Yoga sarà abituato forse a uno schema diverso, quello dei cinque involucri (kosha), di derivazione vedantica, spesso rappresentato graficamente come una matrioska di corpi via via più sottili.

La principale differenza – oltre alla pragmatica aggiunta di uno strato più esterno al corpo ‘in carne ed ossa’, quello della ‘roba’ – è la posizione di Prāṇa, ossia lo strato dell’energia vitale di cui il respiro è principale espressione e veicolo. Collocato tra corpo fisico e corpo mentale nello schema più celebre, qui invece si trova ancora più in profondità, ossia tra Citta, la mente-cuore e Shunya, il Vuoto trascendente, che a sua volta non è vuoto ma ‘contiene’ Cit, la Coscienza.

Ora, occorre considerare che in questi territori gli schemi in generale e le rappresentazioni bidimensionali hanno dei limiti intrinseci e quindi vanno prese con le dovute cautele: ad esempio – ed è un limite che affligge sia questa rappresentazione sia quella più nota – gli strati sempre più interni sembrerebbero limitati e contenuti da quelli esterni, mentre in realtà è vero il contrario: più ci muoviamo verso il centro, più andiamo dal particolare all’universale, dall’individuo al Sé indifferenziato.

Detto questo, i due diagrammi possono almeno in un aspetto convivere, descrivendo il legame a doppia mandata con il respiro: come punto di connessione corpo-mente (siamo ancora nell’individuo) ma al tempo stesso come ponte tra l’individuo e la forza vitale che condivide con tutte le creature. Forza vitale che è a sua volta passaggio privilegiato verso un silenzio che è letteralmente cosa viva.

E anche se gli schemi rimangono pur sempre schemi, possono almeno in questo caso sussurrarci un pur vago suggerimento del perché trovando il respiro possiamo trovare il centro esatto del mondo, e perché trovando il centro possiamo finalmente respirare.

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Il mito della dea smembrata, con Gioia Lussana

3 Aprile 2023 by Zénon Lascia un commento

Giovedì 30 marzo Gioia Lussana ha tenuto una intensa lezione dal titolo “La Madre di tutte le cose. I significati dell’attitudine materna nell’India religiosa”, parte del nostro corso “Yoga per il parto attivo: insegnare yoga in gravidanza e nel post parto”. Pubblichiamo qui un estratto in cui ci ha raccontato “Il mito della dea smembrata”.

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Fronteggiare il caos con lo yoga: su ansia e controllo

13 Marzo 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Lo Yoga è efficace per fronteggiare l’ansia? Esistono due modi per scoprirlo. Il primo è estrapolarne una tecnica tra le tante che ci aiuti a ritrovare la calma, ma è bene sapere che è solo una tattica per guadagnare tempo, non una soluzione, e ha il pericolo di alimentare l’amara illusione di poter controllare le emozioni. Il secondo modo è scavare più a fondo negli strumenti filosofici e pratici che lo Yoga ci mette a disposizione per andare alla radice del caos e affrontarlo. In quest’ultimo caso, che è oggetto almeno a livello introduttivo di questo articolo, non bastano cinque minuti, quindi se volete mettetevi comodi.

Sulla infinitezza (Om Det Oandliga) - Un film di Roy Andersson - Ansia e controllo nello yoga

…non per quello che fai e forse malgrado

Anonimo

Ho appena visto un video, uno dei tanti, in cui un insegnante spiegava che per calmare l’ansia non è necessario fare un’ora di yoga, ma ne basta praticare una tecnica per cinque minuti, anche durante una crisi. Essendo un affezionato frequentatore del lato oscuro della mente, non ho potuto evitare di domandarmi: e se a tre minuti e trenta comincio ad accorgermi che non sta passando? Bisogna sempre fare attenzione a indicare l’orologio a chi si sente già schiacciato dagli eventi, e a creare aspettativa in chi ne è intossicato: può funzionare, occasionalmente e con sufficiente entusiasmo, ma la delusione nel medio periodo è inevitabile.

Contributi come quello appena descritto sono oggi molto popolari, complice il formato dei video brevi in cui tutto dev’essere compresso, e per necessità di cose rispecchiano lo spirito dei tempi, in cui ci piace immaginarci automi, meri esecutori di algoritmi che si suppone funzionino nel vuoto e che non vadano al di là dell’uso locale, essendo superflua – del resto non c’è tempo – ogni forma di comprensione (di cosa? ad esempio degli schemi seriali che portano inevitabilmente alla sofferenza, la quale trovando una strada sbarrata riuscirà nel tempo ovviare per altre vie: la resilienza vale anche nel farsi del male).

Certo, bisogna riconoscere i buoni intenti, la volontà di essere utili anche a chi non si è ancora mai accostato alle pratiche psico-corporee, fornendo degli strumenti rapidi e alla portata di tutti. Ma anche di questo principio, su cui peraltro ci sarebbe molto da discutere (apro la valvola cinque minuti per poi tornare alla mia vita insopportabile), non sarei nemmeno troppo sicuro.

In parecchi casi, infatti, la micropratica proposta richiede in realtà delle competenze che non sono per nulla scontate nel neofita, e che implicano un certo grado di interiorizzazione e di pratica, un orecchio quasi musicale che in pochi minuti, schiacciati dall’obbiettivo da raggiungere, non è possibile acquisire: ad esempio, la capacità di coordinare movimento e respiro, di regolare (cioè di prolungare e di rendere omogeneo) il respiro stesso o di trattenerlo per un numero precisato di secondi, fossero anche pochi, senza che l’inesperienza e la volontà di dominio non peggiorino le cose.

La capacità, o l’incapacità, insomma, di controllo sul proprio corpo e sulle funzioni vitali, se male intesa o male applicata può addirittura produrre nell’ansioso un aumento dei sintomi anziché calmarli: che cos’è l’ansia se non la drammatica esperienza di non poter tenere sotto controllo ciò che sta accadendo? e, risalendo ancora più a monte, di poterlo e di doverlo tenere sotto controllo? Scendendo a valle, potremo osservare come spesso sono proprio i nostri tentativi di controllare l’incontrollabile a soffiare sul fuoco.

Contenuti

  • La posizione nell’ansia
  • Quale controllo nello yoga?
  • L’ira della Dea: fronteggiare il caos
  • Congedo
  • Bibliografia

La posizione nell’ansia

a picture of a person displaying despair surrounded with smoke - fronteggiare il caos: ansia e controllo nello yoga
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Le tecniche sono estemporanee: se cercando su Google le posizioni di yoga per l’ansia risulteranno sempre diverse, non è soltanto per superficialità dei redattori che spesso riciclano materiale già esistente, ma anche perché a dare sollievo è più spesso ciò che è stato occasionalmente mosso dalla tecnica. Il punto è proprio capovolgere lo schema mentale: pensare che l’ansia passi per aver fatto compulsivamente questo invece di quello è ancora farsi dominare dall’ansia.

Lo yoga, del resto, ha parecchio a che fare con il riconoscimento e con l’accettazione della mancanza di controllo, anzi nell’acquisire una certa disinvoltura nel lasciar correre ciò che deve camminare sulle proprie gambe, senza che per questo il mondo vada a rotoli: è l’esperienza della posizione che deve rimanere rilassata e ricettiva anche quando impegnativa; è, a maggior ragione, l’esperienza del respiro, che in quanto funzione autonoma è molto più prossimo alla Coscienza del pensiero stesso che cerca di figurarsela, la cui traduzione in ritmi predefiniti non può essere automatizzata: bisogna chiedere il permesso, al respiro, prima di prendere le redini, altrimenti si ribellerà o si darà meccanicamente, senz’anima. Una volta appurato questo, può succedere che si verifichi ciò che nell’I Ching è chiamato la preponderanza del piccolo, ovvero quando le cedevoli linee yin dominano le robuste linee yang: in questa circostanza, teoricamente sfavorevole, la tecnica serve allora per respirare poco, per impegnare poco la muscolatura, appena un’idea, ma con risonanza enorme sulla mente.

Pertanto, un suggerimento che darei per affrontare l’ansia è di dimenticarsi le tecniche-cerotto e dedicarsi in tempo di pace a coltivare spazi di attenzione e di meditazione, che sono i veri principi attivi di ogni pratica psico-corporea, indispensabili perché si ricavi, silenziosamente e al riparo dagli sguardi indiscreti, ciò che il buon Hervé Clerc chiama profondità strategica, ovvero zone in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico. Di ciò, ovviamente, non è possibile né consigliabile occuparsene mentre si è sotto attacco («Quando si è di fronte a un branco di rottweiler sguinzagliati è troppo tardi per pensare alla profondità strategica. Ci si dice solo che sarebbe bello averla»).

Condizione indispensabile per mettere in atto il suggerimento di cui sopra, è dedicarsi alle pratiche psicocorporee senza uno scopo. D’accordo, ci accostiamo perché abbiamo il mal di schiena, perché abbiamo il fiato corto, perché siamo stati abbandonati. Ma qualunque sia la lamentela, dobbiamo posarla a terra prima di entrare nella sala pratica: di tutti i principi terapeutici questo è il più portentoso.

E ora un suggerimento che mi permetto di dare agli insegnanti, da pessimo collega: il sapere che non è orientato verso il non so è profano e quindi inadatto a fronteggiare l’ignoto; non c’è una posizione o una respirazione per l’ansia, ma sicuramente si può trovare una posizione nell’ansia e un respiro nell’ansia. Chi si perde nel molteplice, lo dice la parola stessa, è perduto.

Quale controllo nello yoga?

Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin - Ansia e controllo nello yoga
Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin

Detto questo, qualcuno potrebbe obiettare che molte tecniche dello yoga prevedono di controllare e sottoporre a restrizioni il proprio corpo (l’immobilità nell’asana, le mudra), i pensieri, le azioni (yama e niyama), la muscolatura respiratoria (bandha) l’energia vitale (pranayama), e i sensi (pratyahara). Da questo punto di vista, la dimensione che più sembra appropriata è l’ascesi, ma è anche facile cadere nel tranello: se non funziona, non è stato esercitato abbastanza il controllo. Anche popolarmente, lo yoga appare come un esercizio di governo e padronanza di sé e nelle occasioni pubbliche è considerato degno di biasimo per un praticante, non sia mai un insegnante, perdere le staffe o manifestare incontinenza. Eppur tuttavia accade, forse anche perché da qualche parte le energie messe al giogo dovranno pur trovare sfogo.

Prese alla leggera – ovvero: presupponendo che yoga sia un bagaglio di tecniche acquistabili separatamente dalla comprensione – queste pratiche sono potenziali armi a doppio taglio nelle mani dell’ansioso, con cui potrà rinforzare l’illusione di controllo che è invece la radice della propria sofferenza e, al subentro dell’abitudine, arriverà il disincanto e la ricerca di un’altra tecnica ancora (se invece la tecnica porta a un certo punto a una forma di comprensione – il presentimento di un cuore che può essere espresso anche altrimenti – a un certo punto la tecnica sarà superflua).

È quindi importante comprendere quale tipo di controllo è da intendere nello yoga, e perché in questa forma di controllo molto particolare e sottile si debba inscrivere una data di scadenza.

Proprio in questi giorni, girovagando alla ricerca di ispirazione, mi è capitato un vecchio articolo di Gioia Lussana, in cui si rifletteva sui significati del fare un asana. Tra i tanti spunti interessanti su cui varrà la pena tornare in futuro, ve ne è uno proprio dedicato al caso nostro:

La radice verbale yam ha in questo senso un ruolo preminente nella prassi yogica. Termini fondamentali come yama, niyama, samyama, come pure pranayama, sono costituiti da questa radice che evidenzia la centralità dell’elemento ‘custodia’, ‘vigilanza’, ‘difesa’, ‘cura’, ‘preservazione’ che la disciplina interiore (yoga) mette in atto. Non si tratta quindi di controllo o dominio nel senso che comunemente tendiamo a dare, quanto di ‘covare’, ‘riscaldare’, ‘nutrire’, ‘proteggere’ lo stato di unificazione interna che la prassi yogica attua. Il controllo è spesso inteso come una qualità costrittiva del percorso ascetico, senza comprenderne la più vasta portata. Yam è sostenere, tenere, reggere, stabilire, non smuovere, prima e piuttosto che: tenere a bada, frenare, controllare. In ogni caso il freno che la radice verbale prevede è all’insegna del custodire/proteggere piuttosto che dell’irrigidire/bloccare. Significa mantenere il processo stabilizzato nell’alveo che ne favorisce la libera maturazione. Proprio questa difesa custodita, che può evocare l’immagine del tuorlo nell’uovo o dell’embrione nel liquido amniotico è la caratteristica dell’asana, che favorisce l’attitudine contemplativa.

Ora, questo è uno di quei casi in cui un cambio di accezione non è pura questione concettuale ma si trascrive nella carne. Naturalmente il confine tra custodire/proteggere e irrigidire/bloccare è mobile e interpretabile, ma è proprio in questa dialettica tra fluidità e contenimento delle forme che, ad esempio, la vita si preserva, cresce e giunge al suo naturale compimento. D’altro canto, è proprio attraverso un’operazione di forzatura che l’agricoltore fa sì che la pianta si sviluppi, concentri i propri nutrienti e il proprio sapore in dosi di gran lunga maggiori rispetto a quanto non accadrebbe in natura; quest’operazione non prevede tuttavia l’utilizzo della forza bruta, ma l’impiego delle proprie risorse per creare un ambiente protetto quanto basta affinché ciò accada, temporaneamente al riparo dalle intemperie e dai predatori che altrimenti dissiperebbero tali sostanze.

E allora, tornando a noi, le tecniche dello yoga servono proprio a questo: a raccogliere, custodire e nutrire le nostre energie vitali e mentali in luoghi protetti e privilegiati finché non abbiano sviluppato quelle qualità di consistenza e di stabilità per affrontare il campo aperto (si pensi a interpretare in questo senso tecniche quali i bandha come sottile controllo dei diaframmi a sostegno delle apnee, più che come contrazioni brutali da tenere con tutte le proprie forze). A quel punto, ciò che era sostenuto sostiene, ciò che era alimentato alimenta. La tranquillità non richiede più alcuno sforzo, semmai il vero sforzo lo richiederebbe spezzarla.

Si potrà dire che stiamo parlando di stato dell’arte, di eventi miracolosi che si verificano solo in momenti di grazia. Ma anche alla grazia occorre preparare il terreno, attraverso la ricerca di una misura che non può essere segnata una volta per tutte con una pietra di confine.

L’ira della Dea: fronteggiare il caos

Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest'ultimo -Ansia e controllo nello yoga
Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest’ultimo.

Per andarsene da qui
lasciarsi cadere,
lasciare cadere a terra
ogni possibile liquido

Alessandro Ceni

Il mostro è là fuori e noi sappiamo che, se ci presentiamo in queste condizioni, avrà il sopravvento. Possiamo svuotare la cassetta dei medicinali, incollarci alla bottiglia o armarci fino ai denti come nelle sceneggiature più scontate: affidarsi a una tecnica di yoga può rientrare nelle fattispecie appena elencate e in questo caso tutto accadrebbe secondo il copione, per il quale la tradizione indiana aveva un termine preciso: samsara. Il fatto è che neanche rifiutando la parte che ci è stata assegnata ci sottraiamo al moto perpetuo del divenire.

Non andrà tutto bene. Per esperienza, niente è mai andato bene perché qualcuno lo ha ripetuto come una giaculatoria. Non è una pia menzogna, ma qualcosa forse di più miserabile: è una fuga. Grandi uscite a veder le stelle sono invece avvenute di fronte alla consapevolezza che la situazione volge al peggio, che la fine è una possibilità. Ovviamente, lo è anche la follia. Tuttavia, se non si riconosce che c’è bellezza nel tremendo – a cui non a caso, dalla tragedia greca al tantrismo hindu sono associate virtù catartiche – non è possibile evadere dalla miseria della paura.

Le grandi tradizioni, l’idea stessa del Divino, la saggezza più profonda sono solo molto superficialmente dei sostegni per vivere in pace con sé stessi e al riparo da punizioni in questa o in altra vita. A un livello appena più profondo, ci istruiscono su come rapportarci col nostro nulla e con le potenze che abitano nel cosmo come nelle cellule del nostro stesso sangue. Il mostro, ammesso che sia tale, non è detto sia là fuori, ammesso che ci sia un fuori.

Come illustrato da Małgorzata Sacha in un bellissimo saggio, l’ira della dea è il mitologema che condensa nella tradizione hindu la complessa questione delle passioni e del loro potenziale distruttivo. Vale la pena quindi ricordare l’incontrollabile danza di Kali, che nella lettura tantrica è anche signora della trasformazione, non solo dell’annichilimento. La sua ira si manifesta ogni qual volta la sua volontà incontra un ostacolo, la sua energia è stata troppo a lungo compressa.

Kali calpesta il cadavere di Śiva - Ansia e  controllo nello yoga
Kali calpesta il cadavere di Śiva

Ancora più pertinenti ai temi qui trattati sono le strategie per fare fronte all’ira della dea, che rischia di distruggere i mondi: propiziazione, attraverso il sacrificio; sfida, attraverso un confronto attivo; o, infine, la resa: Śiva si getta tra i cadaveri o si trasforma in lattante risvegliando in Kali il pudore della moglie nel primo caso, l’istinto della madre nel secondo.

È quindi per una pura associazione di idee di cui mi prendo tutta la responsabilità che associo per analogia queste strategie alle tre vie (upāya) dello Sivaismo del Kasmhir medievale: la via dei mezzi (che oggi chiameremo delle tecniche), la via potenziata o dell’energia, e infine la via divina o diretta. Come ogni analogia, è imperfetta, soprattutto per quanto riguarda l’opzione mediana, ma proprio questo imperfetto combaciare arricchisce l’accostamento.

Vista sotto la luce della prima strategia, la più a portata di mano, la tecnica non cerca di controllare l’incontrollabile, ma attraverso di essa cedo una parte di me, concretamente o simbolicamente, in cambio della benevolenza della potenza distruttrice, e chiedo di rinascere (è interessante come già nel Vedanta il pranayama fosse a volte narrato in termini di rito sacrificale, in cui la mente ricopre il ruolo di officiante). Se volessimo disporre queste tre strategie su una scala gerarchica o temporale, ciò conduce quindi alla possibilità di assistere da spettatore all’onda dello sconvolgimento emotivo trovandovi il suo nucleo di pace e infine di arrendersi ad esso.

Anche se è la strategia più azzardata e impervia – ogni esitazione sarebbe fatale – la resa incondizionata provoca l’immediata cessazione del conflitto per il venir meno di ogni parte in causa: ma allora chi o cosa deve essere sacrificato, e a chi?

Congedo

Il dramma si scioglie non quando il mostro viene ucciso, perché sappiamo che ne arriveranno altri, e perché dobbiamo riconoscere che la lotta è impari; il dramma, in verità, si scioglie quando l’eroe acconsente a sacrificare il suo ruolo. Le pratiche servono in tempo di pace, perché si arrivi al giorno fatale che è ogni giorno a mani nude.

Dopo tutto questo parlare, però, manca la risposta alla domanda con cui si è concluso il paragrafo precedente, che potremmo anche riformulare: chi ha paura? e di chi o cosa ha paura? Per rispondere, ci vuole un vecchio rompiscatole come Jiddu Krishnamurti:

Mentre osservate, vi rendete conto che l’osservatore è semplicemente un fascio di idee e di ricordi senza alcuna validità o sostanza, ma vi rendete anche conto che la paura è una realtà e che voi tentate di comprendere un fatto reale con una astrazione, cosa che, naturalmente, non potete fare. Ma, in realtà, l’osservatore che dice “Ho paura” è separato dalla cosa osservata cioè dalla paura? L’osservatore è la paura e quando lo si comprende non c’è più alcuno spreco di energia nel tentativo di sbarazzarsene e l’intervallo spazio-tempo tra l’osservatore e la paura scompare. Quando vedete che siete parte della paura, che non ne siete separati che voi siete la paura allora non potete farci più niente; allora la paura giunge totalmente alla fine.

J. Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio

“Respiro solo dimenticandomi di me” scriveva molto più sinteticamente l’immenso Philippe Jaccottet, poeta recentemente scomparso, in Passeggiata sotto gli alberi, un libro che è in sé una cura proprio perché non si propone di medicare nulla: e non c’è forse migliore indicazione su come accostarsi a una pratica Yoga.

Bibliografia

  • Hervé Clerc, A Dio per la parete Nord, Adelphi, 2016
  • Gioia Lussana, I significati dell’Asana nello Yoga, 2012
  • Alessandro Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002
  • Małgorzata Sacha, “L’ira della dea”, in Passioni d’Oriente, a cura di Raffaele Torella e Giuliano Boccali, Einaudi, 2007
  • Jiddu Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio-Ubaldini, 1973
  • Philippe Jaccottet, Passeggiata sotto gli alberi, Marcos y Marcos, 2021
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Sensi soprannaturali: conversazione con Gioia Lussana sullo Yoga della bellezza

7 Gennaio 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

foto di Gioia Lussana

Il sé è un danzatore
Il sé interiore è la scena
I sensi sono gli spettatori

Vasugupta, Gli Aforismi di Śiva

Lo yoga della bellezza di Gioia Lussana è uno dei testi più interessanti e originali degli ultimi anni sullo yoga. Il tema di fondo si sviluppa intorno a una intuizione del tantrismo del Kaśmīr medievale ancora poco esplorata, secondo cui lo stupore meravigliato di fronte all’opera d’arte è esperienza del sacro; sacro che attraverso questa breccia può essere colto in ogni aspetto della vita ordinaria.

Gioia Lussana è laureata cum laude in Indologia con Raniero Gnoli e Raffaele Torella ed è dottore di ricerca in Civiltà e Culture dell’Asia presso l’Università Sapienza di Roma. Il rigore con cui affronta le fonti non le impedisce il confronto, da un lato, con la tradizione filosofica e poetica occidentale e, dall’altro, con la sua esperienza di praticante e di insegnante di yoga, contribuendo a espandere gli orizzonti di ciò che intendiamo oggi con questo nome.

Anche per questo, era abbastanza inevitabile parlare direttamente con lei del suo ultimo libro.

Gioia Lussana

Due cose colpiscono subito l’occhio riguardo a Lo yoga della bellezza. La prima è il sottotitolo: “Spunti per una riformulazione contemporanea dello yoga del Kaśmīr”. La seconda è la doppia prefazione: di Raffaele Torella, ovvero uno dei più importanti esperti a livello internazionale di Tantrismo indiano; e di Eric Barét, riformulatore moderno dell’approccio del Kaśmīr come prima di lui Jean Klein (un ulteriore elemento di sorpresa, ma bisogna avere letto il libro, è il tuo contatto diretto con una forma di Haṭha-yoga tradizionale del Kaśmīr).
Per il senso comune, qualcosa che si richiama a una tradizione o vi aderisce letteralmente oppure suona un po’ sospetto; d’altro canto, le riletture contemporanee hanno sempre suscitato qualche alzata di sopracciglia tra gli studiosi. Qui, invece, sembra di trovarsi di fronte a un particolare caso di superamento degli opposti, e allora ti chiedo: cosa intendi con il termine riformulazione? E come può essere possibile riformulare una tradizione di cui, come spieghi, ci mancano ormai molti elementi operativi? Ma soprattutto: se una tradizione può (deve?) essere riformulata, che cosa intendiamo con la parola tradizione?

Ᾱgama, tradizione, in sanscrito è letteralmente un ‘flusso ininterrotto’. Ᾱgama è anche il nome dei testi tantrici śivaiti rivelatori di una visione rivoluzionaria del sacro. Voler dare nuova linfa a una fiorente e antica tradizione è rimanere nell’alveo del suo torrente e continuare a scorrere in esso. Si potrebbe dire mantenendo il ricordo della sorgente, ma attraversando nuovi paesaggi.

Come accenno nel mio libro, già all’inizio del secolo scorso, quando nacque in Kaśmīr Lakshmanjoo, considerato l’ultimo depositario per trasmissione diretta del lignaggio dei maestri medievali, si era persa la decodifica delle pratiche, spesso altamente esoteriche, descritte da Abhinavagupta nelle sue opere. Si potrebbe in ogni caso affermare che lo yoga del Kaśmīr non è uno yoga preminentemente ‘tecnico’, ma incentrato su un messaggio profondo. Ciò che era presentato per iscritto era già
nel X e XI secolo solo una traccia di ciò che veniva essenzialmente comunicato per
via orale da maestro a discepolo e costituiva la prassi vera e propria.

In virtù di ciò è tanto più lecito oggi tentare di riformulare, di interpretare in modo nuovo quel poco che risulta accessibile delle tecniche antiche, cercando soprattutto di non distaccarsi dalla trasmissione originaria – prettamente filosofica – che esse veicolavano attraverso il corpo. Una riformulazione moderna deve in qualche modo farsi carico dell’evoluzione di segno e di senso della visione filosofica originale, da trasporre in uno yoga non iniziatico e alla portata di un vasto pubblico. Uno yoga siffatto non è in ogni caso compatibile con le forme di gran parte dello yoga contemporaneo, classificabili come fenomeno di massa e con una valenza prettamente commerciale.

I maestri śivaiti non erano solo filosofi, retori e maestri di estetica, ma anche potenti yogin che sapevano incarnare creativamente la stupefacente visione filosofica che emerge dai testi. Si tratta oggi di riproporre in un linguaggio attuale il palpito vitale e la profondità concettuale che essi seppero trasfondere nel rito dello yoga.

Credo che riformulare oggi sia essenzialmente dare forma a uno yoga ‘generativo’, che non perda cioè la sua connotazione intuitiva, mai meccanica, sempre nuova, che scaturisce innanzitutto dal calore vitale e dal battito della vita in ognuno di noi, come da una fonte viva e nello stesso tempo cosciente. La tecnica non è che uno sviluppo ulteriore di questa percezione palpitante originaria.

Il modo di esprimersi dell’artista, del fruitore dell’arte e dello yogin prende le mosse da questo ‘bollore vibrante’ – la cifra della vita – e sgorga ispirato da pratibhā, l’intuizione dell’intima coerenza di ogni cosa, la bellezza di ‘ciò che è’.

Pratibhā, è quell’ingenium che ci fa presentire l’Assoluto. Ogni āsana, ogni gesto diviene allora il rito della bellezza e della sacralità dell’esistenza. L’arte dello yoga diviene in tal modo celebrazione della realtà in ogni sua manifestazione, che in quanto viva è allo stesso tempo auto-consapevole. Nei tantra śivaiti è rimarcata difatti la sorprendente omologia tra coscienza/sapienza e movimento della vita, che si riflettono nell’ordinario e nello straordinario con uguale splendore. Il rito dello yoga ha la funzione di intensificare ulteriormente tale ‘sapiente vividezza’.

Veniamo al tema centrale del libro, ovvero la stretta connessione tra l’esperienza estetica e l’esperienza religiosa. Per sgombrare il campo da equivoci naïf, il bello di cui parliamo non è per nulla ornamentale: si ha anzi l’impressione che la poesia (cito un altro termine-chiave) in questo caso abbia ben poco a che fare con l’evasione della realtà a cui il senso comune l’associa. Puoi parlarci di questo aspetto?
A ciò si collega un’altra domanda: da un approccio così radicalmente non-duale ci si aspetterebbe diffidenza nei confronti delle parole. Eppure nel tuo libro emerge la precisione chirurgica dei maestri del Kaśmīr nel descrivere ma soprattutto nell’evocare l’ineffabile, oltre a un tuo gusto particolare per l’etimologia anche nei confronti delle lingue europee. Evocare: in una riformulazione contemporanea, quanto è importante il linguaggio non solo per descrivere e istruire, ma per evocare una sensibilità straordinaria? Penso ad esempio a quando viene richiesto, nella riformulazione di Klein/Barét, di sentire il muro di fronte, o compiere un asana senza il corpo fisico. Anche qui abbiamo a che vedere con un uso poetico delle parole a tutti gli effetti creativo…

Nella concezione tradizionale la percezione della bellezza (rasāsvāda), investigata con estrema eleganza dai maestri kaśmīri e con suprema maestria in special modo da Abhinavagupta, si qualifica in sostanza come il vero laboratorio dell’esperienza religiosa o spirituale in senso lato: brahmāsvāda, connotata da un vivo assaporamento, intensificato rispetto alla fruizione ordinaria, che vede i nostri sensi spesso assopiti e resi opachi dalla routine. Le due esperienze, entrambe intensissime, scaturiscono dal terreno comune della vita ordinaria, che viene dissodata e resa fertile attraverso questi due vissuti straordinari in virtù di un risveglio che rende straordinario anche l’ordinario. La vita nella sua interezza e in tutte le sue forme acquista allora significato e sapore in quanto celebrazione gratuita, ‘generazione’, come accennavamo precedentemente, compiuta in se stessa. Il rito dello yoga, non confinato dunque a un ambito esclusivamente rituale, si qualifica come una estasiata espressione della vita in quanto tale.

Lo yoga del Kaśmīr, sia nella sua accezione tradizionale, sia nella sua riformulazione contemporanea, è fondamentalmente arte della contemplazione, in una parola bhāvanā, ‘attenzione generativa’, come potremmo tradurre questo termine complesso.

Nel Medioevo in Kaśmīr Bhaṭṭa Nāyaka considera bhāvanā come il ‘desiderio di espressione’ che genera la poesia, l’arte che si propone di alludere a ciò che per sua natura è indescrivibile: la bellezza, ovvero l’essenza della realtà. Lo yoga kaśmīro incarna la capacità creativa che il termine bhāvanā contiene in sé. È risvegliare la presenza consapevole, gustandola attraverso la contemplazione. Uno yoga ‘filosofico’ dunque e altamente ‘poetico’, in quanto si propone di evocare nientemeno che il sacro attraverso la postura, il gesto, l’immagine, il suono.

Per conservare la sua vitalità ispiratrice il linguaggio della pratica deve oggi a mio avviso accendere un significato, tradurre la filosofia in poesia e la poesia in āsana. Lo yoga si assume quindi il compito di suscitare l’intima natura del reale, esprimendo in modo rituale la sua sacralità naturale. Il suono e il gesto conservano in tal modo la loro matrice energetica, prima che discorsiva o intellettuale. Parole e immagini rese ‘corporee’, che non diminuiscono, anzi intensificano la verità delle cose.

Lakshmanjoo

I sensi e in particolar modo il tatto, o meglio la tattilità, altrove considerati una distrazione da cui ritirarsi, sono qui invece lo strumento principale di indagine. Anche in questo caso lo yoga del Kaśmīr sembra da un lato andare in controtendenza rispetto allo yoga classico (viene in mente la famosa critica di Abhinavagupta allo yoga di Patanjali, citato da Torella: “Ritirare i sensi dai loro oggetti porta a rafforzare il legame invece di allentarlo”1R Torella, “Abhinavagupta’s Attitude towards Yoga” in Journal of the American Oriental Society 139.3 (2019)); dall’altro siamo ben distanti anche dalle celebrazioni della positività del corpo-fatto-di-cibo che animano molto yoga contemporaneo. I sensi sembrano qui anzi già appartenere a territori che altrove sarebbero definiti soprannaturali. Puoi dirci qualcosa di più rispetto a questa particolarità?

Rasāsvada, la percezione estetica, è l’esperienza unitaria del sentire attraverso l’uso dispiegato dei sensi, o meglio quella qualità alla base di ogni specifica conoscenza sensoriale: l’assaporamento. Non riguarda semplicemente il senso del gusto, ma quella completezza che deriva dall’usare fino all’estremo uno qualunque di tutti i sensi. Rasa come gustazione denota in generale la primordiale presa di coscienza che tutti i sensi attivano. Sensi che nello śivaismo kaśmīro sono ‘le Dee, le signore dei sensi’ (karaṇeśvarī o svasaṃvid-devī), potenti divinità che risvegliano la capacità di comprendere, di conoscere ovvero di assaporare intensamente la realtà. Sapere è in primis ‘gustare’.

La cifra di questo yoga è sempre l’intensità, fiammante, nuova, per certi versi sempre un po’ spiazzante in quanto contemplazione smisurata e senza inibizioni di quello che c’è, senza omissioni né aggiunte. Questo, come dicevamo, è uno yoga contemplativo. Contemplare la bellezza, anche in ciò che ci spiazza, ci addolora o ci scuote dalle fondamenta.

Contrariamente alla visione del Pātañjala-yoga o yoga classico e di gran parte del pensiero filosofico indiano, dove emozioni, passioni e desideri vengono demonizzati o considerati pericolosi nemici, nel tantrismo non duale del Kaśmīr lo yogin, come l’artista o il fruitore dell’arte, è un rasika, un ragavan o un sahṛdaya ovvero una persona ‘sensibile’, appassionata, che partecipa ‘con tutti i sentimenti’ a ciò che gli è dato di vivere o sperimentare. Potremmo affermare che lo yogin del tantrismo non duale ‘sente esteticamente’, rifacendoci al significato del greco aisthánomai, che è un sentire, comprendere attraverso l’emozione e il sentimento. Lo stato di coscienza estetico è in qualche modo ‘estatico’ per il particolare tipo di gioia che produce nel soggetto, completamente indipendente da un’utilità personale.

L’intensità di un cuore attento e partecipe (heartful potremmo dire, prima che mindful), pur essendo spontanea, a volte richiede un allenamento per attivarsi e incrementarsi. Lavorare la mente-cuore rappresenta un livello specifico di yoga, forse il più diffuso nelle scuole non duali, interessate a dissodare la mente dai suoi impedimenti più che a potenziare la struttura muscolare del corpo. Il training della mente-cuore è in ogni caso un lavoro ‘tattile’, concreto, come impastare il pane o smuovere la terra per seminarla. Richiede la stessa cura, costanza, dedizione. Richiede non soltanto una mente pronta, ma anche un cuore vibrante e un corpo disponibile ad accogliere e custodire l’intensità. Ed è il calore vitale, come dicevamo, e l’emozione della vita in noi che si genera da questo calore, a creare la forma dell’āsana e a originare la dinamica del corpo nello spazio. Il movimento in queste scuole diventa radianza di luce e calore, in ultima analisi, gioia. Espansione del cuore, danza del cuore.

Inevitabile non notare quanto qui sia decentrato il ruolo della tecnica, al contrario di quanto avvenga nello yoga classico e in quello contemporaneo, dove sembrerebbe che il riconoscimento della propria reale natura – o, a essere più modesti, i vari benefici dello yoga – derivino dall’esecuzione di procedure definite e dalla loro ripetizione. Nello yoga del Kaśmīr i rapporti causali sembrano capovolti, o forse sarebbe meglio dire sconvolti da cause di forza maggiore: prima c’è il riconoscimento e poi la tecnica. Anche per le nostre menti contemporanee, dominate dalla tecnica (penso ad esempio all’attributo intelligente riferito a un algoritmo), può sembrare di trovarsi di fronte a un koan: com’è possibile anche solo chiedere di realizzare qualcosa senza realizzarlo?

Rāga, desiderio, anziché vairagya, distacco (letteralmente ‘scoloramento del rosso’ ovvero del desiderio) e kṣana, istante, anziché abhyāsa, ripetizione nel tempo, sono i pilastri dello yoga non duale rispetto al Pātañjala-yoga. Lo yoga del Kaśmīr valorizza lo slancio (udyama) anziché lo sforzo o la coazione a ripetere. Come spiego nel mio libro, quella dello yogin è un’azione vitale spontanea (akṛtaka) che nella pratica si traduce in presenza consapevole e partecipazione emotiva, espansività, la direzione privilegiata dello yoga non duale.

Abhinavagupta chiama camatkāra quel particolare assaporamento meravigliato e consapevole in cui il soggetto lascia sgorgare dall’interno il gesto yogico. Non si tratta di un appagamento per aver finalmente ottenuto un oggetto desiderato o aver raggiunto un obiettivo, ma una felicità del tutto diversa e autosufficiente, non dipendente dall’esterno, ma riconducibile all’intima sensazione di essere vivi, consapevoli dell’inesauribile desiderio della vita di esprimersi come da una fonte che zampilla e irrora tutto lo spazio del corpo e oltre il corpo. Tale attitudine interna è, come dicevamo, l’aspetto centrale di questo yoga, anziché la tecnica, relegata al livello di yoga più grossolano o minimale, ānava-upāya. Ma nella visione di Abhinavagupta anche uno yoga ‘meramente tecnico’ conduce in ultima analisi all’insight che ‘ognuno di noi è Śiva’…. Ognuno di noi è già perfetto così com’è. E ogni livello di yoga conduce naturalmente e imperiosamente a questa evidenza.

Lo slancio, la smisuratezza, il traboccare, il fuori scala sembrano essere cifre caratteristiche di questo yoga. Se ci fermassimo qui potremmo pensare a uno yoga di gesti eclatanti e di supersforzi. E invece, l’attenzione viene più spesso orientata alla sensibilità minuta, del momento liminale, dello spazio tra due cose/due esperienze, allo ‘stare per’ o al morire di un’esperienza. Anche qui sembra che venga chiesto l’impossibile: come si possono intraprendere due direzioni apparentemente divergenti, l’esuberanza e l’estremamente piccolo?

Il traboccamento (antarucchalana) del gesto e del cuore in uno slancio smisurato non contraddice in effetti l’attenzione minuta dello yogin verso ciò che è liminale, indefinito, evanescente.

La non contraddizione sta nel fatto che niente viene fatto ‘per se stessi’, ma in una modalità per così dire ‘generalizzata’ ovvero neutrale. Le stesse famigerate citta-vṛtti (modi della coscienza che comprendono cognizioni/emozioni) non portano a schiavitù se vissute ‘in modalità estetica’ ovvero lasciate libere di dispiegare la loro carica energetica prima che la mente razionale se ne appropri, asservendole ai propri bisogni. Esse diventano ostacoli quando il contenuto emotivo è al servizio dell’ego. Tale attitudine non appropriativa, comune peraltro a tutte le grandi tradizioni mistiche, purifica ogni desiderio dalla sua componente di avidità accaparratrice e trabocca come ‘desiderio aperto’, pronto ad accogliere e ad amare esattamente quello che c’è, così com’è, come ben sapevano e mettevano in pratica gli stoici nella nostra tradizione occidentale. Secondo questa visione non soltanto ciò che è sottile o liminale, ma anche ciò che è doloroso o negativo trova posto nella mente-cuore dello yogin, dove tutto senza esclusione ha la sua ragion d’essere.

Mark Dyczkowski, Daniel Odier, Christopher Wallis: cito tre nomi tra i tanti legati, in modo molto diverso tra loro, al tantrismo del Kaśmīr. Quali sono le affinità e le divergenze con l’approccio de Lo yoga della bellezza?

Tutti e tre gli autori che citi hanno contribuito in diversa misura alla diffusione e alla conoscenza della tradizione del Kaśmīr medievale. Non mi risulta però che nessuno di loro abbia particolarmente approfondito la produzione estetica dei maestri kaśmīri, riscoperta invece e valorizzata sulle orme di Raniero Gnoli da uno dei più insigni interpreti della tradizione manoscritta medievale, Raffaele Torella.

La traduzione dei testi di estetica medievali è in ogni caso un fenomeno relativamente recente, di cui Gnoli alla fine degli anni’50 fu uno dei primi al mondo ad interessarsi. Negli ultimi vent’anni stanno emergendo in traduzione delle vere e proprie perle di questa visione estetica, un filone estremamente promettente che getta una nuova luce interpretativa anche sul significato stesso di yoga in generale e dello yoga non duale in particolare. Qui la percezione della bellezza gioca il ruolo di vero e proprio laboratorio dell’esperienza religiosa in senso lato e yogica in senso specifico. Qui si può a ragion veduta concepire uno yoga ‘estetico’ che si contrappone a uno yoga ‘ascetico’ dominante in tutta la ben nota tradizione dello Haṭha-yoga.

Nel tuo libro non risparmi connessioni con il pensiero e la poesia occidentale, da Platone a Bachelard, da Leopardi a Weil e Candiani. Sembra di intravedere che, sebbene l’idea di una philosophia perennis non goda più di grande popolarità, sia tuttavia possibile almeno trovare un terreno comune di dialogo, che vi sia un referente comune, per quanto per sua natura ineffabile, che altri, altrove, hanno intuito con formulazioni diverse. Cosa ne pensi?

Già nel Vangelo di Giovanni – su cui si fonda tutta la tradizione mistica occidentale a seguire – il primato della vita in tutte le sue diverse accezioni è la matrice concreta della spiritualità nelle sue forme più elevate. È allora lecito riscoprire in contesti tra loro anche molto diversi, dalla poetica all’estetica fino alla prassi yogica o alla fenomenologia husserliana tratti di un filo comune che unisce il vasto campo delle esperienze umane. La percezione/emozione della nostra vitalità interna può essere considerato questo fil rouge.

Eric Barét

Nel tuo libro precedente, La dea che scorre, resoconto dei tuoi studi sul campo in Assam, accenni a un probabile contatto tra la tradizione tantrica indiana e quella taoista. In effetti, e non è solo una mia impressione, osservando la pratica e la gestualità di Eric Barét o di Nathalie Delay è difficile non notare un’affinità con il Qi Gong e con le arti marziali ‘interne’ (che del resto, mutatis mutandis, implicano un approccio intimamente tattile all’energia vitale), più che con le varie filiazioni dello Haṭha–yoga moderne e premoderne. Ho parlato di gestualità volutamente, in quanto sia in Barét che in Delay sembra quasi una forma di Qi Gong spontaneo. Cosa ne pensi?

Fin dalla prima volta che incontrai lo yoga di Eric Baret dodici anni fa, mi resi conto che si trattava di uno yoga per così dire ‘prāṇico’, che lavorava essenzialmente un corpo fatto di calore vitale, respiro e spazio, relegando a un costrutto mentale il corpo denso, muscolare, generalmente considerato protagonista dello yoga più diffuso. Lavorare la dimensione energetica in una percezione del corpo allargata a comprendere tutta la vastità in cui il corpo è inscritto è una peculiarità dello yoga del Kaśmīr contemporaneo e senz’altro presenta notevoli affinità con il Qi gong tradizionale cinese, che io stessa ho avuto la fortuna di praticare in prima persona con un maestro taoista.

In uno yoga siffatto l’āsana diventa una ‘forma senza forma’. Una forma che attraverso il silenzio e l’immobilità viva che la costituiscono, lascia che i suoi contorni scolorino fino ad abbracciare tutto lo spazio intorno. Scompare allora la percezione fisica della postura in cui si dimora e rimane soltanto ‘il soffio interno’, la calda e vibrante sensazione della vita in noi, che i kaśmīri chiamavano spanda e i taoisti Qi.

Vorrei concludere con tre suggestioni che mi hanno suscitato la lettura del tuo libro. La prima è di un poeta a me molto caro, Yves Bonnefoy: “Ciò che non ha pace è ancora la pace”.
La seconda è di un poeta a me ancora più caro, Milo De Angelis, che abbiamo intervistato qualche tempo fa proprio su questo sito: “L’infinito appare nel poco/come l’ultima nota di un grido/che si dilegua”.
L’ultima suggestione viene dall’ultimo capitolo de Gli imperdonabili di Cristina Campo, intitolato guarda caso “Sensi soprannaturali”. L’ambito sembrerebbe essere proprio distante, infatti si parla di una supplica del mistico greco medievale Simeone Metafraste, ma anche per questo la connessione spicca in modo bruciante: “È perfettamente apparente […] come l’acquisizione dei sensi soprannaturali importi l’oblazione dei naturali: questi gettati in quelli, accesi e consumati in quelli, come le resine preziose nella mischianza del santo crisma. […] Che si possa parlare qui di repressione o di sublimazione è degradante al solo ricordo, e persino una parola del tutto canonica, mortificazione, appare in qualche modo mortificante.”

Bellissime le tre suggestioni che riporti nella tua ultima domanda.
‘Ciò che non ha pace è ancora la pace’ mi ricorda una mattina in Kaśmīr, quando arrivai completamente fradicia alla piccola casa del maestro, in fondo al villaggio. Una tempesta di pioggia mi aveva sorpreso sulla strada fangosa e al mio arrivo venni scaldata e rifocillata con latte caldo. Quindi il maestro mi scrisse queste poche parole su un pezzo di carta: ‘Non c’è pace senza intensità’. In questa breve frase c’è una bella sintesi della visione non duale. La pace può essere assaporata in ogni cosa o situazione, anche in mezzo al freddo di una tempesta di pioggia, anche in mezzo alla ‘non pace’. La pace è intensità.

La quiete è sempre qualcosa di vivo, vibrante come un cuore che batte. In mezzo a quel battito si può dimorare, indisturbati, in āsana.

E allora l’infinito ‘appare nel poco….” per riprendere le parole di Milo De Angelis. In una forma circoscritta – l’āsana appunto – custodita in un corpo immobile, si può avere la percezione dell’immensità di ogni cosa, che si estende ben oltre il nostro limitato orizzonte ordinario.

E a proposito di ‘sensi sovrannaturali’, questa è proprio l’indicazione dello śivaismo kaśmīro. Lo yogin fermo in āsana, dopo aver assaporato pienamente la realtà con tutti i sensi dispiegati, accede a una conoscenza non più sensoriale o forse ‘ultra-sensoriale’. Arriva a intuire l’essenza luminosa e cosciente delle cose, la loro intima bellezza, gratuita e svincolata da giudizi, pregiudizi e conclusioni della mente intellettuale, senza dover più ricorrere ai sensi, ma sviluppando un presentimento, un sentore spirituale. Attraverso l’arte o il rito dello yoga si arriva a presentire, gustandolo, ciò che non è altrimenti conoscibile, poiché ben al di là del nostro campo esperienziale.


Piccola nota finale

Non potevamo ovviamente approfondire qui l’argomento per ragioni di spazio e di tempo, ma anche il precedente libro di Gioia Lussana merita di essere menzionato: La dea che scorre. La matrice femminile dello yoga tantrico, che come accennato più esplora sul campo l’antichissimo culto della dea Kāmākhyā in Assam, tutt’oggi vivo, da cui emergono elementi molto arcaici del fenomeno tantrico che possono contribuire ad allargare ulteriormente gli orizzonti sullo yoga stesso.

Note[+]

Note
↑1 R Torella, “Abhinavagupta’s Attitude towards Yoga” in Journal of the American Oriental Society 139.3 (2019)
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