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asana

Se non sai stare seduto, non hai mai praticato yoga

22 Agosto 2018 by Francesco Vignotto Lascia un commento


Sono belle le inversioni, gli equilibrismi sulle mani, il fluire delle sequenze con l’alternarsi del respiro, le argute soluzioni posturali. Ma se la pratica non porta a sentirsi comodi nella posizione seduta, riposando in sé stessi, rimarrà ben poco nella fretta di rialzarsi.

Le posizioni sedute sono le āsana più antiche dello yoga. A quanto ne sappiamo (ne abbiamo parlato altrove), il termine stesso āsana indicava originariamente un modo di sedersi per la meditazione e il controllo del respiro, e solo successivamente il termine avrebbe incluso posture che hanno scopi terapeutici e preparatori.

Sedersi è l’alfa e l’omega e contiene in sé tutti i suoni dell’alfabeto dello yoga. Tutta la pratica e la sua efficacia dipende da come ci si siede prima, dopo e durante.  Forse non ha nemmeno tanta importanza quale tra le posizioni meditative codificate scegliere, e varrebbe lo stesso stare su una sedia: conta il gesto, essenziale, di stare. Né distesi nell’abbandono passivo alla terra, né nel farsi attivo della posizione: stare seduti è, corporalmente, l’equivalente della pausa nel respiro. Se non vi fosse ascolto a questa fase, tutto si risolverebbe in un rimbalzo tra inspiro ed espiro, non rimarrebbe spazio per l’intuizione dello spazio.

Eppure, incontriamo molto spesso praticanti con diversi anni di esperienza – e con notevole mobilità – che non sono in grado di sedersi per pochi minuti, anche se con facilitazioni: al netto delle difficoltà fisiche, la loro mente, come tutte le menti, ha bisogno di un corpo che si muove. Solo, non è stato insegnato loro a osservare questo fenomeno invece di perdervi la testa, e a non credere alla fase acuta dell’insofferenza, perché il gioco dell’anticipazione mentale prelude all’inaspettato, all’ascolto reale.

Con il dovuto tatto e la dovuta decisione, riteniamo che il compito dell’insegnante è dimostrare che il mostro non esiste, più che creare nuove distrazioni per far sì che l’allievo guardi dall’altra parte. Il problema è che spesso queste posizioni vengono percepite – in primo luogo dagli insegnanti stessi – come ‘tempi morti’ tra una cosa e l’altra da fare, sottovalutandone peraltro gli effetti psicofisici addirittura superiori rispetto agli altri e più giovani āsana.

In realtà, tutto ciò che è essenziale nello yoga accade proprio ora, forse proprio perché sono momenti che il comune modo di pensare ritiene morti. È tutt’altro che una glorificazione dell’ozio, è come accorgersi che lo spazio che si riteneva vuoto è invece vivo. Perché se non si capovolge prima la prospettiva, care yogini e cari yogi, è del tutto inutile che capovolgiate il corpo.

Per questo, a chi ci domanda cosa fare quando è solo, ci sentiamo di dire: siedi in una qualunque posizione a gambe incrociate o sui talloni (quella nella foto è siddhāsana, ma puoi anche allentare le gambe). Usa anche un cuscino o due se ti può aiutare. Come detto, può anche andare bene una sedia, purché la schiena non si appoggi. Possibilmente, il peso che scivola verso la zona genitale e le cosce, la testa sopra il bacino, spalle e scapole a riposo, che scivolano naturalmente aprendo un leggero spazio nel petto. Rimani qualche istante ad ascoltare, senza cercare di elevarti volitivamente, e senza accasciarti: in equilibrio tra il peso deposto nel suolo e l’aria in cui si erige la colonna. Non correggere nulla. Tutto ciò che arriva può essere ascoltato, compresa la voglia di muoversi.

Quando non c’è più alcuna differenza tra andare e restare, allora può arrivare il momento di muoversi verso qualcos’altro. Ma se non sai stare in una posizione seduta, non hai mai fatto yoga.

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Accetta i tuoi limiti, ma vedi di toccarti i piedi in fretta

27 Giugno 2018 by Francesco Vignotto 7 commenti

Tira!

Einstürzende Neubauten, Yu Gung (fütter mein Ego, “nutri il mio ego”)

Quando andavo a lezione di yoga diversi anni fa, ero molto orgoglioso di piegarmi in avanti fino ad appoggiare il busto sulle gambe, o di posarlo a terra se le gambe erano divaricate. A quel punto spesso l’insegnante interveniva con un’energica spinta sui lombi per farmi arrivare ancora più in là. Solo più tardi ho avuto il coraggio di lasciare emergere la domanda che già allora echeggiava in sottofondo: arrivare dove?

L’approccio alla pratica posturale, nello yoga moderno, è principalmente volontaristico: volere è potere; il dominio sul tuo corpo; la rimozione dei blocchi fisici, emotivi, mentali, come se quei nodi non fossero parte integrante di ciò che sei, e come se il volertene sbarazzare in tutta fretta non fosse cibo per la tensione stessa; il maestro, che ti fa ‘andare oltre’, espressione con cui si è giustificato ogni genere di azioni e correzioni altrimenti discutibili e inconsulte: spesso, il maestro vuole solo farti entrare nell’idea che i suoi schemi mentali gli hanno imposto.

‘Ascolta il tuo corpo’ e ‘rispetta i tuoi limiti’ sono allora belle frasi di circostanza, che suonano spesso involontariamente sarcastici, come il celebre meme sui giornali femminili: accettati per come sei, però intanto perdi dieci chili e rifatti le labbra; rispetta i tuoi limiti e prenditi il tuo tempo, però vedi di afferrare quei piedi, e possibilmente prima della fine della lezione. Con buona pace dell’interiorizzazione che, secondo il luogo comune, la flessione in avanti dovrebbe favorire.

Il problema è che, di fronte ai piedi da prendere o al pavimento da toccare, ogni disponibilità all’ascolto è già evaporata. Non c’è nulla che posso sentire, nel ‘qui ed ora’ tanto caro alla retorica olistica, quando sono proiettato verso un risultato. Non sono né qui né ora dove mi trovo, bensì là e dopo dove ancora non sono. Perché naturalmente anche quando avrò raggiunto l’obiettivo, cercherò qualcosa di fisicamente oltre: e ciò può avere un senso, ma non vedo perché catalogarlo sotto il termine yoga.

Con gli anni, ho imparato che nella fretta di allungarmi, nella ricerca della conferma di essere flessibile come ieri, c’era qualcosa a cui non prestavo attenzione, ma che lasciava una traccia molto più profonda e meno dissimulabile di quanto pensassi. Una tensione nell’area dell’anca destra interveniva a un certo punto dell’avanzare, come a frenare da quel lato. Come appariva logico, e applicando tutte le precauzioni – avendo cura che il bacino ruotasse in avanti, estendendo le ginocchia, avanzando verso le gambe dal basso ventre al torace eccetera –  pensavo che lavorando analiticamente sulla posizione avrei sciolto il nodo che mi affliggeva: insomma, dovevo allungare le catene cinetiche posteriori, sul manuale era tutto così semplice, simmetrico e lineare!

Ma ciò, al contrario, estendeva la geografia della tensione lungo tutta la linea destra: psoas, scapola, gluteo, polpaccio, pianta del piede. Ora penso con un sorriso alla frustrazione che provavo quando camminavo zoppicando dopo aver praticato una tecnica che avrebbe dovuto riallinearmi, e invece scompaginava l’equilibrio del mio corpo – equilibrio che, come più tardi ho imparato, è fatto anche di tante piccole anomalie e zoppicamenti, che però suonano bene insieme, a differenza di quel clangore artificioso e stucchevole.

Ma quando non sei ancora disposto a negoziare sull’efficacia di ciò che stai facendo, pensi che sei tu a essere sbagliato, di avere qualche difetto congenito da correggere e finisci per essere ancora più intransigente (forse non ‘tiro’ abbastanza).  Ti viene in aiuto, poi, la psicologia spiccia: stai “buttando fuori” tensioni molto profonde e antiche; senza sofferenza non si cresce; il tuo lato destro bloccato indica un problema con la tua parte razionale; il dolore – o il fastidio – è il tuo maestro. Ipotesi non del tutto peregrine (almeno le prime due, sulle restanti ho qualche dubbio), ma altamente improbabili quando la tensione si cronicizza. Non si può ‘buttare fuori’ per sempre: significa che la cura stessa è il problema.

Beninteso, avrei potuto anche fregarmene: nella posizione, almeno esteriormente, io ci arrivavo. E col tempo ho cominciato a sospettare che per molti sia così, visto che diversi insegnanti di lunga data e molto più aitanti di me cominciano a confessare di soffrire di dolori cronici e in alcuni casi di essere ricorsi a operazioni di sostituzione dell’anca.

Ma le mie remore erano di natura diversa: perché, in un certo senso, era la percezione globale del corpo a essermi sottratta, e la pratica di alcune posizioni sembrava generare più danno di quanti problemi volessero risolvere. E soprattutto, sentivo che non era questa o un’altra procedura per entrare in posizione la soluzione del problema, ma che la questione era a monte.

Ho evitato per molto tempo le posizioni di piegamento in avanti a terra, un po’ come quando tra amici si evita un argomento che in passato ha generato discussioni. Poi, siccome non potevo insegnare qualcosa su cui io stesso nutrivo dei dubbi, ho deciso di indagare la questione cominciando da ciò che un tempo era l’impensabile: regredire volontariamente nella posizione, come se non fossi in grado di ‘arrivare’.

La prima cosa che ho imparato è che senza alcuna forzatura ero in grado di fare ben poco. Le gambe stese a terra erano come un chiodo conficcato nel terreno che impedivano al mio tronco di muoversi. Spesso, praticando a gambe piegate, ascoltavo la rotazione del bacino e quella strana sensazione avvolgente che proviene ‘da dietro’ quando le lombari avanzano e la distensione penetra fin nelle viscere. Ho compreso allora che lo stiramento di quella zona ottenuto tramite la forza, oltre a essere estremamente dispendioso, non ha nulla a che vedere con una reale distensione, ma rimane solo in superficie.

Poi a un certo punto, lasciando lavorare il respiro a partire dalla cintura addominale, imparando a non rifiutare la sensazione di tensione, a retrocedere e riprendere da capo, qualcosa accade di inaspettato, in principio come uno smottamento involontario: il busto avanza da solo, come se il ventre attraversasse frontalmente le gambe senza incontrare nulla di denso. Non sei tu a muoverti, ma il movimento accade, ti porta con sé.

Senza voler arrivare, riprendi da capo. È questione inizialmente di millimetri, eventi così piccoli da essere quasi impercettibili. Esplorando con la sensazione lo spazio della bocca senti un rilascio nel bacino, ma attenzione a stabilire corrispondenze valide per ogni circostanza. Senti le gambe, senti il pavimento, senti la tensione, senti la distensione, ti accorgi che là dove pensavi di alleviare stai invece alimentando, dove togli peso lo stai portando, dove credi di compensare stai depredando, ma non puoi mettere a posto tutto questo con la ragione: tensione e distensione sono due facce della stessa medaglia, interdipendenti. C’è qualcos’altro prima ancora, che attraversa e sostiene entrambe.

Ritorni ancora indietro, respiri, senza fretta, e riprendi. Ripetizione dopo ripetizione, la sensazione corporea e la sensazione del respiro diventano una sola: il corpo diventa un unico spazio dilatato dove i punti di resistenza vengono divorati. O forse, quelle resistenze appaiono nella loro necessità per l’equilibrio del tutto, poco importa.

Forse non si arriva mai a terra, forse ci vuole, almeno all’inizio, molto più tempo di quanto siamo disposti a dedicarvi nella fretta di arrivare. È difficile ammettere che il pavimento in realtà è solo una costruzione mentale che può inizialmente servire, ma in seguito è un inutile ingombro.

Forse è vero che ‘vince chi arriva ultimo’, come proclamava ironicamente Eric Barét durante un seminario, congelando la foga con cui i praticanti (tra i quali il sottoscritto) si gettavano nella posizione. Ed è anche un po’ a lui che devo il merito di avermi inizialmente complicato la vita, instillando il dubbio là dove c’era una geometrica certezza.

Ma forse – e credo che Barét sarebbe d’accordo – in ultimo non c’è nessuno che vince e nessuno che arriva: questo è lo yoga.

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La vita ultraspirituale degli Yogi su Instagram

31 Maggio 2017 by Francesco Vignotto 2 commenti

Questa posizione deve per quanto possibile essere tenuta segreta (la reazione che produce su coloro che la vedono è loro nociva, e mai uno yogi si mostrerebbe così sulla pubblica piazza).

Kalyana, Yoga anka, commento allo Shiva Samhita 1Il commento è riferito alla postura paschimottanāsana (comunemente denominata pinza). La citazione è contenuta a sua volta in A. Daniélou, Yoga: metodo di reintegrazione, Ubaldini, 1974

Le tre cose più importanti nella mia vita sono Dio, la mia famiglia e il mio account Instagram. E non necessariamente in quest’ordine.

JP Sears, How to Take Yoga Photos for Instagram

Esistono ancora Yogi che non si mostrano sulla pubblica piazza in una posizione?

Sì, naturalmente esistono, a contraddire la regola che se qualcosa non si esibisce, non è mai accaduto. Esistono, com’è vero che il cuore batte anche quando non ci pensiamo, e le piante crescono anche senza che continuiamo a fissarle.

La pubblica piazza sappiamo quale sia, oggi. Ma non è mia intenzione annoiare il lettore con una rampogna sulla degenerazione dello yoga occidentalizzato rispetto alla purezza della tradizione, che spesso è a sua volta deformata secondo le dissonanze cognitive e i capricci dei turisti che la frequentano. Capricci che contemplano tanto l’esibizionismo esasperato dei monaci da social network quanto l’austerità bacchettona del censore, anch’egli sui social network: siamo sulla stessa barca.

Tuttavia, devo confessare il mio disagio, probabilmente a dimostrare che chi scrive non è immune alle pretese di cui sopra. Disagio non tanto verso l’abbondanza di immagini in sé, ma all’abbondanza delle immagini di sé. Immagini dove tutto è sempre in accordo con l’Universo, tutto è splendente e irraggia luce e pace interiore, anche i postumi di un clistere yogico, laddove la pratica dello yoga implica una discreta familiarità con la melma del corpo e dell’anima.

Il forte accento su di sé e la rimozione delle ombre è un tratto molto comune. La dinamica di Facebook e Instagram, quando la si prende un po’ troppo sul serio, si basa sulla premessa che la persona sia un brand, una linea di prodotti che necessita di posizionarsi sul mercato da un lato, e di ridondare il messaggio dall’altro. Come il Cavaliere Inesistente di Calvino, questo senso dell’io al quadrato necessita di mantenersi sempre attivo – e nel nostro caso visibile – pena l’ansia da cessazione di esistere.

Che lo yoga sia una delle tante declinazioni, dei tanti colori selezionabili di questa ridondanza, cambia qualcosa? No, ma proprio il fatto che spesso non faccia la differenza è il problema. Ecco, il mio disagio: disagio perché lo yoga, in molti casi, non sembra minimamente mettere in dubbio la serietà di un meccanismo, ma lo rinforza.

Il fatto anzi che appartenga all’arcipelago della cultura fisica (ammettiamolo) e a quello delle pratiche spirituali lo avvolge spesso di un’aura di superiorità e di autoindulgenza abbastanza sconcertante, laddove gli stessi fenomeni in altri ambiti susciterebbero al massimo un sorriso.

Naturalmente è legittimo fotografarsi anche nell’esecuzione di āsana yogiche ed è altrettanto legittimo condividere tali immagini (anche su Zénon, ogni tanto lo facciamo), e ciò non comporta necessariamente il ricadere nella fattispecie qui descritta. Non è qui in discussione la validità dell’esperienza catturata nell’immagine, ma la sua con-fusione con l’immagine stessa, la con-fusione con sé, la con-fusione con il Sé.

Confusione che traspare peraltro nel fenomeno borderline della memeficazione di tali immagini, mescolando citazioni del Buddha e della Bhagavadgita (spesso false: e questo è un grosso problema culturale), autocitazioni e frasi di copywriter motivazionali che rinforzano, a uno sguardo appena estraneo, l’impressione di aggirarsi all’interno di una sottocultura che ha corso di validità solo al proprio interno.

Una obiezione a questi dubbi riguarda lo yoga come missione. L’idea che mostrare la propria pratica sia d’aiuto ad altri non è peregrina. Certo si possono trarre enormi benefici grazie alla possibilità di confrontarsi con la pratica di altri, ma la manualistica e la didattica (anche informale) non sono argomento di discussione qui.

In questa sede parliamo di situazioni comunicative dove il messaggio non è qualcosa, ma quasi esclusivamente chi lo emette. In questi casi, bisognerebbe lasciare spazio a un legittimo dubbio, prima di convincersi di essere fonte di ispirazione per altri ricordando loro ad ogni istante la propria vita iperspirituale nello yoga.

Farsi un selfie in sirsāsana al tramonto davanti a un Buddha potrebbe non essere tanto diverso dal fotografarsi gli addominali nello specchio del bagno. Del resto, potrebbe non esserlo nemmeno scrivere lunghi articoli sullo yoga. Il template non cambia, si è solo spuntata la casella yoga. Per questo, occorrerebbe un’auto-riflessione silenziosa con l’assoluta astensione dallo scagliare la prima pietra.

Ma la vera questione, in fondo, è che lo yoga sia qualcosa tra le altre cose; qualcosa che si fa e che cessa di essere se non lo si fa, se non lo si è immagazzinato e custodito sotto forma di simboli tangibili e visibili. Un po’ come l’intera categoria della spiritualità mediatica, per la pretesa stessa di voler catturare la trascendenza in una categoria, l’infinito in un segno distintivo.

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Questa non troppo lunga e noiosa rampogna – nonostante le intenzioni iniziali – è dedicata e liberamente ispirata all’incommensurabile JP Sears, autore della serie How to be ultra spiritual e di video come How to become gluten intolerant.

La mia arte yogica serve ad aiutare la gente a trovare la propria bellezza interiore e a vivere il loro pieno potenziale. Il modo migliore in cui posso farlo è di cercare disperatamente più attenzione possibile su instagram.

Note[+]

Note
↑1 Il commento è riferito alla postura paschimottanāsana (comunemente denominata pinza). La citazione è contenuta a sua volta in A. Daniélou, Yoga: metodo di reintegrazione, Ubaldini, 1974
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Yoga o ginnastica, forza o energia

9 Marzo 2017 by Francesco Vignotto 3 commenti


Quando si parla di energia nello Yoga, si cade spesso in un paio di equivoci diametralmente opposti.

Il primo equivoco consiste nel confondere l’energia con l’eccitazione, ovvero quell’essere pieni di energie, carichi di voglia di fare e di forza travolgente a livello mentale, fisico e soprattutto emotivo. È una visione oggi spesso diffusa non solo nelle varianti power (su cui è fin troppo facile ironizzare), secondo cui più si ripetono saluti al sole e posizioni ‘forti’, più si va su di giri, si accumula forza, si è ‘energetici’.

Non è che l’energia sia estranea a tutto questo e non è certo un peccato divertirsi in questo modo, ma non è esattamente ciò che si dovrebbe intendere come tale nello Yoga, perché la forza è una forma contratta di energia: finché non si abbandona l’idea che esista una ‘mia’ energia, si rimane ancora intrappolati nell’altalena degli opposti, dove si farà esperienza di una legge ineluttabile: prima o poi la polarità dell’energia si inverte, normalmente quando le ragioni che hanno innescato l’entusiasmo vengono meno. Depressione, spossatezza, senso di esaurimento oggi affliggono ciclicamente molti praticanti di Yoga proprio per questo motivo.

Sebbene anche questa sia una esperienza con cui occorre inevitabilmente fare i conti, se non interviene un elemento catalizzatore può essere difficile uscire da questa palude in cui ci si può arenare a vita. Occorre, in altre parole, che a un certo punto appaia all’orizzonte la prospettiva di una stabilità senza sforzo.

La posizione non ha più bisogno che di una minima partecipazione muscolare, sembra reggersi sul nulla. Il respiro non sembra più nemmeno necessitare la nostra partecipazione attiva, come se sorgesse dalle profondità. La necessità di lunghi periodi di rilassamento tra una posizione e l’altra viene meno, perché non vi è dispersione tra il fare e il non fare.

Inerzia e vitalità sono due facce della stessa medaglia: inizia solo ora a manifestarsi quell’esserci senza una ragione e senza utilità che è caratteristico del gioco dell’energia nella forma più libera.

Lo Yogi, insomma, non è un atleta che si esalta per i successi e si deprime per i momenti di stanca, ma li contempla equanime. La conquista di questo atteggiamento, che naturalmente si guadagna al prezzo anche di numerosi saliscendi, porta in sé a una profonda stabilizzazione dell’energia.

Veniamo ora al secondo equivoco, ovvero che occorra uno sforzo di immaginazione per avvertire l’energia nei suoi aspetti più raffinati. L’uso (e a volte l’abuso) di visualizzazioni e l’eccessiva teorizzazione sembrano alimentare il luogo comune che l’energia sia al di là della portata percettiva comune e che il sapere venga molto prima della possibilità di sentire.

In realtà, l’energia può essere toccata, udita, persino vista e annusata in modo molto più autentico e istintivo di quanto non possa essere conosciuta dall’intelletto. I sensi, così spesso demonizzati da alcune correnti di pensiero anche nell’ambito dello Yoga, possono benissimo venirci in aiuto in questo, a patto che ci si addestri a una raffinazione dell’ascolto.

A torto, infatti, i fenomeni energetici vengono ascritti all’ambito ‘extrasensoriale’, non essendo a altro che il sostrato comune a corpo e mente, alla vita e alle sue qualità. Un sostrato dal cui equilibrio dipende sia la salute fisica e mentale, sia la possibilità che si aprano spazi intuitivi sempre più rarefatti e sempre meno verbalizzabili, non necessariamente nei momenti deputati alla pratica.

Personalmente ho sempre ritenuto che il momento più bello e interessante della pratica non sia quando a occhi chiusi si attende un miracolo – che non arriverà mai, semplicemente perché i miracoli sono di norma inaspettati e improbabili. No. Il momento più bello è quando si riaprono gli occhi e si guarda il mondo: a volte i colori, la spazialità dei suoni, lo scorrere del tempo e l’orientamento nello spazio appaiono del tutto nuovi.

Le esperienze trascendenti mi hanno sempre interessato poco, perché ritengo che la vera trascendenza sia nelle cose che a uno sguardo offuscato sembrano ‘le stesse’ cose di sempre. Compreso il proprio corpo, che diventa non più solo un insieme di ossa, muscoli, tendini, organi, sangue, ma anche e soprattutto spazio: anche questa, se vogliamo chiamarla così, è energia, è vita colma di mistero.

Alcuni silenzi improvvisi, alcuni respiri che si vanificano nel vuoto intenzione sono zone temporaneamente autonome che si aprono molto più facilmente quando si rilascia lo sforzo fisico e mentale, l’idea oppressiva che lo Yoga si faccia per qualcosa: che si tratti di realizzarsi o di scolpirsi gli addominali, la differenza è molto più sottile di quanto non si pensi.

Questi momenti, come la tendenza della mente a proiettarsi verso qualcosa al termine di una seduta, sono manifestazioni di diversi stati di energia: soddisfatta e satura di sé stessa nel primo caso; con ancora del carburante da bruciare, qualcosa che è stato tenuto in riserva e deve risolversi, nel secondo.

Bisogna però modificare atteggiamento: prima di essere musicisti, occorre diventare strumenti, ovvero comprendere che il potere di fare quello che si vuole è un mito piuttosto infantile, perché occorre mutare radicalmente le condizioni imposte dal volere, soprattutto ricredersi sul soggetto del volere. A quel punto, quando la mano cessa di tenerla ferma, la corda inizia a vibrare.

Ma siccome nulla viene dal caso, devo fare un ammenda. Ho parlato in questo articolo di due errori comuni nello Yoga, che giustificano due comuni obiezioni che si sollevano verso questa disciplina. È interessante, per concludere, prenderle in esame.

Da un lato, che nelle sue forme più intensamente fisiche, lo yoga si risolva in una manifestazione, di forza o di abilità fisica fine a sé stessa, al netto degli ornamenti esotici e delle velleità spirituali. Dall’altro, che lo Yoga porti a un eccesso di introversione e di rimuginio su sé stessi, alla proiezione verso mondi avulsi dalla realtà.

Queste obiezioni sono del tutto fondate e non di rado esprimono i dubbi inconfessabili di molti praticanti. Tuttavia, lo Yoga non sarebbe di nessuna utilità se non si venisse sfiorati da tali dubbi e se non si corresse tali pericoli. Incapparci, del resto, è l’unico modo per curarsi.

In altre parole, i due ‘equivoci’ descritti fin qui sono, in una misura variabile a seconda dell’individuo, passaggi indispensabili, perché nessun equilibrio può dirsi stabile se non si passa attraverso queste correnti che a volte possono trasformarsi in rapide.

È vero, lo Yoga contemporaneo è spesso una ginnastica travestita da religione, o da psicoanalisi motivazionale. Ha prodotto in Occidente schiere di ipocondriaci alternativi, ma ha portato anche molti individui che sono riuscite ad andare oltre gli abbagli proprio affrontando l’eventualità di lasciarsi accecare.

Lo Yoga riguarda la totalità dell’essere umano e proprio per questo contempla profonde immersioni nella fisicità e ascese (ammesso che si ascenda) in zone di estrema rarefazione, per rendersi conto che non può esistere divino se ciò significa l’epurazione della propria umanità.

L’insegnamento vero, il filo di lama su cui ti occorre camminare, è che la stessa energia che porta nelle profondità è anche l’unica in grado di sgravarti del peso che ti trattiene dal salire a galla.

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Ipocondria di uno yogi

5 Ottobre 2015 by Francesco Vignotto 1 commento


Allagare il campo, o fare la pipì a letto

Patanjali paragona l’azione dello Yogi a quella di un contadino che rimuove gli ostacoli, permettendo così che il campo si allaghi. Come abbiamo visto, gli Yoga Sutra attribuiti al saggio indiano non indicano alcuna tecnica – anzi, affermano che qualsiasi tecnica agisce solo indirettamente: “La causa strumentale non determina le diverse tendenze naturali”1Yoga Sutra, 4,3).

Badiamo bene: rimuovere gli ostacoli, non crearli. Liberare, non limitare.

Ebbene, nella mia esperienza ho riscontrato che i soggetti con le maggiori difficoltà a rimuovere gli argini, sono proprio i praticanti – spesso veterani – di yoga e di discipline che si trovano sotto il cappello oggi piuttosto affollato dell’”olismo”.

Ma forse sarebbe meglio dire che i soggetti dediti a tali pratiche siano generalmente convinti – non “più consapevoli” – di avere dei problemi, indipendentemente dal fatto di averli veramente. Ad esempio, di avere problemi posturali o difficoltà respiratorie e che questi difetti siano veri e propri handicap invalidanti.

Questo perché molto spesso l’impostazione della pratica – e forse anche lo zelo dell’insegnante e una certa cultura del perfezionismo psicofisico – porta a enumerare i difetti particolari ma non a risolverli e anzi a esacerbarli sempre di più in una lotta del corpo contro il corpo, più che a sfruttarli invece come leve per ri-armonizzare il complesso.

Insomma, se James Hillman rimproverava alle teorie psicanalitiche la predilezione per i traumi, a volte ho l’impressione che questo Yoga for dummies condivida la stessa tendenza trasferendola non solo alla psiche ma anche al corpo.

Ma nel sutra citato più sopra Patanjali non si riferisce a un traguardo che si raggiungerà solo in corpo perfetto al parossismo della tecnica. Si riferisce all’irrompere, a un certo punto del percorso, di un evento straordinario all’interno di un quadro ordinario. Un evento il cui accadere non si può controllare: si può soltanto preparare il campo in modo tale che possa accoglierlo. Un’eventualità che può ricorrere a numerosi livelli.

Quello che vedo verificarsi molto spesso, invece, è uno stallo di cui la pratica stessa è la principale responsabile o, perlomeno, l’agente collante. Una sorta di ipnosi che, come nel brano che segue, perdura finché un evento straordinario non spezza l’incantesimo.

E allora raccontiamola questa storia.

Storia di P.

holy-stomping

Una delle prime mattine dell’anno duemila-e-qualcosa, il trentenne Paolo A. si svegliò con un versamento e un edema reattivo al ginocchio destro, che divenne una palla di carne dolorante e molto suscettibile agli sforzi.

Paolo non ricordava di aver subito un particolare trauma fisico tale da giustificare il risultato. Risparmiamo qui le dietrologie che dovette subire riguardo al periodo di cambiamento che stava attraversando e sui conflitti irrisolti somatizzati. Stando ai fatti, il referto della risonanza magnetica risultò compatibile con una lesione “a secchio” ai menischi e fu unanimemente consigliato di farlo operare.

Ora, Paolo sapeva che un’artroscopia era ormai un’operazione di routine, ma per lui che non era mai finito sotto i ferri rimaneva una sorta di dramma. Inoltre, il seppur breve periodo di riposo fisico forzato non era compatibile con i suoi impegni lavorativi.

Ma c’era di più: questo infortunio era un affronto, perché Paolo praticava Yoga. Era un affronto perché significava che inconsapevolmente Paolo aveva perseverato in abitudini posturali deleterie che avevano condotto a quel patatrac nella sua articolazione. Si convinse che evidentemente c’era qualcosa che non andava nel modo in cui aveva camminato fino ad allora.

“È naturale quello che ti è successo, gli confermò un osservatore esperto, perché hai sempre avuto un’anca più alta dell’altra”. Quella rivelazione fu come per il protagonista di Uno, nessuno e centomila il difetto al naso fatto notare con nonchalance dalla moglie: tutta la sua vita fino ad allora apparve come una menzogna ovattata.

Camminare divenne allora una complicatissima occasione per assestamenti e ribilanciamenti del peso corporeo, in cerca di una nuova ‘quadra’, con lo stesso tormento di un insonne in cerca del lato giusto per dormire. Ma proprio come l’insonne, con i suoi continui aggiustamenti, allontana il sonno invece di favorirlo, il nostro Paolo A. accumulava sempre più impedimenti alla sua tranquillità posturale. Camminava, letteralmente, sulle uova.

E proprio quando gli sembrava di aver trovato l’assetto corretto, non di rado capitava qualche importuno collega di lavoro si avvicinasse con evidente falsa premura e lo schiaffeggiasse con la domanda: “Ancora male al ginocchio? Vedo che zoppichi di nuovo”. In momenti come quello poteva letteralmente sentire le schegge di cartilagine conficcarsi nella carne.

Per la prima volta in vita sua scoprì cosa significasse avere dolori ovunque e per la prima volta soffrì di mal di schiena, di sciatica e di tutti i problemi che compongono il classico rosario di chi “sta male” ma è un non-so-che di male, una fiacchezza costante, un bordone dissonante che non si disperdeva mai nel silenzio.

Dune-07

Infine, dopo diversi mesi e all’apice del disagio, Paolo si fece dare il numero di un Luminare dell’ortopedia e si presentò dallo specialista nello stesso stato d’animo in cui un criminale si presenta in questura per costituirsi.

Il medico guardò l’esito della risonanza di alcuni mesi prima e annuì: bisogna operare. Ma quando lo fece salire sul lettino e gli prese la gamba movimentandola in ogni direzione, con enorme sconcerto Paolo udì il Luminare esclamare che non poteva operare il suo ginocchio, perché era completamente sano.

Paolo gli indicò il referto sulla sua scrivania, che fino a un attimo prima provava il contrario: il Luminare fu inamovibile, il ginocchio era sano. Può darsi, commentò, che si fosse mosso durante la risonanza, o semplicemente Paolo era tra i pochi fortunati a cui il menisco guarisce da sé. Citò persino il caso di un oscuro calciatore che tornò a giocare ai massimi livelli dopo un infortunio proprio come il suo che con estrema saggezza dei medici non fu risolto chirurgicamente. “In ogni caso,” concluse “un menisco rotto fa male”.

In quel momento Paolo si accorse che da ormai parecchi mesi non sentiva più alcun dolore: si era arrovellato fino all’impazzire, ma dolore no, non ne aveva sentito se non nelle prime settimane. Si spezzò allora l’incantesimo, che non affliggeva direttamente la sua forma fisica, ma il suo stato di coscienza: l’involucro del malato immaginario si decompose come neve al sole.

Uscì dallo studio libero dal peso che lo aveva accompagnato fino a lì, senza più alcun pensiero di doversi correggere, di volersi riformare. La sua postura poteva dirsi dritta, sì, forse con qualche difetto, ma con una percezione immediata, globale, della propria stabilità, che non aveva bisogno di altre parole. Da allora saltò per molti sassi sulle montagne, e fece molte altre cose che un meniscopatico quale si era creduto fino a quel giorno non potrebbe fare; ma il suo corpo non se lo ricordava e quindi non patì alcun dolore.

Spezzare l’incantesimo

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Avrai letto da qualche parte che in molti casi la sentenza definitiva giunge all’improvviso, per bocca di uno qualsiasi, in un momento qualsiasi.

Franz Kafka, Il processo

Dobbiamo precisare che Paolo A., oltre a tormentarsi molto per trovare di  nuovo il modo corretto di camminare, era anche uno sgobbone, e in quegli stessi mesi si era anche molto impegnato nell’esercizio delle āsana, e questo – oltre a il  suo essere nato sotto una buona stella – probabilmente coadiuvò la sua misteriosa guarigione (naturalmente, quale “effetto collaterale” della pratica stessa).

Tuttavia, il punto cruciale non era risolvere il nodo fisico, ma la sua consapevolezza, e non sempre il momento dello spezzarsi dell’incantesimo arriva. Soprattutto perché il ravvedimento di Paolo A. implicava l’accettazione di un prezzo che non sempre si è disposti a pagare: non solo rinunciare ad essere menomato, ma addirittura rinunciare a esserlo mai stato. 

Molte altre volte, invece, non si esce dallo stallo.

Ogni giorno ho a che fare con praticanti di yoga convinti – a volte da parecchi anni – di non poter eseguire correttamente determinate posizioni a causa della conformazione del bacino o di altri difetti dell’apparato muscolo-scheletrico, martiri delle naturali asimmetrie del proprio corpo; di soffrire di blocchi psicosomatici e problemi respiratori la cui consapevolezza è ormai la causa stessa del problema; di non poter fare a meno di sostegni, mattonelle e tappeti antiscivolo senza i quali non sono in grado di sostenersi sui propri piedi, perché qui nasce anche un mercato di rimedi distribuiti (o meglio rivenduti) con enorme facilità anche ai sani: e, come direbbe Marco Invernizzi, se dài a una persona sana un bastone, dopo qualche tempo userà una stampella; poi due, poi un deambulatore, per finire in carrozzina.

Intendiamoci: tutti questi problemi esistono, a volte, anche come mere cause meccaniche. Ma in molti casi il problema non è tanto avere un problema: il problema è che qualcuno ti ha detto che hai un problema, e la sentenza è in sé stessa invalidante.

Spesso, infatti, la (sotto)cultura del “benessere” – anche perché è un mercato ormai di notevole importanza – tende a ridondare la percezione del difetto, e non del contenitore entro cui il problema va collocato e risolto. Non solo problemi con il corpo, ma anche problemi a non finire con i corpi celesti, il karma, l’anima e persino con parenti e affini di cui non sospettavamo l’esistenza. La logica, spiace dirlo, è quella che spesso i sostenitori di terapie alternative rimproverano alla medicina ufficiale: crea la percezione del problema, offri soluzioni che non curano alla radice, crea la dipendenza. 

Allo stesso modo, sentirsi dire ogni giorno che il proprio corpo è un campo di battaglia che reca la memoria di tutte le carneficine che vi sono state perpetrate dall’alba dei tempi crea più problemi – e il peggiore è l’autocommiserazione – di quanti ne risolva.

Avendo per alcuni anni esercitato la nobile arte dell’agricoltura, da parte mia preferisco continuare a pensarlo come un campo fertile proprio perché la terra accoglie tutto e riassorbe a sé meticolosamente i cadaveri e il sangue sparso, facendone concime, terra fertile.

Naturalmente, occorre la volontà di rimuovere gli ostacoli e le sovrastrutture, non costruirne di nuove. E per questo occorre molto spesso scompaginare gli schemi inveterati della pratica stessa.

Che cosa fa allora lo Yoga? Lo Yoga, in realtà, non ha in sé nulla a che vedere con il raddrizzamento delle spine dorsali. Non ha nulla a che vedere con allineamenti e con schematiche simmetrie del corpo da ripristinare.

Lo Yoga spezza l’incantesimo.

Note[+]

Note
↑1 Yoga Sutra, 4,3
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Lo Yoga in una posizione: la storia improbabile degli āsana

8 Settembre 2015 by Francesco Vignotto 1 commento


La maggior parte delle discipline nascondono effetti negativi, essendo concepite non per liberare, bensì per limitare. Non chiedete “perché?” e siate cauti col “come?”. “Perché?” conduce inesorabilmente al paradosso. “Come?” v’intrappola in un universo di causa ed effetto. Entrambi negano l’infinito.

Gli eretici di Dune, Frank Herbert

L’argomento di questo articolo è la pratica delle posture nello Yoga, ovvero, per chi non lo sapesse, degli āsana.

Per diverse ragioni, gli āsana sono divenuti l’elemento più iconico e rappresentativo dello Yoga, con un certo scorno da parte di chi sostiene che lo Yoga è molto altro ancora. Negli ultimi anni, gli āsana sono anche diventati una sorta di fenomeno di costume, pose da esibire e soggetto prediletto dai praticanti per i propri selfie e per delimitare il proprio territorio di appartenenza sub-culturale.

Oggi gli āsana costituiscono spesso buona parte – se non la totalità – di ciò che nella pratica si fa nei luoghi deputati a questa disciplina. Questo almeno a una visione esterna, se si prescinde naturalmente da ciò che succede nella sfera interiore – oltreché, come vedremo, nelle interiora.

Yogi amanti del Sé o Yogi amanti di sé?
Yogi amanti del Sé o Yogi amanti di sé?

Anche se con un leggero senso di colpa, gli āsana sembrano aver preso tutto. E, a giudicare da quanto mi riferiscono i praticanti che giungono qui a Zénon, è addirittura una rarità che vengano insegnati anche solo i rudimenti di una respirazione consapevole (non dico prāṇāyāma: semplice consapevolezza del respiro). Le “fasi” o dimensioni ulteriori dello yoga vengono rimandate a un secondo o terzo anno che spesso non arriverà mai nemmeno dopo una vita parcheggiati in una palestra.

Eppure, malgrado ci si ripeta che l’āsana è ben più di una semplice postura, la sua odierna predominanza rimane controversa e nasconde in fondo il dubbio e l’insicurezza di molti praticanti e insegnanti: che lo yoga sia degradato a pratica meramente ginnica, tagliando i legami con le sue basi soteriologiche, ovvero abbia perso l’obiettivo – o la capacità – di guidare al di fuori di una situazione indesiderata, ovvero la sofferenza che appare inevitabile compagna all’esistenza umana.

A ciò si aggiunge la consapevolezza oggi crescente, come vedremo, che molte delle pratiche fisiche un tempo introdotte all’Occidente come estremamente antiche, sarebbero in realtà molto più recenti di quanto potessimo pensare, o addirittura moderne. Di più: forse l’elemento che suscita ancora più sconcerto è che l’antichissima scienza dello Yoga sia stata e sia soggetta a mutamenti.

Ma che cosa sono questi āsana e perché dovremmo considerarli diversi da una pratica ginnica? Perché vengono praticati all’interno di una disciplina così strettamente legata alla sfera spirituale? E come andrebbero praticati?

Ci è stato ammonito, all’inizio di questo articolo, di andare cauti con i perché e con i come. Anche per questo, come al solito avverto che quanto segue è del tutto arbitrario nell’esposizione e frammentario. È una spiegazione a cui per necessità si è data una parvenza di forma coerente, nella speranza che possa essere utile, ma non definitiva.

Contenuti

  • Stare seduti
  • Austerità e ardore
  • Alchimia
  • Otto milioni di āsana
  • Capovolgimenti e dissolvimenti
  • Ma allora, che cos’è un āsana?
  • Tempi postmoderni
  • Per concludere

Stare seduti

Tentiamo di rintracciare un seppur tenue filo storico, consapevoli che è impresa ardua e ingrata cercare di tracciare l’indocumentabile.

Assumere posizioni in relazione a particolari stati psichici è un atto con ogni probabilità molto più antico dello stesso yoga, se con questo termine intendiamo “qualcosa” che sia stato sottoposto a un minimo di sistematizzazione.

Ad esempio, alcune terrecotte ritrovate nei siti di Harappa e  di Mohenjo Daro, nell’attuale Pakistan, raffigurano esseri umani in varie posizioni. Le civiltà che hanno prodotto questi manufatti risalgono III millennio a.C. e sono antecedenti alle invasioni indoeuropee:

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Quale osservazione collaterale, noteremo che esistono raffigurazioni anche nell’antico Egitto e diversi manufatti delle civiltà precolombiane che rappresentano posture molto simili gli āsana praticati nello Yoga, ma ciò ci porterebbe molto lontano non solo geograficamente.

Ora però dobbiamo notare che il termine sanscrito āsana significa “stare seduti” e sembra che in principio indicasse le sole posizioni sedute di meditazione. È molto probabile che Patanjali negli Yoga Sutra (III secolo a.C.- IV secolo d.C.) intendesse la parola āsana in questo senso. Nonostante sia quasi unanimemente considerato la massima autorità yogica, Patanjali peraltro non descrive alcuna postura, ma dedica all’āsana tre sutra molto significativi anche nei riguardi della pratica moderna:

La postura deve essere comoda e stabile
Grazie al rilassamento dello sforzo e all’incontro con l’infinito
Così da non esser più colpiti dalla coppia di opposti

Yoga Sutra II, 46-48

Con il senno di poi, da questi sutra ricaviamo alcune informazioni importanti, tra le quali:

  • che l’āsana è inteso per una pratica prolungata e statica (“comoda e stabile”, in modo da non disturbare la pratica), o meglio ancora che l’atteggiamento del praticante debba prescindere da una durata temporale;
  • che non contempla l’impiego della forza fisica, o meglio della contrazione muscolare;
  • che la sua pratica bilancia gli impulsi nervosi, neutralizzando gli effetti dei dvandva (coppie di opposti) sia fisici (caldo/freddo, piacere/dolore) sia mentali (felicità/sofferenza ecc.): in altre parole, la pratica degli āsana sviluppa il controllo sugli impulsi consci e inconsci.

L’āsana, secondo la visione offerta da Patanjali è parte di un quadro sistematico composto da otto membra. L’āsana è il terzo membro, preceduto dalle restrizioni (yama)  e dalle osservanze (nyama) e sono seguite dal prāṇāyāma e dai quattro stadi via via più meditativi: pratyhara (ritrazione dei sensi), dharana (concentrazione su un punto), dhyana (meditazione) e infine samadhi, il completo assorbimento e fusione con l’oggetto di meditazione che è l’obiettivo il senso ultimo della parola Yoga (“unione”) e coincide con la definizione stessa di Yoga formulata da Patanjali, ovvero la “cessazione delle modificazioni della mente”.1Yoga Sutra, I, II

L’āsana, dunque, fornisce il supporto fisico agli stadi successivi, che però sembrano quasi simultanei. Ed è per questo che i sutra precedenti andrebbero letti in prospettiva dei cinque seguenti:

realizzando questo, si ha il prāṇāyāma che è la cessazione del movimento d’inspirazione e d’espirazione.
[Esso] è interno, esterno o stabile; è regolato dallo spazio, dal tempo e dal numero, è prolungato o breve.
Un quarto [stadio] va al di là di quello interno ed esterno.
Grazie ad esso si dissolve lo schermo della luce.
E [si ottiene] la possibilità della concentrazione.

Letti in questo senso, āsana, prāṇāyāma (nelle sue fasi) e la (possibilità della) concentrazione sembrano generarsi uno dall’altro. È da notare che mentre Patanjali tratteggia āsana nelle sue generalità, senza nominarne alcuna, riguardo a prāṇāyāma, pur definendolo nella sua perfezione (la cessazione del movimento di inspirazione e d’espirazione), ne descrive almeno quattro tipi diversi.

Austerità e ardore

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Quando sentiamo affermare che lo yoga vanta origini antichissime, spesso immaginiamo che vi sia una tradizione uniforme tramandata più o meno immutata attraverso migliaia di anni (per poi, magari, accapigliarci su chi detenga la palma della più vicina alla fonte originaria).

In realtà, le sue prassi e i suoi fondamenti filosofici sono molteplici e non sempre istituzionalizzati o sistematizzati in modo coerente. Accanto al mainstream, ci sono stati e ci sono miriadi di rivoli che a volte divergono, altre confluiscono e in alcuni casi colorano indelebilmente la corrente principale.

Così, le prime descrizioni di āsana non seduti nello Yoga risalgono al Medioevo. Ma come James Mallinson ha giustamente osservato, “l’apparizione di descrizioni testuali di pratiche fisiche nello yoga non significa che quelle pratiche fossero state inventate in quel momento”. E in realtà nella letteratura antecedente abbiamo diverse testimonianze di queste posture, ad esempio nel poema epico del Mahabharata (III secolo a.C.- II secolo d.C.) oppure nei purana (II sec. a.C. – X sec. d.C.); tuttavia, queste pratiche non erano considerate āsana e non erano nemmeno contemplate nell’ambito istituzionale dello yoga (nota per i praticanti: le posture nominate nella citazione seguente non corrispondono necessariamente a quelle, omonime, praticate oggi).

… gli asceti sono descritti seduti in virāsana, una non identificata ma scomoda posizione seduta, e utkatāsana, una posizione accovacciata. Si dice inoltre che trascorrano lunghi periodi capovolti, o in piedi su due gambe o su una sola, o con le braccia in aria. Malgrado gli asceti che utilizzassero queste tecniche fossero associati alla pratica dello yoga, le tecniche fisiche in sé non lo erano. Sono tecniche di tapas, di ascetismo, e l’antico haṭhayoga è una codificazione delle pratiche fisiche di questi asceti pratiche il cui principale scopo era di aiutare la sublimazione del bindu, il seme, l’essenza vitale del corpo la cui preservazione era la chiave per coltivare il potere ascetico.2J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body

Il termine tapas, utilizzato sin dall’antichità vedica, significa letteralmente “ardore”. Tale ardore, che si manifesta anche come calore fisico, è sprigionato dall’asceta come sottoprodotto delle enormi energie liberate dal potere purificante dell’austerità, che viene esercitata al di là di ogni senso del limite; e proprio la rinuncia a ogni senso della misura pare essere il principio attivo del tapas. Sembra ad esempio che gli dèi dovettero supplicare Shiva di sposare Paravati, poiché quest’ultima, per guadagnarsi il suo amore, aveva intrapreso la pratica di austerità – tra le quali rimanere su una gamba sola per molti anni – accumulando tremendi poteri.

Straordinari poteri attribuiti alla pratica delle austerità. ndia, Himachal Pradesh, Mandi, 1725–50
Un asceta acquisisce straordinari poteri attraverso la pratica delle austerità. India, Himachal Pradesh, Mandi, 1725–50

Il digiuno è una delle austerità per eccellenza e fu praticato in maniera estrema anche dal Buddha Siddharta prima della realizzazione e prima di scartare gli eccessi delle austerità in favore della “via di mezzo”.

Patanjali, dal canto suo, annoverava il tapas tra i Niyama quale disciplina di autocontrollo, che tuttavia anticipa anche qualcosa che ritroveremo gli āsana nello haṭhayoga, ovvero il principio di purificazione:

Praticando le austerità si distruggono le impurità e sopraggiungono la perfezione nel corpo e negli organi di senso

Yoga Sutra, II, 43

Per chiudere il cerchio sul tapas, è significativo che una delle penitenze di Arjuna, intraprese dall’eroe del poema epico Mahabharata per far sì che Shiva (ancora Shiva) gli concedesse il suo terribile arco, consistesse, manco a dirlo, nello stare su una gamba sola (ancora su una gamba sola) in una tipica posizione che oggi consideriamo parte dello Yoga:

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E, per curiosità, possiamo notare nello stesso altorilievo un gatto che imita la posa di Arjuna, forse in spregio della sua penitenza:

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Alchimia

Come un recipiente di terra non cotta gettato nell’acqua, il corpo va presto in rovina (in questo mondo). Cuocilo bene nel fuoco dello Yoga in modo da fortificare e purificare il corpo.

Gheranda Samhita, 1,8

Quelle che un tempo erano considerate austerità, pratiche immuni da ogni senso della misura, divengono i mezzi per purificare e fortificare il corpo in modo sistematico con l’haṭhayoga.

Il termine sanscrito hatha significa “forza” e alcuni ravvisano un riferimento non tanto all’impegno fisico che le sue tecniche richiedono, quanto all’energia che queste ultime mirano a liberare; un’altra lettura, più esoterica ma probabilmente meno corretta dal punto di vista filologico, scompone il termine nelle sillabe Ha, riferita al Sole, ovvero il principio vitale, e Tha che corrisponde alla Luna, l’energia mentale, due principi che, come abbiamo visto, l’haṭhayoga mira a equilibrare. 3The Meaning of haṭha in Early Haṭhayoga, Jason Birch, Journal of the American Oriental Society ,Vol. 131, No. 4 (October-December 2011) , pp. 527-554 Published by: American Oriental Society Stable URL: http://www.jstor.org/stable/41440511

Mentre lo Yoga di Patanjali è uno dei sei sistemi filosofici ortodossi dell’induismo, i testi dell’haṭhayoga provengono dalla tradizione eterodossa dei Nath, che si considera sorta attorno al VII secolo d.C. Tuttavia, essi non sembrano essere stati i “padri” dell’haṭhayoga, ma sembra che abbiano codificato delle tecniche che erano state tramandate per secoli oralmente in ambito ascetico, offrendole quindi a un pubblico molto più vasto.

I maestri Matsyendra (X secolo) e Goraksha (IX-XII secolo) sono capostipiti dei Nath e ritenuti i fondatori dell’haṭhayoga. Le loro vite sono intrise di leggende ed entrambi sono identificati con Siva. Ad essi sono dedicate due āsana. Delle due, matsyendrāsana è quella oggi più celebre.

L’haṭhayoga ha influenzato fortemente pressoché tutti gli stili di yoga moderno di tipo posturale. Tuttavia, mentre oggi è popolarmente considerato sinonimo di “yoga degli āsana”, nell’haṭhayoga le posture fisiche sono parte di un percorso articolato di tecniche diverse, che oltre agli āsana comprendono anche gli shatkarma (le sei tecniche di purificazione quali il lavaggio dei seni nasali, clisteri ecc.), i prāṇāyāma, i bandha (tecniche di contrazione dell’area pelvica, di quella addominale e della gola) e i mudra (circuiti pischici a cui accenneremo brevemente più avanti).

Intendiamoci: l’obiettivo dell’haṭhayoga è sempre il samadhi (qui chiamato anche stato di unmani, o assenza di mente), comune allo yoga di Patanjali. Tuttavia decadono le restrizioni e le osservanze etico-morali e agli āsana spetta il compito di ‘primo gradino’ nel percorso dello Yoga.

Prima di tutto, gli āsana sono detti la prima parte dell’haṭhayoga. Avendo eseguito le āsana, si ottiene stabilità del corpo e della mente, libertà dalla malattia e leggerezza delle membra

haṭhayoga Pradipika, 1, 17

La pratica degli āsana ha il compito di raffinare il corpo, rimuovendo le impurità e i blocchi energetici che impediscono al prana di circolare. Stabilità, libertà dalla malattia, leggerezza dell membra: qualità già nominate da Patanjali sotto la voce tapas. Tuttavia l‘haṭhayoga affonda le mani nella materia densa, in cui la stabilità della mente è minata da eccessi di muco, malattie e deformità e descrivendo con dettaglio fino ad allora inaudito tecniche pratiche e fisiche.

La meditazione è uno stato a cui è necessario essere preparati fisicamente ed energeticamente. Riplasmare il corpo e regolare i flussi energetici significa fissare la mente. Intendiamoci: lo Yoga di Patanjali e l’haṭhayoga non sono in contrasto e descrivono lo stesso soggetto, solo che gli accenti cadono in punti differenti. Potremmo anche affermare che Patanjali descrive la meta mentre l’haṭhayoga descrive una delle vie.4È del resto suggestiva l’ipotesi secondo cui l’apparire dell’haṭhayoga sarebbe correlato alla decadenza del Buddhismo in India. Il Buddhismo classico, infatti, predilige  un approccio principalmente etico e psicologico alla dimensione spirituale. A questo influsso sembra non sia sfuggito nemmeno Patanjali: “As a result of Buddha’s popularity, meditation became the main form of spiritual practice on the entire subcontinent. However, the preparatory practices were ignored. Ethics and morality were very much overemphasized. It was at this time that the thinkers of India began to reassess Buddha’s system.
Indians believe that meditation is the highest path, but they disagree on one point – that one can start meditation immediately. Instead they believe one has to prepare oneself.[…]
It was at this time that Matsyendranath founded the Nath cult which believed that, before taking to the practices of meditation, you must purify the body and its elements. This is the theme of haṭhayoga.” Swami Muktibodhananda, haṭhayoga Pradipika (introduzione), Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India

L’haṭhayoga, in definitiva, è un’operazione alchemica che procede dal grossolano al sempre più sottile.

Otto milioni di āsana

Un Nath yogi che esegue mayurāsana, dipinto nel tempio di Maha Mandir, Jodpur, XIX secolo (fonte). Mayurāsana sembra del resto essere la più antica āsana non seduta a essere citata in un testo.

Il numero di āsana, per l’haṭhayoga, è sterminato: addirittura 84 lakh, misura che corrisponde a centomila unità. Tale, afferma ad esempio la Gheranda Samitha, è il numero delle creature viventi, in una sorta di percorso che ritraccerebbe l’evoluzione stessa della vita. Il numero delle posizioni descritte o anche solo nominate nei testi è tuttavia molto minore: 84 sono dette quelle più importanti, e la Gheranda Samhita ne descrive 32, mentre l’haṭhayoga Pradipika 16. Il più tardo Hatharatnavali (XVII secolo) elenca le 84 posizioni fondamentali, anche se i nomi spesso si discostano da quelli utilizzati oggi.

Nei testi dell’haṭhayoga, accanto alle posizioni meditative sedute, cominciano ad apparire gli āsana che oggi definiremmo correttivi/educativi, ossia che hanno il compito principale di agire sul tronco e sugli organi interni, ma soprattutto sulla colonna vertebrale, agendo sia al punto di vista strettamente posturale e fisico, sia liberando dalle ostruzioni il canali energetici e in special modo sushumna, che scorre proprio in corrispondenza della spina dorsale. 5La posizione che vanta la più antica attestazione sembra essere mayurāsana, la posizione del pavone, che vedremo più avanti: The peacock posture, mayurāsana, has the oldest heritage. Its description in the Light on Hatha is taken from a thirteenth- or fourteenth-century yoga manual composed in a Vaishnava milieu,
i.e., among followers of the Hindu god Vishnu, but can be traced back through other Vaishnava texts to one from approximately the ninth century.” (J. Mallinson – D. Diamond, “Asana”, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159)

Oltre alla già citata Matsyendrāsana, nomineremo, tra i più celebri āsana oggi, Paschimottanāsana (la distensione in avanti, nota anche come la pinza), Dhanurāsana (l’arco), Gomukāsana (la mucca), Mayurāsana (il pavone), Shalabāsana (la locusta), Bhujangāsana (il cobra), Garudāsana (l’aquila),  Vrikhāsana, e Savāsana (il cadavere). Quest’ultima, tra l’altro, appartiene a un’altra tipologia ancora di āsana oggi praticati, ossia quelle di rilassamento.

Capovolgimenti e dissolvimenti

Qualcuno ha fatto notare che nei testi classici dell’haṭhayoga mancano del tutto le posizioni capovolte, che sono considerate uno dei pilastri dello yoga contemporaneo. Ciò tuttavia non è del tutto esatto. Infatti, se andiamo a osservare sotto la voce “mudra”, noteremo che Viparita Karani (o Viparitakarana) prevede una posizione invertita.

Mettendo la testa sul terreno, che egli stiri le gambe in alto, muovendole a
rotazione. Questo è Viparitkarana, tenuto segreto in tutti i Tantra.

Shiva Samhita, IV,45

Viparita Karani come è comunemente praticata oggi, sia come āsana sia come mudra, da S. Satyananda, Asana, Pranyama Mudra Bandha
Viparita Karani come è comunemente praticata oggi, sia come āsana distinta da Sarvangāsana, sia come mudra, tratto da S. Satyananda, Asana, Pranyama Mudra Bandha

I mudra sono particolari circuiti psichici i cui effetti possono essere molto sottili e coinvolgere a diversi livelli il complesso umano. Questi circuiti possono essere attivati in svariati modi, tra cui anche la postura corporea. In quest’ultimo caso, la differenza tra āsana e mudra può essere molto labile.

In effetti, da Viparita Karani sembrano discendere gli āsana invertiti di Sarvangāsana (la posizione sulle spalle o della candela) e Sirsāsana, la posizione sulla testa, posizioni che Iyengar ha definito “il re e la regina” dello Yoga. Nello yoga moderno gli effetti fisiologici di queste posizioni sono stati analizzati molto in dettaglio. Giusto per rendere un’idea:

Nelle posizioni capovolte, a causa della posizione rovesciata del corpo, i meccanismi riflessi cardiovascolari vengono stimolati, il ritorno al cuore del sangue venoso diviene quindi molto facile, perché non deve vincere la forza di gravità […] Inoltre il cervello viene irrorato di sangue e così i tessuti nervosi ricevono abbondante apporto di sostanze nutritive. Allo scopo di prevenire un afflusso eccessivamente violento di sangue al cervello, si instaura un nuovo tipo di meccanismo riflesso, riguardante la circolazione nell’estremità superiore del corpo. In questo modo non solo viene tenuta sotto controllo l’intensa circolazione cerebrale durante la postura, ma anche la pressione del sangue viene mantenuta al livello ottimale durante l’attività quotidiana.

M.M. Gore, Anatomia e fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli, pp. 77,88

Questa particolareggiata descrizione ci rende edotti non solo di alcuni degli effetti delle posizioni invertite mentre vengono praticate, ma anche su come esse siano in grado di riprogrammare e ricalibrare i meccanismi autonomi ben oltre la durata della pratica.

Posizione capovolta tratta dal Bahr-al-Hayt (Oceano di vita) testo in persiano redatto alla fine del XVI secolo e illustrato all'inizio del secolo successivo. http://www.asia.si.edu/explore/yoga/chapter-4-bahr-al-hayat.asp#one
Posizione capovolta tratta dal Bahr-al-Hayt (Oceano di vita) testo in persiano redatto alla fine del XVI secolo e illustrato all’inizio del secolo successivo. Il testo

Nel linguaggio dell’haṭhayoga, questa inversione è descritta come il capovolgimento del normale rapporto tra il Sole (il principio fuoco situato nell’ombelico, ovvero la forza vitale) e la Luna (la coscienza, situata nel capo), impedendo che la secrezione di quest’ultima, il nettare Amrita, venga bruciato nel fuoco vitale come avviene in condizioni normali. L’inversione di questo processo permetterebbe anche di arrestare il decadimento fisico.

Il caso di Viparita Karani, mudra ‘asanizzato’ è inoltre esemplare di come il termine “āsana”, in realtà, tenda con il tempo ad inglobare pratiche di diversa natura. Del resto, già nei testi sopra citati dell’haṭhayoga, viene annoverata tra gli āsana anche Mritāsana o Savāsana, ovvero la posizione del “cadavere”, che appartiene a una tecnica del Laya Yoga (un altro sistema coevo all’haṭhayoga, che mira dissolvere la mente), oltre a fornire in epoca contemporanea il supporto prediletto per la pratica di rilassamento profondo o sonno yogico dello Yoga Nidra.

Ricordiamo inoltre Maha mudra, praticato oggi quasi unicamente come postura, e come tale presentato ad esempio da Iyengar e ancor prima dal suo maestro Krishnamacharya.

Qual è dunque il confine tra l’āsana, la postura fisica e qualcos’altro ancora? È possibile tracciare una linea definitiva?

Ma allora, che cos’è un āsana?

Il termine Hatha, come abbiamo visto, sembra riferirsi a una certa forza o violenza. Tuttavia, perlomeno nell’haṭhayoga delle origini, ciò non sembra riferirsi alla forza fisica. Ma se oggi lo yoga è identificato – a torto o ragione – con la pratica degli āsana, urge allora comprendere in cosa differisce la pratica degli āsana da altri tipi di esercizio fisico. Ecco alcuni punti che marcano le principali differenze:

  1. Mentre l’attività fisica ha come obiettivo il potenziamento e condizionamento muscolare, gli āsana mirano a produrre effetti sugli organi interni e sulla consapevolezza del corpo, ad esempio modificando la pressione nelle cavità interne del tronco, sviluppando la propriocezione e la viscerocezione, regolando l’attività endocrina.
  2. Lo sforzo e la contrazione muscolare sono parte integrante dell’esercizio fisico in quanto sono la base stessa per il potenziamento; nello yoga invece lo sforzo è contemplato solo in misura limitata durante la fase di apprendimento e di assunzione della posizione, mentre nella fase di mantenimento la muscolatura è rilassata (o meglio, in contrazione isometrica).
  3. Metabolismo e catabolismo sono accelerati nell’esercizio fisico, mentre nella pratica degli āsana sono rallentati, così come il consumo di ossigeno.
  4. Durante l’esercizio fisico l’attenzione può non essere richiesta in maniera esclusiva (ad esempio, parlo con il mio vicino mentre corro sul tapis roulant), oppure è diretta a ciò che ‘fa’ il corpo esternamente o all’interazione con altri; durante la pratica di un āsana la consapevolezza è rivolta all’interno, nell’osservazione del respiro e dei processi mentali, quando non si stia eseguendo una precisa tecnica respiratoria o non si stia dirigendo la concentrazione verso un’area specifica.

Il quadro non è certo esaustivo, ma basta per rendere l’idea di una differenza che oggi non sempre è chiara nemmeno agli addetti ai lavori.6Si veda per approfondimenti M.M. Gore, Anatomia e Fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli e S. Satyananda Saraswati, Asana, Prāṇāyāma, Mudra Bandha, Bihar

Tempi postmoderni

Lady-Gaga2
…non esattamente tapas

Tra la pratica degli āsana nel medioevo e la pratica degli āsana nel ventunesimo secolo sono cambiate molte cose. La madre di tutte le novità è che lo Yoga si è diffuso in tutto il mondo e viene praticato da milioni di persone non solo come disciplina con finalità strettamente spirituali, ma anche e soprattutto per migliorare il benessere, la forma fisica, o come forma di terapia. Discorrere su come e perché ciò sia accaduto sarebbe molto interessante, ma ci porterebbe molto lontano e richiederebbe spazi appositi.

Accontentiamoci per il momento di considerare che è bene esentarsi dall’esprimere giudizi di valore sulle aspirazioni dei suoi praticanti, perché spesso tali aspirazioni non sono quello che sembrano, nel male ma anche e soprattutto nel bene.

Intanto, però, lo yoga è diventato anche un mercato. Più che nuovi sistemi di Yoga, sono sorti innumerevoli ‘stili’, le cui differenze vertono soprattutto sulle modalità di esecuzione degli āsana e sui metodi per arrivare ad eseguirle.

A Trimulai Krishnamacharia si deve gran parte dello yoga contemporaneo, sia per i suoi insegnamenti, sia per essere stato il maestro, tra gli altri, di Patthabi Jois e di B.K.S. Iyengar.
A Tirumalai Krishnamacharya si deve gran parte dello yoga contemporaneo, sia per i suoi insegnamenti, sia per essere stato il maestro, tra gli altri, di Patthabi Jois e di B.K.S. Iyengar.

Si è molto dibattuto negli ultimi vent’anni su quanto la pratica odierna debba a una tradizione yogica “autentica” e quanto invece abbia risentito delle pratiche in uso presso militari, ginnasti e lottatori indiani, oltre che delle pratiche ginniche diffuse in europa e in America tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, le quali condividevano spesso aspirazioni ‘spirituali’. Mark Singleton e il meno noto N.E. Sjoman hanno indagato ampiamente questo argomento, con ricchezza documentale, ma anche questo argomento meriterebbe di essere trattato a parte.7N.E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace, Abhinav Publications, 1996

M. Singleton, The Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, Oxford University Press USA

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Sicuramente, lo Yoga moderno sembra presentare due novità di rilievo rispetto alla pratica degli āsana: la prima è lo sviluppo di diversi āsana rafforzativi, soprattutto a base in piedi; la seconda è l’utilizzo di sequenze in movimento, prima fra tutte il Surya Namaskar (il saluto al Sole), che sarebbe stato inventato nel 1929 dal raja Pratinidhi Pant di Aundh, nell’ambito del suo programma di salute pubblica e di educazione fisica.8S. Reddy, Modern Postural Yoga, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159

E proprio il caso del Surya Namaskar sarebbe emblematico: in seguito all’enorme successo della pubblicazione di Pratinidhi Pant illustrava la sequenza, la pratica del “saluto al sole” non solo è entrata nella routine della pratica yogica, ma in alcune scuole è stata associata a un’antica pratica di venerazione del sole attraverso un complesso sistema di recitazione di mantra che risale veramente all’epoca vedica. 9Ad esempio, nel Satyananda Yoga: http://www.yogamag.net/archives/2006/emay06/sn.shtml Per cui, quando ci sentiamo dire che il saluto al sole affonda le radici nell’antichità, si dice qualcosa di vero e di falso allo stesso tempo.

Ma il fatto che lo Yoga sia soggetto a mutamenti è fuori di discussione ed è un falso problema: come abbiamo visto, lo è sempre stato. Se è quindi vero che lo Yoga contemporaneo, nelle sue forme e nei suoi ibridi più commercializzati, possa degradarsi a forme di fitness poco distinguibili da ‘prodotti’ simili presenti sul mercato, al tempo stesso esiste anche la tendenza inversa, ovvero la capacità di trasformare in Yoga anche le pratiche e gli influssi più eterogenei.

Del resto, vorrei concludere con una citazione dello stesso Sjoman. Una tradizione basata sulla performance piuttosto che sull’ortodossia a dei testi, è per forza di cose dinamica, soggetta a trasformazioni, la cui conoscenza

non insegna un contenuto oggetto, ma un metodo di apprendimento, una guida per correggere il pensiero. Nel caso dello yoga, insegna una risposta fisica. In realtà, gli āsana yoga sembrano essere un tipo di risposta fisica talmente potente che è sopravvissuta e ha prosperato anche attraverso enormi follie. […]
Che dire delle origini storiche di alcuni degli āsana – per esempio la viparitacakrāsana, che sembra non avere alcun fondamento nello yoga, ma è stata presa dalla ginnastica? Dal punto di vista yogico di definizione funzionale, niente ha il diritto di essere chiamato un āsana in sé.
Qualcuno che fa un āsana tradizionalmente accettata può eseguirla nel modo in cui la farebbe un sollevatore di pesi “muscolo-contrattore”, o può farla simbolicamente aspettandosi qualche vantaggio spirituale dall’assumere quella forma particolare.
In nessuno dei casi rientra nel campo di applicazione della definizione – abbandono dello sforzo, equilibrio e trascendenza. Il movimento che in origine era ginnico è compiuto in modo diverso da un ginnasta e diversamente da uno studente di yoga che ha lavorato con il suo corpo, i suoi schemi consci e inconsci di movimento muscolare. 10Sjoman, p.61

Per concludere

Abbiamo visto, in questo lungo articolo, la definizione di Patanjali di un unico āsana che al tempo stesso contiene tutte gli altri āsana che furono introdotte in seguito. Abbiamo accennato alle austerità praticate degli asceti, prima che divenissero āsana anch’esse, e il cedere oltre il senso dei propri confini. Abbiamo visto il principio di trasmutazione dell’haṭhayoga delle origini. E, infine, la capacità di trasformazione dello Yoga stesso, attraverso il contatto con il mondo moderno al di là dei confini entro cui si è sviluppato. In modo non sempre riuscito, certo, ma le assurdità e le contraddizioni hanno sempre un potenziale evolutivo.

Lo Yoga, come principio di unione, è al tempo stesso dentro tutto questo e trascende tutto questo. L‘intero può e deve essere trovato in ogni sua parte e al tempo stesso ogni sua parte, se dissezionata e separata, non contiene nulla dell’intero.

Ritengo che gli āsana, insomma, malgrado tutto quello che oggi sappiamo su di esse anche sotto il profilo scientifico, conservino il principio attivo nella misura in cui conservano lati d’ombra, di enigma.  “La conoscenza di ciò non è mai esistita nel passato né esisterà nel futuro”: sono parole contenute nella Yoga Chudamani Upanishad e riferite al mantra del respiro, proprio il respiro in cui occorrerebbe lasciar assorbire la propria consapevolezza durante durante l’esecuzione di āsana.

Qualcosa che non è mai esistita in passato né esisterà nel futuro, ma è solo ora: quale migliore non-definizione di ciò che si può trovare dello Yoga anche, sì, anche in una semplice postura fisica.

Sivananda Saraswati ha avuto grande influenza nella diffusione dello Yoga al di fuori dell'India nella sua dimensione "posturale".
Sivananda Saraswati ha avuto grande influenza nella diffusione dello Yoga nel mondo intero nella sua dimensione “posturale”.  “Il testo della Divine Life Society Sivananda, Biography of a Modern Sage, contiene alcune interessanti fotografie di Sivananda nell’atto di praticare āsana nell’ultimo periodo della sua vita” scrive Peter Connolli (Il pensiero Yoga, Red) “Nessuna può essere definita ‘perfetta’. Il fatto di eseguirle era, pare, più importante del risultato”.

Note[+]

Note
↑1 Yoga Sutra, I, II
↑2 J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body
↑3 The Meaning of haṭha in Early Haṭhayoga, Jason Birch, Journal of the American Oriental Society ,Vol. 131, No. 4 (October-December 2011) , pp. 527-554 Published by: American Oriental Society Stable URL: http://www.jstor.org/stable/41440511
↑4 È del resto suggestiva l’ipotesi secondo cui l’apparire dell’haṭhayoga sarebbe correlato alla decadenza del Buddhismo in India. Il Buddhismo classico, infatti, predilige  un approccio principalmente etico e psicologico alla dimensione spirituale. A questo influsso sembra non sia sfuggito nemmeno Patanjali: “As a result of Buddha’s popularity, meditation became the main form of spiritual practice on the entire subcontinent. However, the preparatory practices were ignored. Ethics and morality were very much overemphasized. It was at this time that the thinkers of India began to reassess Buddha’s system.
Indians believe that meditation is the highest path, but they disagree on one point – that one can start meditation immediately. Instead they believe one has to prepare oneself.[…]
It was at this time that Matsyendranath founded the Nath cult which believed that, before taking to the practices of meditation, you must purify the body and its elements. This is the theme of haṭhayoga.” Swami Muktibodhananda, haṭhayoga Pradipika (introduzione), Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India
↑5 La posizione che vanta la più antica attestazione sembra essere mayurāsana, la posizione del pavone, che vedremo più avanti: The peacock posture, mayurāsana, has the oldest heritage. Its description in the Light on Hatha is taken from a thirteenth- or fourteenth-century yoga manual composed in a Vaishnava milieu,
i.e., among followers of the Hindu god Vishnu, but can be traced back through other Vaishnava texts to one from approximately the ninth century.” (J. Mallinson – D. Diamond, “Asana”, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159)
↑6 Si veda per approfondimenti M.M. Gore, Anatomia e Fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli e S. Satyananda Saraswati, Asana, Prāṇāyāma, Mudra Bandha, Bihar
↑7 N.E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace, Abhinav Publications, 1996

M. Singleton, The Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, Oxford University Press USA

↑8 S. Reddy, Modern Postural Yoga, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159
↑9 Ad esempio, nel Satyananda Yoga: http://www.yogamag.net/archives/2006/emay06/sn.shtml
↑10 Sjoman, p.61
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