• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Facebook
  • Instagram

info@zenon.it | tel. 3492462987

  • Home
  • Corsi
    • Tutti i corsi e gli orari
    • Yoga
      • Yoga (lezioni collettive)
      • Yoga: lezioni e percorsi individuali (a Novara e online)
      • Respirazione – Pranayama
      • Yoga: cose da sapere (FAQ)
    • Meditazione
    • Yoga in gravidanza
    • Attività post parto
    • Qi Gong e Taijiquan
    • Functional Training
    • Ginnastica funzionale adattata
  • Eventi
  • Chi siamo
  • Blog
    • Yoga
    • Yoga in gravidanza
    • Meditazione
    • Qi gong
    • Pratiche
    • Taoismo
    • Interviste
  • Contatti

filosofia

Cosa si sta facendo al corso insegnanti di Zénon?

16 Gennaio 2025 by Zénon Lascia un commento

Vediamo i temi affrontati nel primo quadrimestre di lezioni del corso biennale per insegnanti di yoga (alcune delle quali erano parte dei cicli Yogasana, aperti anche ai partecipanti esterni), assieme ai docenti, che qui compaiono in ordine rigorosamente di apparizione.

1. Ma lo yoga non serviva ad arrestare le fluttuazioni della mente?

Francesco Vignotto, insegnante di yoga, ha trasposto nella pratica diversi argomenti trattati teoricamente dai relatori; ha illustrato i fini e le tecniche dello yoga e come si sono evolute fino a noi; ci ha invitato a riflettere sulla definizione classica di yoga come arresto delle fluttuazioni mentali (una azione o un evento?) e su come contestualizzarla in una pratica prevalentemente posturale quale è quella odierna; ha fornito i primi rudimenti di fisiologia della respirazione yogica e di didattica del respiro consapevole. Infine, ha affrontato, nella pratica e nella teoria, il tema del radicamento.

2. Self/non self e risposta immunitaria, intenzione e volontà, alto e basso

Marco Invernizzi, Professore Ordinario UPO, agopuntore e insegnante di Qi Gong, ha parlato del rapporto tra sistema immunitario e pratiche psicofisiche, di chinesiologia delle articolazioni e delle pratiche taoiste per mantenerle in buona salute. Ci ha inoltre insegnato come muoverci a partire dall’intenzione e non dalla forza muscolare secondo la Tradizione Cinese e come armonizzare l’alto e il basso nella pratica.

3. Che cos’è la coscienza? Cosa accade nel cervello durante la meditazione?

Claudio Molinari, professore associato di Fisiologia presso l’UPO, agopuntore, nel ciclo Yogasana 9 ci ha parlato di neurofisiologia della coscienza e di cosa sappiamo, da un punto di vista neuroscientifico, sulla mente di chi medita… ma anche che il cuore comunica con il cervello in modi che sono ancora misteriosi. Presto ci parlerà di neuroni specchio e di immaginazione motoria nel ciclo Yogasana 10…

4. Il senso del tatto nello yoga

Antonella Usai, danzatrice di Bharatanatyam e insegnante di yoga, ha tenuto un seminario sulle Hasta Mudra, le mudra delle mani, offrendoci uno scorcio sulla dimensione rituale e aiutandoci a recuperare la dimensione tattile nella pratica yogica e nella vita di tutti i giorni. Ma ci ha anche offerto degli strumenti per leggere e vivere le emozioni come esperienza estetica secondo la classificazione della tradizionale indiana.

5. Corpo femminile e radicamento

Martina Bergamelli, docente di Yoga e Qi Gong, ha contestualizzato la pratica in relazione all’anatomia e alla fisiologia femminile. Nell’ambito del seminario sul radicamento, ci ha guidati nell’ascolto del piede nella posizione statica della montagna e nella camminata, introducendoci alle pratiche di Qi Gong per l’armonizzazione degli elementi Terra e Legno.

6. Contemplazione e desiderio: la gioia come origine

Gioia Lussana, docente yoga, laureata cum laude in Indologia con Raniero Gnoli e Raffaele Torella, ci ha offerto un suggestivo scorcio sulle radici contemplative dello yoga dalle origini all’India tantrica, regalandoci una splendida pratica dal Vijñānabhairava Tantra. Ha inoltre tenuto una toccante lezione sul del legame tra coscienza, desiderio ed energia vitale nell’India Religiosa, in cui ci ha sottoposto un’ipotesi inattesa: la gioia come punto di partenza a cui tornare, invece che come obiettivo da raggiungere.

7. La visione di insieme di una tradizione

Mauro Bergonzi, professore emerito presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ha svolto il primo modulo di Filosofie e Religioni dell’India, esponendo con rara sintesi alcuni concetti ricorrenti in tutto il pensiero indiano, come il karma e la liberazione dal ciclo delle rinascite, con paralleli con la mitologia e il pensiero occidentale antichi e moderni. Ci ha parlato inoltre delle fasi più remote della cultura indiana: la civiltà della Valle dell’Indo, i Veda e le Upanishad.

Da qui in poi…

Da qui in poi ci aspettano i prossimi incontri mensili (con un seminario in presenza con Gioia Lussana, a marzo), ma anche il ciclo Yogasana 10, sulla relazione tra il corpo yogico e le recenti scoperte sui neuroni specchio e sulla pratica dell’immaginazione motoria.

Inoltre, molta filosofia, molta anatomia funzionale, molta didattica e molta, molta pratica…

Leggi

Archiviato in:Articoli, Corso insegnanti di Yoga, corso insegnanti yoga, filosofia, hathayoga

Fronteggiare il caos con lo yoga: su ansia e controllo

13 Marzo 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Lo Yoga è efficace per fronteggiare l’ansia? Esistono due modi per scoprirlo. Il primo è estrapolarne una tecnica tra le tante che ci aiuti a ritrovare la calma, ma è bene sapere che è solo una tattica per guadagnare tempo, non una soluzione, e ha il pericolo di alimentare l’amara illusione di poter controllare le emozioni. Il secondo modo è scavare più a fondo negli strumenti filosofici e pratici che lo Yoga ci mette a disposizione per andare alla radice del caos e affrontarlo. In quest’ultimo caso, che è oggetto almeno a livello introduttivo di questo articolo, non bastano cinque minuti, quindi se volete mettetevi comodi.

Sulla infinitezza (Om Det Oandliga) - Un film di Roy Andersson - Ansia e controllo nello yoga

…non per quello che fai e forse malgrado

Anonimo

Ho appena visto un video, uno dei tanti, in cui un insegnante spiegava che per calmare l’ansia non è necessario fare un’ora di yoga, ma ne basta praticare una tecnica per cinque minuti, anche durante una crisi. Essendo un affezionato frequentatore del lato oscuro della mente, non ho potuto evitare di domandarmi: e se a tre minuti e trenta comincio ad accorgermi che non sta passando? Bisogna sempre fare attenzione a indicare l’orologio a chi si sente già schiacciato dagli eventi, e a creare aspettativa in chi ne è intossicato: può funzionare, occasionalmente e con sufficiente entusiasmo, ma la delusione nel medio periodo è inevitabile.

Contributi come quello appena descritto sono oggi molto popolari, complice il formato dei video brevi in cui tutto dev’essere compresso, e per necessità di cose rispecchiano lo spirito dei tempi, in cui ci piace immaginarci automi, meri esecutori di algoritmi che si suppone funzionino nel vuoto e che non vadano al di là dell’uso locale, essendo superflua – del resto non c’è tempo – ogni forma di comprensione (di cosa? ad esempio degli schemi seriali che portano inevitabilmente alla sofferenza, la quale trovando una strada sbarrata riuscirà nel tempo ovviare per altre vie: la resilienza vale anche nel farsi del male).

Certo, bisogna riconoscere i buoni intenti, la volontà di essere utili anche a chi non si è ancora mai accostato alle pratiche psico-corporee, fornendo degli strumenti rapidi e alla portata di tutti. Ma anche di questo principio, su cui peraltro ci sarebbe molto da discutere (apro la valvola cinque minuti per poi tornare alla mia vita insopportabile), non sarei nemmeno troppo sicuro.

In parecchi casi, infatti, la micropratica proposta richiede in realtà delle competenze che non sono per nulla scontate nel neofita, e che implicano un certo grado di interiorizzazione e di pratica, un orecchio quasi musicale che in pochi minuti, schiacciati dall’obbiettivo da raggiungere, non è possibile acquisire: ad esempio, la capacità di coordinare movimento e respiro, di regolare (cioè di prolungare e di rendere omogeneo) il respiro stesso o di trattenerlo per un numero precisato di secondi, fossero anche pochi, senza che l’inesperienza e la volontà di dominio non peggiorino le cose.

La capacità, o l’incapacità, insomma, di controllo sul proprio corpo e sulle funzioni vitali, se male intesa o male applicata può addirittura produrre nell’ansioso un aumento dei sintomi anziché calmarli: che cos’è l’ansia se non la drammatica esperienza di non poter tenere sotto controllo ciò che sta accadendo? e, risalendo ancora più a monte, di poterlo e di doverlo tenere sotto controllo? Scendendo a valle, potremo osservare come spesso sono proprio i nostri tentativi di controllare l’incontrollabile a soffiare sul fuoco.

Contenuti

  • La posizione nell’ansia
  • Quale controllo nello yoga?
  • L’ira della Dea: fronteggiare il caos
  • Congedo
  • Bibliografia

La posizione nell’ansia

a picture of a person displaying despair surrounded with smoke - fronteggiare il caos: ansia e controllo nello yoga
Photo by Mikhail Nilov on Pexels.com

Le tecniche sono estemporanee: se cercando su Google le posizioni di yoga per l’ansia risulteranno sempre diverse, non è soltanto per superficialità dei redattori che spesso riciclano materiale già esistente, ma anche perché a dare sollievo è più spesso ciò che è stato occasionalmente mosso dalla tecnica. Il punto è proprio capovolgere lo schema mentale: pensare che l’ansia passi per aver fatto compulsivamente questo invece di quello è ancora farsi dominare dall’ansia.

Lo yoga, del resto, ha parecchio a che fare con il riconoscimento e con l’accettazione della mancanza di controllo, anzi nell’acquisire una certa disinvoltura nel lasciar correre ciò che deve camminare sulle proprie gambe, senza che per questo il mondo vada a rotoli: è l’esperienza della posizione che deve rimanere rilassata e ricettiva anche quando impegnativa; è, a maggior ragione, l’esperienza del respiro, che in quanto funzione autonoma è molto più prossimo alla Coscienza del pensiero stesso che cerca di figurarsela, la cui traduzione in ritmi predefiniti non può essere automatizzata: bisogna chiedere il permesso, al respiro, prima di prendere le redini, altrimenti si ribellerà o si darà meccanicamente, senz’anima. Una volta appurato questo, può succedere che si verifichi ciò che nell’I Ching è chiamato la preponderanza del piccolo, ovvero quando le cedevoli linee yin dominano le robuste linee yang: in questa circostanza, teoricamente sfavorevole, la tecnica serve allora per respirare poco, per impegnare poco la muscolatura, appena un’idea, ma con risonanza enorme sulla mente.

Pertanto, un suggerimento che darei per affrontare l’ansia è di dimenticarsi le tecniche-cerotto e dedicarsi in tempo di pace a coltivare spazi di attenzione e di meditazione, che sono i veri principi attivi di ogni pratica psico-corporea, indispensabili perché si ricavi, silenziosamente e al riparo dagli sguardi indiscreti, ciò che il buon Hervé Clerc chiama profondità strategica, ovvero zone in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico. Di ciò, ovviamente, non è possibile né consigliabile occuparsene mentre si è sotto attacco («Quando si è di fronte a un branco di rottweiler sguinzagliati è troppo tardi per pensare alla profondità strategica. Ci si dice solo che sarebbe bello averla»).

Condizione indispensabile per mettere in atto il suggerimento di cui sopra, è dedicarsi alle pratiche psicocorporee senza uno scopo. D’accordo, ci accostiamo perché abbiamo il mal di schiena, perché abbiamo il fiato corto, perché siamo stati abbandonati. Ma qualunque sia la lamentela, dobbiamo posarla a terra prima di entrare nella sala pratica: di tutti i principi terapeutici questo è il più portentoso.

E ora un suggerimento che mi permetto di dare agli insegnanti, da pessimo collega: il sapere che non è orientato verso il non so è profano e quindi inadatto a fronteggiare l’ignoto; non c’è una posizione o una respirazione per l’ansia, ma sicuramente si può trovare una posizione nell’ansia e un respiro nell’ansia. Chi si perde nel molteplice, lo dice la parola stessa, è perduto.

Quale controllo nello yoga?

Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin - Ansia e controllo nello yoga
Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin

Detto questo, qualcuno potrebbe obiettare che molte tecniche dello yoga prevedono di controllare e sottoporre a restrizioni il proprio corpo (l’immobilità nell’asana, le mudra), i pensieri, le azioni (yama e niyama), la muscolatura respiratoria (bandha) l’energia vitale (pranayama), e i sensi (pratyahara). Da questo punto di vista, la dimensione che più sembra appropriata è l’ascesi, ma è anche facile cadere nel tranello: se non funziona, non è stato esercitato abbastanza il controllo. Anche popolarmente, lo yoga appare come un esercizio di governo e padronanza di sé e nelle occasioni pubbliche è considerato degno di biasimo per un praticante, non sia mai un insegnante, perdere le staffe o manifestare incontinenza. Eppur tuttavia accade, forse anche perché da qualche parte le energie messe al giogo dovranno pur trovare sfogo.

Prese alla leggera – ovvero: presupponendo che yoga sia un bagaglio di tecniche acquistabili separatamente dalla comprensione – queste pratiche sono potenziali armi a doppio taglio nelle mani dell’ansioso, con cui potrà rinforzare l’illusione di controllo che è invece la radice della propria sofferenza e, al subentro dell’abitudine, arriverà il disincanto e la ricerca di un’altra tecnica ancora (se invece la tecnica porta a un certo punto a una forma di comprensione – il presentimento di un cuore che può essere espresso anche altrimenti – a un certo punto la tecnica sarà superflua).

È quindi importante comprendere quale tipo di controllo è da intendere nello yoga, e perché in questa forma di controllo molto particolare e sottile si debba inscrivere una data di scadenza.

Proprio in questi giorni, girovagando alla ricerca di ispirazione, mi è capitato un vecchio articolo di Gioia Lussana, in cui si rifletteva sui significati del fare un asana. Tra i tanti spunti interessanti su cui varrà la pena tornare in futuro, ve ne è uno proprio dedicato al caso nostro:

La radice verbale yam ha in questo senso un ruolo preminente nella prassi yogica. Termini fondamentali come yama, niyama, samyama, come pure pranayama, sono costituiti da questa radice che evidenzia la centralità dell’elemento ‘custodia’, ‘vigilanza’, ‘difesa’, ‘cura’, ‘preservazione’ che la disciplina interiore (yoga) mette in atto. Non si tratta quindi di controllo o dominio nel senso che comunemente tendiamo a dare, quanto di ‘covare’, ‘riscaldare’, ‘nutrire’, ‘proteggere’ lo stato di unificazione interna che la prassi yogica attua. Il controllo è spesso inteso come una qualità costrittiva del percorso ascetico, senza comprenderne la più vasta portata. Yam è sostenere, tenere, reggere, stabilire, non smuovere, prima e piuttosto che: tenere a bada, frenare, controllare. In ogni caso il freno che la radice verbale prevede è all’insegna del custodire/proteggere piuttosto che dell’irrigidire/bloccare. Significa mantenere il processo stabilizzato nell’alveo che ne favorisce la libera maturazione. Proprio questa difesa custodita, che può evocare l’immagine del tuorlo nell’uovo o dell’embrione nel liquido amniotico è la caratteristica dell’asana, che favorisce l’attitudine contemplativa.

Ora, questo è uno di quei casi in cui un cambio di accezione non è pura questione concettuale ma si trascrive nella carne. Naturalmente il confine tra custodire/proteggere e irrigidire/bloccare è mobile e interpretabile, ma è proprio in questa dialettica tra fluidità e contenimento delle forme che, ad esempio, la vita si preserva, cresce e giunge al suo naturale compimento. D’altro canto, è proprio attraverso un’operazione di forzatura che l’agricoltore fa sì che la pianta si sviluppi, concentri i propri nutrienti e il proprio sapore in dosi di gran lunga maggiori rispetto a quanto non accadrebbe in natura; quest’operazione non prevede tuttavia l’utilizzo della forza bruta, ma l’impiego delle proprie risorse per creare un ambiente protetto quanto basta affinché ciò accada, temporaneamente al riparo dalle intemperie e dai predatori che altrimenti dissiperebbero tali sostanze.

E allora, tornando a noi, le tecniche dello yoga servono proprio a questo: a raccogliere, custodire e nutrire le nostre energie vitali e mentali in luoghi protetti e privilegiati finché non abbiano sviluppato quelle qualità di consistenza e di stabilità per affrontare il campo aperto (si pensi a interpretare in questo senso tecniche quali i bandha come sottile controllo dei diaframmi a sostegno delle apnee, più che come contrazioni brutali da tenere con tutte le proprie forze). A quel punto, ciò che era sostenuto sostiene, ciò che era alimentato alimenta. La tranquillità non richiede più alcuno sforzo, semmai il vero sforzo lo richiederebbe spezzarla.

Si potrà dire che stiamo parlando di stato dell’arte, di eventi miracolosi che si verificano solo in momenti di grazia. Ma anche alla grazia occorre preparare il terreno, attraverso la ricerca di una misura che non può essere segnata una volta per tutte con una pietra di confine.

L’ira della Dea: fronteggiare il caos

Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest'ultimo -Ansia e controllo nello yoga
Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest’ultimo.

Per andarsene da qui
lasciarsi cadere,
lasciare cadere a terra
ogni possibile liquido

Alessandro Ceni

Il mostro è là fuori e noi sappiamo che, se ci presentiamo in queste condizioni, avrà il sopravvento. Possiamo svuotare la cassetta dei medicinali, incollarci alla bottiglia o armarci fino ai denti come nelle sceneggiature più scontate: affidarsi a una tecnica di yoga può rientrare nelle fattispecie appena elencate e in questo caso tutto accadrebbe secondo il copione, per il quale la tradizione indiana aveva un termine preciso: samsara. Il fatto è che neanche rifiutando la parte che ci è stata assegnata ci sottraiamo al moto perpetuo del divenire.

Non andrà tutto bene. Per esperienza, niente è mai andato bene perché qualcuno lo ha ripetuto come una giaculatoria. Non è una pia menzogna, ma qualcosa forse di più miserabile: è una fuga. Grandi uscite a veder le stelle sono invece avvenute di fronte alla consapevolezza che la situazione volge al peggio, che la fine è una possibilità. Ovviamente, lo è anche la follia. Tuttavia, se non si riconosce che c’è bellezza nel tremendo – a cui non a caso, dalla tragedia greca al tantrismo hindu sono associate virtù catartiche – non è possibile evadere dalla miseria della paura.

Le grandi tradizioni, l’idea stessa del Divino, la saggezza più profonda sono solo molto superficialmente dei sostegni per vivere in pace con sé stessi e al riparo da punizioni in questa o in altra vita. A un livello appena più profondo, ci istruiscono su come rapportarci col nostro nulla e con le potenze che abitano nel cosmo come nelle cellule del nostro stesso sangue. Il mostro, ammesso che sia tale, non è detto sia là fuori, ammesso che ci sia un fuori.

Come illustrato da Małgorzata Sacha in un bellissimo saggio, l’ira della dea è il mitologema che condensa nella tradizione hindu la complessa questione delle passioni e del loro potenziale distruttivo. Vale la pena quindi ricordare l’incontrollabile danza di Kali, che nella lettura tantrica è anche signora della trasformazione, non solo dell’annichilimento. La sua ira si manifesta ogni qual volta la sua volontà incontra un ostacolo, la sua energia è stata troppo a lungo compressa.

Kali calpesta il cadavere di Śiva - Ansia e  controllo nello yoga
Kali calpesta il cadavere di Śiva

Ancora più pertinenti ai temi qui trattati sono le strategie per fare fronte all’ira della dea, che rischia di distruggere i mondi: propiziazione, attraverso il sacrificio; sfida, attraverso un confronto attivo; o, infine, la resa: Śiva si getta tra i cadaveri o si trasforma in lattante risvegliando in Kali il pudore della moglie nel primo caso, l’istinto della madre nel secondo.

È quindi per una pura associazione di idee di cui mi prendo tutta la responsabilità che associo per analogia queste strategie alle tre vie (upāya) dello Sivaismo del Kasmhir medievale: la via dei mezzi (che oggi chiameremo delle tecniche), la via potenziata o dell’energia, e infine la via divina o diretta. Come ogni analogia, è imperfetta, soprattutto per quanto riguarda l’opzione mediana, ma proprio questo imperfetto combaciare arricchisce l’accostamento.

Vista sotto la luce della prima strategia, la più a portata di mano, la tecnica non cerca di controllare l’incontrollabile, ma attraverso di essa cedo una parte di me, concretamente o simbolicamente, in cambio della benevolenza della potenza distruttrice, e chiedo di rinascere (è interessante come già nel Vedanta il pranayama fosse a volte narrato in termini di rito sacrificale, in cui la mente ricopre il ruolo di officiante). Se volessimo disporre queste tre strategie su una scala gerarchica o temporale, ciò conduce quindi alla possibilità di assistere da spettatore all’onda dello sconvolgimento emotivo trovandovi il suo nucleo di pace e infine di arrendersi ad esso.

Anche se è la strategia più azzardata e impervia – ogni esitazione sarebbe fatale – la resa incondizionata provoca l’immediata cessazione del conflitto per il venir meno di ogni parte in causa: ma allora chi o cosa deve essere sacrificato, e a chi?

Congedo

Il dramma si scioglie non quando il mostro viene ucciso, perché sappiamo che ne arriveranno altri, e perché dobbiamo riconoscere che la lotta è impari; il dramma, in verità, si scioglie quando l’eroe acconsente a sacrificare il suo ruolo. Le pratiche servono in tempo di pace, perché si arrivi al giorno fatale che è ogni giorno a mani nude.

Dopo tutto questo parlare, però, manca la risposta alla domanda con cui si è concluso il paragrafo precedente, che potremmo anche riformulare: chi ha paura? e di chi o cosa ha paura? Per rispondere, ci vuole un vecchio rompiscatole come Jiddu Krishnamurti:

Mentre osservate, vi rendete conto che l’osservatore è semplicemente un fascio di idee e di ricordi senza alcuna validità o sostanza, ma vi rendete anche conto che la paura è una realtà e che voi tentate di comprendere un fatto reale con una astrazione, cosa che, naturalmente, non potete fare. Ma, in realtà, l’osservatore che dice “Ho paura” è separato dalla cosa osservata cioè dalla paura? L’osservatore è la paura e quando lo si comprende non c’è più alcuno spreco di energia nel tentativo di sbarazzarsene e l’intervallo spazio-tempo tra l’osservatore e la paura scompare. Quando vedete che siete parte della paura, che non ne siete separati che voi siete la paura allora non potete farci più niente; allora la paura giunge totalmente alla fine.

J. Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio

“Respiro solo dimenticandomi di me” scriveva molto più sinteticamente l’immenso Philippe Jaccottet, poeta recentemente scomparso, in Passeggiata sotto gli alberi, un libro che è in sé una cura proprio perché non si propone di medicare nulla: e non c’è forse migliore indicazione su come accostarsi a una pratica Yoga.

Bibliografia

  • Hervé Clerc, A Dio per la parete Nord, Adelphi, 2016
  • Gioia Lussana, I significati dell’Asana nello Yoga, 2012
  • Alessandro Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002
  • Małgorzata Sacha, “L’ira della dea”, in Passioni d’Oriente, a cura di Raffaele Torella e Giuliano Boccali, Einaudi, 2007
  • Jiddu Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio-Ubaldini, 1973
  • Philippe Jaccottet, Passeggiata sotto gli alberi, Marcos y Marcos, 2021
Leggi

Archiviato in:Articoli, filosofia, Poesia Contrassegnato con: Alessandro Ceni, ansia, Gioia Lussana, hathayoga, Hervé Clerc, Jiddu Krishnamurti, Kali, Philippe Jaccottet, tantra, yoga, yoga Novara

India immensa idea: intervista con Milo De Angelis

21 Maggio 2020 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Milo De Angelis

La linea di confine tra l’Essere e in Non-essere impressiona e spaventa l’intelletto, perché su quel confine l’intelletto scompare. Questo limite è detto il Maha Yoga. (…)
Tu devi stare su quel confine, quel limite che è detto Maha Yoga. Devi scoprire la profondità di quello stato che porta il nome di “nascita”.

Nisargadatta Maharaj

Ciò che stupisce di Milo De Angelis – ed è il motivo per cui lo interpelliamo su queste pagine – è come attraverso lo scavo poetico abbia sondato la profondità di quel confine indicato dal suo amato Nisargadatta, soglia o ferita a seconda dei punti di osservazione, senza mai perdere lo stupore di chi apre gli occhi per la prima volta, e assumendosi tutti i rischi di constatare la finitezza dell’io di fronte all’ignoto. Certo, lo fa ‘laicamente’, e forse proprio per questo con inaudita autenticità.

Tra i più importanti poeti italiani degli ultimi cinquant’anni, milanese, insegnante in un carcere di massima sicurezza, profondamente radicato nella cultura greco-latina, da sempre affascinato – anche nella pratica – dal gesto atletico e dalle arti marziali: a queste eterogenee vene biografiche e poetiche nell’opera di Milo De Angelis si affianca il vasto orizzonte del pensiero indiano, grazie non solo a un appassionato studio, come emerge da tre capitoli del suo saggio appena ristampato Poesia e destino, ma soprattutto all’urgenza di confrontarsi con un mondo inconoscibile e non delimitabile dalle categorie del pensiero, l’advaita.

E sono proprio questi “contrasti magistrali” tra una Milano suburbana, la Grecia e l’India, che ci permetteranno di parlare assieme a lui senza soluzione di continuità di campi di atletica e di infinito, di Mahābhārata e di Leopardi, di arti marziali e di Dostoevskij. Ringraziandolo per l’estrema gentilezza e la disponibilità ad approfondire con noi questi temi (ringraziamo anche Viviana Nicodemo per la foto di copertina).

 (...) Nessun uomo
saprà imbrattare la salvezza
di questa India che mi ossessiona:
non è una vela né un mantra, certo, ho già
fatto chilometri verso nord, ho già saputo
che morirò in periferia, con l'intelligenza minerale
e un gettone per tacere: ma ciò
che soffrivo non ero io, né la vetta offuscata
toglie ai viandanti lo slancio verso la civiltà.
“Ronefor”, da Terra del viso

Contenuti

  • Intervista a Milo De Angelis
  • Nota bio-bibliografica

Intervista a Milo De Angelis

Che cos’è – o cosa è stata – l’India per Milo De Angelis, soprattutto in confronto-contrasto con altri due luoghi della sua poesia: Milano e la Grecia? 

La Grecia, Milano e l’India costituiscono per la mia poesia una sorta di triangolo sacro, come quello di Pitagora. Ognuno dei tre lati percorre un determinato arco temporale: la Grecia è il passato remoto, Milano è il presente dei versi e l’India è il futuro dell’utopia, la creatura a cui tendo da sempre senza poterla raggiungere, il luogo del silenzio e dell’infinito, la sillaba in cui entra il mondo, come dice la Māṇḍūkya Upaniṣad. Non posso nemmeno immaginare la mancanza di uno dei lati. La Grecia e il suo universo regolare e circoscritto si spalanca negli abissi indiani. E dentro il terzo lato – ossia dentro l’archetipo della città – confluiscono il dramma inquieto e singolare della civiltà ellenica e il soffio cosmico di quella vedica.

Nisargadatta Maharaj - Intervista con Milo De Angelis
Nisargadatta Maharaj

Ricorre l’idea – e non solo nel pensiero indiano – che l’essenziale non possa essere espresso a parole. Qual è il rapporto tra la poesia e ciò che non può essere detto? (Nota: questa domanda mi è venuta in mente leggendo le riflessioni sull’andare a capo: “(…) una spaccatura improvvisa, incatenata a quella storia e al tempo stesso ignara di essa (…)”).1Milo De Angelis, Poesia e destino, Crocetti, 2019

Hai toccato un punto cruciale. Se l’India costituisce un luogo di infinita attrazione e al tempo stesso di infinita distanza, è proprio per la questione della parola, che in molti pensatori orientali viene svalutata o addirittura sentita come un ostacolo nel cammino verso la verità. Per me naturalmente è impensabile un universo separato dal suo alfabeto e questo lo dico in quanto poeta ma anche in quanto allievo di Lacan e del suo perentorio rifiuto di credere a una realtà non verbale, come afferma il suo celebre aforisma che definisce ciascuno di noi “un effetto del linguaggio”. Devo dire comunque che ci sono eccezioni e differenze tra le varie Upaniṣad e che i miei maestri indiani più importanti sono creature appassionate alla parola nelle sue varie forme: tagliente e affilatissima in Nisargadatta, poetica e fiabesca in Krishnanurti.

“Adesso quello che ho vissuto diventa/imprevedibile come quello che vivrò”.  Vorrei che ci parlassi del tempo, che nella tua poesia è tutt’altro che addomesticabile a un principio lineare. 

I versi che hai citato sono tra quelli che sento più biografici. Nella mia esistenza, da sempre, il passato ha avuto la violenza di una valanga che precipita nel tempo attuale, lo travolge e lo sconvolge. Tutto è così remoto da diventare imminente. Tutto è così perduto da accadere tra un istante. I tempi nella mia poesia e nelle mie giornate si intrecciano e si feriscono continuamente, ed è la violenza di questo impatto a farmi paura: passato prossimo che si fa remoto e poi trapassato e poi infinito presente, con urti, sangue e ferimenti di un tempo contro l’altro, un gioco al massacro. E oltre a questo c’è il sentimento dell’eterno. Non in senso cristiano, cioè pacificato, ma in un senso vicino a Leopardi, ateo e attonito, solitario e sbigottito di fronte alla distesa degli astri. Questo mi allontana dal mondo greco-latino e dalla sua fisica tendente alla misura, dal suo horror infiniti. E mi avvicina ancora una volta all’Oriente, che sull’eternità ha fatto precipitare la forza della sua speculazione e dei suoi miti. Ricorderò sempre le parole del Mahābhārata: “Tu mi chiedi cosa è l’eternità? Mi chiedi di farti capire la sua potenza e la sua durata? Ebbene, sappi che al di là delle ultime montagne c’è una grande pianura e in questa pianura c’è un cubo di granito di mille chilometri per lato e ogni mille anni giunge un uccellino che dà un colpo di becco a questo cubo. Ecco, quando tutto il cubo verrà disfatto, allora sarà passato un giorno dell’eternità”.

Jiddu Krishnamurti -  Intervista con Milo De Angelis
Jiddu Krishnamurti

Cosa hanno significato per te Nisargadatta Maharaj e Jiddu Krishnamurti?

Nisargadatta Maharaj ha rappresentato per me l’impossibile. Mi ha costretto a un’impresa superiore alle mie forze ma entusiasmante, mi ha portato a misurarmi con un’altissima forma di pensiero: questo sapiente di Bombay, questo umile tabaccaio illuminato compie una scalata formidabile e arriva al culmine dell’advaita-vedanta, monismo assoluto e senza concessioni, così assoluto da far impallidire Berkeley, Spinoza o qualunque forma di panteismo di nostra conoscenza. Comprendere il suo messaggio e la sua invulnerabile certezza è una sfida suprema per chiunque si sia formato sul pensiero greco-latino. E così è stato per me quando l’ho letto per la prima volta nel 1981, sfogliando le pagine limpide e al tempo stesso misteriose di Io sono Quello, che il benemerito Elémire Zolla ha fatto pubblicare in Italia2Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Rizzoli, 1981. in un periodo difficile, quando parlare di queste visioni “esoteriche” era severamente proibito dall’ideologia corrente. Quanto a Jiddu Krishnamurti, ho voluto conoscerlo di persona insieme a uno dei suoi maggiori studiosi italiani – Giovanni Turchi delle edizioni Aequilibrium – dopo avere letto La sola rivoluzione, il suo libro più poetico.3Jiddu Krishnamurti, La sola rivoluzione, Astrolabio-Ubaldini, 1973. E ho incontrato a Saanen un uomo cristallino e identico alle sue parole, capace di slanci lirici e di adesioni sensitive alle cose del mondo, specialmente nei suoi libri “monodici” (più che nei dialoghi, spesso trascritti da altri) come quello che ho citato poco fa; e in seguito, negli anni ottanta, Taccuino e Diario.

Da Quell’andarsene nel buio dei cortili

Il gesto atletico, le arti marziali, l’haṭhayoga: sono tre vie che utilizzano il corpo e che, almeno nei primi due casi, sono una presenza costante nella tua poesia. Ritieni che siano mondi inconciliabili? Penso ad esempio a “Ecco l’acrobata della notte” dove l’atleta al tempo stesso è presentato come un asceta. 

Tutt’altro che inconciliabili. C’è nella mia visione del gesto atletico un aspetto agonistico e battagliero, impegnato in una sfida con l’altro, ma c’è anche l’aspetto ascetico che tu hai detto, la solitudine e lo scavo interiore attraverso lo scavo nel corpo, come quando il funambolo amico di Zarathustra entra in uno stato di trance fuori dal tempo, dove tutto è corporeo e insieme immateriale, fisico e insieme impermanente. E l’acrobata della notte racconta questa sospensione del flusso cronologico, come le grandi figure nietzschiane del danzatore e dell’equilibrista sospeso nel vuoto.

L'idiota di Dostoevskij -  Intervista con Milo De Angelis
L’idiota di Dostoevskij

Mi ha colpito molto, ma non sorpreso, che in Poesia e destino tu abbia visto l’India nel Principe Myskin. Puoi parlarcene?

Il Principe Myskin è un uomo interamente puro, incapace di calcolo o doppiezza, portato a comprendere le verità di chi gli parla anche quando sono sepolte in una grotta profonda. Ed è un uomo capace di sorprendersi più di ogni altro, di rimanere incantato per il movimento minimo di una foglia o di un cuore umano. Questo fa di Myskin un maestro vicino all’Oriente, ossia un uomo che accoglie l’infinita varietà del mondo flettendosi come un giunco e non opponendosi frontalmente all’impatto, come insegnano le arti marziali. E tale maestria lo rende nel medesimo tempo uno Specchio dell’altro, una creatura dove ognuno di noi trova l’immagine di se stesso di fronte ai propri occhi, come intuisce Rogožin quando gli parla del suo amore folle per Nastasja Filippovna e con lui – e soltanto con lui – accetta di vegliare il suo corpo per una notte intera.

“L’infinito appare nel poco/come l’ultima nota di un grido/che si dilegua”. Forse è un po’ azzardato, ma questi versi, oltre a essere bellissimi in sé, mi sono sembrati una sorta di maturazione di quella che probabilmente è la tua chiusa più celebre: “In noi giungerà l’universo,/quel silenzio frontale dove eravamo/già stati”. Cosa ne pensi?

C’è un sotterraneo legame tra i versi di Millimetri e i versi che hai citato. In un lungo dialogo sul tema del silenzio 4Il Silenzio. Milo De Angelis intervistato da Corrado Benigni. “Doppiozero”, 21 marzo 2020. https://www.doppiozero.com/materiali/il-silenzio-intervista-con-milo-de-angelis. ho raccontato che i primi nacquero vicino a un campo di atletica dove andavo ad allenarmi per i campionati regionali. Restavo sempre colpito, guardando gli atleti del salto in alto, da quei pochi centimetri tra il corpo e l’asticella che sancivano la riuscita del loro gesto, quella minima striscia di luce che portava la buona novella del salto riuscito. Ed ecco che l’infinito si profilava già allora in un luogo piccolissimo, una manciata di atomi e di istanti, come se l’intero universo convergesse in quella fettina di spazio e la riempisse di un significato favoloso. D’altra parte è proprio della poesia dire qualcosa di immenso con un pugno di parole, concentrandole fino al loro nucleo essenziale, riunendo in una sola frase mille esperienze e mille incontri e trasformando così quella lieve entità in un tempo originario, il tempo in cui eravamo già stati.

Il tuo prossimo libro si intitola “Linea intera, linea spezzata”, puoi dirci qualcosa a riguardo (e qualcosa sul titolo)? 

Dirò innanzitutto che il titolo ha un legame con l’Oriente e si riferisce all’antica sapienza cinese dell’I Ching, il Libro dei Mutamenti, dove la figura divinatoria a noi destinata risulta da un insieme di tre linee, che possono essere intere o spezzate. Detto questo, il titolo dovrebbe poi camminare per conto suo (almeno spero) e portare con sé altre immagini, altre allusioni e altri significati, con tutto il campo simbolico percorso da un aggettivo come “intero” e da un aggettivo come “spezzato”, tanto che l’ultima sezione è dedicata alla linea interrotta di coloro che si sono tolti la vita ed è un lungo viaggio nel girone terreno e ultraterreno dei suicidi, con incontri a volte drammatici e a volte sorprendenti, portatori di verità sconosciute.

Nota bio-bibliografica

Milo De Angelis - Tutte le poesie
La raccolta di tutte le poesie uscita nel 2017

Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano e ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Somiglianze (Guanda, 1976); Millimetri (Einaudi, 1983, ristampato da Il Saggiatore nel 2013); Terra del viso (Mondadori, 1985); Distante un padre (Mondadori, 1989); Biografia sommaria (Mondadori, 1999); Tema dell’addio (Mondadori, 2005); Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010) e Incontri e agguati (Mondadori, 2015). Ha scritto un racconto fantastico (La corsa dei mantelli, Guanda, 1979, ristampato da Marcos y Marcos nel 2011) e un volume di saggi (Poesia e destino, Cappelli, 1982, ristampato da Crocetti nel 2019). Nel 2017 tutte le sue poesie sono state raccolte in un unico volume con l’aggiunta di una sezione di poesie giovanili inedite (Tutte le poesie 1969-2015, Mondadori, 2017).

Il suo prossimo libro, Linea intera, linea spezzata, è previsto per la fine di quest’anno.

Note[+]

Note
↑1 Milo De Angelis, Poesia e destino, Crocetti, 2019
↑2 Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, Rizzoli, 1981.
↑3 Jiddu Krishnamurti, La sola rivoluzione, Astrolabio-Ubaldini, 1973.
↑4 Il Silenzio. Milo De Angelis intervistato da Corrado Benigni. “Doppiozero”, 21 marzo 2020. https://www.doppiozero.com/materiali/il-silenzio-intervista-con-milo-de-angelis.
Leggi

Archiviato in:filosofia, interviste, Poesia Contrassegnato con: Dostoevskij, Elémire Zolla, I Ching, India, Jiddu Krishnamurti, Mahabharata, Milo De Angelis, Nisargadatta Maharaj

“Ma a cosa serve lo yoga?” “A riabilitare gli invalidi”

26 Febbraio 2019 by Giorgio Invernizzi 1 commento

Un osservatore alieno del traffico di una grande città concluderebbe oggi che rari esemplari umani hanno ancora le gambe, mentre la maggior parte di essi le ha sostituite con velocissime protesi a ruote che permettono di fare meglio alcune cose ma sicuramente a scapito di altre.

Noi sappiamo che in realtà non è proprio così, però sappiamo anche che una caratteristica comune degli umani e di tutti gli organismi viventi è la capacità di apprendimento che può amplificare a dismisura una abilità acquisita riducendo in proporzione la rappresentazione mentale di quelle precedenti fino alla loro estinzione.

Per questo motivo oggi, in assenza di correzioni critiche, può succedere agli umani che, tanto più corrono sicuri sulle loro ruote, tanto meno ricordano come camminare sulle proprie gambe.

Il perché di queste curiose riflessioni è presto detto: fuor di metafora volevo focalizzare l’attenzione sulla perdita della percezione del sacro nella dimensione culturale contemporanea e sui problemi emergenti.

In realtà, più che disquisire sugli aspetti filosofici del rapporto natura-cultura su cui sono già stati spesi fiumi di inchiostro, con questa metafora volevo introdurre un po’ di concretezza popolana nel sofisticato dibattito fra studiosi di yoga sulla diatriba tra yoga moderno e fonti (o pseudofonti) tradizionali.

Poiché è facile discutere nella totale incomprensione reciproca, mi sembra doveroso chiarire dall’inizio alcuni punti chiave dell’esposizione.

La concretezza popolana cui alludo è l’osservazione disincantata e talvolta irriverente della realtà quotidiana con i suoi drammi e le sue glorie, che per il ricercatore sono sempre e solo occasioni di riflessione e di conoscenza.

In quest’ottica il percorso di riflessione è sempre dalla Vita quotidiana al Libro, percorso che è sempre stato proprio del mistico immerso nella Tradizione, opposto al percorso del dotto, studioso della Tradizione, dal Libro alla Vita.

In realtà si tratta di due mestieri differenti, certo non confrontabili fra loro in una unica scala di valori, con le loro difficoltà, insidie e realizzazioni, entrambi di grande utilità sociale se ben utilizzati.

Tra le due figure oggi è forse il mistico a percepire per primo la gravità della epidemia involutiva in corso che induce nell’uomo la perdita della percezione del sacro, mentre il dotto si attarda a interrogare biblioteche vere o fasulle. La percezione del mistico, invece, lo spinge a rivolgere a tutti i benevolenti un invito pressante per trovare insieme un rimedio, riattivando il contatto con la Tradizione.

Con il termine Tradizione intendo il fiume tumultuoso e ininterrotto che scorre nella storia dell’umanità nel luogo interiore che interfaccia il mondo personale e transpersonale, il sacro e il profano, luogo di elaborazione creativa nel contatto con le forze archetipiche.

In questa accezione esiste un solo fiume che nutre la Civiltà umana con infiniti gorghi che ne segnalano la variabilità spaziotemporale, le singole tradizioni che il dotto giustamente indaga con lo studio comparato dei libri storici.

Come nella metafora iniziale sull’uso delle ruote che atrofizza la natura delle gambe, possiamo considerare la perdita della percezione del sacro la malattia involutiva che origina dal trauma di amputazione della Tradizione dalla coscienza individuale e collettiva.

Questo trauma è il frutto di una aggressione geopolitica globale, operazione di soft power attuata mediante l’instillazione di una fideistica credenza collettiva nel futuro progressivo come valore in sé.

Ovviamente, nella stessa logica culturale, coloro che finora si sono occupati della cura hanno proposto una riabilitazione puramente sintomatica, lasciando la malattia al suo aggravamento naturale: al grave invalido spirituale è offerta solo la stampella del pensiero debole e la carrozzina del politically correct.

Da questa lettura emerge che il problema epistemologico per eccellenza è come colmare la distanza tra ognuno di noi e il fiume della Tradizione che assicura la vita, sia spirituale (evoluzione) che materiale (creatività, ricchezza).

Questa distanza è anche il segno reale del potere, personale, collettivo e transpersonale che condiziona occultamente le grandi scelte geopolitiche mondiali.

Stare completamente nel fiume della Tradizione significa sentirsi un frammento stesso della Tradizione che agisce con completezza il diritto-dovere di trasformarne continuamente l’aspetto fenomenico per renderla tessuto vivente nella quotidianità.

In questo progetto di vera riabilitazione dell’unità spirito-mente-corpo acquista senso la proposta delle pratiche psicocorporee come uno degli strumenti per riattivare la percezione del sacro, insieme a tutti gli altri strumenti conosciuti: terapia medica, arte, via spirituale come percorsi ottimali potenzialmente aperti a tutti perché tutti ora cominciano a soffrire più che a godere dello status quo globalizzato.

La particolarità dell’epoca odierna è l’approdo, quasi sempre inconsapevole ma intenso per il livello di sofferenza, di una massa critica alla soglia che innesca fenomeni sociali, politici, culturali talvolta dirompenti oltre lo status quo.

In questo scenario la discussione sulle pseudoradici delle informazioni tramandate è decisamente un aspetto non strategico ma tattico e la verifica della loro utilità è possibile solo sul campo all’interno di un progetto strategico.

Chissà se con queste riflessioni potremo finalmente rispondere alla domanda che il popolano rivolge al dotto, domanda burina finché si vuole ma profondamente vera nel cuore, ‘ma a cosa serve lo yoga?’, dichiarando apertamente ‘a riabilitare gli invalidi’.

Ed è nell’emergenza di trovare al più presto un rimedio all’invalidità spirituale che mi sento di invitare ad una maggior attenzione alla sofferenza comune l’élite intellettuale dei dotti yogici studiosi delle tradizioni, dicendo con Deng Xiaoping: non importa che sia un gatto bianco o un gatto nero, se cattura i topi è un buon gatto.

Leggi

Archiviato in:Articoli, filosofia, scienza, Yoga Contrassegnato con: yoga per cominciare

Il Paradigma Riduzionista e il Paradigma Olistico

2 Maggio 2016 by Giorgio Invernizzi 1 commento


Se vogliamo cercare di comprendere la Rivoluzione Scientifica in corso, dobbiamo partire anzitutto da quella che è oggi l’interpretazione più corrente del conflitto, l’apparente contrapposizione del Paradigma riduzionista (materialismo, neo-darwinismo) vincente per potenza economica, e del Paradigma olistico (spiritualismo, new age) arroccato in nicchie difensive.

Il termine apparente contrapposizione è volutamente provocatorio e cerco di spiegare il perché. Come facciamo ad identificare il luogo-cerniera intorno al quale ruota una Rivoluzione Scientifica? La sua caratteristica peculiare di solito è quella di essere un luogo molto turbolento e anche talvolta grossolano, assai lontano dai toni garbati della mediazione.

In realtà è un confine di inversione dei movimenti energetici fondamentali, un vortice di confine morte-nascita di due mondi che si muovono con dinamiche mentali, emozionali, materiali opposte, uno morente che si cristallizza in un crescente deficit di energia, l’altro nascente con energie esuberanti e caotiche, poco controllate.

Rispetto a questo scenario, come ho argomentato parzialmente in altro articolo (Medicina Disintegrata), la vulgata corrente che contrappone i due Paradigmi, riduzionista e olistico, non regge perché entrambi puzzano di cadavere e non si sente l’odore tipico del neonato.

Fuor di metafora, è convinzione personale che entrambi i Paradigmi stiano al di qua di una soglia di nascita che sola potrebbe esprimere un vero e proprio tsunami di creatività scientifica e tecnologica nella vita quotidiana, fenomeno che proprio non si vede.

A ulteriore conferma vediamo invece, specialmente nel mondo occidentale, continui esempi in politica, in economia, nella cultura, di apparenti contrapposizioni totali cui sottostanno patti occulti di non belligeranza costruiti sui conflitti di interesse.

Indubbiamente questa soglia nascita-morte ha sempre fatto paura all’uomo, sia che si tratti di varcarla biologicamente che culturalmente o esistenzialmente. Nell’ipotesi qui sostenuta, la soglia su cui entrambi i Paradigmi sono oggi bloccati rappresenta l’attuale limite evolutivo dell’essere umano. Su questa soglia egli consuma le sue risorse materiali e immateriali nel dilemma a favore della materia o a favore dello spirito, sottraendole a quel passaggio evolutivo che potrebbe produrre lo sviluppo di una visione unificante.

Il cuore del conflitto bloccato è la valutazione del principio ultimo di realtà, per cui nel Paradigma riduzionista esiste solo il piano materiale e quello spirituale è al massimo una sua produzione sottile, mentre nel Paradigma olistico esiste il piano spirituale che interagisce molto misteriosamente con il piano materiale. L’interazione, in larga parte fuori dalla conoscenza umana, rende impossibile definire in modo scientifico la relazione tra i due piani, quella Scienza dello Spirito che invece è ampiamente custodita nella Tradizione.

Nella coscienza contemporanea l’emergere del conflitto tra cosmogonia riduzionista e olistica causa una lesione della psiche umana, una vera e propria sindrome psichiatrica collettiva, in cui l’uomo, frammentato dalle antinomie tra le branche del sapere, perde il senso della realtà e della propria identità, quindi potere personale e creatività.

Nel tempo, il procedere del conflitto costringe entrambi i contendenti a blindarsi dedicando sempre più energie alla propria difesa in un processo che li porta a formalizzarsi come strutture religiose, vere e proprie Chiese. Con questo termine intendo, al di là delle istituzioni che si autodefiniscono come tali, tutte le strutture collettive che assumono caratteristiche formali e funzionali simili ad esse per la loro autoconservazione.

Tutte le Chiese sono infatti dotate di una cosmogonia, di una morale, di un clero e di riti di inclusione e di esclusione.

Contenuti

  • Chiesa Scientista e Paradigma riduzionista
  • Chiesa New-age e Paradigma Olistico
  • Che fare?

Chiesa Scientista e Paradigma riduzionista

bg-02_0

Il Paradigma riduzionista, sostenuto dall’imponente sviluppo tecnologico e finanziario, rappresenta una vera e propria cattedrale di pensiero omnipervasiva nel mondo attuale e al centro della sua cosmogonia sta la visione desacralizzata del mondo.

Il core-business di questo sistema è costituito da una serie di contenitori culturali soggetti a controllo totale da parte dell’establishment, chiamati evoluzionismo neo-darwiniano, neuroscienze, genomica. Essi sono considerati strategicamente sensibili per la loro proprietà di conferire all’uomo la visione di sé e del mondo, da cui derivare una morale, schemi normativi di comportamento chiamate in questo catechismo linee guida.

La difesa dei contenuti è affidata ad un clero, casta autoreferenziale costituita dagli adepti alle istituzioni scientifiche, organizzazioni nutrite e protette dal potere finanziario e politico (Università, Centri di ricerca).

L’appartenenza alla casta è regolata da riti ben codificati, rigidi meccanismi di cooptazione ed esclusione che selezionano gli individui cui conferire lo status sociale di studiosi esperti, veri e propri sacerdoti celebranti i riti culturali del sistema (Congressi scientifici, divulgazione mediatica).

La sanguinosa guerra che oppone la religione positivista a quelle perdenti devasta il pianeta da almeno trecento anni e impone al mondo la Chiesa Scientista, dotata di veri e propri fondamenti dogmatici, di un consensus particolarmente diffuso nell’umanità economicamente privilegiata, di un potere militare e politico di primaria importanza, nonché di una struttura di intelligence in grado di infiltrare e indebolire le religioni soccombenti.

Pur mimando in molti punti le religioni rivelate, la Chiesa Scientista pone a suo fondamento un principio opposto a quello da esse sostenuto: il vero dio è l’uomo fisico, signore della materia che egli può manipolare a suo piacimento con la tecnologia, celebrando i propri miracoli nei riti della divulgazione televisiva, per il popolo ignorante e consumatore.

Con l’avvento al papato di Benedetto XVI, cui non difettava profonda sapienza e lucidità filosofica, la Chiesa Cattolica è sembrata riprendersi dal morso velenoso della Chiesa Scientista che l’ha paralizzata con il veleno della fascinazione culturale e la suggestione del denaro di usura. Con voce chiara egli denunciò l’aggressione mortale all’umanità del dogma scientista, per l’equivoco sulla definizione del vivente, matrice della deriva materialista contemporanea.

Lasciando ai teologi il compito di fare chiarezza al loro interno, ritengo sia maturo anche per gli scienziati il problema della libertà di ricerca, ricominciando a criticare i fondamenti teorici ed epistemologici della scienza, con l’ambizioso progetto di ridefinire l’attuale paradigma del vivente.

Si potrebbe cominciare da una visione critica dell’attività clinica, che nel Paradigma riduzionista perde valore perché è frammentata: intorno alla sofferenza umana intervengono tre operatori, il medico, lo psicologo e il sacerdote, con competenze separate su corpo, mente e spirito. La loro separazione, quasi sempre consensuale, li confina in tre mondi convenzionali senza comunicazione reciproca, in cui si perde la visione complessa della sofferenza umana e il senso escatologico dell’evoluzione.

Il frutto più evidente in campo scientifico è il medico specialista applicato allo studio riduzionista di cellule e organi, incapace di comprendere l’insieme complesso del vivente con la sola biologia molecolare e le biotecnologie da essa derivate.

Chiesa New-age e Paradigma Olistico

holistic

Nel conflitto materia-spirito il Paradigma olistico si oppone come polo alternativo al Paradigma riduzionista, questa volta a favore dello spirito.

Da un punto di vista filosofico il Paradigma olistico sottintende una cosmogonia binaria che prevede il polo materiale della Terra e il polo spirituale del Cielo ma, avendo perso la chiave di conoscenza complessa contenuta nella Tradizione che chiariva la rete di connessione tra i due poli, la descrive sempre in modo confuso o non la descrive affatto.

A questo punto fra i due poli finisce per esserci uno spazio interpolare inesplicabile e impredicabile, privo di congetture, da cui deriva una frattura nel continuum della realtà che impedisce il progredire della conoscenza e porta acqua al mulino del riduzionismo che ha facile denuncia di questa difficoltà.

Questo spazio invece è da sempre al centro della ricerca scientifica nella Philosophia Perennis, ma i profeti della religione new age si sono occupati più di come intrattenere i turisti dell’esoterismo di massa che di cercare la Scala di Giacobbe di cui parla la Bibbia: “E sognò di vedere una scala che poggiava sulla terra e la sua cima raggiungeva il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa”. (Genesi; 28,12).

Stanza_di_eliodoro,_volta_04_scala_di_giacobbe
Raffaello Sanzio, La scala di Giacobbe

Anzi, l’interesse sembra opposto, come mostra il successo commerciale delle scuole PNL (Programmazione Neuro-Linguistica), in cui viene insegnata una sofisticata tecnologia psichica per modificare i blocchi relazionali a fini utilitaristici, ma indifferente al rapporto tra l’io personale e l’Archetipo collettivo, asse portante dell’evoluzione.

Al di là di intuizioni e affermazioni molto suggestive, i seguaci new-age finiscono col confinarsi all’interno di una visione ingenua e onnipotente di magia antropocentrica alla ricerca di un benessere consumistico, particolarmente rischiosa per la concomitanza di due fattori:

  • l’ignoranza della Philosophia Perennis, la conoscenza tradizionale che codifica l’interazione creativa con gli Archetipi, anima vivente del mondo materiale;
  • l’uso incongruo di pratiche esperienziali che la Tradizione utilizza in altro modo e che li espone in modo indifeso all’infuenza diretta del mondo archetipale (vedi Costellazioni famigliari), interazione talvolta complicata da sostanze psichicamente attive.

Che fare?

science-and-faith-2

In conclusione sembra che il conflitto tra i due Paradigmi stia in realtà avvenendo intorno alle spoglie del sacro, ucciso da tre secoli di positivismo, spoglie preziose per gli spiritualisti che le idolatrano, pericolose per i riduzionisti che le temono. La logica conseguenza di questa lettura è la necessità di schierarsi all’interno delle due Chiese, scientista od olistica, per ogni persona responsabile del proprio ruolo storico attuale.

Ma forse è una lettura troppo limitata ed è possibile che il fronte della Rivoluzione Scientifica possa essere altrove, per cui la mia analisi punta in un’altra direzione. Tornando all’immagine del vortice morte – nascita richiamato in precedenza, è in questa direzione che si sente il rumore del cambiamento, come capita in prossimità delle cascate scendendo le rapide del fiume. È questo vortice il luogo turbolento e non politically correct dove si consuma la distruzione-costruzione di un mondo che è al di là della nostra immaginazione.

Al di qua cogliamo solo i segnali indiretti come l’attrito generato dalla perdita del sacro e l’arruolamento nelle due chiese che rende tutti i contendenti perdenti totali, nello stallo evolutivo e nella dispersione delle risorse.

Il punto critico del cambiamento verte oggi non tanto sull’esistenza oggettiva del sacro ma sul superamento dei limiti personali e collettivi che ne bloccano la conoscenza e il passaggio da questa soglia riguarda la paura della morte che impedisce all’uomo di nascere integrato alla luce trascendente nella vita quotidiana.

Ma cosa c’è al di là? Sicuramente il futuro evolutivo dell’umanità e, a coloro che sono disposti ad abbandonare il conflitto sulle spoglie residuali del sacro per varcarne la soglia, la Tradizione offre il suo veicolo, il Paradigma Alchemico, tesoro di conoscenza e di pratiche esperienziali, a cui conviene accostarsi più spogliandosi che acquisendo ornamenti culturali.

Ma di questo prezioso strumento di viaggio, antichissimo e terribilmente innovativo, parleremo nei prossimi articoli (Il Paradigma Alchemico).

Leggi

Archiviato in:highlights, filosofia, scienza Contrassegnato con: costellazioni familiari, sacro, scienza, spiritualità

Il concetto del sacro

27 Aprile 2016 by Giorgio Invernizzi 2 commenti


Nella Tradizione il concetto del sacro rappresenta l’istruzione primordiale che completa quella della proprietà privata: l’uomo non è il proprietario delle risorse mentali, emozionali e materiali che trova dentro e fuori di sé, ma solo l’amministratore. Come succede all’interno di un’azienda, il tentativo di eliminazione del proprietario da parte dell’amministratore può portare a gravi conflitti e al danneggiamento dei beni amministrati.

Nella Tradizione esisteva uno spazio di grande valore dedicato a una serie di attività umane non direttamente produttive o ludiche come meditazione, preghiera, canti liturgici, yoga, arti marziali miranti alla crescita personale trascendente e all’armonizzazione del sistema corpo-mente nella dimensione sacra.

Negli ultimi tre secoli la civiltà occidentale sponsorizzata dagli imperi commerciali ha appiattito la visione del mondo con l’espulsione del sacro, inteso come evidenza dello spirito nella materia. L’operazione è stata condotta su vari fronti, negando o svalutando gli aspetti spirituali nella cultura, nell’arte, nella scienza attraverso una complessa strategia di soft power che ha infiltrato poco per volta le organizzazioni culturali, scientifiche, religiose, ma l’attacco sicuramente più letale è stato distorcere quel tipo di esperienze che nella Tradizione introducevano armoniosamente le persone alla percezione degli elementi soprasensibili nel mondo sensibile.

Così poco per volta, spesso con il supporto di droghe psicoattive, di musica dissonante o di messaggi mediatici subliminali, è stato distorto il modello percettivo che permetteva di accedere all’interfaccia tra mondo visibile e invisibile e, raggiunta la massa critica di diffusione, questo processo ha assunto le caratteristiche del contagio virale.

Il modello percettivo desacralizzato diventato virale ha reso obsoleta e ridicola la conoscenza millenaria tramandata dalla Tradizione che con le sue pratiche psicocorporee conteneva la percezione codificata del mondo invisibile, salvando di esse solo alcuni aspetti folkloristici facilmente commerciabili in area consumistica.

La perdita della percezione codificata del mondo invisibile, vera e propria scienza dello spirito che le Tradizioni coltivavano all’interno dell’esperienza artistica, scientifica e religiosa, porta ad un inaridimento del fiume di informazioni che ci arriva dal Mondo Archetipico, cui hanno sempre attinto soprattutto artisti, scienziati e profeti. E, dopo il danno la beffa, la scienza contemporanea mostra questo stesso letto arido e prosciugato come prova di evidenza che il senso del sacro non ha un luogo in cui esistere e perciò, in definitiva, è un inganno.

L’aspetto truffaldino di questa procedura epistemologica è una specie di gioco delle tre carte tra soggettivo e oggettivo: in pratica è come se, rompendo soggettivamente l’interruttore della luce (senza che si sappia) posso sostenere oggettivamente che la luce non c’è e a questo assioma do il nome di Scienza. In pratica tutto questo sta in piedi fino a che non sorge il dubbio che qualcuno abbia rotto l’interruttore e, soprattutto, che si possa riparare.

Poiché solitamente noi vediamo solo ciò che vogliamo vedere, dal punto di vista neurofisiologico possiamo dire che lo scettico del CICAP che si chiude nello spazio materiale e il mistico che dialoga con gli Archetipi esercitano la potenza della loro mente allo stesso modo, uno per chiudere, l’altro per aprire un processo cognitivo attraverso una modificazione del proprio stato di coscienza. Anche se sembra impossibile, è proprio così, l’acquisizione o la perdita di modelli percettivi al di fuori della percezione pentasensoriale (i comuni cinque sensi) segue lo stesso processo cognitivo e il risultato è sempre proporzionale alla costanza e alla correttezza della pratica.

Al di là della dinamica neurofisiologica comune è però piuttosto evidente che il risultato finale in termini di libertà e di potere personale è diametralmente opposto ed ognuno coglie i frutti personali di ciò che ha seminato.

Dal punto di vista storico, che valuta gli atti e le loro conseguenze, lo stato di coscienza desacralizzato appare il frutto avvelenato della conquista di una civiltà predatoria che aggredisce la libertà e il potere personale di individui appartenenti a civiltà perdenti fino a raggiungere una massa critica che permette di soggiogare definitivamente intere popolazioni.

Lo strumento principe della dominanza è il soft power, gestito mediante il terrore, la corruzione e la manipolazione di massa e la conquista è possibile solo con la perdita dei valori tradizionali della civiltà che, senza radici, diventa fragile e indifesa.

È evidente che al di là degli aspetti storici e geoeconomici di questa vicenda globale, alla radice c’è sempre un conflitto tra Paradigmi Scientifici sulla visione del mondo, ma ogni cosmogonia (la descrizione del mondo) presuppone una epistemologia, gli strumenti e i metodi di conoscenza che di volta in volta sono usati e che in fondo da quest’ultima dipende la conferma di quella.

In un prossimo articolo cercherò di approfondire la conoscenza dei Paradigmi Scientifici che oggi si fronteggiano in campo (Paradigma riduzionistico e Paradigma olistico).

Leggi

Archiviato in:filosofia, scienza Contrassegnato con: sacro, scienza

  • Pagina 1
  • Pagina 2
  • Vai alla pagina successiva »

Copyright © 2022 – Zénon Associazione Sportiva Dilettantistica via XXIII marzo 1849, 17 28100 Novara C. F. 94088150035 Privacy Policy. Termini e condizioni

Zénon Yoga Novara

Centro di yoga, meditazione, Qi Gong e Taijiquan. Corsi per ogni età e ogni livello.

info@zenon.it
Via Ventiré marzo 17 Novara, 28100
lunedì10:00 – 20:00
martedì, venerdì10:00 – 20:10
mercoledì10:00 – 20:40
giovedì10:00 – 19:00
sabato10:00 – 12:00
+393492462987

Contattaci su Whatsapp