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Francesco Vignotto

Insegnante di yoga è chi l’insegnante di yoga fa

18 Luglio 2024 by Francesco Vignotto 2 commenti

Quando si diventa insegnanti di yoga? Il giorno in cui ricevi un attestato con un numero di ore? Prosegue la riflessione su cosa significa essere insegnanti oggi, in un mondo in cui sempre più persone sono ‘certificate’.

Qualche mese fa ho ricevuto una proposta di collaborazione presso il nostro centro, non importa tanto per quale attività, quanto il fatto che l’email di presentazione conteneva in allegato il diploma, conseguito il giorno stesso dell’invio.

Questi ultimi due dettagli mi hanno fatto riflettere, in primo luogo perché non mi sarei mai sognato di chiedere al mittente se avesse un certificato per l’attività che mi proponeva, né avrei chiesto di vedere con i miei occhi il pezzo di carta; in secondo luogo, perché ormai sembra naturale dover avere un diploma per fare qualsiasi cosa, e soprattutto è ormai automatico sentirsi legittimati a farlo dal giorno in cui lo si riceve.

Nel caso dei diplomi più ambiti, come pare essere quello da insegnante di yoga, il conseguimento sembra essere qualcosa di più: la possibilità di essere qualcuno, non semplicemente di appartenere a una categoria, o ricoprire un ruolo e svolgere modestamente ma con risonanza una funzione.

Del resto i percorsi per arrivarci, dalla chiamata alle armi alla foto finale di gruppo con il pezzo di carta, sono consciamente e inconsciamente progettati per questo. Che poi questo essere qualcuno sia molto spesso una etichetta di una lunga stringa di frammenti identitari estremamente volatili e intercambiabili fra loro, ma presi terribilmente sul serio per un battito di ciglia, è altro discorso che lasciamo volentieri a persone esperte in materia di psicologia sociale.

Ma per fortuna tutto questo, almeno nello yoga, riguarda la schiuma, e come ogni bolla, anche quella degli insegnanti di yoga certificati ovunque sarà destinata a sbocciare dissolvendosi nell’aria, senza grandi traumi per le acque profonde.

È anzi proprio parlando con persone che hanno già fatto fronte a una certa disillusione che mi capita di incontrare i soggetti più interessanti. In alcuni casi, si tratta di persone che hanno già alle spalle una formazione di parecchie centinaia di ore nominali, eppure riconoscono che il distintivo non ha fornito loro l’essenziale; altre, a fronte di un interesse verticale per lo yoga, si sono trovate a insegnare perché le circostanze lo hanno richiesto, senza aspettare che qualcuno desse loro il permesso e al tempo stesso senza averlo granché agognato.

In entrambi i casi, ad affascinare è proprio il senso di insoddisfazione, la consapevolezza che le risposte non posso essere ricevute da altri, per quanto autorevoli, e che nessun assioma scolpito nella pietra può avere l’ultima parola sul potere infinitamente generativo della realtà.

Proprio una di queste persone, qualche settimana fa, mi ha confessato con un certo imbarazzo di come, sempre studiando e sempre alle ricerca di risposte su come interagire con i propri allievi e con i loro problemi, non avesse quasi più il tempo per una pratica sua personale.

È qui invece che, le ho ribattuto, si riconosce il vero insegnante: quando non pratichi più per te soltanto, ma la tua pratica diventa una esplorazione senza fine per comprendere come percepisce il mondo l’allieva con la fibromialgia od operata al seno, quello col Parkinson e quello che soffre di attacchi d’ansia. Ovviamente non lo comprenderai mai del tutto, ma il saper essere testimone è ancora più importante delle strategie che proporrai.

Cominci ad essere insegnante, rifletto ancora, quando inizi a studiare mettendo in discussione anche il tuo imprinting, poco preoccupandoti di ricevere attestati o di trovare una platea per esibire il tuo sapere. Quando in un movimento avverti appena la zona lombare e ti domandi se con una discopatia anche quella minuscola goccia potrebbe far traboccare il vaso, e tra il salvare la forma letterale o preservare l’essenziale, non hai dubbi che sceglierai l’essenziale.

Quando, infine, capisci che non c’è pratica personale e pratica per o con altri, che non esiste la tua energia e quella di altri, perché o ci abbeveriamo tutti alla stessa improsciugabile fonte o è un impostura, l’unica differenza è conoscere e saper mostrare accessi più sgombri da detriti di altri, saper aiutare a smurarne l’acqua, anche in apparente assenza di qualsiasi breccia: ecco il momento in cui diventi insegnante. Il giorno in cui ricevi il diploma è troppo tardi.

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Perché vuoi diventare insegnante di yoga?

30 Maggio 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Perché tanti corsi di formazione e perché tutti – almeno così sembra oggi – vogliono diventare insegnanti di yoga?

Dobbiamo fare i conti con la coscienza: di fronte al proliferare di scuole per insegnanti di yoga e alla produzione industriale di diplomi, per anni abbiamo reagito con un’alzata di braccia e ripetendo che ormai sono più gli insegnanti che i praticanti. Ma, si sa, ogni ironia oggi diventa molto velocemente luogo comune, soprattutto di fronte a una corrente che si ingrossa sempre di più, incurante delle battute di chi si ritiene superiore e intanto se ne rimane con le mani in mano.

Per cui, anche se a giudicare da certi curriculum cronologicamente molto compressi, lo yoga appare oggi in effetti come “quella cosa che tutti vogliono insegnare e ben pochi praticare” – ci sia concessa un’ultima battuta – abbiamo maturato infine la decisione di allestire anche noi un percorso per diventare insegnanti.

Se così deve essere, almeno lanciamo una proposta a modo nostro, obliqua, in cui la parola yoga sia un crocevia e non un recinto riservato a una certa identità sottoculturale, fatta di stereotipi, di gergo e umorismo per iniziati, di tanti stili cosmeticamente diversi ma in fondo tutti uniformi nel posporre le questioni centrali, dando per scontato che l’arresto delle fluttuazioni della mente sia un’eventualità fuori portata e che peraltro non interessa nessuno (parliamo ovviamente di yoga industriale, non dei tantissimi artigiani che con umiltà svolgono il loro lavoro alla larga dagli scaffali dei supermercati, e che sicuramente offrono già occasioni di formazione per insegnanti ben più valide della nostra).

Una proposta, quella che vorremmo lanciare, in cui il sapere non sia semplicemente nozione da inoculare in vista del questionario finale, ma possibilità di incarnare consapevolmente uno dei molteplici aspetti in cui la trama del reale si rivela, seguendo sì le ispirazioni che provengono da India e dintorni, ma con la consapevolezza tuttavia della nostra identità culturale e del nostro tempo.

Soprattutto, una proposta riservata a poche persone – non numeri – e motivate, curiose e desiderose più di scoprire che di aggiungere alla propria collezione di diplomi un ennesimo pezzo di carta. Pezzo di carta che, qualunque cifra e qualunque marchio rechi in effige (nonostante certi retropensieri ben radicati nell’inconscio collettivo del settore), non conferisce in sé alcuna abilitazione o autorità legale, né intellettuale, né spirituale.

Né alcuna certificazione – spiace deludere anche gli amanti delle certezze – perché per qualunque insegnante, terminato l’apprendistato formale, comincia l’apprendistato reale sul campo, dove è solo responsabile delle sue scelte, delle risposte che, grazie a quello che avrà interiorizzato e grazie anche a una buona dose di creatività, dovrà formulare a domande che nessun manuale, nessun corso, nessuna accademia poteva prevedere, tale è la varietà di questioni e di configurazioni psico-fisiche che si presenteranno alla sua attenzione.

Ecco, e qui ci avviciniamo al cuore di questo articolo, inoltrarsi nel terreno dello yoga significa acquisire familiarità tanto con il conoscere quanto con il non conoscere: non basta socraticamente sapere di non sapere, occorre addirittura sapere non sapere. Si potrebbe anzi dire che tutta la conoscenza cosiddetta orientale converge su questo punto, ovvero sugli infiniti modi, attraverso mirabolanti stimolazioni estetiche, sensoriali e intellettuali, di formulare e preparare l’abbandono al non conoscibile, ovvero a ciò che rende ogni tradizione viva e presente.

A questo punto si impongono due domande: innanzitutto, può un corso di due anni – ma anche quattro, dieci, venti, trenta! – essere all’altezza di quanto appena espresso? Rispondere positivamente potrebbe apparire un’imperdonabile mancanza di umiltà. Ma, proprio in nome di quest’ultima, diremo che è riconoscendo la propria inadeguatezza che appaiono anche le prime fessure nella corazza dei propri limiti. E che, lungi dal volerci disfare di questi ultimi, cercheremo di fornire qualche strumento utile per rintracciare o almeno suggerire le coordinate di alcune di queste fessure, lasciando che questi spazi finalmente consapevoli facciano da sé il loro lavoro: perché uno spazio non impedito prima o poi si espande rivelando la trama vibratoria sottostante, come suggerivano – e non solo – i maestri del Kashmir medievale.

Ecco, vivere e aiutare a vivere corporalmente questo è forse un obiettivo realizzabile, un obiettivo passibilissimo di futuri aggiornamenti e ulteriori e non preventivabili sviluppi.

La seconda domanda è: a chi può essere rivolto un percorso di questo tipo? O meglio: quali requisiti deve possedere o lo rendono incompatibile, oltre ovviamente alla sintonia o meno con i sottoscritti? La domanda non è scontata e una possibile risposta deve scardinare alcuni luoghi comuni. Il che non è sempre facile.

Ad esempio, ci siamo accorti che alla chiamata alle armi dell’insegnamento rispondono di solito persone che hanno sì motivazione – a volte nemmeno a farne una professione quanto ad approfondire un percorso – ma che hanno anche qualche carta da giocare sul terreno delle abilità fisiche. Di questo non ce ne lamentiamo, per carità: lo yoga può essere anche sperimentazione corporea più spinta, purché non si finisca per voler spremere dal corpo le riposte che ci darebbe molto volentieri se solo lo si trattasse con un po’ più di gentilezza.

Ci rimane il dubbio però che una buona fetta di praticanti, dotate di altre qualità, magari mature quanto o più rispetto alle prime, non prendano nemmeno in considerazione il percorso perché hanno uno spettro di mobilità più limitato.

Se infatti lo yoga contemporaneo è stato costretto a fare i conti con la varietà di fattezze e di patologie diffuse nella popolazione (ne avevamo parlato qui) e adattarvisi, insegnarlo sembra essere ancora faccenda per chi ha un corpo da yogi(ni), o forse il suo stereotipo. L’equazione “esecutore di asana complicate=buon insegnante di yoga” è ancora difficile da scardinare: se così non fosse, nelle foto profilo sui social, gli insegnanti di yoga si fotograferebbero in posizioni più comode senza temere che non si capisca che mestiere fanno.

Ma, se è vero che per un insegnante di yoga sia utile e buona cosa poter illustrare con il proprio corpo ciò che insegna, ritenersì fit/unfit all’insegnamento su base corporea significa lasciarsi condizionare da un’idea molto limitata di cosa sia yoga, oltreché declinata dalle solite forme-pensiero che nemmeno anni di sutra imparati a memoria riescono a sradicare (come ad esempio che venire dalla danza sia per forza vantaggio).

Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di trovare il punto: quando il silenzio cala come un’ascia in un momento imprevisto della sessione, come può accadere al ritorno da una posa, cosa importa se non abbiamo ancora allungato gli ischio-cruali, se dobbiamo ancora eseguire la stessa posizione sul lato opposto o se dobbiamo completare la sequenza? Qual è allora il senso di ciò che facciamo quando facciamo yoga? Quale il senso di questo continuo acquisire certificati, di sapere cose, di saper fare cose: arrivare più ingombri o conoscere nuove strategie per slacciare le zavorre in cui di volta in volta si trasformerà ciò che riterremo di avere acquisito?

Non è forse l’insegnante di yoga colei o colui che, con i mezzi di cui dispone e gli stimoli che osa assimilare da qualsiasi occasione della vita, è in grado di assistere i propri allievi nell’affrontare questi momenti inevitabili senza soffocarli, permettendo loro anzi di sbocciare, lasciando una memoria del tutto particolare, una memoria non legata a eventi accaduti nel passato, ma a ciò che è in ogni momento presente?

Ovviamente, gioverà sapere anche cosa siano gli ischio-cruali, oltre a qualche principio di compensazione e concatenamento sequenziale, senza confondere i fini con i mezzi: ma quanto di ciò che viene oggi proposto ha realmente a cuore l’essenziale – anche sbagliando, perché a volte la sincerità delle intenzioni corregge gli strabismi e le imperizie – e quanto invece è volto a venderti un’altra maschera, altra zavorra e altre sbarre?

Ecco, eravamo persi in queste elucubrazioni quando ci arriva il parere Antonella Usai, che sarà parte del nostro corpo docenti. E ci ricorda come anni fa, entrando in contatto con il suo futuro maestro in India, fu da lui messa alla prova con provocazioni che avrebbero fatto vacillare anche i più determinati, ad esempio invitandola a intraprendere il viaggio ma lasciandola nell’incertezza di incontrarlo o meno.

Questo ci ricorda che c’è una tradizione che testa gli allievi, soprattutto valutandone le reazioni di fronte alla delusione delle aspettative, e che lo fa per comprendere se sono davvero meritevoli di accedere alla conoscenza e soprattutto se la utilizzeranno realmente per aiutare o per fini egoici (e se la prima eventualità non sia in realtà una maschera della seconda).

Certo, conveniamo tutti che, nella porzione di mondo e nell’epoca in cui viviamo, difficilmente queste modalità sono adottabili, per ragioni che non vale nemmeno la pena di spiegare qui. Però possono servire da invito a una ispezione più approfondita sui propri reali moventi: perché vogliamo diventare insegnanti di yoga, al di là dei sogni di farne un mestiere e di vivere facendo qualcosa che ci piace (illudendoci pertanto parecchio e non avendo ancora varcato la bolla della propria egoicità)? E perché in così tanti vogliono questo?

Mettiamola così: e se quella che stanno cercando di venderti come una bacchetta magica capace di realizzare tutti i tuoi desideri fosse in realtà il proverbiale cerino in mano, che non solo ti scotterà ma ti costringerà a rimettere in discussione ciò che desideri e chi lo desidera? (Ammesso, ovviamente, che avrai l’avventura di indagare il desiderio stesso fino alla sua fonte).

Fare yoga una o due volte la settimana è carino e non fa male a nessuno. Ma il bianconiglio che ti attende nella tana è feroce e può scorticarti, sottoporti a dolorose rese dei conti come a miracolosi e insperati ricongiungimenti. Bene, se accetti questa possibilità senza che la tua motivazione venga meno, allora puoi passare alla domanda successiva.

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La terra appartiene a chi l’ha abbandonata. Un ricordo di Giovanni

6 Ottobre 2023 by Francesco Vignotto 2 commenti

Ieri è venuto a farci visita Ottavio. Ottavio è lo zio di Giovanni, un nostro allievo, ma soprattutto un amico, che è venuto a mancare questa estate dopo una malattia che è durata cinque anni, quasi la totalità del tempo che ha trascorso con noi. 

Giovanni era una persona difficile da non notare, per quanto fosse schivo e introverso. Forse, si notava anzi per la sua compostezza, così rara, la sua capacità di stare dove si è. Qui da noi è anche impossibile non imbattersi in qualche segno del suo passaggio, uno dei tanti regali che ha lasciato in questo luogo: un busto del Buddha (a cui Ottavio ha aggiunto un’altra splendida statua), una pietra, un portaincensi, un origami.

Ma il fatto era anche questo, al di là della perdita di un giovane uomo di soli 29 anni, malato di tumore dall’età di 25: ben prima della malattia, Giovanni aveva uno slancio verso lo spirito, una determinazione, ma soprattutto una purezza che è davvero difficile trovare, soprattutto oggi.

Mi viene da pensare, ma ammetto la crudele arbitrarietà di questa sensazione, che ci dev’essere qualche rapporto tra animi come il suo e la rapida intensità delle loro esistenze. Quello slancio Giovanni non l’ha perso durante questi anni, anzi: era un ragazzo che non riusciva a trovare un posto in questo mondo, mi racconta Ottavio, con la malattia l’ha paradossalmente incontrato. 

Io e Ottavio ci guardiamo da un lato all’altro del tavolo, o meglio i nostri sguardi solo occasionalmente si incontrano, ma è perché sappiamo, e Giovanni sapeva, che certe aspirazioni hanno a volte un prezzo altissimo, più alto è il dono, che è tale proprio in quanto non toglie nemmeno un grammo al dolore e allo strazio umano, lo lascia – o lo prende – per quel che è, non cerca di ricucirlo.

Non ho mai sentito Giovanni lamentarsi del suo destino. Per quello che stava accadendo al mondo, per la direzione ostinata e contraria rispetto a ciò che avvertiva come autentico, quello sì. Questo non significa che andasse incontro alla sua sorte con rassegnazione e fatalismo: Giovanni ha fatto fino all’ultimo ciò che poteva – e che con ferma convinzione nel suo cuore sentiva – per prendersi cura di sé, ma soprattutto per trascorrere il tempo che gli rimaneva in modo degno e cosciente: lo ha fatto anche, lo scorso dicembre, laureandosi in filosofia con il massimo dei voti – e mai espressione formale è stata più appropriata anche nell’essenza – proprio appena dopo aver saputo che il meccanismo della fine, così incombente ma sospeso in questi anni, aveva accelerato la sua corsa verso il compimento.

Ogni tanto mi viene da dire qualcosa, e mi accorgo di rivolgermi interiormente a lui, gli chiederei ancora un parere, come nelle lunghe conversazioni prima o dopo lezione, quando si presentava qui con la voglia di parlare. Ma è nelle ore di silenzio che penso di avere imparato di più grazie a Giovanni. Abbiamo passato, io e lui, spesso da soli, attimi sospesi tra una parola e l’altra che si sono spalancati a dismisura, hanno lasciato il segno non solo in entrambi, ma anche in questo luogo: credo che sia anche grazie a lui, e al suo esserci, se ho visto persone totalmente digiune di meditazione trovarsi assorbite in questo comune silenzio senza colpo ferire, e in questo silenzio risuonare come è nella natura di ognuno.

Ricordo il giorno in cui Giovanni mi scrisse che mi doveva parlare. Veniva a dirmi che partiva per Torino, dove andava a curarsi, dove avrebbe trovato delle persone ad accompagnarlo in quello che sapeva l’ultimo tratto di questo suo viaggio. È stata l’unica volta in cui l’ho visto cedere al pianto, lui così trattenuto. “Non pensavo così presto”, ripeteva come tra sé. L’ho abbracciato, e ho sentito tra le mie braccia il petto di un ragazzo che poteva essere mio figlio, che andava a morire.

Rileggo uno degli ultimi messaggi che ci siamo scambiati, mentre l’applicazione mi segnala l’ultimo suo accesso alle 17.06 del 20 agosto: “E sto aspettando, da sempre, che mi venga fatta Grazia, che mi sia dato guardare un po’ oltre la piccola mente e trarne sollievo”. Ma io so e lui sa, che da quella Grazia era assediato, anche quando per eccesso di slancio, mai per mancanza, mancava di accorgersene.

Ed ora, se capita a me e a chiunque l’abbia conosciuto un po’, di vedere per strada un ragazzo magro in bicicletta e di avere l’impressione che sia Giovanni che passa con la levità di un altro mondo, è anche così che finalmente il suo posto Giovanni l’ha trovato. “La terra appartiene/ a chi l’ha abbandonata”.

PS: i due versi che danno titolo a questo ricordo sono di Milo De Angelis

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Esistono emozioni negative?

18 Agosto 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Esistono emozioni negative? Statua di Swet Bhairav, Hanuman Dhoka, Kathmandu Durbar Square. Foto di  Sanish shr - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90747701

Contenuti

  • Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino
  • Ma allora esistono le emozioni negative?
  • Cogliere l’emozione al balzo
  • Nelle crepe dell’emozione
  • Post scriptum
  • Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino

Mi trovo in Trentino mentre scrivo e rivedo questo articolo. È impossibile non notare i cartelli che avvertono della presenza degli orsi e il giornale locale cavalca la paura. In paese dicono che in pochi anni la popolazione è triplicata e c’è chi li ha avvistati addirittura nelle vicinanze della Coop. Come sappiamo dalle cronache, un uomo è stato ucciso, qualcun altro “è stato graffiato”, per usare le parole di un anziano villeggiante, un simpatico ex impresario di pompe funebri ormai quasi cieco.

Nessuno nel 2023 si sognerebbe di affermare che gli orsi sono creature malvagie, ‘belve feroci’ come si sarebbe detto un tempo: se ‘graffiano’ o uccidono, reagiscono perché colti di sorpresa, o perché l’essere umano li provoca per paura o temerarietà. Paura, forse proprio perché l’orso risponde senza rimorsi alla sua natura, non temperata dalle convenzioni con cui imbellettiamo e ridirezioniamo, a volte ipocritamente, la nostra.

Sull’altro piatto della bilancia ci sono le condizioni anomale in cui la popolazione degli orsi, come quella di numerose altre specie selvatiche, è proliferata e soprattutto si è trovata sempre più in contatto con quella umana: due mondi che idealmente dovrebbero scorrere paralleli, e proprio per questo, quando l’incontro avviene, le conseguenze sono imprevedibili.

Come i nostri umori più oscuri, che crediamo confinati in qualche remota riserva, tutti speriamo di non incontrare l’orso; anche perché, per quanto ci possano preparare con istruzioni efficaci – allontanarsi lentamente senza correre, mantenere un atteggiamento passivo se aggrediti – quelle istruzioni sono quasi sempre negative, ed astenersi da una reazione è molto più difficile che fare qualcosa, anche se stupido e controproducente, come cercare di spaventarlo o di reagire, oppure – anche questo è tra l’elenco di cose da non fare – di avvicinarsi per filmarlo o fotografarlo.

(Al tempo stesso però tutti segretamente, io compreso lo confesso, coviamo il desiderio di incontrarlo. Il fatto è che non sappiamo perché, o stentiamo ad ammetterlo. Non si tratta di semplice curiosità, né fascinazione per il pericolo: c’è qualcosa nell’orso senza il quale siamo incompleti.)

La realtà è che noi non sappiamo realmente cosa faremo quando ci troveremo davanti l’orso. Ed è meglio non inorgoglirsi troppo se l’esito dell’incontro si dimostrasse per noi favorevole od onorevole: perché probabilmente non abbiamo ancora incontrato l’orso giusto.

Esistono emozioni negative? - I tre orsi, illustrazione di Arthur Rackham - http://www.gutenberg.org/etext/17034, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=562870

Ma allora esistono le emozioni negative?

Prima di suscitare comprensibili reazioni: certo che esistono le emozioni negative, se ci riferiamo a quelle emozioni che provocano sofferenza. Una sofferenza a volte latente e a bassa intensità, che si propaga ben oltre la durata effettiva dell’emozione in sé. Più complesso è il discorso se con l’espressione emozioni negative intendiamo emozioni che, almeno idealmente, non bisognerebbe o sarebbe meglio non provare o esprimere , ma in questo caso subentrano fattori sociali, oltre che psicologici e a volte sanitari che non è qui luogo per trattare.

La definizione è ancora più problematica se frequentiamo le pratiche contemplative, perché provare o manifestare emozioni considerate negative può addirittura essere vissuto come un fallimento o essere oggetto di riprova sociale. Insomma, se faccio yoga da così tanto tempo, perché perdo ancora la pazienza con il mio partner? Perché grido contro il cane? Se medito ogni giorno venti minuti, perché provo in me invidia per il mio vicino, vergogna o vanità per il mio aspetto fisico?

Qualche tempo fa, mentre stavo facendo stampare delle foto nel negozio di fronte al nostro centro, il fotografo mi disse: “L’altro giorno l’ho vista in bicicletta e una macchina le ha tagliato la strada. Ho detto: si vede che fa yoga, non ha nemmeno battuto ciglio”. Ecco, dissi fra me e me, dovevo avere la testa tra le nuvole quel giorno, perché non mi ricordo di nessuna macchina che abbia rischiato di investirmi: la mia reputazione è doppiamente salva.

È abbastanza diffusa, nei praticanti di yoga e meditazione e in chi siede attorno a loro, che queste pratiche si debbano svuotare di tutte le qualità fastidiose e inopportune, perché, nonostante si insegni il contrario, l’emozione ti qualifica, non è quasi mai privata. E di conseguenza, il manifestarsi di una di queste qualità è sintomo che qualcosa è andato storto, che ci siamo allontanati da noi stessi, perché tutto ciò che appartiene e porta allo spirito è per sua natura mondo e ‘positivo’ (avrei potuto benissimo scrivere invece un articolo sulle emozioni positive, di cui ci invitano a nutrirci, e che sono altrettanto problematiche: perché? Perché esistono anche quelle negative).

Ecco quindi che una stanza del Vijñānabhairava Tantra ci taglia la strada:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Vijñānabhairava Tantra, 1011Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003

Di fronte a questa stanza si è tentati da due opposte reazioni: da un lato, di mettercela in tasca e tenerla pronta per il prossimo automobilista insolente; dall’altro, il completo scoramento davanti a una vetta affascinante ma fuori da qualsiasi portata. In realtà questa stanza è rilevante, prima ancora che per il suo ripido contenuto operativo (di cui parleremo più avanti), per il principio che enuncia.

Che è poi lo stesso principio a cui rispondono i 112 modi (questo è uno di essi) che il Vijñānabhairava Tantra elenca per esperirlo. Proviamo a definirlo dapprima in negativo, nonostante l’approccio di questo testo fondamentale sia di tenore opposto. Il principio è che malgrado le innumerevoli perturbazioni di cui possiamo fare esperienza, la Realtà fondamentale è una.

Altre correnti di pensiero dell’India tradizionale hanno espresso la medesima idea, ma mentre questa asserzione è servita altrove per svalutare l’esperienza soggettiva, predicando il distacco dagli stati mentali perché impermanenti e quindi irreali, qui il punto di vista viene capovolto: proprio attraverso questi stati, che di norma sono subiti inconsapevolmente provocando offuscamento e distrazione, possiamo invece, attraverso l’attenzione focalizzata, riconoscere quella Realtà.

L’errore fondamentale non è tanto l’illusione che le perturbazioni sulla superficie siano reali, perché fino a un certo punto lo sono: i fortunali, come la rabbia, la paura, il dolore, per quanto passeggeri, possono uccidere e ucciderci; persino la gioia, l’amore, la felicità possono farci scoppiare il cuore, oltre a smuovere montagne. L’errore fondamentale è credere che questi stati siano diversi e separati dalla Realtà sottostante. Disconoscerli come espressione della loro fonte: questo è l’errore, perché nulla può manifestarsi al di fuori della luce della Coscienza. Ed è proprio questo errore a renderli ingovernabili.

Ecco quindi, tornando alla nostra stanza che contiene una pratica (ci stiamo arrivando), un messaggio importante: anche nelle emozioni estreme e ‘negative’ c’è un nucleo di pace. Anche in quella “goffa bruttura indescrivibile”, sotto la cui veste la sofferenza si presenta spesso, nulla è perduto, ed è bene ripeterselo proprio quando tutto sembra dire il contrario. Verrà un momento in cui non ci sarà più bisogno del richiamo, sostituito dall’immediatezza: non ci siamo allontanati di un millimetro dal nucleo.

Sembra anzi, suggerisce la stanza 101, che più antitetico sia l'(apparente) intervallo tra il turbamento della superficie e la quiete sottostante, più sia rapida la possibilità di tornare all’origine. Ma fermiamoci ancora un attimo.

Ho conosciuto poche persone, forse nessuno (me compreso), il cui sismografo emotivo si sia stabilizzato su uno spettro accettabile per sé e per gli altri per il solo fatto di essersi seduta a meditare per anni, o aver passato un periodo considerevole ad allungare i propri muscoli e a disciplinare il proprio respiro.

Ma come, si dirà, lo yoga e la meditazione non aiutano proprio a stabilizzare l’emotivo? Eppure, quante imbarazzanti esplosioni qualche istante dopo aver toccato la pace sul tappetino perché una singola parola l’ha messa a repentaglio, o appena usciti da una sala pratica mondati da qualsiasi negatività, al termine di tre giorni di digiuno, di un ritiro di Vipassana…

Il fatto è che più si sperimenta la pace nelle pratiche contemplative, più si incapperà nel suo contrario, almeno finché non si mette la firma su quanto sopra, ovvero che la tranquillità provata nei momenti di grazia ci avvicina solo per analogia alla vera pace, che quella pace fondamentale occorre imparare a riconoscerla persino nei momenti in cui siamo radiati dalla grazia divina.

Ritornano in mente le parole del controverso Yoga di Emmanuel Carrère:

È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?

Il libro parlava di tutt’altro, le domande erano altre, il caso era clinico. Ma la risposta a questo interrogativo potrebbe essere: è proprio per digerire anche questo che siamo qui? E che finché ci saranno condizioni propizie e condizioni non propizie saremo condannati all’eterno rimbalzo tra gli opposti, a essere miseri visconti dimezzati?

Cogliere l’emozione al balzo

Esistono emozioni negative? - By Tom Ordelman (User:Thor_NL) - Own reproduction, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=898174

Torniamo infine alla pratica descritta nella stanza 101 del Vijñānabhairava Tantra:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Questo metodo di concentrazione è ascrivibile al mezzo divino, che secondo la tripartizione dello Shivaismo del Kashmir (formulata posteriormente al Vijñānabhairava) è il mezzo di realizzazione di natura più elevata. Il mezzo divino è infatti trascendente: se si coglie lo slancio di una forte emozione, qui si dice, è possibile convertirlo in concentrazione, andando direttamente al cuore dell’essere, alla Realtà sottostante, perché ogni manifestazione di energia, se non interferita, torna alla sua origine con tanta determinazione quanto è la sua intensità.

C’è però un ma: ci vuole sangue freddo, ovvero non dev’esserci niente di personale, lo slancio dev’essere colto prima che intervenga qualsiasi ponderazione, ovvero prima che il senso dell’io si appropri dell’emozione. Per questo, c’è una finestra temporale estremamente breve per mettere in atto questa pratica. Se l’emozione non viene colta immediatamente, nel suo insorgere, non è più possibile convertirla nella concentrazione assoluta descritta nella stanza, perché non è più puro slancio senza crepe, ma è la rabbia di qualcuno verso qualcosa, è frammentazione.

Un esempio. Chiunque, vivendo nel mondo odierno e in questa porzione di pianeta, ha delle attività a orari prefissati ogni giorno. È quindi del tutto plausibile che decidiamo di meditare a una data ora (dicono di meditare sempre alla stessa ora, come i pasti e il sonno) e proprio un attimo prima riceviamo una brutta notizia, abbiamo una discussione, o scopriamo che qualcosa è andato diversamente da quello che ci aspettavamo.

È possibile che questo condizioni la qualità della pratica, ma è anche possibile, se prima di incorrere in alcuna considerazione si chiudono gli occhi con la stessa istintiva percezione di sé con cui ci si tuffa a corpo morto, senza trattenere nulla, è possibile, dicevo, che questa spinta indesiderata, questa cosiddetta emozione negativa ci scaraventi molto più in profondità di quanto non ci sia dato conoscere con tanti bei sentimenti e passi ordinati.

Certo, se nel frattempo abbiamo cominciato a commentare, a controbattere, se abbiamo cominciato a stilare la memoria difensiva e a pianificare vendette, il treno è già passato, addio stanza 101.

Nelle crepe dell’emozione

Attenzione però: se la pratica appena descritta non è più possibile, non è detto che abbiamo perso il treno per conoscere la Realtà sottostante, che nessuna meditazione, nessuno yoga sia più possibile: sarebbe come dire, nell’ottica del Vijñānabhairava, che la facoltà di bruciare è distinta dal fuoco.

La pratica della stanza 101, dicevamo, appartiene al mezzo divino, ovvero il mezzo più elevato secondo lo Shivaismo del Kashmir, che ne contempla però altri due. Questa tripartizione ha il vantaggio e lo scopo di riconoscere a ogni mezzo la relativa dignità e il relativo contesto: se fallisco in un approccio, ne avrò almeno altri due con cui tentare.

Nella fattispecie, potrò tentare una via sicuramente più familiare, ovvero il mezzo individuale: faccio qualcosa, applico una tecnica. Questo mezzo è considerato tra i tre inferiore perché c’è qualcuno che fa qualcosa, ovvero rinforza la contrapposizione tra soggetto e oggetto. Ma travolti dallo tsunami di un’emozione estrema, praticare una forma di controllo del respiro o forzare il corpo scosso a entrare in un asana è in fondo come cercare di rispondere all’assalto di un orso: per quante glie ne riusciremo a dare, saranno pur sempre molte meno di quante ne prenderemo.

È per questo che, almeno all’interno di questo quadro di riferimento, per far fronte a una violenta emozione, il mezzo mediano è forse l’unico praticabile per evitare il complicato labirinto di purificazione ed espiazione degli effetti dell’emozione stessa.

Se il mezzo superiore trascende l’emozione mentre quello inferiore si pone sul suo stesso piano, il mezzo mediano, o potenziato, è al tempo stesso trascendente e immanente. Ciò significa che nel mezzo potenziato rimaniamo nel flusso organico delle percezioni, focalizzando l’attenzione non negli stati affettivi in sé ma nello spazio tra uno stato affettivo e l’altro.

I modi sono molteplici, ma ad esempio possiamo farlo concentrandoci negli spazi tra le fasi del respiro (come nella stanza 25). È a mio parere accostabile al mezzo potenziato anche la pratica dei movimenti invisibili, tipica alla riformulazione moderna del cosiddetto ‘Yoga del Kashmir’: mentre sono in una posizione, evoco la sensazione (non penso al movimento, lo eseguo con la sensibilità) dei movimenti per entrare in un’altra posizione, come alzare un braccio, muovere le gambe o ruotare la colonna, ascoltando il corpo in carne ed ossa che rimane immobile ma non esente da reazione. Anche in questo caso, trovo una centratura tra la posizione attuale e la posizione evocata, sono nel flusso delle percezioni ma centrato nello stato intermedio.

E in definitiva, come suggerisce la stanza 103:

La mente non dovrebbe essere assorbita né dalla sofferenza né dal piacere. Dovresti conoscere lo stato intermedio (tra entrambi) – allora rimane solo la Realtà.

Vijñānabhairava Tantra, 103

Questo tipo di pratica è del tutto interiore e non immune da difficoltà (bisogna trovare l’interstizio, e a volte è un’operazione che richiede una creatività molto sottile), ma ha il potere di armonizzare le pulsazioni particolari dell’emozione con un ritmo più profondo, ampio e anteriore.

Che è forse anche la risoluzione di ciò che chiamiamo emozioni negative: una frattura apparentemente insanabile, una dissonanza imperdonabile che trova infine il proprio posto (non è forse quello che reclamava?) nell’ambito di un’armonia più generale.

Post scriptum

Durante il ciclo di seminari Yogasana che si terrà tra settembre e novembre, Gioia Lussana parlerà, molto meglio e molto più precisamente di me, del mezzo potenziato sia da un punto di vista filosofico che pratico.

Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Note[+]

Note
↑1 Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003
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Come meditare: una guida essenziale ma non superficiale

24 Maggio 2023 by Francesco Vignotto 2 commenti

Figura seduta in meditazione - guida alla meditazione

Ci siamo accorti che dopo molti anni e fiumi di parole mancava su questo blog un articolo che parlasse della meditazione in termini basilari, senza omettere gli aspetti più pratici per chi volesse accostarsi a questa pratica che singolarmente prevede – o mira a – l’assenza di attività. Mancanza quasi imperdonabile, visto che l’argomento stesso esige che nulla sia scontato o banale e che ogni volta si parta come la prima.

Con questo articolo vogliamo quindi colmare la lacuna, con l’intento di fornire degli elementi-chiave con cui orientarsi, con la consapevolezza che anche questa è una bella responsabilità, perché nella meditazione come nella realtà non ci sono livelli: la versione per principianti contiene già il tutto.

Ovviamente, è scritto ‘con parole nostre’ e riflette delle esperienze particolari senza la pretesa di essere definitivo: avremo modo di tornare su tanti altri aspetti che qui abbiamo tralasciato di approfondire.

Abbiamo però voluto, in un epoca in cui tutto deve avere un attributo o un brand o una firma, cercare di attenerci all’essenziale. E se la lunghezza di questo articolo potrebbe sembrare in contraddizione con quest’ultimo intento, ci sia perdonato almeno il fatto che è scritto in forma di guida, e come tale può essere letta o consultata a proprio piacimento.

Indice dei contenuti

  • Cos’è la meditazione?
  • Quanti tipi di meditazione esistono?
  • Come meditare seduti. Alcune questioni tecniche
    • La posizione seduta
      • Le gambe
      • Spalle, braccia, mani
      • La colonna vertebrale e la testa
      • La posizione non è una somma di particolari
      • L’ascolto del corpo
    • Il respiro
      • Sentirsi respirare
      • Il respiro addominale
      • I riposi del respiro
    • E ora?
  • Questioni terra-terra: quanto meditare? E quanto è importante la routine? le app servono?
  • Per meditare non ci serve nulla
  • Una provvisoria conclusione
  • Ulteriori risorse
  • Appendice: tre mudra per la meditazione

Cos’è la meditazione?

Figura seduta in meditazione senza testa - guida alla meditazione

Iniziamo con una precisazione che è meno puntigliosa di quello che sembra: diciamo di ‘meditare’, ma meditare non è un’azione. Sarebbe forse più corretto dire che la meditazione è uno stato, ma anche questo è vero fino a un certo punto, perché lo ‘stato’ in questione non è un’alternativa a ‘sono contento’, ‘sono arrabbiato’ o ‘ sono ansioso’. Ecco, se vogliamo trovare una collocazione alla meditazione è nello sfondo. Meditare significa fare un passo indietro, slittare dalla mischia dei vari stati che ogni giorno attraversiamo allo sfondo sul quale appaiono.

Attenzione però: ciò non implica che si diventi insensibili, ma che si scopra che oltre alla parte di noi che partecipa ai moti dell’anima, ce n’è un’altra che rimane quieta. Qualunque cosa accada e anche se momentaneamente ci lasciamo travolgere dagli eventi, quello sfondo rimane immobile.

Il primo passo, forse l’unico, è accorgersi di questo sfondo, che si insinuerà inizialmente come una sensazione vaga, appena un presagio che tuttavia agirà sotterraneamente. Accadrà poi, forse, che all’improvviso, come compiendo una capriola, la scena si ribalti. Ma ciò si verificherà per ragioni non computabili e non garantite, e poco si presta a una riproducibilità tecnica, anche se può diventare molto familiare. Però non corriamo troppo in avanti e dedichiamoci allo scopo della pratica meditativa, ovvero a preparare il terreno.

Perché, se meditare può sembrare difficile, se ci sembra che l’attenzione vaghi, la consapevolezza dello sfondo, pur per brevi tratti, produce alcuni cambiamenti di risonanza immensa, anche se in principio potrebbero addirittura passare inosservati.

Innanzitutto sarà più difficile ‘avere una brutta giornata’ perché qualcuno ci ha fatto arrabbiare o perché le cose non sono andate come avremmo voluto. In altre parole, mentre continueremo a vivere con intensità le emozioni (perché non possiamo vivere senza) tenderà ad affievolirsi il loro strascico di rimuginio e ruminazione. In modo complementare, la consapevolezza dello sfondo ci regalerà quella che Hervé Clerc ha chiamato profondità strategica, ovvero una zona “in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico”, il che è un grande vantaggio, ad esempio in tempi in cui si fanno sempre più aggressive le incursioni psichiche di un sistema informativo basato sulla monetizzazione della paura.

In secondo luogo, scopriremo che il collegamento con la nostra parte in quiete è ciò che rende le esperienze piene, significative. Proveremo meno necessità di riservarci valvole di sfogo basate unicamente sullo stordimento, sul ‘bere per dimenticare’, mentre scopriremo che anche le esperienze più comuni, come camminare o il semplice ‘respirare’, sono fonti di piacere e di rigenerazione. E anche quando ci dedicheremo a godimenti più intensi, avremo l’occasione di trovarvi uno spontaneo equilibrio.

In terzo luogo, probabilmente ci accorgeremo di provare più raramente noia, scoprendo che quest’ultima non dipende dalla monotonia della situazione, ma dalla nostra mente che continua a vagare. Del resto, meditare – o meglio, come vedremo, la pratica formale della meditazione – significa allenarsi ad andare oltre la paura della monotonia. John Cage, che nelle sue composizioni esplorò molto la ripetitività e il silenzio, citava un detto Zen: “Se una cosa vi annoia per due minuti, provate con quattro; se vi annoia ancora, provate con otto, sedici, trentadue minuti e così di seguito. Potrà succedervi che non sia affatto noioso, ma che diventi anche molto interessante.”

Ecco, con questo proverbio potremmo anticipare una definizione provvisoria della pratica formale della meditazione, che contiene già la risposta a una domanda non ancora espressa ma che sicuramente giace in attesa di essere formulata: quanto meditare? Meditare è dedicarsi a qualcosa di apparentemente noioso finché non è più noioso. Se prepariamo il terreno con la giusta cura, la missione potrebbe dichiararsi compiuta molto prima del previsto.

Quanti tipi di meditazione esistono?

Testa umana pensieri - guida alla meditazione

Le parole si diramano in innumerevoli significati, anche quando la realtà a cui alludono è una sola.

Meditare significa sia coltivare lo ‘stato’ di attenzione consapevole dello sfondo che abbiamo descritto nel paragrafo precedente, sia praticare una tecnica che lo favorisca. È in quest’ultimo senso che esistono diversi tipi di meditazione, ovvero diverse tecniche meditative, mentre nel primo, quello più essenziale, la meditazione non ha attributi. Può differire il quadro di riferimento (religioso o non religioso, filosofico o addirittura psicoterapeutico), ma la sostanza non cambia: meditare ha a che vedere con il silenzio, le tecniche sono i mezzi per propiziarlo.

Un’altra distinzione utile a livello pragmatico è tra la pratica formale e la pratica informale della meditazione. Nel primo caso si dedica un tempo definito e in un certo senso ritualizzato alla pratica, generalmente seduta, nel secondo caso si tratta invece di introdurre degli elementi di attenzione nella vita di tutti i giorni, delle pause, delle interpunzioni che mettano in evidenza la permeabilità del vissuto allo sfondo: ad esempio, dedicando i momenti solitamente ‘a perdere’ come gli spostamenti o i lavori ripetitivi per prestare attenzione alla sensazione del peso che si trasferisce da un piede all’altro, o al respiro.

La pratica formale e la pratica informale sono entrambe importanti e cooperano tra loro: potremmo accorgerci, in effetti, che in momenti del tutto privi di intenzione emergano ‘stati’ a pieno titolo meditativi, e ciò accade in parte grazie al fatto di aver speso del tempo nella pratica formale, in parte alla propensione di ogni essere umano verso questi stati: non a caso, la quiete meditativa è spesso definita stato naturale della nostra mente.

Pratica formale e pratica informale sono quindi indispensabili per prendere consapevolezza che la meditazione non riguarda solo un ambito e un tempo circoscritti, ma l’intera nostra esistenza.

Tra le pratiche formali di meditazione, le più comuni sono quelle che prevedono di sedersi nell’immobilità e nel silenzio. Esistono forme di meditazione in movimento, o che prevedono l’uso della voce per il canto o la recitazione esteriore di mantra, esistono tecniche di visualizzazione estremamente complesse e sofisticate, ma tutte trovano naturale sbocco nella meditazione seduta silenziosa e senza contenuti. Ed è proprio una forma molto essenziale di quest’ultima che andremo a vedere nel dettaglio in questo articolo.

Come meditare seduti. Alcune questioni tecniche

La posizione seduta

Buddha in meditazione, Museo d'Arte Orientale E. Chiossone, Genova

Perché ci sediamo? La risposta potrebbe essere: perché abbiamo le gambe! I nostri arti inferiori, che ci portano in giro per il mondo, hanno bisogno di essere messi a riposo per raccoglierci ma al tempo stesso senza sprofondare nel sonno. Tra la posizione in piedi, espressione massima dell’attività, e quella sdraiata, la posizione seduta ci consente di collocarci in uno stato di quiete vigile.

Ai fini della pratica meditativa, la posizione seduta deve consentire al corpo di stabilirsi e di stabilizzarsi, trovare un ‘seggio’ (è il significato originario di asana) sufficientemente comodo ma non passivo, in modo che il corpo non sia da disturbo ma si offra come uno strumento musicale al soffio e alla percezione.

Il requisito fondamentale della posizione seduta è che permetta al bacino di ancorarsi al suolo (sul cuscino, sulla panca o sulla sedia), in modo che la colonna vertebrale possa slanciarsi verticale, ricettiva come un’antenna. In questo c’è già l’insegnamento fondamentale espresso ad esempio dalla Tradizione Cinese con la triade Terra-Uomo-Cielo: entrare in contatto con ciò che è elevato non implica astrarsi ma al contrario radicarsi nel Reale fin negli aspetti più terreni.

Tutto ciò che segue in questo paragrafo sono dettagli che favoriscono questa direttiva oppure devono essere trascurati.

Le gambe

La posizione seduta classica è a gambe incrociate, generalmente con il supporto di un cuscino che, sopraelevando le anche rispetto alle ginocchia, permetterà così alla spina dorsale di verticalizzarsi senza eccessivo sforzo grazie a una leggera anteroversione del bacino, come nella figura qui accanto. Ma nel caso in cui la posizione a gambe incrociate non sia praticabile, sono possibili posizioni alternative: dalla posizione di seiza sui talloni, eventualmente attenuata con una apposita panchetta, alla seduta su una comune sedia, possibilmente senza appoggiare la schiena.

Postura seduta per meditare, da L. Kaminoff, A. Matthews, Yoga Anatomy
Una leggera rotazione anteriore del bacino (se necessario con un supporto) favorisce la verticalizzazione della colonna. Immagine da L. Kaminoff, A. Matthews, Yoga Anatomy. Nota bene: se non è possibile sedersi a gambe incrociate, lo stesso risultato può ottenersi seduti sui talloni o su una sedia.

Spalle, braccia, mani

Il peso delle spalle si fonde nei gomiti, il peso dei gomiti nei polsi, quello dei polsi nelle mani. Il loro riattivarsi sarà oggetto di attenzione durante la meditazione. Attenzione, però: le spalle non ricadono in avanti chiudendo il petto, ma sono aperte. Le mani possono essere appoggiate semplicemente con i palmi sulle cosce o sulle ginocchia, o in una mudra.

Il tema delle mudra per le mani e nello specifico per la meditazione è enorme e non può essere affrontato qui troppo nel dettaglio; per ora basti accennare che le nostre mani e in particolare le piccole estremità delle dita possono disperdere l’attenzione o aiutare a mantenerla vigile a seconda della loro configurazione.

Durante la pratica meditativa, quando le mani sono a riposo dalle attività pratiche, la sensibilità energetica delle mani può fiorire in modo particolarmente netto, a volte attraverso sensazioni di intenso formicolio o di espansione. Possiamo semplicemente rivolgere i palmi verso l’alto e ascoltare il dispiegarsi di questo fenomeno senza intervenire, oppure (o in seguito) assumere una forma particolare, che servirà da supporto per la nostra meditazione. In appendice a questo articolo descriviamo tre mudra per la meditazione tra le più conosciute.

La colonna vertebrale e la testa

Mentre le gambe e le braccia sono passive, la colonna vertebrale è attiva ma leggera.

Il basso ventre avanza leggermente, come se spingesse dolcemente un palloncino in avanti. Ciò permetterà alla linea che sale fino alla gola (che corrisponde più o meno al vaso di concezione nella Medicina Tradizionale Cinese) di estendersi dolcemente, restituendo il giusto spazio al plesso solare (l’area compresa tra l’ombelico e lo sterno), spesso compresso, e permetterà alla gabbia toracica di aprirsi frontalmente in modo naturale.

La posizione della testa nella meditazione

Il mento è leggermente ritratto verso la fossetta tra le clavicole. Quest’ultimo particolare è da comprendere correttamente: non si tratta di piegare la testa in avanti, verso lo sterno, ma di stabilizzarla producendo una leggera estensione (non una flessione!) del tratto cervicale, che sarà percepibile in tutto il resto della colonna.

Quest’ultima, grazie agli accorgimenti finora descritti, si troverà in una posizione equilibrata di minimo sforzo, come se la verticalità preesistesse alle vertebre stesse e bastasse sintonizzarsi sulla sua frequenza per ricevere il suo sostegno come un ‘raggio traente’ (la colonna vertebrale è infatti una struttura autoportante, nel momento in cui le tensioni non inficiano il suo equilibrio intrinseco).

La posizione non è una somma di particolari

Attenzione però: malgrado la mole di informazioni fornite potrebbe suggerire il contrario, la posizione non dev’essere una somma di particolari. Ancoraggio del bacino e percezione di verticalità devono essere immediati e non frutto di uno sforzo eccessivo o artificioso. Pertanto, è meglio una posizione imperfetta, ma con il giusto equilibrio tra agio e leggero impegno, piuttosto che una posizione impeccabile ma rigida.

Il consiglio è quindi di imbastire una posizione che complessivamente segua le direttive riportate più sopra, ma senza accanirci troppo: ci sarà modo, col tempo, di scoprire l’importanza dei dettagli. Ma soprattutto ne andrà verificata di persona l’effettiva validità: cosa cambia nel mio clima mentale se ho le spalle chiuse o aperte? E se ho il mento spinto verso l’alto, la testa che cade in avanti oppure in perfetto equilibrio in cima alla colonna?

Trasferiamo ora queste impressioni nella vita di tutti i giorni, riformulandole in modo però naturale e non letterale: magari, seduti in ufficio, potremmo notare come l’insofferenza sia alimentata da posture difensive che però ci impediscono anche di respirare liberamente; forse, camminando, ci accorgeremo di esprimere l’affaticamento tramite compensi più espressivi che funzionali.

Come già accennato, i momenti più noiosi, come gli spostamenti da un luogo all’altro, saranno occasioni di ascolto e di approfondimento di inesauribile ricchezza. Ovviamente, cercheremo di essere discreti e di non perderci tra le nuvole, perché anche interagire con l’ambiente e con gli altri in modo adeguato è strumento di meditazione, al di fuori dei momenti di pratica formale.

L’ascolto del corpo

Il corpo è uno strumento percettivo che attraverso la posizione ci orienta verso il silenzio. L’ascolto del sovrappiù di sforzo e di attività che ancora persiste o risorge nelle gambe, nelle braccia, nel volto (così come nel respiro, come vedremo) sarà una guida per la meditazione che lascerà ben poco spazio alla noia e ai pensieri.

Non focalizziamoci però sulla singola tensione e non cerchiamo di scioglierla se si rifiuta di mettersi a riposo, perché ciò che persiste come rigidità è alimentato anche dalla nostra opposizione: se ci ostiniamo a voler sciogliere un nodo, tutta la nostra energia convergerà su quel punto.

Se invece allarghiamo la nostra esplorazione alle aree circostanti, comprendendo via via tutto il corpo, e ancora più in là della nostra pelle, il contatto al suolo e lo spazio che ci circonda, la sensazione del corpo si diluirà via via divenendo più malleabile, rarefatta, e in essa tutto ciò che respingevamo verrà riassorbito. La stessa cosa accadrà ai nostri pensieri.

Il respiro

Figura dipinta su tanka con i percorsi del respiro attraverso le narici - Guida alla meditazione

Una volta assestata la posizione, il respiro è il nostro principale punto di riferimento, sia perché il respiro è espressione della nostra attività mentale e quindi dalle sue alterazioni possiamo constatare l’acquietarsi o l’impennarsi dei pensieri; sia perché attraverso il respiro possiamo ricondurre la mente in acque più tranquille.

Ricordiamoci innanzitutto che stiamo meditando e non eseguendo un esercizio di respirazione/pranayama. La differenza è fondamentale: mentre negli esercizi di pranayama detteremo al respiro un ritmo volontario (seppur mantenendo la radice nel respiro naturale, come descritto in un articolo precedente), nella meditazione sarà invece il respiro stesso a dettare il ritmo alla mente.

Pertanto, non estenderò il respiro molto oltre le sue fasi naturali, ma lascerò che ciò avvenga spontaneamente. E anche se utilizzerò delle blande tecniche, avrò cura di intervenire solo lo stretto indispensabile e di vigilare affinché il respiro non si irrigidisca: e lo farà, certamente, ogniqualvolta la mente cercherà di imporsi, di appropriarsi del momento protocollandone la spontaneità.

Sentirsi respirare

Innanzitutto prenderemo consapevolezza che stiamo respirando. Ad esempio, ascoltando il suono e la sensazione tattile dell’aria che sfiora le narici, il movimento delle coste, del diaframma, del ventre, la facilità o lo sforzo nel passaggio attraverso la gola.

Potrà succedere che, in un primo momento, si abbia l’impressione di non sentire nulla. Ciò dipende sia dal fatto che rivolgendo l’attenzione al respiro quest’ultimo si blocchi momentaneamente; sia, non meno importante, dal fatto che per sentire il respiro naturale dobbiamo prima fare silenzio e affinare i nostri sensi, dovendo ascoltare un fenomeno che normalmente è sovrastato dal rumore sia mentale sia letteralmente acustico. Ed è proprio per questo che l’ascolto del respiro naturale è un potente strumento di ‘ancoraggio’ al momento presente.

Sentirsi respirare significa ascoltare il proprio corpo che respira, come se stessimo ascoltando qualcun altro respirare. Un buon metodo per allenarsi a farlo è proprio ascoltare una persona vicino a noi che respira, magari nei momenti di riposo. Sento il mio compagno, la mia compagna o anche un animale e seguo il suo respiro: non anticipo, non ritardo, non estendo, ma seguo e ascolto l’armonizzarsi di due respiri.

Il respiro addominale

Figura seduta che respira con l'addome - Guida alla meditazione
La respirazione addominale. Il colore azzurro descrive molto bene la sensazione del respiro (il percorso dell’aria naturalmente è un altro)

Il secondo punto di attenzione è la respirazione addominale, impropriamente detta anche ‘diaframmatica’ (impropriamente perché il diaframma è sempre coinvolto in tutte le forme di respirazione, come abbiamo visto altrove). La respirazione addominale è una modalità di respiro in cui il ventre si rigonfia leggermente (senza esagerare!) nell’inspiro, mentre ritorna al volume di partenza nell’espiro. Anche se fisicamente l’aria non riempie il ventre, la sensazione è di una ‘pancia che respira’.

Questo avviene perché i muscoli addominali non esercitano una resistenza tale da impedire la discesa del diaframma (del suo tendine centrale) nell’inspiro, mentre accompagnano elasticamente la sua risalita nell’inspiro.

La respirazione addominale favorisce il rilassamento (in quanto stimola il nervo vago) ed è al tempo stesso espressione di rilassamento: il respiro si stabilisce nel bacino nel momento in cui non solo fisicamente, ma anche mentalmente, ci sediamo, troviamo sede nel bacino. Pertanto, non può essere approcciata in modo eccessivamente forzato.

Può succedere che per alcune persone sia difficile respirare con l’addome. Se il tentativo di farlo ci mette in difficoltà producendo tensioni, abbandoniamo ogni sforzo e torniamo ad ascoltare il respiro naturale o il corpo e osserviamo come può accadere che mettendo a riposo le spalle, o la mandibola, o ascoltando le anche sul cuscino, allentando una tensione là dove il corpo è più incline a cedere, anche nel respiro si possa liberare qualcosa.

In momenti di calma, poi, possiamo sdraiarci su un fianco, sul letto, e ascoltare il movimento spontaneo del ventre. Invece di analizzare la meccanica del movimento, ricordiamoci della sensazione, del sapore di quel respiro.

Postura di rilassamento per ascoltare il respiro addominale - GUida alla meditazione
Matsya Kridasana può essere una posizione molto utile per ascoltare il movimento addominale spontaneo della respirazione durante i momenti di riposo. L’immagine è tratta da Swami Satyananda Saraswati, Asana Pranayama Mudra Bandha

I riposi del respiro

Il respiro non ha soltanto due fasi. Così come non esistono solo le parole ma anche l’interpunzione tra le parole, così come non esistono solo le note ma anche i silenzi tra le note, le pause, gli spazi sono elementi altrettanto significativi quanto ciò che vanno a ritmare. Così, le pause alla fine dell’inspirazione e alla fine dell’espirazione sono essenziali.

Per abitudine mentale, i nostri ritmi non contemplano vuoti: non abbiamo finito un’occupazione che già stiamo pensando al prossimo modo con cui eviteremo di rimanere inattivi. Allo stesso modo, la massa dei nostri pensieri ci sembra indistricabile proprio perché si presenta compatta senza fessure, e così, manco a dirlo, il nostro respiro: nel momento però in cui cominciamo ad avvertire che ci sono degli intervalli, l’esistenza dello sfondo comincia ad essere percepibile.

Anche in questo caso, non si tratterà di forzare delle apnee, ma di lasciar giungere l’inspirazione e l’espirazione ognuna alla sua fine naturale. Contemplando l’attimo di silenzio che naturalmente si verifica alla fine di entrambe le fasi, quello spazio ancora una volta vivo in cui il mentale si trova privo di propulsione: dagli spazi tra i respiri agli spazi tra i pensieri il passo è molto più breve di quanto ci si aspetti, se si ha la delicatezza di non trasformare in azione le pause.

Su questo aspetto rimandiamo a due articoli pubblicati in passato: entrambi riguardano gli aspetti filosofici e pratici legati al respiro e al ruolo delle pause nella tradizione indiana: il primo si intitola Pranayama: vita, respiro morte e miracoli e l’altro è Pranayama, questo sconosciuto.

E ora?

Se ci è sorto spontaneo l’interrogativo: e adesso? cosa si fa? siamo sulla buona strada. La pratica meditativa comincia proprio da quel e quindi? che la nostra mente, così poco abituata agli spazi vuoti, non può fare a meno di domandarsi quando si rende conto che non ha nulla di cui occuparsi tranne che di stare dove si trova. Naturalmente, cercherà di fuggire, ma non si tratta soltanto di riportarla al presente; si tratta anche di cogliere come, più passano i minuti, più il centro di gravità, dentro di noi, si sposta dal proiettarsi altrove al rimanere qui.

Pochi istanti di immobilità, e le spinte centrifughe cedono un po’ di potenza, rimanere seduti diventa meno faticoso che andarsene via con la mente o col corpo. Il travaso è inizialmente di pochi milligrammi, ma quel che conta è cogliere questo travaso, che agirà nel tempo con la stessa solerzia della goccia d’acqua.

Questioni terra-terra: quanto meditare? E quanto è importante la routine? le app servono?

Meditare con le app?

Se la meditazione può e deve penetrare nel tessuto della vita, se meditare è andare dritto al cuore irripetibile del momento, dobbiamo però anche interfacciarci con la realtà quotidiana che è fatta di cicli, di ritmi naturali e innaturali, in definitiva di ripetizione. Da un punto di vista strettamente pragmatico, soprattutto all’inizio, senza una routine anche i buoni propositi meditativi rischiano di rimanere travolti dal fiume ben più robusto delle contingenze quotidiane.

Pertanto, non è un contraddittorio trasformare la meditazione in abitudine quotidiana, ma è anzi una necessità. Può essere saggio, inizialmente, non imporsi periodi troppo lunghi e serrati. È importante però che siano costanti. Perciò, un buon obiettivo sarebbe cominciare con pochi minuti (ma abbastanza per ‘scoprire che ciò che sembrava noioso non lo era affatto’) per ampliare a venti-trenta minuti a seduta.

È importante non solo la presenza di una guida esperta, ma anche la compagnia di altri meditanti, perché anche il silenzio è contagioso e il suo apprendimento transita in gran parte per osmosi.

Le app per meditare? Riprendiamo una considerazione dall’articolo precedente riguardo alle tecniche di respirazione: se si trattasse di adeguare il respiro a un’equazione ritmica astratta, allora sì, una app che ci dettasse quel ritmo – così come una app che ci dettasse le fasi della meditazione – potrebbe essere utile.

Il fatto è che la pulsazione profonda del respiro-mente non è un ritmo esterno e il processo di ritorno a quella pulsazione è l’esatto opposto di una procedura automatica: è il risultato di una spoliazione che non può essere mimata, altrimenti andremo da un artificio a un’altro artificio. In parole povere, è facilmente comprensibile come cercare la spontaneità e l’attenzione al momento presente attraverso uno strumento automatico sia un paradosso Ottenere la concentrazione attraverso uno strumento esterno che ci dia la sveglia è sì camminare, ma con delle stampelle di cui non abbiamo bisogno.

Diverso il discorso invece per i numerosi filmati presenti su Internet che contengono pratiche di meditazione guidata. Se sono molto spesso fin troppo stereotipate e artefatte (la musica new age, i cimbali, la voce vellutata e narcolettica), in alcuni casi possono trasmettere davvero qualcosa, specie se si tratta di pratiche in presa diretta. Ad esempio, se si conosce il francese o l’inglese, questo breve estratto di Nathalie Delay riesce a essere veramente toccante.

Certo, internet è un mezzo straordinario perché ci permette di conoscere aspetti della vita che in altre epoche non avremmo nemmeno potuto immaginare, tuttavia se riuscissimo a stare alla larga dagli strumenti digitali almeno durante i momenti di pratica, questo non sarebbe un male.

Per meditare non ci serve nulla

Figura femminile seduta, scultura indiana - Guida alla meditazione

Abbiamo speso molte parole ma in realtà non ci serve niente per meditare. Potremmo anzi dire che la meditazione è scoprire che non abbiamo bisogno di nulla tranne quello che c’è in questo momento: a un certo punto ci accorgiamo che non abbiamo così bisogno di dire quella cosa urgente che tanto ci premeva di precisare e, a ben vedere, il bruciore di quell’offesa comincia a essere meno vivido di fronte all’attualità del nostro respiro o della sensazione del nostro corpo. Il momento in cui i nostri pensieri, anche quelli più ossessivi, cominciano a farsi più lontani e sfumare come voci indistinte è importante, tuttavia questo distacco non va per nulla forzato.

Infatti, anche questi pensieri fanno parte del momento presente e respingere qualcosa come indesiderato non solo lo alimenterà (è una legge fondamentale che non si smette mai di imparare), ma significa separarci da ciò che c’è in questo momento, recludendoci in una sala d’aspetto in cui non si vive mai il presente, ma tutto è in funzione di quando quel maledetto pensiero, quel suono fastidioso o quel dolore alla spalla sarà cessato.

Che cosa fare? Ecco l’aspetto più difficile da descrivere. Sarebbe forte la tentazione di rispondere “non bisogna fare nulla”, ma quando di fronte a ciò che ci provoca una reazione suggeriamo un atteggiamento passivo, non intendiamo la passività rassegnata delle vittime inermi; la passività, per il meditante, è colma di potenza ed è così vasta da accogliere qualunque cosa, così come il silenzio e l’immobilità brulicano di vita, una vita talmente perfetta che qualsiasi intervento volontario apparirebbe un’azione scomposta.

Ciò è possibile però se manteniamo ancora una volta un’attenzione globale e non unicamente focalizzata sui pensieri o le sensazioni dominanti. Per cui, accogliamo pure i pensieri di sventura, non ribattiamo sul loro stesso piano cercando di smentirli ma accettiamone l’eventualità, accogliamo le emozioni che per miopia vengono definite ‘negative’, accogliamo la tristezza, la paura, anche la rabbia e sentiamole fino in fondo senza commentarle lasciando che come ogni cosa nascano, si sviluppino e muoiano.

Notiamo anche che tra un pensiero, tra un’emozione, tra una sensazione spiacevole e l’altra c’è anche il respiro che sfiora le narici, c’è anche la sensazione dei vestiti sulla pelle, il suono distante di qualcuno che lavora al di fuori della sala, il nostro corpo che risponde alle vibrazioni del pavimento, e poi forse sorge un pensiero nuovo, estraneo: anche questo è il segnale che la corazza che ci isola dal reale non è più così compatta.

Verrà un momento in cui anche quei pensieri e quelle emozioni ‘negative’ ci appariranno per quel che sono: pensieri, emozioni, sensazioni come tutte le altre, e poi più nulla. E anche se non si arriverà a tanto (è bene non sperarci, ma non è così improbabile), notiamo il ridimensionamento, il seppur lieve allentarsi della morsa, gli spiragli in ciò che in precedenza non ne ammetteva alcuno.

Attenzione però: questa attitudine volta a non respingere, o positivamente accogliere, significa risparmiarci inutili corpo-a-corpo della mente con sé stessa, ma è un atteggiamento ben diverso dall’evitare di far fronte alle situazioni che lo richiedono e, in definitiva, a evitare di vivere: se sanguino devo medicarmi, se ho perso un amico piango, così se una posizione troppo scomoda mi impedisce di concentrarmi è opportuno modificarla, se i pensieri sono troppi allora mi alzo e mi faccio un giro.

Prendermi cura della ferita, il pianto, il grido, l’ascolto del corpo che si distende mentre allungo una gamba, la passeggiata saranno la mia meditazione, ossia stare con quello che c’è, e quando tornerò a sedermi, oggi stesso o tra un mese, lo farò con più coraggio proprio perché avrò imparato che meditare non è vincolato rigidamente a delle formalità.

Una provvisoria conclusione

Dipinto tantrico, da Tantra Song - Guida alla meditazione

In questo articolo non abbiamo parlato di tecniche specifiche di concentrazione, come focalizzarsi su un oggetto esterno o le numerose tecniche di visualizzazione. Abbiamo deciso di escluderle non solo per non rendere l’articolo eccessivamente proteiforme, ma anche perché va assimilata una premessa difficile per la nostra mentalità abituata al fare per ottenere: la concentrazione di cui parliamo qui non nasce da uno sforzo ma dal rilascio di uno sforzo. Non può nascere dal progressivo prolungamento di uno stress, anche se lo stress può occasionalmente servire per ottenere una risposta di rilassamento ancora più profonda.

Eventuali tecniche di concentrazione possono essere considerate una possibile fase successiva a quanto abbiamo descritto ma non sono un ‘livello’ superiore della meditazione; servono per deframmentare l’attenzione quando è eccessivamente dispersa, ma a patto che a un certo punto siano lasciate, o il pensiero si dissolva da sé, per tornare da dove siamo venuti. La pratica minimale di presenza seduta potrebbe non averne affatto bisogno: è al tempo stesso la forma preliminare e la forma più alta di meditazione.

Molte persone, ad esempio, si sono avvicinate alle pratiche meditative durante il periodo della pandemia, forse inconsciamente, proprio per questo: quando ti rendi conto che non puoi fare nulla per cambiare il corso degli eventi, che ti trovi in una posizione da cui non puoi uscire, si creano le condizioni per un cambiamento di ‘stato’ che non è il risultato consequenziale di alcuna azione.

Abbiamo fiducia, non nella nostra forza di volontà né nella nostra capacità di concentrazione, ma nelle dinamiche gravitazionali che dipendono da forze più grandi di noi, della nostra mente, e che possono giocare a nostro favore, almeno se ci collochiamo nella postura corretta. La meditazione, quando accade, non è per merito nostro.

Ulteriori risorse

Per ulteriori approfondimenti, rimandiamo alla sezione sulla meditazione del nostro blog, in cui ci sono già molti approfondimenti di natura storica, neuroscientifica e filosofica, e dove altri contributi sicuramente andranno ad aggiungersi in futuro.




Appendice: tre mudra per la meditazione

Le tre immagini sono tratte da Yogapedia.

Gyan mudra, forse la mudra più conosciuta (e bistrattata nelle pubblicità). Pollice e indice a contatto come se tenessimo fra le dita un granello di sabbia, le altre tre dita unite ed allungate dolcemente, come un prolungamento dell’incavo del palmo della mano; il dorso della mano appoggiato sul ginocchio o sulla coscia.

Dhyana mudra, altra mudra di meditazione molto diffusa, soprattutto in ambito buddhista. Mano destra deposta nella mano sinistra, i pollici a contatto in posizione neutra. C’è un detto riguardo a questa mudra, “né monti né valli” a intendere che quando i pensieri prendono il sopravvento, i pollici montano verso l’altro formando una punta; quando invece sprofondiamo nel sonno, i pollici ricadono verso il basso.

Bhairava mudra può essere confusa con dhyana mudra, ma la differenza è netta. Il dorso della mano destra riposa nel palmo della sinistra, ma i pollici non si toccano. La mudra riposa in grembo, o a diverse altezze (al plesso solare o al centro del petto), ma le mani rimangono sempre aperte, non ci deve mai essere una flessione tra le dita e il palmo.

Torna a Spalle, braccia e mani.

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Perché le tecniche di respirazione non funzionano

10 Maggio 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Bramino che pratica Recaka nel Pranayama - Le tecniche di respirazione

Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che questo punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.

Paul Auster

Il titolo, in un certo senso, mente o esagera: i benefici della respirazione per il benessere psicofisico sono oggi ampiamente riconosciuti, tanto che alcune tecniche di controllo del respiro sono spesso suggerite da operatori sanitari e psicoterapeuti per calmare gli stati ansiosi, migliorare la concentrazione e facilitare il sonno, tra le altre cose.

Sappiamo ad esempio che una respirazione lenta, con l’accento sull’espiro e prevalentemente addominale stimola il nervo vago, che proprio attraverso il diaframma passa, trasmettendo al sistema nervoso autonomo un profondo impulso di distensione. All’estremo opposto, ma c’è un mondo intero nel mezzo, altri utilizzano respirazioni iperventilanti per i più vari scopi ludico-allucinatori, e ciò ha poco a che fare con lo Yoga, checché se ne dica, ma è una possibilità tra le tante. Insomma, le tecniche di respirazione funzionano e proprio per questo si prestano a una vasta gamma di utilizzi raccomandabili o meno.

Sarebbe facile quindi concludere che basta adeguare il respiro a una certa equazione ritmica per fare del nostro cervello quello che vogliamo, l’articolo finirebbe qui e avremmo potuto risparmiare il tempo di scriverlo affidandolo a uno di quei chatbot molto di moda che mettono una parola dopo l’altra secondo un criterio di probabilità.

In realtà, se c’è un senso nel dedicare la propria attenzione al respiro, dovrebbe basarsi su presupposti meno astratti. In altre parole, non è il respiro che si deve adeguare alla mente, ma è la mente che deve imparare ad andare al passo con il respiro, alla ricerca della pulsazione profonda da cui entrambi hanno origine.

Potrebbe sembrare un dettaglio nel momento in cui abbiamo degli obiettivi o una situazione a cui porre rimedio, ma è proprio qui che si gioca la possibilità di andare incontro a qualcos’altro che non siano i propri pensieri, ed è proprio trascurando questa premessa che i più abbandonano, concludendo, come le scimmie in viaggio di istruzione, che il mondo è noioso e viaggiare non serve a niente, non accorgendosi di non essere mai uscite dalla gabbia.

Quindi, siccome dobbiamo farci perdonare il titolo di questo articolo, vogliamo cominciare da quando le tecniche di respirazione non funzionano o smettono di farlo, perché è proprio di fronte alla sfinge del soccorritore se ne va senza avere soccorso che si sente per la prima volta, inaspettato, il proprio respiro autentico.

Contenuti

  • “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”
  • I due regimi della respirazione
  • Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

“Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”

Uno yogi che pratica una tecnica di respirazione - dal murale del tempio Zongdag Lukhang
Uno yogi dal murale del tempio Zongdag Lukhang

Prendiamo un caso abbastanza comune. Le mie prime esperienze sono positive e si sprecherebbero le frasi fatte: grazie agli esercizi di respirazione avverto letteralmente l’aria prendere vita dalle mie narici, quella sensazione leggermente elettrica vivifica ed energizza mente e corpo, proprio come se avessi aperto le finestre in una stanza da molto tempo chiusa e al buio. Tutto è lucidato a nuovo, le sensazioni sono più vive, il mio umore è più stabile, la mente è chiara, fatico meno a prendere sonno e soprattutto mi sveglio riposato.

Tuttavia, quando la novità diventa routine incontro delle difficoltà; mentre prima tutto sembrava così semplice e a portata di mano come premere un interruttore, ora quell’interruttore sembra funzionare a intermittenza e dopo svariati tentativi. Intanto, non solo il respiro diviene forzato – forse non ci metto abbastanza energia, penso – ma mi sorprendo a controllarlo rigidamente anche al di fuori dei momenti di pratica. In breve, ma forse ci vuole un po’ per ammetterlo, perdo ogni beneficio o addirittura vivo un peggioramento dei sintomi che inizialmente quelle tecniche si erano dimostrate efficaci ad alleviare.

Che cosa è successo: come in ogni attività ripetitiva, la pratica si è automatizzata. In altre parole, ho sperimentato la parabola con cui il mentale si appropria anche del ‘qui ed ora’ a cui la respirazione dovrebbe riavvicinarci. La mente fagocita, organizza, programma tutto, dalla vita coniugale alle esperienze trascendenti, organizzando meticolosi percorsi alternativi alle esperienze spiacevoli e pianificando la pantomima formale dei momenti felici, ma purtroppo conservando della felicità solo una memoria.

Così scopro che anche la relazione mente-corpo può ridursi a un circolo vizioso e meccanico, i cui due poli continuano a rinviarsi l’un l’altro, ma senza il palesarsi di qualcos’altro, di quella silenziosa presenza impersonale che emerge dallo sfondo in cui la mente e il respiro tendono a lasciarsi riassorbire per naturale propensione. Mi ritrovo così nella sala d’attesa di qualcosa che non può arrivare, perché l’attendere stesso è la separazione da quello che c’è in questo momento, dal reale. A questo punto, che si spezzi qualcosa è una benedizione, e per tornare a vivere è necessario cessare proprio la pratica di ciò che inizialmente doveva aiutare a rilassarmi.

Naturalmente quello appena descritto è un caso-limite ed esistono innumerevoli sfumature, a volte moderatamente innocue, altre più subdole. Una cosa è certa: ferma restando l’intuizione yogica fondamentale, ovvero che la mente segue il respiro (presupposto perché la mente si avvii oltre sé stessa), tuttavia è anche vero e possibile il contrario, ovvero che il respiro segua la mente: nel primo caso, la produzione di pensieri andrà a sfumare, nel secondo verrà alimentato a prescindere dal tipo di respirazione.

Ma per fare un passo oltre, lo Yoga, ad esempio, chiede innanzitutto di ridefinire i soggetti in gioco.

I due regimi della respirazione

Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Che il respiro sia l’unica funzione autonoma che può essere controllata in modo volontario è un’informazione che andrebbe contestualizzata. Di solito la nozione di questo questo doppio regime dà adito a interpretazioni inconsciamente tendenziose, secondo il pregiudizio mentale per cui ciò che è involontario è per sua natura inferiore a ciò che è volontario.

Pertanto, è facile che, sentendo parlare di respiro consapevole, si intenda con questo il respiro volontario. Ed è facile concludere che attraverso un intervento volontario sul respiro io possa correggere od orientare i processi autonomi. È un errore di prospettiva: in realtà, io ho bisogno di attingere, attraverso il respiro, a quella parte di me che non dipende dalla mia volontà.

Proprio su questo aspetto, Gerard Blitz ha dedicato numerose interessanti intuizioni, raccolte dai suoi allievi ne Il filo dello Yoga (gli a capo sono nell’originale):

Portiamo in noi
due “regimi” diversi
che coabitano e funzionano insieme
Uno è volontario
ci spostiamo nello spazio
pensiamo parliamo
L’altro non è volontario
qualcosa in noi
agisce a nostra insaputa
aziona i nostri organi
equilibra la nostra posizione nello spazio
coordina regola corregge
Questo “qualcosa” è intelligente

Questa intelligenza è diversa
più profonda
complementare alla prima
che chiamiamo mentale

Il ruolo dell’Hațha Yoga
è quello di insegnare all’uomo a creare le condizioni
in cui quest’altra intelligenza
che è in lui
possa manifestarsi e partecipare
alle sue azioni  al suo pensiero alla sua parola
Quando queste condizioni esistono
siamo nello stato di Yoga

Al contrario di quel che si penserebbe, il regime involontario, afferma Blitz, è intelligente. Emerge quindi un problema: cosa impedisce al nostro respiro autentico di trovare espressione? Da dove originano le difficoltà e le limitazioni nel respiro? La risposta è complessa, perché in parte originano da altre aree involontarie, su cui quindi non abbiamo modo di agire direttamente, ma in parte anche per l’ingerenza della componente volontaria, che con scarsa coordinazione e delicatezza cerca di controllare il respiro come controllerebbe i movimenti di un braccio. Qui però non si tratta di passare all’estremo opposto, di invertire la scala di valori: si tratta di “creare le condizioni” per un’integrazione.

Anche per questo, la premessa da cui occorre partire, sempre e non solo in via propedeutica, è di rendere cosciente il respiro naturale, ossia involontario, senza intervenire. Già ci potremmo fermare qui: se ci dedichiamo con serietà a questo compito, ci possiamo accorgere di quanto sia difficile e sempre nuovo. La passività cerebrale è fondamentale; in caso contrario, come osserva Eric Barét, scopriremo soltanto ciò che abbiamo accettato.

La storia finisce quindi senza essere mai veramente incominciata? Al contrario, è proprio qui che tutto inizia. Ci possiamo subito accorgere degli infiniti possibili approcci all’ascolto e della non banalità di alcun particolare che si presenta all’attenzione, ognuno dei quali contiene il tutto: sentire la temperatura, il suono e la traiettoria dell’aria che entra ed esce dalle narici, la pulsazione viscerale, il movimento spinale, costale, articolare ed epidermico, la riconfigurazione degli spazi del corpo e la sensazione di espansione e contrazione che riverbera nell’ambiente, le fluttuazioni nella cognizione del tempo a seconda che si propenda a ‘lasciarsi respirare’ o a intervenire attivamente. La sensazione delle pause, non forzate, naturali che preludono all’emergere dello sfondo da cui inspiro ed espiro sempre più occasionalmente salgono come razzi.

Attraverso questi inviti all’ascolto da cui ci lasciamo sfiorare, potremmo notare che il respiro naturale, quando riceve ascolto cosciente, non rimane uguale a sé stesso, ma come ogni cosa vivente si sviluppa. È proprio da questa terra di confine tra lasciar fare e fare che inizia realmente il pranayama, sia rimanendo nell’informalità, sia attraverso tecniche formali, se non risulteranno superflue, che si svilupperanno come forme di espansione e di esplorazione più che di controllo e costrizione, in cui i due regimi coopereranno in equilibrio.

Un’ulteriore considerazione, non meno importante: uno dei motivi principali per cui il respiro si irrigidisce, perdendo il collegamento con la sua forza vitale, è che reagiamo a sensazioni che interpretiamo come spiacevoli o indesiderabili. È quasi superfluo aggiungere, a questo punto, che è molto probabile che questo irrigidimento alimenterà ciò che respingiamo. Occorre, innanzitutto, includere nell’ascolto anche questa reazione, senza rifiutarla, e coltivare margini di maggior agio: in questo rimando al bellissimo passo di Gioia Lussana riportato nell’articolo precedente sul pranayama come custodire/proteggere piuttosto che come irrigidire/bloccare.

Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

I cinque corpi secondo il tantrismo del Kashmir - Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Vorrei concludere con questo diagramma, tratto da Tantra Illuminated di Christopher Wallis, che illustra i livelli di coscienza del sé secondo lo Sivaismo tantrico che fiorì nel Kashmir medievale. Chi ha dimestichezza con i manuali di Yoga sarà abituato forse a uno schema diverso, quello dei cinque involucri (kosha), di derivazione vedantica, spesso rappresentato graficamente come una matrioska di corpi via via più sottili.

La principale differenza – oltre alla pragmatica aggiunta di uno strato più esterno al corpo ‘in carne ed ossa’, quello della ‘roba’ – è la posizione di Prāṇa, ossia lo strato dell’energia vitale di cui il respiro è principale espressione e veicolo. Collocato tra corpo fisico e corpo mentale nello schema più celebre, qui invece si trova ancora più in profondità, ossia tra Citta, la mente-cuore e Shunya, il Vuoto trascendente, che a sua volta non è vuoto ma ‘contiene’ Cit, la Coscienza.

Ora, occorre considerare che in questi territori gli schemi in generale e le rappresentazioni bidimensionali hanno dei limiti intrinseci e quindi vanno prese con le dovute cautele: ad esempio – ed è un limite che affligge sia questa rappresentazione sia quella più nota – gli strati sempre più interni sembrerebbero limitati e contenuti da quelli esterni, mentre in realtà è vero il contrario: più ci muoviamo verso il centro, più andiamo dal particolare all’universale, dall’individuo al Sé indifferenziato.

Detto questo, i due diagrammi possono almeno in un aspetto convivere, descrivendo il legame a doppia mandata con il respiro: come punto di connessione corpo-mente (siamo ancora nell’individuo) ma al tempo stesso come ponte tra l’individuo e la forza vitale che condivide con tutte le creature. Forza vitale che è a sua volta passaggio privilegiato verso un silenzio che è letteralmente cosa viva.

E anche se gli schemi rimangono pur sempre schemi, possono almeno in questo caso sussurrarci un pur vago suggerimento del perché trovando il respiro possiamo trovare il centro esatto del mondo, e perché trovando il centro possiamo finalmente respirare.

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