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yoga

Mandar giù agonie: sullo Yoga vegan

17 Marzo 2017 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Immagine da The Yoga Pig.

La carne, il sangue, i visceri, tutto ciò che ha palpitato e vissuto, gli ripugnavano in quel periodo della sua esistenza, ché la bestia muore con dolore come l’uomo, e gli spiaceva digerire agonie. […]

A volte, tuttavia, Zénon si sforzava di mangiare deliberatamente un po’ di trippa o un pezzetto di fegato sanguinolento, per dimostrare a se stesso che il suo rifiuto veniva dallo spirito e non da un capriccio del gusto.

Marguerite Yourcenar, L’opera al nero

È davvero difficile affrontare il tema dell’alimentazione e dell’astensione dal mangiare carne e in genere alimenti di origine animale.

Lo è soprattutto perché è difficile separare l’alimentazione dal senso di appartenenza. Ciò che mangiamo e ciò da cui ci asteniamo ci include in un gruppo e ci esclude – e ci pone al riparo, almeno così crediamo – dal resto del mondo.

Perciò oggi vediamo come le scelte alimentari, che per millenni hanno connotato i meccanismi di inclusione ed esclusione in gruppi religiosi o sociali, siano oggi per molti una religione in sé. Il che è ben distinto dal fatto che astenersi dalla carne sia giusto o sbagliato, e dal fatto che moltissime persone scelgano uno stile alimentare privo di carne per ragioni rispettabilissime.

Sempre più spesso, negli ultimi anni, il vegetarianesimo prima e il veganesimo poi sono stati identificati anche con lo stile di vita dello Yogi. Essere vegan è spesso un corollario alla pratica delle āsana proprio come avere un tappetino bio.

Del resto è molto interessante che a sostegno di questa ipotesi si citi piamente la non-violenza (Ahimsa) raccomandata da Patanjali tra le altre restrizioni (sulle quali occorrerebbe una riflessione più disincantata, ma non è questa la sede): con un salto logico che non è del tutto scontato si conclude che mangiare carne sia una forma di violenza, sorvolando sul fatto che quasi tutto ciò di cui possiamo nutrirci derivi da una forma di vita e, se vogliamo, da una forma di coscienza.

L’argomento, in realtà, è dibattuto da molto tempo e bisogna guardarsi dal ragionare in assoluto. Nell’India, accanto a chi si benda la bocca per non ingerire altri esseri viventi e scopa per terra per non schiacciare le formiche, è sempre convissuta la consapevolezza che la vita non è possibile senza uccidere altra vita.

Questo, beninteso, non giustifica le ecatombi dell’odierna industria della carne né la violenza in sé, tuttavia ritengo che nello Yoga il dogma valga molto poco. Siccome l’organismo umano è considerato al pari di un microcosmo attraverso cui conoscere leggi di più ampia portata, ognuno dovrebbe sperimentare da sé ciò che è consono ai propri obiettivi, con molta libertà: le risposte non tarderanno ad arrivare. Molto presto ci si renderà conto che o si persevera negli abusi alimentari (da cui i vegan non sono esenti), o si prosegue nella pratica yogica: tertium non datur.

Ma se gli argomenti a favore di una forma di alimentazione rispondono a una moralità geometrica – se cioè sono puramente teorici e mancano di un sentire – ritengo che non si possa evitare di creare violenza proprio cercando di evitarla. Se non in atti materialmente violenti, sul piano delle relazioni, della parola, del pensiero. Il che diverge proprio dalla definizione dello stesso Patanjali: “Quando si è saldamente stabiliti in ahimsa, ogni ostilità cessa nelle proprie vicinanze”.

Del resto, le conseguenze della repressione dell’impulso sessuale dovrebbero insegnarci molto in questo senso. La superiorità morale, i sensi di colpa, lo stigma (e la segreta invidia) verso i licenziosi e la soggezione verso chi si dimostra più puro non hanno mai portato molto lontano.

Altro è sentire e liberamente scegliere: in questo caso, gli “strappi” alla regola non ledono in alcun modo la purezza della propria autostima né del santuario del proprio corpo, che non è un letto di rose ma va bene così.

Ma visto che sull’argomento si potrebbe argomentare all’infinito, preferisco passare la parola a Swami Satyananda, che in un passo del suo Yoga and Kriya, nel raccomandare in ultima analisi una dieta vegetariana, espresse con raro equilibrio le forze in gioco quando si prende le parti di uno stile alimentare:

Il vegetarianesimo è un argomento controverso. Molte persone prendono in considerazione la possibilità di diventare vegetariani, ma sono costantemente bombardate da punti di vista conflittuali che prendono le parti di un estremo o dell’altro. L’argomento è generalmente discusso in modo dogmatico, emotivo e con troppa enfasi sugli aspetti morali. È un grande peccato, perché molte persone che sarebbero ben disposte a diventare vegetariane se ricevessero qualche informazione ragionevole e convincente sui vantaggi del vegetarianesimo sul non vegetarianesimo, si sentono invece respinte dalla forte impressione che i vegetariani siano dei fanatici.

Gli estremisti del vegetarianesimo  esortano tutti ad astenersi dal mangiare carne, in termini che suggeriscono che in caso contrario cadremmo tutti nel fuoco dell’Ade. Sono convinti che la carne sia un alimento innaturale. Ciò, naturalmente, è una questione di opinioni, perché la carne è stata mangiata dall’uomo per innumerevoli generazioni durante la storia conosciuta e molto prima. Appare quindi un un poco presuntuoso sostenere che la carne sia un alimento innaturale. Come può essere contro natura se l’uomo può vivere di essa e ottenere molti nutrienti utili necessari al corpo stesso?

Altri sostengono che sia immorale mangiare carne, perché comporta la distruzione di altre vite. Ciò implica quindi che la legge della natura sia sbagliata: che leoni, tigri e altri animali carnivori commettano ‘peccato’. Questa opinione non può essere corretta, perché è una regola dell’esistenza fisica che certe forme di vita si sostengano uccidendo e mangiando altre forme di vita. Non è immorale che un leone uccida e mangi una zebra; è progettato per agire in quel modo. È naturale per un leone uccidere e totalmente innaturale per un leone cominciare a mangiare erba.

Tutti gli argomenti possono avvilupparsi in un circolo vizioso e questa controversia non è un’eccezione, perché gli estremisti del vegetarianesimo obbietteranno: “Concordiamo che per certi animali sia naturale uccidere, ma l’uomo è un essere altamente evoluto e cessare di mangiare carne è un segno della sua superiore evoluzione.” Può darsi, ma allora una banana sarebbe superiore a un leone perché non mangia carne? Naturalmente questo è un paragone senza senso, che serve soltanto a illustrare come si possa cadere in circoli viziosi tentando di giustificare il vegetarianesimo da questo punto di vista.

Ricordate inoltre che ogni forma di vita, dall’uomo alle piante, distrugge altre forme di vita; stiamo in continuazione distruggendo piccoli organismi, batteri ecc. senza nemmeno saperlo. La distruzione di animali per mangiarne la carne è solo un ovvio esempio. È solo per questa ragione che è controverso.

Per questo motivo, riteniamo che qualsiasi approccio moralistico al mangiare carne sia da scartare perché non sostenibile, e certamente per molte persone non è una valida ragione per diventare vegetariani.

Gli estremisti del non-vegetarianesimo affermano che la carne è una parte essenziale della dieta umana, ed è necessaria per fornire proteine al corpo. Costoro sostengono fermamente che senza un consumo regolare di carne la salute della persona declinerà in modo drastico. Ciò che si dimentica in questo caso è che la carne non è la sola fonte di proteine. Vi sono molti altri cibi disponibili che possono fornire al corpo il fabbisogno di proteine.

È inoltre degno di nota che siamo fortunati se abbiamo la possibilità di scegliere di essere vegetariani o non vegetariani. Per la gran parte della popolazione mondiale la dieta consiste spesso nel mangiare ciò che è disponibile invece che essere in grado di scegliere una particolare dieta in base a un’ampia varietà di cibi. In alcuni casi, tutto ciò che è disponibile è carne; per esempio, gli eschimesi hanno una dieta esclusiva di carne per ragioni di assoluta necessità. Dobbiamo accusare gli eschimesi di abitudini immorali a causa della loro condizione? D’altro canto, vi sono popolazioni in altre parti del mondo che è troppo povera per includere la carne nella propria dieta. Dobbiamo quindi lodare queste persone per la loro moralità nell’essere vegetariani quando stanno semplicemente seguendo i dettami della necessità?

Quindi se avete la buona ventura di poter scegliere le vostre abitudini alimentari, siate consapevoli che ciò è un privilegio e astenetevi dal condannare gli altri per non mangiare lo stesso cibo che voi mangiate.

[…]

Molti ritengono che il vegetarianesimo sia una parte integrante della pratica yogica. Questa opinione è solo parzialmente vera, perché lo yoga ritiene sì che il vegetarianesimo sia il sistema di nutrizione più benefico, ma non insiste per un istante che tutti i praticanti di yoga diventino vegetariani.

Il vegetarianesimo trova un posto nello yoga nella misura in cui è la dieta che permette di ottenere una completa salute corporea in preparazione per le più alte forme di yoga. I non vegetariani sono in ogni caso cordialmente accettati. Uno degli obiettivi basilari dello yoga è di sintonizzare il corpo su un alto grado di sensibilità e ciò è molto più facilmente realizzabile astenendosi dalla carne. Ricordate, lo Yoga mira alla pace mentale così come al rilassamento fisico. Ciò si può ottenere più facilmente senza mangiare carne.(…)

Riteniamo che Manu, il legislatore dell’antica India, sintetizzò l’intero argomento affermando: “Non c’è nulla di male nel mangiare carne o bere vino, ma l’astensione da essi dona molti benefici”.

Swami Satyananda Saraswati, Yoga and Kriya, Bihar Trust
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[SEMINARIO] Yoga di Lunga Vita: spazio interno e spazio esterno

16 Marzo 2017 by Zénon

In questo seminario approfondiamo il tema dell’energia vitale nello Yoga e nel Qi Gong. Affronteremo il tema del legame tra corpo ed energia, della percezione dello spazio interno e dello spazio esterno, come due riflessi speculari.

Lo faremo molta pratica, ma anche con spazi dedicati alla teoria che serviranno a contestualizzare le tecniche nell’ambito dei paradigmi a cui fanno riferimento.

Scopriremo che per risvegliare l’energia e occorre innanzitutto liberare il corpo dalla meccanicità e dalla tensione che lo caratterizza. Il che significa, al contempo, liberare la mente dagli schemi ripetitivi della sua attività ordinaria.

Lo Yoga e il Qi Gong ci offrono due approcci complementari e convergenti: lo Yoga ci insegna la concretezza e l’immersione nella corporeità; il Qi Gong ci insegna la circolarità e la leggerezza che permettono di cogliere gli aspetti più raffinati.

Ma le opposizioni sono solo apparenti.

Lo scopo di questo seminario è quindi duplice: da un lato educare all’ascolto e alla percezione dell’energia; dall’altro portare in evidenza i punti in comune tra le due discipline.

Nello spirito di Zénon, la tradizione è ora, la pratica corretta è quella che funziona.


Struttura del seminario

Il seminario osserverà i seguenti orari:

  • 9:30-11:45: Pratica (Yoga)
  • 11:40-13:00: Teoria (Yoga)
  • 14:30-15:45 Teoria (Qi Gong e Medicina Tradizionale Cinese)
  • 16:00-18:00 Pratica (Qi Gong)

Informazioni e partecipazione

Il seminario prevede un contributo di partecipazione di 70 euro.

Per informazioni e per prenotarvi potete chiamarci al 349 2462987 Oppure potete contattarci tramite il modulo qui sotto:

[contact-form-7 id=”2805″ title=”Prāṇāyāma_copy”]

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Yoga o ginnastica, forza o energia

9 Marzo 2017 by Francesco Vignotto 3 commenti


Quando si parla di energia nello Yoga, si cade spesso in un paio di equivoci diametralmente opposti.

Il primo equivoco consiste nel confondere l’energia con l’eccitazione, ovvero quell’essere pieni di energie, carichi di voglia di fare e di forza travolgente a livello mentale, fisico e soprattutto emotivo. È una visione oggi spesso diffusa non solo nelle varianti power (su cui è fin troppo facile ironizzare), secondo cui più si ripetono saluti al sole e posizioni ‘forti’, più si va su di giri, si accumula forza, si è ‘energetici’.

Non è che l’energia sia estranea a tutto questo e non è certo un peccato divertirsi in questo modo, ma non è esattamente ciò che si dovrebbe intendere come tale nello Yoga, perché la forza è una forma contratta di energia: finché non si abbandona l’idea che esista una ‘mia’ energia, si rimane ancora intrappolati nell’altalena degli opposti, dove si farà esperienza di una legge ineluttabile: prima o poi la polarità dell’energia si inverte, normalmente quando le ragioni che hanno innescato l’entusiasmo vengono meno. Depressione, spossatezza, senso di esaurimento oggi affliggono ciclicamente molti praticanti di Yoga proprio per questo motivo.

Sebbene anche questa sia una esperienza con cui occorre inevitabilmente fare i conti, se non interviene un elemento catalizzatore può essere difficile uscire da questa palude in cui ci si può arenare a vita. Occorre, in altre parole, che a un certo punto appaia all’orizzonte la prospettiva di una stabilità senza sforzo.

La posizione non ha più bisogno che di una minima partecipazione muscolare, sembra reggersi sul nulla. Il respiro non sembra più nemmeno necessitare la nostra partecipazione attiva, come se sorgesse dalle profondità. La necessità di lunghi periodi di rilassamento tra una posizione e l’altra viene meno, perché non vi è dispersione tra il fare e il non fare.

Inerzia e vitalità sono due facce della stessa medaglia: inizia solo ora a manifestarsi quell’esserci senza una ragione e senza utilità che è caratteristico del gioco dell’energia nella forma più libera.

Lo Yogi, insomma, non è un atleta che si esalta per i successi e si deprime per i momenti di stanca, ma li contempla equanime. La conquista di questo atteggiamento, che naturalmente si guadagna al prezzo anche di numerosi saliscendi, porta in sé a una profonda stabilizzazione dell’energia.

Veniamo ora al secondo equivoco, ovvero che occorra uno sforzo di immaginazione per avvertire l’energia nei suoi aspetti più raffinati. L’uso (e a volte l’abuso) di visualizzazioni e l’eccessiva teorizzazione sembrano alimentare il luogo comune che l’energia sia al di là della portata percettiva comune e che il sapere venga molto prima della possibilità di sentire.

In realtà, l’energia può essere toccata, udita, persino vista e annusata in modo molto più autentico e istintivo di quanto non possa essere conosciuta dall’intelletto. I sensi, così spesso demonizzati da alcune correnti di pensiero anche nell’ambito dello Yoga, possono benissimo venirci in aiuto in questo, a patto che ci si addestri a una raffinazione dell’ascolto.

A torto, infatti, i fenomeni energetici vengono ascritti all’ambito ‘extrasensoriale’, non essendo a altro che il sostrato comune a corpo e mente, alla vita e alle sue qualità. Un sostrato dal cui equilibrio dipende sia la salute fisica e mentale, sia la possibilità che si aprano spazi intuitivi sempre più rarefatti e sempre meno verbalizzabili, non necessariamente nei momenti deputati alla pratica.

Personalmente ho sempre ritenuto che il momento più bello e interessante della pratica non sia quando a occhi chiusi si attende un miracolo – che non arriverà mai, semplicemente perché i miracoli sono di norma inaspettati e improbabili. No. Il momento più bello è quando si riaprono gli occhi e si guarda il mondo: a volte i colori, la spazialità dei suoni, lo scorrere del tempo e l’orientamento nello spazio appaiono del tutto nuovi.

Le esperienze trascendenti mi hanno sempre interessato poco, perché ritengo che la vera trascendenza sia nelle cose che a uno sguardo offuscato sembrano ‘le stesse’ cose di sempre. Compreso il proprio corpo, che diventa non più solo un insieme di ossa, muscoli, tendini, organi, sangue, ma anche e soprattutto spazio: anche questa, se vogliamo chiamarla così, è energia, è vita colma di mistero.

Alcuni silenzi improvvisi, alcuni respiri che si vanificano nel vuoto intenzione sono zone temporaneamente autonome che si aprono molto più facilmente quando si rilascia lo sforzo fisico e mentale, l’idea oppressiva che lo Yoga si faccia per qualcosa: che si tratti di realizzarsi o di scolpirsi gli addominali, la differenza è molto più sottile di quanto non si pensi.

Questi momenti, come la tendenza della mente a proiettarsi verso qualcosa al termine di una seduta, sono manifestazioni di diversi stati di energia: soddisfatta e satura di sé stessa nel primo caso; con ancora del carburante da bruciare, qualcosa che è stato tenuto in riserva e deve risolversi, nel secondo.

Bisogna però modificare atteggiamento: prima di essere musicisti, occorre diventare strumenti, ovvero comprendere che il potere di fare quello che si vuole è un mito piuttosto infantile, perché occorre mutare radicalmente le condizioni imposte dal volere, soprattutto ricredersi sul soggetto del volere. A quel punto, quando la mano cessa di tenerla ferma, la corda inizia a vibrare.

Ma siccome nulla viene dal caso, devo fare un ammenda. Ho parlato in questo articolo di due errori comuni nello Yoga, che giustificano due comuni obiezioni che si sollevano verso questa disciplina. È interessante, per concludere, prenderle in esame.

Da un lato, che nelle sue forme più intensamente fisiche, lo yoga si risolva in una manifestazione, di forza o di abilità fisica fine a sé stessa, al netto degli ornamenti esotici e delle velleità spirituali. Dall’altro, che lo Yoga porti a un eccesso di introversione e di rimuginio su sé stessi, alla proiezione verso mondi avulsi dalla realtà.

Queste obiezioni sono del tutto fondate e non di rado esprimono i dubbi inconfessabili di molti praticanti. Tuttavia, lo Yoga non sarebbe di nessuna utilità se non si venisse sfiorati da tali dubbi e se non si corresse tali pericoli. Incapparci, del resto, è l’unico modo per curarsi.

In altre parole, i due ‘equivoci’ descritti fin qui sono, in una misura variabile a seconda dell’individuo, passaggi indispensabili, perché nessun equilibrio può dirsi stabile se non si passa attraverso queste correnti che a volte possono trasformarsi in rapide.

È vero, lo Yoga contemporaneo è spesso una ginnastica travestita da religione, o da psicoanalisi motivazionale. Ha prodotto in Occidente schiere di ipocondriaci alternativi, ma ha portato anche molti individui che sono riuscite ad andare oltre gli abbagli proprio affrontando l’eventualità di lasciarsi accecare.

Lo Yoga riguarda la totalità dell’essere umano e proprio per questo contempla profonde immersioni nella fisicità e ascese (ammesso che si ascenda) in zone di estrema rarefazione, per rendersi conto che non può esistere divino se ciò significa l’epurazione della propria umanità.

L’insegnamento vero, il filo di lama su cui ti occorre camminare, è che la stessa energia che porta nelle profondità è anche l’unica in grado di sgravarti del peso che ti trattiene dal salire a galla.

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Yoga di Lunga Vita: percepire l’energia vitale

14 Febbraio 2017 by Zénon

Che cos’è l’energia vitale e cos’è il corpo energetico? Qual è la sua relazione con la salute del corpo fisico e con la stabilità della mente?

Cosa distingue il movimento puramente meccanico del corpo dal movimento che coinvolge strati più profondi? C’è realmente differenza tra movimento e staticità?

Sono domande a cui troppo spesso diamo risposte scontate, e non basta far riferimento a chakra o meridiani per andare oltre il pur salutare esercizio fisico.

Con questo nuovo seminario di Yoga e Qi Gong cercheremo di dare una risposta essenzialmente esperienziale, anche se alterneremo alla pratica alcuni momenti dedicati alla teoria per contestualizzare il lavoro.

L’evento è organizzato con la collaborazione del C.P. AICS Novara.


Il seminario

Per dare più ampio respiro al tema, questa nuova edizione di Yoga di Lunga Vita si articolerà nell’arco di una intera giornata, domenica 26 febbraio 2017.

Nella sessione pratica mattutina partiremo con il lavoro corporeo, in un processo di raffinazione che confluirà nelle tecniche di prāṇāyāma.

Nelle due sessioni teoriche introdurremo il tema dell’energia nello Yoga e nella Medicina Tradizionale Cinese, mettendo a confronto le due tradizioni, che possono apparire divergenti negli approcci ma che, scendendo sempre più sotto la superficie, convergono sull’essenza.

Nella sessione pratica finale esploreremo diversi aspetti dell’energia, tra movimento, utilizzo del suono, meditazione.


Il programma della giornata

Ore 9:30 – 11:30 Sessione pratica: Lavoro corporeo e prāṇāyāma

Ore 11:45 – 12:30 Sessione teorica: Movimento grossolano e movimento ‘sottile’: lasciare la presa nel corpo, con Francesco Vignotto, istruttore di Yoga Zénon

Ore 14:30 – 16:00 Sessione teorica: L’energia nella Medicina Tradizionale Cinese: una introduzione, con il Dott. Marco Invernizzi, medico agopuntore e istruttore di Qi Gong

Ore 16:15 – 18:00 Sessione pratica: movimento, suono, meditazione


Per partecipare

L’evento prevede un contributo di partecipazione di 60€.

Per informazioni e per prenotarvi potete chiamarci allo 349 2462987 Oppure potete contattarci tramite il modulo qui sotto:

[contact-form-7 id=”2805″ title=”Prāṇāyāma_copy”]

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[SEMINARIO] Il Mantra OM

24 Gennaio 2017 by Zénon Lascia un commento

Giovedì 26 gennaio alle ore 20:00 presso Zénon in via XXIII marzo 1849, 17 a Novara terremo una serata dedicata al mantra OM, tra canto e meditazione, con una introduzione su respiro e ascolto del suono.

È richiesto un contributo di partecipazione di 15€.

Per informazioni o per partecipare, contattaci pure con questo modulo.

[contact-form-7 id=”3950″ title=”Danzaterapia”]

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Rischiare grosso con lo yoga: qualche consiglio per chi pratica

25 Novembre 2016 by Zénon 4 commenti


Una piccola premessa

Quanto segue è nato da una ‘intervista andata male’ per un quotidiano nazionale alcuni anni fa. Una giornalista ci aveva chiesto di fornire alcuni pareri sugli aspetti critici del mondo dello yoga, con l’evidente intenzione di realizzare un articolo provocatorio che facesse rumore.

Si sa però che le provocazioni troppo artefatte raramente riescono nel proprio intento: purtroppo l’intervista fu parecchio distorta rispetto a quanto avevamo in realtà detto (e ci sentiamo estremamente imbarazzati nello scrivere quella che sembra ‘la solita scusa’, ma andò proprio così) e fu mescolata a frasi decontestualizzate tratte da nostri articoli. Ci fu però chiesto anche di redigere un elenco di ‘consigli’ per i praticanti che accompagnasse una galleria a corredo dell’articolo. Ciò che segue è il risultato di varie elaborazioni di quella stesura originaria.

Col passare del tempo, l’intento originale ha subito delle evoluzioni e anche il significato di ‘rischio’ è mutato.

Si parla molto – e a ragione – dei rischi legati alla pratica dello yoga in un’epoca in cui questa pratica è divenuta di massa, e pertanto si rivolge a un pubblico molto più vasto e meno interessato agli aspetti profondi. È ormai chiaro che far eseguire le stesse tecniche nello stesso modo a chiunque è impensabile. Ma giungere alla conclusione che la pratica debba essere adattata non è una menomazione dello spirito originario dello yoga, bensì un’occasione per coglierne l’essenza, che non risiede in una tecnica.

Per questo, abbiamo voluto ‘giocare’ con il significato di rischio nelle considerazioni contenute nell’elenco che segue: laddove evidenziando i rischi si pensa – sempre a ragione – di salvaguardare la propria incolumità, abbiamo voluto porre l’accento invece su un altro tipo di rischio: la possibilità di cogliere qualcosa di inaspettato, di lasciarsi sorprendere da un effetto collaterale che nei manuali di yoga, spesso infarciti di benefici e di finalità, non è pronosticato: sentirsi qui, all’improvviso e totalmente, in qualsiasi condizione ci si trovi e su qualsiasi gradino si pensi di transitare.


Qualche consiglio

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Foto di Michael O’Neill
  • Lo yoga è accorgerti che non sei tu a respirare, non sei tu a muovere il tuo corpo, non sei tu a pensare. Inizialmente, ciò può sembrare una terribile perdita di controllo; ben presto avrai modo di ricrederti sulla tua stravagante idea di controllo.
  • Il termine yoga può avere accezioni molto diverse a seconda delle tradizioni, dei metodi di insegnamento e delle persone stesse che le praticano: constata questa varietà, queste apparenti contraddizioni, ovvero il fatto che è così ma potrebbe anche essere altrimenti.
  • Perciò, non spendere troppa energia per capire chi sia arrivato prima o chi sia più fedele a una tradizione: la ‘tradizione’ non è fare le stesse cose oggi come ieri, ma fare oggi ciò ti permette di sentire l’essenziale, che non risente del tempo.
  • Prova pure diversi tipi di yoga, diversi insegnanti, diversi insegnamenti, ma evita la superficialità del ‘mordi e fuggi’: se senti qualcosa, fermati e dagli del tempo.
  • Qual è il significato di ciò che sto facendo, a che cosa devo pensare mentre eseguo questa pratica?  A volte, è meglio lasciare in sospeso la domanda, e ascoltare lo spazio lasciato dall’interrogativo. Se non c’è alcun senso (per te in questo momento) non tarderà a essere evidente. Se c’è, difficilmente risiederà in una formulazione.
  • Nello yoga ciò che che conta è soprattutto l’atteggiamento, prima che la tecnica in sé. Questa attitudine è ascolto senza valutazione, perché l’oggetto dello yoga, se così si può dire, è Coscienza. La disponibilità all’ascolto può risolvere alla radice migliaia di dettagli; la sola tecnica può unicamente afferrarli nei loro aspetti periferici.
  • Ogni tecnica, in realtà, è un espediente per realizzare che nessuna tecnica è essenziale. A volte, l’unico scopo è tenere occupata la mente dall’intervenire in ciò che accade da sé.
  • Anche questo è un enorme lavoro e richiede di sviluppare una grande sensibilità.
  • Come faccio a distinguere se sto ascoltando veramente, oppure sto pensando di sentire? È più facile se presti ascolto a ciò che normalmente non vuoi constatare, quando senti il tuo stesso non voler sentire.
  • Sentire una tensione, sentire la propria rigidità non è il problema, ma il principio. A volte la rigidità più ostinata è voler eliminare la tensione: includi nell’ascolto anche il tuo sforzo di quietare lo sforzo, senza giudicarlo.
  • Non alzare il volume per sentire meglio, ma affina l’udito. Vale per tutti i sensi.
  • Occorrono degli accorgimenti e delle precauzioni per praticare le tecniche dello yoga, soprattutto in condizioni fisiche particolari, ma il primo accorgimento è sviluppare un’attenzione rivolta alla totalità dell’esperienza: senza di essa, nessun’altra precauzione può essere efficace.
  • Pretendere un risultato è la prima causa di infortunio. Ma questo non sia un alibi per non provarci nemmeno.
  • Lo yoga inizia quando si è indifferenti a perdita e guadagno: a volte però le ‘perdite’ portano a conseguenze ben più interessanti.
  • Nello yoga non c’è un punto di arrivo. Però, quando il tuo corpo, il tuo respiro o la tua mente si arrestano, vai oltre, lascia che l’ascolto prosegua nelle correnti, nei punti di fuga, nei prolungamenti fino a che la distinzione tra te e non-te diventa irrilevante.
  • Che cosa succede allora quando si riconosce il proprio non sentire? Si sviluppa, a volte in modo straordinario, un’altra sensibilità, una diversa abilità. E proprio qui comincia lo yoga vero.
  • In realtà, in qualsiasi punto ti trovi, quello è il luogo. Non sperimenterai “il vero yoga” quando sarai più bravo o avrai più esperienza, ma quando realizzerai in modo permanente la tua inettitudine, la tua impotenza, la tua inconcludenza. A volte, ‘essere bravo’ significa esserne schiavo.
  • La tranquillità è la condizione necessaria per praticare yoga: arriva quasi sempre quando smetti di cercarla.
  • Nelle posizioni, gli allineamenti hanno la loro importanza, ma solo se ti permettono di sentire il tuo corpo integralmente. Se diventano un’ossessione per il particolare e per la perfezione, confermano soltanto la percezione ‘spezzata’ di te e la frammentazione dell’attenzione.
  • Le posizioni complesse, che spesso vedi esibite come trofei nelle foto di insegnanti e praticanti, non sono traguardi da conquistare, né sono per forza l’attestato di una pratica avanzata. Spesso hanno effetti molto particolari che vanno al di là dell’abilità fisica e non sono consigliabili a tutti né sono adatte ad ogni occasione della vita.
  • Se non hai dimestichezza con l’attività fisica, dovrai abituarti a percepire la leggerezza che emerge anche dalle sensazioni di un corpo che ha faticato. Se sei abituato/a all’attività fisica, dovrai abituarti a percepire la fisicità anche quando apparentemente non stai facendo alcuno sforzo.
  • Non credere tuttavia agli idioti secondo cui bisogna soffrire.
  • Diffida dei culti della persona, delle persone tutte d’un pezzo e delle dinamiche settarie, ma non cercare di vedere questi fenomeni per forza dappertutto. Rallegrati che il tuo insegnante abbia dei difetti quando non nuocciono agli altri, ma non cercare altre giustificazioni oltre al fatto che è un essere umano.
  • Per praticare yoga non sei obbligato a diventare vegetariano o vegano: i cambi di alimentazione e nelle preferenze verranno da sé, come constatazione, non aderendo a ideologie.
  • Ricorda che l’insegnante non è un sostituto del medico o dello psicoterapeuta e lo yoga non sostituisce le cure mediche o il supporto psicologico. Tuttavia,la pratica può essere terapeutica.
  • Le tecniche dello yoga non sono nemmeno pillole per risolvere questo o quel problema fisico. Possono aiutare, ma non sempre l’aiuto sortisce l’effetto che si era pensato in principio. A volte, può darsi che un disturbo scompaia, o passi sullo sfondo, fino a diventare irrilevante: ma non cercare mai questo risultato intenzionalmente.
  • Le tecniche dello yoga non sono nemmeno pillole per risolvere questo o quel problema fisico. Possono aiutare, ma raramente l’aiuto sortisce l’effetto che si era pensato in principio. A volte, può darsi che un disturbo scompaia, o passi sullo sfondo, fino a diventare irrilevante: ma non cercare mai questo risultato intenzionalmente.

Tutte le immagini in questo articolo sono di Daniel O’Neill.

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Zénon Yoga Novara

Centro di yoga, meditazione, Qi Gong e Taijiquan. Corsi per ogni età e ogni livello.

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