
A dire il vero, nel titolo ho esagerato. Non ho nessuna intenzione di lanciare una fatwa nei confronti dei tappetini da yoga, anche se personalmente ne faccio spesso e volentieri a meno (ma è una mia abitudine che non intendo imporre a nessuno).
Chiariamo quindi fin da subito che mettere qualcosa sotto il proprio corpo non sembra essere mai stato un sacrilegio nello yoga, e anzi talvolta è caldamente consigliabile: si pensi quando il punto di appoggio è la testa, o qualche articolazione particolarmente delicata.
Nel commento agli Yoga Sutra attribuito a Shankara, si raccomanda di sedere “su un tappeto confortevole coperto di stoffa, di pelle di antilope e di erba kuśa”.1Pātañjalayogaśāstravivaraṇa 2.46–8, citato in J. Mallinson, M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017. L’erba kuśa è la Desmostachya bipinnata, erba considerata sacra nella tradizione brahmanica ed utilizzata nei rituali per ricoprire l’ara. Le istruzioni sembrano essere prese di pari passo dal sesto capitolo della Bahgavadgita, con la differenza che qui viene nello specifico indicata la pratica di alcune āsana.
Tra i rudi Yogi che frequentano il Kumbh Mela, quando non è preferita la nuda terra, l’uso di stuoie è abbastanza comune. Vi è a volte però la delimitazione rituale dello spazio tramite un anello di pietre o delle braci accese, attraverso cui lo yogi simbolicamente offre sé stesso in sacrificio.2Nello specifico, l’austerità dei cinque fuochi è praticata attraverso diversi stadi, in cui lo yogi comincia col circondarsi di cinque fuochi, per aumentarli gradualmente fino a formare un anello continuo di innumerevoli fuochi. Fonte Ma si tratta di altri mondi.


Per venire alle origini dello yoga transnazionale, nelle foto d’epoca di Krishnamacharya, uno dei padri dello yoga contemporaneo,3Tiumalai Krishnamachaya (1888-1989) è noto soprattutto per essere stato negli anni Trenta del ‘900 il maestro di BKS Iyengar e K. Pattabhi Jois (padre dell’Ashtanga Vinyasa Yoga) durante il suo periodo a Mysore. Krishnamacharya fu una figura molto complessa, oltre a essere molto dotto, e il rapporto tra innovazione e tradizione nel suo insegnamento è ancora oggetto di discussioni. Finito il periodo di Mysore, i suoi insegnamenti si staccarono parecchio dallo stile marziale e severo impartito ai due allievi più famosi (che lo ricordano anche per le punizioni corporali), dedicandosi esclusivamente all’insegnamento individuale. Suo figlio TKV Desikachar, recentemente scomparso, è colui che meglio rappresenta l’eredità di questa seconda fase. compare di volta in volta un tappeto, una coperta, una folkloristica pelle di tigre (topos abbastanza comune), o il semplice pavimento, a seconda delle occasioni.
Tutto questo però non ha molto a che fare con il tappetino da yoga come prodotto industriale, progettato per rendere sempre più confortevole la pratica e soprattutto per eliminare qualsiasi incertezza nel contatto al suolo. Il tappetino ha peraltro creato un notevole mercato, con accessori annessi, garanzie di ecosostenibilità, testimonial famosi e ‘prove su strada’, ma questo non è un gran problema.
Il problema è quando il tappetino è vissuto da un lato come elemento invalidante quando manca o non possiede caratteristiche ideali: non posso praticare perché il pavimento è scivoloso, o perché la stuoia non me lo permette, mettendomi il cuore in pace dall’indagare le naturali dinamiche del radicamento a terra e dell’equilibrio.
Ma, d’altro canto, in questo articolo esploreremo anche come il tappetino abbia un ruolo di potenziamento della performance, a volte con un prezzo da pagare per l’apparato muscolo-scheletrico: grazie alla speciale aderenza del tappetino posso oltrepassare i normali limiti di flessibilità, senza tener conto che i limiti a volte esistono per un motivo strutturale ben preciso e che, non di rado, servono anche a proteggere.
Complice l’iconografia che rende il praticante riconoscibile fin dalla strada grazie al tappetino arrotolato in spalla, questo accessorio diventa spesso una sorta di simbolo e di stampella psicofisica.
Molto interessante è quindi individuare il paziente alfa del tappetino da yoga come oggi lo conosciamo. Il termine paziente non è scelto a caso, perché come vedremo tra breve il moderno tappetino nacque alla fine degli anni ’60 come intervento terapeutico per una condizione molto particolare.
Contenuti
Il tappetino come cura
Alcuni anni fa, il docente di Kinesiologia Colin Hall tracciò la storia del tappetino da yoga in un articolo molto interessante su Yoga international.
Secondo la ricostruzione di Hall, il moderno tappetino fu inventato dall’insegnante di yoga londinese Angela Farmer. A causa di un intervento chirurgico subito in giovane età, Farmer era del tutto incapace di sudare da mani e piedi. Questa condizione la privava dell’aderenza che la normale sudorazione garantisce alle estremità, rendendole molto difficile eseguire numerose posizioni in piedi o che comportano l’appoggio coordinato sulle mani.
Angela Farmer era allieva di BKS Iyengar, il quale le proibì di umettarsi le estremità o di usare un materassino di schiuma. Un giorno, però, trovandosi a insegnare a Monaco, l’insegnante riuscì a trovare presso una fabbrica di tappeti un sottile campione di stuoia con la viscosità ideale per ovviare il suo problema.

Tornata a insegnare a Londra, il suo tappetino divenne talmente popolare tra i suoi allievi, che dovette rimettersi in contatto con l’azienda tedesca per procurarsene in grandi quantità. Ironia della sorte, una ventina di anni dopo, Angela Farmer registrò in una nota di aver visto il suo maestro BKS Iyengar esibirsi in una dimostrazione utilizzando uno dei suoi tappetini.
Osserva Hall:
Il tappetino da yoga, come sviluppato da Angela Farmer, era un intervento terapeutico. La vischiosità del tappetino alleviava una condizione medica.(…) Ma cosa succede quando un attrezzo yogico progettato da e per qualcuno che soffriva di un problema medico diventa uno standard per gli yogi di tutto il mondo?

Hall paragona questa circostanza all’utilizzo dei carrelli motorizzati: mentre in situazioni di degenza questi veicoli sono indispensabili per deambulare, quando diventano un’alternativa a camminare per persone sane finiscono per “enfatizzare e rinforzare alcuni dei nostri peggiori tratti”.
Del resto, abbiamo già citato su queste pagine un principio non scritto della riabilitazione: se dài a una persona sana un bastone, dopo qualche tempo userà una stampella; poi passerà a due stampelle; quindi a un deambulatore; alla fine, avrà bisogno di una carrozzina.
Il debole della flessibilità
Da un punto di vista fisico, il principale problema dei tappetini aderenti riguarda soprattutto le posizioni in piedi ed è quello che Colin Hall chiama stretchificazione dello yoga (mi si perdoni il mostro linguistico, intraducibile altrimenti).
In altre parole, la presenza di un tappetino antiscivolo sposterebbe eccessivamente l’accento dalla forza alla flessibilità, due requisiti che nello yoga dovrebbero controbilanciarsi.
Secondo Hall, nell’eseguire le posizioni in piedi, una certa instabilità nel contatto al suolo e il relativo sforzo per evitare che mani e piedi scivolino via hanno un ruolo positivo. La contrazione isometrica necessaria per stabilizzarci rende infatti possibile un allungamento entro limiti fisiologicamente accettabili per le nostre articolazioni.
Quando però mani e piedi sono “incollati” a priori ai tappetini, le cose cambiano: siccome l’allungamento non è più limitato dalla contrazione, il risultato è una eccessiva sollecitazione delle articolazioni di ginocchia, anche, gomiti e spalle.
Un esempio è la posizione di trikonāsana (la posizione triangolare). In assenza del tappetino, il piede su cui scendo lateralmente (nella foto sotto, il destro) tenderà a muoversi. Per limitarne la mobilità, dovrò radicarlo tendendo leggermente la gamba e stabilizzando il ginocchio: andrò quindi a creare una linea di forza verso l’alto, che controbilancerà il peso stesso del corpo e, particolare molto spesso trascurato, coinvolgendo il bacino mi permetterà di attivare la gamba opposta e di distribuire il peso su entrambi i piedi.
Se però il piede è tenuto fermo a priori dall’aderenza del tappetino, in mancanza della stabilizzazione appena descritta, il peso verrà caricato sulle articolazioni del ginocchio e dell’anca della gamba interessata (ovvero, tenendo a riferimento ancora la foto, sempre la destra).

A mio parere, c’è un’altra conseguenza da non trascurare, oltre a quella evidenziata da Hall: la posizione non ha più un centro. Cadendo sulla gamba iperestesa e lasciando ‘vuota’ la gamba opposta, mancherò del radicamento a terra necessario per coinvolgere il bacino in una rotazione che arriverà ad aprire il torace, in un’unica ondata dai piedi all’apertura delle braccia.
In altre parole, senza il meccanismo di radicamento dei piedi perdo la leva attraverso cui il corpo può ruotare su sé stesso attraverso sé stesso, e di risolvere l’āsana in un solo gesto. Al contrario, l’onda del movimento si ferma alla gamba destra, sovraccaricandone le articolazioni.
La differenza è abbastanza evidente se confrontiamo la foto precedente con l’esecuzione di Krishnamacharya 4La foto, come quella successiva dello stesso, è tratta da T. Krishnamacharya, Il nettare dello Yoga (Yoga-Makaranda), Ubaldini, 2013

La posizione è più raccolta, più involuta, forse anche meno precisa rispetto alla precedente: qualcuno oggi faticherebbe a definirla un’esecuzione di livello intermedio. Eppure è un’unico movimento di apertura che con estrema sintesi riesce a dire quello che l’esecuzione precedente balbetta con prolissità: così come nulla viene mai esplicitato del tutto a parole, non tutto dev’essere espresso fisicamente nell’āsana.
Un’altro esempio di stretch-ificazione è visibile nella tendenza ad accentuare la flessibilità delle articolazioni delle spalle in adho mukha svanāsana (il cane a testa in giù), creando una curva molto marcata verso il basso nella parte alta della schiena. Questo fenomeno sembra aumentare tra i praticanti con il passare degli anni, forse per un meccanismo di emulazione e competizione:

Confrontiamola ora con l’esecuzione di Krishnamacharya:

Anche in questa posizione, nel primo caso abbiamo un bacino che sembra sul punto di collassare sulle mani. Nel secondo caso, pur con meno affinità rispetto al gusto odierno, la posizione sembra reggersi da sola: le linee di forza sono equilibrate e nessuna parte del corpo appare più sollecitata di altre.
A quale costo?
Alcuni anni fa, in seguito a numerosi casi di usura di anche e ginocchia rilevati tra praticanti di yoga negli Stati Uniti, il giornalista scientifico William J. Board dichiarò in un famoso articolo sul New York Times che la flessibilità è uno dei punti deboli dello yoga: ma, secondo Hall, il problema non sarebbe la flessibilità in sé, sono più probabilmente gli effetti dei tappetini.
Che su questo ultimo punto Hall abbia ragione o no (naturalmente ha un ruolo fondamentale anche chi sta sul tappetino), le sue considerazioni sollevano alcune riflessioni. Il tappetino che elimina la possibilità di scivolare crea un ambiente falsamente protetto, offre un trampolino per arricchire le possibilità di allungamento ma indebolisce le fondamenta.
Che ruolo ha tutto questo nello slittamento dello yoga posturale verso un ideale di perfezione fotogenica, di mania del particolare, soffocando gli spazi di ascolto del corpo e dei suoi equilibri a favore di obiettivi da raggiungere?
Il contatto al suolo, con la sua dose di imprevisti e di accidenti, con le sue limitazioni, è fondamentale per risalire dalle estremità al centro. Allo stesso modo, è il contatto con la realtà, con la giusta dose di precauzioni, che ci permette di risalire alla sua origine.
Ma c’è ancora spazio per questo, quando ci si guarda bene dall’appoggiare il piede al di fuori di un rettangolo di gomma, per evitare la spiacevole sensazione che il pavimento si riveli freddo, duro, scivoloso e disabilitante?
Molto spesso, quel che ci restituisce il contatto al suolo non è colpa del pavimento: siamo noi. È quello con cui dobbiamo stare, se vogliamo sentirci.
Dissacrare lo spazio sacro

Per concludere, riprendo un’interessante e ulteriore considerazione dell’articolo di Hall: l’introduzione dei tappetini ha generato la privatizzazione dello spazio nelle sale di pratica.
Siamo molto gelosi dei nostri tappetini. Mentre il pavimento è suolo pubblico, il perimetro rettangolare ci confina in uno spazio riservato in cui all’estraneo è proibito entrare senza il nostro permesso. Un po’ come lo spazio dell’abitacolo della nostra auto, che ci permette di viaggiare per il mondo ma al tempo di portarci appresso un surrogato della nostra proprietà privata.
L’ironia è impressionante, vero? Pratichiamo per allentare i confini del sé e per sperimentare l’espansione, anziché rimanere intrappolati in una comprensione del sé restrittiva e limitata dalla pelle. E lo stiamo facendo dai confini dei nostri spazi yoga rettangolari personalizzati, vivaci e colorati.
Ho iniziato a praticare yoga in un periodo in cui le scuole non erano così tante, e generalmente molto più affollate. Il contatto fortuito non era un problema: era abbastanza inevitabile. Quello che osservo oggi, in spazi sempre più ampi ed efficienti, è un crescente terrore di sfiorarsi, ancor prima che fisicamente, di entrare in collisione con lo spazio vitale dell’altro.
Va bene delimitare il proprio spazio con anelli di pietre, un gesto rituale, una coperta ti Linus o bio-tappetini da 70 euro. Ma quello spazio non è ‘mio’ o ‘tuo’. Quando stiamo praticando tutti insieme, lo spazio in cui si entra non può essere ripartito tra i partecipanti.
Il ritmo e la profondità del respiro, il modo in cui ci muoviamo spazio, la risposta alle difficoltà, l’interferenza dei pensieri e la capacità di essere concentrati: tutto questo, e non solo, varia e dipende da coloro con cui stiamo condividendo il viaggio. Essere trainati o trainanti è un altro capitolo ancora.
Eppure osservo molto spesso l’aula e gli equilibri che si configurano tra persone che probabilmente nemmeno si accorgono consciamente l’uno della presenza dell’altra. E ancora pensano con un rettangolo di gomma di aver chiuso fuori il mondo.
Note
| ↑1 | Pātañjalayogaśāstravivaraṇa 2.46–8, citato in J. Mallinson, M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017. L’erba kuśa è la Desmostachya bipinnata, erba considerata sacra nella tradizione brahmanica ed utilizzata nei rituali per ricoprire l’ara. |
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| ↑2 | Nello specifico, l’austerità dei cinque fuochi è praticata attraverso diversi stadi, in cui lo yogi comincia col circondarsi di cinque fuochi, per aumentarli gradualmente fino a formare un anello continuo di innumerevoli fuochi. Fonte |
| ↑3 | Tiumalai Krishnamachaya (1888-1989) è noto soprattutto per essere stato negli anni Trenta del ‘900 il maestro di BKS Iyengar e K. Pattabhi Jois (padre dell’Ashtanga Vinyasa Yoga) durante il suo periodo a Mysore. Krishnamacharya fu una figura molto complessa, oltre a essere molto dotto, e il rapporto tra innovazione e tradizione nel suo insegnamento è ancora oggetto di discussioni. Finito il periodo di Mysore, i suoi insegnamenti si staccarono parecchio dallo stile marziale e severo impartito ai due allievi più famosi (che lo ricordano anche per le punizioni corporali), dedicandosi esclusivamente all’insegnamento individuale. Suo figlio TKV Desikachar, recentemente scomparso, è colui che meglio rappresenta l’eredità di questa seconda fase. |
| ↑4 | La foto, come quella successiva dello stesso, è tratta da T. Krishnamacharya, Il nettare dello Yoga (Yoga-Makaranda), Ubaldini, 2013 |







Inerzia e vitalità sono due facce della stessa medaglia: inizia solo ora a manifestarsi quell’esserci senza una ragione e senza utilità che è caratteristico del gioco dell’energia nella forma più libera.
Questi momenti, come la tendenza della mente a proiettarsi verso qualcosa al termine di una seduta, sono manifestazioni di diversi stati di energia: soddisfatta e satura di sé stessa nel primo caso; con ancora del carburante da bruciare, qualcosa che è stato tenuto in riserva e deve risolversi, nel secondo.