A dire il vero, nel titolo ho esagerato. Non ho nessuna intenzione di lanciare una fatwa nei confronti dei tappetini da yoga, anche se personalmente ne faccio spesso e volentieri a meno (ma è una mia abitudine che non intendo imporre a nessuno).

Chiariamo quindi fin da subito che mettere qualcosa sotto il proprio corpo non sembra essere mai stato un sacrilegio nello yoga, e anzi talvolta è caldamente consigliabile: si pensi quando il punto di appoggio è la testa, o qualche articolazione particolarmente delicata.

Nel commento agli Yoga Sutra attribuito a Shankara, si raccomanda di sedere “su un tappeto confortevole coperto di stoffa, di pelle di antilope e di erba kuśa”.1 Le istruzioni sembrano essere prese di pari passo dal sesto capitolo della Bahgavadgita, con la differenza che qui viene nello specifico indicata la pratica di alcune asana.

Tra i rudi Yogi che frequentano il Kumbh Mela, quando non è preferita la nuda terra, l’uso di stuoie è abbastanza comune. Vi è a volte però la delimitazione rituale dello spazio tramite un anello di pietre o delle braci accese, attraverso cui lo yogi simbolicamente offre sé stesso in sacrificio.2 Ma si tratta di altri mondi.

Foto di Jim Mallinson

Per venire alle origini dello yoga transnazionale, nelle foto d’epoca di Krishnamacharya, uno dei padri dello yoga contemporaneo,3 compare di volta in volta un tappeto, una coperta, una folkloristica pelle di tigre (topos abbastanza comune), o il semplice pavimento, a seconda delle occasioni.

Tutto questo però non ha molto a che fare con il tappetino da yoga come prodotto industriale, progettato per rendere sempre più confortevole la pratica e soprattutto per eliminare qualsiasi incertezza nel contatto al suolo. Il tappetino ha peraltro creato un notevole mercato, con accessori annessi, garanzie di ecosostenibilità, testimonial famosi e ‘prove su strada’, ma questo non è un gran problema.

Il problema è quando il tappetino è vissuto da un lato come elemento invalidante quando manca o non possiede caratteristiche ideali: non posso praticare perché il pavimento è scivoloso, o perché la stuoia non me lo permette, mettendomi il cuore in pace dall’indagare le naturali dinamiche del radicamento a terra e dell’equilibrio.

Ma, d’altro canto, in questo articolo esploreremo anche come il tappetino abbia un ruolo di potenziamento della performance, a volte con un prezzo da pagare per l’apparato muscolo-scheletrico: grazie alla speciale aderenza del tappetino posso oltrepassare i normali limiti di flessibilità, senza tener conto che i limiti a volte esistono per un motivo strutturale ben preciso e che, non di rado, servono anche a proteggere.

Complice l’iconografia che rende il praticante riconoscibile fin dalla strada grazie al tappetino arrotolato in spalla, questo accessorio diventa spesso una sorta di simbolo e di stampella psicofisica. 

Molto interessante è quindi individuare il paziente alfa del tappetino da yoga come oggi lo conosciamo. Il termine paziente non è scelto a caso, perché come vedremo tra breve il moderno tappetino  nacque alla fine degli anni ’60 come intervento terapeutico per una condizione molto particolare.

Il tappetino come cura

Alcuni anni fa, il docente di Kinesiologia Colin Hall tracciò la storia del tappetino da yoga in un articolo molto interessante su Yoga international.

Secondo la ricostruzione di Hall, il moderno tappetino fu inventato dall’insegnante di yoga londinese Angela Farmer. A causa di un intervento chirurgico subito in giovane età, Farmer era del tutto incapace di sudare da mani e piedi. Questa condizione la privava dell’aderenza che la normale sudorazione garantisce alle estremità, rendendole molto difficile eseguire numerose posizioni in piedi o che comportano l’appoggio coordinato sulle mani.

Angela Farmer era allieva di BKS Iyengar, il quale le proibì di umettarsi le estremità o di usare un materassino di schiuma. Un giorno, però, trovandosi a insegnare a Monaco, l’insegnante riuscì a trovare presso una fabbrica di tappeti un sottile campione di stuoia con la viscosità ideale per ovviare il suo problema.

Adho Mukha Svanasana, ovvero il cane a testa in giù, posizione che in condizioni normali richiede un certo sforzo per evitare che mani e piedi si allontanino.

Tornata a insegnare a Londra, il suo tappetino divenne talmente popolare tra i suoi allievi, che dovette rimettersi in contatto con l’azienda tedesca per procurarsene in grandi quantità. Ironia della sorte, una ventina di anni dopo, Angela Farmer registrò in una nota di aver visto il suo maestro BKS Iyengar esibirsi in una dimostrazione utilizzando uno dei suoi tappetini.

Osserva Hall:

Il tappetino da yoga, come sviluppato da Angela Farmer, era un intervento terapeutico. La vischiosità del tappetino alleviava una condizione medica.(…) Ma cosa succede quando un attrezzo yogico progettato da e per qualcuno che soffriva di un problema medico diventa uno standard per gli yogi di tutto il mondo?

Angela Farmer con un allievo e il suo tappetino

Hall paragona questa circostanza all’utilizzo dei carrelli motorizzati: mentre in situazioni di degenza questi veicoli sono indispensabili per deambulare, quando diventano un’alternativa a camminare per persone sane finiscono per “enfatizzare e rinforzare alcuni dei nostri peggiori tratti”.

Del resto, abbiamo già citato su queste pagine un principio non scritto della riabilitazione: se dài a una persona sana un bastone, dopo qualche tempo userà una stampella; poi passerà a due stampelle; quindi a un deambulatore; alla fine, avrà bisogno di una carrozzina.

Il debole della flessibilità

Da un punto di vista fisico, il principale problema dei tappetini aderenti riguarda soprattutto le posizioni in piedi ed è quello che Colin Hall chiama stretchificazione dello yoga (mi si perdoni il mostro linguistico, intraducibile altrimenti).

In altre parole, la presenza di un tappetino antiscivolo sposterebbe eccessivamente l’accento dalla forza alla flessibilità, due requisiti che nello yoga dovrebbero controbilanciarsi.

Secondo Hall, nell’eseguire le posizioni in piedi, una certa instabilità nel contatto al suolo e il relativo sforzo per evitare che mani e piedi scivolino via hanno un ruolo positivo. La contrazione isometrica necessaria per stabilizzarci rende infatti possibile un allungamento entro limiti fisiologicamente accettabili per le nostre articolazioni.

Quando però mani e piedi sono “incollati” a priori ai tappetini, le cose cambiano: siccome l’allungamento non è più limitato dalla contrazione, il risultato è una eccessiva sollecitazione delle articolazioni di ginocchia, anche, gomiti e spalle.

Un esempio è la posizione di trikonasana (la posizione triangolare). In assenza del tappetino, il piede su cui scendo lateralmente (nella foto sotto, il destro) tenderà a muoversi. Per limitarne la mobilità, dovrò radicarlo tendendo leggermente la gamba e stabilizzando il ginocchio: andrò quindi a creare una linea di forza verso l’alto, che controbilancerà il peso stesso del corpo e, particolare molto spesso trascurato, coinvolgendo il bacino mi permetterà di attivare la gamba opposta e di distribuire il peso su entrambi i piedi.

Se però il piede è tenuto fermo a priori dall’aderenza del tappetino, in mancanza della stabilizzazione appena descritta, il peso verrà caricato sulle articolazioni del ginocchio e dell’anca della gamba interessata (ovvero, tenendo a riferimento ancora la foto, sempre la destra).

A mio parere, c’è un’altra conseguenza da non trascurare, oltre a quella evidenziata da Hall: la posizione non ha più un centro. Cadendo sulla gamba iperestesa e lasciando ‘vuota’ la gamba opposta, mancherò del radicamento a terra necessario per coinvolgere il bacino in una rotazione che arriverà ad aprire il torace, in un’unica ondata dai piedi all’apertura delle braccia.

In altre parole, senza il meccanismo di radicamento dei piedi perdo la leva attraverso cui il corpo può ruotare su sé stesso attraverso sé stesso, e di risolvere l’asana in un solo gesto. Al contrario, l’onda del movimento si ferma alla gamba destra, sovraccaricandone le articolazioni.

La differenza è abbastanza evidente se confrontiamo la foto precedente con l’esecuzione di Krishnamacharya4

La posizione è più raccolta, più involuta, forse anche meno precisa rispetto alla precedente: qualcuno oggi faticherebbe a definirla un’esecuzione di livello intermedio. Eppure è un’unico movimento di apertura che con estrema sintesi riesce a dire quello che l’esecuzione precedente balbetta con prolissità: così come nulla viene mai esplicitato del tutto a parole, non tutto dev’essere espresso fisicamente nell’asana.

Un’altro esempio di stretch-ificazione è visibile nella tendenza ad accentuare la flessibilità delle articolazioni delle spalle in adho mukha svanasana (il cane a testa in giù), creando una curva molto marcata verso il basso nella parte alta della schiena. Questo fenomeno sembra aumentare tra i praticanti con il passare degli anni, forse per un meccanismo di emulazione e competizione:

Confrontiamola ora con l’esecuzione di Krishnamacharya:

Anche in questa posizione, nel primo caso abbiamo un bacino che sembra sul punto di collassare sulle mani. Nel secondo caso, pur con meno affinità rispetto al gusto odierno, la posizione sembra reggersi da sola: le linee di forza sono equilibrate e nessuna parte del corpo appare più sollecitata di altre.

A quale costo?

Alcuni anni fa, in seguito a numerosi casi di usura di anche e ginocchia rilevati tra praticanti di yoga negli Stati Uniti, il giornalista scientifico William J. Board dichiarò in un famoso articolo sul New York Times che la flessibilità è uno dei punti deboli dello yoga: ma, secondo Hall, il problema non sarebbe la flessibilità in sé, sono più probabilmente gli effetti dei tappetini.

Che su questo ultimo punto Hall abbia ragione o no (naturalmente ha un ruolo fondamentale anche chi sta sul tappetino), le sue considerazioni sollevano alcune riflessioni. Il tappetino che elimina la possibilità di scivolare crea un ambiente falsamente protetto, offre un trampolino per arricchire le possibilità di allungamento ma indebolisce le fondamenta.

Che ruolo ha tutto questo nello slittamento dello yoga posturale verso un ideale di perfezione fotogenica, di mania del particolare, soffocando gli spazi di ascolto del corpo e dei suoi equilibri a favore di obiettivi da raggiungere?

Il contatto al suolo, con la sua dose di imprevisti e di accidenti, con le sue limitazioni, è fondamentale per risalire dalle estremità al centro. Allo stesso modo, è il contatto con la realtà, con la giusta dose di precauzioni, che ci permette di risalire alla sua origine.

Ma c’è ancora spazio per questo, quando ci si guarda bene dall’appoggiare il piede al di fuori di un rettangolo di gomma, per evitare la spiacevole sensazione che il pavimento si riveli freddo, duro, scivoloso e disabilitante?

Molto spesso, quel che ci restituisce il contatto al suolo non è colpa del pavimento: siamo noi. È quello con cui dobbiamo stare, se vogliamo sentirci.

Dissacrare lo spazio sacro

Per concludere, riprendo un’interessante e ulteriore considerazione dell’articolo di Hall: l’introduzione dei tappetini ha generato la privatizzazione dello spazio nelle sale di pratica.

Siamo molto gelosi dei nostri tappetini. Mentre il pavimento è suolo pubblico, il perimetro rettangolare ci confina in uno spazio riservato in cui all’estraneo è proibito entrare senza il nostro permesso. Un po’ come lo spazio dell’abitacolo della nostra auto, che ci permette di viaggiare per il mondo ma al tempo di portarci appresso un surrogato della nostra proprietà privata.

L’ironia è impressionante, vero? Pratichiamo per allentare i confini del sé e per sperimentare l’espansione, anziché rimanere intrappolati in una comprensione del sé restrittiva e limitata dalla pelle. E lo stiamo facendo dai confini dei nostri spazi yoga rettangolari personalizzati, vivaci e colorati.

Ho iniziato a praticare yoga in un periodo in cui le scuole non erano così tante, e generalmente molto più affollate. Il contatto fortuito non era un problema: era abbastanza inevitabile. Quello che osservo oggi, in spazi sempre più ampi ed efficienti, è un crescente terrore di sfiorarsi, ancor prima che fisicamente, di entrare in collisione con lo spazio vitale dell’altro.

Va bene delimitare il proprio spazio con anelli di pietre, un gesto rituale, una coperta ti Linus o bio-tappetini da 70 euro. Ma quello spazio non è ‘mio’ o ‘tuo’. Quando stiamo praticando tutti insieme, lo spazio in cui si entra non può essere ripartito tra i partecipanti.

Il ritmo e la profondità del respiro, il modo in cui ci muoviamo spazio, la risposta alle difficoltà, l’interferenza dei pensieri e la capacità di essere concentrati: tutto questo, e non solo, varia e dipende da coloro con cui stiamo condividendo il viaggio. Essere trainati o trainanti è un altro capitolo ancora.

Eppure osservo molto spesso l’aula e gli equilibri che si configurano tra persone che probabilmente nemmeno si accorgono consciamente l’uno della presenza dell’altra. E ancora pensano con un rettangolo di gomma di aver chiuso fuori il mondo.


  1. Pātañjalayogaśāstravivaraṇa 2.46–8, citato in J. Mallinson, M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017. L’erba kuśa è la Desmostachya bipinnata, erba considerata sacra nella tradizione brahmanica ed utilizzata nei rituali per ricoprire l’ara.

  2. Nello specifico, l’austerità dei cinque fuochi è praticata attraverso diversi stadi, in cui lo yogi comincia col circondarsi di cinque fuochi, per aumentarli gradualmente fino a formare un anello continuo di innumerevoli fuochi. Fonte

  3. Tiumalai Krishnamachaya (1888-1989) è noto soprattutto per essere stato negli anni Trenta del ‘900 il maestro di BKS Iyengar e K. Pattabhi Jois (padre dell’Ashtanga Vinyasa Yoga) durante il suo periodo a Mysore. Krishnamacharya fu una figura molto complessa, oltre a essere molto dotto, e il rapporto tra innovazione e tradizione nel suo insegnamento è ancora oggetto di discussioni. Finito il periodo di Mysore, i suoi insegnamenti si staccarono parecchio dallo stile marziale e severo impartito ai due allievi più famosi (che lo ricordano anche per le punizioni corporali), dedicandosi esclusivamente all’insegnamento individuale. Suo figlio TKV Desikachar, recentemente scomparso, è colui che meglio rappresenta l’eredità di questa seconda fase.

  4. La foto, come quella successiva dello stesso, è tratta da T. Krishnamacharya, Il nettare dello Yoga (Yoga-Makaranda), Ubaldini, 2013

11 comments

  1. Comment by Gaetano

    Gaetano Rispondi 18 luglio 2017 a 19:10

    Vero quello che scrivi, ci sarebbe da fare penso alcune discriminazioni e distinzioni tra: leve e articolazioni “indiane” dei vari maestri da te citati e le nostre occidentali, utilizzo delle stesse e capacità di percezione corporea che di base non abbiamo se non legata al “dolore”.

    Tralascio commenti 🙂 sul trikonasa della balda giovine perchè una foto non fa primavera, o era una rondine? 🙂

    Grazie Francesco degli spunti, sempre interessanti e accerscitivi per chiunque. 😉

    • Comment by Zénon

      Zénon

      Zénon Rispondi 18 luglio 2017 a 19:43

      Ciao Gaetano,

      in realtà, ho utilizzato il confronto con Krishnamacharya non tanto per una questione di autorità (all’epoca di quelle foto non ci andava leggero a far sentire il corpo con le scudisciate), quanto per un fatto storiografico.
      Nonostante non sia un particolare fan del primo Krishnamacharya, mi ha stupito nel rivedere quelle foto e confrontarle con alcune tendenze molto comuni (quella di trikonasana è abbastanza rappresentativa: basta una rapida ricerca su google per trovarne a decine, tutte uguali), seguendo l’ipotesi che anche l’uso dei tappetini moderni possano avere avuto un ruolo.

      Grazie a te e qualsiasi puntualizzazione è benvenuta!
      Francesco

  2. Comment by Alessandro

    Alessandro Rispondi 18 luglio 2017 a 20:56

    Concordo con molti degli aspetti illustrati nell’articolo…è vero per quanto riguarda le limitazioni “psicologiche” che l’uso di un tappetino individuale può indurre (privatizzazione dello spazio, restringimento dell’ambiente in cui si pratica)…anche se, per estensione questi problemi si potrebbero allargare addirittura alla sala dove si pratica e a tutto il contesto…ma tant’è!
    Sicuramente anche il tappetino è una “protesi”, una protesi che evita soprattutto scivolamenti e altri aspetti, ma di protesi ne vengono usate moltissime altre… soprattutto B.K.S. Iyengar ha introdotto un cospicuo numero di “oggetti”, chiamati props, come cinture, blocchi di legno o di gomma, coperte, sedie, cuscinoni, corde ancorate al muro ed una sostanziosa schiera di oggetti di legno per le più disparate esigenze… comunque si possa essere d’accordo o meno con questa impostazione, l’intento di Iyengar è stato quello di “agevolare” l’accesso di una moltitudine di studenti di yoga/asana agli effetti primari della pratica, effettuata con maggior sicurezza e protezione… in tal modo soprattutto per i principianti si è vista una maggior disponibilità ad “osare” invece di mollare alle prime difficoltà… quindi avere la possibilità di sperimentare questi effetti su di sè, concretamente con la realizzazione di posture altrimenti non prese in considerazione o snobbate… detto questo per tornare al tema del tappetino non è detto che quest’ultimo si debba usare “sempre”, così come per gli altri props, bensì ad esempio che una posizione come adho mukha svanasana possa essere tranquillamente eseguita non solo fuori dal tappetino sul pavimento, ma anche su altri terreni come un prato erboso, la sabbia della spiaggia, etc. (anzi invito a provare varie posizioni sulla sabbia, dove l’instabilità è forte!)… credo che l’importante sia avere un atteggiamento aperto alle varie soluzioni che si possano verificare, tenendo presente che non sempre è possibile avere una sala yoga attrezzata, con i confort più diffusi… provate ad immaginare una pratica di yoga/asana in inverno al mattino presto in una stanza senza riscaldamento… 🙂 Namastè

    • Comment by Zénon

      Zénon

      Zénon Rispondi 18 luglio 2017 a 21:54

      Alessandro, penso che la domanda sorga spontanea: la stessa protesi, della stessa misura, per tutti? Sani e malati, deambulanti e non deambulanti, alti, bassi, magri, senza una gamba o con tre braccia?
      Perché questo è, in piccolo, il tappetino industriale da yoga.
      Poi, come specifico nelle prime righe, usarlo non è un tabù. Ma che si stia formando una generazione di praticanti che non riesce a vedersi senza,forse qualche domanda dovremmo porcela.

      Francesco

      • Comment by Alessandro

        Alessandro Rispondi 22 luglio 2017 a 20:08

        Nella pratica della metodologia Iyengar, secondo il suo insegnamento, non si cerca una “perfezione” formale dell’asana… ha poca importanza quanto tecnicamente venga esibito… quello che conta è il lavoro che il praticante mette in azione stimolato dall’archetipo dell’asana stessa affinchè possa essere attuata un’esperienza più profonda di se stessi… un’esperienza concreta, reale, sostanziale…non pensata o immaginata… ma incarnata fino in fondo.
        L’utilizzo dei props (che tanto preoccupa forse coloro che non hanno sperimentato questo sistema o l’hanno fatto solo marginalmente) è tutto sommato un fatto secondario, un aiuto di passaggio verso un’autonomia più marcata man mano che lo studente di yoga entra più nel profondo della pratica… uno dei pregi di questa disciplina, quando viene vissuta a fondo, è l’aiuto o il contributo verso la liberazione dai condizionamenti, di qualsiasi condizionamento… quindi quando arriva il momento è l’ora di lasciarli scivolare via, abbandonarli, come quando il bambino lascia i giochi dell’infanzia, dimenticati in un cassetto, per andare verso l’età adulta…

        • Comment by Zénon

          Zénon

          Zénon Rispondi 23 luglio 2017 a 13:32

          Alessandro, stiamo andando molto off topic (e qui lo dico per tutti, me compreso), anche se lo slittamento del soggetto è curioso.
          Tuttavia credo che ormai ci sia spazio, anche qui in Italia (altrove il dibattito è vivo da parecchio tempo), per vedere con un occhio critico e in prospettiva storica alcuni dei dogmi ritenuti tali solo per un principio di autorità, che spesso non reggono alla prova delle evidenze scientifiche (almeno per quanto riguarda il funzionamento del corpo umano) e che applicati universalmente rischiano di limitare e condizionare parecchio l’esperienza dello yoga e del proprio corpo, non sempre in modo edificante e salutare.
          Senza contare che molto spesso, gli stessi metodi di insegnamento e di indottrinamento non sono stati sempre edificanti.
          Credimi, non è questione di essere stati formati a questo o quel metodo e di denigrare gli altri.
          Gli stili di yoga moderni, a mio parere, hanno tutti un grosso difetto: l’eccesso di codificazione, l’eccesso di affidamento a un sistema, a un’autorità, a un franchising. L’eccesso di autoreferenza. Tutti elementi che vanno ad alimentare un bias cognitivo sempre più forte. A limitare e condizionare, invece che liberare, che come hai ben espresso è funzione dello yoga.
          Un metodo, un iniziale tracciato dei bordi del campo sono necessari. Qualcuno può averne bisogno per sempre. Pretendere però che lo stesso campo vada bene per tutti è follia. Significa che l’argomento “because Iyengar” (sostituisci pure Iyengar con il nome di qualsiasi altro guru) schiaccia anche l’evidenza che alcuni corpi, alcune sensibilità hanno bosogno di tutt’altro.
          Detto questo, che è un’opinione personale e in quanto tale discutibilissima, ritengo anche che chiunque possa trovare la sua strada e percorrerla in modo produttivo in qualsiasi metodo, per quanto possa trovarlo alieno dalla mia sensibilità e dai miei principi, e non sarò io a dirgli che deve cambiare rotta.
          Però le guerre di religione, per favore, no, almeno su queste pagine.

          Francesco

          • Comment by Alessandro

            Alessandro 25 luglio 2017 a 15:53

            Non so se sia off topic ma io sono d’accordo con te più di quanto possa sembrare, con qualche distinguo… sono d’accordo ad esempio che ci sia un diffuso “eccesso di affidamento a un sistema, a un’autorità…”, ma questo fatto secondo me non dipende tanto dal metodo in sè, qualsiasi esso sia, quanto dalle caratteristiche individuali del soggetto che lo pratica… avvicinarsi allo yoga, praticarlo, etc… non ha su tutti lo stesso effetto… in certi casi ho riscontrato effetti negativi o quanto meno non produttivi…cosa dovevo dedurne che lo yoga non funziona? certo no perchè in moltissimi altri casi ha ridato vita a situazioni disperate… allora che dire? niente, se non testimoniare la propria storia individuale al cospetto di questa grande tradizione, in continua evoluzione e che fortunatamente è sempre più a disposizione di tanti… sì, ognuno può trovare la sua strada personale e percorrerla in modo produttivo, col solo limite dell’assoluta, inossidabile sincerità con se stesso.

          • Comment by Zénon

            Zénon

            Zénon 27 luglio 2017 a 9:40

            Completamente d’accordo con te, Alessandro!

  3. Comment by Gaetano

    Gaetano Rispondi 18 luglio 2017 a 23:30

    Stessa cosa, rispetto a quello appena detto da Francesco in coda alla risposta lo si può dire sui props che spesso vengono usati senza avere nozioni specifiche biomeccaniche e neuromuscolari. Yoga è libertà antigravitaria, educare ad usare un mat un mattone o una cintura equivale a far crescere l’individuo nell’ambiente in cui vive, fargli credere che senza non possa mai andare oltre è insano e fuori etica yogica. 🙂

    • Comment by Zénon

      Zénon

      Zénon Rispondi 19 luglio 2017 a 9:57

      Bisogna anche tenere conto del contesto storico in alcuni maestri indiani molto influenti sono stati formati, mirato alle esibizioni pubbliche e per questo tarato su standard di performance fisica molto alti. Al di là delle evoluzioni successive, qualcosa dell’impostazione originaria rimane, se persiste il presupposto che senza raggiungere questi standard non si possa beneficiare degli effetti primari dello yoga (e di qui la necessità di protesi): lo trovo disabilitante, fisicamente e psicologicamente, oltre che falso.
      Francesco

  4. Comment by gaetano

    gaetano Rispondi 19 luglio 2017 a 10:34

    Assolutamente d’accordo con te Francesco!

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