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Articoli

Perché ci infortuniamo facendo yoga? (Ovvero la dimenticata arte di conservarsi)

5 Agosto 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento

la vera camera ha l’entrata occultata,
l’altra (la prima) resta vuota
per deludere coloro che la visitassero

Alessandro Ceni

In questo articolo non troverete, se non nelle note, come evitare lo ‘yoga butt’1 o come evitare di infortunarvi alle spalle e ai polsi in chaturanga dandasana2. Certo, fatalità, distrazione e patologie pregresse sono dietro l’angolo, ma a leggere degli infortuni più frequenti che capitano ai praticanti di yoga oggi, si rimane stupefatti per la prevedibilità delle cause, che spesso possono ridursi alla co-occorrenza di due fattori: superamento dei limiti fisiologici e ripetizione nel tempo (ognuno decida in cuor suo se si tratti della naturale conseguenza o della parodia del dettato patanjaliano: distacco e pratica costante).

Se la soluzione sembrerebbe semplice e di buonsenso, a complicare il quadro c’è il fatto che molti insegnanti – spesso in buona fede – sono ancora convinti per imprinting che l’asana sia un valore in sé e che la versione più estrema di una posizione comporti più benefici. Il che giustifica la forzatura e il dolore in vista di un bene e di un equilibrio che probabilmente non arriverà mai, semplicemente perché il punto di equilibrio è ormai parecchio dietro le nostre spalle.

Ma al di là di un generico invito alla moderazione, l’infortunio può essere però a volte più sottile e insidioso, perché molto spesso è la conseguenza di un matrimonio infelice, quello tra la rappresentazione mentale del corpo (sia essa di tipo performativo, medico-anatomico, olistico o filosofico) ed esperienza reale del corpo e degli strati di coscienza di cui è ricettacolo, con l’aggravante che uno dei due coniugi è convinto di conoscere in ogni dettaglio le esigenze dell’altro.

Possiamo quindi con una piccola iperbole usare la parola infortunio per indicare inconvenienti di diversa portata e qualità, non necessariamente una lesione: anche il semplice e vago fastidio persistente dopo una pratica di yoga, in particolare se accompagnato dalla relativa e altrettanto vaga sensazione di ‘non essere a posto’. Questa sensazione, se affrontata con il principio di compensazione a cui siamo abituati, può innescare un circolo vizioso di autocorrezioni che non faranno altro che esacerbare il problema, proprio perché rispondono alla stessa logica che li ha generati. Ma se indaghiamo e ascoltiamo bene, può rivelarsi qualcosa di molto interessante.

Spesso infatti, questo disagio è sintomo che il tentativo volontario di allinearsi a una forma esteriore non trova una risposta se non passiva nel corpo, che la percepisce come estranea. In altre parole, se l’azione esterna non muove incontro a un molto meno definibile moto interno, procederà ottusamente e superficialmente verso il suo estremo.

Il che, se non porta a vere e proprie lesioni (e per molti praticanti di lunga data queste sono all’ordine del giorno, soprattutto negli stili più intransigenti), provoca comunque uno scollamento dalla realtà corporea, o meglio a un divario tra l’idea di corpo e corpo in sé, la cui esperienza, quando è reale, equivale ogni volta a un primo contatto, anche se col tempo si impara a gestire lo shock culturale.

Vista la predominanza e l’importanza attribuita, nello yoga contemporaneo, ai modelli teorici (soprattutto di stampo medico e terapeutico), non dobbiamo dare troppo per scontato di sapere realmente riconoscere una esperienza corporea. Anzi, forse più crediamo di saperlo, più la prevediamo e la preveniamo, più siamo fuori strada.

Come mi disse Gioia Lussana in un confronto proprio su questo argomento, quello che quasi sempre manca nello yoga oggi è il coraggio di esplorare “una sensorialità più inclusiva di ciò che non è immediatamente percepibile o definibile”. Il fatto è che “rimanere nell’incerto e farci il nido” è oggi ritenuto poco autorevole: ci vuole uno schema a giustificarlo.

Non che qualsiasi formalizzazione sia da rigettare, ma potrebbe essere un madornale errore di prospettiva (anche e soprattutto culturale) presumere che la prassi sia l’attuazione pedissequa di una teoria che la precede, esattamente come credere che l’assenza di un modello teorico ci porti dritto verso l’infortunio o a perderci per strada.

Per cui ben venga, nello yoga, la formazione all’anatomia e alla biomeccanica, ben vengano i tropici e i meridiani, ma c’è anche qualcosa di ben meno definibile eppure tutt’altro che impreciso (è del resto il presupposto taciuto ma indispensabile di ogni prassi psicocorporea e contemplativa), alla cui sensibilizzazione è bene dedicare altrettanto spazio, pena l’impossibilità di uscire dal conosciuto. Senza l’approssimata precisione di questa incertezza, il corpo non apre all’increato, ma si chiude nella sua finitudine di cosa sola e separata: per questo tiriamo e stiriamo anche i canali sottili, cambiando sacco ma non comprendendo lo schema di fondo che ci limita.

E a chi ragionevolmente domanderà che cosa occorra fare per coltivare questa sensibilità, la risposta potrebbe essere innanzitutto imparare a non stroncarla sul nascere, perché essa emerge naturalmente quando non viene soffocata.

Ma c’è anche dell’altro che può aiutare ad orientarci e preferiamo lasciarlo raccontare a un episodio della tradizione taoista, quello del macellaio del principe Wen-hui narrato nello Zhuang-zi, che con essenzialità e ironia descrive con rara efficacia il senso più intimo della pratica su e attraverso il corpo:

Il macellaio del principe Wen-hui così smembrava un bue: con le mani afferrava la bestia; con la spalla la spingeva  e, tenendo i piedi ben fermi al suolo, la sosteneva con le ginocchia. Affondava il coltello con un ritmo così musicale che ricordava quello delle celebri melodie suonate durante la « danza del boschetto dei gelsi» e «l’appuntamento delle teste piumate ».
«Ehi! » chiese il principe Wen-hui « come può la tua arte giungere a un tale grado di perfezione?.
Il macellaio posò il coltello e disse: «Amo il Tao e così miglioro nella mia arte. All’inizio della mia carriera non vedevo che il bue. Dopo tre anni di  di pratica, non vedevo più il bue. Adesso è il mio spirito che opera, più che i miei occhi. I miei sensi non agiscono più, ma soltanto il mio spirito. Conosco la conformazione naturale del bue e attacco solo gli interstizi. Non scalfisco mai né le vene né le arterie, né i muscoli né i nervi, né a maggior ragione le grandi ossa! Un macellaio consuma un coltello all’anno perché taglia la carne. Un normale macellaio consuma un coltello al mese perché lo rovina sulle ossa. Lo stesso coltello mi è servito per diciannove anni. Ha smembrato diverse migliaia di buoi e la sua lama è ancora come fosse affilata da poco. In verità, le giunture delle ossa hanno degli interstizi e il taglio del coltello non ha spessore. Colui che sa introdurre il filo della lama in quegli interstizi usa agevolmente il proprio coltello perché si muove attraverso i vuoti. E per questo che io ho usato il mio coltello per diciannove anni e il suo taglio sembra sempre affilato di fresco. Ogni volta che devo dividere le giunture delle ossa, osservo le difficoltà da superare, mi concentro, fisso lo sguardo e lentamente procedo. Con grande dolcezza maneggio il coltello e le giunture si separano cadendo al suolo come terra che frana. Ritraggo il mio coltello e mi rialzo; volgo lo sguardo attorno e mi distraggo, compiaciuto; con cura pulisco allora il mio coltello e lo ripongo nel suo astuccio».
«Molto bene, » disse il principe Wen-hui « dopo aver udito le parole del macellaio ho capito l’arte di conservarmi ».

Zhuang-zi (Chuang-tzu)

Ecco cosa caratterizza moltissimo yoga contemporaneo: il suo coltello rovina sulle ossa o sulla carne. E ancora crede che, non riuscendo a spremere dal corpo risultati prevedibili e pianificabili, occorra aumentare la dose: nemmeno li cerca, gli interstizi che su nessuna cartina possono trovarsi.


  1. Si tratta di una fastidiosa irritazione o infiammazione dei tendini dei muscoli posteriori delle cosce o ischiocruali, molto diffusa tra i praticanti che ripetono molto spesso piegamenti in avanti (pinze e ‘cani a testa in giù’) con le gambe completamente tese: si evita piegando anche solo leggermente le ginocchia, dacché gli ischiocruali limitano l’anteroversione del bacino. ↩︎
  2. Al di là delle frammentarie indicazioni di allineamento che si trovano ovunque su internet per qualsiasi posizione, basate sull’infausta idea che una postura sia la somma di particolari anatomici, una delle spiegazioni migliori su come approcciare questa faticosa posizione è quella di Leslie Kaminoff, che integra l’ascolto delle dinamiche motorie e di quelle respiratorie, nel video più sotto.
    ↩︎
  3. Non a caso la parola mudra indica contemporaneamente il sigillo e lo stampo del sigillo; e non a caso mudra è un gesto esteriore che esprime un atteggiamento esteriore, o addirittura, come in bhairavi e krama mudra nella tradizione del Kashmir, un gesto del tutto interiore che non ha espressione esteriore. ↩︎
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Insegnante di yoga è chi l’insegnante di yoga fa

18 Luglio 2024 by Francesco Vignotto 2 commenti

Quando si diventa insegnanti di yoga? Il giorno in cui ricevi un attestato con un numero di ore? Prosegue la riflessione su cosa significa essere insegnanti oggi, in un mondo in cui sempre più persone sono ‘certificate’.

Qualche mese fa ho ricevuto una proposta di collaborazione presso il nostro centro, non importa tanto per quale attività, quanto il fatto che l’email di presentazione conteneva in allegato il diploma, conseguito il giorno stesso dell’invio.

Questi ultimi due dettagli mi hanno fatto riflettere, in primo luogo perché non mi sarei mai sognato di chiedere al mittente se avesse un certificato per l’attività che mi proponeva, né avrei chiesto di vedere con i miei occhi il pezzo di carta; in secondo luogo, perché ormai sembra naturale dover avere un diploma per fare qualsiasi cosa, e soprattutto è ormai automatico sentirsi legittimati a farlo dal giorno in cui lo si riceve.

Nel caso dei diplomi più ambiti, come pare essere quello da insegnante di yoga, il conseguimento sembra essere qualcosa di più: la possibilità di essere qualcuno, non semplicemente di appartenere a una categoria, o ricoprire un ruolo e svolgere modestamente ma con risonanza una funzione.

Del resto i percorsi per arrivarci, dalla chiamata alle armi alla foto finale di gruppo con il pezzo di carta, sono consciamente e inconsciamente progettati per questo. Che poi questo essere qualcuno sia molto spesso una etichetta di una lunga stringa di frammenti identitari estremamente volatili e intercambiabili fra loro, ma presi terribilmente sul serio per un battito di ciglia, è altro discorso che lasciamo volentieri a persone esperte in materia di psicologia sociale.

Ma per fortuna tutto questo, almeno nello yoga, riguarda la schiuma, e come ogni bolla, anche quella degli insegnanti di yoga certificati ovunque sarà destinata a sbocciare dissolvendosi nell’aria, senza grandi traumi per le acque profonde.

È anzi proprio parlando con persone che hanno già fatto fronte a una certa disillusione che mi capita di incontrare i soggetti più interessanti. In alcuni casi, si tratta di persone che hanno già alle spalle una formazione di parecchie centinaia di ore nominali, eppure riconoscono che il distintivo non ha fornito loro l’essenziale; altre, a fronte di un interesse verticale per lo yoga, si sono trovate a insegnare perché le circostanze lo hanno richiesto, senza aspettare che qualcuno desse loro il permesso e al tempo stesso senza averlo granché agognato.

In entrambi i casi, ad affascinare è proprio il senso di insoddisfazione, la consapevolezza che le risposte non posso essere ricevute da altri, per quanto autorevoli, e che nessun assioma scolpito nella pietra può avere l’ultima parola sul potere infinitamente generativo della realtà.

Proprio una di queste persone, qualche settimana fa, mi ha confessato con un certo imbarazzo di come, sempre studiando e sempre alle ricerca di risposte su come interagire con i propri allievi e con i loro problemi, non avesse quasi più il tempo per una pratica sua personale.

È qui invece che, le ho ribattuto, si riconosce il vero insegnante: quando non pratichi più per te soltanto, ma la tua pratica diventa una esplorazione senza fine per comprendere come percepisce il mondo l’allieva con la fibromialgia od operata al seno, quello col Parkinson e quello che soffre di attacchi d’ansia. Ovviamente non lo comprenderai mai del tutto, ma il saper essere testimone è ancora più importante delle strategie che proporrai.

Cominci ad essere insegnante, rifletto ancora, quando inizi a studiare mettendo in discussione anche il tuo imprinting, poco preoccupandoti di ricevere attestati o di trovare una platea per esibire il tuo sapere. Quando in un movimento avverti appena la zona lombare e ti domandi se con una discopatia anche quella minuscola goccia potrebbe far traboccare il vaso, e tra il salvare la forma letterale o preservare l’essenziale, non hai dubbi che sceglierai l’essenziale.

Quando, infine, capisci che non c’è pratica personale e pratica per o con altri, che non esiste la tua energia e quella di altri, perché o ci abbeveriamo tutti alla stessa improsciugabile fonte o è un impostura, l’unica differenza è conoscere e saper mostrare accessi più sgombri da detriti di altri, saper aiutare a smurarne l’acqua, anche in apparente assenza di qualsiasi breccia: ecco il momento in cui diventi insegnante. Il giorno in cui ricevi il diploma è troppo tardi.

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Perché vuoi diventare insegnante di yoga?

30 Maggio 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Perché tanti corsi di formazione e perché tutti – almeno così sembra oggi – vogliono diventare insegnanti di yoga?

Dobbiamo fare i conti con la coscienza: di fronte al proliferare di scuole per insegnanti di yoga e alla produzione industriale di diplomi, per anni abbiamo reagito con un’alzata di braccia e ripetendo che ormai sono più gli insegnanti che i praticanti. Ma, si sa, ogni ironia oggi diventa molto velocemente luogo comune, soprattutto di fronte a una corrente che si ingrossa sempre di più, incurante delle battute di chi si ritiene superiore e intanto se ne rimane con le mani in mano.

Per cui, anche se a giudicare da certi curriculum cronologicamente molto compressi, lo yoga appare oggi in effetti come “quella cosa che tutti vogliono insegnare e ben pochi praticare” – ci sia concessa un’ultima battuta – abbiamo maturato infine la decisione di allestire anche noi un percorso per diventare insegnanti.

Se così deve essere, almeno lanciamo una proposta a modo nostro, obliqua, in cui la parola yoga sia un crocevia e non un recinto riservato a una certa identità sottoculturale, fatta di stereotipi, di gergo e umorismo per iniziati, di tanti stili cosmeticamente diversi ma in fondo tutti uniformi nel posporre le questioni centrali, dando per scontato che l’arresto delle fluttuazioni della mente sia un’eventualità fuori portata e che peraltro non interessa nessuno (parliamo ovviamente di yoga industriale, non dei tantissimi artigiani che con umiltà svolgono il loro lavoro alla larga dagli scaffali dei supermercati, e che sicuramente offrono già occasioni di formazione per insegnanti ben più valide della nostra).

Una proposta, quella che vorremmo lanciare, in cui il sapere non sia semplicemente nozione da inoculare in vista del questionario finale, ma possibilità di incarnare consapevolmente uno dei molteplici aspetti in cui la trama del reale si rivela, seguendo sì le ispirazioni che provengono da India e dintorni, ma con la consapevolezza tuttavia della nostra identità culturale e del nostro tempo.

Soprattutto, una proposta riservata a poche persone – non numeri – e motivate, curiose e desiderose più di scoprire che di aggiungere alla propria collezione di diplomi un ennesimo pezzo di carta. Pezzo di carta che, qualunque cifra e qualunque marchio rechi in effige (nonostante certi retropensieri ben radicati nell’inconscio collettivo del settore), non conferisce in sé alcuna abilitazione o autorità legale, né intellettuale, né spirituale.

Né alcuna certificazione – spiace deludere anche gli amanti delle certezze – perché per qualunque insegnante, terminato l’apprendistato formale, comincia l’apprendistato reale sul campo, dove è solo responsabile delle sue scelte, delle risposte che, grazie a quello che avrà interiorizzato e grazie anche a una buona dose di creatività, dovrà formulare a domande che nessun manuale, nessun corso, nessuna accademia poteva prevedere, tale è la varietà di questioni e di configurazioni psico-fisiche che si presenteranno alla sua attenzione.

Ecco, e qui ci avviciniamo al cuore di questo articolo, inoltrarsi nel terreno dello yoga significa acquisire familiarità tanto con il conoscere quanto con il non conoscere: non basta socraticamente sapere di non sapere, occorre addirittura sapere non sapere. Si potrebbe anzi dire che tutta la conoscenza cosiddetta orientale converge su questo punto, ovvero sugli infiniti modi, attraverso mirabolanti stimolazioni estetiche, sensoriali e intellettuali, di formulare e preparare l’abbandono al non conoscibile, ovvero a ciò che rende ogni tradizione viva e presente.

A questo punto si impongono due domande: innanzitutto, può un corso di due anni – ma anche quattro, dieci, venti, trenta! – essere all’altezza di quanto appena espresso? Rispondere positivamente potrebbe apparire un’imperdonabile mancanza di umiltà. Ma, proprio in nome di quest’ultima, diremo che è riconoscendo la propria inadeguatezza che appaiono anche le prime fessure nella corazza dei propri limiti. E che, lungi dal volerci disfare di questi ultimi, cercheremo di fornire qualche strumento utile per rintracciare o almeno suggerire le coordinate di alcune di queste fessure, lasciando che questi spazi finalmente consapevoli facciano da sé il loro lavoro: perché uno spazio non impedito prima o poi si espande rivelando la trama vibratoria sottostante, come suggerivano – e non solo – i maestri del Kashmir medievale.

Ecco, vivere e aiutare a vivere corporalmente questo è forse un obiettivo realizzabile, un obiettivo passibilissimo di futuri aggiornamenti e ulteriori e non preventivabili sviluppi.

La seconda domanda è: a chi può essere rivolto un percorso di questo tipo? O meglio: quali requisiti deve possedere o lo rendono incompatibile, oltre ovviamente alla sintonia o meno con i sottoscritti? La domanda non è scontata e una possibile risposta deve scardinare alcuni luoghi comuni. Il che non è sempre facile.

Ad esempio, ci siamo accorti che alla chiamata alle armi dell’insegnamento rispondono di solito persone che hanno sì motivazione – a volte nemmeno a farne una professione quanto ad approfondire un percorso – ma che hanno anche qualche carta da giocare sul terreno delle abilità fisiche. Di questo non ce ne lamentiamo, per carità: lo yoga può essere anche sperimentazione corporea più spinta, purché non si finisca per voler spremere dal corpo le riposte che ci darebbe molto volentieri se solo lo si trattasse con un po’ più di gentilezza.

Ci rimane il dubbio però che una buona fetta di praticanti, dotate di altre qualità, magari mature quanto o più rispetto alle prime, non prendano nemmeno in considerazione il percorso perché hanno uno spettro di mobilità più limitato.

Se infatti lo yoga contemporaneo è stato costretto a fare i conti con la varietà di fattezze e di patologie diffuse nella popolazione (ne avevamo parlato qui) e adattarvisi, insegnarlo sembra essere ancora faccenda per chi ha un corpo da yogi(ni), o forse il suo stereotipo. L’equazione “esecutore di asana complicate=buon insegnante di yoga” è ancora difficile da scardinare: se così non fosse, nelle foto profilo sui social, gli insegnanti di yoga si fotograferebbero in posizioni più comode senza temere che non si capisca che mestiere fanno.

Ma, se è vero che per un insegnante di yoga sia utile e buona cosa poter illustrare con il proprio corpo ciò che insegna, ritenersì fit/unfit all’insegnamento su base corporea significa lasciarsi condizionare da un’idea molto limitata di cosa sia yoga, oltreché declinata dalle solite forme-pensiero che nemmeno anni di sutra imparati a memoria riescono a sradicare (come ad esempio che venire dalla danza sia per forza vantaggio).

Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di trovare il punto: quando il silenzio cala come un’ascia in un momento imprevisto della sessione, come può accadere al ritorno da una posa, cosa importa se non abbiamo ancora allungato gli ischio-cruali, se dobbiamo ancora eseguire la stessa posizione sul lato opposto o se dobbiamo completare la sequenza? Qual è allora il senso di ciò che facciamo quando facciamo yoga? Quale il senso di questo continuo acquisire certificati, di sapere cose, di saper fare cose: arrivare più ingombri o conoscere nuove strategie per slacciare le zavorre in cui di volta in volta si trasformerà ciò che riterremo di avere acquisito?

Non è forse l’insegnante di yoga colei o colui che, con i mezzi di cui dispone e gli stimoli che osa assimilare da qualsiasi occasione della vita, è in grado di assistere i propri allievi nell’affrontare questi momenti inevitabili senza soffocarli, permettendo loro anzi di sbocciare, lasciando una memoria del tutto particolare, una memoria non legata a eventi accaduti nel passato, ma a ciò che è in ogni momento presente?

Ovviamente, gioverà sapere anche cosa siano gli ischio-cruali, oltre a qualche principio di compensazione e concatenamento sequenziale, senza confondere i fini con i mezzi: ma quanto di ciò che viene oggi proposto ha realmente a cuore l’essenziale – anche sbagliando, perché a volte la sincerità delle intenzioni corregge gli strabismi e le imperizie – e quanto invece è volto a venderti un’altra maschera, altra zavorra e altre sbarre?

Ecco, eravamo persi in queste elucubrazioni quando ci arriva il parere Antonella Usai, che sarà parte del nostro corpo docenti. E ci ricorda come anni fa, entrando in contatto con il suo futuro maestro in India, fu da lui messa alla prova con provocazioni che avrebbero fatto vacillare anche i più determinati, ad esempio invitandola a intraprendere il viaggio ma lasciandola nell’incertezza di incontrarlo o meno.

Questo ci ricorda che c’è una tradizione che testa gli allievi, soprattutto valutandone le reazioni di fronte alla delusione delle aspettative, e che lo fa per comprendere se sono davvero meritevoli di accedere alla conoscenza e soprattutto se la utilizzeranno realmente per aiutare o per fini egoici (e se la prima eventualità non sia in realtà una maschera della seconda).

Certo, conveniamo tutti che, nella porzione di mondo e nell’epoca in cui viviamo, difficilmente queste modalità sono adottabili, per ragioni che non vale nemmeno la pena di spiegare qui. Però possono servire da invito a una ispezione più approfondita sui propri reali moventi: perché vogliamo diventare insegnanti di yoga, al di là dei sogni di farne un mestiere e di vivere facendo qualcosa che ci piace (illudendoci pertanto parecchio e non avendo ancora varcato la bolla della propria egoicità)? E perché in così tanti vogliono questo?

Mettiamola così: e se quella che stanno cercando di venderti come una bacchetta magica capace di realizzare tutti i tuoi desideri fosse in realtà il proverbiale cerino in mano, che non solo ti scotterà ma ti costringerà a rimettere in discussione ciò che desideri e chi lo desidera? (Ammesso, ovviamente, che avrai l’avventura di indagare il desiderio stesso fino alla sua fonte).

Fare yoga una o due volte la settimana è carino e non fa male a nessuno. Ma il bianconiglio che ti attende nella tana è feroce e può scorticarti, sottoporti a dolorose rese dei conti come a miracolosi e insperati ricongiungimenti. Bene, se accetti questa possibilità senza che la tua motivazione venga meno, allora puoi passare alla domanda successiva.

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Cos’è più improbabile: fare posizioni assurde oppure la cessazione delle fluttuazioni della mente?

11 Aprile 2024 by Zénon Lascia un commento

Ovvero come tendiamo a dare per irrealizzabili eventi che potrebbero essere vicini come la nostra vena giugulare, complicandoci la vita perché qualcuno ci ha fatto credere che l’unica cosa a cui potessimo ambire fosse qualche strana posa.

Spesso sembra che fare yoga richieda di destreggiarsi su molteplici fronti: dalla cura (a volte maniacale) del corpo al rapporto con le emozioni, dall’alimentazione all’attenzione per il pianeta, dalla ricerca del benessere alla lotta contro i segni dell’età…

In questa sovrapposizione di mezzi, fini, sottoprodotti e persino di effetti collaterali, si perde facilmente di vista il nocciolo della questione.

Nocciolo che Patanjali enuncia senza tanti preamboli nel secondo sutra:

Yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente

Ora, si è soliti considerare quanto sopra un obiettivo molto lontano, addirittura fuori portata. In realtà lo è finché intendiamo ‘cessazione’ come un’azione (come se si potesse fermare a mani nude o bloccare la mente) e non come uno stato che si verifica da sé.

Uno stato che può essere indirettamente favorito e preparato (ad esempio ‘rimuovendo le chiuse’), ma non determinato da ciò che facciamo. Anzi, a volte, come ben sappiamo, l’eccessiva insistenza verso un risultato e l’eccessiva enfasi sui mezzi può essere controproducente.

Dunque, che cos’è yoga e cosa non lo è? Patanjali elencava otto ausiliari, ma la sua non è l’unica codificazione e soprattutto dobbiamo cogliere il cuore della questione.

Yoga è tutto ciò che favorisce e ci educa a riconoscere questi momenti di cessazione delle fluttuazioni. A volte in modo imprevedibile o per apparente contrasto: per alcuni, ad esempio, anche nel cuore di una violenta emozione si può trovare lo slancio definitivo verso la pace. (Del resto, non affrontiamo forse considerevoli fatiche per goderci meglio il riposo?)

Perciò ben venga la cura per il corpo e per il benessere, ben vengano le capovolte e le spaccate, ben venga l’attenzione all’alimentazione e alle conseguenze delle nostre azioni, ma c’è un limite oltre il quale ciò chiamiamo yoga perde il suo cuore.

Il limite si supera quando questi strumenti diventano importanti in sé e non per la sfumatura di silenzio che può farci apprezzare; quando ognuna di queste attività e abilità diventa un fronte in più da tenere aperto; quando ancora una volta finiamo per credere che ci manchi qualcosa per essere completi, senza cogliere lo schema che si ripete; quando ci perdiamo nelle periferie; quando cioè lo Yoga si trasforma nel suo opposto, ovvero in un continuo agitare le acque.

Qualcuno dirà, ma questo è il mercato: farti sentire un bisogno che non sapevi di avere. E forse ha ragione. Tuttavia crediamo che sia possibile anche altro da questa sistematica sottovalutazione (e svalutazione) delle possibilità di ogni essere umano.

Stare in equilibrio sulla testa forse non è alla portata di chiunque e non è nemmeno consigliabile a tutti. Invecchiare è inevitabile, così come essere travolti, a volte, dalle emozioni.

Ma non esiste essere senziente a cui non sia data la possibilità di sperimentare, almeno una volta – magari per caso e forse per sbaglio – la cessazione delle fluttuazioni della mente e del cuore.

Yoga è farne un’arte e coltivarla.

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La terra appartiene a chi l’ha abbandonata. Un ricordo di Giovanni

6 Ottobre 2023 by Francesco Vignotto 2 commenti

Ieri è venuto a farci visita Ottavio. Ottavio è lo zio di Giovanni, un nostro allievo, ma soprattutto un amico, che è venuto a mancare questa estate dopo una malattia che è durata cinque anni, quasi la totalità del tempo che ha trascorso con noi. 

Giovanni era una persona difficile da non notare, per quanto fosse schivo e introverso. Forse, si notava anzi per la sua compostezza, così rara, la sua capacità di stare dove si è. Qui da noi è anche impossibile non imbattersi in qualche segno del suo passaggio, uno dei tanti regali che ha lasciato in questo luogo: un busto del Buddha (a cui Ottavio ha aggiunto un’altra splendida statua), una pietra, un portaincensi, un origami.

Ma il fatto era anche questo, al di là della perdita di un giovane uomo di soli 29 anni, malato di tumore dall’età di 25: ben prima della malattia, Giovanni aveva uno slancio verso lo spirito, una determinazione, ma soprattutto una purezza che è davvero difficile trovare, soprattutto oggi.

Mi viene da pensare, ma ammetto la crudele arbitrarietà di questa sensazione, che ci dev’essere qualche rapporto tra animi come il suo e la rapida intensità delle loro esistenze. Quello slancio Giovanni non l’ha perso durante questi anni, anzi: era un ragazzo che non riusciva a trovare un posto in questo mondo, mi racconta Ottavio, con la malattia l’ha paradossalmente incontrato. 

Io e Ottavio ci guardiamo da un lato all’altro del tavolo, o meglio i nostri sguardi solo occasionalmente si incontrano, ma è perché sappiamo, e Giovanni sapeva, che certe aspirazioni hanno a volte un prezzo altissimo, più alto è il dono, che è tale proprio in quanto non toglie nemmeno un grammo al dolore e allo strazio umano, lo lascia – o lo prende – per quel che è, non cerca di ricucirlo.

Non ho mai sentito Giovanni lamentarsi del suo destino. Per quello che stava accadendo al mondo, per la direzione ostinata e contraria rispetto a ciò che avvertiva come autentico, quello sì. Questo non significa che andasse incontro alla sua sorte con rassegnazione e fatalismo: Giovanni ha fatto fino all’ultimo ciò che poteva – e che con ferma convinzione nel suo cuore sentiva – per prendersi cura di sé, ma soprattutto per trascorrere il tempo che gli rimaneva in modo degno e cosciente: lo ha fatto anche, lo scorso dicembre, laureandosi in filosofia con il massimo dei voti – e mai espressione formale è stata più appropriata anche nell’essenza – proprio appena dopo aver saputo che il meccanismo della fine, così incombente ma sospeso in questi anni, aveva accelerato la sua corsa verso il compimento.

Ogni tanto mi viene da dire qualcosa, e mi accorgo di rivolgermi interiormente a lui, gli chiederei ancora un parere, come nelle lunghe conversazioni prima o dopo lezione, quando si presentava qui con la voglia di parlare. Ma è nelle ore di silenzio che penso di avere imparato di più grazie a Giovanni. Abbiamo passato, io e lui, spesso da soli, attimi sospesi tra una parola e l’altra che si sono spalancati a dismisura, hanno lasciato il segno non solo in entrambi, ma anche in questo luogo: credo che sia anche grazie a lui, e al suo esserci, se ho visto persone totalmente digiune di meditazione trovarsi assorbite in questo comune silenzio senza colpo ferire, e in questo silenzio risuonare come è nella natura di ognuno.

Ricordo il giorno in cui Giovanni mi scrisse che mi doveva parlare. Veniva a dirmi che partiva per Torino, dove andava a curarsi, dove avrebbe trovato delle persone ad accompagnarlo in quello che sapeva l’ultimo tratto di questo suo viaggio. È stata l’unica volta in cui l’ho visto cedere al pianto, lui così trattenuto. “Non pensavo così presto”, ripeteva come tra sé. L’ho abbracciato, e ho sentito tra le mie braccia il petto di un ragazzo che poteva essere mio figlio, che andava a morire.

Rileggo uno degli ultimi messaggi che ci siamo scambiati, mentre l’applicazione mi segnala l’ultimo suo accesso alle 17.06 del 20 agosto: “E sto aspettando, da sempre, che mi venga fatta Grazia, che mi sia dato guardare un po’ oltre la piccola mente e trarne sollievo”. Ma io so e lui sa, che da quella Grazia era assediato, anche quando per eccesso di slancio, mai per mancanza, mancava di accorgersene.

Ed ora, se capita a me e a chiunque l’abbia conosciuto un po’, di vedere per strada un ragazzo magro in bicicletta e di avere l’impressione che sia Giovanni che passa con la levità di un altro mondo, è anche così che finalmente il suo posto Giovanni l’ha trovato. “La terra appartiene/ a chi l’ha abbandonata”.

PS: i due versi che danno titolo a questo ricordo sono di Milo De Angelis

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Esistono emozioni negative?

18 Agosto 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Esistono emozioni negative? Statua di Swet Bhairav, Hanuman Dhoka, Kathmandu Durbar Square. Foto di  Sanish shr - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90747701

Contenuti

  • Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino
  • Ma allora esistono le emozioni negative?
  • Cogliere l’emozione al balzo
  • Nelle crepe dell’emozione
  • Post scriptum
  • Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino

Mi trovo in Trentino mentre scrivo e rivedo questo articolo. È impossibile non notare i cartelli che avvertono della presenza degli orsi e il giornale locale cavalca la paura. In paese dicono che in pochi anni la popolazione è triplicata e c’è chi li ha avvistati addirittura nelle vicinanze della Coop. Come sappiamo dalle cronache, un uomo è stato ucciso, qualcun altro “è stato graffiato”, per usare le parole di un anziano villeggiante, un simpatico ex impresario di pompe funebri ormai quasi cieco.

Nessuno nel 2023 si sognerebbe di affermare che gli orsi sono creature malvagie, ‘belve feroci’ come si sarebbe detto un tempo: se ‘graffiano’ o uccidono, reagiscono perché colti di sorpresa, o perché l’essere umano li provoca per paura o temerarietà. Paura, forse proprio perché l’orso risponde senza rimorsi alla sua natura, non temperata dalle convenzioni con cui imbellettiamo e ridirezioniamo, a volte ipocritamente, la nostra.

Sull’altro piatto della bilancia ci sono le condizioni anomale in cui la popolazione degli orsi, come quella di numerose altre specie selvatiche, è proliferata e soprattutto si è trovata sempre più in contatto con quella umana: due mondi che idealmente dovrebbero scorrere paralleli, e proprio per questo, quando l’incontro avviene, le conseguenze sono imprevedibili.

Come i nostri umori più oscuri, che crediamo confinati in qualche remota riserva, tutti speriamo di non incontrare l’orso; anche perché, per quanto ci possano preparare con istruzioni efficaci – allontanarsi lentamente senza correre, mantenere un atteggiamento passivo se aggrediti – quelle istruzioni sono quasi sempre negative, ed astenersi da una reazione è molto più difficile che fare qualcosa, anche se stupido e controproducente, come cercare di spaventarlo o di reagire, oppure – anche questo è tra l’elenco di cose da non fare – di avvicinarsi per filmarlo o fotografarlo.

(Al tempo stesso però tutti segretamente, io compreso lo confesso, coviamo il desiderio di incontrarlo. Il fatto è che non sappiamo perché, o stentiamo ad ammetterlo. Non si tratta di semplice curiosità, né fascinazione per il pericolo: c’è qualcosa nell’orso senza il quale siamo incompleti.)

La realtà è che noi non sappiamo realmente cosa faremo quando ci troveremo davanti l’orso. Ed è meglio non inorgoglirsi troppo se l’esito dell’incontro si dimostrasse per noi favorevole od onorevole: perché probabilmente non abbiamo ancora incontrato l’orso giusto.

Esistono emozioni negative? - I tre orsi, illustrazione di Arthur Rackham - http://www.gutenberg.org/etext/17034, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=562870

Ma allora esistono le emozioni negative?

Prima di suscitare comprensibili reazioni: certo che esistono le emozioni negative, se ci riferiamo a quelle emozioni che provocano sofferenza. Una sofferenza a volte latente e a bassa intensità, che si propaga ben oltre la durata effettiva dell’emozione in sé. Più complesso è il discorso se con l’espressione emozioni negative intendiamo emozioni che, almeno idealmente, non bisognerebbe o sarebbe meglio non provare o esprimere , ma in questo caso subentrano fattori sociali, oltre che psicologici e a volte sanitari che non è qui luogo per trattare.

La definizione è ancora più problematica se frequentiamo le pratiche contemplative, perché provare o manifestare emozioni considerate negative può addirittura essere vissuto come un fallimento o essere oggetto di riprova sociale. Insomma, se faccio yoga da così tanto tempo, perché perdo ancora la pazienza con il mio partner? Perché grido contro il cane? Se medito ogni giorno venti minuti, perché provo in me invidia per il mio vicino, vergogna o vanità per il mio aspetto fisico?

Qualche tempo fa, mentre stavo facendo stampare delle foto nel negozio di fronte al nostro centro, il fotografo mi disse: “L’altro giorno l’ho vista in bicicletta e una macchina le ha tagliato la strada. Ho detto: si vede che fa yoga, non ha nemmeno battuto ciglio”. Ecco, dissi fra me e me, dovevo avere la testa tra le nuvole quel giorno, perché non mi ricordo di nessuna macchina che abbia rischiato di investirmi: la mia reputazione è doppiamente salva.

È abbastanza diffusa, nei praticanti di yoga e meditazione e in chi siede attorno a loro, che queste pratiche si debbano svuotare di tutte le qualità fastidiose e inopportune, perché, nonostante si insegni il contrario, l’emozione ti qualifica, non è quasi mai privata. E di conseguenza, il manifestarsi di una di queste qualità è sintomo che qualcosa è andato storto, che ci siamo allontanati da noi stessi, perché tutto ciò che appartiene e porta allo spirito è per sua natura mondo e ‘positivo’ (avrei potuto benissimo scrivere invece un articolo sulle emozioni positive, di cui ci invitano a nutrirci, e che sono altrettanto problematiche: perché? Perché esistono anche quelle negative).

Ecco quindi che una stanza del Vijñānabhairava Tantra ci taglia la strada:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Vijñānabhairava Tantra, 1011Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003

Di fronte a questa stanza si è tentati da due opposte reazioni: da un lato, di mettercela in tasca e tenerla pronta per il prossimo automobilista insolente; dall’altro, il completo scoramento davanti a una vetta affascinante ma fuori da qualsiasi portata. In realtà questa stanza è rilevante, prima ancora che per il suo ripido contenuto operativo (di cui parleremo più avanti), per il principio che enuncia.

Che è poi lo stesso principio a cui rispondono i 112 modi (questo è uno di essi) che il Vijñānabhairava Tantra elenca per esperirlo. Proviamo a definirlo dapprima in negativo, nonostante l’approccio di questo testo fondamentale sia di tenore opposto. Il principio è che malgrado le innumerevoli perturbazioni di cui possiamo fare esperienza, la Realtà fondamentale è una.

Altre correnti di pensiero dell’India tradizionale hanno espresso la medesima idea, ma mentre questa asserzione è servita altrove per svalutare l’esperienza soggettiva, predicando il distacco dagli stati mentali perché impermanenti e quindi irreali, qui il punto di vista viene capovolto: proprio attraverso questi stati, che di norma sono subiti inconsapevolmente provocando offuscamento e distrazione, possiamo invece, attraverso l’attenzione focalizzata, riconoscere quella Realtà.

L’errore fondamentale non è tanto l’illusione che le perturbazioni sulla superficie siano reali, perché fino a un certo punto lo sono: i fortunali, come la rabbia, la paura, il dolore, per quanto passeggeri, possono uccidere e ucciderci; persino la gioia, l’amore, la felicità possono farci scoppiare il cuore, oltre a smuovere montagne. L’errore fondamentale è credere che questi stati siano diversi e separati dalla Realtà sottostante. Disconoscerli come espressione della loro fonte: questo è l’errore, perché nulla può manifestarsi al di fuori della luce della Coscienza. Ed è proprio questo errore a renderli ingovernabili.

Ecco quindi, tornando alla nostra stanza che contiene una pratica (ci stiamo arrivando), un messaggio importante: anche nelle emozioni estreme e ‘negative’ c’è un nucleo di pace. Anche in quella “goffa bruttura indescrivibile”, sotto la cui veste la sofferenza si presenta spesso, nulla è perduto, ed è bene ripeterselo proprio quando tutto sembra dire il contrario. Verrà un momento in cui non ci sarà più bisogno del richiamo, sostituito dall’immediatezza: non ci siamo allontanati di un millimetro dal nucleo.

Sembra anzi, suggerisce la stanza 101, che più antitetico sia l'(apparente) intervallo tra il turbamento della superficie e la quiete sottostante, più sia rapida la possibilità di tornare all’origine. Ma fermiamoci ancora un attimo.

Ho conosciuto poche persone, forse nessuno (me compreso), il cui sismografo emotivo si sia stabilizzato su uno spettro accettabile per sé e per gli altri per il solo fatto di essersi seduta a meditare per anni, o aver passato un periodo considerevole ad allungare i propri muscoli e a disciplinare il proprio respiro.

Ma come, si dirà, lo yoga e la meditazione non aiutano proprio a stabilizzare l’emotivo? Eppure, quante imbarazzanti esplosioni qualche istante dopo aver toccato la pace sul tappetino perché una singola parola l’ha messa a repentaglio, o appena usciti da una sala pratica mondati da qualsiasi negatività, al termine di tre giorni di digiuno, di un ritiro di Vipassana…

Il fatto è che più si sperimenta la pace nelle pratiche contemplative, più si incapperà nel suo contrario, almeno finché non si mette la firma su quanto sopra, ovvero che la tranquillità provata nei momenti di grazia ci avvicina solo per analogia alla vera pace, che quella pace fondamentale occorre imparare a riconoscerla persino nei momenti in cui siamo radiati dalla grazia divina.

Ritornano in mente le parole del controverso Yoga di Emmanuel Carrère:

È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?

Il libro parlava di tutt’altro, le domande erano altre, il caso era clinico. Ma la risposta a questo interrogativo potrebbe essere: è proprio per digerire anche questo che siamo qui? E che finché ci saranno condizioni propizie e condizioni non propizie saremo condannati all’eterno rimbalzo tra gli opposti, a essere miseri visconti dimezzati?

Cogliere l’emozione al balzo

Esistono emozioni negative? - By Tom Ordelman (User:Thor_NL) - Own reproduction, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=898174

Torniamo infine alla pratica descritta nella stanza 101 del Vijñānabhairava Tantra:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Questo metodo di concentrazione è ascrivibile al mezzo divino, che secondo la tripartizione dello Shivaismo del Kashmir (formulata posteriormente al Vijñānabhairava) è il mezzo di realizzazione di natura più elevata. Il mezzo divino è infatti trascendente: se si coglie lo slancio di una forte emozione, qui si dice, è possibile convertirlo in concentrazione, andando direttamente al cuore dell’essere, alla Realtà sottostante, perché ogni manifestazione di energia, se non interferita, torna alla sua origine con tanta determinazione quanto è la sua intensità.

C’è però un ma: ci vuole sangue freddo, ovvero non dev’esserci niente di personale, lo slancio dev’essere colto prima che intervenga qualsiasi ponderazione, ovvero prima che il senso dell’io si appropri dell’emozione. Per questo, c’è una finestra temporale estremamente breve per mettere in atto questa pratica. Se l’emozione non viene colta immediatamente, nel suo insorgere, non è più possibile convertirla nella concentrazione assoluta descritta nella stanza, perché non è più puro slancio senza crepe, ma è la rabbia di qualcuno verso qualcosa, è frammentazione.

Un esempio. Chiunque, vivendo nel mondo odierno e in questa porzione di pianeta, ha delle attività a orari prefissati ogni giorno. È quindi del tutto plausibile che decidiamo di meditare a una data ora (dicono di meditare sempre alla stessa ora, come i pasti e il sonno) e proprio un attimo prima riceviamo una brutta notizia, abbiamo una discussione, o scopriamo che qualcosa è andato diversamente da quello che ci aspettavamo.

È possibile che questo condizioni la qualità della pratica, ma è anche possibile, se prima di incorrere in alcuna considerazione si chiudono gli occhi con la stessa istintiva percezione di sé con cui ci si tuffa a corpo morto, senza trattenere nulla, è possibile, dicevo, che questa spinta indesiderata, questa cosiddetta emozione negativa ci scaraventi molto più in profondità di quanto non ci sia dato conoscere con tanti bei sentimenti e passi ordinati.

Certo, se nel frattempo abbiamo cominciato a commentare, a controbattere, se abbiamo cominciato a stilare la memoria difensiva e a pianificare vendette, il treno è già passato, addio stanza 101.

Nelle crepe dell’emozione

Attenzione però: se la pratica appena descritta non è più possibile, non è detto che abbiamo perso il treno per conoscere la Realtà sottostante, che nessuna meditazione, nessuno yoga sia più possibile: sarebbe come dire, nell’ottica del Vijñānabhairava, che la facoltà di bruciare è distinta dal fuoco.

La pratica della stanza 101, dicevamo, appartiene al mezzo divino, ovvero il mezzo più elevato secondo lo Shivaismo del Kashmir, che ne contempla però altri due. Questa tripartizione ha il vantaggio e lo scopo di riconoscere a ogni mezzo la relativa dignità e il relativo contesto: se fallisco in un approccio, ne avrò almeno altri due con cui tentare.

Nella fattispecie, potrò tentare una via sicuramente più familiare, ovvero il mezzo individuale: faccio qualcosa, applico una tecnica. Questo mezzo è considerato tra i tre inferiore perché c’è qualcuno che fa qualcosa, ovvero rinforza la contrapposizione tra soggetto e oggetto. Ma travolti dallo tsunami di un’emozione estrema, praticare una forma di controllo del respiro o forzare il corpo scosso a entrare in un asana è in fondo come cercare di rispondere all’assalto di un orso: per quante glie ne riusciremo a dare, saranno pur sempre molte meno di quante ne prenderemo.

È per questo che, almeno all’interno di questo quadro di riferimento, per far fronte a una violenta emozione, il mezzo mediano è forse l’unico praticabile per evitare il complicato labirinto di purificazione ed espiazione degli effetti dell’emozione stessa.

Se il mezzo superiore trascende l’emozione mentre quello inferiore si pone sul suo stesso piano, il mezzo mediano, o potenziato, è al tempo stesso trascendente e immanente. Ciò significa che nel mezzo potenziato rimaniamo nel flusso organico delle percezioni, focalizzando l’attenzione non negli stati affettivi in sé ma nello spazio tra uno stato affettivo e l’altro.

I modi sono molteplici, ma ad esempio possiamo farlo concentrandoci negli spazi tra le fasi del respiro (come nella stanza 25). È a mio parere accostabile al mezzo potenziato anche la pratica dei movimenti invisibili, tipica alla riformulazione moderna del cosiddetto ‘Yoga del Kashmir’: mentre sono in una posizione, evoco la sensazione (non penso al movimento, lo eseguo con la sensibilità) dei movimenti per entrare in un’altra posizione, come alzare un braccio, muovere le gambe o ruotare la colonna, ascoltando il corpo in carne ed ossa che rimane immobile ma non esente da reazione. Anche in questo caso, trovo una centratura tra la posizione attuale e la posizione evocata, sono nel flusso delle percezioni ma centrato nello stato intermedio.

E in definitiva, come suggerisce la stanza 103:

La mente non dovrebbe essere assorbita né dalla sofferenza né dal piacere. Dovresti conoscere lo stato intermedio (tra entrambi) – allora rimane solo la Realtà.

Vijñānabhairava Tantra, 103

Questo tipo di pratica è del tutto interiore e non immune da difficoltà (bisogna trovare l’interstizio, e a volte è un’operazione che richiede una creatività molto sottile), ma ha il potere di armonizzare le pulsazioni particolari dell’emozione con un ritmo più profondo, ampio e anteriore.

Che è forse anche la risoluzione di ciò che chiamiamo emozioni negative: una frattura apparentemente insanabile, una dissonanza imperdonabile che trova infine il proprio posto (non è forse quello che reclamava?) nell’ambito di un’armonia più generale.

Post scriptum

Durante il ciclo di seminari Yogasana che si terrà tra settembre e novembre, Gioia Lussana parlerà, molto meglio e molto più precisamente di me, del mezzo potenziato sia da un punto di vista filosofico che pratico.

Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Note[+]

Note
↑1 Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003
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