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Articoli

‘Ascolta il tuo corpo’ significa ancora qualcosa?

7 Maggio 2025 by Zénon Lascia un commento

Può un invito così generico e inflazionato essere ancora di qualche utilità? Sì, se lo utilizziamo per metterci in discussione invece che per ricevere conferme…

Da qualche tempo, è impossibile dire “Ascolta il tuo corpo” senza provare qualche imbarazzo, e ciò accade da ben prima che questa frase diventasse il tormentone di un comico televisivo (questo, piuttosto, è la conferma di quanto la frase rischi il luogo comune).

“Ascolta il tuo corpo” è una frase ormai da riempire a piacimento, prediletta da chi si sottrae al confronto con la realtà evitando qualsiasi attrito (il corpo – ma siamo sicuri che sia veramente il corpo? – mi ha detto che non ha voglia di fare fatica, che non mi devo forzare), ma è ormai presenza fissa anche sulle labbra di chi sottopone il corpo a ogni genere di forzatura per piegarlo alle proprie pretese, incurante dei messaggi che il corpo stesso gli invia, o forse no (anche il dolore – ribatteranno – non è una forma di ascolto?).

Il problema è che “ascolta il tuo corpo” è ormai un goal a porta vuota, come “no alla discriminazione” o “salviamo il pianeta”: chi si alzerebbe per dire che non è d’accordo? Questo, come ben sappiamo, è un grande ostacolo a che le parole si traducano in fatti.

Così, in entrambi i casi più sopra descritti viene escluso in partenza il presupposto di ogni ascolto, ossia l’incontro con l’altro. Perché l’incontro con il proprio corpo, se l’ascolto è reale, potrebbe essere addirittura sconvolgente, in quanto alieno alle risposte prevedibili, rassicuranti, che in fondo suggeriscono di fare come hai sempre fatto “ascoltando il tuo corpo”.

Per questo, dovremmo intendere “ascolta il tuo corpo” come un termine tecnico anziché come uno slogan ornamentale, perché indica una precisa fase nel lavoro corporeo e nella pratica contemplativa: la fase in cui dal fare e dal pensare si passa al sentire.

Quindi non ascoltiamo il corpo tanto perché ci dica cosa dobbiamo fare, ma per fare chiarezza là dove il pensiero ci porta sempre a maggior complicazione. Ascoltare il corpo permette di fare spazio, di lasciar decongestionare il pensiero e magari di creare le condizioni perché arrivi una risposta.

Suggeriremmo soltanto una piccola correzione: evitare il pronome “tuo”, che ci riallaccia a una storia, là dove le storie, come le scarpe all’entrata di un tempio, sarebbe meglio lasciarle fuori, perché ci ingabbiano nel conosciuto.

Fin quando è tuo, il corpo è collegato a un passato e a delle aspettative.
Quando ascolti veramente il corpo, invece, c’è sempre una sensazione, anche se solo parziale, di incontrare uno sconosciuto. Uno sconosciuto di cui però sentivi la mancanza…

Siccome ascolti il corpo per entrare in contatto con qualcosa che non sia il tuo pensiero, il corpo non può essere tuo.

Ascoltare il proprio respiro come si ascoltasse qualcun altro respirare, ad esempio, è un esercizio molto interessante. Non per trovarvi dei difetti, ma anzi, per tornare a sentire tutto ciò che non cogli a causa dell’abitudine condensata in quel pronome possessivo, del tuo credere di conoscerlo, nel considerare banale ripetizione ciò che è pulsazione vitale.

Ascoltare il corpo significa prenderlo per come è, non per come pensiamo che debba essere.
Significa sentirlo a prescindere da ciò che sappiamo o pensiamo di sapere di lui: dei suoi presunti pregi o dei suoi difetti, dei suoi meriti o delle cause delle sue sofferenze, anche delle nozioni che abbiamo su di lui.

Sì, è un lavoro impegnativo, e non si può mai dire di aver trovato la soluzione definitiva, di aver trovato una verità e di potercela mettere in tasca per utilizzarla ogni volta che ci serve: ma è proprio qui il bello.

Il corpo è lo strumento della coscienza. È tornare a come sentivamo prima che qualcuno ci avesse spiegato una volta per tutte cosa fosse.

Qualcuno, con più enfasi, sostituirebbe sentire con essere, ma quest’ultima parola rischierebbe di complicarci la vita con dubbi amletici. Sentire è molto più diretto e concreto, non mi richiede il fardello di un’identità.

Lasciando aperto l’interrogativo su chi sente, riposando anzi su quell’interrogativo, il sentire può agire da solvente, rendendo permeabile e allentando la corazza che mi vuole separato da tutto il resto, soprattutto, perché la corazza sono io: esiste non solo per limitare, ma anche per permettermi di guardarci attraverso.

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No, yoga e meditazione non servono a controllare le emozioni, ma a migliorare la digestione*

10 Aprile 2025 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Spesso sentiamo affermare che yoga e meditazione permettono di controllare meglio le emozioni. Come spesso accade, il diavolo (inteso come colui che depista) è nei dettagli, perché questa asserzione rischia di avvalorare una premessa che non è per nulla scontata: ovvero che le emozioni si tengano sotto controllo.

In realtà, se le emozioni potessero essere controllate, non sarebbero emozioni.
Del resto il concetto di controllo, in questo ambito, risulta pericolosamente ambiguo (e sbagliato, al di fuori di casi psichiatrici che richiedono un contenimento coatto): dove va a finire l’energia dell’emozione, potenzialmente enorme, destabilizzante, distruttiva, soprattutto quando si tenta di contenerla? Viene ridirezionata (a discapito di chi o cosa?), sublimata (non è forse, spesso, una pia illusione?) oppure repressa, evitata, ossia rimandata a una futura, rovinosa, deflagrazione o destinata a trasformarsi in nevrosi?

Chi, del resto, tra i praticanti di queste discipline, non conosce quanto sia facile il deflagrare di emozioni violente proprio quando ci si sente purificati dalle passioni e al di sopra di ogni emozione?

Far passare il concetto che con lo yoga e la meditazione si possano controllare le emozioni significa far andare incontro il praticante a non poche complicazioni evitabili. Perché il gioco potrebbe anche funzionare, fino a un certo punto, e questo non farà che nutrire l’illusione di avere pieni poteri sul proprio emotivo. Almeno fino a quando non arriverà il momento in cui soffrire sarà inevitabile e non starà a noi decidere quando sarà abbastanza.

A quel punto nascerà un conflitto, spesso non dichiarato apertamente, tra l’emozione percepita come ‘sbagliata’ e i tentativi di mettere le cose a tacere, tentando di risalire una china resa ancora più farraginosa proprio dal nostro agire, e tanto più profonda dalla non accettazione della nostra emozione.

Il fatto è che questo problema non era per nulla ignoto alle tradizioni da cui abbiamo appreso le tecniche di meditazione con cui oggi pensiamo, a torto, di tenere a bada il nostro emotivo. Il concetto stesso di karma nasce dalla constatazione che qualunque tentativo di fuggire attivamente alla sofferenza è destinato a rincararne la dose, a complicarne ancora di più il labirinto, laddove all’agire non anteponiamo la consapevolezza dei suoi limiti.

Ed è questo il primo passo nella consapevolezza, che ci invita a fare lo yoga: possiamo agire solo dopo aver accettato, o meglio accolto, ciò che non possiamo controllare.

Non è un caso se il principale oggetto di attenzione sia il respiro, che non può essere ‘controllato’ se prima non ne riconosciamo gli aspetti involontari: le idee stesse di azione e di controllo devono essere purificate e rettificate per poter essere efficaci. Agisco soprattutto non agendo, controllo in primo luogo assecondando.

In altre parole, si deve sostituire l’idea malata di tenere sotto controllo il mare con l’idea che, sebbene le onde non si controllino, si può imparare a nuotare. E che, a volte, ci è dato scegliere quale corrente seguire.

Ed è proprio nella consapevolezza del valore, del diritto ad esiste di ciò che non possiamo controllare e del suo tesoro vitale, che possiamo allenarci, attraverso la contemplazione, a digerire le emozioni, ovvero a cessare di respingerle, a riconoscerle come parte di noi.

*Post scriptum

Queste considerazioni presuppongono un buono stato di salute mentale, per quante nubi possano addensarsi nei cieli del nostro umore. In presenza di patologie, nel caso in cui le emozioni siano potenzialmente pericolose per sé e/o per gli altri, va da sé che ben prima della meditazione serve un buon supporto terapeutico.

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Per lasciare andare bisogna aver qualcosa da abbandonare: sull’autodisciplina nello yoga

13 Febbraio 2025 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Come un incendio che lo guarisca di creare

Antonin Artaud, I Cenci

Nello yoga, e nell’atteggiamento verso la vita che ne deriva, hanno largo e meritato spazio termini quali rilassamento, abbandono e lasciare andare. Tuttavia, se questo lasciare andare non fosse preparato da una calibrata autodisciplina, non solo non avremmo nulla da abbandonare, ma non potremmo farlo con la necessaria intensità.

La dialettica tra questi due poli è delicata e dibattuta anche nella tradizione: il rischio è da un lato l’automortificazione improduttiva perché basata unicamente sul controllo del corpo e delle funzioni vitali, con il contrappasso di rimanerne schiavi (sia il Buddha sia diversi testi dello Haṭhayoga rifiutano esplicitamente questa via). Dall’altro rischiamo uno yoga dell’evitamento più che dell’abbandono, dove non si arriva mai a temperatura, non si varca mai la soglia, non si sale mai di ottava perché il fuoco viene spento prima di qualsiasi confronto con la difficoltà (e, verrebbe da dire, con la realtà stessa), confronto senza il quale non può avvenire alcun cambio di stato.

Per trovare il punto di equilibrio (la famosa via di mezzo predicata dal Buddha) non è possibile emettere una sentenza per tutte le stagioni e per tutti i soggetti: come nelle diete, a qualcuno bisognerà raccomandare almeno inizialmente il massimo rigore, mentre per qualcun altro sarà salutare concedersi qualche licenza. Allo stesso modo, chi vuole accostarsi alla pratica meditativa dovrà comprendere come l’immobilità formale non può andare a discapito del rilassamento – che ne è anzi una delle cause interne – ma è altrettanto vero che se risponderà a ogni impulso al movimento andrà incontro a una continua dispersione e quindi anche a un crescente stress.

E proprio a proposito di autodisciplina e di dispersione, non è possibile evitare di parlare di tapas, un termine che molti studenti di yoga avranno conosciuto attraverso gli Yoga Sutra (è una delle cinque osservanze elencate da Patanjali) ma che risale all’India vedica e attraversa tematicamente tutte le tradizioni del subcontinente.

Letteralmente “calore, fuoco, luce”, tapas indica in genere qualsiasi forma di austerità non solo nella sfera (che per noi è) religiosa, ma anche in base a ciò che l’ordinamento sociale prevedeva per ognuno. Secondo il Monier-Williams, tapas è per i Brāhmani l’apprendimento sacro, per i guerrieri è la protezione dei sudditi, per i contandini è fare l’elemosina ai Brāhmani, per i servi è adempiere al servizio, per i Veggenti è nutrirsi di erbe e radici. Tapas, insomma, indica tutto ciò che richiede una restrizione, un contenimento, ma, come la sua etimologia ci ricorda, indica anche il potere che deriva da questa rinuncia.

In effetti il tapas non è altro (prendo a prestito una definizione di Mauro Bergonzi) che “scaldarsi per autoincubazione, come la gallina che cova”. Il principio è molto semplice e comprensibile anche se non pratichiamo grandi austerità: quando evito di disperdere energia, questa si accumula ed è disponibile per i miei obiettivi, siano essi la concentrazione meditativa o il compimento di un’impresa. Nell’India tradizionale, infatti, l’ascesi non era riservata ai mistici, ma era praticata da chiunque dovesse intraprendere un’opera molto difficile. 

Tapas, in italiano, è spesso tradotto come autodisciplina, soprattutto in relazione all’ottuplice yoga di Patanjali, anche se questo termine rischia di offuscare due caratteristiche tipiche di questo principio: da un lato l’autopurificazione che il tapas produce (leggerezza del corpo, nitidezza mentale e forse anche salute), dall’altro – elemento forse ancor più sottovalutato – lo sviluppo di un principio autoportante che, soprattutto nel caso delle vere e proprie austerità ascetiche, può essere fuori scala.

Il fuoco del tapas, infatti, pur essendo tecnicamente applicabile a qualsiasi scopo, finisce per bruciare qualsiasi obiettivo che non sia l’assoluto: non a caso i miti indiani sono affollati di umani e demoni che, a causa dei poteri accumulati attraverso le austerità, giungono a mettere a repentaglio l’universo. La soluzione che si prospetta (l’intervento degli déi a ripristinare l’ordine) è però ambigua: potrebbe essere letta come una salutare risposta immunitaria del dharma contro le incursioni del caos, ma anche come la difesa di uno status quo che strutturalmente è volto a impedire la liberazione.

Lasciamo che il tarlo di questo dubbio faccia il suo lavoro e torniamo alle piccole cose, che come sempre contengono le stesse dinamiche e le stesse domande che si muovono attraverso l’intero universo. Se ad esempio comincio a leggere un libro, mi sarà richiesto un certo sforzo iniziale. Oltre a fattori di disturbo variabili dovuti all’ambiente e al grado di eccitazione in cui mi trovo, allo stile e all’argomento più o meno familiare del libro, devo considerare che il mio tapas non è giunto ancora ‘a temperatura’ e quindi non mi può aiutare. Facilmente, continuerò a interrompere, la lettura sarà difficoltosa, accidentata, continuerò a perdermi.

Se di fronte a queste difficoltà decido che il gioco non vale la candela e abbandono l’impresa, in un certo senso sarà come se non avessi mai nemmeno iniziato: rimarrò con le idee piuttosto confuse sul contenuto del libro e a una eventuale ripresa della lettura lo sforzo richiesto sarà probabilmente identico a quello iniziale.

Se però resisto per un tempo sufficiente a stabilizzare la concentrazione (e ciò può voler dire arrivare sul punto di ammettere di non non capirci niente, ovvero sulla soglia della disperazione), potrebbe verificarsi un evento simile a quando il corridore ‘rompe il fiato’: la lettura comincerà a scorrere più veloce e soprattutto con maggior continuità. I concetti, i personaggi, i termini della questione diventeranno familiari ed emergeranno richiami e collegamenti anche non espressi esplicitamente.

Il flusso della concentrazione non sarà più solo univoco (il mio sforzo verso la lettura) e non si baserà solo sulle mie forze, ma mi verrà in aiuto anche ciò che il mio sforzo precedente ha prodotto: in altre parole, avrò accumulato un certo tapas.

Ciò che prima si trascinava, ora trascinerà, tanto che uscire dal flusso potrebbe essere a un certo punto più dispendioso che rimanervi. In altre parole, si verifica uno degli eventi più felici e necessari per chi siede in meditazione o pratica un’altro asana a lungo: la constatazione di stare bene dove si è, perché ciò che non è qui, non è da nessuna parte.

Abbiamo quindi alcuni elementi, nella pratica dello yoga come nelle attività quotidiana, per distinguere il tapas dall’automortificazione sterile e fine a sé stessa: quest’ultima, infatti, va a detrimento delle nostre energie e richiede uno sforzo continuo a fronte di risultati limitati, oltre a richiedere un controllo costante e progressivo.

Il tapas si distingue perché, una volta raggiunta la temperatura di ‘ebollizione’, diventa una forza trainante in sé: è possibile quindi quell’abbandono dello sforzo che può avvenire soltanto se c’è qualcosa da abbandonare, quel lasciare andare che, come la freccia di un arco, presuppone il rilascio di un’energia precedentemente caricata.

Che cosa ho lasciato andare troppo presto? In che cosa sto insistendo inutilmente? Queste domande non dovrebbero trovare mai una risposta definitiva. Ma soprattutto: che cos’è lasciare andare? Non è, a volte, ricadere nei soliti circuiti consolidati, così come resistere non è, in alcuni casi, arroccarsi nella propria isola del Pacifico, ignorando o peggio rifiutando di riconoscere che la Guerra è finita?

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Cosa si sta facendo al corso insegnanti di Zénon?

16 Gennaio 2025 by Zénon Lascia un commento

Vediamo i temi affrontati nel primo quadrimestre di lezioni del corso biennale per insegnanti di yoga (alcune delle quali erano parte dei cicli Yogasana, aperti anche ai partecipanti esterni), assieme ai docenti, che qui compaiono in ordine rigorosamente di apparizione.

1. Ma lo yoga non serviva ad arrestare le fluttuazioni della mente?

Francesco Vignotto, insegnante di yoga, ha trasposto nella pratica diversi argomenti trattati teoricamente dai relatori; ha illustrato i fini e le tecniche dello yoga e come si sono evolute fino a noi; ci ha invitato a riflettere sulla definizione classica di yoga come arresto delle fluttuazioni mentali (una azione o un evento?) e su come contestualizzarla in una pratica prevalentemente posturale quale è quella odierna; ha fornito i primi rudimenti di fisiologia della respirazione yogica e di didattica del respiro consapevole. Infine, ha affrontato, nella pratica e nella teoria, il tema del radicamento.

2. Self/non self e risposta immunitaria, intenzione e volontà, alto e basso

Marco Invernizzi, Professore Ordinario UPO, agopuntore e insegnante di Qi Gong, ha parlato del rapporto tra sistema immunitario e pratiche psicofisiche, di chinesiologia delle articolazioni e delle pratiche taoiste per mantenerle in buona salute. Ci ha inoltre insegnato come muoverci a partire dall’intenzione e non dalla forza muscolare secondo la Tradizione Cinese e come armonizzare l’alto e il basso nella pratica.

3. Che cos’è la coscienza? Cosa accade nel cervello durante la meditazione?

Claudio Molinari, professore associato di Fisiologia presso l’UPO, agopuntore, nel ciclo Yogasana 9 ci ha parlato di neurofisiologia della coscienza e di cosa sappiamo, da un punto di vista neuroscientifico, sulla mente di chi medita… ma anche che il cuore comunica con il cervello in modi che sono ancora misteriosi. Presto ci parlerà di neuroni specchio e di immaginazione motoria nel ciclo Yogasana 10…

4. Il senso del tatto nello yoga

Antonella Usai, danzatrice di Bharatanatyam e insegnante di yoga, ha tenuto un seminario sulle Hasta Mudra, le mudra delle mani, offrendoci uno scorcio sulla dimensione rituale e aiutandoci a recuperare la dimensione tattile nella pratica yogica e nella vita di tutti i giorni. Ma ci ha anche offerto degli strumenti per leggere e vivere le emozioni come esperienza estetica secondo la classificazione della tradizionale indiana.

5. Corpo femminile e radicamento

Martina Bergamelli, docente di Yoga e Qi Gong, ha contestualizzato la pratica in relazione all’anatomia e alla fisiologia femminile. Nell’ambito del seminario sul radicamento, ci ha guidati nell’ascolto del piede nella posizione statica della montagna e nella camminata, introducendoci alle pratiche di Qi Gong per l’armonizzazione degli elementi Terra e Legno.

6. Contemplazione e desiderio: la gioia come origine

Gioia Lussana, docente yoga, laureata cum laude in Indologia con Raniero Gnoli e Raffaele Torella, ci ha offerto un suggestivo scorcio sulle radici contemplative dello yoga dalle origini all’India tantrica, regalandoci una splendida pratica dal Vijñānabhairava Tantra. Ha inoltre tenuto una toccante lezione sul del legame tra coscienza, desiderio ed energia vitale nell’India Religiosa, in cui ci ha sottoposto un’ipotesi inattesa: la gioia come punto di partenza a cui tornare, invece che come obiettivo da raggiungere.

7. La visione di insieme di una tradizione

Mauro Bergonzi, professore emerito presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ha svolto il primo modulo di Filosofie e Religioni dell’India, esponendo con rara sintesi alcuni concetti ricorrenti in tutto il pensiero indiano, come il karma e la liberazione dal ciclo delle rinascite, con paralleli con la mitologia e il pensiero occidentale antichi e moderni. Ci ha parlato inoltre delle fasi più remote della cultura indiana: la civiltà della Valle dell’Indo, i Veda e le Upanishad.

Da qui in poi…

Da qui in poi ci aspettano i prossimi incontri mensili (con un seminario in presenza con Gioia Lussana, a marzo), ma anche il ciclo Yogasana 10, sulla relazione tra il corpo yogico e le recenti scoperte sui neuroni specchio e sulla pratica dell’immaginazione motoria.

Inoltre, molta filosofia, molta anatomia funzionale, molta didattica e molta, molta pratica…

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Sentire la mano non è pensare alla mano: appunti di presenza corporea

9 Dicembre 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento

“Quando dici di sentire la mano, cosa dovrei sentire?”
Questa domanda, posta qualche tempo fa dopo una seduta di meditazione, è tutt’altro che banale e descrive un paradosso in cui tutti rischiamo di finire intrappolati. Perché oggi chiunque vuole riempire la nostra tazza ma ben pochi ci insegnano a svuotarla.

Molto spesso, infatti, quando si parla di aspetti corporei ed energetici nella pratica dello yoga o di altre pratiche psico-corporee, uno si immagina che vi sia una teoria, una formalizzazione, uno schema e dei principi da apprendere e poi applicare. Insomma qualcosa da sapere e concettualizzare per poi tradurre nella pratica.

Ma ciò deriva da un pregiudizio culturalmente piuttosto radicato, ovvero che vi sia prima una teoria e poi una pratica che ne è l’applicazione. Quindi ecco le mappe di meridiani, energetici o miofasciali, di nadi, gli elenchi di chakra con tutto il loro carico di attributi, ecco gli stadi, gli involucri, i soffi e le loro complicate interazioni che si accumulano nella mente del praticante strato su strato, sovrapponendosi peraltro ai paradigmi medici e biomeccanici (per molti approcci oggi gli aspetti energetici non osano discostarsi dalla chinesiologia) e agli standard performativi propri al mondo in cui viviamo, in un processo di accumulo senza sintesi e quindi fertile di ulteriori bias.

Insomma, sul sentire la mano non può che prevalere il pensare alla mano, o peggio ancora il groviglio di sovrastrutture che la occultano, rafforzando il malsano retropensiero che per sentire bisogna prima sapere e negano al sentire lo status di forma di conoscenza: è il pensiero, quindi, che taglia le proprie radici e si priva volontariamente della linfa vitale.

All’atto psicocorporeo, questa forma mentis ovviamente imprigiona, più che liberare, moltiplica, più che ri(con)durre all’unità del sentire, mortifica la lingua a mera informazione, soffocando la risonanza poetica che ne è l’essenza più intima e ne plasma le forme. Con la conseguenza che certi linguaggi non ci parlano più se non rispondono immediatamente alla domanda: A cosa serve? Ma l’aspetto più grottesco è che qualsiasi risposta non placherebbe la sete, provocherebbe un’altra domanda ancora: e così all’infinito.

Non è però un caso se, delle decine o centinaia di migliaia di canali energetici citati nei testi dello hatha yoga, tutto poi si riduce a poche, sintetiche indicazioni che servono più come orientamento nell’esperienza diretta che come libretto delle istruzioni.

Ma l’istruzione fondamentale, spesso omessa perché sottintesa, riguarda la consapevolezza o presenza corporea. Consapevolezza è saper ascoltare il corpo senza aspettative e senza sovrapporvi dei concetti. Di nuovo: sentire la mano, non: pensare alla mano. In altre parole, occorre soffermarsi sulla sensazione prima che diventi percezione, ovvero interpretazione soggettiva, riferita all’io e alle sue identificazioni, alle sue storie e ai suoi progetti. E il non sentire può essere altrettanto gravido del sentire.

Questo permette alla sensazione corporea di seguire il suo naturale sviluppo, che abitualmente è inibito proprio dall’attività egoriferita, e, da un lato, di ridimensionare drasticamente il predominio del pensiero discorsivo, che viene de-articolato e infine riassorbito dalla sua stessa matrice energetica; dall’altro, di ripristinare la comunicazione con la trama sottostante di cui tutto ciò che sentiamo e pensiamo è una temporanea increspatura.

Proprio anteporre l’ascolto al fare, la presenza corporea alle forme del dire è ciò che distingue qualsiasi linguaggio, arte e pratica tradizionale, non importa se tramandata ininterrottamente o di recente (re)invenzione, e ci permette di lasciarci toccare, pur senza necessariamente comprendere concettualmente, dalla sua musica.

Uno potrebbe dire: ma cosa ci guadagno, quando sul mercato ci sono sono centinaia di approcci già regolati e segmentati sul singolo obiettivo, tagliati su misura per chi si accontenta della libertà dal gonfiore addominale o della rimozione dei blocchi emotivi, del contrasto dei segni dell’età o del conseguimento delle mete lavorative.

Il fatto è che qualsiasi pratica che abbia l’ambizione di orientare la mente-corpo e che limiti la prospettiva unicamente all’obiettivo, perdendo però di vista ciò che si intravede attraverso l’obiettivo stesso, comporta degli effetti collaterali che raramente vengono messi in conto; allo stesso modo, la pratica delle posture yogiche come fine in sé porta necessariamente a infortunarsi, come possono tristemente confermare milioni di praticanti e insegnanti che per decenni hanno inseguito l’asana perfetto e hanno perso invece la salute che pensavano di conseguire.

È proprio la presenza corporea, sottintesa alle pratiche – tradizionali e non – a permettere a ciò che inizialmente si manifesta come dato sensoriale di espandersi e prendere in carico, ovvero ricontestualizzare, ciò che è soggetto alle complicate leggi fisiche e subconscie che a loro volta complicano estremamente la realizzazione dei propri fini.

E a volte, come chi partito alla ricerca di qualcosa, e trovando nella ricerca stessa molto di più del suo piccolo oggetto di desiderio, si finisce per dimenticare il motivo stesso che aveva fortuitamente messo in moto il viaggio.

PS: l’approccio pratico alla presenza corporea sarà il tema del primo seminario di Yogasana 10: Corpo Yogico, Neuroni specchio e Immaginazione Motoria.

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“Trasforma la tua vita, diventa insegnante di Yoga”, ovvero la vittoria non consiste che in continue batoste

7 Ottobre 2024 by Francesco Vignotto Lascia un commento


È curioso come gli slogan dei corsi di formazione per insegnanti di yoga si stiano sintonizzando quasi tutti su questa falsariga: “Diventare insegnante di Yoga può cambiare la tua vita”, “Realizza il tuo sogno”, “Vivi della tua passione”. È curioso (ma è una curiosità retorica, conosciamo il movente) perché proprio in riferimento a un passaggio in cui io dovrei smettere di fare qualcosa solo per me e cominciare a farla anche per qualcun altro, non venga oggi in mente altro argomento efficace che quello egoriferito, col rischio di sollecitare o le persone non adatte o comunque le corde sbagliate.

In altri tempi si sarebbe scomodata una parola ad alto rischio di enfasi e fraintendimento come vocazione, ma probabilmente è oggi ritenuta troppo selettiva: d’altronde, il più delle volte si sta vendendo un prodotto a più ampio pubblico possibile, mica si sta pubblicizzando veramente una scuola che dovrà valutare o meno l’idoneità dei soggetti paganti.

Sta di fatto che i poveri allievi non vengono ormai quasi nemmeno nominati, se non come risorse che magicamente pioveranno dal cielo non appena vedranno il volantino dell’ennesimo corso di yoga, e che al massimo dovrai avere cura di non danneggiare.

Viene da domandarsi inoltre come mai la figura dell’insegnante di yoga sia diventata così sexy per un così vasto numero di persone, vista la progressione geometrica dell’offerta e l’affollamento dei corsi per ricevere l’ambito diploma. Consideriamo pure che una certa porzione di partecipanti lo faccia o per approfondire (oggi, almeno nello yoga, non esistono più i corsi per chi è semplicemente interessato a conoscere: devono darti l’investitura da insegnante); un’altra porzione si iscriverà per integrare lo yoga nelle proprie competenze professionali (operatori di varie dicipline, psicologi, educatori, insegnanti, per alcuni dei quali esistono percorsi specifici e mirati); rimane tuttavia una notevole fetta di pubblico – quella a cui si rivolgono le pubblicità summenzionate – che proietta sulla figura dell’insegnante la possibilità di un futuro più brillante del grigiore quotidiano.

Ora, mi sia concessa una piccola digressione personale. Qualche anno fa (mi rendo conto che in realtà dovrei sostituire qualche con parecchi) svolsi per un certo tempo un lavoro che, come l’insegnante di yoga, non ti garantisce sicurezze reddituali invidiabili, ma fa ugualmente sfuggire alle persone a cui lo si racconta un candido e incosciente che bello, come piacerebbe anche a me. Il mestiere era l’agricoltore. Bene, coloro che allora mi esprimevano la loro – innocente – invidia erano spesso persone con posizioni lavorative solide, che tuttavia avvertivano lo stress di pesanti responsabilità e lo stridore di ritmi innaturali, nonché la nostalgia di un contatto perduto con la terra, per quanto molto idealizzato.

E proprio a fronte di molta idealizzazione posso dire che il mestiere con la terra e quello di insegnante di yoga hanno due cose in comune. Ti obbligano da un lato ad affrontare la delusione delle aspettative, dall’altro a cogliere ciò che arriva invece.

A meno che tu non abbia un patrimonio da dilapidare in una bolla anestetica di soggiorni a Bali e di storie su Instagram di felicità simulata, fare l’insegnante di yoga ti pone di fronte alla prospettiva di essere ormai uno tra i tantissimi, ma anche di dover trovare un luogo dove esercitare e di mantenerlo – oltre a mantenere te, con questo o un altro mestiere – e soprattutto ti pone di fronte alla volatilità degli allievi, che giustamente hanno delle vite al di fuori dell’ora di yoga, e spesso all’incostanza di quelli su cui ti eri fatto le maggiori aspettative; alle classi vuote, che capiteranno anche dopo anni; ai malintesi, inevitabili lavorando a contatto con le persone, anche con le migliori intenzioni; e alla apparente mancanza di risultati, che ti visiterà ciclicamente proprio come ogni anno la terra, alle nostre latitudini, in apparenza muore.

E tutto questo genera sempre un’emozione, non raccontiamoci la favola del distacco, anche se osservare e vivere questa emozione non significa reagire di impulso: questo tuffo al cuore è proporzionale allo slancio con cui la meraviglia ti coglierà al momento della ripresa, se vivrai o resisterai abbastanza a lungo.

Ma al tempo stesso, dicevamo, oltre a digerire la sconfitta reale o apparente, provvisoria o definitiva, dovrai imparare a cogliere quell’invece che molto spesso non vedi perché accecato dalla delusione delle aspettative, come la persona che ritenevi totalmente unfit che invece, costringendoti a riformulare il tuo insegnamento, innesca un processo di reciproca crescita; come la base stabile di allievi che, se coltivata senza forzature e con correttezza, crescerà nel tempo senza gli scrosci delle folle urlanti ma con il silenzio e la costanza di una foresta. La vittoria, insomma, non consiste che in continue batoste. Le storie di successo mancano sempre del triste epilogo, tanto più amaro se il vittorioso non avrà imparato a fondare la sua stabilità nel sé e a riconoscerla sia attraverso il successo che la sconfitta.

Perché il punto è proprio questo. Se lo yoga non è semplicemente la patina con cui ricoprire il tuo bisogno di identificarti con qualsiasi cosa, se la parola yoga vuol dire qualcosa e, mi si passi il termine, ‘funziona’, che tu faccia il mestiere dei tuoi sogni o un lavoro di merda non cambia moltissimo, anche se non possiamo pretendere, così come c’è chi non digerisce questo o quel cibo, che tutti siano in grado digerire qualsiasi situazione lavorativa. Eppure, se praticare yoga, attraverso il tempo, dà dei cosiddetti risultati, li vediamo più nella capacità di metabolizzare le situazioni della vita che nel successo nel creare condizioni ideali, le quali, oltre a non verificarsi mai, non dipendono in gran parte da noi ma soprattutto imprigionano nel conosciuto.

Per questo, a mio parere personale, se davvero vuoi approfondire lo yoga, che tu voglia insegnarlo o meno, è importante che tu sia consapevole che su un certo piano realizzare i propri sogni o meno non ha importanza affatto; tutte queste proposte basate su obiettivi sono anzi la morte di qualsiasi aspirazione spirituale, se non si comprende la natura provvisoria e pretestuale di ogni obiettivo. Il pretesto per cosa? Per risvegliare il desiderio. Il desiderio che, come cantavano gli Einstürzende Neubauten, in barba al catechismo patanjaliano ma in linea col controcanto tantrico, è davvero l’unica energia, senza la quale né i libertini né gli austeri e castigati meditanti muoverebbero un dito verso l’obiettivo delle proprie aspirazioni.

Ma mi si permetta di concludere con un’altra citazione. “Il sussistere nella forma corporea costituisce l’osservanza religiosa” recitano gli Śivasūtra. Per chi ha realizzato che è il Sé, che il suo percepire, sfrondato dall’identificazione anagrafica, è Coscienza che conosce sé stessa, il sacro, lo straordinario è qualsiasi forma, qualsiasi mansione la sorte ci abbia riservato. Ma vale anche il contrario, come sempre: accorgersi che lo straordinario avviene in ogni momento è un modo, forse l’unico, per realizzarlo.
Porsi un obiettivo, come ad esempio iscriversi a un corso per diventare insegnante di yoga, non è il vero l’obiettivo: è l’additivo che serve a mettere in moto energie che altrimenti non sarebbero messe in gioco. Comprendere la sottile differenza prima di trarre conclusioni affrettate.


PS: questo articolo, forse ultimo di una riflessione in tre parti (le altre due qui e qui), arriva a pochi giorni dall’inizio del primo seminario del primo corso di formazione insegnanti che abbiamo mai organizzato, nonché a un paio di mesi dal compimento dei dieci anni dall’apertura di Zénon come centro fisico.

PPSS: “La vittoria non consiste che in continue batoste” è una frase dello scrittore ceco Ladislav Klíma, citata da Bohumil Hrabal in epigrafe a Lezioni di ballo per anziani e progrediti.

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