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yoga Novara

Nello Yoga non ci sono clienti. E l’allievo non ha sempre ragione

8 Febbraio 2016 by Zénon Lascia un commento


Ovvero perché non tutti devono per forza dedicarsi allo Yoga (o al Tai Chi, o al Qi Gong), perché nessun luogo di insegnamento può essere adatto a tutti e perché anche gli insegnanti devono imparare a dire qualche volta di no, per il bene stesso degli allievi. 

Non è un paese per turisti

Approcciamo il discorso da un punto che riteniamo fondamentale: praticare Yoga, secondo noi, implica fare una scelta. Non per forza una scelta di vita o di fede (nello Yoga non è necessario credere in qualcosa), ma per lo meno di investire un po’ di tempo e andare oltre le impressioni superficiali.

Normalmente, noi non scegliamo: compriamo prima di scegliere, e spesso compriamo cose che nemmeno useremo, o che accumuleremo in un angolo della soffitta dopo averci giocato per qualche tempo, ma senza mai averne compreso la reale utilità. Così, dicono, si fa “girare l’economia”, ma non è così che funziona l’economia yogica, nella quale le cianfrusaglie esperienziali accumulate durante il turismo inconsapevole sono zavorre che alla lunga impediscono qualsiasi progresso: e questa è una dura realtà non solo per gli allievi, ma anche per gli insegnanti.

Anche per questo, come in ogni luogo, a Zénon ci sono delle regole. Una delle prime è che non facciamo lezioni singole a sconosciuti o abbonamenti “a ingressi”, cioè quelle formule tramite cui compri un tot di lezioni e le fai entro un orizzonte temporale illimitato.

Non ne facciamo perché senza un minimo di frequenza l’allievo rimarrebbe un principiante a vita e ciò sarebbe inutile e dannoso per lui, per i compagni di pratica e per il centro stesso, perché non si potrebbe nemmeno immaginare un percorso collettivo in cui le persone possono progredire col tempo.

Proprio per questo, riteniamo che in questi casi il dovere di un onesto insegnante sia invitare a riflettere su come si possa apprendere a suonare il piano partendo da zero con una lezione al mese e sapendo già di non avere la costanza (né gli strumenti) per esercitarsi nel frattempo da solo.

Naturalmente, in alcuni casi, arriva anche un momento in cui l’allievo dispone di strumenti e di sufficiente costanza per praticare anche da solo – ed è anzi è auspicabile che lo faccia. Ma questo discorso non può applicarsi a neofiti quali sono quasi tutti coloro che ci rivolgono richieste simili.

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Lo scorso anno fece qualche rumore la dichiarazione di uno Yoga Studio canadese, che decise di smettere di insegnare le posizioni capovolte e di proibire ai propri allievi di eseguirle nel centro al di fuori delle lezioni. Le motivazioni erano a nostro parere abbastanza discutibili: ad esempio, che i benefici effettivi di tali posizioni non superassero gli effetti collaterali; ma non è questa l’occasione di discuterne.

Tuttavia, dall’articolo che annunciava la decisione emergeva un particolare per noi determinante: che quasi tutte le lezioni in quello Studio seguivano la formula ‘drop-in‘ (ovvero, “a ingressi”); la responsabile dello studio ammetteva che nella maggior parte delle lezioni si trovava in sala persone che non frequentano regolarmente oltre a una certa quantità di perfetti sconosciuti. A queste condizioni, nemmeno noi insegneremmo posizioni capovolte – a dire il vero, non insegneremmo proprio nessuna posizione – ed è proprio per questo che rinunciamo volentieri alla pur redditizia formula del drop-in.

A ognuno il suo posto

Il caso degli abbonamenti ‘a ingressi’ e gli aneddoti riportati contengono secondo noi un insegnamento chiaro, che vale la pena contestualizzare all’ambito della nostra attività: più si allarga indiscriminatamente il proprio pubblico per motivi commerciali e/o di spirito ecumenico, più è necessario un livellamento verso il basso della proposta, e spesso nel tentativo di accontentare tutti si rischia di non accontentare nessuno, oltre a rendere del tutto irrilevante il proprio lavoro.

Lo Yoga – ma vale per tutte le pratiche – non può essere adatto a tutti. A maggior ragione, un particolare tipo di Yoga insegnato da un particolare insegnante non può essere adatto a tutti. Può esserlo a molti, ma non a tutti.

In alcuni centri di Yoga, convivono diversi insegnanti con diverse formazioni, si fanno molte attività diverse tra loro e  si insegnano tante discipline diverse, per allargare il proprio pubblico. Pur rispettando queste scelte, nel nostro centro preferiamo connotarci in modo piuttosto preciso per quanto riguarda l’insegnamento dello Yoga e delle altre pratiche, che devono riflettere la nostra sensibilità e la nostra esperienza personale; inoltre, non ci interessa fare di tutto semplicemente per fare audience, soprattutto se non ci convince (ad esempio, negli ultimi mesi abbiamo rifiutato una dozzina di proposte da parte di suonatori di campane tibetane).

Chi voglia farsi un’idea di come lavoriamo, è benvenuto a provare di persona. Un’altra regola di questo luogo è: devi sentirti in sintonia con quello che si fa, con chi lo fa e come lo si fa; se qualcosa stride, nessun problema: non è il luogo adatto a te.

Spesso però sembra esserci un argomento che psicologicamente sovrasta qualsiasi altro dato, ovvero l’argomento del cliente che paga e quindi ha sempre ragione, anche quando si trova in un ristorante giapponese ma vorrebbe una pizza. E questo è un grave errore in cui possono incappare sia l’insegnante, sia l’allievo. Per l’allievo, occorre comprendere che non può pretendere di piegare il luogo ad adattarsi a sé. Per l’insegnante, occorre svestirsi dei panni messianici e deporre la falsa coscienza di aver negato l’accesso alla salvezza a una povero peccatore.

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Immagine tratta da THE GREAT OOM: THE IMPROBABLE BIRTH OF YOGA IN AMERICA, di Robert Love

Per questo, ci riteniamo sollevati dall’obbligo di accogliere chiunque semplicemente perché è un allievo o un allieva in più che pagano una quota: riteniamo che non sarebbe rispettoso in primo luogo verso il potenziale allievo stesso, che considereremmo solo in quanto denaro sonante e non come essere umano che ha il diritto ad avere le proprie necessità e i propri tempi, magari distogliendolo da altre strade che potrebbe percorrere con molto maggiore profitto.

E, naturalmente, per il bene comune e onde ridurre al minimo gli episodi spiacevoli, non accogliamo o invitiamo ad andarsene coloro che si comportano in modo non compatibile con il luogo e con le attività insegnate.

Non ci riteniamo inoltre in obbligo di accogliere chiunque non prenda sul serio l’attività – consapevolmente o inconsapevolmente – a causa della malsana idea che lo Yoga sia “a prova di imbecille” e che quindi non sia degno nemmeno della minima attenzione necessaria in qualunque attività psicomotoria. Come abbiamo già ampiamente spiegato, se c’è una cosa sicura nello Yoga, è che non è sicuro; e tantomeno non esiste alcuna procedura sicura – ci dispiace molto per chi sostiene il contrario – a prescindere dalla consapevolezza e dalla presenza mentale del praticante, che deve essere responsabile di sé stesso.

Ora, non tutti hanno gli strumenti per valutare se quello che stanno facendo è adatto a sé: in questo caso, per il bene comune, ci riteniamo in dovere di aiutare a vedere le cose in modo più chiaro, anche invitando a prendersi pause di riflessione o a cercare altrove.

Non ci è in alcun modo possibile ricostruire un identikit dell’allievo ideale: i dati anagrafici, gli interessi, persino le caratteristiche psicofisiche sono per noi del tutto irrilevanti alla prova dei fatti. Chiunque, a qualunque età e in qualunque condizione, può trovarsi a proprio agio da noi, così come chiunque, per qualsiasi motivo che non deve nemmeno giustificare, può ritenere altrimenti. E lo stesso vale per le nostre decisioni.

Ma qui non ci sono clienti

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Il cliente non ha sempre ragione, soprattutto quando non ha ben chiaro cosa vuole e quando non lo chiede con il dovuto rispetto. Ma, a voler essere ancora più precisi, noi siamo convinti che nello Yoga non ci siano clienti.

Non solo perché nello Yoga nessun risultato può essere meccanicamente garantito e quindi venduto, ma anche perché il rapporto insegnante-allievo richiede un’assoluta schiettezza che non può essere subordinata ai compromessi inevitabili in cui si incorre nel rapporto fornitore-cliente.

Sappiamo di correre il rischio di essere considerati un po’ idealisti – o ipocriti, dai diffidenti – e sappiamo che il mondo ‘olistico’ è ormai un mercato in cui accaparrarsi più anime possibile con ogni mezzo, soprattutto con il massiccio uso di tecniche di manipolazione che poco si conciliano con l’intento dichiarato di rendere l’essere umano più libero e autonomo.

Eppure, fino al secolo scorso, chi volesse dedicarsi a queste discipline doveva sottoporsi a viaggi lunghi, incerti e pericolosi per trovare qualcuno che potesse insegnargli qualcosa. Qualcuno che poteva anche rifiutarsi di farlo, se non lo riteneva adatto e pronto; non necessariamente “all’altezza”, perché magari a quella particolare persona era destinata un altro tipo di insegnamento.

Non rimpiangiamo quei tempi, ma ci piace ancor meno l’estremo caso opposto, in cui per qualsiasi pratica (o, ancor peggio, non per lo strumento ma per il risultato finale) chiunque viene ritenuto pronto o adatto, purché versi una quota di partecipazione.

Noi rimaniamo convinti che, se scegliessimo di operare in un contesto simile, la transazione economica rimarrebbe l’unica forma di trasmissione che potremmo garantire.

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Lo Yoga e la Gravidanza: appunti di viaggio

12 Novembre 2015 by Marco Invernizzi Lascia un commento


Quando sono rimasta incinta praticavo yoga già da alcuni anni in modo costante, e ciò ha provocato numerosi commenti da parte di amici e conoscenti con frasi ricche di ammirazione/curiosità/luoghi comuni che mi hanno fatto render conto di quanta “falsa percezione della realtà” aleggi in merito allo yoga in generale, ma ancor più dello yoga in gravidanza…
…quando si è incinta si ha una capacità di introspezione e predisposizione all’ascolto superiore alla norma. È un’opportunità che permette di cogliere più in fretta l’essenza dello yoga. Una possibilità unica che solo noi donne abbiamo. E che a volte addirittura può trasformarsi in un nuovo modo di vivere la vita. Uno “stato di introspezione da gravidanza” se non proprio costante, almeno frequente. Un dono aggiuntivo che un figlio regala, un’ulteriore possibilità di crescita personale, che inizia prima del rapporto madre/figlio e che può aiutare anche a crearne le basi.

Questi sono due brevi estratti di una testimonianza sullo Yoga in gravidanza che gentilmente Erika, praticante di Yoga da diversi anni, ha deciso di pubblicare e che si trova nella versione completa in fondo a questo articolo.

La gravidanza e il parto sono due temi che non mi hanno mai interessato più di tanto, probabilmente perché mi occupo a livello professionale o di sportivi o di anziani, o perché non ho mai avuto parenti, amici o persone vicine che sono passate attraverso questa esperienza.

Fatto sta che questo evento non mi ha mai toccato più di tanto, non solo dal punto di vista medico ma anche umano. Ovviamente non c è mai nulla come provare di persona una determinata esperienza per assaporarne tutte le sfumature, consapevole tuttavia che il ruolo dell’uomo (inteso come sesso maschile) in questo misterioso e mistico evento rimane, al di là di un fondamentale sostegno, sempre marginale.

Tra le varie attività proposte in gravidanza lo Yoga è ormai abbastanza ben accettato come benefico, non solo per favorire l’elasticità dei tessuti e la mobilità articolare (soprattutto del bacino) ma anche per il controllo della respirazione e il rilassamento.

Tuttavia, come già emerso in altri articoli sullo Yoga pubblicati su questo sito, la percezione  personale è che regni ancora molta confusione a riguardo, sia tra chi non conosce lo Yoga, sia tra chi già lo pratica. E quindi, un po’ per curiosità personale e un po’ per deformazione professionale, sono partito da ciò che mi è più familiare, lasciando lo studio dei testi classici ad un secondo momento e chiedendomi invece cosa la Medicina consigli o ritenga utile come attività durante il periodo della gravidanza e cosa la Scienza abbia studiato e abbia da dire a tal proposito.

Confesso che la curiosità sia stata anche dettata da un volantino dato a mia moglie al primo controllo post-parto riguardo degli esercizi del piano perineale. “Li faccia tutti i giorni, servono e fanno bene”. Ma ad una prima occhiata ricordavano subito qualcosa di molto familiare per chi ha qualche dimestichezza con lo yoga.

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Mula bandha è la contrazione della muscolatura pelvica (nell’uomo) o dell’area della cervice (nelle donne). La valenza di questa pratica va molto al di là del piano meramente fisico (lo scopo è di prevenire la dispersione dell’energia dal basso) anche se è uno strumento molto valido per prevenire o risolvere il prolasso delle pelvi. Lo yoga, peraltro, comprende anche almeno altre due forme di contrazione molto specifiche di quest’area: quella dell’ano (ashwini mudra) e quella dell’uretra (vajroli/sahajoli). (L’immagine è tratta da Asana, Pranyama, Mudra Bandha di S. Satyananda)

 

Due dati di epidemiologia…

Ad oggi moltissime linee guida ginecologiche e ostetriche raccomandano che tutte le donne in gravidanza si mantengano attive fisicamente conducendo esercizi di training cardiovascolare e di rinforzo muscolare, preferibilmente con cadenza quotidiana. 1Artal R, O’Toole M. Guidelines of the American College of Obstetricians and Gynecologists for exercise during pregnancy and the postpartum period. Br J Sports Med 2003;37:6–12.
Wolfe LA, Davies GAL. Canadian guidelines for exercise in pregnancy. Clin Obstet Gynecol 2003;46:488–95.
Royal College of Obstetricians and Gynaecologists. Exercise in pregnancy, 2006; Statement 4.
Lauren N Wood, Jennifer T Anger. Urinary incontinence in women. BMJ:2014;349:g4531
Mørkved S, Kari B. Effect of pelvic floor muscle training during pregnancy and after childbirth on prevention and treatment of urinary incontinence: a systematic review. Br J Sports Med 2014;48:299–310. doi:10.1136/bjsports-2012-091758

Tuttavia la prescrizione dell’esercizio è più dettagliata per la componente cardiovascolare mentre per la parte di rinforzo non esistono protocolli precisi.2Kramer MS. Aerobic exercise for women during pregnancy (Review). Cochrane Database Syst Rev 2006 Jul 19;CD000180.
Melzer K, Schutz Y, Boulvain M, et al. Physical activity and pregnancy. Sports Med 2010;40:493–507.

Queste attenzioni e raccomandazioni derivano dal fatto che la gravidanza ed il parto sono fattori di rischio noti per l’indebolimento ed il danno al pavimento pelvico proprio perché in alcuni casi il traumatismo a carico dei nervi periferici, del tessuto connettivo e del compartimento muscolare può causare incontinenza urinaria e fecale, prolasso degli organi pelvici, disfunzioni sessuali e sindromi da dolore cronico pelvico.3Bump R, Norton P. Epidemiology and natural history of pelvic floor dysfunction. Obstet Gynecol Clin North Am 1998;25:723–46.

I dati in letteratura ci dicono che circa il 50% delle donne perde alcune funzioni di supporto del pavimento pelvico a causa del parto,4Swift SE. The distribution of pelvic organ support in a population of female subjects seen for routine gynecologic health care. Am J Obstet Gynecol 2000;183:277–85. e ricerche recenti tramite indagine ecografia e RM riportano la prevalenza di danni maggiori a carico dei muscoli del pavimento pelvico nel 20-26% dei parti per via vaginale.5DeLancey JO, Kearney R, Chou Q, et al. The appearance of levator ani muscle abnormalities in magnetic resonance images after vaginal delivery. Obstet Gynecol 2003;101:46–53.
DeLancey JOL, Low LK, Miller JM, et al. Graphic integration of causal factors of pelvic floor disorders: an integrated life span model. Am J Obstet Gynecol, 2008;199:610.e1–5.
Dietz PH, Lanzarone V. Levator trauma after vaginal delivery. Obstet Gynecol 2005;106:707–12.

Quindi, in termini pratici, la letteratura sottolinea come il parto per via vaginale può essere considerato equivalente ad un danno maggiore da sport, ma tuttavia non viene fornita la stessa attenzione riguardo sia alla prevenzione delle complicanze che tantomeno al loro trattamento.

Tra tutte le sequele negative del post parto l’incontinenza urinaria è sicuramente il sintomo prevalente delle disfunzioni del pavimento pelvico. Ma giusto per dare una misura del problema incontinenza vale la pena di inquadrarlo da un punto di vista più ampio: infatti l’incontinenza urinaria colpisce circa 200 milioni di persone al mondo con una prevalenza nel sesso femminile del 55% (cioè significa che il 50% delle donne sperimenterà almeno una volta nella vita delle problematiche di incontinenza), risultando in dei costi socio-sanitari diretti ed indiretti enormi, contando che il problema spesso è sottostimato per una certa reticenza a rivolgersi al medico per tali problematiche.

Inoltre, nella popolazione femminile generale, l’incontinenza urinaria spesso determina la cessazione dell’esercizio e dell’attività fisica, oltre a essere un limite enorme per la vita di relazione e sociale.6Bø K. Urinary incontinence, pelvic floor dysfunction, exercise and sport. Sports Med 2004;34:451–64. Per quanto riguarda la gravidanza, tra il 40 e l’80% delle donne incinte sperimentano una qualunque forma di incontinenza legata alla gravidanza e la prevalenza di incontinenza post parto si assesta intorno al 20% per il parto vaginale e al 15% per il cesareo, a dimostrazione che non è tanto il traumatismo del parto in sé a determinare tale disabilità ma forse le modificazioni del corpo femminile che avvengono per 9 mesi.

Per fortuna la maggior parte dei casi va incontro ad una sostanziale remissione entro il primo anno post-parto, ma purtroppo alcuni non si risolvono e addirittura peggiorano nel caso di successive gravidanze.

Sorprendentemente gli esercizi di rinforzo del pavimento pelvico non sono ad oggi citati nelle Linee guida dell’American College of Obstetricians and Gynecologists,7Artal R, O’Toole M. Guidelines of the American College of Obstetricians and Gynecologists for exercise during pregnancy and the postpartum period. Br J Sports Med 2003;37:6–12. e sono solo brevemente citati nelle Linee guida Inglesi e Canadesi. Inoltre, nelle linee guida esistenti o non esistono riferimenti ad evidenze provenienti da studi clinici, oppure se esistono sono molto poche.8Wolfe LA, Davies GAL. Canadian guidelines for exercise in pregnancy. Clin Obstet Gynecol 2003;46:488–95.
Royal College of Obstetricians and Gynaecologists. Exercise in pregnancy, 2006; Statement 4.

Domande…

Le domande che emergono dai lavori recenti e che anch’io mi sono posto sono quindi le seguenti:

1- Bisogna consigliare a donne in gravidanza di praticare esercizi per la muscolatura del pavimento pelvico per prevenire o trattare l’incontinenza? e anche nel post-parto?

2- Qual è l’ottimale intensità di esercizio del pavimento pelvico nel periodo pre e post parto per prevenire e trattare in modo efficace le disfunzioni del pavimento pelvico?

3- Esiste un beneficio a lungo termine dell’esercizio muscolare del pavimento pelvico effettuato durante la gravidanza?

e forse la domanda più importante di tutte:

4- L’esercizio in sé è sufficiente o serve anche “ALTRO”?

La letteratura

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Come accennato, ad oggi esistono pochi studi e abbastanza contrastanti riguardo interventi nel periodo pre- e post- parto atti a prevenirne le complicanze più comuni, tra cui l’incontinenza sicuramente è quella più importante, più frequente e quindi più studiata.

Effetti clinicamente rilevanti e statisticamente significativi di tali interventi sono stati documentati in 7 trials clinici, 9Dias A, Assis L, Barbosa A, et al. Effectiveness of perineal exercises in controlling urinary incontinence and improving pelvic floor muscle function during pregnancy (abstract). Neurourol Urodyn 2011;30:968.
Ko PC, Liang CC, Chang SD, et al. A randomized controlled trial of antenatal pelvic floor exercises to prevent and treat urinary incontinence. Int Urogynecol J Pelvic Floor Dysfunct 2011;22:17–22.
Stafne S, Salvesen K, Romundstad P, et al. Does regular exercise including pelvic floor muscle training prevent urinary and anal incontinence during pregnancy? A randomised controlled trial. BJOG 2012;119:1270–80.
Gorbea Chavez V, Velazquez Sanchez MdP. Efecto de los ejercicios del piso pelvico durante el embarazo y el puerperio en la prevencion de la incontinencia urinaria de esfuerzo (Effect of pelvic floor exercise during pregnancy and puerperium on prevention of urinary stress incontinence). Ginecol Obstet Mex 2004;72:628–36.
Mørkved S, Bø K, Schei B, et al. Pelvic floor muscle training during pregnancy to prevent urinary incontinence: a single-blind randomized controlled trial. Obstet Gynecol 2003;101:313–19.
 mostrando una significativa riduzione dei sintomi, degli episodi di incontinenza o una riduzione della percentuale di donne con incontinenza nella fase tardiva della gravidanza o durante i primi tre mesi dal parto.

Uno specifico intervento di prevenzione dell’incontinenza con esercizi di rieducazione del pavimento pelvico è stato mostrato nei seguenti studi, 10Stafne S, Salvesen K, Romundstad P, et al. Does regular exercise including pelvic floor muscle training prevent urinary and anal incontinence during pregnancy? A randomised controlled trial. BJOG 2012;119:1270–80.
Gorbea Chavez V, Velazquez Sanchez MdP. Efecto de los ejercicios del piso pelvico durante el embarazo y el puerperio en la prevencion de la incontinencia urinaria de esfuerzo (Effect of pelvic floor exercise during pregnancy and puerperium on prevention of urinary stress incontinence). Ginecol Obstet Mex 2004;72:628–36.
Mørkved S, Bø K, Schei B, et al. Pelvic floor muscle training during pregnancy to prevent urinary incontinence: a single-blind randomized controlled trial. Obstet Gynecol 2003;101:313–19.
Reilly ET, Freeman RM, Waterfield MR, et al. Prevention of postpartum stress incontinence in primigravidae with increased bladder neck mobility: a randomised controlled trial of antenatal pelvic floor exercises. BJOG 2002;109:68–76.
in cui, tra l’altro, non sono stati riportati eventi avversi durante tali trattamenti. Già qui quindi ho trovato alcune risposte (poche in verità) alle prime due domande che mi ero posto: esistono studi a riguardo e indicazioni precise sulle modalità di trattamento? La risposta ad entrambe le domande è “si”, ma pochi sia in termini numerici che di precisione sull’indicazione terapeutica.

Riguardo alla terza domanda sul follow up e la durata del risultato ottenuto esistono pareri discordanti. Infatti alcuni studi hanno riscontrato l’assenza di mantenimento dell’effetto positivo sia ad un anno di follow-up,11Sampselle CM, Miller JM, Mims BL, et al. Effect of pelvic muscle exercise on transient incontinence during pregnancy and after birth. Obstet Gynecol 1998;91:406–12. che ad 8 anni di follow-up, 12Reilly ET, Freeman RM, Waterfield MR, et al. Prevention of postpartum stress incontinence in primigravidae with increased bladder neck mobility: a randomised controlled trial of antenatal pelvic floor exercises. BJOG 2002;109:68–76.
Agur WI, Steggles P, Waterfield M, et al. The long-term effectiveness of antenatal pelvic floor muscle training: eight-year follow up of a randomised controlled trial. BJOG 2008;115:985–90.
a 6 e 12 mesi.13Woldringh C, van den Wijngaart M, Albers-Heitner P, et al. Pelvic floor muscle training is not effective in women with UI in pregnancy: a randomised controlled trial. Int Urogynecol J Pelvic Floor Dysfunct 2007;18:383–90. Al contrario, altri studi  hanno riportato un mantenimento dell’effetto positivo sulla continenza a 3 mesi 14Sangsawang B, Serisathien Y. Effect of pelvic floor muscle exercise programme on stress urinary incontinence among pregnant women. J Adv Nurs 2012;68:1997–2007
Mørkved S, Rømmen K, Schei B, et al. No difference in urinary incontinence between training and control group six years after cessation of a randomized controlled trial, but improvement in sexual satisfaction in the training group (abstract). Neurourol Urodyn 2007;26:667.
e 6 anni.15Mørkved S, Rømmen K, Schei B, et al. No difference in urinary incontinence between training and control group six years after cessation of a randomized controlled trial, but improvement in sexual satisfaction in the training group (abstract). Neurourol Urodyn 2007;26:667.

La risposta alla mia terza domanda è quindi ancora meno chiara delle due precedenti e, come evidenziato da alcune recenti review,16Mørkved S, Kari B. Effect of pelvic floor muscle training during pregnancy and after childbirth on prevention and treatment of urinary incontinence: a systematic review. Br J Sports Med 2014;48:299–310. doi:10.1136/bjsports-2012-091758. il problema che aleggia su tale argomento è in definitiva la presenza di risultati contrastanti, la scarsità degli studi, e da ultimo la loro eterogeneità riguardo soprattutto alle modalità di intervento che purtroppo limitano il reale peso di tali risultati e la loro conseguente applicabilità alla realtà.

Lo Yoga e la Gravidanza

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E lo Yoga? Da una rapida sbirciata, la letteratura, anche scientifica, ad oggi presenta diversi articoli, editoriali e rapporti aneddottici sull’utilità dello yoga in gravidanza. 17Kinser P, Masho S. “Yoga Was My Saving Grace”: The Experience of Women Who Practice Prenatal Yoga. J Am Psychiatr Nurses Assoc. 2015 Sep;21(5):319-26. doi: 10.1177/1078390315610554.
Kinser P, Masho S. “I just start crying for no reason”: the experience of stress and depression in pregnant, urban, African-American adolescents and their  perception of yoga as a management strategy. Womens Health Issues. 2015 Mar-Apr;25(2):142-8. doi: 10.1016/j.whi.2014.11.007. Epub 2015 Jan 31.
Tung CT, Lee CF, Lin SS, Lin HM. The exercise patterns of pregnant women in Taiwan. J Nurs Res. 2014 Dec;22(4):242-9. doi: 10.1097/jnr.0000000000000056.
Babbar S, Chauhan SP. Exercise and yoga during pregnancy: a survey. J Matern Fetal Neonatal Med. 2015 Mar;28(4):431-5. doi: 10.3109/14767058.2014.918601. Epub 2014 May 27.

I principali si concentrano in particolare su aspetti specifici come la prevenzione della depressione gravidica,18Gong et al. Yoga for prenatal depression: a systematic review and meta-analysis. BMC Psychiatry (2015) 15:14 DOI 10.1186/s12888-015-0393-1 anche se, come sopra, parliamo sempre di un numero molto esiguo di studi. Tuttavia, anche per una crescente spinta mediatica e di proposta al pubblico, nell’immaginario collettivo lo Yoga viene considerato utile e genericamente benefico.

Ma facciamo un passo indietro. Come evidenziato nei paragrafi precedenti, l’interesse della letteratura è principalmente focalizzato su interventi atti a risolvere dei problemi fisici con conseguente disabilità, generati dal parto e della gravidanza.

Ciò sicuramente è interessante e utile, ma a mio parere tradisce una visione limitata della gravidanza e del parto, focalizzandosi soltanto sui problemi che ne possono derivare e non sulla complessità e grande potenzialità di crescita per la donna dell’evento in sé.

Quindi sarebbe auspicabile spostare l’approccio da un parto visto soltanto come generatore di problematiche a un parto e gravidanza affrontati nella loro complessità, e nel loro significato più profondo. Non curandosi quindi solo delle modificazioni fisiche, che ovviamente sono le più tangibili ed evidenti, ma anche di quelle emotive e psicologiche.

E qui arriviamo allo Yoga. A parte l’attenzione alla depressione gravidica, l’impressione è che l’attenzione venga concentrata quasi esclusivamente sull’intervento fisico, migliorando l’elasticità dei tessuti e la mobilità di alcune articolazioni cruciali nelle dinamiche del parto come anca e bacino. Per carità, già solo queste componenti ne fanno uno strumento utilissimo ad una donna in gravidanza, ma allora cosa cambia tra il fare Yoga in gravidanza e fare semplicemente qualche esercizio di stretching o i famosi esercizi di contrazione del perineo, come nelle raccomandazioni del ginecologo a inizio articolo?

Ma soprattutto è giusto limitare ciò che è veramente utile ad una donna in momento così delicato come la gravidanza ad una semplice pratica fisica?

Un po’ per la mia inesperienza a riguardo e vedendomi impossibilitato a sperimentare la gravidanza direttamente se non da spettatore privilegiato, penso che la cosa migliore sia la testimonianza diretta di una persona che pratica Yoga da diversi anni e che, in maniera molto spontanea, ha toccato a mio parere tutti i punti “caldi” di questo argomento e non solo… e magari proprio una testimonianza spontanea e sincera di chi ha vissuto direttamente questa esperienza, potrà essere d’aiuto alle donne molto di più di un asettico articolo, dove, come spesso avviene nella nostra società, alcuni argomenti, e forse quelli più importanti, vengono sistematicamente taciuti…

Quando sono rimasta incinta praticavo yoga già da alcuni anni in modo costante, e ciò ha provocato numerosi commenti da parte di amici e conoscenti con frasi ricche di ammirazione/curiosità/luoghi comuni che mi hanno fatto render conto di quanta “falsa percezione della realtà” aleggi in merito allo yoga in generale, ma ancor più dello yoga in gravidanza.
Ripensando a ciò che mi sono convinta a mettere da parte l’imbarazzo ed accettare l’invito a raccontare la mia modesta esperienza, che per quanto personale spero possa fare un po’ di chiarezza e aiutare le donne a superare imbarazzi e timori e a intraprendere la via dello yoga in un periodo così particolare della loro vita, godendone tutti i benefici diretti e indiretti.
Alcune frasi mi sono rimaste in mente, proprio perché mi sono state dette da numerose persone tra le più disparate. Per questo vorrei basare la mia testimonianza partendo proprio da queste affermazioni e da ciò che a mio parere celano.
Frase-tipo n° 1 che mi sono sentita rivolgere: “Io non potrei mai farlo. Sono già rigida di mio… figuriamoci con la pancia!“.
È vero: sono riuscita a mettermi in posizioni abbastanza complicate nonostante la pancia ingombrante, ma la pratica parte dalla flessibilità personale e dalla propria situazione fisica/di salute,  e non è assolutamente vero il concetto “posizioni più difficili=risultati maggiori” (sempre, non solo in gravidanza).
Anzi, il più delle volte le posizioni più semplici riservano grandi sorprese anche ai più “esperti”. Non si tratta di contorsionismo… ma di yoga. L’importante non è la meta che si raggiunge, ma il percorso che si fa per raggiungerla. E in ogni caso da incinte si è più elastiche e flessibili, perché il corpo è predisposto al cambiamento: quindi in realtà è più semplice di quanto normalmente si immagini.
La gravidanza dura “solo” 9 mesi. Durante i quali si lavora, si è risucchiati in un vortice di visite, preparativi, cose da fare e comprare, tutte cose indispensabili o finte tali. Ci sono le ansie, c’è il corpo che cambia, le chiacchiere delle amiche e i racconti di chi l’ha già vissuto, le aspettative, i sogni, le paure…in tutto questo “trambusto esteriore” a cui ne corrisponde uno altrettanto grande “interiore”, secondo me il vero valore dello yoga sta proprio nel regalarci una pausa. Un momento senza pensieri. Ascolto. Accettazione di questo corpo “alieno” (il nostro e quello dell’Essere che cresce in noi). Rilassamento.
E già sarebbe tanto, viste le premesse. Ma c’è molto di più. E superando il timore di sentirsi ridicole è un passo che dà un vasto numero di vantaggi, anche molto “pratici”: personalmente ad esempio ho avuto difficoltà digestive, soprattutto nel primo e terzo trimestre. E  periodi in cui i risvegli notturni diventavano più frequenti. Ebbene dopo le lezioni yoga potevo in genere permettermi di uscire a mangiare una pizza o altro in compagnia (alle 10 di sera!) dormendo poi come un ghiro.  Alcune āsana aiutano a risolvere problemi digestivi, per cui ogni giorno ne praticavo alcune a casa per trarne beneficio, mentre le tecniche di rilassamento venivano in aiuto nelle nottate difficili.
Frase-tipo n° 2: “…con tutte quelle respirazioni…avrai un parto perfetto!”. Su questo devo disilludere i più: fare yoga (anche da tempo) non porta ad avere  necessariamente un parto differente dalla media. O meglio: la mia esperienza non mi è parsa poi così diversa dalla maggior parte di quelle che ho sentito raccontare. Il che mi ha portato a pormi la seguente domanda:  esiste un “parto perfetto”? Nel pensiero comune è veloce e quasi indolore e devo ammettere di essere cascata anch’io in questo tranello.
Per un periodo di tempo sono stata arrabbiata con me stessa per non essere riuscita, nonostante la “preparazione” ad avere un parto così. Solo recentemente  ho rivissuto (in stile “yogico”) quell’esperienza e mi sono resa conto invece di come si sia  svolto in linea con le mie paure, le mie rigidità, il mio vissuto e le mie caratteristiche personali. Per cui di come fosse perfettamente modellato su di me. “Perfetto” quindi! A ognuno il suo.
Ma a proposito del dolore: imparate a stare comode in posizioni che comode non sono affatto…e vedrete che allo stesso modo buona parte dei dolori del travaglio possono essere sopportati. Notavo differenze enormi tra i momenti in cui potevo stare nella “posizione del sonno” e/o effettuare respirazioni ujjay e quando ciò non mi era consentito. Lo yoga offre degli strumenti, non delle soluzioni. Durante l’esecuzione delle āsana siamo invitati a prestare attenzione al respiro, all’ascolto di sé, ai segnali che il corpo manda, paure, emozioni, pensieri che ci attraversano. E a lasciarli andare.
Durante il parto si possono sfruttare tutti questi strumenti che lo yoga ci offre, ma il livello in cui li sfrutteremo dipenderà solo da noi.  Dal mio punto di vista il travaglio ed il parto sono stati come una lezione di yoga: una serie di āsana difficili, dolorose, complesse. In alcune sono entrata facilmente e sono stata bene, favorendo i passaggi successivi. In altre mi sono irrigidita ed ho perso la concentrazione, rallentando i tempi e provando più dolore.
Nulla di diverso quindi da chi yoga non lo pratica. Quello che cambia è l’ascolto di se stessi, la percezione di questi differenti stati emotivi e fisici. Ho tratto dai ricordi di questo ascolto una maggiore conoscenza di me stessa ed un accrescimento personale notevole. Per cui la “preparazione” mi ha aiutata sia durante il parto che per la rielaborazione del ricordo stesso.
Non tutte le donne hanno gli strumenti per rielaborare il “trauma” del dolore e dell’esperienza, e questo a mio avviso può restare un insoluto di notevole peso da portarsi appresso negli anni. Almeno questo colgo nei discorsi di alcune donne passate attraverso questa esperienza, con le quali mi è capitato di parlare in modo intimo dell’argomento.
Frase-tipo n° 3 “certo che poi con la bimba…non avrai più tempo per fare yoga come prima!”. Certo. Non ho di certo tempo per mettermi a testa in giù o praticare un’ora al giorno, ma ho scoperto cosa significa “vivere lo yoga” in modo molto più profondo. Utilizzare ciò che lo yoga mi ha insegnato applicandolo nella vita di tutti i giorni. Rilassamento e respirazioni per recuperare almeno un poco di energie in fretta, quando di notte si dorme poco, oppure per calmarsi quando il pianto sembra non finire mai: se la mamma si rilassa…il bimbo si rilassa. È risaputo. Provare per credere. Ovviamente bisogna “entrare” davvero nel respiro e non sbuffare ripetutamente, illudendosi di praticare.
Ho elencato una serie di situazioni per cui prevedo già la frase-tipo n° 4 “eh ma…chi non pratica prima della gravidanza mica può imparare tutto ciò in così poco tempo!”. Vero. Chi pratica già è avvantaggiato. E sicuramente è assolutamente consigliabile iniziare già dal primo trimestre. Però quando si è incinta si ha una capacità di introspezione e predisposizione all’ascolto superiore alla norma. È un’opportunità che permette di cogliere più in fretta l’essenza dello yoga. Una possibilità unica che solo noi donne abbiamo. E che a volte addirittura può trasformarsi in un nuovo modo di vivere la vita.
Uno “stato di introspezione da gravidanza” se non proprio costante, almeno frequente. Un  dono aggiuntivo che un figlio regala, un’ulteriore possibilità di crescita personale, che inizia prima del rapporto madre/figlio e che può aiutare anche a crearne le basi. Per questo non posso fare a meno di ringraziare l’Essere che scegliendomi come mamma mi ha dato tutte queste opportunità di crescita.”

Erika Pizzo

Note[+]

Note
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Dormire col demone che grida: lo Yoga e il rilassamento profondo

22 Ottobre 2015 by Francesco Vignotto Lascia un commento


La scorsa primavera è capitato un fatto curioso qui a Zénon, all’inizio di una lezione. Uno degli abitanti del condominio di fronte a noi aveva avuto la pessima idea di chiudere sul balcone il proprio cagnolino, che come ogni cane di piccola taglia si dimostrò particolarmente suscettibile agli stimoli. In parole povere, non la smetteva più di abbaiare.

Quando entrai nella sala si poteva palpare l’insofferenza dei presenti. In effetti, erano un grumo di tensioni pronte a esplodere, in cui gorgogliavano pensieri di vendetta sul povero animale e sul padrone, che qui risparmio (si sa, i propositi di non violenza verso gli esseri viventi sono sempre soggetti a numerose eccezioni).

Senza sperare nulla e – come si suol dire dalle mie parti – “per non sapere né leggere né scrivere”, li feci sedere e chiudemmo tutti gli occhi, orientando l’attenzione al corpo e al respiro. Era un tentativo, un diversivo, se vogliamo, e forse proprio l’alta tensione in sala servì da stimolo per capovolgere la situazione. Sta fatto sta che funzionò ben oltre le aspettative: ci rilassammo cedendo ogni sforzo tanto che calò un silenzio irreale, sia dentro che fuori la sala. Non potei trattenere la battuta: “In realtà, il cane sta ancora abbaiando, ma noi non lo sentiamo più…”

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Spesso riteniamo che la possibilità di rilassarsi dipenda dall’assenza di stimoli esterni. O meglio, che in presenza di determinati stimoli non ci si possa proprio rilassare. Gran parte della violenza tra il vicinato, non necessariamente fisica, nasce da questo.

In realtà, anche se un martello pneumatico sotto la finestra o un pessimo padrone di cani non sono di aiuto, è possibile accedere a uno stato di rilassamento pressoché in qualsiasi momento. D’altro canto, anche il contrario lo dimostra: spesso anche in assenza di elementi di disturbo non riusciamo a rilassarci, perché la nostra mente è ancora assetata di azione e di pensiero, non vuole deporre le armi.

E questo è un altro punto: la possibilità di rilassarsi dipende dalla capacità di rivolgere i sensi all’interno. Nello Yoga questa fase si chiama pratyahara. Ma per potervi accedere, occorre esaurire la sete di stimoli. È proprio per questo che a volte proprio un climax di tensioni e di insofferenza può essere trasformato nel preludio al rilassamento stesso. In alcune pratiche, la mente viene lasciata vagare attraverso suoni e pensieri, finché non esaurisce l’interesse per tutto ciò che proviene dall’esterno, così come viene fatta ruotare lungo il corpo perché perda contatto con il corpo stesso.

Quindi, gli stessi elementi che in condizioni normali sarebbero considerati fattori di disturbo, sono al tempo stesso un potenziale mezzo per superarli. O meglio, per superare la nostra reattività e suscettibilità agli stimoli che è spesso molto simile a quella del cagnolino abbandonato sul balcone di cui sopra. E, per fortuna, altrettanto addestrabile, con un po’ di pazienza.

E allora, ecco il rilassamento, che è condizione indispensabile perché cose fuori dall’ordinario accadano e si lascino compiere. E perché i processi profondi riprendano a scorrere, invece di accumulare.

È insomma – secondo la mia modesta opinione – l’immagine di Vishnu dormiente tra due Ere, che si abbandona alle correnti dell’Oceano Cosmico, sopra il serpente Ananta (“infinito”), che in condizioni normali sostiene tutti i pianeti: il rilassamento è, anche nell’infuriare tempestoso dell’atto, trovare uno spazio in cui lasciarsi riassorbire dalla potenza.

Sabato 24 ottobre alle 16:30, qui a Zénon, terremo una piccola presentazione del nuovo corso dedicato proprio al rilassamento, che avrà inizio dal 2 novembre 2015. Per qualsiasi informazione, potete visitare la pagina del corso e/o contattarci tramite il modulo. 

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Ipocondria di uno yogi

5 Ottobre 2015 by Francesco Vignotto 1 commento


Allagare il campo, o fare la pipì a letto

Patanjali paragona l’azione dello Yogi a quella di un contadino che rimuove gli ostacoli, permettendo così che il campo si allaghi. Come abbiamo visto, gli Yoga Sutra attribuiti al saggio indiano non indicano alcuna tecnica – anzi, affermano che qualsiasi tecnica agisce solo indirettamente: “La causa strumentale non determina le diverse tendenze naturali”1Yoga Sutra, 4,3).

Badiamo bene: rimuovere gli ostacoli, non crearli. Liberare, non limitare.

Ebbene, nella mia esperienza ho riscontrato che i soggetti con le maggiori difficoltà a rimuovere gli argini, sono proprio i praticanti – spesso veterani – di yoga e di discipline che si trovano sotto il cappello oggi piuttosto affollato dell’”olismo”.

Ma forse sarebbe meglio dire che i soggetti dediti a tali pratiche siano generalmente convinti – non “più consapevoli” – di avere dei problemi, indipendentemente dal fatto di averli veramente. Ad esempio, di avere problemi posturali o difficoltà respiratorie e che questi difetti siano veri e propri handicap invalidanti.

Questo perché molto spesso l’impostazione della pratica – e forse anche lo zelo dell’insegnante e una certa cultura del perfezionismo psicofisico – porta a enumerare i difetti particolari ma non a risolverli e anzi a esacerbarli sempre di più in una lotta del corpo contro il corpo, più che a sfruttarli invece come leve per ri-armonizzare il complesso.

Insomma, se James Hillman rimproverava alle teorie psicanalitiche la predilezione per i traumi, a volte ho l’impressione che questo Yoga for dummies condivida la stessa tendenza trasferendola non solo alla psiche ma anche al corpo.

Ma nel sutra citato più sopra Patanjali non si riferisce a un traguardo che si raggiungerà solo in corpo perfetto al parossismo della tecnica. Si riferisce all’irrompere, a un certo punto del percorso, di un evento straordinario all’interno di un quadro ordinario. Un evento il cui accadere non si può controllare: si può soltanto preparare il campo in modo tale che possa accoglierlo. Un’eventualità che può ricorrere a numerosi livelli.

Quello che vedo verificarsi molto spesso, invece, è uno stallo di cui la pratica stessa è la principale responsabile o, perlomeno, l’agente collante. Una sorta di ipnosi che, come nel brano che segue, perdura finché un evento straordinario non spezza l’incantesimo.

E allora raccontiamola questa storia.

Storia di P.

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Una delle prime mattine dell’anno duemila-e-qualcosa, il trentenne Paolo A. si svegliò con un versamento e un edema reattivo al ginocchio destro, che divenne una palla di carne dolorante e molto suscettibile agli sforzi.

Paolo non ricordava di aver subito un particolare trauma fisico tale da giustificare il risultato. Risparmiamo qui le dietrologie che dovette subire riguardo al periodo di cambiamento che stava attraversando e sui conflitti irrisolti somatizzati. Stando ai fatti, il referto della risonanza magnetica risultò compatibile con una lesione “a secchio” ai menischi e fu unanimemente consigliato di farlo operare.

Ora, Paolo sapeva che un’artroscopia era ormai un’operazione di routine, ma per lui che non era mai finito sotto i ferri rimaneva una sorta di dramma. Inoltre, il seppur breve periodo di riposo fisico forzato non era compatibile con i suoi impegni lavorativi.

Ma c’era di più: questo infortunio era un affronto, perché Paolo praticava Yoga. Era un affronto perché significava che inconsapevolmente Paolo aveva perseverato in abitudini posturali deleterie che avevano condotto a quel patatrac nella sua articolazione. Si convinse che evidentemente c’era qualcosa che non andava nel modo in cui aveva camminato fino ad allora.

“È naturale quello che ti è successo, gli confermò un osservatore esperto, perché hai sempre avuto un’anca più alta dell’altra”. Quella rivelazione fu come per il protagonista di Uno, nessuno e centomila il difetto al naso fatto notare con nonchalance dalla moglie: tutta la sua vita fino ad allora apparve come una menzogna ovattata.

Camminare divenne allora una complicatissima occasione per assestamenti e ribilanciamenti del peso corporeo, in cerca di una nuova ‘quadra’, con lo stesso tormento di un insonne in cerca del lato giusto per dormire. Ma proprio come l’insonne, con i suoi continui aggiustamenti, allontana il sonno invece di favorirlo, il nostro Paolo A. accumulava sempre più impedimenti alla sua tranquillità posturale. Camminava, letteralmente, sulle uova.

E proprio quando gli sembrava di aver trovato l’assetto corretto, non di rado capitava qualche importuno collega di lavoro si avvicinasse con evidente falsa premura e lo schiaffeggiasse con la domanda: “Ancora male al ginocchio? Vedo che zoppichi di nuovo”. In momenti come quello poteva letteralmente sentire le schegge di cartilagine conficcarsi nella carne.

Per la prima volta in vita sua scoprì cosa significasse avere dolori ovunque e per la prima volta soffrì di mal di schiena, di sciatica e di tutti i problemi che compongono il classico rosario di chi “sta male” ma è un non-so-che di male, una fiacchezza costante, un bordone dissonante che non si disperdeva mai nel silenzio.

Dune-07

Infine, dopo diversi mesi e all’apice del disagio, Paolo si fece dare il numero di un Luminare dell’ortopedia e si presentò dallo specialista nello stesso stato d’animo in cui un criminale si presenta in questura per costituirsi.

Il medico guardò l’esito della risonanza di alcuni mesi prima e annuì: bisogna operare. Ma quando lo fece salire sul lettino e gli prese la gamba movimentandola in ogni direzione, con enorme sconcerto Paolo udì il Luminare esclamare che non poteva operare il suo ginocchio, perché era completamente sano.

Paolo gli indicò il referto sulla sua scrivania, che fino a un attimo prima provava il contrario: il Luminare fu inamovibile, il ginocchio era sano. Può darsi, commentò, che si fosse mosso durante la risonanza, o semplicemente Paolo era tra i pochi fortunati a cui il menisco guarisce da sé. Citò persino il caso di un oscuro calciatore che tornò a giocare ai massimi livelli dopo un infortunio proprio come il suo che con estrema saggezza dei medici non fu risolto chirurgicamente. “In ogni caso,” concluse “un menisco rotto fa male”.

In quel momento Paolo si accorse che da ormai parecchi mesi non sentiva più alcun dolore: si era arrovellato fino all’impazzire, ma dolore no, non ne aveva sentito se non nelle prime settimane. Si spezzò allora l’incantesimo, che non affliggeva direttamente la sua forma fisica, ma il suo stato di coscienza: l’involucro del malato immaginario si decompose come neve al sole.

Uscì dallo studio libero dal peso che lo aveva accompagnato fino a lì, senza più alcun pensiero di doversi correggere, di volersi riformare. La sua postura poteva dirsi dritta, sì, forse con qualche difetto, ma con una percezione immediata, globale, della propria stabilità, che non aveva bisogno di altre parole. Da allora saltò per molti sassi sulle montagne, e fece molte altre cose che un meniscopatico quale si era creduto fino a quel giorno non potrebbe fare; ma il suo corpo non se lo ricordava e quindi non patì alcun dolore.

Spezzare l’incantesimo

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Avrai letto da qualche parte che in molti casi la sentenza definitiva giunge all’improvviso, per bocca di uno qualsiasi, in un momento qualsiasi.

Franz Kafka, Il processo

Dobbiamo precisare che Paolo A., oltre a tormentarsi molto per trovare di  nuovo il modo corretto di camminare, era anche uno sgobbone, e in quegli stessi mesi si era anche molto impegnato nell’esercizio delle āsana, e questo – oltre a il  suo essere nato sotto una buona stella – probabilmente coadiuvò la sua misteriosa guarigione (naturalmente, quale “effetto collaterale” della pratica stessa).

Tuttavia, il punto cruciale non era risolvere il nodo fisico, ma la sua consapevolezza, e non sempre il momento dello spezzarsi dell’incantesimo arriva. Soprattutto perché il ravvedimento di Paolo A. implicava l’accettazione di un prezzo che non sempre si è disposti a pagare: non solo rinunciare ad essere menomato, ma addirittura rinunciare a esserlo mai stato. 

Molte altre volte, invece, non si esce dallo stallo.

Ogni giorno ho a che fare con praticanti di yoga convinti – a volte da parecchi anni – di non poter eseguire correttamente determinate posizioni a causa della conformazione del bacino o di altri difetti dell’apparato muscolo-scheletrico, martiri delle naturali asimmetrie del proprio corpo; di soffrire di blocchi psicosomatici e problemi respiratori la cui consapevolezza è ormai la causa stessa del problema; di non poter fare a meno di sostegni, mattonelle e tappeti antiscivolo senza i quali non sono in grado di sostenersi sui propri piedi, perché qui nasce anche un mercato di rimedi distribuiti (o meglio rivenduti) con enorme facilità anche ai sani: e, come direbbe Marco Invernizzi, se dài a una persona sana un bastone, dopo qualche tempo userà una stampella; poi due, poi un deambulatore, per finire in carrozzina.

Intendiamoci: tutti questi problemi esistono, a volte, anche come mere cause meccaniche. Ma in molti casi il problema non è tanto avere un problema: il problema è che qualcuno ti ha detto che hai un problema, e la sentenza è in sé stessa invalidante.

Spesso, infatti, la (sotto)cultura del “benessere” – anche perché è un mercato ormai di notevole importanza – tende a ridondare la percezione del difetto, e non del contenitore entro cui il problema va collocato e risolto. Non solo problemi con il corpo, ma anche problemi a non finire con i corpi celesti, il karma, l’anima e persino con parenti e affini di cui non sospettavamo l’esistenza. La logica, spiace dirlo, è quella che spesso i sostenitori di terapie alternative rimproverano alla medicina ufficiale: crea la percezione del problema, offri soluzioni che non curano alla radice, crea la dipendenza. 

Allo stesso modo, sentirsi dire ogni giorno che il proprio corpo è un campo di battaglia che reca la memoria di tutte le carneficine che vi sono state perpetrate dall’alba dei tempi crea più problemi – e il peggiore è l’autocommiserazione – di quanti ne risolva.

Avendo per alcuni anni esercitato la nobile arte dell’agricoltura, da parte mia preferisco continuare a pensarlo come un campo fertile proprio perché la terra accoglie tutto e riassorbe a sé meticolosamente i cadaveri e il sangue sparso, facendone concime, terra fertile.

Naturalmente, occorre la volontà di rimuovere gli ostacoli e le sovrastrutture, non costruirne di nuove. E per questo occorre molto spesso scompaginare gli schemi inveterati della pratica stessa.

Che cosa fa allora lo Yoga? Lo Yoga, in realtà, non ha in sé nulla a che vedere con il raddrizzamento delle spine dorsali. Non ha nulla a che vedere con allineamenti e con schematiche simmetrie del corpo da ripristinare.

Lo Yoga spezza l’incantesimo.

Note[+]

Note
↑1 Yoga Sutra, 4,3
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Lo Yoga in una posizione: la storia improbabile degli āsana

8 Settembre 2015 by Francesco Vignotto 1 commento


La maggior parte delle discipline nascondono effetti negativi, essendo concepite non per liberare, bensì per limitare. Non chiedete “perché?” e siate cauti col “come?”. “Perché?” conduce inesorabilmente al paradosso. “Come?” v’intrappola in un universo di causa ed effetto. Entrambi negano l’infinito.

Gli eretici di Dune, Frank Herbert

L’argomento di questo articolo è la pratica delle posture nello Yoga, ovvero, per chi non lo sapesse, degli āsana.

Per diverse ragioni, gli āsana sono divenuti l’elemento più iconico e rappresentativo dello Yoga, con un certo scorno da parte di chi sostiene che lo Yoga è molto altro ancora. Negli ultimi anni, gli āsana sono anche diventati una sorta di fenomeno di costume, pose da esibire e soggetto prediletto dai praticanti per i propri selfie e per delimitare il proprio territorio di appartenenza sub-culturale.

Oggi gli āsana costituiscono spesso buona parte – se non la totalità – di ciò che nella pratica si fa nei luoghi deputati a questa disciplina. Questo almeno a una visione esterna, se si prescinde naturalmente da ciò che succede nella sfera interiore – oltreché, come vedremo, nelle interiora.

Yogi amanti del Sé o Yogi amanti di sé?
Yogi amanti del Sé o Yogi amanti di sé?

Anche se con un leggero senso di colpa, gli āsana sembrano aver preso tutto. E, a giudicare da quanto mi riferiscono i praticanti che giungono qui a Zénon, è addirittura una rarità che vengano insegnati anche solo i rudimenti di una respirazione consapevole (non dico prāṇāyāma: semplice consapevolezza del respiro). Le “fasi” o dimensioni ulteriori dello yoga vengono rimandate a un secondo o terzo anno che spesso non arriverà mai nemmeno dopo una vita parcheggiati in una palestra.

Eppure, malgrado ci si ripeta che l’āsana è ben più di una semplice postura, la sua odierna predominanza rimane controversa e nasconde in fondo il dubbio e l’insicurezza di molti praticanti e insegnanti: che lo yoga sia degradato a pratica meramente ginnica, tagliando i legami con le sue basi soteriologiche, ovvero abbia perso l’obiettivo – o la capacità – di guidare al di fuori di una situazione indesiderata, ovvero la sofferenza che appare inevitabile compagna all’esistenza umana.

A ciò si aggiunge la consapevolezza oggi crescente, come vedremo, che molte delle pratiche fisiche un tempo introdotte all’Occidente come estremamente antiche, sarebbero in realtà molto più recenti di quanto potessimo pensare, o addirittura moderne. Di più: forse l’elemento che suscita ancora più sconcerto è che l’antichissima scienza dello Yoga sia stata e sia soggetta a mutamenti.

Ma che cosa sono questi āsana e perché dovremmo considerarli diversi da una pratica ginnica? Perché vengono praticati all’interno di una disciplina così strettamente legata alla sfera spirituale? E come andrebbero praticati?

Ci è stato ammonito, all’inizio di questo articolo, di andare cauti con i perché e con i come. Anche per questo, come al solito avverto che quanto segue è del tutto arbitrario nell’esposizione e frammentario. È una spiegazione a cui per necessità si è data una parvenza di forma coerente, nella speranza che possa essere utile, ma non definitiva.

Contenuti

  • Stare seduti
  • Austerità e ardore
  • Alchimia
  • Otto milioni di āsana
  • Capovolgimenti e dissolvimenti
  • Ma allora, che cos’è un āsana?
  • Tempi postmoderni
  • Per concludere

Stare seduti

Tentiamo di rintracciare un seppur tenue filo storico, consapevoli che è impresa ardua e ingrata cercare di tracciare l’indocumentabile.

Assumere posizioni in relazione a particolari stati psichici è un atto con ogni probabilità molto più antico dello stesso yoga, se con questo termine intendiamo “qualcosa” che sia stato sottoposto a un minimo di sistematizzazione.

Ad esempio, alcune terrecotte ritrovate nei siti di Harappa e  di Mohenjo Daro, nell’attuale Pakistan, raffigurano esseri umani in varie posizioni. Le civiltà che hanno prodotto questi manufatti risalgono III millennio a.C. e sono antecedenti alle invasioni indoeuropee:

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Quale osservazione collaterale, noteremo che esistono raffigurazioni anche nell’antico Egitto e diversi manufatti delle civiltà precolombiane che rappresentano posture molto simili gli āsana praticati nello Yoga, ma ciò ci porterebbe molto lontano non solo geograficamente.

Ora però dobbiamo notare che il termine sanscrito āsana significa “stare seduti” e sembra che in principio indicasse le sole posizioni sedute di meditazione. È molto probabile che Patanjali negli Yoga Sutra (III secolo a.C.- IV secolo d.C.) intendesse la parola āsana in questo senso. Nonostante sia quasi unanimemente considerato la massima autorità yogica, Patanjali peraltro non descrive alcuna postura, ma dedica all’āsana tre sutra molto significativi anche nei riguardi della pratica moderna:

La postura deve essere comoda e stabile
Grazie al rilassamento dello sforzo e all’incontro con l’infinito
Così da non esser più colpiti dalla coppia di opposti

Yoga Sutra II, 46-48

Con il senno di poi, da questi sutra ricaviamo alcune informazioni importanti, tra le quali:

  • che l’āsana è inteso per una pratica prolungata e statica (“comoda e stabile”, in modo da non disturbare la pratica), o meglio ancora che l’atteggiamento del praticante debba prescindere da una durata temporale;
  • che non contempla l’impiego della forza fisica, o meglio della contrazione muscolare;
  • che la sua pratica bilancia gli impulsi nervosi, neutralizzando gli effetti dei dvandva (coppie di opposti) sia fisici (caldo/freddo, piacere/dolore) sia mentali (felicità/sofferenza ecc.): in altre parole, la pratica degli āsana sviluppa il controllo sugli impulsi consci e inconsci.

L’āsana, secondo la visione offerta da Patanjali è parte di un quadro sistematico composto da otto membra. L’āsana è il terzo membro, preceduto dalle restrizioni (yama)  e dalle osservanze (nyama) e sono seguite dal prāṇāyāma e dai quattro stadi via via più meditativi: pratyhara (ritrazione dei sensi), dharana (concentrazione su un punto), dhyana (meditazione) e infine samadhi, il completo assorbimento e fusione con l’oggetto di meditazione che è l’obiettivo il senso ultimo della parola Yoga (“unione”) e coincide con la definizione stessa di Yoga formulata da Patanjali, ovvero la “cessazione delle modificazioni della mente”.1Yoga Sutra, I, II

L’āsana, dunque, fornisce il supporto fisico agli stadi successivi, che però sembrano quasi simultanei. Ed è per questo che i sutra precedenti andrebbero letti in prospettiva dei cinque seguenti:

realizzando questo, si ha il prāṇāyāma che è la cessazione del movimento d’inspirazione e d’espirazione.
[Esso] è interno, esterno o stabile; è regolato dallo spazio, dal tempo e dal numero, è prolungato o breve.
Un quarto [stadio] va al di là di quello interno ed esterno.
Grazie ad esso si dissolve lo schermo della luce.
E [si ottiene] la possibilità della concentrazione.

Letti in questo senso, āsana, prāṇāyāma (nelle sue fasi) e la (possibilità della) concentrazione sembrano generarsi uno dall’altro. È da notare che mentre Patanjali tratteggia āsana nelle sue generalità, senza nominarne alcuna, riguardo a prāṇāyāma, pur definendolo nella sua perfezione (la cessazione del movimento di inspirazione e d’espirazione), ne descrive almeno quattro tipi diversi.

Austerità e ardore

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Quando sentiamo affermare che lo yoga vanta origini antichissime, spesso immaginiamo che vi sia una tradizione uniforme tramandata più o meno immutata attraverso migliaia di anni (per poi, magari, accapigliarci su chi detenga la palma della più vicina alla fonte originaria).

In realtà, le sue prassi e i suoi fondamenti filosofici sono molteplici e non sempre istituzionalizzati o sistematizzati in modo coerente. Accanto al mainstream, ci sono stati e ci sono miriadi di rivoli che a volte divergono, altre confluiscono e in alcuni casi colorano indelebilmente la corrente principale.

Così, le prime descrizioni di āsana non seduti nello Yoga risalgono al Medioevo. Ma come James Mallinson ha giustamente osservato, “l’apparizione di descrizioni testuali di pratiche fisiche nello yoga non significa che quelle pratiche fossero state inventate in quel momento”. E in realtà nella letteratura antecedente abbiamo diverse testimonianze di queste posture, ad esempio nel poema epico del Mahabharata (III secolo a.C.- II secolo d.C.) oppure nei purana (II sec. a.C. – X sec. d.C.); tuttavia, queste pratiche non erano considerate āsana e non erano nemmeno contemplate nell’ambito istituzionale dello yoga (nota per i praticanti: le posture nominate nella citazione seguente non corrispondono necessariamente a quelle, omonime, praticate oggi).

… gli asceti sono descritti seduti in virāsana, una non identificata ma scomoda posizione seduta, e utkatāsana, una posizione accovacciata. Si dice inoltre che trascorrano lunghi periodi capovolti, o in piedi su due gambe o su una sola, o con le braccia in aria. Malgrado gli asceti che utilizzassero queste tecniche fossero associati alla pratica dello yoga, le tecniche fisiche in sé non lo erano. Sono tecniche di tapas, di ascetismo, e l’antico haṭhayoga è una codificazione delle pratiche fisiche di questi asceti pratiche il cui principale scopo era di aiutare la sublimazione del bindu, il seme, l’essenza vitale del corpo la cui preservazione era la chiave per coltivare il potere ascetico.2J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body

Il termine tapas, utilizzato sin dall’antichità vedica, significa letteralmente “ardore”. Tale ardore, che si manifesta anche come calore fisico, è sprigionato dall’asceta come sottoprodotto delle enormi energie liberate dal potere purificante dell’austerità, che viene esercitata al di là di ogni senso del limite; e proprio la rinuncia a ogni senso della misura pare essere il principio attivo del tapas. Sembra ad esempio che gli dèi dovettero supplicare Shiva di sposare Paravati, poiché quest’ultima, per guadagnarsi il suo amore, aveva intrapreso la pratica di austerità – tra le quali rimanere su una gamba sola per molti anni – accumulando tremendi poteri.

Straordinari poteri attribuiti alla pratica delle austerità. ndia, Himachal Pradesh, Mandi, 1725–50
Un asceta acquisisce straordinari poteri attraverso la pratica delle austerità. India, Himachal Pradesh, Mandi, 1725–50

Il digiuno è una delle austerità per eccellenza e fu praticato in maniera estrema anche dal Buddha Siddharta prima della realizzazione e prima di scartare gli eccessi delle austerità in favore della “via di mezzo”.

Patanjali, dal canto suo, annoverava il tapas tra i Niyama quale disciplina di autocontrollo, che tuttavia anticipa anche qualcosa che ritroveremo gli āsana nello haṭhayoga, ovvero il principio di purificazione:

Praticando le austerità si distruggono le impurità e sopraggiungono la perfezione nel corpo e negli organi di senso

Yoga Sutra, II, 43

Per chiudere il cerchio sul tapas, è significativo che una delle penitenze di Arjuna, intraprese dall’eroe del poema epico Mahabharata per far sì che Shiva (ancora Shiva) gli concedesse il suo terribile arco, consistesse, manco a dirlo, nello stare su una gamba sola (ancora su una gamba sola) in una tipica posizione che oggi consideriamo parte dello Yoga:

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E, per curiosità, possiamo notare nello stesso altorilievo un gatto che imita la posa di Arjuna, forse in spregio della sua penitenza:

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Alchimia

Come un recipiente di terra non cotta gettato nell’acqua, il corpo va presto in rovina (in questo mondo). Cuocilo bene nel fuoco dello Yoga in modo da fortificare e purificare il corpo.

Gheranda Samhita, 1,8

Quelle che un tempo erano considerate austerità, pratiche immuni da ogni senso della misura, divengono i mezzi per purificare e fortificare il corpo in modo sistematico con l’haṭhayoga.

Il termine sanscrito hatha significa “forza” e alcuni ravvisano un riferimento non tanto all’impegno fisico che le sue tecniche richiedono, quanto all’energia che queste ultime mirano a liberare; un’altra lettura, più esoterica ma probabilmente meno corretta dal punto di vista filologico, scompone il termine nelle sillabe Ha, riferita al Sole, ovvero il principio vitale, e Tha che corrisponde alla Luna, l’energia mentale, due principi che, come abbiamo visto, l’haṭhayoga mira a equilibrare. 3The Meaning of haṭha in Early Haṭhayoga, Jason Birch, Journal of the American Oriental Society ,Vol. 131, No. 4 (October-December 2011) , pp. 527-554 Published by: American Oriental Society Stable URL: http://www.jstor.org/stable/41440511

Mentre lo Yoga di Patanjali è uno dei sei sistemi filosofici ortodossi dell’induismo, i testi dell’haṭhayoga provengono dalla tradizione eterodossa dei Nath, che si considera sorta attorno al VII secolo d.C. Tuttavia, essi non sembrano essere stati i “padri” dell’haṭhayoga, ma sembra che abbiano codificato delle tecniche che erano state tramandate per secoli oralmente in ambito ascetico, offrendole quindi a un pubblico molto più vasto.

I maestri Matsyendra (X secolo) e Goraksha (IX-XII secolo) sono capostipiti dei Nath e ritenuti i fondatori dell’haṭhayoga. Le loro vite sono intrise di leggende ed entrambi sono identificati con Siva. Ad essi sono dedicate due āsana. Delle due, matsyendrāsana è quella oggi più celebre.

L’haṭhayoga ha influenzato fortemente pressoché tutti gli stili di yoga moderno di tipo posturale. Tuttavia, mentre oggi è popolarmente considerato sinonimo di “yoga degli āsana”, nell’haṭhayoga le posture fisiche sono parte di un percorso articolato di tecniche diverse, che oltre agli āsana comprendono anche gli shatkarma (le sei tecniche di purificazione quali il lavaggio dei seni nasali, clisteri ecc.), i prāṇāyāma, i bandha (tecniche di contrazione dell’area pelvica, di quella addominale e della gola) e i mudra (circuiti pischici a cui accenneremo brevemente più avanti).

Intendiamoci: l’obiettivo dell’haṭhayoga è sempre il samadhi (qui chiamato anche stato di unmani, o assenza di mente), comune allo yoga di Patanjali. Tuttavia decadono le restrizioni e le osservanze etico-morali e agli āsana spetta il compito di ‘primo gradino’ nel percorso dello Yoga.

Prima di tutto, gli āsana sono detti la prima parte dell’haṭhayoga. Avendo eseguito le āsana, si ottiene stabilità del corpo e della mente, libertà dalla malattia e leggerezza delle membra

haṭhayoga Pradipika, 1, 17

La pratica degli āsana ha il compito di raffinare il corpo, rimuovendo le impurità e i blocchi energetici che impediscono al prana di circolare. Stabilità, libertà dalla malattia, leggerezza dell membra: qualità già nominate da Patanjali sotto la voce tapas. Tuttavia l‘haṭhayoga affonda le mani nella materia densa, in cui la stabilità della mente è minata da eccessi di muco, malattie e deformità e descrivendo con dettaglio fino ad allora inaudito tecniche pratiche e fisiche.

La meditazione è uno stato a cui è necessario essere preparati fisicamente ed energeticamente. Riplasmare il corpo e regolare i flussi energetici significa fissare la mente. Intendiamoci: lo Yoga di Patanjali e l’haṭhayoga non sono in contrasto e descrivono lo stesso soggetto, solo che gli accenti cadono in punti differenti. Potremmo anche affermare che Patanjali descrive la meta mentre l’haṭhayoga descrive una delle vie.4È del resto suggestiva l’ipotesi secondo cui l’apparire dell’haṭhayoga sarebbe correlato alla decadenza del Buddhismo in India. Il Buddhismo classico, infatti, predilige  un approccio principalmente etico e psicologico alla dimensione spirituale. A questo influsso sembra non sia sfuggito nemmeno Patanjali: “As a result of Buddha’s popularity, meditation became the main form of spiritual practice on the entire subcontinent. However, the preparatory practices were ignored. Ethics and morality were very much overemphasized. It was at this time that the thinkers of India began to reassess Buddha’s system.
Indians believe that meditation is the highest path, but they disagree on one point – that one can start meditation immediately. Instead they believe one has to prepare oneself.[…]
It was at this time that Matsyendranath founded the Nath cult which believed that, before taking to the practices of meditation, you must purify the body and its elements. This is the theme of haṭhayoga.” Swami Muktibodhananda, haṭhayoga Pradipika (introduzione), Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India

L’haṭhayoga, in definitiva, è un’operazione alchemica che procede dal grossolano al sempre più sottile.

Otto milioni di āsana

Un Nath yogi che esegue mayurāsana, dipinto nel tempio di Maha Mandir, Jodpur, XIX secolo (fonte). Mayurāsana sembra del resto essere la più antica āsana non seduta a essere citata in un testo.

Il numero di āsana, per l’haṭhayoga, è sterminato: addirittura 84 lakh, misura che corrisponde a centomila unità. Tale, afferma ad esempio la Gheranda Samitha, è il numero delle creature viventi, in una sorta di percorso che ritraccerebbe l’evoluzione stessa della vita. Il numero delle posizioni descritte o anche solo nominate nei testi è tuttavia molto minore: 84 sono dette quelle più importanti, e la Gheranda Samhita ne descrive 32, mentre l’haṭhayoga Pradipika 16. Il più tardo Hatharatnavali (XVII secolo) elenca le 84 posizioni fondamentali, anche se i nomi spesso si discostano da quelli utilizzati oggi.

Nei testi dell’haṭhayoga, accanto alle posizioni meditative sedute, cominciano ad apparire gli āsana che oggi definiremmo correttivi/educativi, ossia che hanno il compito principale di agire sul tronco e sugli organi interni, ma soprattutto sulla colonna vertebrale, agendo sia al punto di vista strettamente posturale e fisico, sia liberando dalle ostruzioni il canali energetici e in special modo sushumna, che scorre proprio in corrispondenza della spina dorsale. 5La posizione che vanta la più antica attestazione sembra essere mayurāsana, la posizione del pavone, che vedremo più avanti: The peacock posture, mayurāsana, has the oldest heritage. Its description in the Light on Hatha is taken from a thirteenth- or fourteenth-century yoga manual composed in a Vaishnava milieu,
i.e., among followers of the Hindu god Vishnu, but can be traced back through other Vaishnava texts to one from approximately the ninth century.” (J. Mallinson – D. Diamond, “Asana”, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159)

Oltre alla già citata Matsyendrāsana, nomineremo, tra i più celebri āsana oggi, Paschimottanāsana (la distensione in avanti, nota anche come la pinza), Dhanurāsana (l’arco), Gomukāsana (la mucca), Mayurāsana (il pavone), Shalabāsana (la locusta), Bhujangāsana (il cobra), Garudāsana (l’aquila),  Vrikhāsana, e Savāsana (il cadavere). Quest’ultima, tra l’altro, appartiene a un’altra tipologia ancora di āsana oggi praticati, ossia quelle di rilassamento.

Capovolgimenti e dissolvimenti

Qualcuno ha fatto notare che nei testi classici dell’haṭhayoga mancano del tutto le posizioni capovolte, che sono considerate uno dei pilastri dello yoga contemporaneo. Ciò tuttavia non è del tutto esatto. Infatti, se andiamo a osservare sotto la voce “mudra”, noteremo che Viparita Karani (o Viparitakarana) prevede una posizione invertita.

Mettendo la testa sul terreno, che egli stiri le gambe in alto, muovendole a
rotazione. Questo è Viparitkarana, tenuto segreto in tutti i Tantra.

Shiva Samhita, IV,45

Viparita Karani come è comunemente praticata oggi, sia come āsana sia come mudra, da S. Satyananda, Asana, Pranyama Mudra Bandha
Viparita Karani come è comunemente praticata oggi, sia come āsana distinta da Sarvangāsana, sia come mudra, tratto da S. Satyananda, Asana, Pranyama Mudra Bandha

I mudra sono particolari circuiti psichici i cui effetti possono essere molto sottili e coinvolgere a diversi livelli il complesso umano. Questi circuiti possono essere attivati in svariati modi, tra cui anche la postura corporea. In quest’ultimo caso, la differenza tra āsana e mudra può essere molto labile.

In effetti, da Viparita Karani sembrano discendere gli āsana invertiti di Sarvangāsana (la posizione sulle spalle o della candela) e Sirsāsana, la posizione sulla testa, posizioni che Iyengar ha definito “il re e la regina” dello Yoga. Nello yoga moderno gli effetti fisiologici di queste posizioni sono stati analizzati molto in dettaglio. Giusto per rendere un’idea:

Nelle posizioni capovolte, a causa della posizione rovesciata del corpo, i meccanismi riflessi cardiovascolari vengono stimolati, il ritorno al cuore del sangue venoso diviene quindi molto facile, perché non deve vincere la forza di gravità […] Inoltre il cervello viene irrorato di sangue e così i tessuti nervosi ricevono abbondante apporto di sostanze nutritive. Allo scopo di prevenire un afflusso eccessivamente violento di sangue al cervello, si instaura un nuovo tipo di meccanismo riflesso, riguardante la circolazione nell’estremità superiore del corpo. In questo modo non solo viene tenuta sotto controllo l’intensa circolazione cerebrale durante la postura, ma anche la pressione del sangue viene mantenuta al livello ottimale durante l’attività quotidiana.

M.M. Gore, Anatomia e fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli, pp. 77,88

Questa particolareggiata descrizione ci rende edotti non solo di alcuni degli effetti delle posizioni invertite mentre vengono praticate, ma anche su come esse siano in grado di riprogrammare e ricalibrare i meccanismi autonomi ben oltre la durata della pratica.

Posizione capovolta tratta dal Bahr-al-Hayt (Oceano di vita) testo in persiano redatto alla fine del XVI secolo e illustrato all'inizio del secolo successivo. http://www.asia.si.edu/explore/yoga/chapter-4-bahr-al-hayat.asp#one
Posizione capovolta tratta dal Bahr-al-Hayt (Oceano di vita) testo in persiano redatto alla fine del XVI secolo e illustrato all’inizio del secolo successivo. Il testo

Nel linguaggio dell’haṭhayoga, questa inversione è descritta come il capovolgimento del normale rapporto tra il Sole (il principio fuoco situato nell’ombelico, ovvero la forza vitale) e la Luna (la coscienza, situata nel capo), impedendo che la secrezione di quest’ultima, il nettare Amrita, venga bruciato nel fuoco vitale come avviene in condizioni normali. L’inversione di questo processo permetterebbe anche di arrestare il decadimento fisico.

Il caso di Viparita Karani, mudra ‘asanizzato’ è inoltre esemplare di come il termine “āsana”, in realtà, tenda con il tempo ad inglobare pratiche di diversa natura. Del resto, già nei testi sopra citati dell’haṭhayoga, viene annoverata tra gli āsana anche Mritāsana o Savāsana, ovvero la posizione del “cadavere”, che appartiene a una tecnica del Laya Yoga (un altro sistema coevo all’haṭhayoga, che mira dissolvere la mente), oltre a fornire in epoca contemporanea il supporto prediletto per la pratica di rilassamento profondo o sonno yogico dello Yoga Nidra.

Ricordiamo inoltre Maha mudra, praticato oggi quasi unicamente come postura, e come tale presentato ad esempio da Iyengar e ancor prima dal suo maestro Krishnamacharya.

Qual è dunque il confine tra l’āsana, la postura fisica e qualcos’altro ancora? È possibile tracciare una linea definitiva?

Ma allora, che cos’è un āsana?

Il termine Hatha, come abbiamo visto, sembra riferirsi a una certa forza o violenza. Tuttavia, perlomeno nell’haṭhayoga delle origini, ciò non sembra riferirsi alla forza fisica. Ma se oggi lo yoga è identificato – a torto o ragione – con la pratica degli āsana, urge allora comprendere in cosa differisce la pratica degli āsana da altri tipi di esercizio fisico. Ecco alcuni punti che marcano le principali differenze:

  1. Mentre l’attività fisica ha come obiettivo il potenziamento e condizionamento muscolare, gli āsana mirano a produrre effetti sugli organi interni e sulla consapevolezza del corpo, ad esempio modificando la pressione nelle cavità interne del tronco, sviluppando la propriocezione e la viscerocezione, regolando l’attività endocrina.
  2. Lo sforzo e la contrazione muscolare sono parte integrante dell’esercizio fisico in quanto sono la base stessa per il potenziamento; nello yoga invece lo sforzo è contemplato solo in misura limitata durante la fase di apprendimento e di assunzione della posizione, mentre nella fase di mantenimento la muscolatura è rilassata (o meglio, in contrazione isometrica).
  3. Metabolismo e catabolismo sono accelerati nell’esercizio fisico, mentre nella pratica degli āsana sono rallentati, così come il consumo di ossigeno.
  4. Durante l’esercizio fisico l’attenzione può non essere richiesta in maniera esclusiva (ad esempio, parlo con il mio vicino mentre corro sul tapis roulant), oppure è diretta a ciò che ‘fa’ il corpo esternamente o all’interazione con altri; durante la pratica di un āsana la consapevolezza è rivolta all’interno, nell’osservazione del respiro e dei processi mentali, quando non si stia eseguendo una precisa tecnica respiratoria o non si stia dirigendo la concentrazione verso un’area specifica.

Il quadro non è certo esaustivo, ma basta per rendere l’idea di una differenza che oggi non sempre è chiara nemmeno agli addetti ai lavori.6Si veda per approfondimenti M.M. Gore, Anatomia e Fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli e S. Satyananda Saraswati, Asana, Prāṇāyāma, Mudra Bandha, Bihar

Tempi postmoderni

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…non esattamente tapas

Tra la pratica degli āsana nel medioevo e la pratica degli āsana nel ventunesimo secolo sono cambiate molte cose. La madre di tutte le novità è che lo Yoga si è diffuso in tutto il mondo e viene praticato da milioni di persone non solo come disciplina con finalità strettamente spirituali, ma anche e soprattutto per migliorare il benessere, la forma fisica, o come forma di terapia. Discorrere su come e perché ciò sia accaduto sarebbe molto interessante, ma ci porterebbe molto lontano e richiederebbe spazi appositi.

Accontentiamoci per il momento di considerare che è bene esentarsi dall’esprimere giudizi di valore sulle aspirazioni dei suoi praticanti, perché spesso tali aspirazioni non sono quello che sembrano, nel male ma anche e soprattutto nel bene.

Intanto, però, lo yoga è diventato anche un mercato. Più che nuovi sistemi di Yoga, sono sorti innumerevoli ‘stili’, le cui differenze vertono soprattutto sulle modalità di esecuzione degli āsana e sui metodi per arrivare ad eseguirle.

A Trimulai Krishnamacharia si deve gran parte dello yoga contemporaneo, sia per i suoi insegnamenti, sia per essere stato il maestro, tra gli altri, di Patthabi Jois e di B.K.S. Iyengar.
A Tirumalai Krishnamacharya si deve gran parte dello yoga contemporaneo, sia per i suoi insegnamenti, sia per essere stato il maestro, tra gli altri, di Patthabi Jois e di B.K.S. Iyengar.

Si è molto dibattuto negli ultimi vent’anni su quanto la pratica odierna debba a una tradizione yogica “autentica” e quanto invece abbia risentito delle pratiche in uso presso militari, ginnasti e lottatori indiani, oltre che delle pratiche ginniche diffuse in europa e in America tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, le quali condividevano spesso aspirazioni ‘spirituali’. Mark Singleton e il meno noto N.E. Sjoman hanno indagato ampiamente questo argomento, con ricchezza documentale, ma anche questo argomento meriterebbe di essere trattato a parte.7N.E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace, Abhinav Publications, 1996

M. Singleton, The Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, Oxford University Press USA

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Sicuramente, lo Yoga moderno sembra presentare due novità di rilievo rispetto alla pratica degli āsana: la prima è lo sviluppo di diversi āsana rafforzativi, soprattutto a base in piedi; la seconda è l’utilizzo di sequenze in movimento, prima fra tutte il Surya Namaskar (il saluto al Sole), che sarebbe stato inventato nel 1929 dal raja Pratinidhi Pant di Aundh, nell’ambito del suo programma di salute pubblica e di educazione fisica.8S. Reddy, Modern Postural Yoga, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159

E proprio il caso del Surya Namaskar sarebbe emblematico: in seguito all’enorme successo della pubblicazione di Pratinidhi Pant illustrava la sequenza, la pratica del “saluto al sole” non solo è entrata nella routine della pratica yogica, ma in alcune scuole è stata associata a un’antica pratica di venerazione del sole attraverso un complesso sistema di recitazione di mantra che risale veramente all’epoca vedica. 9Ad esempio, nel Satyananda Yoga: http://www.yogamag.net/archives/2006/emay06/sn.shtml Per cui, quando ci sentiamo dire che il saluto al sole affonda le radici nell’antichità, si dice qualcosa di vero e di falso allo stesso tempo.

Ma il fatto che lo Yoga sia soggetto a mutamenti è fuori di discussione ed è un falso problema: come abbiamo visto, lo è sempre stato. Se è quindi vero che lo Yoga contemporaneo, nelle sue forme e nei suoi ibridi più commercializzati, possa degradarsi a forme di fitness poco distinguibili da ‘prodotti’ simili presenti sul mercato, al tempo stesso esiste anche la tendenza inversa, ovvero la capacità di trasformare in Yoga anche le pratiche e gli influssi più eterogenei.

Del resto, vorrei concludere con una citazione dello stesso Sjoman. Una tradizione basata sulla performance piuttosto che sull’ortodossia a dei testi, è per forza di cose dinamica, soggetta a trasformazioni, la cui conoscenza

non insegna un contenuto oggetto, ma un metodo di apprendimento, una guida per correggere il pensiero. Nel caso dello yoga, insegna una risposta fisica. In realtà, gli āsana yoga sembrano essere un tipo di risposta fisica talmente potente che è sopravvissuta e ha prosperato anche attraverso enormi follie. […]
Che dire delle origini storiche di alcuni degli āsana – per esempio la viparitacakrāsana, che sembra non avere alcun fondamento nello yoga, ma è stata presa dalla ginnastica? Dal punto di vista yogico di definizione funzionale, niente ha il diritto di essere chiamato un āsana in sé.
Qualcuno che fa un āsana tradizionalmente accettata può eseguirla nel modo in cui la farebbe un sollevatore di pesi “muscolo-contrattore”, o può farla simbolicamente aspettandosi qualche vantaggio spirituale dall’assumere quella forma particolare.
In nessuno dei casi rientra nel campo di applicazione della definizione – abbandono dello sforzo, equilibrio e trascendenza. Il movimento che in origine era ginnico è compiuto in modo diverso da un ginnasta e diversamente da uno studente di yoga che ha lavorato con il suo corpo, i suoi schemi consci e inconsci di movimento muscolare. 10Sjoman, p.61

Per concludere

Abbiamo visto, in questo lungo articolo, la definizione di Patanjali di un unico āsana che al tempo stesso contiene tutte gli altri āsana che furono introdotte in seguito. Abbiamo accennato alle austerità praticate degli asceti, prima che divenissero āsana anch’esse, e il cedere oltre il senso dei propri confini. Abbiamo visto il principio di trasmutazione dell’haṭhayoga delle origini. E, infine, la capacità di trasformazione dello Yoga stesso, attraverso il contatto con il mondo moderno al di là dei confini entro cui si è sviluppato. In modo non sempre riuscito, certo, ma le assurdità e le contraddizioni hanno sempre un potenziale evolutivo.

Lo Yoga, come principio di unione, è al tempo stesso dentro tutto questo e trascende tutto questo. L‘intero può e deve essere trovato in ogni sua parte e al tempo stesso ogni sua parte, se dissezionata e separata, non contiene nulla dell’intero.

Ritengo che gli āsana, insomma, malgrado tutto quello che oggi sappiamo su di esse anche sotto il profilo scientifico, conservino il principio attivo nella misura in cui conservano lati d’ombra, di enigma.  “La conoscenza di ciò non è mai esistita nel passato né esisterà nel futuro”: sono parole contenute nella Yoga Chudamani Upanishad e riferite al mantra del respiro, proprio il respiro in cui occorrerebbe lasciar assorbire la propria consapevolezza durante durante l’esecuzione di āsana.

Qualcosa che non è mai esistita in passato né esisterà nel futuro, ma è solo ora: quale migliore non-definizione di ciò che si può trovare dello Yoga anche, sì, anche in una semplice postura fisica.

Sivananda Saraswati ha avuto grande influenza nella diffusione dello Yoga al di fuori dell'India nella sua dimensione "posturale".
Sivananda Saraswati ha avuto grande influenza nella diffusione dello Yoga nel mondo intero nella sua dimensione “posturale”.  “Il testo della Divine Life Society Sivananda, Biography of a Modern Sage, contiene alcune interessanti fotografie di Sivananda nell’atto di praticare āsana nell’ultimo periodo della sua vita” scrive Peter Connolli (Il pensiero Yoga, Red) “Nessuna può essere definita ‘perfetta’. Il fatto di eseguirle era, pare, più importante del risultato”.

Note[+]

Note
↑1 Yoga Sutra, I, II
↑2 J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body
↑3 The Meaning of haṭha in Early Haṭhayoga, Jason Birch, Journal of the American Oriental Society ,Vol. 131, No. 4 (October-December 2011) , pp. 527-554 Published by: American Oriental Society Stable URL: http://www.jstor.org/stable/41440511
↑4 È del resto suggestiva l’ipotesi secondo cui l’apparire dell’haṭhayoga sarebbe correlato alla decadenza del Buddhismo in India. Il Buddhismo classico, infatti, predilige  un approccio principalmente etico e psicologico alla dimensione spirituale. A questo influsso sembra non sia sfuggito nemmeno Patanjali: “As a result of Buddha’s popularity, meditation became the main form of spiritual practice on the entire subcontinent. However, the preparatory practices were ignored. Ethics and morality were very much overemphasized. It was at this time that the thinkers of India began to reassess Buddha’s system.
Indians believe that meditation is the highest path, but they disagree on one point – that one can start meditation immediately. Instead they believe one has to prepare oneself.[…]
It was at this time that Matsyendranath founded the Nath cult which believed that, before taking to the practices of meditation, you must purify the body and its elements. This is the theme of haṭhayoga.” Swami Muktibodhananda, haṭhayoga Pradipika (introduzione), Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India
↑5 La posizione che vanta la più antica attestazione sembra essere mayurāsana, la posizione del pavone, che vedremo più avanti: The peacock posture, mayurāsana, has the oldest heritage. Its description in the Light on Hatha is taken from a thirteenth- or fourteenth-century yoga manual composed in a Vaishnava milieu,
i.e., among followers of the Hindu god Vishnu, but can be traced back through other Vaishnava texts to one from approximately the ninth century.” (J. Mallinson – D. Diamond, “Asana”, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159)
↑6 Si veda per approfondimenti M.M. Gore, Anatomia e Fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli e S. Satyananda Saraswati, Asana, Prāṇāyāma, Mudra Bandha, Bihar
↑7 N.E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace, Abhinav Publications, 1996

M. Singleton, The Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, Oxford University Press USA

↑8 S. Reddy, Modern Postural Yoga, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159
↑9 Ad esempio, nel Satyananda Yoga: http://www.yogamag.net/archives/2006/emay06/sn.shtml
↑10 Sjoman, p.61
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Lo Yoga, in gravidanza

11 Marzo 2015 by Zénon Lascia un commento

Nelle immagini che seguono, Erika ed Elisa sono circa all’ottavo mese di gravidanza. Delle due future madri, una aveva già una buona esperienza di Yoga, mentre l’altra ha deciso di iniziare proprio durante questo periodo. Entrambe ci hanno gentilmente concesso di fissare l’esperienza che hanno voluto fare con noi.

Non vogliamo aggiungere molte parole, e lasciar parlare le immagini. Vorremmo solo avvertire che la scelta delle foto è esemplificativa e non ha l’intenzione di essere una sequenza-tipo di āsana, o una lista di posizioni necessariamente consigliate a tutte in gravidanza.

Alcune di esse sono piuttosto impegnative e difficilmente eseguibili senza una buona esperienza precedente. Mai come in questo caso, la pratica dello yoga non può essere standardizzata in assoluto e deve adattarsi alle situazioni personali sotto la guida diretta (leggi: con la presenza fisica) di una guida esperta.

Erika ed Elisa, che ringraziamo, ora sono madri rispettivamente di Ambra e Matilde, due bambine molto belle (lo possiamo testimoniare) e sane.

Un sentito ringraziamento anche ad Andrea Ballaratti, che ha scattato queste foto, per l’ottimo lavoro svolto.

Simhasana
Simhasana
Marjasana
Marjasana
Utthita Trikonasana
Utthita Trikonasana
Utthita Trikonasana
Virabhadrasana
Virabhadrasana
Virabhadrasana
Vriksasana
Vriksasana
Adho mukha svananasana
Malasana
Parivrtta janu sirsasana
Parivrtta janu sirsasana
Parivrtta janu sirsasana
Parivrtta janu sirsasana
Upavistha konasana
Upavistha konasana
Upavistha konasana
Salamba sarvangasana
Setu Bandha Sarvangasana
Setu Bandha Sarvangasana
Baddha Konasana
Bharadvajasana
Bharadvajasana
Bharadvajasana
Virasana
Supta virasana
Supta virasana
Supta virasana
Supta virasana
Posizione di rilassamento per favorire la respirazione addominale
Posizione di rilassamento per favorire la respirazione addominale

 

 

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