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yoga

No, lo Yoga non è ‘sicuro’: effetti collaterali

5 Agosto 2014 by Francesco Vignotto 45 commenti


Stimolato dall’articolo di Marco Invernizzi qui su Zénon sulla sicurezza medica dello Yoga, ho deciso di intervenire per aggiungere alcune mie considerazioni. Che non avranno un taglio medico e nemmeno troppo filosofico, ma vogliono esprimere il punto di vista della mia esperienza di praticante prima ancora che di modesto insegnante.

Nello spirito con cui è nato Zénon, spero che questo mio contributo da due centesimi possa avvicinare di qualche millimetro la “scienza dell’Occidente” alla “comprensione dell’Oriente”, entrambi elementi indispensabili per chi vuole vivere la nostra epoca. E soprattutto, volendo rimanere con i piedi per terra, spero di offrire degli elementi utili al lettore per entrare in contatto con lo Yoga e – lo spero ancora più vivamente – per potersi orientare nella selva di insegne luminose sotto le quali non sempre si offre un insegnamento all’altezza di questo nome.

Contenuti

  • Se non può far male, non può fare nemmeno bene
  • Ma non è una medicina
    • La prima brutta notizia
    • La seconda brutta notizia
  • Ma allora, cosa ‘fa’ lo Yoga?
  • La premessa indispensabile
  • In conclusione…

Se non può far male, non può fare nemmeno bene

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Innanzitutto, come una persona molto più saggia di me amava ripetere, vorrei ricordare che non esiste al mondo alcunché che possa davvero fare bene, se non può fare anche del male, quando utilizzata nel modo sbagliato. Senza quest’ultima eventualità, significherebbe semplicemente che non può fare nulla. Sorrido ad esempio quando le persone si avvicinano a metodi di cura naturali (qualunque significato attribuiamo a questo termine) nella convinzione che “tanto non possono far male” o che “al massimo non fanno nulla”, perché significa che già in partenza non vi attribuiscono alcuna efficacia.

Un coltello senza il filo della lama sicuramente è al riparo dal rischio di ferire qualcuno, ma non può nemmeno essere utile per affettare il pane. Lo sapevano bene i greci che al nome phàrmakon attribuivano due significati: quello di medicamento, che somministrato in certe dosi o in modi diversi, può essere anche veleno.

Per questo, è certamente rassicurante che – come emerso dall’articolo precedente – il rischio di infortunarsi con lo Yoga sia relativamente basso. Tuttavia ciò non significa assolutamente che lo Yoga sia innocuo. Non lo è, a prescindere dal fatto che si tratti genuinamente di Yoga o di un’attività ludico motoria che sfrutta il nome di questa disciplina senza contenere un grammo del suo principio attivo.

Pertanto inviterei a valutare attentamente la scelta di una scuola di Yoga – o, come va di moda oggi dire uno stile – e tutto ciò che in apparenza potrebbe essere considerato il contorno dell’insegnamento.

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B. K. S. Iyengar, uno degli insegnanti di Yoga contemporanei che ha enfatizzato all’estremo gli aspetti fisici di questa disciplina.

L’apparato muscolo-scheletrico non è l’unica parte di noi che può infortunarsi: ritengo infatti che integralismi, rigidità mentali e insane dinamiche di gruppo innescate soprattutto dal divismo da parte dell’insegnante siano dei veleni altrettanto dannosi quanto l’approssimazione nell’insegnare delle tecniche corporee.

Per questo, a chi sta cercando una scuola di Yoga mi sento di dare questo suggerimento: cercate l’equilibrio, la concretezza, più che l’immediata gratificazione emotiva, estetica o intellettuale.

Un certo impegno fisico è necessario, perché lavorare sul corpo ha un significato molto più profondo di quanto si possa immaginare. Tuttavia, se avvertite il lavoro fisico è fine a sé stesso, se non percepite che lo sforzo richiesto nella pratica è di natura concretamente diversa da quello impiegato nella comuni attività motorie, può darsi che ne troviate giovamento comunque, ma è probabile che non si tratti di Yoga. Non è questione di quantità di sudore e di fatica, che dipendono dalla costituzione fisica di ognuno: è una questione di qualità.

Allo stesso modo, inviterei a fuggire come la peste qualunque luogo dove si respiri aria di settarismo (chi è dentro è dentro e guai a chi si allontana) e dove si parli di argomenti che non si possano ‘toccare con mano’.

Facciamocene una ragione: nessuno ci aprirà i chakra o ci risveglierà la Kundalini con la sola imposizione delle mani, tutte cose molto belle sulla carta (anche se diamo per scontato di sapere di cosa stiamo parlando), ma di cui non possiamo avere alcun riscontro, malgrado l’idea ci faccia andare su di giri e schizzare in alto la colonnina dell’autostima.

Tutti i voli di fantasia che vi portano nelle alte sfere dell’intellettualità o della spiritualità senza mettervi a confronto con le meschinità di ogni giorno non ha nulla a che vedere con lo Yoga. C’è molta più spiritualità nel toccarsi un alluce che nel sentirsi dire dal guru di provincia che il nostro terzo occhio si è miracolosamente aperto.

Ma non è una medicina

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Alcune righe più sopra ho parlato di farmaci, di terapia e di medicamenti; ebbene, scordiamo tutto questo. Dobbiamo comprendere che lo Yoga non è una medicina, né un brand che produce pillole miracolose – e immuni da effetti collaterali – sotto forma di posture, respirazioni e pratiche meditative.

Quasi ogni giorno ricevo richieste, spesso via internet (il ‘luogo’ forse meno adatto per questo tipo di suggerimenti), da parte di persone che intuiscono i potenziali benefici dello Yoga, o che hanno sentito dire che lo Yoga faccia bene per questo o per quel tipo di disturbo.

“Ho un dolore alla spalla, quale posizione dovrei fare per farmelo passare?”. “Sono sempre ansiosa, che respirazione dovrei fare per calmarmi?”. “Voglio rassodare i glutei, mi puoi suggerire un paio di esercizi che posso fare anche da sola?”.

La risposta che mi sorge istintivamente in queste occasioni è: “Tu chiedi caramelle agli sconosciuti!”. Ma siccome l’insegnante coscienzioso non dà caramelle, devo dare una brutta notizia a chi mi pone domande di questo tipo, anzi due (in realtà la delusione sarà ricompensata lautamente, ma occorrerà armarsi di pazienza e affinare i sensi per poterla apprezzare).

La prima brutta notizia

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Alle domande di cui sopra non c’è risposta, almeno per chi non abbia già un’esperienza con la pratica, perché in realtà non c’è alcuna posizione che possa aiutare a risolvere questi problemi. Qualsiasi tecnica insegnata nello Yoga, infatti, presa di per sé e isolata dal contesto e da un percorso personale, cessa di essere Yoga ed è anzi potenzialmente dannosa se eseguita senza alcuna cognizione delle conseguenze che questa pratica comporta, ma soprattutto dell’obiettivo che tali pratiche hanno all’interno del sistema originario.

E per quanto riguarda il ‘contesto’ non intendo una ritualità o una sequenza di tecniche. È la pratica dello Yoga che può far bene, non una posizione o una respirazione. E la pratica dello Yoga inizia con la decisione di dedicare del tempo a questa disciplina, alzare le terga e recarsi in un luogo – o meglio provare più luoghi – dove si insegna, staccarsi temporaneamente dalla routine quotidiana ed entrarci.

So che può essere duro da digerire, visto che siamo abituati a trovare tutto su internet – “scolpisci gli addominali con questi tre semplici esercizi!” – ma almeno con lo Yoga non funziona così. È necessario ricavare, per rubare un termine ad Hakim Bey e alla controcultura degli anni ’90, delle “zone temporaneamente autonome” dai meccanismi quotidiani. Poi con il tempo verrà anche la tecnica giusta che potrà aiutarci per il problema specifico, ma senza il background di una pratica non ha alcun senso.

Lo stesso obolo dell’abbonamento mensile a un corso di Yoga – aborrito da chi ritiene che l’insegnamento delle cose altamente spirituali non debba essere inquinato dal vile denaro – ha un significato che va oltre il – legittimo, a mio parere – riconoscimento economico all’insegnante: io allievo ti do una parte del mio tempo, ti do una parte della mia energia (espressa anche in ‘vile’ denaro), non solo perché riconosco il valore di ciò che mi dài, ma perché riconosco che senza la mia energia nulla si può mettere in moto. Non possiamo pretendere di ricevere senza prima dare, così come non esistono investimenti ad alto rendimento a costo zero.

La seconda brutta notizia

Abbiamo tutti sentito dire che lo Yoga inverte il processo di invecchiamento e risolleva i seni, che distrugge la cellulite, potenzia le prestazioni atletiche, sessuali e mentali, raddrizza le schiene e cura questo o quel disturbo o che guarisce miracolosamente da malattie che la medicina ritiene incurabili. Ebbene, è tutto falso.

Lo ripeto: lo Yoga non è una medicina miracolosa, né un trattamento estetico o una preparazione atletica. Occorre precisarlo, prima che partano le class action e le inchieste per truffa contro i troppi chiacchieroni ansiosi di vendere il proprio prodotto al target di turno.

Al tempo stesso, lo Yoga può davvero aiutare a risolvere anche seri problemi di salute, migliorare l’aspetto e le prestazioni di ogni tipo. Ma c’è un grosso ma. Tutti questi benefici sono effetti collaterali della pratica. Se diventano lo scopo, lo Yoga perde il suo principio attivo. Ciò non significa che bisogna abbracciare – Dio ce ne scampi! – lo Yoga come una religione, perché è tutto fuorché una religione, per quanto certi fanatici indù ne reclamino ultimamente la proprietà intellettuale. Significa che bisogna prendere atto della necessità di risalire al nodo superiore del problema.

Ma allora, cosa ‘fa’ lo Yoga?

dali-yoga
Sì… proprio Dalì.

Quando gli antichi dicevano che il fine dello Yoga è di ripristinare lo stato naturale, non intendevano invitare il praticante a un bucolico ritorno alla terra, ma a collegarsi con la parte di sé che non è toccata da malattia, inestetismi, ansie e malesseri di ogni sorta. E, da lì, riprendere il controllo.

Questo non significa per forza guarire, ma ricollocare il malessere in una prospettiva molto più ampia della dicotomia salute/malattia, estetismo/inestetismo, ansia/quiete (come ben sintetizzato da Massimiliano Sassoli de Bianchi ne L’ipotesi stupefacente). Contenerlo, invece di esserne contenuti: è un processo complesso, tuttavia anche nell’apertura di un margine infinitesimale, anche nella sospensione fugace del fitto assillo dei processi mentali c’è una conquista inestimabile: è la dimostrazione che è possibile farlo.

“Il germe è zero, il terreno è tutto” (parole che qualcuno attribuisce nientemeno che a Louis Pasteur in punto di morte): ebbene, lo Yoga si occupa del terreno, non tanto del germe. Della premessa, prima ancora che della storia che si andrà a tessere sulla sua superficie. Per questo può essere un validissimo supporto per una terapia, ma non può sostituirsi alla terapia quando essa sia necessaria. E, proprio per questo, sono felice di poter collaborare e confrontarmi con medici, in uno scambio che arricchisce entrambi, ma non modifica gli ambiti le reciproche competenze.

La premessa indispensabile

Ma qual è allora la premessa di cui lo Yoga si occupa? Giusto pochi giorni fa mi è capitata sotto gli occhi una galleria di immagini degli allenamenti della marina taiwanese. L’articolo titolava “Lo stretching estremo degli uomini rana” e nelle immagini riconoscevo qualcosa di familiare. Nei commenti, qualcuno obiettava: “Ma quale stretching estremo, questo è Yoga!”:

Stretching

Errore. Malgrado questa postura sia del tutto simile alla āsana (cioè alla postura) chiamata Supta virāsana, gli uomini rana non stanno praticando Yoga, né sembrano intenzionati a farlo.

Qual è la differenza? Se accettassimo l’equazione (stessa postura=stessa pratica), allora potrei affermare che ho visto donne in avanzato stato di gravidanza e persone di ogni età con i più svariati problemi – anche meniscopatie e lussazioni varie – eseguire la stessa pratica di “stretching estremo”. Ma così non è, perché si tratta di due cose molto distinte, tanto da essere agli antipodi.

Ancora una volta: cerchiamo la premessa! La premessa è il rilassamento e l’ascolto del proprio corpo. Che non è, si badi bene, soltanto un corpo: quando assumiamo una forma, stiamo manipolando non solo le nostre membra, ma l’intero complesso psicofisico. Per questo occorre comprendere bene di cosa stiamo parlando, visto che rilassamento e ascolto sono concetti assolutamente estranei all’educazione corporea e mentale che abbiamo (non) ricevuto.

Il nostro stesso immaginario ne è privo: ad esempio, siamo abituati a considerare il rilassamento come l’opposto del fare, o al limite come a un’alternativa, ma non come a una premessa. Immaginiamo l’uomo d’azione come un barbuto spartano corazzato di muscoli, che va incontro al nemico con la durezza di una roccia e carico di una tensione sovrumana, incurante dei colpi che lo crivellano. Ma non c’è nulla di sovrumano nella tensione. A dire il vero, agli occhi di chi pratica Yoga non c’è neppure nulla di energico.

Nel praticare Yoga, infatti, ci si muove all’opposto (e in linea, ad esempio, a discipline come il Tai Chi Chuan, anche se con modalità differenti). Si entra in posizioni che possono apparire difficili, ma lo si fa rilassati – imparando a respirare – e ascoltando attentamente dall’interno che cosa accade. Se sopraggiunge una tensione improvvisa, se incontriamo disagio o paura, in questa condizione abbiamo modo di poter osservare ciò che accade ben prima di arrivare a un punto di rottura – e, volta dopo volta, superare la difficoltà.

Solo così si può imparare a localizzare e concentrare il lavoro muscolare, evitando le tensioni inutili, ma non si tratta di una semplice ‘efficientazione’ energetica. Nel rilassamento, possiamo attingere a un bacino di energia molto più ampio di quanto la nostra mente possa immaginare. Non è un’affermazione che mi interessi qui giustificare dal punto di vista scientifico: per chi pratica, è un dato di fatto. Chiunque può farne l’esperienza.

Un indiano che pratica Yoga, dall'archivio storico di LIFE Magazine, 1949
Un indiano che pratica Yoga, dall’archivio storico di LIFE Magazine, 1949

In effetti, il rilassamento e l’ascolto non possono essere meccanizzati. Non si conseguono semplicemente compiendo una sequenza di posture. Non schiacci un bottone corporeo e ti rilassi. Per rilassarsi occorre porre la massima attenzione e, se si ascolta veramente, nessuna esecuzione è uguale alle precedenti. Si compie ogni gesto per la prima volta, ogni volta. Praticare Yoga significa disinnescare il pilota automatico, de-condizionare mente e corpo piuttosto che condizionare i muscoli a compiere un lavoro, mentre la mente vaga altrove.

Proprio per questo, il rilassamento può essere molto ‘faticoso’, per chi non vi è abituato. E, proprio per questo, il rilassamento è la premessa non solo per il lavoro fisico, ma anche per la concentrazione. Ma il discorso ci porterebbe molto oltre…

In altre parole, il lavoro parte dall’interno, ha l’obiettivo di coinvolgere e dirigere l’intero complesso (fisico, emotivo e mentale, senza escludere alcun aspetto dal campo di osservazione), mentre il risultato esteriore ne è la semplice conseguenza e ha una rilevanza relativa, perché dipende da molti fattori.

Paradossalmente, chi ha molte rigidità fisiche potrebbe trovarsi avvantaggiato, proprio perché il suo corpo esigerà la massima attenzione; al contrario, chi è molto sciolto potrebbe invece trovare molto più difficile entrare nella pratica, proprio per l’assenza di difficoltà fisica, e dovrà impiegare molta più energia per mantenersi vigile.

In conclusione…

yoga

In conclusione, com’è possibile infortunarsi con lo Yoga, date le premesse indicate sopra? La risposta potrebbe essere semplice: se ciò avviene, è per un difetto nell’insegnamento (dell’insegnante o addirittura del metodo).

O non si conduce l’allievo nella giusta condizione di rilassamento e di ascolto, o si insegnano le posture non correttamente, oppure l’allievo viene forzato oltre i propri limiti: è vero che il limite è qualcosa da superare, ma il compito dell’insegnante è farlo conoscere all’allievo, il quale dovrà superarlo da solo, liberamente, quando arriverà il momento, con tutti gli strumenti che avrà ricevuto.

Ma questa risposta potrebbe essere troppo semplice. L’invito che posso fare è, appunto, osservare e valutare attentamente non soltanto con il raziocinio, ma anche “a pelle”.

Nella mia esperienza con lo Yoga ho avuto due grandi fortune. La prima è di avere incontrato degli insegnanti straordinari, che hanno avuto e hanno una grande pazienza nei miei confronti, dimostrandomi che in primo luogo l’importanza del rispetto per l’allievo e per la sua libertà di scegliere se e quando superare un certo limite: al di fuori della libera scelta, infatti, non vi è pratica di Yoga.

La seconda fortuna in realtà è anteriore cronologicamente, ma ho imparato a considerarla tale solo con il senno del poi: il mio primissimo contatto con lo Yoga fu un disastro, perché incontrai un insegnamento molto rigido, perché contemplava unilateralmente lo sforzo.

Questo incontro mi procurò qualche grattacapo, non tanto fisico, ma altrettanto insidioso dal punto di vista dell’atteggiamento. Alla luce dell’esperienza seguente, imparai che lo Yoga non è sfondare una porta a testate, ma fabbricare la chiave che permette di mettere in moto la serratura.

Queste due fortune mi hanno fatto conoscere entrambi i lati della medaglia e mi hanno fatto comprendere che insegnare Yoga è una grande responsabilità, perché non si gioca con il prossimo e con i suoi limiti, i quali hanno cause molto profonde che non vanno giudicate. Sono anzi una fonte inesauribile di scoperta e di insegnamento per l’insegnante stesso.

Infine, last but not least, ho avuto anche una terza fortuna: ho incontrato e incontro molti allievi straordinari, che mi stupiscono ogni volta. E devo anche a loro, oltre che ai miei insegnanti, quel poco che ho imparato e che ho cercato di esporre in questo articolo.

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Lo Yoga è ‘sicuro’?

30 Luglio 2014 by Marco Invernizzi 2 commenti


Che lo Yoga sia una pratica in netta espansione non vi è alcun dubbio. Basti vedere il grafico più sotto sul numero di praticanti negli Stati Uniti per capire la dinamica del fenomeno e il trend di crescita costante registrato negli ultimi 20 anni. E, se questo non bastasse, l’enorme proliferare di stili diversi, insegnanti e centri più o meno pubblicizzati ad ogni angolo di strada, testimonia una domanda sempre più crescente verso questo tipo di disciplina. Tuttavia, proprio per la presenza da una parte di un’estrema varietà di stili, interpretazioni, commistioni con altre discipline e dall’altra l’assenza di enti regolatori, albi, scuole e/o federazioni, definire il termine Yoga diventa a mio parere ogni giorno sempre più difficile.

E infatti di preciso che cos’è lo Yoga? È una disciplina? È un tipo di ginnastica? Appartiene a quelle attività che si “fanno” o invece si “pratica”?

Forse la definizione che più si avvicina alla realtà è che lo Yoga è una Filosofia in cui la componente psicofisica è il principale strumento di indagine, profondamente radicata nella Tradizione Indiana, ma le cui origini cronologiche non sono chiaramente individuabili e già questo dovrebbe dirla lunga sulla sua vastità e complessità.

Tuttavia, in questo articolo non voglio addentrarmi in un discorso filosofico complesso ed estremamente profondo, su cui esistono testi sacri classici indiani millenari, tomi e tomi di letteratura interpretativa e, non ultimo, moltissime persone infinitamente più qualificate di me nel trattare tali argomenti.

Invece è a mio parere interessante un inquadramento dello Yoga dal punto di vista medico. Infatti una delle prime perplessità da parte di pazienti e non, con cui mi scontro quasi quotidianamente è la seguente: “Ma è sicuro? Non mi farà male? Non mi romperò qualche articolazione? Oddio non riesco neanche a toccarmi i piedi, come potrò mai fare quelle posizioni da contorsionista?”

A queste domande, che spesso sorgono per una pubblicizzazione esagerata degli aspetti più fisici e “contorsionistici” dello Yoga a discapito – ahimè – di quelli più profondi, rispondo principalmente in due modi: in primis condividendo la mia esperienza personale, dove, partendo anch’io da una rigidità fisica notevole, data da anni di attività sportiva molto intensa, nello yoga ho trovato un utilissimo strumento per migliorare l’elasticità muscolare e articolare, prevenendo, se non quasi azzerando, il rischio di infortuni e addirittura andando a correggere una serie di problematiche croniche muscolo-scheletriche che ormai avevo accettato come irreversibili (d’altronde come si dice il ciabattino ha sempre le scarpe rotte…).

In secondo luogo, rispondo con i risultati di una review effettuata nell’ambito della letteratura medica scientifica su quali siano le reali incidenze di eventi avversi associati alla pratica dello Yoga.1Cramer H, Krucoff C, Dobos G (2013) Adverse Events Associated with Yoga: A Systematic Review of Published Case Reports and Case Series. PLoS ONE 8(10): e75515. doi:10.1371/journal.pone.0075515 E qui, come accaduto già per altri argomenti come l’agopuntura o il Tai Chi, ho trovato una letteratura sorprendentemente vasta che dimostra l’efficacia dello Yoga nella cura o nella prevenzione delle patologie più disparate.

Il primo dato, espresso nel grafico qui sotto e già citato in precedenza, è il numero esorbitante di praticanti negli Stati Uniti, circa 15 milioni di persone e, dato secondo me ancora più interessante che a ben 14 milioni di americani (6% della popolazione) è stato suggerito di iniziare a praticare Yoga proprio dal loro medico in relazione ad una problematica specifica di salute.

Grafico 1.001

Purtroppo a causa della eterogeneità di stili e di formazione degli istruttori non esistono dei registri ufficiali e le statistiche presenti in letteratura sugli infortuni legati alla pratica sono perlopiù aneddottici, quindi, per definizione, scarsamente scientifici. Tuttavia questo lavoro effettua un interessante riassunto di tutto lo scibile scientifico sull’argomento e i dati emersi sono comunque interessanti e di spunto per molte riflessioni.

In totale la letteratura medica aggiornata al 2013 registra 76 rapporti aneddottici di eventi avversi associati allo yoga, la stragrande maggioranza dei quali a carico dell’apparato muscolo-scheletrico. Più di metà dei casi sono andati incontro a completa guarigione, uno non si è risolto e addirittura è riportato anche un caso di decesso.

Gli studi più sistematizzati citati nella review riguardano popolazioni che praticano principalmente lo stile Vinyasa che, come sottolineano gli autori, è caratterizzato da un elevata accentuazione dell’aspetto atletico. Tra quelli più rilevanti vi è uno studio Australiano condotto su oltre 2500 praticanti di Yoga che ha indicato come l’80% non abbia mai riportato alcun danno dalla pratica e i restanti danni di lieve entità che si sono risolti in breve tempo senza necessità di alcuna cura.2Penman S, Cohen M, Stevens P, Jackson S (2012) Yoga in Australia: Results of a national survey. Int J Yoga 5: 92–101

Un altro studio, condotto invece nel Nord America, giungeva a conclusioni simili, di cui di seguito un breve estratto a mio parere molto significativo:

A survey in more than 1300 mainly North American yoga teachers and therapists found that respondents considered injuries of the spine, shoulders, or joints the most common; many respondents regarded yoga as generally safe and associated adverse events with excessive effort, inadequate teacher training, and unknown medical preconditions.3Penman S, Cohen M, Stevens P, Jackson S (2012) Yoga in Australia: Results of a national survey. Int J Yoga 5: 92–101
Una indagine in più di 1300 insegnanti di Yoga Nordamericani hanno considerato gli infortuni alla schiena, spalle e articolazioni in genere come le più comuni; molti intervistati hanno definito lo Yoga come una pratica generalmente sicura associando l’insorgenza di effetti collaterali a sforzi eccessivi, inadeguata preparazione dell’insegnante e scarsa considerazione di patologie mediche preesistenti.

Ora, per quanto sia poco simpatico scherzare su un argomento serio come un decesso, tuttavia mi sembra doveroso specificare (come fatto peraltro dagli autori stessi) che l’unica “casualità” yogica parrebbe essere riconducibile ad una non meglio specificata pratica descritta come “voluntary mouth-to-mouth Yoga breathing exercises” (letteralmente esercizi di respirazione Yoga volontaria bocca a bocca), peraltro non documentato come effettiva pratica yogica. Inoltre, un esame tossicologico post-mortem aveva rivelato un quantitativo notevole di barbiturici nel sangue, che sicuramente hanno concorso se non addirittura causato, il decesso dello sfortunato soggetto (caso peraltro occorso nella fine degli anni ’60, in piena epoca hippy).4Corrigan GE (1969) Fatal air embolism after Yoga breathing exercises. JAMA 210: 1923

Non così grave ma comunque significativo è un altro caso di neuropatia indotta da addormentamento indotto da oppiacei e antidepressivi in posizione a gambe incrociate.5Walker M, Meekins G, Hu SC (2005) Yoga neuropathy. A snoozer. Neurologist 11: 176–178 Anche qui, come sottolineano gli autori, siccome lo yoga necessita di consapevolezza e concentrazione, è altamente sconsigliato di praticare sotto effetto di alcool o droghe ricreative.

Visto quindi che gli infortuni più gravi sono riconducibili ad altre cause più che allo Yoga in sé, risulta invece molto più interessante a mio parere la parte riguardante gli infortuni più “comuni” e anche “reversibili”. Ne emergono degli elementi che dovrebbero far riflettere sia i praticanti ma soprattutto gli istruttori di Yoga.

Infatti uno dei primi dati è come la maggior parte degli infortuni sia stata riportata a livello aneddottico negli insegnanti. Ciò pare un controsenso in quanto l’esperienza dovrebbe portarli ad evitare di infortunarsi o comunque a farlo meno rispetto ai loro allievi, anche se rispetto a quest’ultimi – almeno è auspicabile – praticano più a lungo.

Secondo, le posture più associate agli eventi avversi sono tutte posizioni considerate già “avanzate” e non praticabili da principianti o persone con problematiche mediche specifiche, come la posizione sulla testa, il loto e alcune posizioni capovolte.

So-called inversions like headstand and shoulder stand are often regarded as a special category of yoga postures that should be practiced only by experienced practitioners, with extreme care.6Cramer H, Krucoff C, Dobos G (2013) Adverse Events Associated with Yoga: A Systematic Review of Published Case Reports and Case Series. PLoS ONE 8(10): e75515. doi:10.1371/journal.pone.0075515
Le cosiddette inversioni, come la posizione sulla testa sono spesso considerate come una categoria a parte di posizioni yoga che dovrebbero essere praticate solo da praticanti esperti e con estrema cura

Ad esempio, la posizione sulla testa può portare ad un aumento della pressione intraoculare, che comunque ritorna immediatamente a valori di normalità dopo l’uscita dalla posizione e non sono stati registrati casi di patologie croniche a carico dell’occhio date dalla pratica prolungata di tale posizione. Quindi non si vuole scoraggiare la pratica di tali posizioni, ma sensibilizzare sul fatto che bisogna approcciarvisi con una certa consapevolezza, dopo l’aver maturato una discreta esperienza di pratica e soprattutto sotto la guida esperta di un insegnante che sappia bene riconoscere quali sono i limiti dell’allievo.

Da ultimo, molti degli infortuni reversibili riportati in letteratura sono descritti in seguito alla pratica del Bikram Yoga. Per chi non lo conosce, si tratta di uno stile moderno molto fisico che si pratica in stanze riscaldate a 40° e col 40% di umidità. La pratica è molto intensa dal punto di vista fisico e stimola una certa competizione tra i praticanti. Questi elementi, uniti alla temperatura che permette una maggiore facilità di allungamento muscolare oltre alle normali possibilità, può ridurre la capacità di avvertire il proprio limite da parte dell’allievo, aumentando di conseguenza il rischio di infortuni muscolari e/o articolari. Inoltre, sempre legati a questa tecnica, sono stati registrati iponatremia da sudorazione eccessiva che, essendo una prerogativa di soltanto questo stile, non può essere generalizzato allo Yoga.

Concludendo, da questa review emerge che sul numero enorme di praticanti nel mondo l’incidenza di eventi avversi seri è talmente esigua da rendere lo Yoga una pratica sicura. Tuttavia, le certezze sono molto poche a questo mondo e quindi ogni pratica fisica e psicofisica non può dirsi sicura al 100%, anche se i punti emersi in tutto l’articolo dovrebbero far riflettere anche il lettore meno preparato (e forse anche il più prevenuto…) su come alla base degli infortuni vi siano una serie di fattori che esulano dallo Yoga in sé, ma riconducibili a mio parere a quel “buon senso” che dovrebbe essere applicato a prescindere per qualunque attività che si voglia intraprendere.

Infatti la pratica di tecniche avanzate senza adeguata preparazione, l’affidarsi ad istruttori non capaci, l’uso di farmaci o droghe sono, a mio parere, delle bombe a orologeria poste alle fondamenta di qualunque pratica fisica o psicocorporea e non soltanto allo Yoga.

Da ultimo, proprio alla luce di queste considerazioni, sarebbe auspicabile anche un maggiore interesse verso lo Yoga da parte del mondo medico italiano (prendendo esempio dai colleghi americani), visti i numerosi benefici dimostrati in svariate patologie. Magari non limitandosi solo ad una passiva accettazione di efficacia ma cercando di indagare il perché provochi una serie di effetti benefici a diversi livelli (fisico, emotivi e psicologico), da sempre considerati tra loro separati ma forse in realtà più legati di quello che sembra.

In conclusione, una domanda lecita da porsi è: “Sto facendo veramente Yoga?”. Ma la risposta a questa domanda implica considerazioni che esulano dallo scopo di questo articolo e che vorremmo approfondire separatamente. Ad esempio: qual è la vera natura delle posture fisiche nello Yoga? Qual è il loro scopo? Se non siamo in grado di percepire la differenza rispetto alle comuni attività fisiche ‘ludico motorie’, allora forse la risposta alla prima domanda è negativa. E, se siamo davvero interessati a qualcosa che ci faccia entrare in un rapporto differente con il nostro corpo – con notevole beneficio anche per la nostra eventuale attività sportiva e per il nostro benessere complessivo – forse è il caso di cercare oltre.

Note[+]

Note
↑1, ↑6 Cramer H, Krucoff C, Dobos G (2013) Adverse Events Associated with Yoga: A Systematic Review of Published Case Reports and Case Series. PLoS ONE 8(10): e75515. doi:10.1371/journal.pone.0075515
↑2, ↑3 Penman S, Cohen M, Stevens P, Jackson S (2012) Yoga in Australia: Results of a national survey. Int J Yoga 5: 92–101
↑4 Corrigan GE (1969) Fatal air embolism after Yoga breathing exercises. JAMA 210: 1923
↑5 Walker M, Meekins G, Hu SC (2005) Yoga neuropathy. A snoozer. Neurologist 11: 176–178
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La sofferenza

6 Giugno 2014 by Zénon Lascia un commento

E allora, senza solide fondamenta,
tutto è andato in frantumi.
La falsa ebbrezza, quanto è durata?
Dipende.

Se siete rotte al dolore, se avete coraggio,
volontà orgoglio, queste false virtù tanto elogiate,
avete stretto i denti
E avete resistito.

E, per un momento, avete creduto di esserci arrivate.
Talvolta, ahimè, si tiene duro così, per parecchio tempo.
Ci hanno tanto ripetuto che bisogna soffrire sorridendo.
Sorridere, stringendo i denti…
che misera smorfia.

Qui dobbiamo fermarci.
E parlare della sofferenza che abbiamo appena incontrato.
Si è scritto tanto su di essa,
sono state dette tante stupidaggini,
avvelena ancora a tal punto
che bisogna cercare di vederci chiaro.

Voi incontrerete il dolore.
E, non si scappa, bisogna sopportarlo.
Perché?
Perché bisogna vedere. Capire.
E non accettare ciecamente.
Sopportazione, coraggio?
Sono virtù rispettabili. Di cui avrete bisogno.
Ma per superarle.
Non sono grandi virtù.
Sono dei ripieghi.

Ma allora?
Ascoltate bene:
voi incontrerete il dolore.
E non fuggirete via.
Lo sopporterete, soffrirete.
Perché?
Come punizione?
Buon Dio, no!
Punizione?
E di che?
È un’idea molto vecchia che la sofferenza sia nobile, che sia un bene in sé.
Stupidaggini! La sofferenza avvilisce, abbruttisce.
Non placa alcun dio.
Perciò, di grazia, niente crocifissioni, niente flagellazioni!
Allora, soffrire, perché?

Bisogna accettare la sofferenza
per conoscerla. Riconoscerla.
Guardarla in faccia
per capirla. E con ciò stesso liberarsene.
La sofferenza cerca di dirvi qualcosa.
Come potete capire questa messaggera
se la sfuggite!
Aspettatela a piede fermo, datevi a lei,
fondetevi con lei, e scoprirete che era solo
la paura.
Era la distanza che, follemente,
cercavate di mettere tra
lei e voi.
Voi
e la sensazione.
Quale voi?
C’è un voi distinto
da ciò che sentite?

Sì, ancora una volta, ascoltate bene:
la sofferenza…
invece di fuggire, voi vi offrite a lei,
lasciate che vi investa, che vi invada totalmente
senza lottare
e, come per miracolo, scompare!
L’«io» cercava di fuggire, di rifiutare,
scomparso questo «io», c’è solo
la sofferenza.
O, invece, una estrema intensità
che vi apre
e una respirazione immensa, illimitata, onnipotente
che vi invade e vi trascina,
e fa sì che la sofferenza tanto temuta
diventi estasi.

Ci siamo accorti che su Zénon non abbiamo ancora parlato di Yoga, nonostante questa disciplina faccia parte delle vite di gran parte dei nostri autori.

Abbiamo dunque voluto rompere il ghiaccio con questo brano del ginecologo francese Frédérick Leboyer (tratto da Dalla luce, il bambino), che parla della gravidanza, ma le cui parole – che vengono da un’esperienza stra-ordinaria dello Yoga – potrebbero essere dirette a qualsiasi esperienza umana.

In fondo, non c’è una sola nascita (così come non c’è una sola morte), e lo Yoga è un acceleratore delle numerose gestazioni che andremo ad affrontare.

E, in fondo, le parole di cui sopra non riguardano anche il processo che chiamiamo guarigione?

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