Accostare i meridiani della medicina cinese alla pratica dello yoga, nonostante sia un’idea tutt’altro che nuova, ha suscitato qualche malumore su entrambi i versanti. Ma l’incontro e l’interscambio tra yoga e Cina è probabilmente di lunga data…

Con nostra sorpresa, il programma di Yogasana 13 (“Yoga e meridiani: una sintesi possibile?“), ha suscitato in una parte di pubblico due reazioni opposte ma speculari.
La prima reazione si è sollevata tra i praticanti di yoga: “Ma come, abbiamo l’Ayurveda e lo Yoga a dirci come si muove l’energia vitale attraverso le nāḍī, perché andare a cercare nella medicina cinese quello che possiamo trovare in casa?”.
E, dal fronte opposto, quello delle Pratiche di Lunga Vita Cinesi, è arrivata come un eco l’obiezione esattamente speculare: “Ma come? I meridiani vengono attivati con la pratica del Qi Gong, non con lo Yoga! Ognuno deve usare lo strumento che gli è proprio!”.
A queste due reazioni si aggiunge una terza, la nostra, ovvero: “Ma come, dopo decenni di ibridi di ogni genere, un titolo che accosta yoga e meridiani, per di più con un punto interrogativo, suscita ancora scalpore?”.
Una possibile risposta, almeno a quest’ultimo quesito, è che proprio l’aver formulato una domanda, invece di optare per il fatto compiuto (ad esempio: Stretching dei meridiani!), ha presentato il tema come aperto e discutibile.
E allora il nostro stupore si trasforma in soddisfazione, perché era proprio questo l’intento: non semplicemente sovrapporre due paradigmi estrapolati, come appunto è stato notato, da sistemi diversi (in parte) che prevedono metodi diversi (in parte), ma comprendere i presupposti di entrambi e interrogarci sul perché della popolarità, anche nello yoga contemporaneo, del modello dei meridiani, laddove almeno in apparenza esisterebbero risposte autoctone.
Ma, ancora più a monte, dovremmo interrogarci sul perché e con quali scopi meridiani e nāḍī compaiano nelle rispettive tradizioni di origine. Questo ci permetterà di individuare alcuni fattori di grande interesse per fare chiarezza sull’intero quadro, uscendo dalla semplice disputa territoriale.
Meridiani e nāḍī non descrivono lo stesso fenomeno

Il motivo principale dell’interesse odierno per i meridiani è che questi ultimi non hanno un vero e proprio corrispettivo nella tradizione indiana yogica e ayurvedica.
Infatti, i meridiani ordinari della medicina cinese (Jing Mai), sono i circuiti sottili, non visibili a occhio nudo ma accessibili dalla superficie del corpo, attraverso cui l’energia vitale (Qi) regola le funzioni fisiologiche ordinarie in relazione all’organo o al viscere collegato.
Le nāḍī, dal canto loro, sebbene siano anch’esse invisibili, generalmente non risultano né associate a organi specifici né accessibili dalla superficie.
Ma ancora più significativo è il contesto generale in cui vengono descritte. Sebbene infatti vengano nominate fin dalla Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (IX-VIII sec. a.C.) dove si accenna a 72000 nāḍī che originano nel cuore, è probabile che non vi sia granché interesse a una descrizione più precisa della loro collocazione (o perlomeno a metterla per iscritto), e che la cifra di 72000 sia un modo per dire che sono molte.
È con il periodo tantrico (dal VI secolo d.C. circa), che nella sua fase più tarda partorirà lo Haṭhayoga, che il corpo sottile diventa più delineato e l’attenzione si concentra su tre nāḍī apicali: Iḍā e Piṅgalā, i due canali laterali responsabili dell’esperienza ordinaria spaziotemporale, e suṣumnā o madhya nāḍī, il canale centrale che normalmente risulta ostruito o in stato di latenza, che corrisponde al soggetto conoscente.

Ma anche in questo caso l’obiettivo non è mappare in modo esaustivo il funzionamento energetico ordinario come nel caso dei meridiani, quanto di fornire le istruzioni per innescare un processo straordinario, sospendendo la circolazione dell’energia vitale nelle due nāḍī laterali e risvegliando dal letargo il canale centrale.
A ben guardare, le nāḍī, insomma, possono essere assimilate più ai meridiani straordinari (Qi Jing Ba Mai) più che a quelli ordinari, ma questo è, in parte, un altro discorso.
Da notare inoltre che l’Ayurveda, ossia la medicina tradizionale hindu, oltre a riconoscere le nāḍī, prevede anche un’altra classe di canali, gli śrotas, che però corrispondono a strutture fisiologiche visibili a occhio nudo, come le vene, le arterie, le vie respiratorie ecc. Quindi, anche in questo caso, non possono essere accostati ai canali della medicina cinese, che descrivono fenomeni ben più sottili degli śrotas ma meno profondi delle nāḍī.
La precisione e la coerenza del sistema
Il secondo motivo di tanto interesse per i meridiani è del resto facilmente deducibile da quanto fin qui esposto: sono la precisione della mappatura e la solida coerenza del sistema a fare la differenza, e a renderlo estremamente versatile e quindi adatto anche a dialogare con altri paradigmi, come ad esempio la medicina occidentale e, sì, anche sistemi di pratiche psicofisiche appartenenti ad altre culture.
Pertanto, se fioriscono approcci che associano i meridiani alla pratica dello yoga, più che allarmarci per la perdita di purezza di quest’ultimo o per l’appropriazione indebita, dovremmo invece innanzitutto accettare un fenomeno molto meno raro di quanto potremmo pensare, ovvero: quando una tradizione scopre che altrove c’è qualcosa che le manca, o che è formulato in modo più consono a rispondere ai bisogni attuali, lo incorpora.
E qui vogliamo raccontare un caso molto significativo proprio perché non riguarda una sintesi operata in Occidente come ad esempio lo Yin Yoga, ma una realtà molto radicata nella cultura e nell’identità hindu contemporanea.

La Bihar School of Yoga, fondata nel 1963 da Satyananda, è una delle scuole indiane che ha più influenzato il periodo di formazione dello yoga moderno (dobbiamo infatti a Satyananda la formulazione attuale dello yoga nidra). Negli anni ’90, proprio da una sua costola, è nata la Bihar Yoga Bharati, la prima università dello yoga riconosciuta dal Governo Indiano.
Nel 2020 la Bihar School of Yoga ha pubblicato un’opera in tre volumi dal titolo Marma Yoga: yoga of Pranamaya Kosha.
Innanzitutto partiamo dal fondo del titolo: i kośa, secondo una tradizione che risale – anch’essa – alle Upaniṣad, sono i nostri cinque involucri corporei. Pranamaya kośa è il corpo “fatto di prana”, ossia di energia vitale, e si colloca tra il più grossolano annamaya kośa (involucro “fatto di cibo”, ossia il corpo in carne ed ossa) e il più sottile manomaya kośa (involucro mentale).
Più complessa è invece la natura dei marma, che sono tradizionalmente noti come punti vulnerabili: nella letteratura marziale sono indicati come luoghi particolarmente favorevoli per ferire l’avversario, mentre nella letteratura ayurvedica in sanscrito si raccomanda di non danneggiarli in quanto potenzialmente letali per il paziente. Tuttavia, come nota Dominik Wujastik, dalla fine del secolo scorso “si è diffusa la tendenza a reinterpretare i marma come punti di trattamento terapeutico, quasi fossero l’equivalente indiano dei punti di agopuntura o moxibustione cinesi.”1Dominik Wujastik, Interpreting the Image of the Human Body in Premodern India.
Ebbene, l’opera della Bihar School Of Yoga si spinge ancora più in là.
Già sfogliando l’indice generale, si nota che all’interno del paradigma tipicamente indiano di interpretazione della realtà (la teoria dei guṇa o tre tendenze fondamentali, i principi qualitativi o tattva, i cinque kośa ecc.) non solo nāḍī e marma sono organizzati secondo lo stesso criterio della medicina cinese, ossia in associazione agli stessi organi e visceri, ma corrispondono esattamente ai meridiani e ai punti della medicina cinese:

Come ci dobbiamo rapportare nei confronti di questo strano ibrido, che cita con disinvoltura lo Huangdi Nei Jing (il “Canone di Medicina Interna dell’Imperatore Giallo”) e la filosofia del Samkhya? Forse, non dobbiamo pretendere troppa precisione filologica. Tuttavia, in quanto origina da una delle due culture oggetto dell’ibridazione merita rispetto per il coraggio e per la determinazione nella ricerca dell’oggetto, al di là delle parole e delle categorie che a volte, più che illuminare, confondono.
Perché, come ci insegna proprio la linguistica indiana, un conto è la parola mucca, un conto è l’idea di mucca, e un conto è la mucca là fuori. E quando si tratta di pratiche “in prima persona” come lo yoga, la mucca in carne ed ossa è meglio non farsela scappare.
L’ibridazione non è degenerazione: i rapporti tra India e Cina
Aborrire le ibridazioni significa non conoscere la storia dello yoga, nato probabilmente in ambito eterodosso e in seguito assimilato dall’ortodossia brahmanica, ma adottato e adattato anche in ambito jaina, buddhista2Buddhista, e per di più redatto in tibetano, è peraltro il trattato più antico in nostro possesso di yoga fisico, recentemente tradotto da Giacomella Orofino in The Dawn of Physical Yoga. Dispelling the Hindrances to Immortality. e persino islamico.
Oggi sembra impossibile, data la rivalità tra hindu e musulmani, ma ci fu un periodo in cui lo yoga si diffuse anche in ambienti islamici. A chi considera un pericolo le contaminazioni, consiglieremmo quale antidoto la lettura del Padmāvat di Malik Muhammad Jayasi, un poema del XVI secolo scritto da un Sufi che abbraccia in un sol colpo gli stilemi della poesia classica indiana e l’intero pantheon hindu, lo yoga di Gorakhnāth e la mistica degli innamorati di Dio senza temere di tradire sé stesso.

Questo ovviamente non significa che qualsiasi accostamento abbia lo stesso valore, né vuole avvallare ogni nuovo prodotto di laboratorio sfornato quotidianamente dall’industria dello yoga al solo scopo di produrre reddito.
Significa invece comprendere che l’evoluzione e l’interscambio culturale sono da sempre il lievito che rende le tradizioni vive, anche per quanto riguarda una “disciplina millenaria” (come vuole l’immancabile dicitura) qual è lo yoga.
A ciò si aggiunge che l’incontro tra Cina e India con ogni probabilità non è nuovo, anche se è difficile da documentare. Sicuramente il commercio marittimo, l’antica via del tè e il buddhismo (portato in Cina dal leggendario Bodhidharma nel VI secolo, proprio all’alba del periodo tantrico) sono stati veicolo di interscambi non solo commerciali tra le due culture, anche se non sono esclusi contatti ben più antichi.
Da decenni del resto gli studiosi si interrogano sulle somiglianze nelle pratiche alchemiche, sessuali e in generale psicocorporee che emergono con evidenza sotto la coltre delle rispettive simbologie, come evidenzia ad esempio Geoffrey Samuel:
Si potrebbe anche sottolineare la somiglianza tra la pratica meditativa cinese dell'”orbita microcosmica”, in cui il qi è diretto lungo un circuito che sale lungo la colonna vertebrale dal perineo e ritorna verso il basso nella parte anteriore del corpo, e le pratiche indiane di kriyā che utilizzano lo stesso circuito. In entrambi i casi, un collegamento cruciale è creato dal contatto tra la lingua e la parte posteriore del palato superiore (noto come khecarī mudra in sanscrito). In entrambi i casi, cinese e indiano, vengono utilizzati anche esercizi fisici per portare il corpo nel suo complesso in una condizione adatta per eseguire le pratiche interne. Questi sono gli esercizi che in seguito diventano noti in varie versioni come daoyin o qigong nel contesto cinese, come batha yoga nel contesto Śaiva e come phrul khor nel contesto del Vajrayāna tibetano.3Geoffrey Samuel, The Origins of Yoga and Tantra: Indic Religions to the Thirteenth Century, Cambridge University Press, 2008.
Abbiamo corpi diversi se facciamo yoga o se facciamo Qi Gong?
C’è un’ultima questione da affrontare, perché effettivamente qualcuno potrebbe osservare che ogni tipo di pratica abbia un impatto su sistemi diversi. L’ipotesi che mentre pratichiamo yoga abbiamo solo nadi e cakra, mentre i meridiani appartengono solo ai praticanti di Qi Gong, potrebbe non essere così strampalata come appare, almeno per quanto riguarda la prima parte.
Nel corpo yogico c’è infatti una forte componente immaginale. È difficile, ad esempio, ritenere che il passo che segue, tratto dal Ṣaṭ Cakra Nirūpaṇa (ossia il testo su cui si basano buona parte delle odierne concezioni sui cakra), abbia lo scopo principale di descrivere una realtà anatomica:
alla base dell’ombelico, ecco uno splendido [loto] a dieci petali, dal plumbeo lucore di una nube gravida di pioggia. Entro i petali si trovano i dieci fonemi dal colore del loto azzurro che iniziano con da e terminano con ha, insieme alle loro lune. Ivi si dovrebbe meditare sul diagramma (mandala) di Vaiśvanara, a forma di triangolo, rutilante al pari del sole nascente. All’esterno di tale triangolo vi sono tre segni chiamati svastika; all’interno si trova la sillaba seminale (biia) del fuoco [= ram].4La traduzione che segue è tratta da Alberto Pellissero, I cakra: le ruote dell’energia nella tradizione indiana, Manganelli, 2016.
Le reiterate esortazioni a meditare su questo o quel simbolo sono oggi considerate le prove che questi passaggi siano soprattutto istruzioni per la visualizzazione di simboli durante il processo contemplativo.
Anche se ciò non spiega del tutto perché l’ombelico è di per sé un luogo piuttosto favorevole su cui meditare (come del resto notava già in modo molto più stringato Patanjali), dobbiamo quindi ammettere che sì, il corpo yogico in parte esiste se pratichiamo yoga, nel momento in cui proiettiamo mentalmente determinati simboli, valori o archetipi psicologici in specifiche locazioni. O nel momento in cui dirigiamo il respiro in una parte del corpo, atto che racchiude propriocezione, capacità di dirigere l’energia vitale e sicuramente anche immaginazione.
Esiste del resto un fenomeno, osservato e applicato nella riabilitazione, chiamato motor imagery (a cui abbiamo dedicato un ciclo di seminari) per cui immaginare un movimento attiva il sistema nervoso tanto quanto compierlo effettivamente. Lo yoga ci insegna che questo principio funziona anche nella stasi meditativa, dove il fine ultimo è la reintegrazione del microcosmo corporeo nel macrocosmo.

Anche la tradizione cinese, dal canto suo, possiede una fitta simbologia, fatta di campi di cinabro e Corti gialle, e i punti di agopuntura sono spesso evocativi, come ‘Piscina Celeste’ o ‘Governatore della testa sulle lacrime’. Tuttavia non possiamo dire che il sistema dei meridiani abbia una componente immaginale e iniziatica come alcuni elementi del corpo yogico.
I meridiani sono infatti un paradigma medico, che in quanto tale viene applicato a qualsiasi essere umano. Per cui, essi non esistono quando facciamo Qi Gong e cessano di esistere quando facciamo yoga, non richiedono né una iniziazione né di ‘creare’ attivamente con l’immaginazione un corpo.
Certo, possiamo discutere se il sistema dei meridiani possa essere tollerato o accettato dalla scienza moderna (ne ha parlato molto tempo fa il prof. Claudio Molinari in uno dei nostri primi articoli e ce ne parlerà in Yogasana 13), ma dal punto di vista della pratica psicocorporea, la questione è a nostro parere un’altra.
Lo yoga, dicevamo, è un’esperienza “in prima persona”. Finché però si fonda su una conoscenza basata sulle parole (la tale posizione ha effetto sui tali meridiani e quindi…; la pressione sul talaltro punto produce l’effetto…) rimaniamo ostaggi della vita vissuta “in terza”, ed è forte la tentazione di poter delegare a un meccanismo, sia esso un sapere concettuale, una tecnica o una cosiddetta intelligenza artificiale, senza doverci sporcare le mani e ottenendo un risultato in fin dei conti equivalente.
Ma proprio qui rientra il ruolo attivo a cui è chiamato il praticante, ed è proprio qui che si richiede, a partire dall’ascolto, di apprendere come l’intenzione possa muovere l’energia vitale.
Cos’è l’intenzione? È la capacità di muoversi in una direzione, dimenticandosi la meta. Ma questo è un altro capitolo, quello più importante, della storia che racconteremo questo autunno.
Post Scriptum
Siamo tutti strenui difensori della purezza della tradizione indiana, cinese, tibetana, giapponese e via dicendo, pronti a gridare al sacrilegio non appena si accostano elementi da altre culture. Però siamo nati a Milano, Roma, Napoli, Trieste, ne argomentiamo in italiano e a volte abusiamo anche di inglesismi. Non ci scappa una risata?
Note
| ↑1 | Dominik Wujastik, Interpreting the Image of the Human Body in Premodern India. |
|---|---|
| ↑2 | Buddhista, e per di più redatto in tibetano, è peraltro il trattato più antico in nostro possesso di yoga fisico, recentemente tradotto da Giacomella Orofino in The Dawn of Physical Yoga. Dispelling the Hindrances to Immortality. |
| ↑3 | Geoffrey Samuel, The Origins of Yoga and Tantra: Indic Religions to the Thirteenth Century, Cambridge University Press, 2008. |
| ↑4 | La traduzione che segue è tratta da Alberto Pellissero, I cakra: le ruote dell’energia nella tradizione indiana, Manganelli, 2016. |


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