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Articoli

Perché le tecniche di respirazione non funzionano

10 Maggio 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Bramino che pratica Recaka nel Pranayama - Le tecniche di respirazione

Compresi che il mio posto nel mondo corrispondeva a un punto al di là di me stesso, e che questo punto, pur trovandosi dentro di me, non era localizzabile. Era la piccola intercapedine tra il sé e il non-sé, e per la prima volta in vita mia questo non luogo mi apparve come il centro esatto del mondo.

Paul Auster

Il titolo, in un certo senso, mente o esagera: i benefici della respirazione per il benessere psicofisico sono oggi ampiamente riconosciuti, tanto che alcune tecniche di controllo del respiro sono spesso suggerite da operatori sanitari e psicoterapeuti per calmare gli stati ansiosi, migliorare la concentrazione e facilitare il sonno, tra le altre cose.

Sappiamo ad esempio che una respirazione lenta, con l’accento sull’espiro e prevalentemente addominale stimola il nervo vago, che proprio attraverso il diaframma passa, trasmettendo al sistema nervoso autonomo un profondo impulso di distensione. All’estremo opposto, ma c’è un mondo intero nel mezzo, altri utilizzano respirazioni iperventilanti per i più vari scopi ludico-allucinatori, e ciò ha poco a che fare con lo Yoga, checché se ne dica, ma è una possibilità tra le tante. Insomma, le tecniche di respirazione funzionano e proprio per questo si prestano a una vasta gamma di utilizzi raccomandabili o meno.

Sarebbe facile quindi concludere che basta adeguare il respiro a una certa equazione ritmica per fare del nostro cervello quello che vogliamo, l’articolo finirebbe qui e avremmo potuto risparmiare il tempo di scriverlo affidandolo a uno di quei chatbot molto di moda che mettono una parola dopo l’altra secondo un criterio di probabilità.

In realtà, se c’è un senso nel dedicare la propria attenzione al respiro, dovrebbe basarsi su presupposti meno astratti. In altre parole, non è il respiro che si deve adeguare alla mente, ma è la mente che deve imparare ad andare al passo con il respiro, alla ricerca della pulsazione profonda da cui entrambi hanno origine.

Potrebbe sembrare un dettaglio nel momento in cui abbiamo degli obiettivi o una situazione a cui porre rimedio, ma è proprio qui che si gioca la possibilità di andare incontro a qualcos’altro che non siano i propri pensieri, ed è proprio trascurando questa premessa che i più abbandonano, concludendo, come le scimmie in viaggio di istruzione, che il mondo è noioso e viaggiare non serve a niente, non accorgendosi di non essere mai uscite dalla gabbia.

Quindi, siccome dobbiamo farci perdonare il titolo di questo articolo, vogliamo cominciare da quando le tecniche di respirazione non funzionano o smettono di farlo, perché è proprio di fronte alla sfinge del soccorritore se ne va senza avere soccorso che si sente per la prima volta, inaspettato, il proprio respiro autentico.

Contenuti

  • “Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”
  • I due regimi della respirazione
  • Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

“Il soccorritore se ne va senza avere soccorso”

Uno yogi che pratica una tecnica di respirazione - dal murale del tempio Zongdag Lukhang
Uno yogi dal murale del tempio Zongdag Lukhang

Prendiamo un caso abbastanza comune. Le mie prime esperienze sono positive e si sprecherebbero le frasi fatte: grazie agli esercizi di respirazione avverto letteralmente l’aria prendere vita dalle mie narici, quella sensazione leggermente elettrica vivifica ed energizza mente e corpo, proprio come se avessi aperto le finestre in una stanza da molto tempo chiusa e al buio. Tutto è lucidato a nuovo, le sensazioni sono più vive, il mio umore è più stabile, la mente è chiara, fatico meno a prendere sonno e soprattutto mi sveglio riposato.

Tuttavia, quando la novità diventa routine incontro delle difficoltà; mentre prima tutto sembrava così semplice e a portata di mano come premere un interruttore, ora quell’interruttore sembra funzionare a intermittenza e dopo svariati tentativi. Intanto, non solo il respiro diviene forzato – forse non ci metto abbastanza energia, penso – ma mi sorprendo a controllarlo rigidamente anche al di fuori dei momenti di pratica. In breve, ma forse ci vuole un po’ per ammetterlo, perdo ogni beneficio o addirittura vivo un peggioramento dei sintomi che inizialmente quelle tecniche si erano dimostrate efficaci ad alleviare.

Che cosa è successo: come in ogni attività ripetitiva, la pratica si è automatizzata. In altre parole, ho sperimentato la parabola con cui il mentale si appropria anche del ‘qui ed ora’ a cui la respirazione dovrebbe riavvicinarci. La mente fagocita, organizza, programma tutto, dalla vita coniugale alle esperienze trascendenti, organizzando meticolosi percorsi alternativi alle esperienze spiacevoli e pianificando la pantomima formale dei momenti felici, ma purtroppo conservando della felicità solo una memoria.

Così scopro che anche la relazione mente-corpo può ridursi a un circolo vizioso e meccanico, i cui due poli continuano a rinviarsi l’un l’altro, ma senza il palesarsi di qualcos’altro, di quella silenziosa presenza impersonale che emerge dallo sfondo in cui la mente e il respiro tendono a lasciarsi riassorbire per naturale propensione. Mi ritrovo così nella sala d’attesa di qualcosa che non può arrivare, perché l’attendere stesso è la separazione da quello che c’è in questo momento, dal reale. A questo punto, che si spezzi qualcosa è una benedizione, e per tornare a vivere è necessario cessare proprio la pratica di ciò che inizialmente doveva aiutare a rilassarmi.

Naturalmente quello appena descritto è un caso-limite ed esistono innumerevoli sfumature, a volte moderatamente innocue, altre più subdole. Una cosa è certa: ferma restando l’intuizione yogica fondamentale, ovvero che la mente segue il respiro (presupposto perché la mente si avvii oltre sé stessa), tuttavia è anche vero e possibile il contrario, ovvero che il respiro segua la mente: nel primo caso, la produzione di pensieri andrà a sfumare, nel secondo verrà alimentato a prescindere dal tipo di respirazione.

Ma per fare un passo oltre, lo Yoga, ad esempio, chiede innanzitutto di ridefinire i soggetti in gioco.

I due regimi della respirazione

Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Che il respiro sia l’unica funzione autonoma che può essere controllata in modo volontario è un’informazione che andrebbe contestualizzata. Di solito la nozione di questo questo doppio regime dà adito a interpretazioni inconsciamente tendenziose, secondo il pregiudizio mentale per cui ciò che è involontario è per sua natura inferiore a ciò che è volontario.

Pertanto, è facile che, sentendo parlare di respiro consapevole, si intenda con questo il respiro volontario. Ed è facile concludere che attraverso un intervento volontario sul respiro io possa correggere od orientare i processi autonomi. È un errore di prospettiva: in realtà, io ho bisogno di attingere, attraverso il respiro, a quella parte di me che non dipende dalla mia volontà.

Proprio su questo aspetto, Gerard Blitz ha dedicato numerose interessanti intuizioni, raccolte dai suoi allievi ne Il filo dello Yoga (gli a capo sono nell’originale):

Portiamo in noi
due “regimi” diversi
che coabitano e funzionano insieme
Uno è volontario
ci spostiamo nello spazio
pensiamo parliamo
L’altro non è volontario
qualcosa in noi
agisce a nostra insaputa
aziona i nostri organi
equilibra la nostra posizione nello spazio
coordina regola corregge
Questo “qualcosa” è intelligente

Questa intelligenza è diversa
più profonda
complementare alla prima
che chiamiamo mentale

Il ruolo dell’Hațha Yoga
è quello di insegnare all’uomo a creare le condizioni
in cui quest’altra intelligenza
che è in lui
possa manifestarsi e partecipare
alle sue azioni  al suo pensiero alla sua parola
Quando queste condizioni esistono
siamo nello stato di Yoga

Al contrario di quel che si penserebbe, il regime involontario, afferma Blitz, è intelligente. Emerge quindi un problema: cosa impedisce al nostro respiro autentico di trovare espressione? Da dove originano le difficoltà e le limitazioni nel respiro? La risposta è complessa, perché in parte originano da altre aree involontarie, su cui quindi non abbiamo modo di agire direttamente, ma in parte anche per l’ingerenza della componente volontaria, che con scarsa coordinazione e delicatezza cerca di controllare il respiro come controllerebbe i movimenti di un braccio. Qui però non si tratta di passare all’estremo opposto, di invertire la scala di valori: si tratta di “creare le condizioni” per un’integrazione.

Anche per questo, la premessa da cui occorre partire, sempre e non solo in via propedeutica, è di rendere cosciente il respiro naturale, ossia involontario, senza intervenire. Già ci potremmo fermare qui: se ci dedichiamo con serietà a questo compito, ci possiamo accorgere di quanto sia difficile e sempre nuovo. La passività cerebrale è fondamentale; in caso contrario, come osserva Eric Barét, scopriremo soltanto ciò che abbiamo accettato.

La storia finisce quindi senza essere mai veramente incominciata? Al contrario, è proprio qui che tutto inizia. Ci possiamo subito accorgere degli infiniti possibili approcci all’ascolto e della non banalità di alcun particolare che si presenta all’attenzione, ognuno dei quali contiene il tutto: sentire la temperatura, il suono e la traiettoria dell’aria che entra ed esce dalle narici, la pulsazione viscerale, il movimento spinale, costale, articolare ed epidermico, la riconfigurazione degli spazi del corpo e la sensazione di espansione e contrazione che riverbera nell’ambiente, le fluttuazioni nella cognizione del tempo a seconda che si propenda a ‘lasciarsi respirare’ o a intervenire attivamente. La sensazione delle pause, non forzate, naturali che preludono all’emergere dello sfondo da cui inspiro ed espiro sempre più occasionalmente salgono come razzi.

Attraverso questi inviti all’ascolto da cui ci lasciamo sfiorare, potremmo notare che il respiro naturale, quando riceve ascolto cosciente, non rimane uguale a sé stesso, ma come ogni cosa vivente si sviluppa. È proprio da questa terra di confine tra lasciar fare e fare che inizia realmente il pranayama, sia rimanendo nell’informalità, sia attraverso tecniche formali, se non risulteranno superflue, che si svilupperanno come forme di espansione e di esplorazione più che di controllo e costrizione, in cui i due regimi coopereranno in equilibrio.

Un’ulteriore considerazione, non meno importante: uno dei motivi principali per cui il respiro si irrigidisce, perdendo il collegamento con la sua forza vitale, è che reagiamo a sensazioni che interpretiamo come spiacevoli o indesiderabili. È quasi superfluo aggiungere, a questo punto, che è molto probabile che questo irrigidimento alimenterà ciò che respingiamo. Occorre, innanzitutto, includere nell’ascolto anche questa reazione, senza rifiutarla, e coltivare margini di maggior agio: in questo rimando al bellissimo passo di Gioia Lussana riportato nell’articolo precedente sul pranayama come custodire/proteggere piuttosto che come irrigidire/bloccare.

Per concludere, oltre le tecniche di respirazione

I cinque corpi secondo il tantrismo del Kashmir - Perché le tecniche di respirazione non funzionano

Vorrei concludere con questo diagramma, tratto da Tantra Illuminated di Christopher Wallis, che illustra i livelli di coscienza del sé secondo lo Sivaismo tantrico che fiorì nel Kashmir medievale. Chi ha dimestichezza con i manuali di Yoga sarà abituato forse a uno schema diverso, quello dei cinque involucri (kosha), di derivazione vedantica, spesso rappresentato graficamente come una matrioska di corpi via via più sottili.

La principale differenza – oltre alla pragmatica aggiunta di uno strato più esterno al corpo ‘in carne ed ossa’, quello della ‘roba’ – è la posizione di Prāṇa, ossia lo strato dell’energia vitale di cui il respiro è principale espressione e veicolo. Collocato tra corpo fisico e corpo mentale nello schema più celebre, qui invece si trova ancora più in profondità, ossia tra Citta, la mente-cuore e Shunya, il Vuoto trascendente, che a sua volta non è vuoto ma ‘contiene’ Cit, la Coscienza.

Ora, occorre considerare che in questi territori gli schemi in generale e le rappresentazioni bidimensionali hanno dei limiti intrinseci e quindi vanno prese con le dovute cautele: ad esempio – ed è un limite che affligge sia questa rappresentazione sia quella più nota – gli strati sempre più interni sembrerebbero limitati e contenuti da quelli esterni, mentre in realtà è vero il contrario: più ci muoviamo verso il centro, più andiamo dal particolare all’universale, dall’individuo al Sé indifferenziato.

Detto questo, i due diagrammi possono almeno in un aspetto convivere, descrivendo il legame a doppia mandata con il respiro: come punto di connessione corpo-mente (siamo ancora nell’individuo) ma al tempo stesso come ponte tra l’individuo e la forza vitale che condivide con tutte le creature. Forza vitale che è a sua volta passaggio privilegiato verso un silenzio che è letteralmente cosa viva.

E anche se gli schemi rimangono pur sempre schemi, possono almeno in questo caso sussurrarci un pur vago suggerimento del perché trovando il respiro possiamo trovare il centro esatto del mondo, e perché trovando il centro possiamo finalmente respirare.

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Archiviato in:Articoli, Yoga Contrassegnato con: Gerard Blitz, Gioia Lussana, hathayoga, pranayama, pratica, respiro, yoga, yoga Novara

Fronteggiare il caos con lo yoga: su ansia e controllo

13 Marzo 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Lo Yoga è efficace per fronteggiare l’ansia? Esistono due modi per scoprirlo. Il primo è estrapolarne una tecnica tra le tante che ci aiuti a ritrovare la calma, ma è bene sapere che è solo una tattica per guadagnare tempo, non una soluzione, e ha il pericolo di alimentare l’amara illusione di poter controllare le emozioni. Il secondo modo è scavare più a fondo negli strumenti filosofici e pratici che lo Yoga ci mette a disposizione per andare alla radice del caos e affrontarlo. In quest’ultimo caso, che è oggetto almeno a livello introduttivo di questo articolo, non bastano cinque minuti, quindi se volete mettetevi comodi.

Sulla infinitezza (Om Det Oandliga) - Un film di Roy Andersson - Ansia e controllo nello yoga

…non per quello che fai e forse malgrado

Anonimo

Ho appena visto un video, uno dei tanti, in cui un insegnante spiegava che per calmare l’ansia non è necessario fare un’ora di yoga, ma ne basta praticare una tecnica per cinque minuti, anche durante una crisi. Essendo un affezionato frequentatore del lato oscuro della mente, non ho potuto evitare di domandarmi: e se a tre minuti e trenta comincio ad accorgermi che non sta passando? Bisogna sempre fare attenzione a indicare l’orologio a chi si sente già schiacciato dagli eventi, e a creare aspettativa in chi ne è intossicato: può funzionare, occasionalmente e con sufficiente entusiasmo, ma la delusione nel medio periodo è inevitabile.

Contributi come quello appena descritto sono oggi molto popolari, complice il formato dei video brevi in cui tutto dev’essere compresso, e per necessità di cose rispecchiano lo spirito dei tempi, in cui ci piace immaginarci automi, meri esecutori di algoritmi che si suppone funzionino nel vuoto e che non vadano al di là dell’uso locale, essendo superflua – del resto non c’è tempo – ogni forma di comprensione (di cosa? ad esempio degli schemi seriali che portano inevitabilmente alla sofferenza, la quale trovando una strada sbarrata riuscirà nel tempo ovviare per altre vie: la resilienza vale anche nel farsi del male).

Certo, bisogna riconoscere i buoni intenti, la volontà di essere utili anche a chi non si è ancora mai accostato alle pratiche psico-corporee, fornendo degli strumenti rapidi e alla portata di tutti. Ma anche di questo principio, su cui peraltro ci sarebbe molto da discutere (apro la valvola cinque minuti per poi tornare alla mia vita insopportabile), non sarei nemmeno troppo sicuro.

In parecchi casi, infatti, la micropratica proposta richiede in realtà delle competenze che non sono per nulla scontate nel neofita, e che implicano un certo grado di interiorizzazione e di pratica, un orecchio quasi musicale che in pochi minuti, schiacciati dall’obbiettivo da raggiungere, non è possibile acquisire: ad esempio, la capacità di coordinare movimento e respiro, di regolare (cioè di prolungare e di rendere omogeneo) il respiro stesso o di trattenerlo per un numero precisato di secondi, fossero anche pochi, senza che l’inesperienza e la volontà di dominio non peggiorino le cose.

La capacità, o l’incapacità, insomma, di controllo sul proprio corpo e sulle funzioni vitali, se male intesa o male applicata può addirittura produrre nell’ansioso un aumento dei sintomi anziché calmarli: che cos’è l’ansia se non la drammatica esperienza di non poter tenere sotto controllo ciò che sta accadendo? e, risalendo ancora più a monte, di poterlo e di doverlo tenere sotto controllo? Scendendo a valle, potremo osservare come spesso sono proprio i nostri tentativi di controllare l’incontrollabile a soffiare sul fuoco.

Contenuti

  • La posizione nell’ansia
  • Quale controllo nello yoga?
  • L’ira della Dea: fronteggiare il caos
  • Congedo
  • Bibliografia

La posizione nell’ansia

a picture of a person displaying despair surrounded with smoke - fronteggiare il caos: ansia e controllo nello yoga
Photo by Mikhail Nilov on Pexels.com

Le tecniche sono estemporanee: se cercando su Google le posizioni di yoga per l’ansia risulteranno sempre diverse, non è soltanto per superficialità dei redattori che spesso riciclano materiale già esistente, ma anche perché a dare sollievo è più spesso ciò che è stato occasionalmente mosso dalla tecnica. Il punto è proprio capovolgere lo schema mentale: pensare che l’ansia passi per aver fatto compulsivamente questo invece di quello è ancora farsi dominare dall’ansia.

Lo yoga, del resto, ha parecchio a che fare con il riconoscimento e con l’accettazione della mancanza di controllo, anzi nell’acquisire una certa disinvoltura nel lasciar correre ciò che deve camminare sulle proprie gambe, senza che per questo il mondo vada a rotoli: è l’esperienza della posizione che deve rimanere rilassata e ricettiva anche quando impegnativa; è, a maggior ragione, l’esperienza del respiro, che in quanto funzione autonoma è molto più prossimo alla Coscienza del pensiero stesso che cerca di figurarsela, la cui traduzione in ritmi predefiniti non può essere automatizzata: bisogna chiedere il permesso, al respiro, prima di prendere le redini, altrimenti si ribellerà o si darà meccanicamente, senz’anima. Una volta appurato questo, può succedere che si verifichi ciò che nell’I Ching è chiamato la preponderanza del piccolo, ovvero quando le cedevoli linee yin dominano le robuste linee yang: in questa circostanza, teoricamente sfavorevole, la tecnica serve allora per respirare poco, per impegnare poco la muscolatura, appena un’idea, ma con risonanza enorme sulla mente.

Pertanto, un suggerimento che darei per affrontare l’ansia è di dimenticarsi le tecniche-cerotto e dedicarsi in tempo di pace a coltivare spazi di attenzione e di meditazione, che sono i veri principi attivi di ogni pratica psico-corporea, indispensabili perché si ricavi, silenziosamente e al riparo dagli sguardi indiscreti, ciò che il buon Hervé Clerc chiama profondità strategica, ovvero zone in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico. Di ciò, ovviamente, non è possibile né consigliabile occuparsene mentre si è sotto attacco («Quando si è di fronte a un branco di rottweiler sguinzagliati è troppo tardi per pensare alla profondità strategica. Ci si dice solo che sarebbe bello averla»).

Condizione indispensabile per mettere in atto il suggerimento di cui sopra, è dedicarsi alle pratiche psicocorporee senza uno scopo. D’accordo, ci accostiamo perché abbiamo il mal di schiena, perché abbiamo il fiato corto, perché siamo stati abbandonati. Ma qualunque sia la lamentela, dobbiamo posarla a terra prima di entrare nella sala pratica: di tutti i principi terapeutici questo è il più portentoso.

E ora un suggerimento che mi permetto di dare agli insegnanti, da pessimo collega: il sapere che non è orientato verso il non so è profano e quindi inadatto a fronteggiare l’ignoto; non c’è una posizione o una respirazione per l’ansia, ma sicuramente si può trovare una posizione nell’ansia e un respiro nell’ansia. Chi si perde nel molteplice, lo dice la parola stessa, è perduto.

Quale controllo nello yoga?

Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin - Ansia e controllo nello yoga
Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin

Detto questo, qualcuno potrebbe obiettare che molte tecniche dello yoga prevedono di controllare e sottoporre a restrizioni il proprio corpo (l’immobilità nell’asana, le mudra), i pensieri, le azioni (yama e niyama), la muscolatura respiratoria (bandha) l’energia vitale (pranayama), e i sensi (pratyahara). Da questo punto di vista, la dimensione che più sembra appropriata è l’ascesi, ma è anche facile cadere nel tranello: se non funziona, non è stato esercitato abbastanza il controllo. Anche popolarmente, lo yoga appare come un esercizio di governo e padronanza di sé e nelle occasioni pubbliche è considerato degno di biasimo per un praticante, non sia mai un insegnante, perdere le staffe o manifestare incontinenza. Eppur tuttavia accade, forse anche perché da qualche parte le energie messe al giogo dovranno pur trovare sfogo.

Prese alla leggera – ovvero: presupponendo che yoga sia un bagaglio di tecniche acquistabili separatamente dalla comprensione – queste pratiche sono potenziali armi a doppio taglio nelle mani dell’ansioso, con cui potrà rinforzare l’illusione di controllo che è invece la radice della propria sofferenza e, al subentro dell’abitudine, arriverà il disincanto e la ricerca di un’altra tecnica ancora (se invece la tecnica porta a un certo punto a una forma di comprensione – il presentimento di un cuore che può essere espresso anche altrimenti – a un certo punto la tecnica sarà superflua).

È quindi importante comprendere quale tipo di controllo è da intendere nello yoga, e perché in questa forma di controllo molto particolare e sottile si debba inscrivere una data di scadenza.

Proprio in questi giorni, girovagando alla ricerca di ispirazione, mi è capitato un vecchio articolo di Gioia Lussana, in cui si rifletteva sui significati del fare un asana. Tra i tanti spunti interessanti su cui varrà la pena tornare in futuro, ve ne è uno proprio dedicato al caso nostro:

La radice verbale yam ha in questo senso un ruolo preminente nella prassi yogica. Termini fondamentali come yama, niyama, samyama, come pure pranayama, sono costituiti da questa radice che evidenzia la centralità dell’elemento ‘custodia’, ‘vigilanza’, ‘difesa’, ‘cura’, ‘preservazione’ che la disciplina interiore (yoga) mette in atto. Non si tratta quindi di controllo o dominio nel senso che comunemente tendiamo a dare, quanto di ‘covare’, ‘riscaldare’, ‘nutrire’, ‘proteggere’ lo stato di unificazione interna che la prassi yogica attua. Il controllo è spesso inteso come una qualità costrittiva del percorso ascetico, senza comprenderne la più vasta portata. Yam è sostenere, tenere, reggere, stabilire, non smuovere, prima e piuttosto che: tenere a bada, frenare, controllare. In ogni caso il freno che la radice verbale prevede è all’insegna del custodire/proteggere piuttosto che dell’irrigidire/bloccare. Significa mantenere il processo stabilizzato nell’alveo che ne favorisce la libera maturazione. Proprio questa difesa custodita, che può evocare l’immagine del tuorlo nell’uovo o dell’embrione nel liquido amniotico è la caratteristica dell’asana, che favorisce l’attitudine contemplativa.

Ora, questo è uno di quei casi in cui un cambio di accezione non è pura questione concettuale ma si trascrive nella carne. Naturalmente il confine tra custodire/proteggere e irrigidire/bloccare è mobile e interpretabile, ma è proprio in questa dialettica tra fluidità e contenimento delle forme che, ad esempio, la vita si preserva, cresce e giunge al suo naturale compimento. D’altro canto, è proprio attraverso un’operazione di forzatura che l’agricoltore fa sì che la pianta si sviluppi, concentri i propri nutrienti e il proprio sapore in dosi di gran lunga maggiori rispetto a quanto non accadrebbe in natura; quest’operazione non prevede tuttavia l’utilizzo della forza bruta, ma l’impiego delle proprie risorse per creare un ambiente protetto quanto basta affinché ciò accada, temporaneamente al riparo dalle intemperie e dai predatori che altrimenti dissiperebbero tali sostanze.

E allora, tornando a noi, le tecniche dello yoga servono proprio a questo: a raccogliere, custodire e nutrire le nostre energie vitali e mentali in luoghi protetti e privilegiati finché non abbiano sviluppato quelle qualità di consistenza e di stabilità per affrontare il campo aperto (si pensi a interpretare in questo senso tecniche quali i bandha come sottile controllo dei diaframmi a sostegno delle apnee, più che come contrazioni brutali da tenere con tutte le proprie forze). A quel punto, ciò che era sostenuto sostiene, ciò che era alimentato alimenta. La tranquillità non richiede più alcuno sforzo, semmai il vero sforzo lo richiederebbe spezzarla.

Si potrà dire che stiamo parlando di stato dell’arte, di eventi miracolosi che si verificano solo in momenti di grazia. Ma anche alla grazia occorre preparare il terreno, attraverso la ricerca di una misura che non può essere segnata una volta per tutte con una pietra di confine.

L’ira della Dea: fronteggiare il caos

Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest'ultimo -Ansia e controllo nello yoga
Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest’ultimo.

Per andarsene da qui
lasciarsi cadere,
lasciare cadere a terra
ogni possibile liquido

Alessandro Ceni

Il mostro è là fuori e noi sappiamo che, se ci presentiamo in queste condizioni, avrà il sopravvento. Possiamo svuotare la cassetta dei medicinali, incollarci alla bottiglia o armarci fino ai denti come nelle sceneggiature più scontate: affidarsi a una tecnica di yoga può rientrare nelle fattispecie appena elencate e in questo caso tutto accadrebbe secondo il copione, per il quale la tradizione indiana aveva un termine preciso: samsara. Il fatto è che neanche rifiutando la parte che ci è stata assegnata ci sottraiamo al moto perpetuo del divenire.

Non andrà tutto bene. Per esperienza, niente è mai andato bene perché qualcuno lo ha ripetuto come una giaculatoria. Non è una pia menzogna, ma qualcosa forse di più miserabile: è una fuga. Grandi uscite a veder le stelle sono invece avvenute di fronte alla consapevolezza che la situazione volge al peggio, che la fine è una possibilità. Ovviamente, lo è anche la follia. Tuttavia, se non si riconosce che c’è bellezza nel tremendo – a cui non a caso, dalla tragedia greca al tantrismo hindu sono associate virtù catartiche – non è possibile evadere dalla miseria della paura.

Le grandi tradizioni, l’idea stessa del Divino, la saggezza più profonda sono solo molto superficialmente dei sostegni per vivere in pace con sé stessi e al riparo da punizioni in questa o in altra vita. A un livello appena più profondo, ci istruiscono su come rapportarci col nostro nulla e con le potenze che abitano nel cosmo come nelle cellule del nostro stesso sangue. Il mostro, ammesso che sia tale, non è detto sia là fuori, ammesso che ci sia un fuori.

Come illustrato da Małgorzata Sacha in un bellissimo saggio, l’ira della dea è il mitologema che condensa nella tradizione hindu la complessa questione delle passioni e del loro potenziale distruttivo. Vale la pena quindi ricordare l’incontrollabile danza di Kali, che nella lettura tantrica è anche signora della trasformazione, non solo dell’annichilimento. La sua ira si manifesta ogni qual volta la sua volontà incontra un ostacolo, la sua energia è stata troppo a lungo compressa.

Kali calpesta il cadavere di Śiva - Ansia e  controllo nello yoga
Kali calpesta il cadavere di Śiva

Ancora più pertinenti ai temi qui trattati sono le strategie per fare fronte all’ira della dea, che rischia di distruggere i mondi: propiziazione, attraverso il sacrificio; sfida, attraverso un confronto attivo; o, infine, la resa: Śiva si getta tra i cadaveri o si trasforma in lattante risvegliando in Kali il pudore della moglie nel primo caso, l’istinto della madre nel secondo.

È quindi per una pura associazione di idee di cui mi prendo tutta la responsabilità che associo per analogia queste strategie alle tre vie (upāya) dello Sivaismo del Kasmhir medievale: la via dei mezzi (che oggi chiameremo delle tecniche), la via potenziata o dell’energia, e infine la via divina o diretta. Come ogni analogia, è imperfetta, soprattutto per quanto riguarda l’opzione mediana, ma proprio questo imperfetto combaciare arricchisce l’accostamento.

Vista sotto la luce della prima strategia, la più a portata di mano, la tecnica non cerca di controllare l’incontrollabile, ma attraverso di essa cedo una parte di me, concretamente o simbolicamente, in cambio della benevolenza della potenza distruttrice, e chiedo di rinascere (è interessante come già nel Vedanta il pranayama fosse a volte narrato in termini di rito sacrificale, in cui la mente ricopre il ruolo di officiante). Se volessimo disporre queste tre strategie su una scala gerarchica o temporale, ciò conduce quindi alla possibilità di assistere da spettatore all’onda dello sconvolgimento emotivo trovandovi il suo nucleo di pace e infine di arrendersi ad esso.

Anche se è la strategia più azzardata e impervia – ogni esitazione sarebbe fatale – la resa incondizionata provoca l’immediata cessazione del conflitto per il venir meno di ogni parte in causa: ma allora chi o cosa deve essere sacrificato, e a chi?

Congedo

Il dramma si scioglie non quando il mostro viene ucciso, perché sappiamo che ne arriveranno altri, e perché dobbiamo riconoscere che la lotta è impari; il dramma, in verità, si scioglie quando l’eroe acconsente a sacrificare il suo ruolo. Le pratiche servono in tempo di pace, perché si arrivi al giorno fatale che è ogni giorno a mani nude.

Dopo tutto questo parlare, però, manca la risposta alla domanda con cui si è concluso il paragrafo precedente, che potremmo anche riformulare: chi ha paura? e di chi o cosa ha paura? Per rispondere, ci vuole un vecchio rompiscatole come Jiddu Krishnamurti:

Mentre osservate, vi rendete conto che l’osservatore è semplicemente un fascio di idee e di ricordi senza alcuna validità o sostanza, ma vi rendete anche conto che la paura è una realtà e che voi tentate di comprendere un fatto reale con una astrazione, cosa che, naturalmente, non potete fare. Ma, in realtà, l’osservatore che dice “Ho paura” è separato dalla cosa osservata cioè dalla paura? L’osservatore è la paura e quando lo si comprende non c’è più alcuno spreco di energia nel tentativo di sbarazzarsene e l’intervallo spazio-tempo tra l’osservatore e la paura scompare. Quando vedete che siete parte della paura, che non ne siete separati che voi siete la paura allora non potete farci più niente; allora la paura giunge totalmente alla fine.

J. Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio

“Respiro solo dimenticandomi di me” scriveva molto più sinteticamente l’immenso Philippe Jaccottet, poeta recentemente scomparso, in Passeggiata sotto gli alberi, un libro che è in sé una cura proprio perché non si propone di medicare nulla: e non c’è forse migliore indicazione su come accostarsi a una pratica Yoga.

Bibliografia

  • Hervé Clerc, A Dio per la parete Nord, Adelphi, 2016
  • Gioia Lussana, I significati dell’Asana nello Yoga, 2012
  • Alessandro Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002
  • Małgorzata Sacha, “L’ira della dea”, in Passioni d’Oriente, a cura di Raffaele Torella e Giuliano Boccali, Einaudi, 2007
  • Jiddu Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio-Ubaldini, 1973
  • Philippe Jaccottet, Passeggiata sotto gli alberi, Marcos y Marcos, 2021
Leggi

Archiviato in:Articoli, filosofia, Poesia Contrassegnato con: Alessandro Ceni, ansia, Gioia Lussana, hathayoga, Hervé Clerc, Jiddu Krishnamurti, Kali, Philippe Jaccottet, tantra, yoga, yoga Novara

Non siamo più in grado di fare molte posizioni di yoga, e forse non è un male

15 Dicembre 2022 by Francesco Vignotto 2 commenti

Le posizioni di yoga più iconiche, come sirsasana, paschimottanasana, per non parlare delle ambitissime capovolte sulle mani, sono oggi impraticabili per la maggior parte delle persone che si rivolgono a questa disciplina, a meno di non scendere a significativi compromessi e adattamenti. Ci dobbiamo stupire di questo scollamento tra ciò che appare sui social e ciò che è nella realtà? Ovviamente no, ma questo ci offre lo spunto per una riflessione su come il vero problema non sia raggiungere un obiettivo, ma orientare le proprie energie in una direzione, e percorrerla.

“Qual è lo scopo di tutto questo?”
“Che io possa conoscere il prāṇa.”

da Krishnamacharya in His Own Words, a cura di A. G. Mohan e Ganesh Mohan

Esisterà ancora, come sembra da certi annunci, qualcuno che si iscrive a un corso di yoga per togliersi la soddisfazione di fare la spaccata a quarant’anni suonati. La realtà dei fatti, però, è ben diversa, e chi insegna questa disciplina potrà riconoscersi in quanto segue con la sua statistica, personale ma a suo modo significativa: per la gran parte delle persone che si rivolgono allo yoga, oggi, molte delle posizioni più iconiche non sono realizzabili né lo saranno dopo uno, cinque, dieci anni di pratica se non con molti adattamenti e molta fantasia.

Se vogliamo essere proprio onesti, tali posizioni – almeno nella loro rappresentazione comune, ‘instagrammabile’ – non sono spesso nemmeno auspicabili, dato che potremmo anche portare a casa il risultato con qualche forzatura in apparenza innocente ma non priva di conseguenze.

Potrebbe apparire una considerazione scoraggiante e già sembra di avvertire il retropensiero di molti praticanti di lunga data: che un tempo lo yoga… che una volta… che la gente non è più disposta… 

In realtà, è vero che i praticanti di venti-trenta anni fa, molto meno numerosi, erano il risultato di una selezione a monte, basata in parte sulla determinazione (per fare yoga dovevo percorrere parecchi chilometri dopo una giornata di lavoro, tornare tardissimo e spesso saltare la cena; oggi è sufficiente colmare la distanza che separa il mio pollice dalla miniatura del video su Youtube). Non possiamo tuttavia nasconderci che, data la scarsa flessibilità degli stili allora più diffusi e degli insegnanti forgiati in quella disciplina, spesso la selezione avveniva anche su criteri di abilità. Non pochi rimanevano tagliati fuori per semplici motivi di conformazione fisica, o si dovevano adattare a un vestito molto scomodo con pochissime possibilità di adattamenti, con scarsa soddisfazione e magari qualche danno collaterale; non pochi, di conseguenza, concludevano di non essere tagliati per lo yoga perché non erano in grado di eseguire una posizione, o perché la propria colonna vertebrale non poteva subire certe sollecitazioni.  

Ora che lo yoga invece è o dovrebbe essere per tutti, nel male (leggi: massificazione e spesso banalizzazione) e nel bene (leggi: accessibilità a insegnamenti alternativi e possibilità di maggior approfondimento), ci accorgiamo che poche persone sono in grado di eseguire il loto e farne una postura stabile, poche, pochissime, sia per ragioni strutturali muscolo-scheletriche, sia di attitudine mentale, hanno i requisiti per eseguire la posizione sulla testa, e quasi nessuno le ambitissime capovolte sulle braccia. 

Ma l’eventualità di inserire una di queste posizioni in una lezione ‘per tutti’ è comunque remota. La realtà è che per molte persone anche posizioni considerate di livello base, come il piegamento in avanti di paschimottanasana, richiederà qualche adattamento, a volte anche a prescindere dall’età e dallo stato di salute generale. 

Ebbene, secondo i criteri ‘tradizionali’ basati sull’abilità (e per tradizionali intendo non secoli, ma i pochi decenni in cui lo yoga è diventato globale, ripetiamo: nel male e nel bene), i molti appena descritti si troverebbero su un gradino inferiore a guardare con ammirazione i pochi abili eletti. Ma, ironia della sorte, di quei pochi eletti, una buona parte molto spesso non sarà in grado di andare oltre il risultato fisico. Insomma, è molto raro – parlo per esperienza personale – che un impeccabile praticante di āsana sia anche un allievo interessante, perché come il bambino non abituato a ricevere dei ‘no’, non incontrando alcun limite significativo dal proprio corpo, non può superarlo (che poi il problema sia più spesso che non ci si accorge del limite, è un discorso affrontato altrove). Per questo, accade anzi che una postura accomodata e parziale diventi il supporto per scoperte molto più stimolanti: chi sa arrendersi al proprio limite, proprio per questo non ha limite.

Non è quindi detto che sia un peccato che certe posizioni siano ormai quasi sempre fuori portata, per lo meno nella versione standard, o che non si riesca a farle affatto. Può anzi darsi che sia invece un’occasione per indagare su ciò che è davvero essenziale nel fare un āsana, e nello yoga in generale: già, ma cosa?  

Lasciamo per il momento in sospeso la domanda e, nel frattempo, mi soffermerei su un dato, non irrilevante per quanto detto più sopra: la gran parte di chi si rivolge allo yoga, oggi, soffre. Soffre di una o più patologie, o di una sindrome, o di un malessere non ancora nominato, che magari non lo ucciderà nel breve periodo, ma che ha trasformato la sua vita un combattimento ininterrotto. E, quando si rivolge allo yoga, non è solo perché – come sempre più spesso accade – glielo ha consigliato il medico o lo psicologo: è perché intuisce – consciamente o meno – che qui può trovare un modo per deporre le armi. 

Lo yoga serve a conoscere il nostro funzionamento, non in teoria, non con una spiegazione, ma in presa diretta. Come reagiamo alle situazioni, al cibo, alle paure, come il corpo anticipa o subisce la scia di ciò che temiamo o avversiamo. Come il precipitarsi verso ciò che desideriamo – fosse anche un āsana – porta molto spesso alla perdita del godimento più vero, oltre a causarci spesso qualche grattacapo. È imparare ad agire, o non agire, di conseguenza, lasciando uno spiraglio a quell’imponderabile che, pur non avendo alcun significato, rende significativa l’esistenza.

E a proposito dell’imponderabile e della domanda che abbiamo lasciato in sospeso: è da poco uscito un piccolo volume dal titolo Krishnamacharya in his own words, una selezione degli appunti che A. G. Mohan prese durante la quasi ventennale frequentazione del suo maestro, di cui fu allievo dal 1970 fino alla di lui morte avvenuta nel 1989. Forse a chi conosce i discepoli del tardo Krishnamacharya questo libretto non dirà nulla di nuovo, eppure si tratta di un documento molto interessante per comprendere ancora meglio quanto già si sapeva: che colui che è oggi celebrato come ‘il maestro dei maestri’, per avere formato negli anni ’30 gli insegnanti che hanno di fatto inventato lo yoga moderno globalizzato, appartenesse in realtà a un altro mondo. Sia per erudizione, che per spessore e per sensibilità.

“Gli āsana dovrebbero essere praticati a seconda delle condizioni fisiche di ognuno […] Non tutti devono fare tutti gli āsana, né tutti gli āsana devono essere sempre eseguiti” leggiamo a pagina 15, e già basterebbe. Ma più che le maniacali elucubrazioni sugli allineamenti corporei dei suoi primi e molto più famosi allievi, al centro degli insegnamenti di Krishnamacharya sullo yoga c’è il prāṇa. Ma che cos’è prāṇa? È il fondamento della vita che nasce dalla coscienza, è ciò che non si vede, ma “protegge l’universo”, che se vogliamo è anche il nostro corpo. Attraverso la pratica dello yoga, prāṇa diventa oggetto di esperienza e, chissà, contribuire a diradare le nebbie che avvolgono il vero soggetto dell’esperienza. Per cui potremmo dire che lo Yoga parte dal visibile ma per rivelare l’invisibile, per restituire la vista a occhi atrofizzati e abbagliati.

Saper andare oltre il visibile sarà sicuramente la sfida per lo yoga nei prossimi anni, almeno per quello che saprà – e sono sicuro che lo saprà – non farsi soppiantare da qualcosa di più smart e alla moda. Intanto, se lo pratichiamo o cerchiamo di insegnarlo, ricordiamoci di questo: stabilire le fondamenta della pratica in ciò che non si vede.

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Uddiyana bandha e il vuoto addominale

12 Ottobre 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

Uddiyana bandha, grazie al suo potenziale riabilitativo e con il nome di vuoto addominale o ginnastica ipopressiva, si sta diffondendo anche fuori dallo Yoga una delle sue pratiche più peculiari, in cui però è difficile separare la componente corporale da quella psichica. Ecco perché, anche praticato come gesto atletico, Uddiyana bandha non può essere soltanto un gesto atletico.

Il vuoto addominale e Uddiyana bandha
illustrazione tratta da Koos Zondervan, Le yoga tantrique, Almora

Che lo Yoga sia spesso ridotto a ‘mero esercizio fisico’ è il cruccio di molti che a questa disciplina hanno dedicato anni di pratica e studio. Il rapporto tra lo yoga moderno e la cultura fisica, compreso il body building, è del resto molto complesso e non liquidabile con giudizi tranchant, anche se a volte vengono meno alcuni capisaldi senza i quali non sarebbe onesto utilizzare l’etichetta di yoga (ad esempio, quando si trasforma la pratica degli asana in esercizio aerobico).

Eppure dobbiamo constatare che, d’altro canto, a volte anche nel fitness penetra qualche principio – non la mera forma – dello Yoga, seppur con tutti i ma e i però del caso e sebbene ovviamente in maniera limitata alla pratica corporea. Ma possiamo negare che uno spiraglio non equivalga a una breccia, per il solo fatto di essersi dimostrato possibile?

Un esempio è la davvero impressionante quantità di contenuti in rete che riguardano il vuoto addominale (detto anche vacuum o ipopressivo), sia come esercizio per il recupero nel post parto, sia come alternativa nel fitness ai classici addominali e come stabilizzazione del core.

Va da sé che, al di là dei vari cappelli con cui viene di volta in volta presentata (chi non ha inventato un metodo, al giorno d’oggi?), non si faticherà a riconoscere in questa pratica una delle tecniche più iconiche dello Yoga, tecnica che, peraltro, a differenza di molti asana popolari, è attestata almeno fin dal Medio Evo nei testi dello hathayoga, che prescrivono di “tirare indietro l’addome e l’ombelico verso l’alto”, aggiungendo che questa pratica “è come un leone vittorioso sull’elefante della morte”.1Svatmarama, Hathapradipika, III, 57

Sebbene qualcuno abbia ravvisato un antecedente nelle pose dei culturisti degli anni ’50-’60, tra cui era uso comune utilizzare il vuoto addominale per sembrare più snelli in vita e più eminenti di torace, è davvero difficile negare che l’influenza culturale dello Yoga e le immagini di praticanti famosi (come non ricordare Umberto Pellizzari?) siano stati di ispirazione a questa tecnica, anche se, dispiace dirlo, raramente viene ammesso.

Il vuoto addominale e Uddiyana bandha

Stiamo parlando, naturalmente, di Uddiyana Bandha. Uddiyana significa “volare verso l’alto” (così come l’ombelico che viene risucchiato dal diaframma) e Bandha “blocco, chiusura, legame”. Nel contesto originale, Uddiyana è in relazione ad almeno altri due ‘bandha’, relativi al perineo (Mula) e alla glottide (Jalandhara) e si tratta di una pratica legata al controllo del respiro e del Prana, oltre che, come vedremo, alla stabilizzazione della colonna vertebrale.

Contenuti

  • Ma Uddiyana non è un comune esercizio…
  • Il vuoto addominale: perché e come funziona. Formulazione ‘grezza’
  • Nella pratica: primo esempio
  • Vuoto addominale e colonna vertebrale. Un altro esempio pratico
  • Che cosa fa Uddiyana Bandha: i benefici fisici
  • Gli effetti di Uddiyana Bandha, un po’ più sottilmente
  • Alcune conclusioni

Ma Uddiyana non è un comune esercizio…

Umberto Pellizzari - Il vuoto addominale e Uddiyana bandha
Umberto Pellizzari

Come mai, anche al netto dell’aspetto pranico, che comprensibilmente in ambito fitness non viene calcolato, trasporre Uddiyana Bandha nelle palestre non è esattamente come prendere a prestito un asana o una sequenza?

La risposta è che Uddiyana, anche se è il più visibile dei tre Bandha, non comporta un gesto esteriore come flettere il tronco o allungare gli ischio-crurali, bensì richiede il controllo della muscolatura profonda, per di più in assenza di respiro e in modalità semi-passiva. Il che, oltre a essere piuttosto stravagante nell’ambito del fitness, significa che per per la sua esecuzione non è sufficiente imitare semplicemente una posa, ma occorre arrivarci, perlomeno all’inizio, attraverso delle manovre indirette, imparando a trasferire l’attenzione dall’esterno alle modificazioni viscerali dell’addome e del torace.

Fa piacere dunque constatare che il mondo del fitness stia scoprendo che non esiste solo la contrazione, ma che vi è un modo alternativo e più sottile di utilizzare il proprio corpo, e in cui è molto importante saper dosare e localizzare azione e rilassamento.

Ovviamente, come evidenzieremo più avanti, vi sono anche dei limiti e dei dubbi riguardo alla trasposizione meccanica di una tecnica che ha vaste ripercussioni sulla sfera pneumatica e psichica, soprattutto perché si dà per scontato che sia possibile delimitare effetti di cui non si conosce la portata con una semplice dichiarazione di intenti (se lo faccio solo come esercizio, rimane per questo solo un esercizio? È lo stesso paradosso della Mindfulness: se mi affaccio sul vuoto solo per calmarmi, il vuoto per questo non si affaccerà su di me?).

Esiste del resto una continuità fasciale nelle strutture coinvolte nel vuoto addominale (oltre alle connessioni onnidirezionali dell’ombelico), ravvisabile nella Linea Frontale Profonda individuata da Myers, una fascia molto interna che non a caso comprende elementi strettamente connessi sia alla pratica dello Yoga (elevatore dell’ano, psoas, diaframma, pleura, pericardio per citarne solo alcuni), sia alla traduzione fisica delle reazioni emotive e dei traumi: quanto basterebbe perché l’argomento trovi sede più consona nell’ambito di una pratica psico-corporea, invece che solamente corporea.

La Linea Frontale Profonda - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
La Linea Frontale Profonda, ovvero il meridiano miofasciale più profondo tra quelli identificati da Myers2Thomas Myers, Anatomy Trains: Myofascial Meridians for Manual Therapists and Movement Professionals

Tuttavia, è molto interessante comprendere nello specifico perché un mondo per alcuni versi così distante come quello del fitness abbia rivolto la sua attenzione a una pratica in apparenza così aliena come Uddiyana, e questo ci farà comprendere qualcosa di più sia del suo funzionamento, sia delle sue implicazioni ulteriori.

Il vuoto addominale: perché e come funziona. Formulazione ‘grezza’

L’interesse per il vuoto addominale, infatti, nasce tra le altre cose dalla constatazione di un problema che negli ultimi anni ha portato a cambiare molto il modo di allenarsi, almeno negli ambienti più evoluti del fitness: molti degli esercizi classici per il rinforzo dell’addome implicano infatti un aumento eccessivo della pressione intra-addominale, il che comporta uno stress eccessivo non solo sugli organi e sul pavimento pelvico, ma anche sui muscoli stessi dell’addome. Non sono rari, infatti, i casi di diastasi addominale (la separazione dei retti) per eccesso di allenamento.

La diastasi addominale, che peraltro è molto comune a seguito di una gravidanza, è d’altro canto uno dei casi principali di applicazione del vacuum/ginnastica ipopressiva, proprio perché questa condizione rende sconsigliato pressoché qualsiasi tipo di esercizio che aumenti la pressione nell’addome.

Il vuoto addominale, come suggerisce il nome stesso, fa esattamente il contrario del classico ‘addominale’: toglie pressione invece di aggiungerne, provocando la risalita dell’ombelico verso la colonna. Per farlo, invece di attivare i muscoli retti addominali (attivi nella flessione del tronco e responsabili della classica ‘tartaruga’), dobbiamo invece coinvolgere due muscoli più profondi, ovvero il muscolo trasverso dell’addome (lo strato più interno della muscolatura addomnale) e il diaframma.

Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Un modo per spiegarlo è il concetto di estensione assiale, preferibilmente dopo un espiro. Se infatti al termine di una espirazione addominale (con cui l’ombelico si avvicinerà appunto alla colonna) estendiamo la colonna allontanando il torace dal bacino (nella figura un esempio tra i tanti modi di eseguirlo), il contenuto addominale verrà risucchiato verso l’alto assieme al diaframma rilassato.

Che cosa è accaduto? Abbiamo sperimentato la relazione tra le due cavità, quella addominale e quella toracica, e la colonna vertebrale.

La cavità addominale, infatti, è sigillata in basso dal pavimento pelvico (di cui il muscolo-chiave è l’elevatore dell’ano) e in alto dal diaframma toracico. Il volume della cavità addominale non varia durante la respirazione, ma varia la sua forma.

Il muscolo diaframma - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Il muscolo diaframma

La cavità toracica, a sua volta, ha come ‘pavimento’ il diaframma toracico ed ha come ‘tetto’ il diaframma vocale. Durante la respirazione, questa cavità cambia sia di volume sia di forma.

Perché queste informazioni sono importanti? Perché svuotando i polmoni (il diaframma, contratto nell’inspiro verso l’addome, torna rilassandosi in direzione del torace: chi è abituato alla respirazione addominale, può favorire questo processo con il trasverso dell’addome), riduciamo il volume del torace e la sua pressione interna; a questo punto, estendendo la colonna a polmoni vuoti (la cavità toracica è ora sigillata anche in alto dall’epiglottide), la cavità addominale, con tutto il suo contenuto, non può che essere ‘aspirata’ verso l’alto.

In altre parole, il ‘vuoto’ addominale non è un vuoto in senso letterale, perché l’addome non riduce il proprio volume. Lo è tuttavia in senso lato, perché ‘svuota’ la pressione nell’addome, che da positiva (nell’inspiro, con il diaframma contratto e abbassato verso l’addome) diventa negativa (con il diaframma rilassato che viene ulteriormente risucchiato dall’estensione della colonna).

I muscoli addominali, strati - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Gli addominali, strati: lo strato numero 4, più profondo, è costituito dal muscolo trasverso dell’addome.

Nella pratica: primo esempio

Andrè Van Lysebeth - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
André Van Lysebeth

La tecnica, così sviscerata, sembra molto complessa, ma il gesto è intuitivo, tant’è che a molti è capitato di farlo per gioco da bambini. Tuttavia, siccome una cosa è la leggerezza del fanciullo, e un conto è la forma mentis dell’adulto che spesso ha bisogno di comprendere prima di fare, può non essere così semplice, senza alcuna esperienza e con pochi riferimenti a movimenti esterni, giungere al vuoto addominale.

Fortunatamente, esistono molti ‘trampolini’ posturali per ottenerlo, complice il fatto che numerosi asana implicano una leggera attivazione di Uddiyana, e attraverso alcuni accorgimenti possono essere introdotti anche nel contesto di diversi esercizi in uso nel fitness.

Uno dei metodi più semplici per ottenerlo è nella posizione di partenza del mezzo ponte (Setu Bandhasana Sarvangasana), ovvero sdraiati in posizione supina con le gambe piegate. Un particolare molto importante è che in questa posizione una leggera retroversione del bacino (proprio come se ‘congelassimo’ il momento che precede il sollevamento del bacino stesso dal pavimento) appiattirà la curva lombare generando da sé una depressione nell’addome. A questo punto, complice anche la posizione delle braccia (sollevate verso l’alto, dita intrecciate e palmi verso l’alto, o allungate all’indietro), potremo, sia inspirando, sia sollevando il torace in apnea a vuoto nella famosa ‘falsa inspirazione’, ottenere un ulteriore avvallamento dell’addome.

Ma questo ci offre la possibilità di approfondire ulteriormente il funzionamento del vaccum/Uddiyana, attraverso un’altra, e fondamentale struttura coinvolta: la colonna vertebrale, di cui Uddiyana (assieme agli altri due bandha) è uno dei fattori principali di stabilità in numerosi esercizi. Chiariremo dunque un concetto che abbiamo introdotto senza definirlo, ovvero il concetto di estensione assiale della colonna.

Illustrazione dal A. Matthews L. Kaminoff, Yoga Anatomy - Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Vuoto addominale e colonna vertebrale. Un altro esempio pratico

La colonna vertebrale umana si è evoluta sviluppando un’alternanza di curve naturali, ossia di cifosi e di lordosi, dette anche rispettivamente curva primaria e curva secondaria, in base all’ordine in cui, esse compaiono nello sviluppo.

La curva primaria è così chiamata perché è la prima a manifestarsi e nell’adulto si manifesta nella cifosi dorsale. La curva secondaria compare dapprima nella lordosi cervicale e poi in quella lombare.

Marjari Asana Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Marjari Asana, noto anche come il ‘gatto’

I movimenti di flessione e arcuazione possono essere descritti come una neutralizzazione rispettivamente della curva secondaria e di quella primaria. Durante il movimento comunemente noto come ‘gatto’ (Marjari Asana) la colonna vertebrale si conforma alla curva secondaria durante l’inspiro (arcuazione) e alla curva primaria in espiro (flessione).

La coppia Kaminoff-Matthews ha evidenziato come i bandha possano essere analizzati in rapporto a una particolare modificazione della colonna vertebrale, ovvero l’estensione assiale, che a differenza dei due movimenti appena descritti comporta la neutralizzazzione di entrambe le curve. In altre parole estendendo e appiattendo la colonna, preferibilmente a polmoni vuoti, avremo tutti e tre i bandha contemporaneamente.

Estensione assiale Il vuoto addominale e uddiyana bandha
A sinistra, la colonna vertebrale allo stato neutro, con l’alternanza della curva primaria (tratto dorsale) e curva secondaria (lombare e cervicale). A destra, il movimento di estensione assiale, che implica la neutralizzazione delle curve.3A. Matthews, L. Kaminoff, Yoga Anatomy

L’esempio più eclatante è Parvatasana o Adho Mukha Svanasana, il famoso ‘cane a testa in giù’. Nel momento in cui entriamo nella posizione (preferibilmente a polmoni vuoti, ma non è indispensabile, e soprattutto piegando le ginocchia se le gambe tese ci impediscono di spostare il peso verso il bacino), è inevitabile percepire la risalita e la tenuta addominale in assenza di contrazione, per pura azione ‘pneumatica’.

Adho mukha svanasana Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Che cosa fa Uddiyana Bandha: i benefici fisici

Abbiamo già accennato ai benefici fisici dell’Uddiyana/vuoto addominale, ma vale la pena di riprenderli per passare agli effetti trans-fisici della pratica.

Applicata nel fitness, l’attivazione ipopressiva dell’addome profondo permette durante gli sforzi – pensiamo ad esempio al sollevamento pesi – di evitare il pericolo di diastasi e di ernie addominali, mantenendo stabile e protetta la colonna lombare.

Nel post parto, come già accennato, si rivela un metodo molto efficace per recuperare la diastasi addominale (ma attenzione alla seconda fase, ovvero alla risalita del diaframma: se la gabbia toracica si espande può invece separare ancora di più i retti); non dobbiamo sottovalutare anche l’azione di recupero su piano perineale, visto, che, come abbiamo già accennato, l’attivazione del trasverso dell’addome implica anche l’attivazione dei muscoli perineali, evitando che la pressione si scarichi verso il basso.

Uddiyana si rivela dunque fondamentale per il riposizionamento degli organi e, non ultimo, per ritrovare il tono addominale indispensabile per il buon funzionamento di questi ultimi e per il mantenimento della postura.

Diastasi addominale - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Diastasi addominale

I benefici di Uddiyana però non si limitano alla sola cavità addominale, ma si irradiano anche nella cavità toracica; la sua pratica infatti migliora l’afflusso di sangue al cuore (ricordiamo che c’è continuità fasciale anche tra diaframma e pericardio), cuore che assieme ai polmoni riceve massaggio e sostegno: per questo motivo, soprattutto nell’apnea a polmoni pieni, si rivela indispensabile la coordinazione con Jalandhara Bandha, il ‘blocco’ a livello della gola, che impedisce alla pressione di salire al di sopra della settima cervicale.

Proprio per questo, è frequente vedere gli yogi piegare in avanti la testa appoggiando il mento nella fossetta tra le clavicole, oppure avvicinare il mento allo sterno senza flessione alla settima cervicale (ovvero i due modi diversi di eseguire Jalandhara).

I benefici di Uddiyana (e dei bandha in generale) riguardano però anche la colonna vertebrale. Se infatti nel primo esempio di questo articolo abbiamo provocato uddiyana attraverso un espiro seguito da un’estensione spinale, a sua volta il vuoto addominale esercita una trazione sui dischi vertebrali molto efficace per la loro stabilizzazione: proprio per questo, può essere terapeutico non solo per la muscolatura e gli organi addominali, ma anche per diverse patologie del rachide.

Gli effetti di Uddiyana Bandha, un po’ più sottilmente

Dopo essersi liberati dai respiri in entrata e in uscita, cioè dall’uso dei canali sottili periferici, bisogna abbandonarsi alla sensazione del canale centrale. Questa esperienza è quella del soggetto conoscente, legato a tutti gli esseri, unità ultima.

Jayaratha, Tantralokaviveka 
Krishnamacharya Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Krishnamacharya

Non è per gli effetti cosmetici che una pratica si colloca di diritto nello hatha yoga tradizionale, anche quando promette libertà da tutte le malattie. Allora, per comprendere cosa comporti la pratica di Uddiyana Bandha nel contesto originario, dobbiamo scendere un po’ in profondità.

Ciò che qui ci interessa è la sospensione del normale modo di respirare e di circolazione del prana, in favore di un diverso tipo di respirazione e di circolazione dell’energia vitale.

Secondo una visione comune a tutta l’india tradizionale, l’esperienza della dualità che caratterizza l’esistenza ordinaria – attrazione e repulsione, sonno e veglia, contrazione e rilassamento, introversione ed estroversione – deriva dalla scissione fondamentale nella coscienza che rende possibile fare esperienza del mondo, ovvero quella tra soggetto e oggetto, tra l’io e il questo.

La vita stessa nasce e si conserva proprio grazie all’io che si sente vuoto del questo e perciò si precipita ad appropriarsene, per poi tornare ad affermarsi separandosi da ciò che percepisce come altro da sé: in altre parole, respira, sia in senso letterale che lato. Se questa è la vibrazione vitale fondamentale della vita, è tuttavia anche impossibile, per il soggetto che rimane all’interno di questo ciclo senza soluzione, conoscere la propria vera natura. Scopo dello yoga, in quanto mezzo di liberazione, è manomettere questo circolo chiuso, modificando l’ordine e l’accento degli elementi.

Nello specifico, la simbologia dello hatha yoga descrive variamente la dualità e si propone, attraverso le sue tecniche, di superarla. Abbiamo così le coppie di opposti Prana e Apana (il respiro ascendente e quello discendente, espirazione e inspirazione), ma anche Ida e Pingala (le arterie ‘lunare’ e ‘solare’, laterali, controllate dalle due narici, che rappresentano i principi passivo e attivo, la realtà conoscibile e i mezzi di conoscenza).

Come fare, quindi, per non rimanere intrappolati nel ciclo degli opposti? Bisogna trovare lo sfondo di questa dicotomia. E lo sfondo si può percepire innanzitutto attraverso i momenti di soglia, ossia, nel nostro caso, rendendo cosciente e coltivando una terza fase che non è normalmente contemplata, ovvero l’intervallo tra le due fasi, il punto di svolta tra espiro ed inspiro, e tra inspiro ed espiro, il momento privilegiato che il soggetto conoscente può cogliere per prendere consapevolezza del tessuto connettivo tra l’io e il questo.

Sebbene quindi la pratica dello Yoga scopra dapprima il respiro, anche attraverso il movimento, e assecondi l’inspiro e l’espiro, il vero obiettivo è l’emersione di ciò che accade tra le due fasi. Si potrebbe anzi dire che la ritenzione, e anche il gesto “a vuoto”, sia la cifra fondamentale della pratica dello yoga.

Uddiyana e tutti gli altri bandha si inseriscono quindi in quest’orizzonte, a sostegno fisico della terza fase del respiro, ‘congelando’ la muscolatura respiratoria e permettendo ai soffi, altrimenti divergenti, di sintetizzarsi. Si supera così la dualità periferica di Ida e Pingala, di Prana e Apana, legate alla consequenzialità spazio-temporale, e si imbocca il canale centrale, ovvero la Sushumna, che è definita come colei che divora il tempo. E qui ogni definizione perde il terreno sotto i piedi, dove non troviamo migliori parole di quelle del Principe Myskin nell’Idiota di Dostoevskij: “Verrà tempo, in cui non esisterà più il tempo“.

Certo, qui parliamo di tecniche ma la faccenda richiede in primo luogo comprensione profonda, incarnata. Di cosa? Che non è un’esperienza a spezzare il cerchio chiuso delle esperienze e dell’io che esperisce, non è un’azione ma più spesso cogliere che esiste uno spazio tra due azioni, tra due esperienze a divenire cosciente. Tutto ciò, a un livello più fine, non ha alcun bisogno di gesti esterni: Uddiyana e gli altri Bandha possono divenire alla fine delle mudra interiori, o attivarsi spontaneamente.

Alcune conclusioni

Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Tornando a noi, e in contesti più familiari, verrebbe da domandarsi se, per chi ha avuto esperienza di yoga, l’aver afferrato il senso di compiere un gesto “a vuoto” (anche a livello intuitivo e per via empirica), renda diversa non solo l’esperienza del vuoto addominale di Uddiyana Bandha, ma anche quella del comune esercizio fisico.

La nostra personale risposta è sì: l’aver praticato yoga rimodula tutte le esperienze corporea, comprese quelle che sulla carta si troverebbero agli antipodi. A maggior ragione quando si compie un gesto così vicino a Uddiyana, ma anche quando occorra rendere più funzionale un esercizio compiendolo a vuoto: persino i famigerati crunch, compiuti nella consapevolezza della terza fase, possono risultare meno pericolosi di quanto sembrano improvvisamente diventati.

D’altro canto, rimane ancora la questione accennata più sopra: se è possibile prendere una postura dalle molte dello yoga e trasporla in un contesto fitness (e viceversa: come sappiamo è accaduto), essendo il modo di esecuzione che definisce i due ambiti, con Uddiyana è impossibile tecnicamente ‘non portarsi dietro’ qualcosa dello yoga, perché la tecnica stessa richiede l’interiorizzazione di una modalità yogica.

Sia ben chiaro, qui non è in discussione il principio di proprietà o di appropriazione, sebbene sia tendenza umana da tempo immemore mettere la firma su beni comuni, magari con la scusa del ‘metodo’, erigendo interi ‘sistemi’ su frammenti non del tutto assimilati e contestualizzati.

Tuttavia guardiamo un po’ con sospetto la presunzione di poter prendere ciò che ci serve, lasciando sullo scaffale ciò che riteniamo non ci interessi. Nel bene e nel male, beninteso: a volte ci troviamo con molto di più di quanto ci aspettassimo, altre con qualche grattacapo per gestire il quale non disponiamo di strumenti adeguati.

Questo per dire che pensare di eseguirlo “solo come esercizio fisico” non ha molto senso da un punto di vista yogico, soprattutto quando nel contesto originario si valuta tutto lo spettro di implicazioni, comprese quelle psichiche, mentre in quello di arrivo si pretende, non si capisce secondo quali basi, di avere la facoltà di stabilire in quale esatto punto quelle implicazioni si debbano fermare.

Un ultima questione sul tavolo è la gradualità, o meglio ancora il rapporto tra espressione fisica e applicazione di un principio. Per dirla brevemente: abbiamo notato come il vuoto addominale addominale sia sempre rappresentato nella sua forma più compiuta, al massimo grado di aspirazione dell’addome.

Possiamo immaginare, invece, che per acquisire e padroneggiare un principio, sia forse più funzionale imparare a dosare invece che spingere all’estremo? Anche nel mondo ‘laico’ del fitness, l’idea che il più sia sempre più sta diventando un po’ obsoleta.

Note[+]

Note
↑1 Svatmarama, Hathapradipika, III, 57
↑2 Thomas Myers, Anatomy Trains: Myofascial Meridians for Manual Therapists and Movement Professionals
↑3 A. Matthews, L. Kaminoff, Yoga Anatomy
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Esistono gli stili di yoga?

10 Ottobre 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

Quanti stili di Yoga esistono? Risposta breve: dal punto di vista commerciale molti, e rispondono più ai bisogni di fare tribù e di battere cassa che a una visione chiara e particolare; dal punto di vista della metodologia, già il campo si restringe a poche variabili, visto che nella maggior parte dei casi si tratta di approcci alla sola pratica posturale (del resto, in molti casi, per le dimensioni ulteriori dello yoga non esistono né le competenze né la tempra); da un punto di vista filosofico, gli enti si riducono ulteriormente, almeno se consideriamo gli stili oggi presenti ‘sul mercato’, che assomigliano sempre di più a delle confezioni sugli scaffali più che a ‘tradizioni’, ‘lignaggi’ o ‘visioni’ di una particolare scuola o maestro, anche perché queste ultime cose, a differenza delle prime, non si possono comprare con altrettanta facilità.

Ma il latte, quello vero, quello della mucca, dov’è?!

Tiziano Terzani

Forse la prospettiva del perfetto neofita è l’unica che abbia un senso. E allora, abbracciamola.

Chi si approccia allo yoga per la prima volta si trova spesso di fronte a una selva di ‘tanti yoga diversi‘ di cui è difficile farsi una ragione; per alcuni – non è detto che siano le persone più inclini ad esplorarla seriamente – è una festa di luci colorate di cui abbuffarsi, altri – non per forza più o meno seri – rimangono confusi come chi si accosta per la prima volta alla discografia di Frank Zappa, dando per scontato per eccesso di buona fede di trovarvi altrettanta sostanza.

Questo spaesamento coglie chiunque nonostante a livello popolare sia ormai maturata un’idea piuttosto chiara di cosa sia lo yoga di per sé, indipendentemente dalla capacità di definirla a parole (un po’ come accade per la meditazione), e anche chi ne pratica una clamorosa contraffazione ne è quasi sempre pacificamente consapevole.

Intuizione dell’unità del reale ed esperienza della molteplicità: sembra vi siano gli elementi per un’indagine veramente yogica. Non ce la caveremo quindi con un facile ‘lo yoga è uno’, ma dovremo evitare anche di moltiplicare inutilmente gli enti.

Riguardo a quest’ultimo aspetto – ovvero percepire un mondo di sole differenze – prendiamo ad esempio un insegnante che offre uno dei tanti stili presenti sul mercato, o meglio ancora un ventaglio di stili: alla persona interessata non mancheranno gli argomenti per sostenere l’unicità e la specificità di ognuno dei suddetti stili, e spesso la necessità di una classe separata dedicata a ognuno di essi, il che potrebbe anche, da un punto di vista funzionale, essere giustificato, ma introduce una frammentazione che è l’opposto dell’esperienza yogica, ovvero di quell’unità reintegrata, quell’appagamento che deriva nella percezione diretta che ciò che è qui è anche altrove, ma ciò che non è qui non è da nessuna parte. In altre parole, solo un’anima frammentata può pensare che l’ora di Power Yoga contenga qualcosa che nella lezione di Yoga del Sospiro – o in una passeggiata – manca.

Ma anche con questa frammentazione non si può fuggire il confronto, perché ognuno di noi è un frammento. Ciò non ci impedirà da un canto di esercitare il discernimento, dall’altro di riconoscere in un brandello imperfetto e incongruente, forse proprio perché uno qualunque, il tutto.

Yoga-qualcosa e yoga-con-qualcosa: dalla pratica al protocollo

Ora, scremiamo dal mazzo tutti gli yoga-con-qualcosa che si distinguono dalla presenza di un accessorio: yoga con la palla, con la fascia, con il gatto o con la capra; e tutti quelli mirati a particolari tipologie di persone o condizioni: yoga per persone in sovrappeso, yoga per corridori, yoga in gravidanza ecc. Sui primi non ci esprimeremo, i secondi non sono in discussione e a ben vedere non sono stili ma adattamenti: i destinatari sono chiari e inequivocabili (se ne ho bisogno, lo so), e l’esigenza di classi distinte è di ordine pratico.

Che cosa rimane? Se parliamo di yoga moderno come fenomeno di massa – da cui, volenti o nolenti, tutti dobbiamo passare – certo rimane nominalmente qualche lignaggio o tradizione, ovvero il corpus di insegnamenti trasmessi da un maestro o da una scuola ai propri allievi. Già però lo statuto di fenomeno di massa cozza con la dimensione artigianale e se vogliamo settaria che queste realtà implicherebbero.

Non è ovviamente un discorso generalizzabile – esistono delle eccezioni che confermano la regola – ma quando metti in commercio la tradizione a livello globalizzato, essa diventa proprietà intellettuale, la scuola diventa brand multinazionale, l’iniziazione diventa certificazione – ovvero ancora qualcosa che si compra – e l’insegnamento protocollo che tende a tradursi il più possibile in procedure standardizzate, laddove il cuore dell’insegnamento tradizionale sta nei principi, negli orientamenti che sta al singolo attualizzare: senza questo salto lasciato al singolo, non c’è possibilità di trasmissione.

Non a caso i protocolli, a differenza degli insegnamenti, invecchiano: il Daodejing, il Vijñānabhairava o anche gli Yoga Sutra sono molto più attuali – proprio perché da interpretare e attualizzare – di molti dei dettagliatissimi manuali di Yoga scritti negli ultimi cinquant’anni, le cui concezioni biomeccaniche e gli ammiccamenti ai fondamenti scientifici della pratica, per fare un esempio, risultano già superati alla data di pubblicazione.

Ma la maggior parte degli stili che oggi popolano i cartelloni dei centri yoga non appartengono alla fattispecie appena descritta. In molti casa si tratta ormai di marchi di più recente coniazione, a volte nati in reazione ai nomi più tradizionali o come loro evoluzioni, che parlano un linguaggio fitto di anglismi e a volte di scientismi più che di termini sanscriti.

E qui diventa molto difficile districarsi, se prendiamo sul serio la selva di definizioni e di slogan, di dichiarazioni di intenti, di certificazioni e di sotto-marche, di studi a sostegno dell’efficacia (quasi mai indipendenti: quanto potremmo prendere sul serio una ricerca che sancisce la bontà di una marca specifica di cerotti?).

Non neghiamo che ci sia della sostanza – ve ne è sicuramente – ma ci limitiamo ad osservare che le modalità di somministrazione e di presentazione, anche qui piuttosto standardizzate (lo yoga su misura per te, secondo l’umore del giorno, a cui nessuno aveva mai pensato prima, comodamente da casa, lo yoga che meriti o di cui avevi bisogno), rivelano molto più spesso l’impronta smaliziata del consulente di marketing piuttosto che del praticante appassionato.

Molti yoga, uno yoga? Il paradosso degli scaffali

Ci troviamo quindi di fronte a molti yoga sostanzialmente diversi? Calma.

In tutti i casi finora descritti, non ci troviamo quasi mai di fronte a sistemi diversi, ma a degli approcci, a dei metodi di insegnamento e di esecuzione di un repertorio di pratiche piuttosto consolidato: si tratta dell’immancabile pratica posturale (asana); per i più raffinati, anche di pratica energetica a base respiratoria (pranayama, kriya e mudra); e, per chi vuole proprio strafare, anche di approccio alla meditazione (dhyana).

Se volessimo proprio superare noi stessi, ma forse oltrepassiamo anche gli angusti limiti di questo articolo e delle questioni stilistiche, potremmo dire che in ognuno di questi tre elementi dovrebbe essere percepito il sapore dell’altro. E qui ci sarebbe già moltissimo lavoro da fare, tanto da farci dimenticare il nome dello Yoga che siamo entrati a praticare.

Tuttavia sappiamo che le esigenze di uno Yoga massificato vanno in tutt’altra direzione, e che se la Grande Distribuzione non vuole più soppiantare le piccole attività locali, è perché le conviene di più inglobarle. Questo spiega la tendenza, che si va sempre più affermando soprattutto nei centri yoga dei grandi agglomerati urbani, di offrire al pubblico un menù il più ricco possibile di stili, o meglio di molte marche diverse da riporre sugli scaffali.

Questa logica potrà avere certo un riscontro di tipo commerciale (ma per chi? per chi acconsente a posizionarsi su uno scaffale o per chi decide la forma e le regole di posizionamento in tutti gli scaffali in tutti i supermercati?).

Tuttavia, se è la sostanza che ci interessa, un contesto simile suggerisce a volte l’impressione di uno Yoga ‘a comparti stagni’, dove ogni stile – incompossibile all’altro – pone l’accento su un singolo aspetto particolare e sul polo di una dicotomia, invece di cercare un equilibrio complessivo e quella unità di fondo di cui parlavamo più sopra: la dolcezza o la forza, il rigore nell’allineamento o l’adattamento alle singole corporature, il gesto atletico o l’introspezione, fino al gettonatissimo dilemma – perché facilmente identificabile – tra yoga statico e yoga dinamico (dilemma che, sia detto per inciso, sarebbe ora di educare a superare).

Si aggiunga anche che molti dei tratti con cui diversi stili si identificano sono o dovrebbero essere patrimonio dello yoga in generale, il che fa dubitare – delle due l’una – delle competenze o della buona fede: ad esempio, il ruolo vigile e attivo del respiro nel movimento e nella stasi, il rilassamento nell’esecuzione, la pratica di alcune posizioni per un tempo prolungato, l’attitudine ‘mindful’ e gli effetti vago-tonici della pratica.

Nella girandola dei nomi finisce spesso anche lo Hatha Yoga, come uno stile tra i tanti, o un farmaco generico a cui grazie al cielo nessuno è ancora riuscito a mettere la firma; tuttavia riconoscere il debito di ogni brand contemporaneo nei confronti della propria matrice sarebbe questione di buona educazione e di onestà intellettuale, a meno che dello Yoga sappiamo solo ciò che ci hanno raccontato.

Ma l’avere praticato – e magari essere abilitati ad insegnare – tanti stili diversi significherà aver acquisito altrettante abilità o soltanto un patentino per utilizzare un nome? E come mettere a frutto, ovvero come potranno queste tante abilità aiutarmi a risalire quell’unità di fondo che è l’obiettivo dello yoga, se i comparti stessi non vengono messi in discussione, se cioè la sintesi creativa dell’esperienza personale è inibita da motivi strutturali?

Insomma, pur riconoscendo legittime e a volte pure necessarie le ragioni di metodo, di approccio e anche pecuniarie di ‘tanti yoga diversi’, per dirla con Terzani: ma lo yoga, quello vero, quello della mucca, dov’è?

La domanda sorge spontanea in un campo dove l’esibizione di titoli assomiglia sempre più pericolosamente a mettere le mani avanti. Quel che è certo è che chi si lascerà guidare da quell’idea intuitiva – ormai comune ai più – di cui parlavamo all’inizio, prima o poi troverà o verrà trovato da ciò che cerca. Chi invece presterà più attenzione del dovuto all’attribuito accanto alla parola Yoga, si prepari a un pellegrinaggio per mille parrocchie.

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Praticare yoga con la diastasi addominale si può (se si fa yoga davvero)

2 Settembre 2022 by Zénon Lascia un commento

L’assunto potrebbe valere anche se si sostituisce la diastasi addominale con il disturbo X: se sei in grado di respirare, muovere il corpo e di utilizzare la concentrazione, diceva Krishnamacharya, si può praticare yoga. Certo, bisognerebbe però alzare leggermente il tiro sull’offerta e sulla domanda.

Un post apparso su una pagina dedicata alla fisioterapia per le neomamme ci ha suggerito una riflessione che va anche oltre il tema dello yoga nel post parto. Le autrici invitano infatti alla cautela nel praticare yoga in presenza di diastasi addominale, ovvero l’eccessiva separazione tra la parte sinistra e destra del muscolo retto addominale, fenomeno molto frequente, e in parte fisiologico, dopo una o più gravidanze. 

Nel post si avverte che non basta essere praticanti di lunga data e che anzi vi possono essere casi in cui con lo yoga la diastasi e l’incontinenza peggiori. In sintesi, l’indicazione è che occorre prima imparare ad attivare pavimento pelvico e addome in risposta agli sforzi, suggerendo di chiedere una consulenza con fisioterapisti specializzati in queste problematiche. 

Concordiamo appieno in quanto sopra, compreso il suggerimento finale: in presenza di condizioni particolari, come nel caso in questione, è sempre meglio chiedere il parere di un professionista sanitario, prima di avviare o riprendere un’attività.

Il problema a questo punto è lo yoga, o meglio quanto si trova in giro sotto questo nome e le idee che vengono messe in testa a chi lo pratica e magari vi si appassiona. Non stentiamo a credere ad esempio che certe arcuazioni della colonna, come descritto nel post, possano aver indebolito l’addome di alcune neomamme; e nemmeno ci risulta inverosimile che in alcune classi, per rendere più appetibile la pratica a un pubblico poco interessato all’interiorità, si finisca per fare ‘cose’ che alla fine dei conti sì, non solo gli assomigliano, ma sono proprio dei crunch, e che quindi vengono pure eseguiti male perché in un contesto inadatto.

Però, e per l’appunto, concedeteci un po’ di amarezza per l’immagine del mondo dello yoga che trapela. Amarezza perché questa immagine è verosimile e probabilmente diffusa, ormai persino storicizzata, ma ci rattrista e un ci provoca una certa vergogna, perché non avrebbe molto a che fare con lo spirito di questa disciplina e perché non dovremmo fasci ricordare da altri alcuni principi che dovremmo conoscere bene.

Primo, perché il controllo di pavimento pelvico e addome è (dovrebbe essere) patrimonio dello yoga di lunga data: l’area pelvico-addominale è fondamentale nella regolazione del respiro e quindi dovrebbe essere esplorata nei minimi dettagli; i primi due bandha, Mula e Uddiyana, che vengono attivati sottilmente anche dalle posizioni, sono inoltre dei ‘meccanismi’ di stabilizzazione di quest’area sia da un punto di vista posturale, sia da quello pranico. Nelle arcuazioni, ad esempio, sono indispensabili non solo per l’eventuale diastasi, ma anche per la protezione della colonna lombare. Purtroppo, spesso l’obiettivo di una posizione fotogenica offusca le menti di molti praticanti e (quel che è peggio) di molti insegnanti, facendo loro confondere i mezzi con i fini.

Il secondo motivo di amarezza è ancora più sostanziale perché riguarda il diverso modo di affrontare lo sforzo, che dovrebbe essere proprio ciò che distingue la pratica yogica dalle altre pratiche fisiche. Compiere uno sforzo in assenza di sforzo in termini biomeccanici è un koan proprio come sentire il suono di una mano sola che applaude, e come tale dev’essere affrontato: la spiegazione è non pervenuta a livello razionale, ma alla portata di tutti se guidati in un ascolto profondo ed esteso del proprio corpo.

Diastasi addominale

Il compito principale dell’insegnante di yoga dovrebbe essere creare le condizioni perché gli allievi facciano ciò che devono fare con calma (il che non vuol dire per forza: lentamente), espandendo l’attenzione a fenomeni normalmente ritenuti irrilevanti o automatici, proprio come la respirazione e i movimenti viscerali. Ciò che fa veramente la differenza è che nello yoga il carico lo senti arrivare prima, con tutto il tempo per fermarti in tempo o di accoglierlo dal tuo centro, per cui potremmo dire che la precauzione sta nell’atteggiamento stesso, più che nelle misure di prevenzione (fermo restando, beninteso, che gli infortuni possono capitare anche nella più innocua delle attività).

Per questo, se a lezione  di yoga non vi insegnano il controllo di pavimento pelvico e addome e se state sottoponendo il vostro corpo a carichi paragonabili a quelli di una sala pesi in una palestra low-cost, il suggerimento è: fatevi qualche domanda su ciò che vi viene somministrato, e soprattutto se è proprio lo yoga che vuoi. Se prevale l’obiettivo di tonificare o dimostrare a te stessa che puoi fare acrobazie, esistono infatti numerose altre attività oggi molto più al passo con le conoscenze scientifiche, che hanno reso lo yoga performante obsoleto. Se prevale invece il bisogno di esplorare il vasto e misterioso territorio tra mente e corpo, se anzi percepisci interiormente che la distinzione stessa mente-corpo è limitante, allora lo yoga è una strada senza tempo.

Un’ultima considerazione sulle classi avanzate di yoga, che nel post da cui abbiamo tratto ispirazione vengono sconsigliate per chi soffre di diastasi. Il problema, dal nostro punto di vista, è proprio il concetto di classe avanzata e il criterio che molto spesso lo definisce (ne abbiamo già parlato qui), che non solo invita ad abbassare la guardia sull’ascolto, ma che non ha nulla a che vedere con lo yoga, quanto piuttosto con la sua commercializzazione. Siamo consapevoli che questo criterio è diffuso e non abbiamo mancato di sottolineare quanto sia deleterio il messaggio che trasmette: che la pratica di yoga ‘avanzata’ sia fare posizioni estreme, come se allora bastasse prendere una brava ballerina, o un ginnasta, per fare un grande yogi (e se qualcuno, tra insegnanti e praticanti, è sfiorato dal pensiero “Però sono avvantaggiati”, allora dovrebbe ricominciare dalle elementari). Non è scritto da nessuna parte che più ‘tiri’ o ti allunghi e più ascendi o avanzi nel cammino dello yoga, e infatti non è così.  

La pratica di yoga avanzata è quando capisci che tutto ciò che fai è superfluo: prima di allora, per onestà, ascriviamoci tutti tra i principianti.

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