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Francesco Vignotto

Fronteggiare il caos con lo yoga: su ansia e controllo

13 Marzo 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Lo Yoga è efficace per fronteggiare l’ansia? Esistono due modi per scoprirlo. Il primo è estrapolarne una tecnica tra le tante che ci aiuti a ritrovare la calma, ma è bene sapere che è solo una tattica per guadagnare tempo, non una soluzione, e ha il pericolo di alimentare l’amara illusione di poter controllare le emozioni. Il secondo modo è scavare più a fondo negli strumenti filosofici e pratici che lo Yoga ci mette a disposizione per andare alla radice del caos e affrontarlo. In quest’ultimo caso, che è oggetto almeno a livello introduttivo di questo articolo, non bastano cinque minuti, quindi se volete mettetevi comodi.

Sulla infinitezza (Om Det Oandliga) - Un film di Roy Andersson - Ansia e controllo nello yoga

…non per quello che fai e forse malgrado

Anonimo

Ho appena visto un video, uno dei tanti, in cui un insegnante spiegava che per calmare l’ansia non è necessario fare un’ora di yoga, ma ne basta praticare una tecnica per cinque minuti, anche durante una crisi. Essendo un affezionato frequentatore del lato oscuro della mente, non ho potuto evitare di domandarmi: e se a tre minuti e trenta comincio ad accorgermi che non sta passando? Bisogna sempre fare attenzione a indicare l’orologio a chi si sente già schiacciato dagli eventi, e a creare aspettativa in chi ne è intossicato: può funzionare, occasionalmente e con sufficiente entusiasmo, ma la delusione nel medio periodo è inevitabile.

Contributi come quello appena descritto sono oggi molto popolari, complice il formato dei video brevi in cui tutto dev’essere compresso, e per necessità di cose rispecchiano lo spirito dei tempi, in cui ci piace immaginarci automi, meri esecutori di algoritmi che si suppone funzionino nel vuoto e che non vadano al di là dell’uso locale, essendo superflua – del resto non c’è tempo – ogni forma di comprensione (di cosa? ad esempio degli schemi seriali che portano inevitabilmente alla sofferenza, la quale trovando una strada sbarrata riuscirà nel tempo ovviare per altre vie: la resilienza vale anche nel farsi del male).

Certo, bisogna riconoscere i buoni intenti, la volontà di essere utili anche a chi non si è ancora mai accostato alle pratiche psico-corporee, fornendo degli strumenti rapidi e alla portata di tutti. Ma anche di questo principio, su cui peraltro ci sarebbe molto da discutere (apro la valvola cinque minuti per poi tornare alla mia vita insopportabile), non sarei nemmeno troppo sicuro.

In parecchi casi, infatti, la micropratica proposta richiede in realtà delle competenze che non sono per nulla scontate nel neofita, e che implicano un certo grado di interiorizzazione e di pratica, un orecchio quasi musicale che in pochi minuti, schiacciati dall’obbiettivo da raggiungere, non è possibile acquisire: ad esempio, la capacità di coordinare movimento e respiro, di regolare (cioè di prolungare e di rendere omogeneo) il respiro stesso o di trattenerlo per un numero precisato di secondi, fossero anche pochi, senza che l’inesperienza e la volontà di dominio non peggiorino le cose.

La capacità, o l’incapacità, insomma, di controllo sul proprio corpo e sulle funzioni vitali, se male intesa o male applicata può addirittura produrre nell’ansioso un aumento dei sintomi anziché calmarli: che cos’è l’ansia se non la drammatica esperienza di non poter tenere sotto controllo ciò che sta accadendo? e, risalendo ancora più a monte, di poterlo e di doverlo tenere sotto controllo? Scendendo a valle, potremo osservare come spesso sono proprio i nostri tentativi di controllare l’incontrollabile a soffiare sul fuoco.

Contenuti

  • La posizione nell’ansia
  • Quale controllo nello yoga?
  • L’ira della Dea: fronteggiare il caos
  • Congedo
  • Bibliografia

La posizione nell’ansia

a picture of a person displaying despair surrounded with smoke - fronteggiare il caos: ansia e controllo nello yoga
Photo by Mikhail Nilov on Pexels.com

Le tecniche sono estemporanee: se cercando su Google le posizioni di yoga per l’ansia risulteranno sempre diverse, non è soltanto per superficialità dei redattori che spesso riciclano materiale già esistente, ma anche perché a dare sollievo è più spesso ciò che è stato occasionalmente mosso dalla tecnica. Il punto è proprio capovolgere lo schema mentale: pensare che l’ansia passi per aver fatto compulsivamente questo invece di quello è ancora farsi dominare dall’ansia.

Lo yoga, del resto, ha parecchio a che fare con il riconoscimento e con l’accettazione della mancanza di controllo, anzi nell’acquisire una certa disinvoltura nel lasciar correre ciò che deve camminare sulle proprie gambe, senza che per questo il mondo vada a rotoli: è l’esperienza della posizione che deve rimanere rilassata e ricettiva anche quando impegnativa; è, a maggior ragione, l’esperienza del respiro, che in quanto funzione autonoma è molto più prossimo alla Coscienza del pensiero stesso che cerca di figurarsela, la cui traduzione in ritmi predefiniti non può essere automatizzata: bisogna chiedere il permesso, al respiro, prima di prendere le redini, altrimenti si ribellerà o si darà meccanicamente, senz’anima. Una volta appurato questo, può succedere che si verifichi ciò che nell’I Ching è chiamato la preponderanza del piccolo, ovvero quando le cedevoli linee yin dominano le robuste linee yang: in questa circostanza, teoricamente sfavorevole, la tecnica serve allora per respirare poco, per impegnare poco la muscolatura, appena un’idea, ma con risonanza enorme sulla mente.

Pertanto, un suggerimento che darei per affrontare l’ansia è di dimenticarsi le tecniche-cerotto e dedicarsi in tempo di pace a coltivare spazi di attenzione e di meditazione, che sono i veri principi attivi di ogni pratica psico-corporea, indispensabili perché si ricavi, silenziosamente e al riparo dagli sguardi indiscreti, ciò che il buon Hervé Clerc chiama profondità strategica, ovvero zone in cui ripiegare in caso di sfondamento nemico. Di ciò, ovviamente, non è possibile né consigliabile occuparsene mentre si è sotto attacco («Quando si è di fronte a un branco di rottweiler sguinzagliati è troppo tardi per pensare alla profondità strategica. Ci si dice solo che sarebbe bello averla»).

Condizione indispensabile per mettere in atto il suggerimento di cui sopra, è dedicarsi alle pratiche psicocorporee senza uno scopo. D’accordo, ci accostiamo perché abbiamo il mal di schiena, perché abbiamo il fiato corto, perché siamo stati abbandonati. Ma qualunque sia la lamentela, dobbiamo posarla a terra prima di entrare nella sala pratica: di tutti i principi terapeutici questo è il più portentoso.

E ora un suggerimento che mi permetto di dare agli insegnanti, da pessimo collega: il sapere che non è orientato verso il non so è profano e quindi inadatto a fronteggiare l’ignoto; non c’è una posizione o una respirazione per l’ansia, ma sicuramente si può trovare una posizione nell’ansia e un respiro nell’ansia. Chi si perde nel molteplice, lo dice la parola stessa, è perduto.

Quale controllo nello yoga?

Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin - Ansia e controllo nello yoga
Il Mahasiddha (Grande Adepto) Chandragomin

Detto questo, qualcuno potrebbe obiettare che molte tecniche dello yoga prevedono di controllare e sottoporre a restrizioni il proprio corpo (l’immobilità nell’asana, le mudra), i pensieri, le azioni (yama e niyama), la muscolatura respiratoria (bandha) l’energia vitale (pranayama), e i sensi (pratyahara). Da questo punto di vista, la dimensione che più sembra appropriata è l’ascesi, ma è anche facile cadere nel tranello: se non funziona, non è stato esercitato abbastanza il controllo. Anche popolarmente, lo yoga appare come un esercizio di governo e padronanza di sé e nelle occasioni pubbliche è considerato degno di biasimo per un praticante, non sia mai un insegnante, perdere le staffe o manifestare incontinenza. Eppur tuttavia accade, forse anche perché da qualche parte le energie messe al giogo dovranno pur trovare sfogo.

Prese alla leggera – ovvero: presupponendo che yoga sia un bagaglio di tecniche acquistabili separatamente dalla comprensione – queste pratiche sono potenziali armi a doppio taglio nelle mani dell’ansioso, con cui potrà rinforzare l’illusione di controllo che è invece la radice della propria sofferenza e, al subentro dell’abitudine, arriverà il disincanto e la ricerca di un’altra tecnica ancora (se invece la tecnica porta a un certo punto a una forma di comprensione – il presentimento di un cuore che può essere espresso anche altrimenti – a un certo punto la tecnica sarà superflua).

È quindi importante comprendere quale tipo di controllo è da intendere nello yoga, e perché in questa forma di controllo molto particolare e sottile si debba inscrivere una data di scadenza.

Proprio in questi giorni, girovagando alla ricerca di ispirazione, mi è capitato un vecchio articolo di Gioia Lussana, in cui si rifletteva sui significati del fare un asana. Tra i tanti spunti interessanti su cui varrà la pena tornare in futuro, ve ne è uno proprio dedicato al caso nostro:

La radice verbale yam ha in questo senso un ruolo preminente nella prassi yogica. Termini fondamentali come yama, niyama, samyama, come pure pranayama, sono costituiti da questa radice che evidenzia la centralità dell’elemento ‘custodia’, ‘vigilanza’, ‘difesa’, ‘cura’, ‘preservazione’ che la disciplina interiore (yoga) mette in atto. Non si tratta quindi di controllo o dominio nel senso che comunemente tendiamo a dare, quanto di ‘covare’, ‘riscaldare’, ‘nutrire’, ‘proteggere’ lo stato di unificazione interna che la prassi yogica attua. Il controllo è spesso inteso come una qualità costrittiva del percorso ascetico, senza comprenderne la più vasta portata. Yam è sostenere, tenere, reggere, stabilire, non smuovere, prima e piuttosto che: tenere a bada, frenare, controllare. In ogni caso il freno che la radice verbale prevede è all’insegna del custodire/proteggere piuttosto che dell’irrigidire/bloccare. Significa mantenere il processo stabilizzato nell’alveo che ne favorisce la libera maturazione. Proprio questa difesa custodita, che può evocare l’immagine del tuorlo nell’uovo o dell’embrione nel liquido amniotico è la caratteristica dell’asana, che favorisce l’attitudine contemplativa.

Ora, questo è uno di quei casi in cui un cambio di accezione non è pura questione concettuale ma si trascrive nella carne. Naturalmente il confine tra custodire/proteggere e irrigidire/bloccare è mobile e interpretabile, ma è proprio in questa dialettica tra fluidità e contenimento delle forme che, ad esempio, la vita si preserva, cresce e giunge al suo naturale compimento. D’altro canto, è proprio attraverso un’operazione di forzatura che l’agricoltore fa sì che la pianta si sviluppi, concentri i propri nutrienti e il proprio sapore in dosi di gran lunga maggiori rispetto a quanto non accadrebbe in natura; quest’operazione non prevede tuttavia l’utilizzo della forza bruta, ma l’impiego delle proprie risorse per creare un ambiente protetto quanto basta affinché ciò accada, temporaneamente al riparo dalle intemperie e dai predatori che altrimenti dissiperebbero tali sostanze.

E allora, tornando a noi, le tecniche dello yoga servono proprio a questo: a raccogliere, custodire e nutrire le nostre energie vitali e mentali in luoghi protetti e privilegiati finché non abbiano sviluppato quelle qualità di consistenza e di stabilità per affrontare il campo aperto (si pensi a interpretare in questo senso tecniche quali i bandha come sottile controllo dei diaframmi a sostegno delle apnee, più che come contrazioni brutali da tenere con tutte le proprie forze). A quel punto, ciò che era sostenuto sostiene, ciò che era alimentato alimenta. La tranquillità non richiede più alcuno sforzo, semmai il vero sforzo lo richiederebbe spezzarla.

Si potrà dire che stiamo parlando di stato dell’arte, di eventi miracolosi che si verificano solo in momenti di grazia. Ma anche alla grazia occorre preparare il terreno, attraverso la ricerca di una misura che non può essere segnata una volta per tutte con una pietra di confine.

L’ira della Dea: fronteggiare il caos

Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest'ultimo -Ansia e controllo nello yoga
Durga uccide Raktabīja mentre Kali beve il sangue di quest’ultimo.

Per andarsene da qui
lasciarsi cadere,
lasciare cadere a terra
ogni possibile liquido

Alessandro Ceni

Il mostro è là fuori e noi sappiamo che, se ci presentiamo in queste condizioni, avrà il sopravvento. Possiamo svuotare la cassetta dei medicinali, incollarci alla bottiglia o armarci fino ai denti come nelle sceneggiature più scontate: affidarsi a una tecnica di yoga può rientrare nelle fattispecie appena elencate e in questo caso tutto accadrebbe secondo il copione, per il quale la tradizione indiana aveva un termine preciso: samsara. Il fatto è che neanche rifiutando la parte che ci è stata assegnata ci sottraiamo al moto perpetuo del divenire.

Non andrà tutto bene. Per esperienza, niente è mai andato bene perché qualcuno lo ha ripetuto come una giaculatoria. Non è una pia menzogna, ma qualcosa forse di più miserabile: è una fuga. Grandi uscite a veder le stelle sono invece avvenute di fronte alla consapevolezza che la situazione volge al peggio, che la fine è una possibilità. Ovviamente, lo è anche la follia. Tuttavia, se non si riconosce che c’è bellezza nel tremendo – a cui non a caso, dalla tragedia greca al tantrismo hindu sono associate virtù catartiche – non è possibile evadere dalla miseria della paura.

Le grandi tradizioni, l’idea stessa del Divino, la saggezza più profonda sono solo molto superficialmente dei sostegni per vivere in pace con sé stessi e al riparo da punizioni in questa o in altra vita. A un livello appena più profondo, ci istruiscono su come rapportarci col nostro nulla e con le potenze che abitano nel cosmo come nelle cellule del nostro stesso sangue. Il mostro, ammesso che sia tale, non è detto sia là fuori, ammesso che ci sia un fuori.

Come illustrato da Małgorzata Sacha in un bellissimo saggio, l’ira della dea è il mitologema che condensa nella tradizione hindu la complessa questione delle passioni e del loro potenziale distruttivo. Vale la pena quindi ricordare l’incontrollabile danza di Kali, che nella lettura tantrica è anche signora della trasformazione, non solo dell’annichilimento. La sua ira si manifesta ogni qual volta la sua volontà incontra un ostacolo, la sua energia è stata troppo a lungo compressa.

Kali calpesta il cadavere di Śiva - Ansia e  controllo nello yoga
Kali calpesta il cadavere di Śiva

Ancora più pertinenti ai temi qui trattati sono le strategie per fare fronte all’ira della dea, che rischia di distruggere i mondi: propiziazione, attraverso il sacrificio; sfida, attraverso un confronto attivo; o, infine, la resa: Śiva si getta tra i cadaveri o si trasforma in lattante risvegliando in Kali il pudore della moglie nel primo caso, l’istinto della madre nel secondo.

È quindi per una pura associazione di idee di cui mi prendo tutta la responsabilità che associo per analogia queste strategie alle tre vie (upāya) dello Sivaismo del Kasmhir medievale: la via dei mezzi (che oggi chiameremo delle tecniche), la via potenziata o dell’energia, e infine la via divina o diretta. Come ogni analogia, è imperfetta, soprattutto per quanto riguarda l’opzione mediana, ma proprio questo imperfetto combaciare arricchisce l’accostamento.

Vista sotto la luce della prima strategia, la più a portata di mano, la tecnica non cerca di controllare l’incontrollabile, ma attraverso di essa cedo una parte di me, concretamente o simbolicamente, in cambio della benevolenza della potenza distruttrice, e chiedo di rinascere (è interessante come già nel Vedanta il pranayama fosse a volte narrato in termini di rito sacrificale, in cui la mente ricopre il ruolo di officiante). Se volessimo disporre queste tre strategie su una scala gerarchica o temporale, ciò conduce quindi alla possibilità di assistere da spettatore all’onda dello sconvolgimento emotivo trovandovi il suo nucleo di pace e infine di arrendersi ad esso.

Anche se è la strategia più azzardata e impervia – ogni esitazione sarebbe fatale – la resa incondizionata provoca l’immediata cessazione del conflitto per il venir meno di ogni parte in causa: ma allora chi o cosa deve essere sacrificato, e a chi?

Congedo

Il dramma si scioglie non quando il mostro viene ucciso, perché sappiamo che ne arriveranno altri, e perché dobbiamo riconoscere che la lotta è impari; il dramma, in verità, si scioglie quando l’eroe acconsente a sacrificare il suo ruolo. Le pratiche servono in tempo di pace, perché si arrivi al giorno fatale che è ogni giorno a mani nude.

Dopo tutto questo parlare, però, manca la risposta alla domanda con cui si è concluso il paragrafo precedente, che potremmo anche riformulare: chi ha paura? e di chi o cosa ha paura? Per rispondere, ci vuole un vecchio rompiscatole come Jiddu Krishnamurti:

Mentre osservate, vi rendete conto che l’osservatore è semplicemente un fascio di idee e di ricordi senza alcuna validità o sostanza, ma vi rendete anche conto che la paura è una realtà e che voi tentate di comprendere un fatto reale con una astrazione, cosa che, naturalmente, non potete fare. Ma, in realtà, l’osservatore che dice “Ho paura” è separato dalla cosa osservata cioè dalla paura? L’osservatore è la paura e quando lo si comprende non c’è più alcuno spreco di energia nel tentativo di sbarazzarsene e l’intervallo spazio-tempo tra l’osservatore e la paura scompare. Quando vedete che siete parte della paura, che non ne siete separati che voi siete la paura allora non potete farci più niente; allora la paura giunge totalmente alla fine.

J. Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio

“Respiro solo dimenticandomi di me” scriveva molto più sinteticamente l’immenso Philippe Jaccottet, poeta recentemente scomparso, in Passeggiata sotto gli alberi, un libro che è in sé una cura proprio perché non si propone di medicare nulla: e non c’è forse migliore indicazione su come accostarsi a una pratica Yoga.

Bibliografia

  • Hervé Clerc, A Dio per la parete Nord, Adelphi, 2016
  • Gioia Lussana, I significati dell’Asana nello Yoga, 2012
  • Alessandro Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco, Jaca Book, 2002
  • Małgorzata Sacha, “L’ira della dea”, in Passioni d’Oriente, a cura di Raffaele Torella e Giuliano Boccali, Einaudi, 2007
  • Jiddu Krishnamurti, Libertà dal conosciuto, Astrolabio-Ubaldini, 1973
  • Philippe Jaccottet, Passeggiata sotto gli alberi, Marcos y Marcos, 2021
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Non siamo più in grado di fare molte posizioni di yoga, e forse non è un male

15 Dicembre 2022 by Francesco Vignotto 2 commenti

Le posizioni di yoga più iconiche, come sirsasana, paschimottanasana, per non parlare delle ambitissime capovolte sulle mani, sono oggi impraticabili per la maggior parte delle persone che si rivolgono a questa disciplina, a meno di non scendere a significativi compromessi e adattamenti. Ci dobbiamo stupire di questo scollamento tra ciò che appare sui social e ciò che è nella realtà? Ovviamente no, ma questo ci offre lo spunto per una riflessione su come il vero problema non sia raggiungere un obiettivo, ma orientare le proprie energie in una direzione, e percorrerla.

“Qual è lo scopo di tutto questo?”
“Che io possa conoscere il prāṇa.”

da Krishnamacharya in His Own Words, a cura di A. G. Mohan e Ganesh Mohan

Esisterà ancora, come sembra da certi annunci, qualcuno che si iscrive a un corso di yoga per togliersi la soddisfazione di fare la spaccata a quarant’anni suonati. La realtà dei fatti, però, è ben diversa, e chi insegna questa disciplina potrà riconoscersi in quanto segue con la sua statistica, personale ma a suo modo significativa: per la gran parte delle persone che si rivolgono allo yoga, oggi, molte delle posizioni più iconiche non sono realizzabili né lo saranno dopo uno, cinque, dieci anni di pratica se non con molti adattamenti e molta fantasia.

Se vogliamo essere proprio onesti, tali posizioni – almeno nella loro rappresentazione comune, ‘instagrammabile’ – non sono spesso nemmeno auspicabili, dato che potremmo anche portare a casa il risultato con qualche forzatura in apparenza innocente ma non priva di conseguenze.

Potrebbe apparire una considerazione scoraggiante e già sembra di avvertire il retropensiero di molti praticanti di lunga data: che un tempo lo yoga… che una volta… che la gente non è più disposta… 

In realtà, è vero che i praticanti di venti-trenta anni fa, molto meno numerosi, erano il risultato di una selezione a monte, basata in parte sulla determinazione (per fare yoga dovevo percorrere parecchi chilometri dopo una giornata di lavoro, tornare tardissimo e spesso saltare la cena; oggi è sufficiente colmare la distanza che separa il mio pollice dalla miniatura del video su Youtube). Non possiamo tuttavia nasconderci che, data la scarsa flessibilità degli stili allora più diffusi e degli insegnanti forgiati in quella disciplina, spesso la selezione avveniva anche su criteri di abilità. Non pochi rimanevano tagliati fuori per semplici motivi di conformazione fisica, o si dovevano adattare a un vestito molto scomodo con pochissime possibilità di adattamenti, con scarsa soddisfazione e magari qualche danno collaterale; non pochi, di conseguenza, concludevano di non essere tagliati per lo yoga perché non erano in grado di eseguire una posizione, o perché la propria colonna vertebrale non poteva subire certe sollecitazioni.  

Ora che lo yoga invece è o dovrebbe essere per tutti, nel male (leggi: massificazione e spesso banalizzazione) e nel bene (leggi: accessibilità a insegnamenti alternativi e possibilità di maggior approfondimento), ci accorgiamo che poche persone sono in grado di eseguire il loto e farne una postura stabile, poche, pochissime, sia per ragioni strutturali muscolo-scheletriche, sia di attitudine mentale, hanno i requisiti per eseguire la posizione sulla testa, e quasi nessuno le ambitissime capovolte sulle braccia. 

Ma l’eventualità di inserire una di queste posizioni in una lezione ‘per tutti’ è comunque remota. La realtà è che per molte persone anche posizioni considerate di livello base, come il piegamento in avanti di paschimottanasana, richiederà qualche adattamento, a volte anche a prescindere dall’età e dallo stato di salute generale. 

Ebbene, secondo i criteri ‘tradizionali’ basati sull’abilità (e per tradizionali intendo non secoli, ma i pochi decenni in cui lo yoga è diventato globale, ripetiamo: nel male e nel bene), i molti appena descritti si troverebbero su un gradino inferiore a guardare con ammirazione i pochi abili eletti. Ma, ironia della sorte, di quei pochi eletti, una buona parte molto spesso non sarà in grado di andare oltre il risultato fisico. Insomma, è molto raro – parlo per esperienza personale – che un impeccabile praticante di āsana sia anche un allievo interessante, perché come il bambino non abituato a ricevere dei ‘no’, non incontrando alcun limite significativo dal proprio corpo, non può superarlo (che poi il problema sia più spesso che non ci si accorge del limite, è un discorso affrontato altrove). Per questo, accade anzi che una postura accomodata e parziale diventi il supporto per scoperte molto più stimolanti: chi sa arrendersi al proprio limite, proprio per questo non ha limite.

Non è quindi detto che sia un peccato che certe posizioni siano ormai quasi sempre fuori portata, per lo meno nella versione standard, o che non si riesca a farle affatto. Può anzi darsi che sia invece un’occasione per indagare su ciò che è davvero essenziale nel fare un āsana, e nello yoga in generale: già, ma cosa?  

Lasciamo per il momento in sospeso la domanda e, nel frattempo, mi soffermerei su un dato, non irrilevante per quanto detto più sopra: la gran parte di chi si rivolge allo yoga, oggi, soffre. Soffre di una o più patologie, o di una sindrome, o di un malessere non ancora nominato, che magari non lo ucciderà nel breve periodo, ma che ha trasformato la sua vita un combattimento ininterrotto. E, quando si rivolge allo yoga, non è solo perché – come sempre più spesso accade – glielo ha consigliato il medico o lo psicologo: è perché intuisce – consciamente o meno – che qui può trovare un modo per deporre le armi. 

Lo yoga serve a conoscere il nostro funzionamento, non in teoria, non con una spiegazione, ma in presa diretta. Come reagiamo alle situazioni, al cibo, alle paure, come il corpo anticipa o subisce la scia di ciò che temiamo o avversiamo. Come il precipitarsi verso ciò che desideriamo – fosse anche un āsana – porta molto spesso alla perdita del godimento più vero, oltre a causarci spesso qualche grattacapo. È imparare ad agire, o non agire, di conseguenza, lasciando uno spiraglio a quell’imponderabile che, pur non avendo alcun significato, rende significativa l’esistenza.

E a proposito dell’imponderabile e della domanda che abbiamo lasciato in sospeso: è da poco uscito un piccolo volume dal titolo Krishnamacharya in his own words, una selezione degli appunti che A. G. Mohan prese durante la quasi ventennale frequentazione del suo maestro, di cui fu allievo dal 1970 fino alla di lui morte avvenuta nel 1989. Forse a chi conosce i discepoli del tardo Krishnamacharya questo libretto non dirà nulla di nuovo, eppure si tratta di un documento molto interessante per comprendere ancora meglio quanto già si sapeva: che colui che è oggi celebrato come ‘il maestro dei maestri’, per avere formato negli anni ’30 gli insegnanti che hanno di fatto inventato lo yoga moderno globalizzato, appartenesse in realtà a un altro mondo. Sia per erudizione, che per spessore e per sensibilità.

“Gli āsana dovrebbero essere praticati a seconda delle condizioni fisiche di ognuno […] Non tutti devono fare tutti gli āsana, né tutti gli āsana devono essere sempre eseguiti” leggiamo a pagina 15, e già basterebbe. Ma più che le maniacali elucubrazioni sugli allineamenti corporei dei suoi primi e molto più famosi allievi, al centro degli insegnamenti di Krishnamacharya sullo yoga c’è il prāṇa. Ma che cos’è prāṇa? È il fondamento della vita che nasce dalla coscienza, è ciò che non si vede, ma “protegge l’universo”, che se vogliamo è anche il nostro corpo. Attraverso la pratica dello yoga, prāṇa diventa oggetto di esperienza e, chissà, contribuire a diradare le nebbie che avvolgono il vero soggetto dell’esperienza. Per cui potremmo dire che lo Yoga parte dal visibile ma per rivelare l’invisibile, per restituire la vista a occhi atrofizzati e abbagliati.

Saper andare oltre il visibile sarà sicuramente la sfida per lo yoga nei prossimi anni, almeno per quello che saprà – e sono sicuro che lo saprà – non farsi soppiantare da qualcosa di più smart e alla moda. Intanto, se lo pratichiamo o cerchiamo di insegnarlo, ricordiamoci di questo: stabilire le fondamenta della pratica in ciò che non si vede.

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Uddiyana bandha e il vuoto addominale

12 Ottobre 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

Uddiyana bandha, grazie al suo potenziale riabilitativo e con il nome di vuoto addominale o ginnastica ipopressiva, si sta diffondendo anche fuori dallo Yoga una delle sue pratiche più peculiari, in cui però è difficile separare la componente corporale da quella psichica. Ecco perché, anche praticato come gesto atletico, Uddiyana bandha non può essere soltanto un gesto atletico.

Il vuoto addominale e Uddiyana bandha
illustrazione tratta da Koos Zondervan, Le yoga tantrique, Almora

Che lo Yoga sia spesso ridotto a ‘mero esercizio fisico’ è il cruccio di molti che a questa disciplina hanno dedicato anni di pratica e studio. Il rapporto tra lo yoga moderno e la cultura fisica, compreso il body building, è del resto molto complesso e non liquidabile con giudizi tranchant, anche se a volte vengono meno alcuni capisaldi senza i quali non sarebbe onesto utilizzare l’etichetta di yoga (ad esempio, quando si trasforma la pratica degli asana in esercizio aerobico).

Eppure dobbiamo constatare che, d’altro canto, a volte anche nel fitness penetra qualche principio – non la mera forma – dello Yoga, seppur con tutti i ma e i però del caso e sebbene ovviamente in maniera limitata alla pratica corporea. Ma possiamo negare che uno spiraglio non equivalga a una breccia, per il solo fatto di essersi dimostrato possibile?

Un esempio è la davvero impressionante quantità di contenuti in rete che riguardano il vuoto addominale (detto anche vacuum o ipopressivo), sia come esercizio per il recupero nel post parto, sia come alternativa nel fitness ai classici addominali e come stabilizzazione del core.

Va da sé che, al di là dei vari cappelli con cui viene di volta in volta presentata (chi non ha inventato un metodo, al giorno d’oggi?), non si faticherà a riconoscere in questa pratica una delle tecniche più iconiche dello Yoga, tecnica che, peraltro, a differenza di molti asana popolari, è attestata almeno fin dal Medio Evo nei testi dello hathayoga, che prescrivono di “tirare indietro l’addome e l’ombelico verso l’alto”, aggiungendo che questa pratica “è come un leone vittorioso sull’elefante della morte”.1Svatmarama, Hathapradipika, III, 57

Sebbene qualcuno abbia ravvisato un antecedente nelle pose dei culturisti degli anni ’50-’60, tra cui era uso comune utilizzare il vuoto addominale per sembrare più snelli in vita e più eminenti di torace, è davvero difficile negare che l’influenza culturale dello Yoga e le immagini di praticanti famosi (come non ricordare Umberto Pellizzari?) siano stati di ispirazione a questa tecnica, anche se, dispiace dirlo, raramente viene ammesso.

Il vuoto addominale e Uddiyana bandha

Stiamo parlando, naturalmente, di Uddiyana Bandha. Uddiyana significa “volare verso l’alto” (così come l’ombelico che viene risucchiato dal diaframma) e Bandha “blocco, chiusura, legame”. Nel contesto originale, Uddiyana è in relazione ad almeno altri due ‘bandha’, relativi al perineo (Mula) e alla glottide (Jalandhara) e si tratta di una pratica legata al controllo del respiro e del Prana, oltre che, come vedremo, alla stabilizzazione della colonna vertebrale.

Contenuti

  • Ma Uddiyana non è un comune esercizio…
  • Il vuoto addominale: perché e come funziona. Formulazione ‘grezza’
  • Nella pratica: primo esempio
  • Vuoto addominale e colonna vertebrale. Un altro esempio pratico
  • Che cosa fa Uddiyana Bandha: i benefici fisici
  • Gli effetti di Uddiyana Bandha, un po’ più sottilmente
  • Alcune conclusioni

Ma Uddiyana non è un comune esercizio…

Umberto Pellizzari - Il vuoto addominale e Uddiyana bandha
Umberto Pellizzari

Come mai, anche al netto dell’aspetto pranico, che comprensibilmente in ambito fitness non viene calcolato, trasporre Uddiyana Bandha nelle palestre non è esattamente come prendere a prestito un asana o una sequenza?

La risposta è che Uddiyana, anche se è il più visibile dei tre Bandha, non comporta un gesto esteriore come flettere il tronco o allungare gli ischio-crurali, bensì richiede il controllo della muscolatura profonda, per di più in assenza di respiro e in modalità semi-passiva. Il che, oltre a essere piuttosto stravagante nell’ambito del fitness, significa che per per la sua esecuzione non è sufficiente imitare semplicemente una posa, ma occorre arrivarci, perlomeno all’inizio, attraverso delle manovre indirette, imparando a trasferire l’attenzione dall’esterno alle modificazioni viscerali dell’addome e del torace.

Fa piacere dunque constatare che il mondo del fitness stia scoprendo che non esiste solo la contrazione, ma che vi è un modo alternativo e più sottile di utilizzare il proprio corpo, e in cui è molto importante saper dosare e localizzare azione e rilassamento.

Ovviamente, come evidenzieremo più avanti, vi sono anche dei limiti e dei dubbi riguardo alla trasposizione meccanica di una tecnica che ha vaste ripercussioni sulla sfera pneumatica e psichica, soprattutto perché si dà per scontato che sia possibile delimitare effetti di cui non si conosce la portata con una semplice dichiarazione di intenti (se lo faccio solo come esercizio, rimane per questo solo un esercizio? È lo stesso paradosso della Mindfulness: se mi affaccio sul vuoto solo per calmarmi, il vuoto per questo non si affaccerà su di me?).

Esiste del resto una continuità fasciale nelle strutture coinvolte nel vuoto addominale (oltre alle connessioni onnidirezionali dell’ombelico), ravvisabile nella Linea Frontale Profonda individuata da Myers, una fascia molto interna che non a caso comprende elementi strettamente connessi sia alla pratica dello Yoga (elevatore dell’ano, psoas, diaframma, pleura, pericardio per citarne solo alcuni), sia alla traduzione fisica delle reazioni emotive e dei traumi: quanto basterebbe perché l’argomento trovi sede più consona nell’ambito di una pratica psico-corporea, invece che solamente corporea.

La Linea Frontale Profonda - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
La Linea Frontale Profonda, ovvero il meridiano miofasciale più profondo tra quelli identificati da Myers2Thomas Myers, Anatomy Trains: Myofascial Meridians for Manual Therapists and Movement Professionals

Tuttavia, è molto interessante comprendere nello specifico perché un mondo per alcuni versi così distante come quello del fitness abbia rivolto la sua attenzione a una pratica in apparenza così aliena come Uddiyana, e questo ci farà comprendere qualcosa di più sia del suo funzionamento, sia delle sue implicazioni ulteriori.

Il vuoto addominale: perché e come funziona. Formulazione ‘grezza’

L’interesse per il vuoto addominale, infatti, nasce tra le altre cose dalla constatazione di un problema che negli ultimi anni ha portato a cambiare molto il modo di allenarsi, almeno negli ambienti più evoluti del fitness: molti degli esercizi classici per il rinforzo dell’addome implicano infatti un aumento eccessivo della pressione intra-addominale, il che comporta uno stress eccessivo non solo sugli organi e sul pavimento pelvico, ma anche sui muscoli stessi dell’addome. Non sono rari, infatti, i casi di diastasi addominale (la separazione dei retti) per eccesso di allenamento.

La diastasi addominale, che peraltro è molto comune a seguito di una gravidanza, è d’altro canto uno dei casi principali di applicazione del vacuum/ginnastica ipopressiva, proprio perché questa condizione rende sconsigliato pressoché qualsiasi tipo di esercizio che aumenti la pressione nell’addome.

Il vuoto addominale, come suggerisce il nome stesso, fa esattamente il contrario del classico ‘addominale’: toglie pressione invece di aggiungerne, provocando la risalita dell’ombelico verso la colonna. Per farlo, invece di attivare i muscoli retti addominali (attivi nella flessione del tronco e responsabili della classica ‘tartaruga’), dobbiamo invece coinvolgere due muscoli più profondi, ovvero il muscolo trasverso dell’addome (lo strato più interno della muscolatura addomnale) e il diaframma.

Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Un modo per spiegarlo è il concetto di estensione assiale, preferibilmente dopo un espiro. Se infatti al termine di una espirazione addominale (con cui l’ombelico si avvicinerà appunto alla colonna) estendiamo la colonna allontanando il torace dal bacino (nella figura un esempio tra i tanti modi di eseguirlo), il contenuto addominale verrà risucchiato verso l’alto assieme al diaframma rilassato.

Che cosa è accaduto? Abbiamo sperimentato la relazione tra le due cavità, quella addominale e quella toracica, e la colonna vertebrale.

La cavità addominale, infatti, è sigillata in basso dal pavimento pelvico (di cui il muscolo-chiave è l’elevatore dell’ano) e in alto dal diaframma toracico. Il volume della cavità addominale non varia durante la respirazione, ma varia la sua forma.

Il muscolo diaframma - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Il muscolo diaframma

La cavità toracica, a sua volta, ha come ‘pavimento’ il diaframma toracico ed ha come ‘tetto’ il diaframma vocale. Durante la respirazione, questa cavità cambia sia di volume sia di forma.

Perché queste informazioni sono importanti? Perché svuotando i polmoni (il diaframma, contratto nell’inspiro verso l’addome, torna rilassandosi in direzione del torace: chi è abituato alla respirazione addominale, può favorire questo processo con il trasverso dell’addome), riduciamo il volume del torace e la sua pressione interna; a questo punto, estendendo la colonna a polmoni vuoti (la cavità toracica è ora sigillata anche in alto dall’epiglottide), la cavità addominale, con tutto il suo contenuto, non può che essere ‘aspirata’ verso l’alto.

In altre parole, il ‘vuoto’ addominale non è un vuoto in senso letterale, perché l’addome non riduce il proprio volume. Lo è tuttavia in senso lato, perché ‘svuota’ la pressione nell’addome, che da positiva (nell’inspiro, con il diaframma contratto e abbassato verso l’addome) diventa negativa (con il diaframma rilassato che viene ulteriormente risucchiato dall’estensione della colonna).

I muscoli addominali, strati - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Gli addominali, strati: lo strato numero 4, più profondo, è costituito dal muscolo trasverso dell’addome.

Nella pratica: primo esempio

Andrè Van Lysebeth - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
André Van Lysebeth

La tecnica, così sviscerata, sembra molto complessa, ma il gesto è intuitivo, tant’è che a molti è capitato di farlo per gioco da bambini. Tuttavia, siccome una cosa è la leggerezza del fanciullo, e un conto è la forma mentis dell’adulto che spesso ha bisogno di comprendere prima di fare, può non essere così semplice, senza alcuna esperienza e con pochi riferimenti a movimenti esterni, giungere al vuoto addominale.

Fortunatamente, esistono molti ‘trampolini’ posturali per ottenerlo, complice il fatto che numerosi asana implicano una leggera attivazione di Uddiyana, e attraverso alcuni accorgimenti possono essere introdotti anche nel contesto di diversi esercizi in uso nel fitness.

Uno dei metodi più semplici per ottenerlo è nella posizione di partenza del mezzo ponte (Setu Bandhasana Sarvangasana), ovvero sdraiati in posizione supina con le gambe piegate. Un particolare molto importante è che in questa posizione una leggera retroversione del bacino (proprio come se ‘congelassimo’ il momento che precede il sollevamento del bacino stesso dal pavimento) appiattirà la curva lombare generando da sé una depressione nell’addome. A questo punto, complice anche la posizione delle braccia (sollevate verso l’alto, dita intrecciate e palmi verso l’alto, o allungate all’indietro), potremo, sia inspirando, sia sollevando il torace in apnea a vuoto nella famosa ‘falsa inspirazione’, ottenere un ulteriore avvallamento dell’addome.

Ma questo ci offre la possibilità di approfondire ulteriormente il funzionamento del vaccum/Uddiyana, attraverso un’altra, e fondamentale struttura coinvolta: la colonna vertebrale, di cui Uddiyana (assieme agli altri due bandha) è uno dei fattori principali di stabilità in numerosi esercizi. Chiariremo dunque un concetto che abbiamo introdotto senza definirlo, ovvero il concetto di estensione assiale della colonna.

Illustrazione dal A. Matthews L. Kaminoff, Yoga Anatomy - Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Vuoto addominale e colonna vertebrale. Un altro esempio pratico

La colonna vertebrale umana si è evoluta sviluppando un’alternanza di curve naturali, ossia di cifosi e di lordosi, dette anche rispettivamente curva primaria e curva secondaria, in base all’ordine in cui, esse compaiono nello sviluppo.

La curva primaria è così chiamata perché è la prima a manifestarsi e nell’adulto si manifesta nella cifosi dorsale. La curva secondaria compare dapprima nella lordosi cervicale e poi in quella lombare.

Marjari Asana Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Marjari Asana, noto anche come il ‘gatto’

I movimenti di flessione e arcuazione possono essere descritti come una neutralizzazione rispettivamente della curva secondaria e di quella primaria. Durante il movimento comunemente noto come ‘gatto’ (Marjari Asana) la colonna vertebrale si conforma alla curva secondaria durante l’inspiro (arcuazione) e alla curva primaria in espiro (flessione).

La coppia Kaminoff-Matthews ha evidenziato come i bandha possano essere analizzati in rapporto a una particolare modificazione della colonna vertebrale, ovvero l’estensione assiale, che a differenza dei due movimenti appena descritti comporta la neutralizzazzione di entrambe le curve. In altre parole estendendo e appiattendo la colonna, preferibilmente a polmoni vuoti, avremo tutti e tre i bandha contemporaneamente.

Estensione assiale Il vuoto addominale e uddiyana bandha
A sinistra, la colonna vertebrale allo stato neutro, con l’alternanza della curva primaria (tratto dorsale) e curva secondaria (lombare e cervicale). A destra, il movimento di estensione assiale, che implica la neutralizzazione delle curve.3A. Matthews, L. Kaminoff, Yoga Anatomy

L’esempio più eclatante è Parvatasana o Adho Mukha Svanasana, il famoso ‘cane a testa in giù’. Nel momento in cui entriamo nella posizione (preferibilmente a polmoni vuoti, ma non è indispensabile, e soprattutto piegando le ginocchia se le gambe tese ci impediscono di spostare il peso verso il bacino), è inevitabile percepire la risalita e la tenuta addominale in assenza di contrazione, per pura azione ‘pneumatica’.

Adho mukha svanasana Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Che cosa fa Uddiyana Bandha: i benefici fisici

Abbiamo già accennato ai benefici fisici dell’Uddiyana/vuoto addominale, ma vale la pena di riprenderli per passare agli effetti trans-fisici della pratica.

Applicata nel fitness, l’attivazione ipopressiva dell’addome profondo permette durante gli sforzi – pensiamo ad esempio al sollevamento pesi – di evitare il pericolo di diastasi e di ernie addominali, mantenendo stabile e protetta la colonna lombare.

Nel post parto, come già accennato, si rivela un metodo molto efficace per recuperare la diastasi addominale (ma attenzione alla seconda fase, ovvero alla risalita del diaframma: se la gabbia toracica si espande può invece separare ancora di più i retti); non dobbiamo sottovalutare anche l’azione di recupero su piano perineale, visto, che, come abbiamo già accennato, l’attivazione del trasverso dell’addome implica anche l’attivazione dei muscoli perineali, evitando che la pressione si scarichi verso il basso.

Uddiyana si rivela dunque fondamentale per il riposizionamento degli organi e, non ultimo, per ritrovare il tono addominale indispensabile per il buon funzionamento di questi ultimi e per il mantenimento della postura.

Diastasi addominale - Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Diastasi addominale

I benefici di Uddiyana però non si limitano alla sola cavità addominale, ma si irradiano anche nella cavità toracica; la sua pratica infatti migliora l’afflusso di sangue al cuore (ricordiamo che c’è continuità fasciale anche tra diaframma e pericardio), cuore che assieme ai polmoni riceve massaggio e sostegno: per questo motivo, soprattutto nell’apnea a polmoni pieni, si rivela indispensabile la coordinazione con Jalandhara Bandha, il ‘blocco’ a livello della gola, che impedisce alla pressione di salire al di sopra della settima cervicale.

Proprio per questo, è frequente vedere gli yogi piegare in avanti la testa appoggiando il mento nella fossetta tra le clavicole, oppure avvicinare il mento allo sterno senza flessione alla settima cervicale (ovvero i due modi diversi di eseguire Jalandhara).

I benefici di Uddiyana (e dei bandha in generale) riguardano però anche la colonna vertebrale. Se infatti nel primo esempio di questo articolo abbiamo provocato uddiyana attraverso un espiro seguito da un’estensione spinale, a sua volta il vuoto addominale esercita una trazione sui dischi vertebrali molto efficace per la loro stabilizzazione: proprio per questo, può essere terapeutico non solo per la muscolatura e gli organi addominali, ma anche per diverse patologie del rachide.

Gli effetti di Uddiyana Bandha, un po’ più sottilmente

Dopo essersi liberati dai respiri in entrata e in uscita, cioè dall’uso dei canali sottili periferici, bisogna abbandonarsi alla sensazione del canale centrale. Questa esperienza è quella del soggetto conoscente, legato a tutti gli esseri, unità ultima.

Jayaratha, Tantralokaviveka 
Krishnamacharya Il vuoto addominale e uddiyana bandha
Krishnamacharya

Non è per gli effetti cosmetici che una pratica si colloca di diritto nello hatha yoga tradizionale, anche quando promette libertà da tutte le malattie. Allora, per comprendere cosa comporti la pratica di Uddiyana Bandha nel contesto originario, dobbiamo scendere un po’ in profondità.

Ciò che qui ci interessa è la sospensione del normale modo di respirare e di circolazione del prana, in favore di un diverso tipo di respirazione e di circolazione dell’energia vitale.

Secondo una visione comune a tutta l’india tradizionale, l’esperienza della dualità che caratterizza l’esistenza ordinaria – attrazione e repulsione, sonno e veglia, contrazione e rilassamento, introversione ed estroversione – deriva dalla scissione fondamentale nella coscienza che rende possibile fare esperienza del mondo, ovvero quella tra soggetto e oggetto, tra l’io e il questo.

La vita stessa nasce e si conserva proprio grazie all’io che si sente vuoto del questo e perciò si precipita ad appropriarsene, per poi tornare ad affermarsi separandosi da ciò che percepisce come altro da sé: in altre parole, respira, sia in senso letterale che lato. Se questa è la vibrazione vitale fondamentale della vita, è tuttavia anche impossibile, per il soggetto che rimane all’interno di questo ciclo senza soluzione, conoscere la propria vera natura. Scopo dello yoga, in quanto mezzo di liberazione, è manomettere questo circolo chiuso, modificando l’ordine e l’accento degli elementi.

Nello specifico, la simbologia dello hatha yoga descrive variamente la dualità e si propone, attraverso le sue tecniche, di superarla. Abbiamo così le coppie di opposti Prana e Apana (il respiro ascendente e quello discendente, espirazione e inspirazione), ma anche Ida e Pingala (le arterie ‘lunare’ e ‘solare’, laterali, controllate dalle due narici, che rappresentano i principi passivo e attivo, la realtà conoscibile e i mezzi di conoscenza).

Come fare, quindi, per non rimanere intrappolati nel ciclo degli opposti? Bisogna trovare lo sfondo di questa dicotomia. E lo sfondo si può percepire innanzitutto attraverso i momenti di soglia, ossia, nel nostro caso, rendendo cosciente e coltivando una terza fase che non è normalmente contemplata, ovvero l’intervallo tra le due fasi, il punto di svolta tra espiro ed inspiro, e tra inspiro ed espiro, il momento privilegiato che il soggetto conoscente può cogliere per prendere consapevolezza del tessuto connettivo tra l’io e il questo.

Sebbene quindi la pratica dello Yoga scopra dapprima il respiro, anche attraverso il movimento, e assecondi l’inspiro e l’espiro, il vero obiettivo è l’emersione di ciò che accade tra le due fasi. Si potrebbe anzi dire che la ritenzione, e anche il gesto “a vuoto”, sia la cifra fondamentale della pratica dello yoga.

Uddiyana e tutti gli altri bandha si inseriscono quindi in quest’orizzonte, a sostegno fisico della terza fase del respiro, ‘congelando’ la muscolatura respiratoria e permettendo ai soffi, altrimenti divergenti, di sintetizzarsi. Si supera così la dualità periferica di Ida e Pingala, di Prana e Apana, legate alla consequenzialità spazio-temporale, e si imbocca il canale centrale, ovvero la Sushumna, che è definita come colei che divora il tempo. E qui ogni definizione perde il terreno sotto i piedi, dove non troviamo migliori parole di quelle del Principe Myskin nell’Idiota di Dostoevskij: “Verrà tempo, in cui non esisterà più il tempo“.

Certo, qui parliamo di tecniche ma la faccenda richiede in primo luogo comprensione profonda, incarnata. Di cosa? Che non è un’esperienza a spezzare il cerchio chiuso delle esperienze e dell’io che esperisce, non è un’azione ma più spesso cogliere che esiste uno spazio tra due azioni, tra due esperienze a divenire cosciente. Tutto ciò, a un livello più fine, non ha alcun bisogno di gesti esterni: Uddiyana e gli altri Bandha possono divenire alla fine delle mudra interiori, o attivarsi spontaneamente.

Alcune conclusioni

Il vuoto addominale e uddiyana bandha

Tornando a noi, e in contesti più familiari, verrebbe da domandarsi se, per chi ha avuto esperienza di yoga, l’aver afferrato il senso di compiere un gesto “a vuoto” (anche a livello intuitivo e per via empirica), renda diversa non solo l’esperienza del vuoto addominale di Uddiyana Bandha, ma anche quella del comune esercizio fisico.

La nostra personale risposta è sì: l’aver praticato yoga rimodula tutte le esperienze corporea, comprese quelle che sulla carta si troverebbero agli antipodi. A maggior ragione quando si compie un gesto così vicino a Uddiyana, ma anche quando occorra rendere più funzionale un esercizio compiendolo a vuoto: persino i famigerati crunch, compiuti nella consapevolezza della terza fase, possono risultare meno pericolosi di quanto sembrano improvvisamente diventati.

D’altro canto, rimane ancora la questione accennata più sopra: se è possibile prendere una postura dalle molte dello yoga e trasporla in un contesto fitness (e viceversa: come sappiamo è accaduto), essendo il modo di esecuzione che definisce i due ambiti, con Uddiyana è impossibile tecnicamente ‘non portarsi dietro’ qualcosa dello yoga, perché la tecnica stessa richiede l’interiorizzazione di una modalità yogica.

Sia ben chiaro, qui non è in discussione il principio di proprietà o di appropriazione, sebbene sia tendenza umana da tempo immemore mettere la firma su beni comuni, magari con la scusa del ‘metodo’, erigendo interi ‘sistemi’ su frammenti non del tutto assimilati e contestualizzati.

Tuttavia guardiamo un po’ con sospetto la presunzione di poter prendere ciò che ci serve, lasciando sullo scaffale ciò che riteniamo non ci interessi. Nel bene e nel male, beninteso: a volte ci troviamo con molto di più di quanto ci aspettassimo, altre con qualche grattacapo per gestire il quale non disponiamo di strumenti adeguati.

Questo per dire che pensare di eseguirlo “solo come esercizio fisico” non ha molto senso da un punto di vista yogico, soprattutto quando nel contesto originario si valuta tutto lo spettro di implicazioni, comprese quelle psichiche, mentre in quello di arrivo si pretende, non si capisce secondo quali basi, di avere la facoltà di stabilire in quale esatto punto quelle implicazioni si debbano fermare.

Un ultima questione sul tavolo è la gradualità, o meglio ancora il rapporto tra espressione fisica e applicazione di un principio. Per dirla brevemente: abbiamo notato come il vuoto addominale addominale sia sempre rappresentato nella sua forma più compiuta, al massimo grado di aspirazione dell’addome.

Possiamo immaginare, invece, che per acquisire e padroneggiare un principio, sia forse più funzionale imparare a dosare invece che spingere all’estremo? Anche nel mondo ‘laico’ del fitness, l’idea che il più sia sempre più sta diventando un po’ obsoleta.

Note[+]

Note
↑1 Svatmarama, Hathapradipika, III, 57
↑2 Thomas Myers, Anatomy Trains: Myofascial Meridians for Manual Therapists and Movement Professionals
↑3 A. Matthews, L. Kaminoff, Yoga Anatomy
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Esistono gli stili di yoga?

10 Ottobre 2022 by Francesco Vignotto 1 commento

Quanti stili di Yoga esistono? Risposta breve: dal punto di vista commerciale molti, e rispondono più ai bisogni di fare tribù e di battere cassa che a una visione chiara e particolare; dal punto di vista della metodologia, già il campo si restringe a poche variabili, visto che nella maggior parte dei casi si tratta di approcci alla sola pratica posturale (del resto, in molti casi, per le dimensioni ulteriori dello yoga non esistono né le competenze né la tempra); da un punto di vista filosofico, gli enti si riducono ulteriormente, almeno se consideriamo gli stili oggi presenti ‘sul mercato’, che assomigliano sempre di più a delle confezioni sugli scaffali più che a ‘tradizioni’, ‘lignaggi’ o ‘visioni’ di una particolare scuola o maestro, anche perché queste ultime cose, a differenza delle prime, non si possono comprare con altrettanta facilità.

Ma il latte, quello vero, quello della mucca, dov’è?!

Tiziano Terzani

Forse la prospettiva del perfetto neofita è l’unica che abbia un senso. E allora, abbracciamola.

Chi si approccia allo yoga per la prima volta si trova spesso di fronte a una selva di ‘tanti yoga diversi‘ di cui è difficile farsi una ragione; per alcuni – non è detto che siano le persone più inclini ad esplorarla seriamente – è una festa di luci colorate di cui abbuffarsi, altri – non per forza più o meno seri – rimangono confusi come chi si accosta per la prima volta alla discografia di Frank Zappa, dando per scontato per eccesso di buona fede di trovarvi altrettanta sostanza.

Questo spaesamento coglie chiunque nonostante a livello popolare sia ormai maturata un’idea piuttosto chiara di cosa sia lo yoga di per sé, indipendentemente dalla capacità di definirla a parole (un po’ come accade per la meditazione), e anche chi ne pratica una clamorosa contraffazione ne è quasi sempre pacificamente consapevole.

Intuizione dell’unità del reale ed esperienza della molteplicità: sembra vi siano gli elementi per un’indagine veramente yogica. Non ce la caveremo quindi con un facile ‘lo yoga è uno’, ma dovremo evitare anche di moltiplicare inutilmente gli enti.

Riguardo a quest’ultimo aspetto – ovvero percepire un mondo di sole differenze – prendiamo ad esempio un insegnante che offre uno dei tanti stili presenti sul mercato, o meglio ancora un ventaglio di stili: alla persona interessata non mancheranno gli argomenti per sostenere l’unicità e la specificità di ognuno dei suddetti stili, e spesso la necessità di una classe separata dedicata a ognuno di essi, il che potrebbe anche, da un punto di vista funzionale, essere giustificato, ma introduce una frammentazione che è l’opposto dell’esperienza yogica, ovvero di quell’unità reintegrata, quell’appagamento che deriva nella percezione diretta che ciò che è qui è anche altrove, ma ciò che non è qui non è da nessuna parte. In altre parole, solo un’anima frammentata può pensare che l’ora di Power Yoga contenga qualcosa che nella lezione di Yoga del Sospiro – o in una passeggiata – manca.

Ma anche con questa frammentazione non si può fuggire il confronto, perché ognuno di noi è un frammento. Ciò non ci impedirà da un canto di esercitare il discernimento, dall’altro di riconoscere in un brandello imperfetto e incongruente, forse proprio perché uno qualunque, il tutto.

Yoga-qualcosa e yoga-con-qualcosa: dalla pratica al protocollo

Ora, scremiamo dal mazzo tutti gli yoga-con-qualcosa che si distinguono dalla presenza di un accessorio: yoga con la palla, con la fascia, con il gatto o con la capra; e tutti quelli mirati a particolari tipologie di persone o condizioni: yoga per persone in sovrappeso, yoga per corridori, yoga in gravidanza ecc. Sui primi non ci esprimeremo, i secondi non sono in discussione e a ben vedere non sono stili ma adattamenti: i destinatari sono chiari e inequivocabili (se ne ho bisogno, lo so), e l’esigenza di classi distinte è di ordine pratico.

Che cosa rimane? Se parliamo di yoga moderno come fenomeno di massa – da cui, volenti o nolenti, tutti dobbiamo passare – certo rimane nominalmente qualche lignaggio o tradizione, ovvero il corpus di insegnamenti trasmessi da un maestro o da una scuola ai propri allievi. Già però lo statuto di fenomeno di massa cozza con la dimensione artigianale e se vogliamo settaria che queste realtà implicherebbero.

Non è ovviamente un discorso generalizzabile – esistono delle eccezioni che confermano la regola – ma quando metti in commercio la tradizione a livello globalizzato, essa diventa proprietà intellettuale, la scuola diventa brand multinazionale, l’iniziazione diventa certificazione – ovvero ancora qualcosa che si compra – e l’insegnamento protocollo che tende a tradursi il più possibile in procedure standardizzate, laddove il cuore dell’insegnamento tradizionale sta nei principi, negli orientamenti che sta al singolo attualizzare: senza questo salto lasciato al singolo, non c’è possibilità di trasmissione.

Non a caso i protocolli, a differenza degli insegnamenti, invecchiano: il Daodejing, il Vijñānabhairava o anche gli Yoga Sutra sono molto più attuali – proprio perché da interpretare e attualizzare – di molti dei dettagliatissimi manuali di Yoga scritti negli ultimi cinquant’anni, le cui concezioni biomeccaniche e gli ammiccamenti ai fondamenti scientifici della pratica, per fare un esempio, risultano già superati alla data di pubblicazione.

Ma la maggior parte degli stili che oggi popolano i cartelloni dei centri yoga non appartengono alla fattispecie appena descritta. In molti casa si tratta ormai di marchi di più recente coniazione, a volte nati in reazione ai nomi più tradizionali o come loro evoluzioni, che parlano un linguaggio fitto di anglismi e a volte di scientismi più che di termini sanscriti.

E qui diventa molto difficile districarsi, se prendiamo sul serio la selva di definizioni e di slogan, di dichiarazioni di intenti, di certificazioni e di sotto-marche, di studi a sostegno dell’efficacia (quasi mai indipendenti: quanto potremmo prendere sul serio una ricerca che sancisce la bontà di una marca specifica di cerotti?).

Non neghiamo che ci sia della sostanza – ve ne è sicuramente – ma ci limitiamo ad osservare che le modalità di somministrazione e di presentazione, anche qui piuttosto standardizzate (lo yoga su misura per te, secondo l’umore del giorno, a cui nessuno aveva mai pensato prima, comodamente da casa, lo yoga che meriti o di cui avevi bisogno), rivelano molto più spesso l’impronta smaliziata del consulente di marketing piuttosto che del praticante appassionato.

Molti yoga, uno yoga? Il paradosso degli scaffali

Ci troviamo quindi di fronte a molti yoga sostanzialmente diversi? Calma.

In tutti i casi finora descritti, non ci troviamo quasi mai di fronte a sistemi diversi, ma a degli approcci, a dei metodi di insegnamento e di esecuzione di un repertorio di pratiche piuttosto consolidato: si tratta dell’immancabile pratica posturale (asana); per i più raffinati, anche di pratica energetica a base respiratoria (pranayama, kriya e mudra); e, per chi vuole proprio strafare, anche di approccio alla meditazione (dhyana).

Se volessimo proprio superare noi stessi, ma forse oltrepassiamo anche gli angusti limiti di questo articolo e delle questioni stilistiche, potremmo dire che in ognuno di questi tre elementi dovrebbe essere percepito il sapore dell’altro. E qui ci sarebbe già moltissimo lavoro da fare, tanto da farci dimenticare il nome dello Yoga che siamo entrati a praticare.

Tuttavia sappiamo che le esigenze di uno Yoga massificato vanno in tutt’altra direzione, e che se la Grande Distribuzione non vuole più soppiantare le piccole attività locali, è perché le conviene di più inglobarle. Questo spiega la tendenza, che si va sempre più affermando soprattutto nei centri yoga dei grandi agglomerati urbani, di offrire al pubblico un menù il più ricco possibile di stili, o meglio di molte marche diverse da riporre sugli scaffali.

Questa logica potrà avere certo un riscontro di tipo commerciale (ma per chi? per chi acconsente a posizionarsi su uno scaffale o per chi decide la forma e le regole di posizionamento in tutti gli scaffali in tutti i supermercati?).

Tuttavia, se è la sostanza che ci interessa, un contesto simile suggerisce a volte l’impressione di uno Yoga ‘a comparti stagni’, dove ogni stile – incompossibile all’altro – pone l’accento su un singolo aspetto particolare e sul polo di una dicotomia, invece di cercare un equilibrio complessivo e quella unità di fondo di cui parlavamo più sopra: la dolcezza o la forza, il rigore nell’allineamento o l’adattamento alle singole corporature, il gesto atletico o l’introspezione, fino al gettonatissimo dilemma – perché facilmente identificabile – tra yoga statico e yoga dinamico (dilemma che, sia detto per inciso, sarebbe ora di educare a superare).

Si aggiunga anche che molti dei tratti con cui diversi stili si identificano sono o dovrebbero essere patrimonio dello yoga in generale, il che fa dubitare – delle due l’una – delle competenze o della buona fede: ad esempio, il ruolo vigile e attivo del respiro nel movimento e nella stasi, il rilassamento nell’esecuzione, la pratica di alcune posizioni per un tempo prolungato, l’attitudine ‘mindful’ e gli effetti vago-tonici della pratica.

Nella girandola dei nomi finisce spesso anche lo Hatha Yoga, come uno stile tra i tanti, o un farmaco generico a cui grazie al cielo nessuno è ancora riuscito a mettere la firma; tuttavia riconoscere il debito di ogni brand contemporaneo nei confronti della propria matrice sarebbe questione di buona educazione e di onestà intellettuale, a meno che dello Yoga sappiamo solo ciò che ci hanno raccontato.

Ma l’avere praticato – e magari essere abilitati ad insegnare – tanti stili diversi significherà aver acquisito altrettante abilità o soltanto un patentino per utilizzare un nome? E come mettere a frutto, ovvero come potranno queste tante abilità aiutarmi a risalire quell’unità di fondo che è l’obiettivo dello yoga, se i comparti stessi non vengono messi in discussione, se cioè la sintesi creativa dell’esperienza personale è inibita da motivi strutturali?

Insomma, pur riconoscendo legittime e a volte pure necessarie le ragioni di metodo, di approccio e anche pecuniarie di ‘tanti yoga diversi’, per dirla con Terzani: ma lo yoga, quello vero, quello della mucca, dov’è?

La domanda sorge spontanea in un campo dove l’esibizione di titoli assomiglia sempre più pericolosamente a mettere le mani avanti. Quel che è certo è che chi si lascerà guidare da quell’idea intuitiva – ormai comune ai più – di cui parlavamo all’inizio, prima o poi troverà o verrà trovato da ciò che cerca. Chi invece presterà più attenzione del dovuto all’attribuito accanto alla parola Yoga, si prepari a un pellegrinaggio per mille parrocchie.

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Le cazzate pseudospirituali nuocciono anche a chi non ci crede

13 Giugno 2022 by Francesco Vignotto 2 commenti

Se nell’articolo precedente prendevamo in esame chi si accosta oggi allo yoga e alla meditazione, rilevando che si tratta di una circostanza particolarmente favorevole, in questo nuovo articolo parliamo invece di chi si trova immerso in questo mondo da qualche tempo ed esprime la propria – spesso giustificata – insofferenza nei confronti di una certa approssimazione dilagante. Ma attenzione a non buttare via anche il bambino…

Le cazzate pseudospirituali fanno male, su questo siamo tutti d’accordo. Non se ne può più di energie e pensieri positivi, di beveroni sciamanici, sorellanze e fratellanze con cui il mondo dello yoga e dintorni ha messo alla berlina sé stesso. Io stesso non riesco ormai più a pronunciare la parola namastè, anche solo mentalmente, senza visualizzare la targa della Jaguar di Howard Hamlin in Better Call Saul.

Però, se siamo tutti d’accordo e nonostante questo non abbiamo abbandonato la pratica e bruciato tutte le copie della Bhagavad Gita (un gesto davvero rivoluzionario sarebbe: leggerla), probabilmente ciò vuole dire almeno due cose: che il nostro profilo psicologico non è compatibile con il reclutamento in QAnon (o siamo troppo spocchiosi, a seconda dei punti di vista), e che soffriamo di un inconfessabile dissidio interiore.

Non c’è infatti come inveire contro i falsi dèi, per trovare tutti d’accordo. Salvo però, quando bisogna dire qualcosa di positivo (arriva anche quel momento), trovarsi di fronte al dilemma: pronunciare qualche frase fastidiosamente simile alle false preghiere, o mugugnare qualche distinguo talmente sottile di cui nessuno comprenderà nulla, tranne che ‘noi non siamo come loro’. 

Il problema è che possiamo dirci per una spiritualità razionalista, possiamo addirittura abolire del tutto la parola spirito – ormai squalificata a mera categoria merceologica – e ribadire la nostra fede nella scienza contro la superstizione, ad esempio, delle medicine alternative. Tuttavia, se continuiamo a sederci nonostante tutto sul tappetino, almeno un presupposto dobbiamo ammettere di condividerlo con gli adoratori dei falsi dèi: che esista qualcosa al di là della ragione. Certo, ciò non significa buttare nella pattumiera la propria intelligenza, tuttavia se non concordiamo che non è quest’ultima ad avere l’ultima parola, allora probabilmente siamo noi gli impostori, gli stanchi mimi di una gestualità in cui per primi non crediamo più.

La nostra posizione è particolarmente delicata, ma riflette un dilemma comune alla società dell’informazione contemporanea, perciò chiedo il permesso per una piccola digressione.

Oggi il termine fake news è entrato nel gergo comune (se ne parlava, nelle nicchie, già una decina d’anni fa, ma siccome le baggianate facevano grossi volumi e l’avvelenamento dei pozzi non aveva ancora manifestato le sue funeste conseguenze, i più erano propensi a non andare troppo per il sottile). Vi è entrato, come sempre, in termini binari: un’informazione è o totalmente vera o totalmente falsa. È anzi significativo come la questione sia sempre posta in termini di verità, e non, ad esempio, di esattezza, accuratezza od obiettività, tutti termini che invece sono più propensi a contemplare delle sfumature. No: oggi un’informazione è da accogliere o rigettare in toto. Non può essere accolta con riserve. Ciò significa l’impossibilità del dialogo, ma per alcuni anche l’espunzione di intere dimensioni della vita.

Al di fuori dei laboratori, infatti, sono rari i casi di assenza di sfumature. È difficile stabilire che una notizia sia completamente vera, al netto della percentuale fisiologica di approssimazione, di interpretazione e di varie ed eventuali variabili (sì, anche i numeri, anche i ‘dati’, verso cui nutriamo una venerazione quasi patologica, sono sempre il frutto di una selezione). È altrettanto difficile che prenda piede una notizia totalmente falsa, non fosse altro che ciò che è inventato di sana pianta è molto meno credibile e molto più difficile da rendere verosimile, piuttosto che prendere spunto da una verità manipolandola. Una mezza verità è molto più efficace e anche molto più velenosa, perché una volta riconosciuto che c’è del marcio, difficilmente riusciremo a non associare il disgusto anche agli elementi di verità.

Così, siccome siamo nei paraggi da qualche anno, viene la tentazione di arrampicarsi sugli alberi al solo suono di parole come energia, vibrazione, forse anche cuore, per le troppe volte in cui abbiamo sentito parlare di ingenue o pelose pulizie di centri sottili; ci si accappona la pelle al suono della parola karma, o a sentirci ripetere che bisogna abbandonare l’ego o abbandonarsi e basta, a causa dei troppi farabutti che hanno utilizzato queste parole per nuocere agli altri ed esercitare i propri porci comodi. Sfugge un sorrisetto – e forse perché ci abbiamo creduto un po’ anche noi – nel sentire ancora ripetere che le torsioni depurano il fegato perché lo strizzano come una spugna. Eppure inviterei ad attendere prima di far scendere la scure.

Chiedo perdono se chiamo in causa un mantra giustamente diventato insopportabile come “ti faccio da specchio”, espressione utilizzata dalle macchiette paraspirituali per giustificare le proprie intemperanze attribuendole al proprio interlocutore. Si sarebbe tentati di rigettare il concetto come una cavolata tout court, ma possiamo tuttavia negare che contenga un fondo di verità, ossia che molto spesso ciò che nell’altro ci fa saltare la mosca al naso è, a ben vedere, ciò che abbiamo in comune con lui ma che stentiamo ad ammettere? Certo, ognuno dovrebbe preoccuparsi principalmente degli specchi che lo riguardano, piuttosto che di quelli altrui; tuttavia la questione riguarda, in senso più ampio, il rapporto tra la coscienza e la percezione di un mondo ‘esterno’ che del tutto esterno non è.

Tutto questo per dire, insomma, che mettere alla berlina i tic della spiritualità facile significa spesso anche orinare sopra attrezzi che prima o poi dovremmo utilizzare. Oltre, forse, a diventare un po’ più duri, mi si passi il termine, di cuore.

Che fare allora? Mi viene in mente un mondo che mi sta altrettanto caro, ovvero la poesia, dove periodicamente vi sono modalità espressive che diventano fruste e rappresentative soltanto di un mondo ormai svuotato del suo significato originario. In quei momenti, un atto di rottura è addirittura auspicabile, ma richiede la consapevolezza che è la forma a non essere più capace di veicolare senso vivente. Qualcuno ha detto addirittura abbasso i tramonti, ma ovviamente allo stereotipo, non al tramonto in sé. E allora la sfida più impervia, la prova del fuoco diventa parlare del tramonto, nonostante tutto.

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Meditare nel post-pandemia: un’inversione di tendenza

7 Giugno 2022 by Francesco Vignotto Lascia un commento

C’era tutto un discorso in quel silenzio,
tutto un parlare in ogni muto gesto;
pareva come se avessero appreso
ch’era stato salvato un mondo intero,
o che un mondo era andato in distruzione;

W. Shakespeare, Il racconto d’inverno

Saranno stati i due anni di follia pandemica e il presente ancora più subdolamente fosco, saranno i mantra della normalità che, falliti una volta, non si libereranno facilmente di quel sapore di impostura. Eppure devo registrare – personale statistica senza pretese universali – un crescente interesse nei confronti della meditazione e in generale per gli aspetti più interiori dello yoga, più che per i suoi risvolti cosmetici a livello corporeo.

Altrove si parla addirittura di un italiano su cinque che medita regolarmente: forse è una stima un po’ esagerata, ma gli umori che fiuto nell’aria mi dicono che la materia è uscita dalla nicchia e dal gergo della sottocultura. La novità è che, a quel che vedo, è un interesse asciutto, essenziale, schivo di pose e di frasi fatte, poco o nulla intellettualistico e alieno dal rischio del ‘bisogna crederci’. In una parola mi verrebbe da dire: sincero.

Novità nella novità, alle sessioni di meditazione si vedono anche persone molto giovani, giovani che in epoca pre-Covid avrebbero forse dedicato più volentieri il proprio tempo a qualcosa di più movimentato. Spesso, chi arriva ha già afferrato il succo, magari grazie a un assaggio durante il periodo di reclusione forzata con qualche video su internet (mi ricordano che esistono anche delle app per meditare: ben vengano, se risvegliano il desiderio di qualcosa di più vivo).

Così anche quel periodo che tutti ripetiamo di volerci lasciare alle spalle ha dato i suoi frutti, oltre a cicatrici forse indelebili, trasformando per alcuni le pesanti restrizioni in occasione per scoprire il valore del raccoglimento, la necessità di sfiatare la mente come difesa di fronte a una realtà che, rivelandosi all’improvviso friabile, lascia ben pochi degli appigli usuali.

Mai come oggi la meditazione è tema vivo, ma non di moda: mi piace pensare che sia piuttosto la maglia che non tiene in una attualità sempre più argomentante a vuoto. Non si medita per essere più efficienti al lavoro, per sentirsi parte di una comunità, e forse nemmeno per essere più sereni. Si medita perché è essenziale almeno quanto mangiare o evacuare: questo è ciò che mi sembra le persone colgano oggi – spesso da sole, senza bisogno di essere imboccate – molto più di ieri. Più che la ricerca di un rifugio, mi sembra la constatazione, o perlomeno il presentimento, di quale sia la reale gerarchia.

Anche per questo, se un tempo mi sentivo di sconsigliare un approccio diretto con la meditazione, ma di familiarizzare con la pratica corporea e respiratoria dello yoga (o qualunque attività che porti al silenzio), oggi i tempi mi sembrano drammaticamente cambiati.

Lo noto dalla semplicità con cui a fronte di poca o nulla esperienza le persone familiarizzano con un’attività in cui non c’è nulla da fare, da come le sessioni si possano allungare e scarnificare di istruzioni, da silenzio a silenzio. Capita sempre meno che qualcuno si trovi nel luogo sbagliato; chi chiede di meditazione, quasi sempre cerca quello, non qualcos’altro. Vuole approfondire, non prendere ciò che serve e lasciare ciò che appare superfluo.

Certo, ci sarà sempre la superficialità del mercato, ma anche quella dei sacerdoti che cercheranno di metterci il cappello, dei cavillatori che troveranno dei vizi di forma, degli utenti precoci disturbati dai nuovi arrivi. Tuttavia ciò che è autentico è spesso semplice, elementare, forse d’istinto, come pregare, o semplicemente tacere.

Secondo la tradizione Tantrica classica, nella vita di un individuo si può verificare un evento che segna un’inversione di tendenza, dalla contrazione (il sentimento di separazione dal resto del mondo che è connaturato all’esistenza individuale ed è origine della sofferenza) verso l’espansione, ovvero l’esperienza di fluidità tra sé e tutta la realtà esistente.

Questo evento può manifestarsi in modalità clamorose oppure pressoché silenti. In quest’ultimo caso, i segni sono da rintracciare nella vita di tutti i giorni. Christopher Wallis 1C. Wallis, Tantra Illuminated: The Philosophy, History and Practice of a Timeless Tradition, MATTAMAYŪRA PRESS osserva che uno di questi segni è proprio il fatto che “quando si chiudono gli occhi, si rallenta il respiro e si rivolge l’attenzione all’interno, si percepisce immediatamente un senso di presenza, una percezione di dolcezza nel semplice stare con il proprio sé interiore”. Per chi quella svolta non è ancora arrivata, è difficile cogliere il senso di rivolgersi all’interno: mostreranno impazienza, avranno bisogno di spiegazioni, lo troveranno estremamente arduo e infruttuoso.

Ebbene, dalla pandemia in poi non ho mai osservato così tante persone che il senso lo colgono perfettamente. Grazie, qualcuno dirà, chi frequenta un centro di yoga è già un campione selezionato e orientato in quella direzione. Ma invece non è così scontato e se in precedenza molti avevano bisogno di molto lavoro – molte cose da fare – per trovarsi infine e momentaneamente a proprio agio con qualche fortuito istante di silenzio, ora invece i più si trovano già a proprio agio fin dall’inizio nell’interiorizzarsi. 

Alla luce di tutto questo, forse si potranno trarre alcune conclusioni su ciò che obiettivamente può essere classificato come ‘trauma collettivo’, e sul fatto che le macerie e le ferite sono solo una parte della realtà, una porzione delle conseguenze: è proprio di tempi inconcepibili, in mezzo a tanta sofferenza e incertezza, anche la possibilità di afferrare in un istante ciò che non basterebbe una vita per comprendere. 



P.S.: questo articolo doveva inizialmente rispondere ad alcune domande di approfondimento sulla pratica poste da chi frequenta il nostro centro. Arriverà anche quello, molto presto, in altri articoli. Per ora mi sembravano doverose queste considerazioni: parlare di questi temi oggi non è come parlarne ieri, i tempi sono completamente cambiati e forse non è una del tutto cattiva notizia.

Note[+]

Note
↑1 C. Wallis, Tantra Illuminated: The Philosophy, History and Practice of a Timeless Tradition, MATTAMAYŪRA PRESS
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