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Lo Zen e l’arte di spaccarsi le palle con la meditazione

31 Maggio 2016 by Francesco Vignotto 5 commenti


Su internet circolano ormai moltissime infografiche che illustrano i benefici del meditare sotto l’aspetto fisiologico e mentale. Lo fanno spesso con qualche immagine stereotipata di tramonti o di cascate, volti sorridenti e corredandolo con qualche nuovo studio ‘scientifico’ sull’attività cerebrale dei meditanti – abbiamo visto, del resto, quanto gli studi scientifici raramente siano compresi per quello che vogliono dire e arrivino spesso di terza o quarta mano al lettore medio.

Leggo inoltre che grandi aziende hanno inserito la meditazione nelle attività per i dipendenti, in modo da ridurre i livelli di stress in azienda e aumentare la produttività. I maligni del Guardian sostengono che si tratti di un escamotage per non affrontare le reali cause dello stress sul posto di lavoro, ma tant’è.

Dopo qualche secolo di esaltazione dell’iperattività, di abusi alimentari e di sostanze eccitanti, sembra insomma che sedersi immobili e concentrarsi (o semplicemente pensare di non pensare) sia qualcosa di altrettanto cool quanto la dieta vegana e i rave salutisti, e che la sua immagine abbia perso le tinte austere con cui, ad esempio, l’ho conosciuta io.

Non rimpiango certo quelle tinte, che oggi appaiono un po’ bacchettone e scoraggianti. Tuttavia c’è qualcosa di caricaturale nell’euforia odierna, e cercherò di spiegarmi in questo articolo, conscio che la mia è solo una opinione tra le tante possibili.

meditazione-stereotipi

Innanzitutto, come per lo Yoga – qui inteso per comodità “merceologica” come disciplina che comprende anche la pratica psicofisica – la gente vuole sapere se la meditazione fa male o la meditazione fa bene. Il problema è che la meditazione, come lo yoga, non fa nessuna delle due cose. Anzi, non fa proprio. Per lungo tempo – e forse in senso assoluto – la meditazione si occupa di dis-fare, e mi si perdoni il terribile gioco di parole.

Anche per questo mi trovo a volte in imbarazzo nel rispondere a persone che chiedono di partecipare alle lezioni di meditazione qui a Zénon. Spesso non sanno di cosa si tratti esattamente, ma sulla base delle notizie in loro possesso ritengono che possa risolvere i loro problemi. Qualcuno si sente ansioso, qualcuno è depresso, alcuni pensano di pensare troppo (e già questo è un doppio problema), e a volte la pratica meditativa viene suggerita loro dal medico – e d’altro canto non sempre, lo dico al di sopra di ogni sospetto (qui a Zénon ci sono dei medici), la prescrizione è effettuata con cognizione di causa.

Ebbene, di fronte a queste aspettative mi sento in tutta sincerità di invitare a provare prima con lo Yoga, o con il Qi Gong o con il Tai Chi (potrebbe essere anche altro, ma mi limito a quello che può offrire la casa), specificando che queste pratiche, per noi, significano anche meditazione. Il “rodaggio” con queste pratiche che contemplano una maggior integrazione degli aspetti corporei è anzi ormai una regola fissa qui a Zénon per accedere alle ore di meditazione, anche a costo di scontentare qualcuno.

Il motivo è che, a mio parere, iniziare con una pratica volta a disciplinare la mente per mezzo della mente significa spesso cercare di costruire una casa partendo dal tetto, con risultati a volte disastrosi, anche se in altri casi, in presenza di venditori particolarmente abili e incuranti, si riesce a convincere l’acquirente che le fondamenta non servono a niente.

Tuttavia, quanto abbiamo appena detto non è del tutto esatto: nella meditazione non si utilizza solo la mente, come potrebbe sembrare, perché la meditazione richiede dei prerequisiti psicofisici, tra cui la capacità di trovarsi a proprio agio in una (relativa) immobilità corporea rimanendo al tempo stesso rilassati.

Alcune tradizioni prescrivono la postura del loto o altre posture sedute tutt’altro che naturali per noi occidentali, che devono diventare “comode e stabili” (tale è la celebre definizione yogica della postura seduta). Altre forme di meditazione dinamica richiedono una certa scioltezza fisica che è profondamente diversa da quella di un ginnasta, perché deriva non dalla semplice flessibilità muscolare ma richiedono lo stesso stato di disponibilità mentale della meditazione “statica”.

Ma anche sedendo su una sedia senza troppe formalità, il punto più difficile è gestire il naturale dinamismo della mente, di cui il dinamismo corporeo è un sottoprodotto, così come la tendenza a saltare di pensiero in pensiero: tutto ciò può costituire un ostacolo insormontabile senza un’adeguata preparazione.

Scriveva Aurobindo:

L’attività normale della nostra mente è fatta in gran parte di un’agitazione disordinata, piena di sperpero e di energie sprecate in frettolosi tentativi, di cui appena una piccolissima parte è utile alle operazioni di una volontà padrona di sé stessa (si tratta, ben inteso, di sperpero dal nostro punto di vista, non secondo quello della Natura universale in cui tutto ciò che a noi sembra spreco serve gli scopi della sua economia). L’attività del nostro corpo è fatta di questa agitazione. 1Aurobindo, La sintesi dello Yoga, Ubaldini

Proprio per questo, prosegue Aurobindo nello stesso scritto, l’haṭhayoga 2A scanso di equivoci, con questo termine intendiamo qui – e lo intendeva Aurobindo – lo Yoga che prevede l’utilizzo di tecniche psicofisiche quali le principali sono āsana e prāṇāyāma. Quasi ogni forma di Yoga oggi praticato nelle palestre, a dispetto della varietà di etichette e delle varie elaborazioni didattiche, è riconducibile a questa tradizione, anche se a volte con profonde differenze che solo in parte abbiamo visto in Lo Yoga in una posizione. può essere una solida base di partenza, perché comincia ad affrontare il problema dall’altro bandolo della matassa, quello più facile da disciplinare.

Da notare anche che Aurobindo, la cui prospettiva di Yoga Integrale è molto vasta e articolata, non era esattamente un grandissimo estimatore dell’haṭhayoga, così come della meditazione, che riteneva mezzi utili solo temporaneamente, laddove in molte tradizioni sono considerate delle vie autosufficienti che possono condurre sulle più alte vette.

meditazione
Illustrazione di Nick Lowndes per il Guardian

Mentre l’haṭhayoga permette infatti di drenare preliminarmente parecchie tensioni mentali attraverso il corpo in modo graduale e senza cadere nelle varie trappole della mente, la meditazione è molto più spesso una “cura da cavallo” che rischia di essere troppo drastica – o inutile- se affrontata da sola.

Durante la meditazione la mente si comporta infatti come un organismo sottoposto a un digiuno: ridotta o sospesa l’alimentazione (è il primo cibo disciplinato sono gli stimoli sensoriali), comincia a fare pulizia interna rigurgitando anche i contenuti sedimentati molto in profondità. Ammesso che la mente riesca a disciplinarsi in tale dieta, il rischio è che la mente finisca più spesso per ubriacarsi di sé stessa, piuttosto che smaltire la sbornia da iperattività a cui è normalmente soggetta.

Il problema non è tanto la quantità di materiale da smaltire, che paradossalmente potrebbe essere eliminato in un istante, ma la capacità di lasciare esaurire la sua produzione, dacché la mente non solo “contiene” ma “crea” in continuazione, allentando la reattività a agli stimoli (ne avevo parlato riguardo al concetto di rilassamento profondo in Dormire col demone che grida).

In questo bisogna arrivare già preparati quando ci si siede a meditare, altrimenti il gradino rischia di essere troppo alto. La mia, ripeto, è un’opinione, mentre altrettanto autorevoli fonti ritengono che basti la meditazione in sé (si veda ancora Lo Yoga in una posizione). Anche se questa contrapposizione è in ultima analisi relativa, ritengo che a favore della mia tesi ci siano parecchi argomenti troppo spesso sottovalutati.

Anche alla luce di tutto questo, la meditazione è da affrontare con cautela in caso di problematiche che turbano lo stato mentale. Anzi, a maggior ragione sconsiglio di meditare a tutti coloro che riferiscono di problematiche di stress, ansia, depressione o siano semplicemente già troppo inclini a rimuginare. Per questi ultimi, in particolare, la meditazione è l’ultima attività da intraprendere, in quanto li scollegherebbe ancora di più dalla realtà. Il che è ben diverso dal realizzare l’illusorietà del mondo fenomenico come formulato in molte tradizioni: significa anzi rimanere ancora più vittime delle illusioni della propria mente.

Insomma, la meditazione, anche e forse soprattutto nelle sue forme più “semplici” e a dispetto dell’aspetto “sexy” oggi attribuitole, può essere spesso una pratica molto frustrante. In molti casi, terribilmente noiosa. Non di rado, quando si hanno parecchi spettri nella bisaccia (che quasi mai sono noti o evidenti), può scatenare conflitti piuttosto violenti nel praticante.

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Tuttavia, l’incontro con questa noia e con questa frustrazione, anche con questi conflitti, è un segnale in un certo senso positivo ed entro certe dosi è un passaggio necessario, perché significa che la pratica sta agendo il suo effetto. Peggio è ancora quando il praticante fin dall’inizio riferisce di esperienze meravigliose e di una pace intensa, perché spesso è il segnale che nessuna purga può scalfire la costipazione. Ho imparato a dubitare seriamente della salute mentale di chi si delizia dell’olio di ricino come di una prelibatezza, ma tra le varie disfunzioni alimentari esiste oggi di sicuro anche questa. Sempre che, ovviamente, l’amara medicina non sia stata contraffatta e depotenziata, come vedremo tra poco.

In ogni caso, il problema è: come avanzare oltre questa noia e questa frustrazione? Elenco alcune possibili vie pessimistiche. In un primo caso, piuttosto frequente, è molto facile l’abbandono di una strada ritenuta troppo difficile.

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Un caso intermedio, ma non raro in alcune nicchie oggi come un tempo, è che al lassativo si sostituisca qualche sostanza psicotropa o qualche palliativo colorato (app per gli smartphone, palline fluorescenti, santini del guru e suggestioni emotive di varia natura) nell’illusione di tagliare per vie abbreviate.

Purtroppo, come ripeto sempre in questi casi, un somaro in LSD a cui appare lo Spirito Santo in persona rimane pur sempre un somaro, posto che il più delle volte lo Spirito Santo è un’ulteriore proiezione della sua mente più intossicata del consueto. Non si può pensare che l’esperienza abbia efficacia a prescindere dal livello di coscienza di chi la sperimenta, il che lo si conquista con un durissimo lavoro.

Ma spesso anche chi persevera non se la passa molto meglio. Abbiamo visto infatti generazioni di meditanti continuare la pratica senza grandi risultati, nella rassegnazione a rompersi discretamente le scatole, osservando i puntini comparire e scomparire all’orizzonte del loro personale Deserto dei Tartari, credendo di scorgervi ogni giorno i segnali di una svolta che non arriverà mai.

In quest’ultimo caso, la meditazione diventa come le famose cinque razioni di frutta e verdura da mangiare ogni giorno o la messa per il cristiano svogliato. E spesso questa noia è percepita quale giusta dose di sofferenza da accollarsi per salvarsi l’anima (o, nel gergo, per bruciare un po’ di karma), siccome ogni cosa che salvi l’anima è dolorosa (così almeno ci hanno detto).

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Non manca chi suggerisce di aiutare la meditazione tramite l’utilizzo di cannabis, per “aiutare ad allentare le resistenze”.

Il primo e l’ultimo caso sono tipici – anche se non sempre –  di quel particolare profilo di praticante che si dedica alla sola meditazione “seduta” ritenendo che le magagne del proprio corpo possano essere separate da quelle della propria mente (a onor del vero un giorno parleremo anche dei praticanti “esperti” di yoga che dopo molti anni non riescono a tollerare anche solo pochi istanti di inattività: è l’altro lato di una medaglia che si tenta sempre di scindere).

Insomma, la meditazione molto spesso e per molto tempo sembra accumulare sul tavolo i problemi, invece di risolverli.

Ma siamo sicuri di aver capito cosa sia la meditazione? A dire il vero, più passano gli anni e più confesso di avere idee felicemente sempre meno definite e sempre più sfocate sulla questione. È anche per questo che scrivere questo articolo mi ha creato parecchio imbarazzo, in quanto per necessità espressiva so di aver usato alcuni stereotipi e dando parecchio per scontato.

Le persone che si informano su un corso di meditazione vogliono sapere quale tipo di meditazione si faccia, se è “statica” o “dinamica”, sciamanica, cristiana, buddhista, laica o trascendentale, insomma vogliono sapere che cosa aspettarsi da quell’oretta alla settimana e di poterlo inquadrare in base alle etichette correnti. Il che, in un certo senso, è del tutto comprensibile dal punto di vista di un acquirente che poco si fida della scatola chiusa, e in molti casi fa bene.

Ma qui si rivela quanto la meditazione poco si concili con le categorie merceologiche. Il più grande equivoco è infatti dare per scontato che la meditazione sia quel qualcosa che “si fa” quando si “decide” di meditare, il che, come vedremo nel seguito di questo articolo, non è per nulla scontato, dacché pensare di fare e di decidere, o connotare con qualche colorante folkloristico significa rimanere ancora intrappolati ben prima del nodo da sciogliere.

Moltissime tradizioni che hanno tenuto in gran conto la meditazione, del resto, hanno anche detto che meditare è inutile. Non soltanto nel senso che non dev’esserci aspettativa di vantaggio alcuno – il che poco di concilia con la meditazione per aumentare la produttività, o anche per migliorare la concentrazione o ridurre lo stress. Molte tradizioni affermano infatti da un lato che meditare è la via, dall’altro che meditare è controproducente.

Ma allora cos’è la meditazione e perché tutte queste contraddizioni?  Per amor di sintesi, e per non aggiungere per ora troppa carne al fuoco, affronteremo l’argomento nel prossimo articolo.

Note[+]

Note
↑1 Aurobindo, La sintesi dello Yoga, Ubaldini
↑2 A scanso di equivoci, con questo termine intendiamo qui – e lo intendeva Aurobindo – lo Yoga che prevede l’utilizzo di tecniche psicofisiche quali le principali sono āsana e prāṇāyāma. Quasi ogni forma di Yoga oggi praticato nelle palestre, a dispetto della varietà di etichette e delle varie elaborazioni didattiche, è riconducibile a questa tradizione, anche se a volte con profonde differenze che solo in parte abbiamo visto in Lo Yoga in una posizione.
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Pranayama: vita, respiro, morte e miracoli

4 Dicembre 2014 by Francesco Vignotto 3 commenti


Contenuti

  • Vita e morte, in un soffio
  • Prana, respiro, energia
  • Ma che cos’è il Pranayama?
  • I cinque soffi vitali o Prana Vayu
    • Prana e Apana, la pulsazione vitale
    • Samana, il fuoco; la mente, il sacrificante
  • Energia e coscienza
    • Nadi e chakra
    • Ha-tha: Ida e Pingala, sole e luna
    • Sushumna o ‘il sentiero di mezzo’
  • Miracoli

Vita e morte, in un soffio

Non avevo realmente idea di cosa fosse il respiro, fino alla morte di mio padre. Praticavo Yoga da alcuni anni, e sicuramente quando mi dicevano di inspirare e di espirare ero convinto di farlo. Ma quel giorno, o meglio in quell’istante, mi accorsi che non ne sapevo in realtà nulla.

Mio padre non morì dopo una lunga malattia debilitante, ma per infarto, nel giro di pochi secondi. Del suo trapasso ricordo solo un intenso e lungo espiro, nel quale tutto si risolse. Qualunque resistenza sarebbe stata inutile al suo passaggio: quel suono, che partiva dalle viscere, tagliò come un rasoio tutti nodi che incontrava. E come da uno strato di sogno si è svegliati a un altro, un attimo prima il corpo era vivo, un attimo dopo era morto.

Al di là dell’estremo shock della circostanza e di tutte le implicazioni personali della vicenda, credo che mio padre – che non praticò mai pratiche respiratorie in vita sua – mi abbia dato al momento della sua morte un insegnamento che difficilmente si può cogliere nei testi.

Numerose tradizioni a Oriente e Occidente parlano della vita – e, se vogliamo – dell’anima insufflata dal respiro divino. Le parole greche pneuma e psiche, così come il sanscrito Atman (il Sé) nascondono nell’etimo il doppio significato di respiro, anima e spirito.
Il primo respiro ci accompagna alla nascita e l’ultimo alla morte. Sarebbe però errato considerare soltanto gli estremi: l’esperienza dello spirare di mio padre innescò la consapevolezza l’intera vita è una pulsazione tra questi due poli, tra affermazione e negazione, a ogni istante e a ogni inspiro ed espiro, e come nel Taijitu taoista lo yin è contenuto il seme dello yang e viceversa.

Nella tradizione yogica indiana, di cui parlerà questo articolo, la pulsazione del respiro è solo l’indizio di una dinamica molto più vasta, sia all’interno del singolo individuo, sia, del fenomeno della vita e dell’energia nell’universo, che qui è chiamata Prana, ossia il legame, l’equazione ritmica tra la materia e la coscienza.

In questo articolo parlerò anche di pranayama, ossia l’insieme di pratiche yogiche dedicate specificamente al controllo del prana, ma non mi addentrerò nella descrizione di particolari tecniche di pranayama: sia perché aggiungerebbe troppa carne al fuoco a un articolo già corposo, sia perché lo scopo è qui di approfondire i principi generali.

Prima di entrare nel vivo, un avvertenza e una preghiera: quanto segue è naturalmente filtrato attraverso un’esperienza individuale – piccola o grande che sia – e anche i testi citati sono filtrati attraverso tutti i limiti di quell’esperienza. Non ha la pretesa quindi di essere esaustiva sull’argomento, né di fornire l’interpretazione autentica di una tradizione che vanta diverse migliaia di anni e altrettante filiazioni e visioni differenti.

In quanto tale, qualunque contributo che ne condivida lo stesso spirito (leggi: senza la presunzione di possedere la verità ultima) sarà accolto a braccia aperte.

Prana, respiro, energia

Invero tutti gli esseri nel prana stesso vanno a riassorbirsi e dal prana emergono

Chandogya Upanishad, I, 11, 5
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Quando si parla di respiro nello Yoga e nella tradizione indiana, è di fatto impossibile scinderlo dal molto più vasto aspetto energetico vitale e universale a cui esso è collegato.

Per questo, il termine Prana ricorre con diversi significati, dei quali uno dei più particolari è il processo respiratorio propriamente detto.

Nella sua accezione più generale, invece, il Prana è l’energia, il principio dinamico, presente illimitatamente e ovunque nello spazio e che sostiene la vita nell’universo. È errato tuttavia ritenere che il Prana sia relativo alla sola vita organica, o alla vita individuale, ma occorre precisare che il concetto di ‘vita’ è qui onnicomprensivo:

Dal punto di vista yogico, l’intero cosmo è vivo, palpitante di prana.
Il Prana è sempre presente in ogni aspetto della creazione. Il prana all’interno di ogni oggetto creato dona esistenza materiale e forma, che si tratti di un pianeta, un asteroide, un filo d’erba o un albero. Se non ci fosse il prana, non ci sarebbe vita. Se il prana si ritraesse dall’universo, ci sarebbero la disintegrazione totale. Tutti gli esseri, viventi o non viventi, esistono a causa del prana. Ogni manifestazione nella creazione fa parte di una matrice infinita di particelle di energia, disposte in diverse densità, combinazioni e variazioni. Il principio universale del prana può essere in una fase statica o dinamica, ma è dietro a ogni esistenza su ogni piano dell’essere dal più alto al più basso. 1Swami Niranjanananda Saraswati, Prana and Pranayama, Yoga Publications Trust, 2009, p.9

In altre parole, il piano fisico sarebbe lo stato più ‘denso’ o statico di un flusso energetico in costante movimento. Interessante a questo proposito l’etimologia della parola prana secondo Gitananda Giri:

La parola prana, a sua volta, può essere scomposta in due parti; pra che sta per “esistere indipendentemente” o “avere un’esistenza precedente”, e ana che è l’abbreviazione di anna, (anu) una cellula. Un atomo o una molecola si chiamano anu di cui tutta la vita è costituita.
Prana esprime quindi l’idea di ciò che esisteva prima della nascita della vita atomica o cellulare. 2Swami Gitananda Giri, La voce del re serpente: saggi sull’Astanga Yoga di Patanjali, Ed. Laksmi, p.86

Socrates Geens: Secrets of the five bodies
Socrates Geens: Secrets of the five bodies

Al Prana cosmico, corrisponde un Prana individuale. La sopravvivenza del corpo fisico umano (annamaya kosha, “corpo fatto di cibo”) dipende direttamente da quella del corpo pranico (pranamaya kosha), alimentato sia dall’aria che respiriamo, ma anche dagli elementi vitali che assorbiamo attraverso il cibo.

Il prana, inoltre, è il legame tra il corpo fisico e gli strati ulteriormente sottili del complesso umano: il corpo mentale (manomaya kosha), il corpo intuitivo (vijnanamaya kosha) e il corpo di beatitudine (anandamaya kosha). Il “contenuto” ultimo di questi involucri è l’Atman o Purusha, il Sé, l’essenza spirituale o pura coscienza individuale che non sempre (non secondo tutte le visioni) è distinta (o ha senso distinguere) da quella universale.

L’uomo è dunque un continuum di corpo fisico, energia, mente, subconscio e inconscio che interagiscono grazie al prana. Agire su questo link energetico per far emergere in ultima istanza il “contenuto” di pura coscienza è lo scopo delle tecniche yogiche in generale, ma soprattutto di quelle che rientrano sotto il nome di Pranayama.

Ma che cos’è il Pranayama?

Il pranayama è un complesso di tecniche yogiche che utilizzano principalmente il respiro per regolare i processi energetici e mentali conducendoli a uno stato di quiete. Nello Yoga vengono normalmente introdotte dopo aver padroneggiato le posture (asana).

La parola pranayama è interpretabile secondo due significati etimologici: prana-ayama e prana-yama. Ayama significa espandere, mentre yama significa controllare, ritenere il respiro.

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Come vedremo, entrambe le interpretazioni sono corrette e, nonostante l’apparente paradosso, conciliabili: attraverso l’espansione del prana si arriva al controllo dei soffi vitali e quindi a ridurre il loro dinamismo fino all’immobilità, così come la pratica delle asana ha l’obiettivo dell’immobilità del corpo; e così come asana e pranayama convergono verso l’immobilità della mente, per condurre a esperire lo stato di pura coscienza.

Ma che cos’è, in pratica, il pranayama? Proviamo a formulare una sintesi dal punto di vista pratico:

  1. Nella fase propedeutica, il pranayama comprende un serie di tecniche per rendere il praticante consapevole della respirazione naturale, per poi rendere gradualmente più ampia la respirazione, coinvolgendo l’apparato muscolo-scheletrico (in particolar modo la colonna vertebrale, la gabbia toracica, la muscolatura relativa e il diaframma) e favorendo il pieno utilizzo dei polmoni; questa fase non è ancora definibile propriamente come pranayama, ma svolge un’importante funzione di igiene respiratoria, oltre ad armonizzare i processi psicofisici e a fornire la base tecnica per le fasi successive.
  2. Il pranayama propriamente detto consiste nella regolazione delle fasi di inspiro ed espiro e delle fasi di ritenzione (a polmoni pieni e a polmoni vuoti), secondo diversi ritmi e combinazioni. In questa fase l’attenzione si sposta gradualmente dalla respirazione ‘fisica’ a quella più puramente pranica: lo scopo principale è la pulizia dei canali energetici e degli ostacoli psichici alla circolazione del Prana.
  3. Il naturale sbocco del pranayama è l’interiorizzazione: il respiro diviene sempre più sottile, fino a divenire quasi impercettibile o cessare completamente. È la fase di ritenzione spontanea, che conduce alle fasi dello Yoga descritte da Patanjali come: ritrazione dei sensi (Pratyahara), concentrazione (Dharana), meditazione (Dhyana) e riassorbimento (Samadhi).

Come vedremo, la respirazione è connessa in modo molto complesso al funzionamento del sistema nervoso autonomo e ai processi psichici. Proprio per questo ogni testo dedicato al pranayama avverte che le tecniche devono essere apprese sotto la sorveglianza di una guida esperta, in quanto l’errata applicazione può provocare seri disturbi.

Ma dopo questa sintesi sommaria, scendiamo nel dettaglio e vediamo come il pranayama agisce, cogliendo l’occasione per approfondire il funzionamento del corpo energetico umano.

I cinque soffi vitali o Prana Vayu

elettrocardiogramma

Nel corpo pranico, il Prana si differenzia in cinque principali soffi o venti vitali, i Prana Vayu, connessi tra loro in modo molto complesso. 3Per la precisione, esisterebbero anche altri 5 soffi sussidiari, di cui qui non parleremo per non rendere il discorso troppo complesso. I Prana Vayu sono da intendere come qualità diverse di un unico Prana, e i punti di localizzazione sono da interpretare come i centri di gravità di energie che in realtà influiscono sull’intero organismo:

Il corpo pranico: Prana, Apana, Samana, Udana e Vyana (quest'ultimo pervade l'intero corpo)
Il corpo pranico: Prana, Apana, Samana, Udana e Vyana (quest’ultimo pervade l’intero corpo)
  • Prana (qui da intendersi come soffio particolare e da non confondere con il Prana corsmico): è situato nel torace, è correlato all’inspiro e più in generale all’assorbimento del Prana non solo dall’aria respirata, ma anche dal cibo e dall’atmosfera.
  • Apana: ha sede nella regione pelvica, governa organi escretori e riproduttivi; è correlato all’espiro e in generale all’escrezione e alla sessualità.
  • Samana: situato nella regione dell’ombelico, è il soffio responsabile della digestione del cibo sotto ogni forma, compresi i pensieri e le emozioni, alimentando quindi Udana.
  • Udana: situato nel capo e negli arti, è il soffio che porta ‘in alto’ il prodotto di Samana, regolando il funzionamento degli organi sensoriali e degli organi dell’azione, alimentando Vyana.
  • Vyana: circola nell’intero corpo, ed è il soffio responsabile della distribuzione dell’energia allo stato più raffinato.

Prana e Apana, la pulsazione vitale

Prana e Apana sono l’input e l’output dell’essere umano e controllano le due funzioni macroscopiche del ciclo energetico e determinano il flusso degli altri tre Prana Vayu. Se Prana e Apana si arrestassero, tutti gli altri soffi vitali cesserebbero di conseguenza e moriremmo nel giro di pochi minuti.

In relazione alla respirazione umana, Prana viene normalmente utilizzato come sinonimo di inspiro, e Apana come sinonimo di espiro.

In altri termini, Apana è l’energia che ci mette in contatto con il mondo fisico, permettendoci di interagire con esso tramite il corpo, di eliminare la materia densa ma anche di generare nuova vita; Prana invece è la spinta ascensionale verso l’energia pranica e ne stimola l’assimilazione: Apana e Prana sono Yin e Yang, espressi nei termini della Tradizione Cinese: vuoto e pieno che contengono l’uno il seme dell’altro, così come il vuoto creato dalla contrazione del diaframma al termine dell’espiro genera l’inspiro. Il loro ritmico alternarsi è la pulsazione di ogni essere vivente, anche se non associato alla respirazione aerobica polmonare.

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Prana e Apana

Nelle Upanishad si afferma tuttavia che la parte interiore dell’essere umano, costantemente spinta da queste due forze pulsanti in direzioni opposte, non possa mai emergere. 

La Dhyana Bindu Upanishad descrive l’anima come un uccello che, spiccando continuamente il volo spinto da Prana, viene regolarmente tirato in basso dalla corda Apana, per un principio di azione e reazione, come un pallone che salta in alto proprio perché è stato percosso verso il basso, perché “Prana sempre si trae da Apana”. 4”Lo Jiva [l’anima individuale] che si trova sotto l’influenza di Prana e Apana va su e giù.
Lo Jiva a causa del suo muoversi continuo sul percorso destro e sinistro, non è visibile. Proprio come una palla percossa (sulla terra) salta in alto, così Jiva sempre lanciato da Prana e Apana non è mai a riposo.
Conosce lo Yoga chi sa che Prana sempre si trae da Apana e Apana  trae da Prana, come un uccello (allontanandosi e tuttavia non liberandosi) dalla stringa (a cui è legato).”
Dhyana Bindu Upanishad, 58-61a

Su questo passo vedi anche Swami Muktibodhananda, Swara Yoga: The Tantric Science of Brain Breathing, Yoga Publications Trust, p. 43-45.

In altre parole, questa pulsazione vitale è ambivalente: da un lato ci mantiene in vita, ma al tempo stesso ci comprime in un circolo chiuso, che non permette evoluzione. Avendo penetrato questa dinamica, e nella consapevolezza che non si può ‘tagliare la corda’ di Apana senza recidere anche Prana, lo Yoga utilizza queste due forze normalmente divergenti facendole convergere e generando così un surplus di energia.

Samana, il fuoco; la mente, il sacrificante

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Per questo occorre utilizzare un principio trasmutatore, una terza forza: questa forza è Samana, il fuoco. Come abbiamo visto, Samana è il soffio che ‘digerisce’: aria, cibo, pensieri, emozioni.

Nel Pranayama, l’azione di Samana viene potenziata regolando consapevolmente inspiro ed espiro e invertendo quindi la loro direzione, portando Prana in basso e Apana in alto, ed esercitando la terza fase del respiro, cioè la ritenzione, aumentando quindi il tempo di assimilazione di Prana e Apana.5Swami Muktibodhananda. Swara Yoga: The Tantric Science of Brian Breathing, Yoga Publications Trust, p. 44 Quest’operazione è spesso descritta nei termini del rito sacrificale vedico:

Altri offrono come sacrificio il respiro esalante [Apana] nell’inalante [Prana], e l’inalante nell’espirante, controllando il corso dei respiri esalanti ed inalanti [pranapana-gati], completamente assorbiti nel dominio del respiro.

Bhagavad Gita, IV, 29

Quello che reca equamente queste due oblazioni, che sono l’inspirazione [Prana] e l’espirazione [Apana] è il samana. La mente, in verità, è il sacrificante.

Prasna Upanishad, IV, 4
Pranayama

Oltre a Prana, Apana e Samana, i due passi tratti dalla Bhagavad Gita e dalla Prasna Upanishad aggiungono un elemento in più: nel pranayama è infatti richiesta la presenza del sacrificante, ossia la mente. Non si tratta però di un’operazione meramente concettuale e dobbiamo prescindere dall’accezione di sacrificio come rinuncia o immolazione. Il sacrificio (da sacer facere, letteralmente “rendere sacro”) è, in ultima analisi, compiere consapevolmente ciò che in condizioni normali viene compiuto sotto la pressione degli impulsi.

Quando l’oggetto del sacrificio è il respiro, ciò assume un significato particolare, perché questa è l‘unica funzione autonoma che possiamo alterare volontariamente, a differenza della  del battito cardiaco, della circolazione del sangue o della digestione, che tuttavia dal respiro sono fortemente influenzati.

Il prana, come abbiamo visto, è il nesso tra mente conscia, funzioni autonome, corpo e tutti gli altri ‘strati’ dell’essere umano. Ciò significa anche che regolando volontariamente il respiro possiamo regolare da un lato tutti gli altri processi vegetativi; dall’altro, l’attività della mente stessa.

Recita l’Hata-yoga Pradipika:

Colui che ha controllato il respiro, allo stesso tempo ha controllato la mente. E colui che ha controllato la mente, ha controllato anche il respiro.

Hata-Yoga Pradipika IV, 21

Finché il respiro è continuo, la mente rimane instabile, quando (esso) si arresta, (la mente) diviene calma e lo Yoghi raggiunge l’immobilità assoluta. Per questo si deve ritenere il respiro.

Hata-yoga Pradipika, II, 2

Come abbiamo già evidenziato, la ritenzione spontanea è il fine ultimo delle tecniche di pranayama: il respiro si riduce al minimo, o cessa completamente, ottenendo  il completo controllo sul corpo e l’immobilità della mente, permettendo così di percepire gli ‘strati’ più sottili che in condizioni normali sono offuscati dall’attività corporea e da quella mentale. 6

Significativi sono i pochi sutra dedicati da Patanjali al pranayama:


Realizzato questo [la padronanza del corpo con le asana] si ha il pranayama che è controllo e cessazione del movimento d’inspirazione e d’espirazione.
Questa regolazione della respirazione durante le sue fasi di espirazione, inspirazione e ritenzione, è inoltre soggetta a condizioni di tempo, luogo e numero, ognuna di queste potendo essere lunga o breve.
Vi è una tecnica particolare per regolare la respirazione che è in rapporto sia con quanto detto nel sutra precedente, sia con la sfera interiore del respiro.
Per mezzo di questa regolazione della respirazione l’offuscamento della mente, che è il normale risultato dell’influenza del corpo, è eliminato.
E così la mente si trova pronta per gli atti consapevoli.
Yoga Sutra, II, 49-53

Secondo l’Hata-yoga Pradipika, inoltre, la ritenzione spontanea è il vero pranayama:

Il pranayama è diviso in tre parti: rechaka (espirazione), puraka (inspirazione), e kumbhaka (ritenzione). Si ritiene che vi siano due tipi di kumbhaka: sahita [accompagnato da rechaka e puraka] e kevala [solo, senza rechaka né puraka].
Si deve praticare sahita-kumbhaka, finché non si ottiene il successo in kevala-kumbhaka, che è la semplice ritenzione del respiro, senza recaka né puraka.
Questo kumbhaka, puro, isolato, rappresenta il vero pranayama.
(Yoga Sutra, II, 49-53)

Energia e coscienza

Oltre al dualismo di Prana e Apana, c’è un’altra coppia di opposti che lo Yoga mira a unificare: quella tra l’energia vitale e l’energia mentale, due espressioni della stessa energia a livelli vibratori differenti, simboleggiati da Sole e Luna.

Per comprendere quali sono i termini di questa coppia di opposti dobbiamo fare però almeno un accenno agli ‘organi’ che regolano e distribuiscono il Prana  all’interno del corpo energetico umano.

Nadi e chakra

Le 72.000 nadi
Le nadi: come si può intuire, la questione è molto complessa…

Secondo la fisiologia indiana, il prana scorre attraverso una rete fittissima di canali, detti nadi, e il suo flusso è regolato da diverse centraline, ovvero i chakra, che funzionano da veri e propri ‘server’ nella trasmissione dell’energia.  7
“La generazione e la distribuzione del prana nell’organismo umano possono essere paragonate a quelle dell’energia elettrica. L’energia dell’acqua che cade o del vapore che ascende fa ruotare le turbine entro un campo magnetico per generare l’elettricità. L’elettricità viene poi immagazzinata negli accumulatori, e l’energia viene resa più o meno intensa mediante i trasformatori che regolano il voltaggio o la corrente. Quindi viene trasmessa lungo i cavi per illuminare le città o far funzionare i macchinari. Il prana è come l’acqua che cade o il vapore che ascende. L’area toracica è il campo magnetico. I processi della respirazione, inalazione, esalazione e ritenzione del respiro funzionano come le turbine, mentre i chakra rappresentano gli accumulatori e i trasformatori. L’energia (ojas) generata dal prana è come l’elettricità. Viene resa più o meno intensa dai chakra, e distribuita in tutto l’organismo lungo nadi, dhamani e sira, che sono i cavi di trasmissione. Se l’energia generata non viene debitamente regolata, distrugge il macchinario e l’equipaggiamento. Lo stesso avviene con il prana e l’ojas, perché essi possono distruggere il corpo e la mente del sadhaka.”
B.K.S Iyengar, Teorie e tecniche del pranayama, ed. Mediterranee, p.67

Senza voler entrare in una digressione che ci porterebbe lontano, ci limiteremo a osservare che sia per le nadi sia per i chakra si è tentato di individuare un corrispettivo fisiologico nel sistema circolatorio, nelle ghiandole endocrine e nei plessi nervosi.

Tuttavia, sebbene nadi e chakra trovino spesso delle corrispondenze nel corpo, ritengo che sia un errore voler identificare l’organo fisico con la sua controparte energetica: sarebbe come confondere la mente con la fisiologia del cervello, o, come abbiamo visto più sopra, il ciclo dell’ossigeno nella respirazione grossolana con la circolazione del prana.

Gli organi fisici sono quindi da intendere come i punti di interconnessione, o meglio le interfacce tra le attività fisiologiche e le attività energetiche e psichiche. Queste ultime, peraltro, sono allo stato ordinario espresse perlopiù solo in potenza. Comunque sia, come tutta la geografia sottile, nulla è da prendere  schematicamente alla lettera.

Socrates Geens: Sacred Mirror
Socrates Geens: Sacred Mirror

Si considerano comunemente sette chakra principali, anche se spesso si fa riferimento a numerosi centri secondari, disposti tra il perineo (Muladhara chakra) e la sommità della testa (Sahasrara chakra, che non sempre però è considerato alla stregua degli altri chakra). Queste due estremità rappresentano i poli attraverso cui si sviluppa l’esperienza yogica: l’Energia o Spazio (Shakti) e la Coscienza o Tempo (Shiva) che al culmine di tale esperienza realizzano l’originaria identità.

Tra di essi, vi è il centro sessuale (Svadhisthana), il centro vitale e dinamico (Manipura, nella regione dell’ombelico), il centro cardiaco, sede delle emozioni più raffinate e incondizionate (Anhata), il centro della gola (Vishuddhi) e quello mentale (Ajna, o “centro di controllo” situato in corrispondenza dell’epifisi).

Le nadi, infine, sono state quantificate in diverse decine di migliaia (72.000 o addirittura 350.000 secondo la Shiva Samhita), tuttavia lo Yoga si occupa principalmente delle tre nadi più importanti, che regolano il funzionamento di tutte le altre. In realtà, delle tre soltanto due (Ida e Pingala) sono normalmente attive, mentre la terza (Sushumna) è allo stato normale solo una potenzialità.

Ha-tha: Ida e Pingala, sole e luna

Ida e Pingala scorrono rispettivamente a sinistra e a destra della colonna vertebrale. Originano entrambe nella regione pelvica (sede del chakra mooladhara, centro dell’energia fisica), e terminano nell’Ajna chakra, nel centro del capo. Tra questi due estremi, a voler essere precisi, i tragitti di Ida e Pingala non sono lineari (come indicato simbolicamente dell’immagine qui a fianco) ma formano due sinusoidi che attraversano ogni centro, come in questa figura:

idapingala

Con Ida e Pingala incontriamo un’altra polarità, un’altra coppia di Yin e Yang. Se il dualismo Prana-Apana rappresentano energeticamente alto e basso, cioè la spinta verso la materia (escrezione) e quella verso l’energia più raffinata (assorbimento di Prana), quello di Ida e Pingala rappresenta il polo energetico negativo e quello positivo dell’essere umano, tra energia mentale ed energia vitale. Nell’essere umano, questa polarità si riflette sia nella lateralità corporea, sia a livello di sistema nervoso centrale, sia di quello periferico:

  • Ida è il polo ‘negativo’, regolato dalla respirazione della narice sinistra. È correlata all’attività mentale, emotiva e ricettiva, orientando l’attenzione verso l’interno. Corrisponde al sistema nervoso parasimpatico e all’attività dell’emisfero destro dell’encefalo, che controlla il lato sinistro del corpo.
  • Pingala è il polo ‘positivo’, regolato dalla respirazione nella narice destra. È correlata all’energia vitale fisica e al pensiero lineare, orientando l’attenzione verso il mondo esterno. Corrisponde al sistema nervoso simpatico e all’attività dell’emisfero sinistro del cervello, che controlla il lato destro del corpo.8Swami Niranjanananda Saraswati, Prana and Pranayama, Bihar School of Yoga, p.40-49
La polarità energetica rappresentata in un dipinto alchemico occidentale
La polarità energetica rappresentata in un dipinto alchemico occidentale

In condizioni normali, l’attività delle due narici non è mai omogenea, ma vi è sempre la predominanza di una narice sull’altra, secondo un’alternanza ciclica: nelle ore notturne, ad esempio, Ida è predominante, mentre Pingala domina durante il giorno, ma il discorso è molto complesso e sarà meglio affrontarlo in un articolo dedicato.

Nondimeno, questi due canali, allo stato ‘normale’ dell’essere umano, presentano quasi sempre delle impurità o delle ostruzioni che non solo provocano squilibri nell’intero complesso, e rendono inoltre impossibile attivare la sintesi.

Per questo lo scopo del pranayama, oltre a unire Prana e Apana, è di ‘pulire’ e di equilibrare i due canali laterali. Il termine stesso Hata Yoga indica la fusione di questi due principi, Ha (Sole, Pingala) e Tha (Luna, Ida).

La tecnica più rappresentativa di questa operazione è nadi sodhana, la respirazione a narici alternate, dove si inspira ciclicamente da una narice e si espira da quella opposta, e viceversa, inserendo poi le fasi di ritenzione.

Questa operazione attiva un terzo canale, ovvero Sushumna.

Sushumna o ‘il sentiero di mezzo’

Socrates Geens: Samadhi
Socrates Geens: Samadhi

Laddove Ida e Pingala rappresentano la polarità  energetica, Sushumna è il “sentiero di mezzo”, che scorre lungo la colonna vertebrale. Sushumna è il canale neutro.

La sua attivazione tramite le pratiche yogiche  di sushumna avviene quando entrambe le narici sono ugualmente attive e il flusso di Ida e Pingala è stato equalizzato. In condizioni normali, ciò avviene solo per pochi secondi nel momento di interscambio tra Ida e Pingala.

Lo Yoga mira a rendere stabile questo equilibrio. Tutte le tecniche dello Hata Yoga mirano a questo obiettivo finale. La stessa fusione di Prana in Apana, descritta più sopra, è finalizzata all’apertura di Sushumna.

Con l’attivazione del terzo canale, si sperimenta uno stato in cui entrambi gli emisferi si attivano contemporaneamente. L’energia vitale (prana shakti) e quella mentale (manas shakti) si bilanciano e si fondono. Ancora una volta, il dinamismo generato dalla dualità viene riassorbito in una sintesi superiore conducendo a stati di coscienza non ordinari:

Il Sole e la Luna sono i fattori del tempo, che è formato dal giorno e dalla notte. Sushumna divora il tempo: questo è considerato un segreto.

Hata-yoga Pradipika, IV, 17

Qui, lo Hata-Yoga Pradipika descrive due fenomeni, che in realtà sono due aspetti dell’attivazione di Sushumna: il riassorbimento (laya) dell’energia individuale e della mente individuale nella mente e nell’energia universali; e, dall’altro lato, il risveglio dell’energia cosmica all’interno dell’essere umano – la famosa Kundalini, il Mahaprana (prana cosmico) che giace dormiente alla base della colonna vertebrale: è l’unione del centro sacrale e di quello della sommità del capo, l’accoppiamento di Shakti e Shiva.

Ma qui siamo giunti molto lontano nel nostro percorso…

Miracoli

Miracoli termodinamici… eventi così improbabili da essere impossibili, come l’ossigeno che si trasforma spontaneamente in oro.

Alan Moore, Watchmen
La pratica del Tummo tra gli yogin tibetani
La pratica del Tummo tra gli yogin tibetani

Cosa sono dunque i miracoli? Nei testi antichi spesso si descrivono le siddhi, i poteri miracolosi che derivano dalle pratiche yogiche, come l’ubiquità o la facoltà di divenire infinitamente piccoli o infinitamente grandi.

Anche la pratica del pranayama, da sola, pare dispensi una buona dose di poteri extra-ordinari. Tuttavia, normalmente le siddhi vengono enumerate proprio per avvertire il praticante di non lasciarsi distrarre dai fuochi d’artificio.

Il vero miracolo, la magia operata dallo yoga è invece un’altra, e il pranayama ne è un esempio: è il procedimento tipicamente  tantrico attraverso cui una condizione limitante viene superata utilizzando i termini stessi di quella condizione, facendo lavorare insieme due forze normalmente opposte e generando un’enorme surplus di energia.

Senza comprendere questo, ripetere che Yoga significa unione (con il divino) rischia di rimanere lettera morta, una vuota formula-contenitore che può essere riempita da tutto e niente.

Ciò che spero sia emerso con questo articolo, è che l’unione significa conciliare il dualismo in un essere umano fondamentalmente scisso, in continuo movimento nel ciclo tra opposti che non permettono alle componenti più profonde di emergere e di risolversi, né di evolvere.

yoga exhibit2

Al di là delle esperienze descritte nei testi – inaccessibili per i più, e sulle quali si è molto fantasticato – ritengo che lo Yoga attraverso il pranayama offra uno strumento potenzialmente dirompente per penetrare e risolvere i processi fisici, psichici e mentali aggirando la trappola dell’intellettualizzazione da un lato, e della riduzione a puro esercizio fisico dall’altro.

È inoltre un veicolo perfetto per giungere stati di meditazione, portando alla quiete della mente attraverso la regolazione del Prana, laddove le tecniche di meditazione propriamente dette agiscono in senso opposto e complementare, giungendo all’immobilità dei soffi vitali attraverso l’immobilità della mente: entrambi gli approcci sono validi e anzi ricevono un enorme potenziamento se abbinati.

I grandi traguardi, tuttavia, sono contenuti nei piccoli traguardi. La chiave, appunto, è ciò che accomuna coscienza e corpo, e che può condurre all’unità di entrambi: l’energia, in ogni espiro e in ogni inspiro, sotto la testimonianza vigile della mente.

Note[+]

Note
↑1 Swami Niranjanananda Saraswati, Prana and Pranayama, Yoga Publications Trust, 2009, p.9
↑2 Swami Gitananda Giri, La voce del re serpente: saggi sull’Astanga Yoga di Patanjali, Ed. Laksmi, p.86
↑3 Per la precisione, esisterebbero anche altri 5 soffi sussidiari, di cui qui non parleremo per non rendere il discorso troppo complesso.
↑4 ”Lo Jiva [l’anima individuale] che si trova sotto l’influenza di Prana e Apana va su e giù.
Lo Jiva a causa del suo muoversi continuo sul percorso destro e sinistro, non è visibile. Proprio come una palla percossa (sulla terra) salta in alto, così Jiva sempre lanciato da Prana e Apana non è mai a riposo.
Conosce lo Yoga chi sa che Prana sempre si trae da Apana e Apana  trae da Prana, come un uccello (allontanandosi e tuttavia non liberandosi) dalla stringa (a cui è legato).”
Dhyana Bindu Upanishad, 58-61a

Su questo passo vedi anche Swami Muktibodhananda, Swara Yoga: The Tantric Science of Brain Breathing, Yoga Publications Trust, p. 43-45.

↑5 Swami Muktibodhananda. Swara Yoga: The Tantric Science of Brian Breathing, Yoga Publications Trust, p. 44
↑6

Significativi sono i pochi sutra dedicati da Patanjali al pranayama:

Realizzato questo [la padronanza del corpo con le asana] si ha il pranayama che è controllo e cessazione del movimento d’inspirazione e d’espirazione.
Questa regolazione della respirazione durante le sue fasi di espirazione, inspirazione e ritenzione, è inoltre soggetta a condizioni di tempo, luogo e numero, ognuna di queste potendo essere lunga o breve.
Vi è una tecnica particolare per regolare la respirazione che è in rapporto sia con quanto detto nel sutra precedente, sia con la sfera interiore del respiro.
Per mezzo di questa regolazione della respirazione l’offuscamento della mente, che è il normale risultato dell’influenza del corpo, è eliminato.
E così la mente si trova pronta per gli atti consapevoli.

Yoga Sutra, II, 49-53

Secondo l’Hata-yoga Pradipika, inoltre, la ritenzione spontanea è il vero pranayama:

Il pranayama è diviso in tre parti: rechaka (espirazione), puraka (inspirazione), e kumbhaka (ritenzione). Si ritiene che vi siano due tipi di kumbhaka: sahita [accompagnato da rechaka e puraka] e kevala [solo, senza rechaka né puraka].
Si deve praticare sahita-kumbhaka, finché non si ottiene il successo in kevala-kumbhaka, che è la semplice ritenzione del respiro, senza recaka né puraka.
Questo kumbhaka, puro, isolato, rappresenta il vero pranayama.

(Yoga Sutra, II, 49-53)

↑7
“La generazione e la distribuzione del prana nell’organismo umano possono essere paragonate a quelle dell’energia elettrica. L’energia dell’acqua che cade o del vapore che ascende fa ruotare le turbine entro un campo magnetico per generare l’elettricità. L’elettricità viene poi immagazzinata negli accumulatori, e l’energia viene resa più o meno intensa mediante i trasformatori che regolano il voltaggio o la corrente. Quindi viene trasmessa lungo i cavi per illuminare le città o far funzionare i macchinari. Il prana è come l’acqua che cade o il vapore che ascende. L’area toracica è il campo magnetico. I processi della respirazione, inalazione, esalazione e ritenzione del respiro funzionano come le turbine, mentre i chakra rappresentano gli accumulatori e i trasformatori. L’energia (ojas) generata dal prana è come l’elettricità. Viene resa più o meno intensa dai chakra, e distribuita in tutto l’organismo lungo nadi, dhamani e sira, che sono i cavi di trasmissione. Se l’energia generata non viene debitamente regolata, distrugge il macchinario e l’equipaggiamento. Lo stesso avviene con il prana e l’ojas, perché essi possono distruggere il corpo e la mente del sadhaka.”
B.K.S Iyengar, Teorie e tecniche del pranayama, ed. Mediterranee, p.67
↑8 Swami Niranjanananda Saraswati, Prana and Pranayama, Bihar School of Yoga, p.40-49
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