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pratica

De-costruire il corpo: Ardha Matsyendrāsana

20 Settembre 2018 by Zénon Lascia un commento

Matsyendrāsana è una delle āsana archetipiche dello yoga: non a caso è dedicata alla figura semi-leggendaria di Matsyendra, considerato uno dei capostipiti della tradizione dello haṭhayoga. Qui è presentata la sua forma parziale, Ardha Matsyendrāsana (la versione completa contempla una gamba in semiloto).

Perché la posizione non si limiti alla superficie, occorre dimenticarsi di ‘stirare’ o tirare la schiena utilizzando le gambe o le braccia come leva (il che produrrebbe un eccesso sollecitazione nella zona dorsale). Le anche, le spalle, la gamba a terra sono a riposo: il loro attivarsi al di là dello stretto necessario segnala il limite oltre cui non forzare.

E allora come entrare in questa posizione? Nel Chuang-Tsu, il macellaio dell’Imperatore non consumava mai il filo del proprio coltello perché penetrava l’animale seguendone gli interstizi. Allo stesso modo, in Matsyendrāsana occorre muoversi verso la torsione del tronco andando e venendo più volte in forme parziali, alla ricerca della linea di non resistenza del corpo, prendendo familiarità con le sensazioni più sottili.

Per questo, prima ancora di sistemare le braccia oltre la gamba sollevata abbracceremo il ginocchio senza tirarlo a noi, prima ancora di toccare il ginocchio proveremo a sentire la sua vicinanza al busto, prima della posizione eretta proveremo con diverse inclinazioni del tronco la sua docilità nel seguire il movimento, prima ancora di rivolgere il tronco verso la coscia sollevata ve lo abbandoneremo sopra, prima di avvicinarci alla gamba sentiremo il peso che dal bacino scivola verso la coscia a terra.

Questo permetterà alla posizione di stabilirsi senza creare altre tensioni, di collegare alto e basso con un movimento a spirale il cui punto di partenza potrà essere percepito ben al di sotto del contatto al suolo. E permetterà, infine, di sperimentare la dimensione più profonda dell’āsana: stare, senza bisogno di altro.

(Cliccare o toccare le immagini per farle scorrere)

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Il praticante di yoga avanzato

5 Settembre 2018 by Francesco Vignotto 2 commenti


(Questo articolo è dedicato a chi chiama un centro yoga e chiede se può frequentare lo stesso anche se non l’ha mai fatto prima, oppure se è abbastanza bravo per partecipare alla lezione delle 19:00)


Ogni tanto suona il telefono, ed è: “Salve, sono un praticante di yoga avanzato”.

Tra le frasi che ci mettono in imbarazzo, questa occupa sicuramente i primi posti, in primo luogo perché non abbiamo un corso per praticanti di yoga avanzati (abbiamo, per chi lo vuole, delle ore di meditazione e di prāṇāyāma, ma nessuna dicitura che assicuri lo scatto di livello). In secondo luogo, perché riteniamo che un praticante di yoga veramente avanzato, se esistesse qualcosa di simile, non direbbe mai “Sono un praticante di yoga avanzato”, per cui ci domandiamo chi davvero ci sia dall’altra parte del telefono.

Il problema è, nello yoga, definire cosa sia un praticante avanzato. È forse qualcuno che si allunga di più e fa posizioni ‘avanzate’? (Se la risposta è sì, si veda il post scriptum #2). Qualcuno che trattiene il respiro per tanto tempo? Qualcuno che conosce gli Yoga Sutra a memoria o sa recitare un mantra per molte ore? Oppure qualcuno che manifesta poteri psichici o particolari doti di santità e autocontrollo, ammesso e non concesso che la nostra idea di santità corrisponda a quella di uno yogi?

Nessuno può saperlo. Abbiamo visto le stesse persone eseguire il pavone nel loto e non riuscire a stare sedute per pochi secondi in silenzio. Abbiamo visto altri rimanere immobili per ore come dei Buddha imbalsamati e, una volta terminata la pratica, finire preda dei demoni più insidiosi, come ad esempio ritenersi praticanti avanzati.

Se volessimo tenere per buona la dicitura, allora per praticante avanzato ci verrebbe in mente qualcuno che si senta sempre un principiante, anche compiendo le tecniche più elementari. E soprattutto che sappia anche abbandonare le tecniche quando serve. Qualcuno che abbia una certa familiarità – se così si può dire – con il ‘non so’. Qualcuno per cui non sia un problema trovarsi in sala con principianti assoluti o con un emulo di Iyengar – e, magari, che riesca a essere da ‘traino’ in entrambe le eventualità proprio con la consapevolezza della propria ignoranza.

In altre parole, non abbiamo corsi per praticanti di yoga avanzati perché è impossibile distinguerli da quelli alle prime armi. E forse è inutile, se non deleterio.

Ma a questo punto si impone la domanda: perché un praticante di yoga avanzato sente il bisogno di frequentare un corso per praticanti avanzati, invece di dedicarsi allo studio e alla pratica individuale, magari coltivando un rapporto uno-a-uno con un insegnante che ritenga degno (vero salto di qualità, che peraltro risponderebbe a un metodo più tradizionale di trasmissione)?

La risposta è semplice: perché il pesce puzza dalla testa. Perché qualcuno, un insegnante, un guru, una scuola, gli ha detto che è un praticante intermedio, avanzato, supremo; e che meriti di stare con i suoi pari; e, soprattutto, che i progressi nello yoga siano misurabili e certificabili attraverso riconoscimenti esteriori e la misurazione dei propri attributi.

Le ragioni di ciò possono essere varie, e vanno dalla mera esigenza di organizzare la didattica (comprensibile, ma basandosi su criteri che non hanno valore assoluto), alla più opinabile tendenza a standardizzare, gerarchizzare, protocollare e multilivellare per produrre in serie praticanti, insegnanti e certificati che spesso hanno molto meno valore di una tessera sanitaria.

Il problema è che il miglior modo di castrare qualcuno è dirgli che è un praticante di yoga avanzato. Per questo, per non fare torto a nessuno elevandolo o affossandolo ingiustamente, da noi non ci sono praticanti avanzati ma solo e soltanto allievi alle prime armi, che non sanno e, si spera, sanno di non sapere. E abbiamo l’onore di annoverare tra questi ultimi gli insegnanti stessi.


Post scriptum #1

A scanso di equivoci, a volte occorre molto studio e molta pratica per sapere di non sapere.

Post scriptum #2

Nello yoga posturale moderno, la prestanza fisica è il principale fattore nel sentirsi adeguati/arrivati o inadeguati/incapaci, ed è forse il più discutibile. A parte tanti bei discorsi sull’accettazione di sé e sull’inclusività, rimane il veicolo con cui insegnanti e praticanti pubblicizzano sé stessi, spesso nell’ottica volontaristica e motivazionale tipica della cultura fisica: fatti un mazzo così, e diventerai come me se lo vuoi (ne abbiamo già parlato in un altro articolo, a cui rimandiamo per una disamina).

Ci vengono allora in mente queste foto di Swami Sivananda di Rishikesh, che pure ebbe un ruolo chiave nel creare lo yoga moderno posturale. Dicono che fosse un grande yogi (qualunque cosa possa voler dire). Eppure, secondo alcuni criteri, sarebbe stato a malapena in grado di frequentare una classe per principianti.

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Se non sai stare seduto, non hai mai praticato yoga

22 Agosto 2018 by Francesco Vignotto Lascia un commento


Sono belle le inversioni, gli equilibrismi sulle mani, il fluire delle sequenze con l’alternarsi del respiro, le argute soluzioni posturali. Ma se la pratica non porta a sentirsi comodi nella posizione seduta, riposando in sé stessi, rimarrà ben poco nella fretta di rialzarsi.

Le posizioni sedute sono le āsana più antiche dello yoga. A quanto ne sappiamo (ne abbiamo parlato altrove), il termine stesso āsana indicava originariamente un modo di sedersi per la meditazione e il controllo del respiro, e solo successivamente il termine avrebbe incluso posture che hanno scopi terapeutici e preparatori.

Sedersi è l’alfa e l’omega e contiene in sé tutti i suoni dell’alfabeto dello yoga. Tutta la pratica e la sua efficacia dipende da come ci si siede prima, dopo e durante.  Forse non ha nemmeno tanta importanza quale tra le posizioni meditative codificate scegliere, e varrebbe lo stesso stare su una sedia: conta il gesto, essenziale, di stare. Né distesi nell’abbandono passivo alla terra, né nel farsi attivo della posizione: stare seduti è, corporalmente, l’equivalente della pausa nel respiro. Se non vi fosse ascolto a questa fase, tutto si risolverebbe in un rimbalzo tra inspiro ed espiro, non rimarrebbe spazio per l’intuizione dello spazio.

Eppure, incontriamo molto spesso praticanti con diversi anni di esperienza – e con notevole mobilità – che non sono in grado di sedersi per pochi minuti, anche se con facilitazioni: al netto delle difficoltà fisiche, la loro mente, come tutte le menti, ha bisogno di un corpo che si muove. Solo, non è stato insegnato loro a osservare questo fenomeno invece di perdervi la testa, e a non credere alla fase acuta dell’insofferenza, perché il gioco dell’anticipazione mentale prelude all’inaspettato, all’ascolto reale.

Con il dovuto tatto e la dovuta decisione, riteniamo che il compito dell’insegnante è dimostrare che il mostro non esiste, più che creare nuove distrazioni per far sì che l’allievo guardi dall’altra parte. Il problema è che spesso queste posizioni vengono percepite – in primo luogo dagli insegnanti stessi – come ‘tempi morti’ tra una cosa e l’altra da fare, sottovalutandone peraltro gli effetti psicofisici addirittura superiori rispetto agli altri e più giovani āsana.

In realtà, tutto ciò che è essenziale nello yoga accade proprio ora, forse proprio perché sono momenti che il comune modo di pensare ritiene morti. È tutt’altro che una glorificazione dell’ozio, è come accorgersi che lo spazio che si riteneva vuoto è invece vivo. Perché se non si capovolge prima la prospettiva, care yogini e cari yogi, è del tutto inutile che capovolgiate il corpo.

Per questo, a chi ci domanda cosa fare quando è solo, ci sentiamo di dire: siedi in una qualunque posizione a gambe incrociate o sui talloni (quella nella foto è siddhāsana, ma puoi anche allentare le gambe). Usa anche un cuscino o due se ti può aiutare. Come detto, può anche andare bene una sedia, purché la schiena non si appoggi. Possibilmente, il peso che scivola verso la zona genitale e le cosce, la testa sopra il bacino, spalle e scapole a riposo, che scivolano naturalmente aprendo un leggero spazio nel petto. Rimani qualche istante ad ascoltare, senza cercare di elevarti volitivamente, e senza accasciarti: in equilibrio tra il peso deposto nel suolo e l’aria in cui si erige la colonna. Non correggere nulla. Tutto ciò che arriva può essere ascoltato, compresa la voglia di muoversi.

Quando non c’è più alcuna differenza tra andare e restare, allora può arrivare il momento di muoversi verso qualcos’altro. Ma se non sai stare in una posizione seduta, non hai mai fatto yoga.

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