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Chakra

Quanto sono ‘reali’ i chakra?

1 Settembre 2025 by Francesco Vignotto Lascia un commento

I chakra esistono di per sé? Sono ‘organi’ invisibili? Corrispondono a elementi anatomici, oppure sono ‘oggetti mentali’ che dobbiamo visualizzare nella meditazione? La realtà è forse molto più sottile e, se abbiamo un minimo di passione per ciò che appare solo attraverso le sfumature, molto più interessante…

L’immagine qui sopra è una rielaborazione tratta da The Serpent Power di Sir Arthur Avalon, del 1918, opera che fece conoscere i chakra e la kuṇḍalinī all’Occidente. L’illustrazione che segue risale invece al 1927, anno in cui comparve nel quasi altrettanto celebre trattato Chakra di Charles W. Leadbeater. Leadbeater fu figura complessa e controversa, vescovo vetero-cattolico con passioni non solo spirituali, teosofo e chiaroveggente, nonché mentore di un giovanissimo Jiddu Krishnamurti, che poi lo rinnegherà assieme a tutta la società Teosofica.

Ma non è di Leadbeater che vogliamo parlare qui, bensì di questo diagramma, che è stato per quasi un secolo tra i principali argomenti a sostegno della correlazione/coincidenza anatomica tra i principali plessi nervosi e i centri psico-energetici: il corpo osservabile dalle dissezioni – sembrerebbe suggerire questa immagine – conferma ciò che i trattati indo-tibetani (ma Leadbeater mostra anche esempi nella teosofia cristiana) hanno descritto come ruote, loti, nodi ecc., a volte accennandovi in modo molto succinto, altre con profusione di immagini e simbologie molto complesse. Un esempio simile, che non illustreremo qui, è quello che collega i chakra e le ghiandole endocrine.

La ricerca di un riscontro fisico è stata per molti e per molto tempo un rovello assillante al fine di validare il sistema dei chakra alla luce della scienza occidentale. Questo ha comportato certo anche molte forzature, alcune ingenue altre più maliziose, dovute soprattutto alla sovrapposizione di paradigmi incongruenti: quello della scienza moderna, che ha come oggetto l’osservabile e il misurabile, quello dell’esperienza genuinamente mistico-religiosa, dismisura in un mondo di misure, e quello della spiritualità individualistica New Age e post-New Age, che maneggia entrambi un tanto al chilo, purché sembri sensato e sia vendibile.

Negli ultimi anni, d’altronde, grazie all’approfondirsi e al diffondersi degli studi accademici – entrati di prepotenza nei corsi per insegnanti di yoga – e alla traduzione di nuovi testi della tradizione indiana, sono emersi due dati: il primo è che il modello a sette chakra oggi universalmente riconosciuto è uno tra i molti modelli di chakra, che variano di numero e di localizzazione anche all’interno della stessa scuola dottrinaria; il secondo è che le raffigurazioni a volte molto elaborate di questi centri non sarebbero descrizioni di realtà esistenti di per sé, ma simboli che l’adepto deve visualizzare durante la meditazione.1

Con un salto logico abbastanza sconcertante, questi due argomenti non mancano di essere citati a discredito della concezione moderna dei chakra, figlia solo in parte della tradizione indiana, oltre che dei Leadbeater, degli Jung, dei Sir Arthur Avalon e di altri di minor caratura, ognuno dei quali ha apportato contributi originali rispetto alla tradizione. Tradizione che, però, lo confermano gli stessi studi, è tutt’altro che immune dal divenire oltre che dalla varietà, e in cui il sistema di chakra oggi noto era già diventato dominante almeno dal XII secolo, ossia ben prima dell’epoca coloniale e ben prima che l’Occidente manifestasse il suo interesse all’argomento.2

Chakra, nadi e altri elementi del corpo Yogico secondo il Trika, ovvero lo Śivaismo del Kashmir, tratto da L. Silburn, La kuṇḍalinī o L’energia del profondo, Adelphi, 1997.

Insomma, come spesso accade, l’emergere della varietà e delle differenze sembra occultare le altrettanto evidenti costanti: innanzitutto, che il corpo fisico sia eletto a microcosmo dove disporre le ‘ruote’ e altri elementi utili a ritrovare l’identità perduta con il macrocosmo, è un fatto che ha più rilevanza che stabilire se i chakra siano sei, dodici o mille. In secondo luogo, l’importanza attribuita ai centri organizzati attorno all’asse centrale è una costante altrettanto degna di nota.

Se quindi la ricerca di una localizzazione anatomica ai chakra pecca di eccessivo letteralismo, all’estremo opposto, affrettare conclusioni attraverso le sole fonti documentali rischia di confinare il discorso a livello nozionistico, con la conseguenza che il punto nodale sfugge sempre: si capisce cosa non è, ma non è chiaro se ne rimanga ancora qualcosa.

Ci troviamo di fronte a un dilemma. Da un lato la ricerca troppo restrittiva dell’oggettivazione depotenzia la natura, appunto, sottile dei chakra, ponti o nodi che siano tra corpo-mente-coscienza (ovviamente collocarli nell’invisibile replica la questione a un livello non verificabile, che però assomiglia troppo a quello ‘in carne ed ossa’).

D’altro canto, la completa relativizzazione culturale, la riduzione a ‘oggetto mentale’ immaginario e arbitrario, rende ancora più profondo quello stesso fossato tra mente e corpo che negli ultimi decenni si cerca di risalire anche grazie alle discipline psico-corporee. Oltre al fatto che gli oggetti di meditazione, chi vi ha dimestichezza lo sa bene, non sono meno concreti degli oggetti di azione, né meno reali o irreali.

Un indizio per uscire da questa impasse ce la fornisce Georg Feuerstein, proprio al commento al sūtra di Patanjali 3, 29 analizzato nello scorso articolo:

Inutile dire che le concezioni yogiche differiscono considerevolmente da quelle dell’anatomia moderna, perché le prime si basano sull’esperienza soggettiva e fenomenologica del corpo e non sulla dissezione post mortem.3

Il che, di primo acchito, sembrerebbe un avvertimento diretto solo a chi cerca di toccare con mano i chakra, ma in realtà lo è anche per i sostenitori della corrente nozionistica. Il nodo è proprio ‘l’esperienza soggettiva e fenomenologica’, che in entrambe le posizioni analizzate sembra uscire dall’orizzonte, ma che è il vero fulcro della questione.

Pertanto, pur non negando le prerogative dello scienziato da un lato e del filologo dall’altro, ma anche grazie ai contributi di entrambi, occorre non perdere mai di vista quella del praticante, almeno per chi si vuole ancora ritenere tale. E la prerogativa del praticante è di sperimentare il corpo nel corpo, la mente nella mente (“Lo yoga dev’essere conosciuto attraverso lo yoga”, recita un celebre commento agli Yoga Sūtra4), o, visto che di fenomenologia abbiamo accennato, la scoperta, che può essere sconvolgente, che “il mio corpo è il perno del mondo”.5

In conclusione, forse la domanda corretta non è tanto se esistano i chakra come oggetti, quanto piuttosto: come posso tradurre queste informazioni, senza che la cartina si sostituisca al territorio, in esperienza viva, propriocettiva, per bucare il cielo di cartapesta della mente ordinaria e infine riveder le stelle? Come possiamo rintracciare, percettivamente, nel nostro microcosmo corporeo, il macrocosmo in cui, per un equivoco o per necessità, ci sentiamo perduti, da cui ci crediamo e ci percepiamo separati?

Le soluzioni di cartapesta si appellano sempre a un difetto, a un qualcos’altro che manca, che rimanda, che non è qui e probabilmente non lo sarà mai. L’esperienza reale è che ciò che non è qui, non è da nessuna parte.

Disclaimer

Questo articolo è un approfondimento e anticipazione dei contenuti che affronteremo in Yogasana 11: Chakra, con contributi di neurofisiologia e neuroendocrinologia (i prof. Claudio Molinari e Marco Invernizzi) e di filosofia (Gioia Lussana), oltre che l’autore di questo articolo.

Post Scriptum

  • Il titolo di questo articolo prende in prestito quello di un articolo di alcuni anni fa a firma di Daniel Simpson, apparso sul blog The Luminescent. Come in quell’articolo (che è stato spesso citato a sostegno di una delle due posizioni qui descritte), abbiamo deciso di utilizzare la grafia più popolare chakra in luogo di cakra, più corretta ma meno riconoscibile da un vasto pubblico.
  • Qualcuno noterà una differenza di vedute rispetto a un articolo comparso su questo blog diversi anni fa, Tu non hai chakra. A discolpa dell’autore, possiamo chiamare in causa la legittima evoluzione di idee, ma anche la necessità, a quel tempo, di prendere le distanze da un mondo ancora pesantemente influenzato dalla New Age. A ciò si aggiunga che non era ancora evidente il vicolo cieco in cui alcuni discorsi eruditi finirono per imboccare, di lì a qualche anno.
  1. Da notare però che i cakra non sono sempre associati a esuberanti simbologie oggetto di visualizzazioni. Gli autori del Kashmir in particolare offrono indicazioni piuttosto stringate basate a volte sulla mera localizzazione fisica. Nel suo commento al Netra Tantra, Kṣemarāja elenca i sei cakra a cui il testo allude come segue: ‘nascita’, ombelico, cuore, palato, ‘goccia’ e ‘risonanza’. Sul fatto che in questo caso ci si riferisca a un ‘luogo’ più che a un simbolo è abbastanza evidente. ↩︎
  2. Vedi J. Mallinson, M. Singleton, Roots Of Yoga, Penguin, 2017: “Nelle tradizioni yogiche dal Dodicesimo secolo in poi c’è un diffuso consenso sul fatto che i cakra siano sei, sebbene siano comuni anche altre variazioni numeriche”. Da notare che quello che oggi è considerato il settimo chakra, ovvero quello della corona (Sahasrāra), fosse considerato una realtà a sé stante. ↩︎
  3. G. Feuerstein, The Yoga-Sutra of Patañjali: A New Translation and Commentary, 1989. ↩︎
  4. “Lo yoga sl apprende con lo yoga, — come fu detto, — lo yoga procede dallo yoga. Colui che si applica con attenzione allo yoga, godrà lungamente dello yoga.” Vyasa, commento a Yoga Sutra 3,6, traduzione di Corrado Pensa. ↩︎
  5. “[…] infatti, se è vero che io ho coscienza del mio corpo attraverso il mondo, che esso è, al centro del mondo, il termine inosservato verso il quale tutti gli oggetti volgono la loro faccia, è anche vero, per la stessa ragione, che il mio corpo è il perno del mondo: io so che gli oggetti hanno svariate facce perché potrei farne il giro, e in questo senso ho coscienza del mondo per mezzo del mio corpo.” M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, trad. it. di A. Bonomi, il Saggiatore, Milano 1965, p. 130. ↩︎
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Archiviato in:Articoli, Yoga Contrassegnato con: Chakra, Georg Feuerstein, Jung, Kundalini, Leadbeater, Sir Arthur Avalon, yoga, yoga Novara

Yogasana 11: Chakra, fra tantrismo, neuroscienze, PNEI e yoga contemporaneo

8 Luglio 2025 by Zénon

Yogasana 11
CHAKRA

Tra miti di oggi e di ieri, neuroscienze, PNEI, Yoga tantrico delle origini, Taoismo e Yoga contemporaneo. Sette seminari teorico-pratici, online e in presenza, settembre-novembre 2025

Indice

  • Contenuti di questa edizione
  • Il programma e il calendario
    • I docenti
    • Contributo di partecipazione e attestato di frequenza
    • Iscriviti
      • Desideri maggiori informazioni?

      Contenuti di questa edizione

      Ci sono pochi argomenti che catalizzano l’attenzione e dividono quanto i chakra (cakra), non solo tra i praticanti di yoga.

      L’esistenza di un sistema di centri psico-energetici, oggi, è per alcune persone una realtà che non ha bisogno di dimostrazioni, e che influenza la vita e la salute di ognuno attraverso dinamiche molto precise.

      Altri, più scettici, mettono l’accento sulla natura originariamente simbolica ed esoterica di questi centri, stigmatizzando l’influsso della famigerata New Age, a cui dobbiamo innumerevoli e a volte imbarazzanti luoghi comuni.

      Se però rischiamo, da un lato, di ridurre il discorso sui chakra a un ingenuo gergo subculturale, dall’altro ci esponiamo al pericolo di gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, cadendo nella trappola di un altrettanto insensato relativismo culturale, che vede sempre e solo differenze tra le diverse tradizioni, come se queste si riferissero a forme di umanità totalmente diverse e incompatibili tra loro.

      Sarà quindi equilibrandoci tra una sana dose di dubbio e la ricerca della cosa in sé, al di là dei simboli convenzionali per indicarla, che ci muoveremo in questo nuovo ciclo di seminari. Pertanto, se sfateremo alcuni miti, cercheremo d’altro canto di preservarne l’eventuale nucleo di verità, riflettendo su come possa essere integrato in una pratica yogica contemporanea che miri all’essenziale.

      Naturalmente, non prescinderemo dalla comprensione del contesto originario in cui i chakra sono nati, in special modo il tantrismo indo-tibetano e lo hatha yoga medievale, oltre a confrontarci con la visione più sintetica del Taoismo.

      Ma, com’è giusto che sia, prenderemo altrettanto seriamente in considerazione i successivi strati che si sono sovrapposti: a partire dal contributo dell’esoterismo occidentale e dalle letture junghiane fino alle evoluzioni posteriori, che hanno mutato la valenza attribuita ai chakra rispetto alle origini, tendendo a spostare l’asse dell’interpretazione dal piano mistico (dove l’individuo viene superato) a quello psicologico (dove l’individuo è ancora alla ricerca di un pieno sviluppo).

      Se inoltre, come alcuni studiosi notano, non dobbiamo essere troppo zelanti nel voler identificare i chakra con delle precise strutture fisiche, il fatto che siano collocati e richiedano di essere percepiti, visualizzati e stimolati in determinati luoghi del corpo, pur con una certa variabilità, implica che esiste una importante connessione con strutture corporee e con funzioni fisiologiche-chiave, che prenderemo in esame sia come punti di attenzione per la pratica corporea, sia come supporto per quella meditativa.

      D’altro canto non possiamo liquidare come mere coincidenze le affinità tra chakra, i rami del Sistema Nervoso Centrale e il Sistema Endocrino, soprattutto alla luce di due discipline in cui oggi si ripongono non poche aspettative: le moderne neuroscienze e la PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia), a cui dedicheremo ben due dei sette seminari.

      In questa edizione ci avvarremo dei contributi di esperti nei rispettivi campi come i Prof. Marco Invernizzi, Claudio Molinari e Gioia Lussana, oltre all’apporto di Francesco Vignotto per la contestualizzazione nella pratica.

      in presenza e online

      Il corso potrà essere seguito anche in differita: le registrazioni saranno disponibili il giorno dopo ogni seminario e rimarranno a disposizione per un anno.

      Il programma e il calendario

      Tutti i seminari dureranno circa due ore e conterranno una parte teorica e una parte pratica. Potranno essere seguiti in queste tre modalità:

      • in presenza presso la nostra sede a Novara in via XXIII marzo al numero 17
      • online in diretta tramite la piattaforma Zoom
      • online in differita, tramite le registrazioni che saranno disponibili per la visione in streaming a partire dal giorno seguente

      Le registrazioni, assieme alle slide di ogni seminario, saranno a disposizione di tutti gli iscritti, anche di chi sceglierà di seguire in presenza.

      L’orario è dalle 19.10 alle 21.10 circa nelle date seguenti:

      • 25 settembre
      • 2 ottobre
      • 16 ottobre
      • 23 ottobre
      • 6 novembre
      • 13 novembre
      • 27 novembre

      Ed ecco il dettaglio degli incontri:


      MODULO 1: Tra Oriente e Occidente, andata e ritorno

      Online e in presenza, giovedì 25 settembre ore 19.10-21.00
      Con Francesco Vignotto e Marco Invernizzi

      Per i chakra, oggi, vale lo stesso discorso dello yoga contemporaneo: se l’origine è rintracciabile sicuramente in India (in una particolare tradizione), è altrettanto vero che l’idea iniziale si è amalgamata non solo con concetti della medicina e della psicologia occidentali, ma anche con elementi derivanti dall’esoterismo europeo, spesso con effetti ‘di ritorno’ anche sulle scuole di yoga indiane. E se tutto ciò da un lato ha dato origine a innumerevoli banalizzazioni, dall’altro non possiamo ignorare in toto questa evoluzione in nome di un passato ideale e filologicamente corretto, ma per molti versi non praticabile senza una riformulazione. In questo primo seminario cercheremo quindi di comprendere cosa sono i chakra oggi, e se possono insegnarci qualcosa di significativo per una pratica yogica contemporanea.


      MODULO 2: Chakra e neuroscienze: una mappa simbolica delle funzioni del Sistema Nervoso Centrale?

      Online e in presenza, giovedì 2 ottobre 19.10-21.00
      Con Claudio Molinari e Francesco Vignotto

      In questo seminario, partiremo dalla ben nota e discussa analogia tra le localizzazioni dei centri sottili e i plessi attraverso cui il Sistema Nervoso Centrale innerva specifiche regioni del corpo, cogliendo l’occasione per approfondirne la fisiologia e per fare il punto sullo stato dell’arte delle neuroscienze. Prenderemo inoltre in esame un’ipotesi molto recente che recupera la nozione di corpo sottile in termini di enterocezione e il modello dei chakra come mappa della integrazione di mente e corpo. Senza dimenticare che, da un punto di vista contemplativo, le mappe sono utili quando permettono al filo del pensiero di perdere le sue stesse tracce, lasciando emergere la coscienza in sé.


      MODULO 3: Il Sistema Endocrino e la PNEI

      Online e in presenza, giovedì 16 ottobre 19.10-21.00
      Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

      Anche la prossimità tra chakra e ghiandole endocrine è stata spesso oggetto di elucubrazioni. In questo seminario, assieme al Prof. Claudio Molinari, ne approfitteremo per introdurre la PNEI, ovvero la Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia. Questa disciplina allarga il campo a due altri importanti attori oltre al Sistema Nervoso Centrale, ovvero il Sistema Endocrino e quello Immunitario, gettando luce su come tutti e tre questi sistemi interagiscano sia sul piano fisiologico sia su quello psicologico-comportamentale. Nella parte pratica, approfondiremo l’importanza del principio di autoregolazione nel contesto yogico, in cui proprio la relazione tra chakra, noti e meno noti, può rivelarsi particolarmente utile.


      MODULO 4: Il Sistema Nervoso Enterico: un “secondo cervello” nell’intestino?

      Online e in presenza, giovedì 23 ottobre 19.10-21.00
      Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

      Da alcuni anni, l’idea che avremmo un ‘secondo cervello’ nell’area addominale è entrata piuttosto di prepotenza nel discorso comune. La popolarità di questa ipotesi è sicuramente da attribuire al connubio tra l’esperienza diretta di ognuno e le sempre più vaste evidenze scientifiche. Il Sistema Nervoso Enterico, infatti, è oggi considerato il terzo ramo del Sistema Nervoso Autonomo, con caratteristiche del tutto peculiari e indipendenti dai rami vagale-parasimpatico e ortosimpatico. In questo seminario, assieme al Prof. Marco Invernizzi, ne approfondiremo le caratteristiche, mentre nella parte yogica pratica analizzeremo le implicazioni rispetto ai modelli di fisiologia sottile tradizionali e come lo stato di questo ‘cervello nell’intestino’ e lo yoga possano interagire (o interferire) tra loro.


      MODULO 5: In estrema sintesi: i tre Dan tian della tradizione Cinese

      Online e in presenza, giovedì 6 novembre 19.10-21.00
      Con Marco Invernizzi e Francesco Vignotto

      La caratteristica del Taoismo e della Medicina Tradizionale Cinese è da sempre l’essenzialità: così, in queste tradizioni, l’alchimia di corpo-mente-energia si gioca in soli tre soli centri, i tre Dan Tian (letteralmente “campi di elisir”), dove l’energia vitale può essere accumulata e coltivata, secondo un’idea molto vicina a quella del tantrismo delle origini, i cui rapporti con il mondo taoista sono probabili, anche se poco documentati. Il confronto con questo sistema, che tripartisce le funzioni altrove distribuite su quattro, cinque, o sette centri, sarà in particolar modo utile sotto l’aspetto pratico, permettendoci di individuare tre macro-segmenti psico-corporei e di elaborare una sintesi estrema delle reciproche dinamiche.


      MODULO 6: Chakra e corpo in azione: quale legame tra asana e centri sottili?

      Online e in presenza, giovedì 13 novembre 19.10-21.00
      Con Francesco Vignotto

      Quasi tutti i manuali di yoga classici indicano per ogni asana un chakra di riferimento, intendendo con questo sia un particolare aspetto su cui la posizione lavora, sia le particolari strutture anatomo-fisiologiche che vengono coinvolte. Se questo approccio, da un lato, rischia spesso di incoraggiare una forma di riduzionismo meccanicistico e di voler identificare con troppo zelo i chakra con delle precise strutture fisiche, d’altro canto non è possibile escludere per principio questo tipo di interazioni, proprio perché i chakra sono localizzati o devono essere visualizzati in luoghi del corpo fisico. Ma quale tipo di azione fisica può avere realmente un impatto così sottile?


      MODULO 7: Nutrire il principio vitale

      Online e in presenza, giovedì 27 novembre 19.10-21.00
      Con Gioia Lussana

      Che cosa feconda, nutre e accresce la nostra energia interna?

      Nello Haṭha yoga e nell’evoluzione tantrica dell’India religiosa l’essenza vitale di ognuno va potenziata e allenata fino a ‘mettere le ali’. Esploreremo questo percorso di risveglio, trovando anche alcuni riscontri nelle intuizioni della filosofia occidentale.




      I docenti

      Marco Invernizzi

      Medico e Professore Ordinario presso la cattedra di Medicina Fisica e Riabilitativa dell’Università del Piemonte Orientale.
      Agopuntore ed esperto in Medicina Tradizionale Cinese, insegnante di Tai Chi e Qi Qong presso Zénon.

        Francesco Vignotto

        Insegnante di yoga e meditazione presso Zénon.

          Gioia Lussana

          Docente yoga (Y.A.N.I.) e formatrice di insegnanti yoga. Laureata cum laude in Indologia con Raniero Gnoli e Raffaele Torella. Co-fondatrice dell’A.ME.CO con Corrado Pensa, per oltre 20 anni ha approfondito la meditazione vipassanà con maestri del buddhismo contemporaneo. Ha pubblicato saggi sullo yoga in riviste scientifiche (RSO) e divulgative. Ha conseguito il PhD presso l’Università Sapienza di Roma con una ricerca sullo yoga tantrico delle origini.

            Claudio Molinari

            Medico e Dottore di Ricerca in Fisiologia, Agopuntore.
            Professore Associato di Fisiologia presso la Scuola di Medicina dell’Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro” di Novara.
            La sua attività di docente si svolge anche presso:
            la Scuola di Agopuntura ALMA di Milano;
            il Corso di Perfezionamento in Regolazione Biologica e Medicine Complementari dell’Università di Milano;
            il Corso di Perfezionamento in Coordinamento di Medicina Integrata dell’Università di Pavia.
            Si impegna da anni per far entrare la Medicina Complementare nel mondo Accademico.

              Contributo di partecipazione e attestato di frequenza

              Il contributo di partecipazione del corso (comprensivo dei 7 seminari) è di 300€. Non è possibile iscriversi a singoli seminari, in quanto il corso è da intendersi come un blocco unitario. È possibile però pagare in 3 rate scegliendo l’opzione Paypal.

              Al termine del percorso verrà rilasciato un attestato di frequenza. Chi segue online, in diretta o differita, può ottenere l’attestato presentando una breve relazione scritta.

              Iscriviti

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              Intestato a: ZENON SOCIETA’ SPORTIVA DILETTANTISTICA 
              Causale: Iscrizione corso e quota tesseramento [specificare il nome se il conto non è intestato all’iscritto/a]

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              Tu non hai chakra

              30 Giugno 2016 by Francesco Vignotto 4 commenti


              Aprirsi i chakra

              Nella nostra epoca dove gli insegnamenti più profondi sono stati riformattati in un minestrone insipido, è difficile immaginare che le forze che si evocano abbiano la potenza di un cataclisma. Si preferisce pensare che si tratti di un brivido di piacere che rapisce i sensi e che si considera a torto come un’estasi. […]

              Vimalananda si rallegra del fatto che i chakra degli esseri umani siano chiusi o ridotti, come dice Devi, ad ammassi di tensione, perché altrimenti sarebbero pazzi. Allora, assolutamente, non fatevi “aprire” i chakra, come propongono alcuni praticanti.

              Daniel Odier, La kundalini nel tantra kashmiro

              Probabilmente, per la salute mentale di tutti, è giunta l’ora di sbarazzarci almeno per qualche tempo dell’idea di avere dei chakra e di doverli attivare, e di scordarci di quella vecchia storia della risalita della Kundalini, l’energia cosmica che giacerebbe addormentata alla base della spina dorsale (o secondo visioni più antiche, nel cuore).

              Già all’origine fonte di madornali abbagli e ricerche dell’oro, nell’ultimo secolo queste idee sono state oggetto di qualche brillante elucubrazione ma soprattutto di innumerevoli sciocchezze, adattate di volta in volta alle ultime tendenze nell’intrattenimento dei “turisti dell’esoterismo di massa”, come li ha definiti Giorgio Invernizzi.

              chakra hinduism

              In realtà, i centri energetici che la tradizione indiana chiama chakra, di cui abbiamo già parlato, sarebbero un modo come un altro per rappresentare i diversi strati della coscienza umana e il loro innestarsi nella corporeità. Queste rappresentazioni sono tuttavia ormai entrate nel gergo comune della sottocultura post-New Age come delle realtà concrete, oggetto di conversazione come le caratteristiche dei segni zodiacali.

              Tuttavia, è un'”idea romantica” – come la definisce lo stesso Odier – che attraverso delle tecniche si possano meccanicamente attivare tali centri producendo evoluzione nella consapevolezza e, alla lunga, risvegliando la Kundalini.

              Questa idea romantica ha il vantaggio di essere facilmente commerciabile, ma è estremamente miope, perché ignora che spesso le chiusure servono, oltre che a limitare, anche e soprattutto a proteggere e a preservare l’equilibrio in un organismo che funziona male per ragioni strutturali: agire artificialmente su singole localizzazioni non aumenta la consapevolezza dell’individuo ma anzi ne esacerba più spesso gli squilibri.

              Non a caso i tentativi di attivare i chakra sono causa di numerose derive psichiatriche nel mondo dei cosiddetti ricercatori spirituali, i quali si procurano spesso in questo modo molti più grattacapi di quanti non sarebbero già chiamati ad affrontare. L’abstract di questa ricerca sulla “Sindrome di Kundalini”, da anni oggetto delle attenzioni degli psichiatri, potrebbe essere l’epitaffio di molte esperienze (naturalmente, può essere adattata anche a chi non è giovane e non appartiene al sesso maschile):

              La crescente pratica di filosofie orientali tradizionali nella società moderna ha evidenziato le difficoltà da parte dei praticanti di integrare queste pratiche nel loro stile di vita quotidiano. Le ragioni di ciò sono spesso complesse. Uno dei fattori determinanti potrebbe essere l’insufficiente comprensione o l’acquisizione di una interpretazione superficiale delle tradizioni o filosofie orientali. Il concetto di Kundalini viene dalla filosofia yogica dell’antica India e si riferisce alla materna intelligenza dietro al risveglio yogico e alla maturazione spirituale. Descriviamo qui un caso di un giovane di sesso maschile che ha presentato un deterioramento funzionale sperimentando sintomi psicotici, che lui stesso descrive come risveglio di Kundalini.1A.   Valanciute  and  L.A.   Thampy, Physio Kundalini syndrome and mental health, in Mental Health, Religion & Culture, vol. 14, n. 8, pp. 839-842

              Tutto aperto, niente cambia

              Bijū_Rasengan

              È quindi in un certo senso una grande fortuna che la maggior parte delle proposte oggi siano “un minestrone insipido” che spesso non sortisce alcun risultato concreto tranne un fugace brivido lungo la schiena al praticante e qualche banconota nelle tasche di chi le propone, e che in certe esperienze la Kundalini assomigli più a un innocuo orbettino che a un selvaggio serpente tropicale.

              Eppure, ci piace pensare che il suono di una campanella, un sasso o una posizione corporea stimoli e riequilibri centri sottili che non abbiamo mai visto né sentito, anche se averne letto o sentito parlare ce ne suggerisce la suggestione, oltre al bisogno di “pulirli” e “purificarli”. Del resto, anche il mondo post-New Age risponde alle leggi del business: prima di tutto, crei la percezione del bisogno e quindi la domanda e l’indotto della ‘manutenzione’.

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              Ho conosciuto molte persone, inamovibili nella propria convinzione di aver vissuto una risalita della Kundalini, “aperture” di chakra, morti mistiche o altre extra-ordinarie esperienze spirituali grazie a una sessione con qualche operatore olistico, sia esso sciamano, massaggiatore istruttore di yoga o master reiki, o una macedonia di tutte queste figure.

              Eppure, per dubitare dell’eccezionalità di tali esperienze basterebbe constatare che la loro vita procede invariata, con gli stessi ritmi sonnolenti e gli stessi problemi coniugali, la stessa ipocondria, lo stesso bisogno di certezze di sempre. Spesso – a discapito dell’abuso della terminologia terapeutica – anche con più o meno gravi problemi di salute che spesso si aggravano per non aver fatto ricorso a cure adeguate. Se vi è entusiasmo assoluto all’inizio, il più piccolo richiamo alla realtà della vita fa crollare tutto il castello di carte, gettando l'”adepto” nel sentimento opposto.

              Basterebbe insomma questo per constatare che, delle due l’una: o le esperienze mistiche descritte dai testi come cataclismi non sono un granché dal punto di vista della vita pratica – avvallando quindi la poco entusiasmante tesi che ‘vita’ e spirito corrano su binari separati – oppure le suddette pratiche non sono servite a molto.

              Ancora più seri dubbi dovrebbero nascere considerando che i risultati promessi siano offerti a chiunque paghi la quota di partecipazione, come abbiamo già notato altrove, senza alcuna considerazione per le problematiche pregresse con cui queste pratiche possano interagire.

              Da parte mia, trovo veramente poco sensato pilotare voli pindarici quando il problema fondamentale di ogni persona è di non essere in grado di sentire intere aree del proprio corpo. Paradossalmente, questi sintomi psicosomatici possono essere letti proprio come conseguenze di uno squilibrio energetico, ma l’idea di avere un chakra fuori posto o evocare potenze cosmiche è molto più spesso un’altra sovrastruttura che separa dalla capacità di percepirsi, alimentando un dualismo tra materia e spirito che aliena ancora di più dalla realtà.

              Fanno eccezione, ovviamente, i casi in cui per qualche disgraziata coincidenza qualcosa sortisce veramente un effetto, ricadendo nella casistica più sopra accennata, nel qual caso suggerisco un bravo psichiatra.

              Ma quali Chakra?

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              E qui giungiamo all’altro corno della questione, che forse è ancora più importante. I “sette chakra” e la geografia energetica annessa fanno parte ormai ‘assodata’ della fisiologia sottile legata non solo allo yoga, ma a tutta una serie di successive pratiche e teorie nate in seno all’Oriente e all’Occidente.

              Basta scegliere un sito a caso per conoscerne la collocazione, il colore, i suoni associati e tutte le altre caratteristiche di ognuno di essi. Queste informazioni sono ricavabili da numerosi manuali – a volte anche molto autorevoli – che per ragioni didattiche possono anche essere utili, ma la cui assertività sembra spesso far dimenticare che ci troviamo di fronte più a un artefatto culturale che a una descrizione anatomica con pretese di realismo.

              Del resto, se per la tradizione indiana i centri energetici sono generalmente sette fiori di loto, mentre per quella cinese sono più sinteticamente tre campi di cinabro, è per la scelta di un particolare algoritmo, del simbolismo più affine alla propria sensibilità, e anche per un po’ di folklore.

              Ma anche all’interno del paradigma indiano a sette centri, la dose di interpretazione rispetto alle fonti è molto maggiore di quanto non sembri, e in una certa misura dipende dalla diversità delle esperienze e delle sensibilità di cui parleremo tra breve, ma ci fa anche comprendere quanto sia problematico voler definire fenomeni energetici con gli attributi della massa.

              Particolare incertezza riguarda ad esempio la localizzazione del terzo centro, Manipura Chakra, sede dell’energia vitale e della capacità di assimilazione: comunemente collocato all’altezza dell’ombelico, secondo alcuni si trova due dita al di sotto di esso, come il dan tien addominale cinese o l’hara giapponese; secondo altri ancora si trova al plesso solare, il quale però è a volte considerato un centro a parte, Surya Chakra.[irp]

              Del resto non è mai chiaro se i centri o i loro punti di innesto siano da collocare sull’asse frontale del busto, sul dorso o su entrambi i lati, o se si debba considerare due serie distinte di chakra anteriori e posteriori.

              Come si può comprendere, le localizzazioni energeticamente rilevanti sono molto più di sette, e non solo lungo l’asse centrale del corpo: stabilire le capitali e i capoluoghi di provincia ha senso solo rispetto a un sistema, e i sistemi sono tanti.

              Traditional alternative therapy or medicine, also concept of healthy lifestyle, silhouette of man with chakras

              La fonte del modello a 7 chakra oggi dominante è il Shatchakranirupana, un testo del XVI secolo reso celebre agli inizi del Novecento dalla traduzione di Arthur Avalon.2Arthur Avalon, Il Potere del Serpente, Mediterranee, Roma Secondo Eric Baret, questo testo si rifà a sua volta al Kubjikamata-tantra del X secolo, appartenente alla tradizione tantrica Kaula.

              Lo stesso schema dei chakra è riprodotto anche nella Shiva Samhita, uno dei testi medievali ritenuti fondamentali dell’haṭhayoga, sebbene, come osserva Mallinson, i primissimi testi di questa tradizione non nominino né i chakra ne la Kundalini, che sarebbero stati introdotti in seguito a una sintesi più tarda.3James Mallinson, Interview with James Mallinson “Sanskrit and paragliding”

              Come osserva Christopher Wallis, la divulgazione di Avalon rimane la fonte principale di tutte le trattazioni occidentali sul tema e, di ritorno, ha influito pesantemente anche sulle scuole orientali contemporanee (caso non raro, come ho evidenziato alle āsana yogiche). Tuttavia, anche nell’ambito del tantrismo indiano questo è solo uno dei tanti sistemi di chakra, dato che ogni tradizione ne aveva elaborato uno: a cinque, a sei, a sette, a dieci, a venti o anche più chakra.

              Ma c’è un elemento ancora più importante che secondo Wallis sarebbe sfuggito alla traduzione di Avalon. I sistema dei chakra non descriverebbe degli “organi” della fisiologia energetica, bensì prescriverebbe delle pratiche di visualizzazione in determinate localizzazioni particolarmente sensibili, ma che varierebbero a seconda dello scopo della pratica.

              I testi […] dicono ciò che si deve fare per raggiungere un obiettivo specifico per scopi mistici. Quando il sanscrito letterale recita, nel suo modo ellittico, ‘loto a quattro petali alla base del corpo’ dovremmo comprendere ‘lo yogi dovrebbe visualizzare un loto a quattro petali …’

              Del resto, anche Eric Baret ammoniva:

              Insegnate come una realtà da imparare a memoria per gli esami delle federazioni di yoga, il senso tradizionale di queste immagini spesso non viene capito. Quando si indica un colore che corrisponde a un centro sottile non si tratta di un colore che può essere immaginato dalla nostra memoria, ma che si riferisce piuttosto a una percezione: un uomo nero non implica l’appartenenza alla razza africana, un uomo leggero non implica l’assenza di peso, un uomo amaro non implica il sapore della pelle. Così, i colori, gli odori, le forme attribuite ai diversi recettori del corpo sottile non sono da prendere alla lettera.4Eric Baret, Yoga Tantrico: Asana e Prāṇāyāma del Kashmir

              Insomma, prendere alla lettera i sette chakra (o i cinque, i tre, i dodici…) e i loro attributi sarebbe come interpretare la teoria tradizionale dei cinque elementi alla stessa stregua della tavola periodica della chimica moderna.

              In conclusione

              chakras
              Sistema a sei chakra del Buddhismo Tantrico tibetano.

              La vera questione, tuttavia, non è tanto stabilire una verità con la filologia, bensì quanto la convinzione di avere dei chakra possa colorare e limitare l’esperienza entro schemi arbitrari.

              Personalmente, ritengo che la presunzione scolastica di un percorso lineare (apertura dei chakra, apertura della sushumna, risalita della kundalini) allontani da un vero lavoro veramente ‘olistico’ che si sviluppi in ogni direzione, creando a priori l’esperienza e portando a trascurare e a considerare come periferici fenomeni altrettanto importanti ma non presenti sulle mappe, percezioni che, in quanto autentiche, non hanno nome.

              Chakra Shaman_0

              Del resto, basterebbe consultare due o tre manuali che illustrano le āsana per accorgerci che ognuno attribuisce alla stessa posizione la stimolazione o l’attivazione di centri energetici diversi. Ciò potrebbe indurre a domande imbarazzanti: dove dobbiamo dirigere l’attenzione nell’eseguire trikonāsana? È proprio vero che le posture di apertura del torace stimolano il centro del cuore, come sostengono i tutorial delle riviste di yoga? E la posizione sulla testa attiva davvero il chakra della corona?

              Il fatto è che ognuna di queste informazioni, ogni cosa che pensiamo debba accadere è una contrazione della capacità di ascoltare l’āsana che prende forma.

              Insomma, il rischio di questi schemi ormai scontati nello yoga di massa è di restaurare un riduzionismo cambiandone solo i termini, e allora il tanto decantato paradigma olistico è semplicemente, come si suol dire nel mondo contadino, un “cambiar sacco”, scambiare le proprie lenti colorate con lenti di altro colore.

              Citando di nuovo Odier e tirando le somme:

              Dimenticate i chakra, la loro percezione è completamente condizionata e illusoria, e dipende dalle vostre credenza. Se pensate che siano sette, ne sentirete sette. Se pensate che siano dodici, ne sentirete dodici. Se credete che non esistano affatto, ne sentirete mille. L’importante è che l’attenzione diventi più intensa, la capacità di concentrazione più acuta, e ciò porta alla possibilità di sentire intensamente tanto le aperture quanto le chiusure.5Daniel Odier, L’incendio del cuore: il canto tantrico del fremito, Editrice Psiche

              La scelta non è mai tra un sistema teorico giusto e uno sbagliato. La scelta è sempre tra farsi raccontare cosa bisognerebbe sentire o farsi mettere nelle condizioni di sentire noi stessi. Con la prima opzione, si finisce spesso a ricercare infelicemente le indie segnate sulle mappe, senza accorgersi di camminare già in un continente sconosciuto che si ricrea a ogni istante.

              In definitiva, aprirsi un chakra può essere interessante soltanto finché c’è qualche vantaggio personale da ricercare, sia esso imparare ad amare o smettere di litigare con i colleghi di lavoro. Il fatto è che nel momento stesso in cui c’è appropriazione, tutto è finito, proprio come quando si cerca di appropriarsi del silenzio mentale nella meditazione. Per guarire da questo, e ho davvero terminato, voglio concludere con un passo di Jean Klein, che aggiunge l’unico tassello senza il quale ogni sforzo – e ogni discorso – risulterebbe oltremodo farsesco:

              D: Perché si verifichi la realizzazione, il chakra della corona deve aprirsi?
              JK: La comprensione porta all’apertura spontanea dei centri energetici. Non interagisci con questi centri in sé stessi. Puoi, ovviamente, aprire certi centri, ma ciò non ti porterà la comprensione. È la comprensione che ti apre.
              […] Quando [il chakra della corona] è realmente aperto attraverso la comprensione, non c’è più alcuna identità con l’ego e non consideri più te stesso come una entità personale. È la consapevolezza che sei un canale, niente più. 6Jean Klein, The book of listening, Non-Duality Press, 2008-2013

              Post scriptum del 2018

              Credo sia interessante riportare in appendice un brano da Roots of Yoga di James Mallinson e Mark Singleton, che all’epoca della prima pubblicazione di questo articolo era ancora inedito. Il capitolo V, Yogic Body porta alla luce la grande variabilità dei modelli premoderni di corpo nelle diverse tradizioni (pur rilevando temi comuni che hanno portato a un modello più omogeneo), e le dissonanze cognitive dovute al trapianto di tali modelli nel contesto del moderno yoga globalizzato, dominato dal modello medico scientifico (per maggiori approfondimenti invito a leggere il capitolo – se non il volume – per intero):

              Uno dei principali contesti concettuali per il corpo del praticante nell’odierno yoga globalizzato è il corpo empirico, anatomico, biologico e bio-medico. La predominanza del realismo medico-scientifico nel discorso popolare sullo yoga tende a oscurare o dislocare visioni più tradizionali del corpo e ha pertanto, mutatis mutandis, rimodellato la funzione percepita delle pratiche yogiche in sé. Ciò è altrettanto (e forse in special modo) vero quando i termini della fisiologia yogica vengono importati nelle moderne pratiche di yoga e sono reinterpretate entro parametri culturali ed ermeneutici lontani da quelli premoderni.

              (…) Differenti tradizioni presentano differenti corpi yogici, alcuni dei quali sono complementari e comparabili, altri dei quali non lo sono (per non parlare della vasta variabilità di corpi in altre branche del pensiero e delle prassi indiane pre-moderne, come nell’Ayurveda). Ciò accade in parte perché i corpi yogici compaiono in accordo a un particolare rituale, a requisiti filosofici o dottrinali della tradizione in questione, e perché sono espressioni di tali requisiti, piuttosto che descrizioni di corpi empirici auto-evidenti comuni a tutti gli umani. In altre parole, i fini di un particolare sistema determinano il modo in cui il corpo è immaginato e utilizzato nelle pratiche yogiche. Il corpo yogico era – e continua a essere in circoli di praticanti – qualcosa di costruito o ‘scritto’ sul e nel corpo del praticante dalla tradizione stessa.7J. Mallinson, M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017

              Note[+]

              Note
              ↑1 A.   Valanciute  and  L.A.   Thampy, Physio Kundalini syndrome and mental health, in Mental Health, Religion & Culture, vol. 14, n. 8, pp. 839-842
              ↑2 Arthur Avalon, Il Potere del Serpente, Mediterranee, Roma
              ↑3 James Mallinson, Interview with James Mallinson “Sanskrit and paragliding”
              ↑4 Eric Baret, Yoga Tantrico: Asana e Prāṇāyāma del Kashmir
              ↑5 Daniel Odier, L’incendio del cuore: il canto tantrico del fremito, Editrice Psiche
              ↑6 Jean Klein, The book of listening, Non-Duality Press, 2008-2013
              ↑7 J. Mallinson, M. Singleton, Roots of Yoga, Penguin, 2017
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