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Emmanuel Carrère

Esistono emozioni negative?

18 Agosto 2023 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Esistono emozioni negative? Statua di Swet Bhairav, Hanuman Dhoka, Kathmandu Durbar Square. Foto di  Sanish shr - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90747701

Contenuti

  • Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino
  • Ma allora esistono le emozioni negative?
  • Cogliere l’emozione al balzo
  • Nelle crepe dell’emozione
  • Post scriptum
  • Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Intro: la famosa invasione degli orsi in Trentino

Mi trovo in Trentino mentre scrivo e rivedo questo articolo. È impossibile non notare i cartelli che avvertono della presenza degli orsi e il giornale locale cavalca la paura. In paese dicono che in pochi anni la popolazione è triplicata e c’è chi li ha avvistati addirittura nelle vicinanze della Coop. Come sappiamo dalle cronache, un uomo è stato ucciso, qualcun altro “è stato graffiato”, per usare le parole di un anziano villeggiante, un simpatico ex impresario di pompe funebri ormai quasi cieco.

Nessuno nel 2023 si sognerebbe di affermare che gli orsi sono creature malvagie, ‘belve feroci’ come si sarebbe detto un tempo: se ‘graffiano’ o uccidono, reagiscono perché colti di sorpresa, o perché l’essere umano li provoca per paura o temerarietà. Paura, forse proprio perché l’orso risponde senza rimorsi alla sua natura, non temperata dalle convenzioni con cui imbellettiamo e ridirezioniamo, a volte ipocritamente, la nostra.

Sull’altro piatto della bilancia ci sono le condizioni anomale in cui la popolazione degli orsi, come quella di numerose altre specie selvatiche, è proliferata e soprattutto si è trovata sempre più in contatto con quella umana: due mondi che idealmente dovrebbero scorrere paralleli, e proprio per questo, quando l’incontro avviene, le conseguenze sono imprevedibili.

Come i nostri umori più oscuri, che crediamo confinati in qualche remota riserva, tutti speriamo di non incontrare l’orso; anche perché, per quanto ci possano preparare con istruzioni efficaci – allontanarsi lentamente senza correre, mantenere un atteggiamento passivo se aggrediti – quelle istruzioni sono quasi sempre negative, ed astenersi da una reazione è molto più difficile che fare qualcosa, anche se stupido e controproducente, come cercare di spaventarlo o di reagire, oppure – anche questo è tra l’elenco di cose da non fare – di avvicinarsi per filmarlo o fotografarlo.

(Al tempo stesso però tutti segretamente, io compreso lo confesso, coviamo il desiderio di incontrarlo. Il fatto è che non sappiamo perché, o stentiamo ad ammetterlo. Non si tratta di semplice curiosità, né fascinazione per il pericolo: c’è qualcosa nell’orso senza il quale siamo incompleti.)

La realtà è che noi non sappiamo realmente cosa faremo quando ci troveremo davanti l’orso. Ed è meglio non inorgoglirsi troppo se l’esito dell’incontro si dimostrasse per noi favorevole od onorevole: perché probabilmente non abbiamo ancora incontrato l’orso giusto.

Esistono emozioni negative? - I tre orsi, illustrazione di Arthur Rackham - http://www.gutenberg.org/etext/17034, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=562870

Ma allora esistono le emozioni negative?

Prima di suscitare comprensibili reazioni: certo che esistono le emozioni negative, se ci riferiamo a quelle emozioni che provocano sofferenza. Una sofferenza a volte latente e a bassa intensità, che si propaga ben oltre la durata effettiva dell’emozione in sé. Più complesso è il discorso se con l’espressione emozioni negative intendiamo emozioni che, almeno idealmente, non bisognerebbe o sarebbe meglio non provare o esprimere , ma in questo caso subentrano fattori sociali, oltre che psicologici e a volte sanitari che non è qui luogo per trattare.

La definizione è ancora più problematica se frequentiamo le pratiche contemplative, perché provare o manifestare emozioni considerate negative può addirittura essere vissuto come un fallimento o essere oggetto di riprova sociale. Insomma, se faccio yoga da così tanto tempo, perché perdo ancora la pazienza con il mio partner? Perché grido contro il cane? Se medito ogni giorno venti minuti, perché provo in me invidia per il mio vicino, vergogna o vanità per il mio aspetto fisico?

Qualche tempo fa, mentre stavo facendo stampare delle foto nel negozio di fronte al nostro centro, il fotografo mi disse: “L’altro giorno l’ho vista in bicicletta e una macchina le ha tagliato la strada. Ho detto: si vede che fa yoga, non ha nemmeno battuto ciglio”. Ecco, dissi fra me e me, dovevo avere la testa tra le nuvole quel giorno, perché non mi ricordo di nessuna macchina che abbia rischiato di investirmi: la mia reputazione è doppiamente salva.

È abbastanza diffusa, nei praticanti di yoga e meditazione e in chi siede attorno a loro, che queste pratiche si debbano svuotare di tutte le qualità fastidiose e inopportune, perché, nonostante si insegni il contrario, l’emozione ti qualifica, non è quasi mai privata. E di conseguenza, il manifestarsi di una di queste qualità è sintomo che qualcosa è andato storto, che ci siamo allontanati da noi stessi, perché tutto ciò che appartiene e porta allo spirito è per sua natura mondo e ‘positivo’ (avrei potuto benissimo scrivere invece un articolo sulle emozioni positive, di cui ci invitano a nutrirci, e che sono altrettanto problematiche: perché? Perché esistono anche quelle negative).

Ecco quindi che una stanza del Vijñānabhairava Tantra ci taglia la strada:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Vijñānabhairava Tantra, 1011Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003

Di fronte a questa stanza si è tentati da due opposte reazioni: da un lato, di mettercela in tasca e tenerla pronta per il prossimo automobilista insolente; dall’altro, il completo scoramento davanti a una vetta affascinante ma fuori da qualsiasi portata. In realtà questa stanza è rilevante, prima ancora che per il suo ripido contenuto operativo (di cui parleremo più avanti), per il principio che enuncia.

Che è poi lo stesso principio a cui rispondono i 112 modi (questo è uno di essi) che il Vijñānabhairava Tantra elenca per esperirlo. Proviamo a definirlo dapprima in negativo, nonostante l’approccio di questo testo fondamentale sia di tenore opposto. Il principio è che malgrado le innumerevoli perturbazioni di cui possiamo fare esperienza, la Realtà fondamentale è una.

Altre correnti di pensiero dell’India tradizionale hanno espresso la medesima idea, ma mentre questa asserzione è servita altrove per svalutare l’esperienza soggettiva, predicando il distacco dagli stati mentali perché impermanenti e quindi irreali, qui il punto di vista viene capovolto: proprio attraverso questi stati, che di norma sono subiti inconsapevolmente provocando offuscamento e distrazione, possiamo invece, attraverso l’attenzione focalizzata, riconoscere quella Realtà.

L’errore fondamentale non è tanto l’illusione che le perturbazioni sulla superficie siano reali, perché fino a un certo punto lo sono: i fortunali, come la rabbia, la paura, il dolore, per quanto passeggeri, possono uccidere e ucciderci; persino la gioia, l’amore, la felicità possono farci scoppiare il cuore, oltre a smuovere montagne. L’errore fondamentale è credere che questi stati siano diversi e separati dalla Realtà sottostante. Disconoscerli come espressione della loro fonte: questo è l’errore, perché nulla può manifestarsi al di fuori della luce della Coscienza. Ed è proprio questo errore a renderli ingovernabili.

Ecco quindi, tornando alla nostra stanza che contiene una pratica (ci stiamo arrivando), un messaggio importante: anche nelle emozioni estreme e ‘negative’ c’è un nucleo di pace. Anche in quella “goffa bruttura indescrivibile”, sotto la cui veste la sofferenza si presenta spesso, nulla è perduto, ed è bene ripeterselo proprio quando tutto sembra dire il contrario. Verrà un momento in cui non ci sarà più bisogno del richiamo, sostituito dall’immediatezza: non ci siamo allontanati di un millimetro dal nucleo.

Sembra anzi, suggerisce la stanza 101, che più antitetico sia l'(apparente) intervallo tra il turbamento della superficie e la quiete sottostante, più sia rapida la possibilità di tornare all’origine. Ma fermiamoci ancora un attimo.

Ho conosciuto poche persone, forse nessuno (me compreso), il cui sismografo emotivo si sia stabilizzato su uno spettro accettabile per sé e per gli altri per il solo fatto di essersi seduta a meditare per anni, o aver passato un periodo considerevole ad allungare i propri muscoli e a disciplinare il proprio respiro.

Ma come, si dirà, lo yoga e la meditazione non aiutano proprio a stabilizzare l’emotivo? Eppure, quante imbarazzanti esplosioni qualche istante dopo aver toccato la pace sul tappetino perché una singola parola l’ha messa a repentaglio, o appena usciti da una sala pratica mondati da qualsiasi negatività, al termine di tre giorni di digiuno, di un ritiro di Vipassana…

Il fatto è che più si sperimenta la pace nelle pratiche contemplative, più si incapperà nel suo contrario, almeno finché non si mette la firma su quanto sopra, ovvero che la tranquillità provata nei momenti di grazia ci avvicina solo per analogia alla vera pace, che quella pace fondamentale occorre imparare a riconoscerla persino nei momenti in cui siamo radiati dalla grazia divina.

Ritornano in mente le parole del controverso Yoga di Emmanuel Carrère:

È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?

Il libro parlava di tutt’altro, le domande erano altre, il caso era clinico. Ma la risposta a questo interrogativo potrebbe essere: è proprio per digerire anche questo che siamo qui? E che finché ci saranno condizioni propizie e condizioni non propizie saremo condannati all’eterno rimbalzo tra gli opposti, a essere miseri visconti dimezzati?

Cogliere l’emozione al balzo

Esistono emozioni negative? - By Tom Ordelman (User:Thor_NL) - Own reproduction, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=898174

Torniamo infine alla pratica descritta nella stanza 101 del Vijñānabhairava Tantra:

Se si rende la mente stabile nei vari stati di desiderio, rabbia, avidità, delusione, ebbrezza o invidia, allora rimarrà solo la Realtà sottostante a essi.

Questo metodo di concentrazione è ascrivibile al mezzo divino, che secondo la tripartizione dello Shivaismo del Kashmir (formulata posteriormente al Vijñānabhairava) è il mezzo di realizzazione di natura più elevata. Il mezzo divino è infatti trascendente: se si coglie lo slancio di una forte emozione, qui si dice, è possibile convertirlo in concentrazione, andando direttamente al cuore dell’essere, alla Realtà sottostante, perché ogni manifestazione di energia, se non interferita, torna alla sua origine con tanta determinazione quanto è la sua intensità.

C’è però un ma: ci vuole sangue freddo, ovvero non dev’esserci niente di personale, lo slancio dev’essere colto prima che intervenga qualsiasi ponderazione, ovvero prima che il senso dell’io si appropri dell’emozione. Per questo, c’è una finestra temporale estremamente breve per mettere in atto questa pratica. Se l’emozione non viene colta immediatamente, nel suo insorgere, non è più possibile convertirla nella concentrazione assoluta descritta nella stanza, perché non è più puro slancio senza crepe, ma è la rabbia di qualcuno verso qualcosa, è frammentazione.

Un esempio. Chiunque, vivendo nel mondo odierno e in questa porzione di pianeta, ha delle attività a orari prefissati ogni giorno. È quindi del tutto plausibile che decidiamo di meditare a una data ora (dicono di meditare sempre alla stessa ora, come i pasti e il sonno) e proprio un attimo prima riceviamo una brutta notizia, abbiamo una discussione, o scopriamo che qualcosa è andato diversamente da quello che ci aspettavamo.

È possibile che questo condizioni la qualità della pratica, ma è anche possibile, se prima di incorrere in alcuna considerazione si chiudono gli occhi con la stessa istintiva percezione di sé con cui ci si tuffa a corpo morto, senza trattenere nulla, è possibile, dicevo, che questa spinta indesiderata, questa cosiddetta emozione negativa ci scaraventi molto più in profondità di quanto non ci sia dato conoscere con tanti bei sentimenti e passi ordinati.

Certo, se nel frattempo abbiamo cominciato a commentare, a controbattere, se abbiamo cominciato a stilare la memoria difensiva e a pianificare vendette, il treno è già passato, addio stanza 101.

Nelle crepe dell’emozione

Attenzione però: se la pratica appena descritta non è più possibile, non è detto che abbiamo perso il treno per conoscere la Realtà sottostante, che nessuna meditazione, nessuno yoga sia più possibile: sarebbe come dire, nell’ottica del Vijñānabhairava, che la facoltà di bruciare è distinta dal fuoco.

La pratica della stanza 101, dicevamo, appartiene al mezzo divino, ovvero il mezzo più elevato secondo lo Shivaismo del Kashmir, che ne contempla però altri due. Questa tripartizione ha il vantaggio e lo scopo di riconoscere a ogni mezzo la relativa dignità e il relativo contesto: se fallisco in un approccio, ne avrò almeno altri due con cui tentare.

Nella fattispecie, potrò tentare una via sicuramente più familiare, ovvero il mezzo individuale: faccio qualcosa, applico una tecnica. Questo mezzo è considerato tra i tre inferiore perché c’è qualcuno che fa qualcosa, ovvero rinforza la contrapposizione tra soggetto e oggetto. Ma travolti dallo tsunami di un’emozione estrema, praticare una forma di controllo del respiro o forzare il corpo scosso a entrare in un asana è in fondo come cercare di rispondere all’assalto di un orso: per quante glie ne riusciremo a dare, saranno pur sempre molte meno di quante ne prenderemo.

È per questo che, almeno all’interno di questo quadro di riferimento, per far fronte a una violenta emozione, il mezzo mediano è forse l’unico praticabile per evitare il complicato labirinto di purificazione ed espiazione degli effetti dell’emozione stessa.

Se il mezzo superiore trascende l’emozione mentre quello inferiore si pone sul suo stesso piano, il mezzo mediano, o potenziato, è al tempo stesso trascendente e immanente. Ciò significa che nel mezzo potenziato rimaniamo nel flusso organico delle percezioni, focalizzando l’attenzione non negli stati affettivi in sé ma nello spazio tra uno stato affettivo e l’altro.

I modi sono molteplici, ma ad esempio possiamo farlo concentrandoci negli spazi tra le fasi del respiro (come nella stanza 25). È a mio parere accostabile al mezzo potenziato anche la pratica dei movimenti invisibili, tipica alla riformulazione moderna del cosiddetto ‘Yoga del Kashmir’: mentre sono in una posizione, evoco la sensazione (non penso al movimento, lo eseguo con la sensibilità) dei movimenti per entrare in un’altra posizione, come alzare un braccio, muovere le gambe o ruotare la colonna, ascoltando il corpo in carne ed ossa che rimane immobile ma non esente da reazione. Anche in questo caso, trovo una centratura tra la posizione attuale e la posizione evocata, sono nel flusso delle percezioni ma centrato nello stato intermedio.

E in definitiva, come suggerisce la stanza 103:

La mente non dovrebbe essere assorbita né dalla sofferenza né dal piacere. Dovresti conoscere lo stato intermedio (tra entrambi) – allora rimane solo la Realtà.

Vijñānabhairava Tantra, 103

Questo tipo di pratica è del tutto interiore e non immune da difficoltà (bisogna trovare l’interstizio, e a volte è un’operazione che richiede una creatività molto sottile), ma ha il potere di armonizzare le pulsazioni particolari dell’emozione con un ritmo più profondo, ampio e anteriore.

Che è forse anche la risoluzione di ciò che chiamiamo emozioni negative: una frattura apparentemente insanabile, una dissonanza imperdonabile che trova infine il proprio posto (non è forse quello che reclamava?) nell’ambito di un’armonia più generale.

Post scriptum

Durante il ciclo di seminari Yogasana che si terrà tra settembre e novembre, Gioia Lussana parlerà, molto meglio e molto più precisamente di me, del mezzo potenziato sia da un punto di vista filosofico che pratico.

Post post scriptum: come combattere un orso a mani nude

Note[+]

Note
↑1 Per questa stanza e per le seguenti ho tenuto come riferimento la versione e i commento di Swami Lakshman Joo, ultimo rappresentante della tradizione dello Shivaismo del Kashmir: Swami Lakshman Joo, Vijñāna Bhairava: The Practice Of Centering Awareness, Motilal Banarsidass, 2003
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“Yoga” e i cani neri di Carrère

17 Gennaio 2022 by Francesco Vignotto Lascia un commento

“È possibile meditare quando senti un groppo d’ansia sotto il plesso solare, hai nei polmoni due pacchetti di sigarette fumati smaniosamente ogni giorno e la coscienza attraversata da un flusso ininterrotto di pensieri tossici: rimpianto, rimorsi, rancore, ansia da abbandono? Quando non trovi rifugio da nessuna parte e sei in balìa di quel che di peggio c’è dentro di te?” Alcune riflessioni sull’ultimo libro di Emmanuel Carrère, che da outsider depone una pietra tombale sul mito del benessere New Age, in cambio di un salutare bagno di realtà.

Confesso che ho esitato qualche mese a leggere Yoga di Carrère perché tendo a diffidare dell’hype, un po’ per spocchia, un po’ per un crescente bisogno di argomenti ‘inattuali’, visto che abbiamo imparato quanto l’attualità può essere tossica, volgare e lontana dal cuore della realtà (un po’ come l’inevitabile rumore attorno alle battaglie legali tra Carrère e la ex moglie, che ha fatto purgare dal romanzo tutte le parti che la riguardano).

Confesso anche che non avevo mai letto nulla di Carrère fino a qualche settimana fa, sebbene da tempo fossi attratto già da alcuni suoi titoli precedenti. Preferivo però non cominciare dall’ultimo proprio perché riguarda un tema in cui sono fin troppo implicato, conoscendone le beghe, per godermi appieno la lettura.

Così, quando ho ricevuto in regalo Io sono vivo, voi siete morti, la biografia di Philip K. Dick che proprio Emmanuel Carrère scrisse negli anni Novanta, e avendola letta con molto piacere (sono un appassionato di Dick), non avevo più scuse per evitare la lettura del suo lavoro più recente. Con sorpresa, ma neppure troppa, ho constatato che tra i due libri vi è più di un punto in contatto: entrambi formulano importanti questioni sulla vita, sulla natura ultima del reale e sulla possibilità di conoscerla, e in entrambi questi stessi temi costeggiano l’abisso del disturbo psichico.

Dal canto suo, Yoga racconta come non ci sia nulla che preservi dalla buia notte dell’anima, nemmeno quando, come all’inizio del libro, sembra che per l’autore la vita si sia stabilizzata una volta per tutte sul versante più comodo. È proprio in quel momento che nasce l’idea di scrivere “un libretto arguto e accattivante” sullo yoga che avrebbe trovato posto nei già affollati scaffali delle librerie dedicati all’auto-aiuto e alla crescita personale. Tuttavia Carrère conosceva già fin dai tempi di Io sono vivo la saggezza dell’I Ching basata sull’alternanza degli opposti, e le sue stesse parole di allora suonano come un ambiguo avvertimento che

ogni momento è un passaggio, che l’apogeo è l’inizio del declino e la sconfitta preannuncia la vittoria futura. A chi brancola nelle tenebre [l’I Ching] insegna che presto tornerà la luce, a chi esulta sotto il sole di mezzogiorno che sta già cominciando il crepuscolo, al saggio l’abile arte di lasciarsi portare dal corso delle cose come una barca vuota si abbandona alla corrente del fiume.

Per Carrère la notte cala con la fine del matrimonio, e la barca vuota che si era convinto di essere si rivela piena di demoni. La crisi sfocia in un ricovero in psichiatria durante il quale sarà sottoposto a terapia elettroconvulsivante. La diagnosi è sindrome bipolare.

La situazione sembrerebbe essere sfuggita molto lontano dallo yoga, qualcuno potrebbe obiettare (ma poi: perché?). Eppure tra le tante definizioni provvisorie di meditazione che costellano il libro, la più assoluta arriva non nella prima parte, che precede il disastro, seduto sullo zafu durante il purgatoriale seminario di Vipassana, ma nella seconda parte, di fronte a tutto l’orrore per sé stessi che non si può spiegare, per bocca di un anziano psicanalista, ex gesuita ed ex lacaniano, trasformatosi suo malgrado in maestro Zen:

Quello che sta vivendo e orribile: bene. Lo viva. Vi aderisca. Sia quell’orrore. Se deve morirne, ne morirà. Non cerchi né ragioni né mezzi per uscirne. Non faccia niente, lasci perdere: solo cosi può verificarsi un cambiamento.

Non funzionerà, si affretta a precisare Carrère. Ma nessuno aveva detto che doveva funzionare. O meglio: sperare che funzioni è ancora parte del problema.

La mosca al naso

Yoga non segue il copione consolidato della celebrità che ha sconfitto la depressione o ha smesso di picchiare la moglie grazie alla meditazione; lo yoga non è qui una spugna magica, né Carrère ha la pretesa di essere qualcosa più di un meditante della domenica, ma proprio per questo ne guadagna in credibilità oltre che tensione drammatica: abbiamo già troppi scrittori-attori-cantanti che si riciclano nel settore benessere come maestri di vita, la cui placida anima non è mai increspata nemmeno da un peto. (Sperando di non essere contraddetti in futuro dai fatti, almeno in questo libro Carrére rimane lo scrittore che un po’ si pente di non essersi portato, trasgredendo le regole, il taccuino al seminario intensivo di Vipassana: nonostante tutti gli sforzi per convincersi del contrario, è lì per un reportage).

Emmanuel Carrère

Yoga ha fatto saltare la mosca al naso a parecchi praticanti attirati dal titolo, e quello appena esposto potrebbe essere un motivo: non è una storia esemplare. Non è il “libretto arguto e accattivante” che lo stesso autore si era inizialmente proposto di scrivere e che chi pratica yoga vorrebbe leggere. Che alla fine si sia comunque intitolato Yoga lo rende quasi un koan, tanto che la vera motivazione che spinge a terminare il libro è proprio scoprire perché Yoga sia stato scritto lo stesso; che è forse, meravigliosamente, lo stesso motivo per cui si pratica yoga nonostante la vita si guardi bene da somigliare alle agiografie dei santi.

Un altro elemento di disappunto per gli appassionati è la disinvoltura con cui Carrère utilizza la parola Yoga come macro-contenitore per riferirsi non solo alla pratica corporea – di cui parla in realtà poco – ma soprattutto alla meditazione e al Tai Chi. Il nostro autore non va nemmeno troppo per il sottile coi riferimenti letterari, che, va bene, sono abbastanza prevedibili per chi mastichi appena un po’ della materia: con tutte le mattine trascorse al Cafè dell’Église a leggere Patanjali (“Quanto me la tiravo”), Carrère non spreme molto più di un sunto da quarta di copertina; il Bardo va sempre bene, sia che si viaggi con l’LSD, sia che si tenti il suicidio, sia che si partecipi a un seminario intensivo in cui ai partecipanti è vietato parlare e a condurre è una voce preregistrata; la mania per yin e yang e per le infinite elencazioni di opposti sembra a volte più un fuoco d’artificio per impressionare l’altro sesso e i giornalisti inesperti, non fosse che l’alternanza di opposti è tragicamente connessa proprio al suo disturbo mentale. Ma sebbene Carrère non sia Calasso, il suo essere e rimanere scrittore di mondo lo tiene quasi sempre lontano da fole New Age, e anche quando le sfiora (lo yoga molecolare) le elabora poeticamente.

Con quelle due-tre nozioni che potrebbero essere già logore da un pezzo, anzi, Carrère si mette a scavare, in un corpo a corpo con i vortici della mente, sondando gli animi e le motivazioni profonde senza sconti (William Hurt che vuole essere una persona migliore per essere un attore migliore, i volontari sull’isola di Leros che affogano i loro cuori infranti nell’altruismo) e portando alla luce intuizioni notevoli proprio quando disinvolte.

Tra il dottor Yang, da un lato, che invita ad andare cauti con la meditazione, per non svegliare le potentissime energie che può mettere in moto (“Ci metteva in guardia contro questi rischi che non mi pare di avere mai corso, o se è successo non me ne sono reso conto, o ancora, più probabilmente, non ho mai raggiunto né mai raggiungerò il livello a partire dal quale cominciano a presentarsi”); e il maestro di Iyengar yoga secondo il quale occorrono dieci anni di preparazione ortopedica, di allineamento di bandha e chakra prima di poter essere degni di sedere sul cuscino; di fronte insomma a tutta questa erudizione che getterebbe nello sconforto il proverbiale millepiedi senza sapere più quale zampa muovere per prima, Carrére conclude, di testa sua e con invidiabile concretezza popolana, che meditazione è tutto ciò che succede quando ti siedi in silenzio, compresa la noia, i dolori, i pensieri parassiti. Compresa l’impressione che stai perdendo tempo con una cazzata pseudo-spirituale.

La prova della bellezza

Ram Dass

Ma c’è un altro motivo per voler bene a Carrère, ed è una piccola corazzata Potëmkim che ci ricollega (e non è l’unico caso per chi vuole leggere tra le righe) al tema dell’articolo precedente. Pur rifiutandosi di gettare via il bambino con l’acqua sporca (altro tema dickiano), il nostro non può mancare di rilevare che gran parte della sotto-cultura spirituale sia irrimediabilmente brutta. Da scrittore, è più che sfiorato dal dubbio che questa desertificazione della bellezza vorrà pur dire qualcosa. Imperdonabili – nel senso di Cristina Campo, ovvero perfette – sono le sue considerazioni di fronte ai partecipanti del seminario di Vipassana, che tra una sessione e l’altra, come da cliché, non riescono a resistere ad abbracciare gli alberi (la scena, con il balletto delle esitazioni che lo precede, è invero molto più comica di come la potrei descrivere). La visione genera un cortocircuito tra la lettura di alcuni saggi di Orwell e la visione di un documentario su Ram Dass; il confronto è impietoso:

Guardando il documentario, mi immaginavo quanto sarcasmo e perfino disgusto avrebbe suscitato in Orwell […] questo vecchio saccente, Ram Dass, tipico esemplare della tribù degli yogi-barbuti-vegetariani-indossatori di sandali che lui considerava non innocui babbei, ma imbecilli decisamente pericolosi. Ebbene, guardando questi ragazzi con le cuffie peruviane che abbraciano gli alberi, mi chiedo anche: come mai gli accenti di verità, il peso dell’esperienza e persino il godimento estetico sono con tanta evidenza dalla parte di Orwell e non da quella di Ram Dass né di nessuna delle autoproclamatesi guide spirituali che recitano i loro sempiterni discorsi sull’espansione della coscienza, sul potere del qui e ora e sulla pace interiore? Perché i loro pensieri mancano a tal punto di gravitas? Perché nessuno di loro supera la prova della bellezza? Perché i loro libri dalle copertine rosa o azzurre, che in ogni libreria new age balzano agli occhi come l’incenso alle narici, sono cosi brutti, cosi stupidi?

“Penso per esempio che ci sia un grado di verità maggiore in Dostoevskij che nel Dalai Lama” concluderà più tardi, altrettanto imperdonabilmente, quando abbandonerà il seminario, con uno strappo alla regola, a causa degli attentati a Charlie Hebdo, dove il suo amico Bernard perse la vita. Tra il cervello di quest’ultimo sparso sul linoleum della redazione e il “conclave di meditanti impegnati a frequentare ognuno le proprie narici e a masticare in silenzio bulgur con gomasio”, Carrère conclude che “una delle due esperienze sia, molto semplicemente, più vera dell’altra”.

Ma questo non è che uno dei tanti momenti dialettici di Yoga, tra le incurisioni del e nel mondo e l’aspirazione ad elevarsi al di sopra della sofferenza del mondo, che nella spiritualità di massa rischia spesso di trasformarsi in elusione solipsistica, clausura a gettone senza sacrificio, come gli ayurvedici svizzeri isolati in un’ala di un albergo dello Sri Lanka, in accappatoio bianco e cuffietta di plastica, che non interrompono nemmeno per un istante il loro seminario, mentre il resto della struttura si è trasformata in un centro di accoglienza per gli sfollati di uno tsunami.

Se lasciate che affiori in voi stessi

È confortante che il cielo non si apra solo ai santi, ai saggi, ai frequentatori abituali di zafu, ma anche a noialtri membri della famiglia splendida e miserevole dei nervosi, a noialtri aggrediti dai cani neri.

Nella foto più sopra, il sorriso descritto a pagina 269 della giovane Martha Argerich che, dopo essere quasi sparita a sinistra dell’inquadratura, riprende il tema principale della polacca Eroica di Chopin; è il sorriso che “viene al tempo stesso dall’infanzia e dalla musica” di chi ha visto il paradiso, anche solo per 5 secondi. Dalla biografia curata dalla figlia, emerge quanto Martha fosse stata una madre madre tossica e dispotica.

A giudicare dalla pila di copie disponibili in libreria, senza paragone con qualsiasi altro volume Adelphi, Yoga sta vendendo ancora molto a più di sei mesi dall’uscita (“Questo qui ci sta uscendo dalle orecchie” si lascia sfuggire la commessa mentre lo acquisto). Ne sono, in fondo, contento, perché è un libro che sa confluire nelle vene del mainstream senza rinunciare a incidere in profondità, ma soprattutto sa lasciare aperti gli orli di una ferita (come dovrebbe fare un romanzo), non utilizza lo yoga come tappeto per nascondere la polvere e proprio per questo, a modo suo, contribuisce a una riflessione più matura sul senso ultimo della pratica; e soprattutto è consapevole che il senso ultimo non sarà probabilmente annunciato mentre siamo seduti a meditare.

Certo è uno yoga, anche quello, mainstream, sui generis, o Iyengar o Ashtanga, uno yoga piramidale di grandi, inarrivabili maestri da piedistallo, e di milioni di pedoni che probabilmente perderanno sempre terreno nel cercare invano di bandire l’ombra dalla propria vita.

Il valore di Yoga è di avere la sincerità di guardare in faccia l’oscurità, ma anche la notevole intuizione – notevole proprio perché vi arriva a braccio, fosse anche strisciando, senza essere imboccato da alcuno – che quell’oscurità non può e non deve essere essere espunta: “A sinistra c’è l’Ombra ma c’è anche la gioia pura, e forse non può esserci gioia pura senza Ombra, e allora vale la pena di vivere con l’Ombra”.

Nel riprendere in mano il libro per scrivere questo articolo, mi accorgo della citazione del Vangelo di Tomaso in epigrafe di cui mi ero completamente dimenticato, ma che mi sembra essere il sigillo perfetto a queste riflessioni:

Se lasciate che affiori in voi stessi, ciò che avete vi salverà. Se in voi stessi non lo avete, ciò che in voi stessi non avete vi ucciderà.

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