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hathayoga

Ci sono solo due stili di yoga, parte 1: la posizione come scopo

12 Febbraio 2026 by Francesco Vignotto 2 commenti

Come orientarsi nella selva di yoga-qualcosa riducendo le opzioni a due

Il mercato ci ha persuasi che nello yoga oggi esistano molti stili (attenzione: stili, ovvero brand, non necessariamente tradizioni). Tutti, o quasi, affermano di attenersi a un testo-radice che è essenzialmente un manuale di meditazione e che dedica pochi cenni – anche se pregnanti – alla posizione del corpo; e tutti, o quasi, sono essenzialmente metodi per eseguire posizioni corporee che dedicano poco spazio, o nessuno, alla meditazione.

Ora, esistono ragioni storiche per questo. E ragioni storiche comportano variazioni di rotte, riletture e contraddizioni a cui talvolta non è immune nemmeno la più rinomata tradizione.

Ma siccome qualsiasi insegnante affermerà che lo yoga è molto di più che fare posizioni, e siccome quel molto-di-più ha la sfortuna di non essere altrettanto evidente, proponiamo una macro distinzione per orientarci nella selva di yoga-qualcosa e di qualcosa-yoga che molto spesso ridondano più che variegare l’offerta: la distinzione tra chi ritiene che la posizione sia un mezzo e chi la ritiene un fine.

Partiamo da quest’ultimo caso, ovvero quello più problematico, chiedendo pazienza se questa prima parte sarà soprattutto destruens, ma si tratta di una premessa necessaria per la fase costruttiva.

Intendere la posizione come fine potrebbe avere un’accezione tutt’altro che negativa: il corpo come strumento di liberazione1 da un lato e la totale dedizione all’azione dall’altro sono elementi che appartengono alla tradizione yogica e indiana in generale, checché ne dicano alcuni soloni.

Tuttavia, la posizione intesa come scopo, così come si presenta oggi, è l’esatto contrario dell’esperienza reale del corpo, e l’azione che comporta è priva del disinteresse e dell’equanimità di fronte a vittoria e sconfitta predicati dalla Bhagavadgītā.

Quando è un fine, infatti, la posizione è calata astrattamente dall’alto e decontestualizzata. Si fa perché facendo yoga bisogna fare trikonasana, bisogna fare le capovolte o gli equilibrismi sulle mani, la spaccata o chaturanga dandasana (notare, quasi mai le posizioni meditative vengono citate tra le più impegnative o le più avanzate).

Quando la posizione è un fine, sei tu a doverti adattare anche di fronte a una evidente incongruenza tra l’ideale della posa e la tua configurazione fisica, tra il precipitarsi verso un risultato e ciò che deve essere fatto ora per ristabilire l’ordine nel tuo corpo (il tuo dharma corporeo, potremmo dire), vanificando qualsiasi disposizione all’ascolto, vale a dire del tanto celebrato momento presente che è impossibile senza porgere orecchio al corpo.

Nel momento in cui sto tendendo verso qualcosa che non c’è, o sto lottando per evitare di perderlo, che cosa posso sentire, organicamente, del corpo, che ne è del mio respiro, che ne è del qui ed ora?

Comprendiamoci: un confronto con la difficoltà, o con il semplicemente altro dal conosciuto, è sempre necessario per poter crescere. Ma quando la posizione è un fine, ti capiterà di dover diventare un po’ quadrato anche se sei nato tondo, e ti troverai a tirare dritto anche là dove sentirai che fisiologicamente c’è una curva. E anche se sei nato quadrato, ma i tuoi angoli si sono slabbrati con l’età, ti verrà chiesto di comportarti come se avessi ancora gli spigoli vivi.

In altre parole, se la posizione è un fine, verrà fatto appello a caratteristiche che solo alcune fisicità possiedono, ovvero a quelle caratteristiche che permettono il suo manifestarsi più estremo, favorendo anche condizioni, come ad esempio l’ipermobilità articolare, che andrebbero invece circoscritte lavorando più sulla contrazione muscolare e sulla forza.

Quando la posizione è un fine, i supporti che ti verranno dati saranno delle protesi per supplire alla tua diversa abilità, e gli adattamenti saranno dei ripieghi che non offriranno gli stessi benefici della posizione piena (almeno così verrà inteso). 

Già, perché, quando la posizione è un fine, esiste una posizione finale, che è un po’ come la soluzione finale: per raggiungerla è giustificato qualsiasi mezzo, dall’afferrare membra e strattonarle come se non fossero parte del nostro corpo, a sottoporci a ogni sorta di aggiustamento da parte di terzi con lo scopo di farci entrare, appunto, ancora di più nella forma finale e ideale.

Ed è un continuo estendere, allungare, stirare, aprire senza che nessuno si preoccupi anche di chiudere, con buona pace dell’equilibrio o superamento degli opposti.

È perciò inevitabile che, quando la posizione è un fine, i praticanti si guardino l’un l’altro, e stabiliscano dei paragoni, nonostante i tanti discorsi sulla non competitività: la stessa suddivisione tra principianti ed avanzati molto spesso si basa su criteri fisici quantitativi, e seleziona a sua volta una classe di insegnanti sulla base della flessibilità che non ha necessariamente la tempra e i requisiti attitudinali per questo ruolo.

Insomma, quando la posizione è un fine c’è sempre un ‘meno’ da colmare e un ‘più’ che si sottrae tantalicamente alla nostra portata (perché il corpo, come tutto ciò che è materiale, è così: si ribella all’ideale moltiplicando i casi particolari, irride la regola sfornando eccezioni).

Raramente sorge il dubbio che il cammino lungo il quale celebriamo i nostri traguardi (gamba dietro la schiena, arcuazione esponenziale, equilibrio sulle dita), non sia invece lo stesso loop a ripetersi costantemente, alla ricerca di qualcos’altro, qualcosa di più, che non sarà mai quello, che non avrà mai l’essenziale che cerchiamo veramente.

Quando è un fine, è la posizione in sé ad avere dei benefici, così come illustrato nei manuali con una certa serialità: ieri rinforzava il rachide, apriva il torace e il bacino, oggi massaggia la fascia e attiva il nervo vago.

E se è la posizione in sé ad avere benefici, non poter fare una posizione è un problema, sia per la progressione nello yoga, sia (diranno) per il benessere e la salute del praticante.

Ed è qui che suona il vero campanello di allarme, ovvero il quasi inevitabile incontro con l’infortunio, che accade più spesso facendo la posizione piuttosto che non facendola, e che in situazioni sane dovrebbe essere accolto come un richiamo alla realtà dopo tanto scollamento. Se la posizione è un fine, capiterà invece di sentirsi dire che l’infortunio è parte del cammino, ed è inevitabile se si pratica con costanza.

O addirittura che è un processo di guarigione: il che, diabolicamente, potrebbe essere anche vero, se la diagnosi si basasse su una reale cognizione delle cause e non sul principio di autorità, ovvero che la posizione e le istruzioni per arrivarci sono da prendere alla lettera e non ammettono contraddizioni e deroghe.

Questa capriola tra cause ed effetti, questa dissonanza cognitiva è tipica dei sistemi chiusi che cercano di conservare sé stessi. Purtroppo molto spesso quando il sistema crolla, per confronto con l’evidenza o per cedimento strutturale irreversibile, subentra il rigetto totale.

Anche per questo, da qualche tempo registriamo – statistiche personali – un crescente numero di persone interessate alla meditazione ma che si rifiutano di prendere in considerazione di praticare dello yoga, perché scottati da esperienze regresse incompatibili con un contesto contemplativo. O che si rivolgono ad altre discipline psicofisiche (Qi Gong, Tai Chi, forme moderne di movimento consapevole) perché interessate a una pratica che permetta di vivere una reale connessione e integrazione corporea.

A costoro, purtroppo, non è sempre possibile comunicare che esiste anche un altro yoga, e li comprendiamo. Vale la pena di dirlo, però, nel seguito di questo articolo.

  1. Per quanto riguarda l’azione non serve nemmeno citare la dottrina del karma yoga espressa nella Bhagavadgītā (con le riserve espresse poco più avanti nel testo). Per quanto riguarda la centralità del corpo, sono indizi abbastanza significativi non solo il fatto che fin dal Ṛgveda il cosmo sia rappresentato come corpo e il corpo sia interpretato come microcosmo, ma vorrei ricordare una nota di Raffaele Torella: “Mi trovavo nell’estate del 2004 a Helsinki per la World Sanskrit Conference. Assisto a una relazione di Rama Nath Sharma, illustre studioso di grammatica sanscrita e di scienze del linguaggio, nella quale mi colpisce una citazione tratta apparentemente dal Dharmasastra, il vastissimo corpus di testi che da sempre regolano il comportamento socioreligioso dell’hindu ortodosso. In essa Si faceva menzione del corpo come primario mezzo per la realizzazione del dharma. Incuriosito, a fine conferenza avvicino il collega indiano indiano per chiedergli quale ne fosse la fonte specifica. Sharma mi risponde (accompagnando la sua risposta con un vago sorriso di intesa): «But everybody knows…»” (da da Eros, passioni, emozioni nella civiltà dell’India, Carocci, 2023, pp. 93-94 n.38). ↩︎
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No, yoga e meditazione non servono a controllare le emozioni, ma a migliorare la digestione*

10 Aprile 2025 by Francesco Vignotto Lascia un commento

Spesso sentiamo affermare che yoga e meditazione permettono di controllare meglio le emozioni. Come spesso accade, il diavolo (inteso come colui che depista) è nei dettagli, perché questa asserzione rischia di avvalorare una premessa che non è per nulla scontata: ovvero che le emozioni si tengano sotto controllo.

In realtà, se le emozioni potessero essere controllate, non sarebbero emozioni.
Del resto il concetto di controllo, in questo ambito, risulta pericolosamente ambiguo (e sbagliato, al di fuori di casi psichiatrici che richiedono un contenimento coatto): dove va a finire l’energia dell’emozione, potenzialmente enorme, destabilizzante, distruttiva, soprattutto quando si tenta di contenerla? Viene ridirezionata (a discapito di chi o cosa?), sublimata (non è forse, spesso, una pia illusione?) oppure repressa, evitata, ossia rimandata a una futura, rovinosa, deflagrazione o destinata a trasformarsi in nevrosi?

Chi, del resto, tra i praticanti di queste discipline, non conosce quanto sia facile il deflagrare di emozioni violente proprio quando ci si sente purificati dalle passioni e al di sopra di ogni emozione?

Far passare il concetto che con lo yoga e la meditazione si possano controllare le emozioni significa far andare incontro il praticante a non poche complicazioni evitabili. Perché il gioco potrebbe anche funzionare, fino a un certo punto, e questo non farà che nutrire l’illusione di avere pieni poteri sul proprio emotivo. Almeno fino a quando non arriverà il momento in cui soffrire sarà inevitabile e non starà a noi decidere quando sarà abbastanza.

A quel punto nascerà un conflitto, spesso non dichiarato apertamente, tra l’emozione percepita come ‘sbagliata’ e i tentativi di mettere le cose a tacere, tentando di risalire una china resa ancora più farraginosa proprio dal nostro agire, e tanto più profonda dalla non accettazione della nostra emozione.

Il fatto è che questo problema non era per nulla ignoto alle tradizioni da cui abbiamo appreso le tecniche di meditazione con cui oggi pensiamo, a torto, di tenere a bada il nostro emotivo. Il concetto stesso di karma nasce dalla constatazione che qualunque tentativo di fuggire attivamente alla sofferenza è destinato a rincararne la dose, a complicarne ancora di più il labirinto, laddove all’agire non anteponiamo la consapevolezza dei suoi limiti.

Ed è questo il primo passo nella consapevolezza, che ci invita a fare lo yoga: possiamo agire solo dopo aver accettato, o meglio accolto, ciò che non possiamo controllare.

Non è un caso se il principale oggetto di attenzione sia il respiro, che non può essere ‘controllato’ se prima non ne riconosciamo gli aspetti involontari: le idee stesse di azione e di controllo devono essere purificate e rettificate per poter essere efficaci. Agisco soprattutto non agendo, controllo in primo luogo assecondando.

In altre parole, si deve sostituire l’idea malata di tenere sotto controllo il mare con l’idea che, sebbene le onde non si controllino, si può imparare a nuotare. E che, a volte, ci è dato scegliere quale corrente seguire.

Ed è proprio nella consapevolezza del valore, del diritto ad esiste di ciò che non possiamo controllare e del suo tesoro vitale, che possiamo allenarci, attraverso la contemplazione, a digerire le emozioni, ovvero a cessare di respingerle, a riconoscerle come parte di noi.

*Post scriptum

Queste considerazioni presuppongono un buono stato di salute mentale, per quante nubi possano addensarsi nei cieli del nostro umore. In presenza di patologie, nel caso in cui le emozioni siano potenzialmente pericolose per sé e/o per gli altri, va da sé che ben prima della meditazione serve un buon supporto terapeutico.

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Cosa si sta facendo al corso insegnanti di Zénon?

16 Gennaio 2025 by Zénon Lascia un commento

Vediamo i temi affrontati nel primo quadrimestre di lezioni del corso biennale per insegnanti di yoga (alcune delle quali erano parte dei cicli Yogasana, aperti anche ai partecipanti esterni), assieme ai docenti, che qui compaiono in ordine rigorosamente di apparizione.

1. Ma lo yoga non serviva ad arrestare le fluttuazioni della mente?

Francesco Vignotto, insegnante di yoga, ha trasposto nella pratica diversi argomenti trattati teoricamente dai relatori; ha illustrato i fini e le tecniche dello yoga e come si sono evolute fino a noi; ci ha invitato a riflettere sulla definizione classica di yoga come arresto delle fluttuazioni mentali (una azione o un evento?) e su come contestualizzarla in una pratica prevalentemente posturale quale è quella odierna; ha fornito i primi rudimenti di fisiologia della respirazione yogica e di didattica del respiro consapevole. Infine, ha affrontato, nella pratica e nella teoria, il tema del radicamento.

2. Self/non self e risposta immunitaria, intenzione e volontà, alto e basso

Marco Invernizzi, Professore Ordinario UPO, agopuntore e insegnante di Qi Gong, ha parlato del rapporto tra sistema immunitario e pratiche psicofisiche, di chinesiologia delle articolazioni e delle pratiche taoiste per mantenerle in buona salute. Ci ha inoltre insegnato come muoverci a partire dall’intenzione e non dalla forza muscolare secondo la Tradizione Cinese e come armonizzare l’alto e il basso nella pratica.

3. Che cos’è la coscienza? Cosa accade nel cervello durante la meditazione?

Claudio Molinari, professore associato di Fisiologia presso l’UPO, agopuntore, nel ciclo Yogasana 9 ci ha parlato di neurofisiologia della coscienza e di cosa sappiamo, da un punto di vista neuroscientifico, sulla mente di chi medita… ma anche che il cuore comunica con il cervello in modi che sono ancora misteriosi. Presto ci parlerà di neuroni specchio e di immaginazione motoria nel ciclo Yogasana 10…

4. Il senso del tatto nello yoga

Antonella Usai, danzatrice di Bharatanatyam e insegnante di yoga, ha tenuto un seminario sulle Hasta Mudra, le mudra delle mani, offrendoci uno scorcio sulla dimensione rituale e aiutandoci a recuperare la dimensione tattile nella pratica yogica e nella vita di tutti i giorni. Ma ci ha anche offerto degli strumenti per leggere e vivere le emozioni come esperienza estetica secondo la classificazione della tradizionale indiana.

5. Corpo femminile e radicamento

Martina Bergamelli, docente di Yoga e Qi Gong, ha contestualizzato la pratica in relazione all’anatomia e alla fisiologia femminile. Nell’ambito del seminario sul radicamento, ci ha guidati nell’ascolto del piede nella posizione statica della montagna e nella camminata, introducendoci alle pratiche di Qi Gong per l’armonizzazione degli elementi Terra e Legno.

6. Contemplazione e desiderio: la gioia come origine

Gioia Lussana, docente yoga, laureata cum laude in Indologia con Raniero Gnoli e Raffaele Torella, ci ha offerto un suggestivo scorcio sulle radici contemplative dello yoga dalle origini all’India tantrica, regalandoci una splendida pratica dal Vijñānabhairava Tantra. Ha inoltre tenuto una toccante lezione sul del legame tra coscienza, desiderio ed energia vitale nell’India Religiosa, in cui ci ha sottoposto un’ipotesi inattesa: la gioia come punto di partenza a cui tornare, invece che come obiettivo da raggiungere.

7. La visione di insieme di una tradizione

Mauro Bergonzi, professore emerito presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ha svolto il primo modulo di Filosofie e Religioni dell’India, esponendo con rara sintesi alcuni concetti ricorrenti in tutto il pensiero indiano, come il karma e la liberazione dal ciclo delle rinascite, con paralleli con la mitologia e il pensiero occidentale antichi e moderni. Ci ha parlato inoltre delle fasi più remote della cultura indiana: la civiltà della Valle dell’Indo, i Veda e le Upanishad.

Da qui in poi…

Da qui in poi ci aspettano i prossimi incontri mensili (con un seminario in presenza con Gioia Lussana, a marzo), ma anche il ciclo Yogasana 10, sulla relazione tra il corpo yogico e le recenti scoperte sui neuroni specchio e sulla pratica dell’immaginazione motoria.

Inoltre, molta filosofia, molta anatomia funzionale, molta didattica e molta, molta pratica…

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Cos’è più improbabile: fare posizioni assurde oppure la cessazione delle fluttuazioni della mente?

11 Aprile 2024 by Zénon Lascia un commento

Ovvero come tendiamo a dare per irrealizzabili eventi che potrebbero essere vicini come la nostra vena giugulare, complicandoci la vita perché qualcuno ci ha fatto credere che l’unica cosa a cui potessimo ambire fosse qualche strana posa.

Spesso sembra che fare yoga richieda di destreggiarsi su molteplici fronti: dalla cura (a volte maniacale) del corpo al rapporto con le emozioni, dall’alimentazione all’attenzione per il pianeta, dalla ricerca del benessere alla lotta contro i segni dell’età…

In questa sovrapposizione di mezzi, fini, sottoprodotti e persino di effetti collaterali, si perde facilmente di vista il nocciolo della questione.

Nocciolo che Patanjali enuncia senza tanti preamboli nel secondo sutra:

Yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente

Ora, si è soliti considerare quanto sopra un obiettivo molto lontano, addirittura fuori portata. In realtà lo è finché intendiamo ‘cessazione’ come un’azione (come se si potesse fermare a mani nude o bloccare la mente) e non come uno stato che si verifica da sé.

Uno stato che può essere indirettamente favorito e preparato (ad esempio ‘rimuovendo le chiuse’), ma non determinato da ciò che facciamo. Anzi, a volte, come ben sappiamo, l’eccessiva insistenza verso un risultato e l’eccessiva enfasi sui mezzi può essere controproducente.

Dunque, che cos’è yoga e cosa non lo è? Patanjali elencava otto ausiliari, ma la sua non è l’unica codificazione e soprattutto dobbiamo cogliere il cuore della questione.

Yoga è tutto ciò che favorisce e ci educa a riconoscere questi momenti di cessazione delle fluttuazioni. A volte in modo imprevedibile o per apparente contrasto: per alcuni, ad esempio, anche nel cuore di una violenta emozione si può trovare lo slancio definitivo verso la pace. (Del resto, non affrontiamo forse considerevoli fatiche per goderci meglio il riposo?)

Perciò ben venga la cura per il corpo e per il benessere, ben vengano le capovolte e le spaccate, ben venga l’attenzione all’alimentazione e alle conseguenze delle nostre azioni, ma c’è un limite oltre il quale ciò chiamiamo yoga perde il suo cuore.

Il limite si supera quando questi strumenti diventano importanti in sé e non per la sfumatura di silenzio che può farci apprezzare; quando ognuna di queste attività e abilità diventa un fronte in più da tenere aperto; quando ancora una volta finiamo per credere che ci manchi qualcosa per essere completi, senza cogliere lo schema che si ripete; quando ci perdiamo nelle periferie; quando cioè lo Yoga si trasforma nel suo opposto, ovvero in un continuo agitare le acque.

Qualcuno dirà, ma questo è il mercato: farti sentire un bisogno che non sapevi di avere. E forse ha ragione. Tuttavia crediamo che sia possibile anche altro da questa sistematica sottovalutazione (e svalutazione) delle possibilità di ogni essere umano.

Stare in equilibrio sulla testa forse non è alla portata di chiunque e non è nemmeno consigliabile a tutti. Invecchiare è inevitabile, così come essere travolti, a volte, dalle emozioni.

Ma non esiste essere senziente a cui non sia data la possibilità di sperimentare, almeno una volta – magari per caso e forse per sbaglio – la cessazione delle fluttuazioni della mente e del cuore.

Yoga è farne un’arte e coltivarla.

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