• Passa alla navigazione primaria
  • Passa al contenuto principale
  • Passa al piè di pagina
  • Facebook
  • Instagram

info@zenon.it | tel. 3492462987

  • Home
  • Corsi
    • Tutti i corsi e gli orari
    • Yoga
      • Yoga (lezioni collettive)
      • Yoga: lezioni e percorsi individuali (a Novara e online)
      • Respirazione – Pranayama
      • Yoga: cose da sapere (FAQ)
    • Meditazione
    • Yoga in gravidanza
    • Attività post parto
    • Qi Gong e Taijiquan
    • Functional Training
    • Ginnastica funzionale adattata
  • Eventi
  • Chi siamo
  • Blog
    • Yoga
    • Yoga in gravidanza
    • Meditazione
    • Qi gong
    • Pratiche
    • Taoismo
    • Interviste
  • Contatti

attualità

Le cazzate pseudospirituali nuocciono anche a chi non ci crede

13 Giugno 2022 by Francesco Vignotto 2 commenti

Se nell’articolo precedente prendevamo in esame chi si accosta oggi allo yoga e alla meditazione, rilevando che si tratta di una circostanza particolarmente favorevole, in questo nuovo articolo parliamo invece di chi si trova immerso in questo mondo da qualche tempo ed esprime la propria – spesso giustificata – insofferenza nei confronti di una certa approssimazione dilagante. Ma attenzione a non buttare via anche il bambino…

Le cazzate pseudospirituali fanno male, su questo siamo tutti d’accordo. Non se ne può più di energie e pensieri positivi, di beveroni sciamanici, sorellanze e fratellanze con cui il mondo dello yoga e dintorni ha messo alla berlina sé stesso. Io stesso non riesco ormai più a pronunciare la parola namastè, anche solo mentalmente, senza visualizzare la targa della Jaguar di Howard Hamlin in Better Call Saul.

Però, se siamo tutti d’accordo e nonostante questo non abbiamo abbandonato la pratica e bruciato tutte le copie della Bhagavad Gita (un gesto davvero rivoluzionario sarebbe: leggerla), probabilmente ciò vuole dire almeno due cose: che il nostro profilo psicologico non è compatibile con il reclutamento in QAnon (o siamo troppo spocchiosi, a seconda dei punti di vista), e che soffriamo di un inconfessabile dissidio interiore.

Non c’è infatti come inveire contro i falsi dèi, per trovare tutti d’accordo. Salvo però, quando bisogna dire qualcosa di positivo (arriva anche quel momento), trovarsi di fronte al dilemma: pronunciare qualche frase fastidiosamente simile alle false preghiere, o mugugnare qualche distinguo talmente sottile di cui nessuno comprenderà nulla, tranne che ‘noi non siamo come loro’. 

Il problema è che possiamo dirci per una spiritualità razionalista, possiamo addirittura abolire del tutto la parola spirito – ormai squalificata a mera categoria merceologica – e ribadire la nostra fede nella scienza contro la superstizione, ad esempio, delle medicine alternative. Tuttavia, se continuiamo a sederci nonostante tutto sul tappetino, almeno un presupposto dobbiamo ammettere di condividerlo con gli adoratori dei falsi dèi: che esista qualcosa al di là della ragione. Certo, ciò non significa buttare nella pattumiera la propria intelligenza, tuttavia se non concordiamo che non è quest’ultima ad avere l’ultima parola, allora probabilmente siamo noi gli impostori, gli stanchi mimi di una gestualità in cui per primi non crediamo più.

La nostra posizione è particolarmente delicata, ma riflette un dilemma comune alla società dell’informazione contemporanea, perciò chiedo il permesso per una piccola digressione.

Oggi il termine fake news è entrato nel gergo comune (se ne parlava, nelle nicchie, già una decina d’anni fa, ma siccome le baggianate facevano grossi volumi e l’avvelenamento dei pozzi non aveva ancora manifestato le sue funeste conseguenze, i più erano propensi a non andare troppo per il sottile). Vi è entrato, come sempre, in termini binari: un’informazione è o totalmente vera o totalmente falsa. È anzi significativo come la questione sia sempre posta in termini di verità, e non, ad esempio, di esattezza, accuratezza od obiettività, tutti termini che invece sono più propensi a contemplare delle sfumature. No: oggi un’informazione è da accogliere o rigettare in toto. Non può essere accolta con riserve. Ciò significa l’impossibilità del dialogo, ma per alcuni anche l’espunzione di intere dimensioni della vita.

Al di fuori dei laboratori, infatti, sono rari i casi di assenza di sfumature. È difficile stabilire che una notizia sia completamente vera, al netto della percentuale fisiologica di approssimazione, di interpretazione e di varie ed eventuali variabili (sì, anche i numeri, anche i ‘dati’, verso cui nutriamo una venerazione quasi patologica, sono sempre il frutto di una selezione). È altrettanto difficile che prenda piede una notizia totalmente falsa, non fosse altro che ciò che è inventato di sana pianta è molto meno credibile e molto più difficile da rendere verosimile, piuttosto che prendere spunto da una verità manipolandola. Una mezza verità è molto più efficace e anche molto più velenosa, perché una volta riconosciuto che c’è del marcio, difficilmente riusciremo a non associare il disgusto anche agli elementi di verità.

Così, siccome siamo nei paraggi da qualche anno, viene la tentazione di arrampicarsi sugli alberi al solo suono di parole come energia, vibrazione, forse anche cuore, per le troppe volte in cui abbiamo sentito parlare di ingenue o pelose pulizie di centri sottili; ci si accappona la pelle al suono della parola karma, o a sentirci ripetere che bisogna abbandonare l’ego o abbandonarsi e basta, a causa dei troppi farabutti che hanno utilizzato queste parole per nuocere agli altri ed esercitare i propri porci comodi. Sfugge un sorrisetto – e forse perché ci abbiamo creduto un po’ anche noi – nel sentire ancora ripetere che le torsioni depurano il fegato perché lo strizzano come una spugna. Eppure inviterei ad attendere prima di far scendere la scure.

Chiedo perdono se chiamo in causa un mantra giustamente diventato insopportabile come “ti faccio da specchio”, espressione utilizzata dalle macchiette paraspirituali per giustificare le proprie intemperanze attribuendole al proprio interlocutore. Si sarebbe tentati di rigettare il concetto come una cavolata tout court, ma possiamo tuttavia negare che contenga un fondo di verità, ossia che molto spesso ciò che nell’altro ci fa saltare la mosca al naso è, a ben vedere, ciò che abbiamo in comune con lui ma che stentiamo ad ammettere? Certo, ognuno dovrebbe preoccuparsi principalmente degli specchi che lo riguardano, piuttosto che di quelli altrui; tuttavia la questione riguarda, in senso più ampio, il rapporto tra la coscienza e la percezione di un mondo ‘esterno’ che del tutto esterno non è.

Tutto questo per dire, insomma, che mettere alla berlina i tic della spiritualità facile significa spesso anche orinare sopra attrezzi che prima o poi dovremmo utilizzare. Oltre, forse, a diventare un po’ più duri, mi si passi il termine, di cuore.

Che fare allora? Mi viene in mente un mondo che mi sta altrettanto caro, ovvero la poesia, dove periodicamente vi sono modalità espressive che diventano fruste e rappresentative soltanto di un mondo ormai svuotato del suo significato originario. In quei momenti, un atto di rottura è addirittura auspicabile, ma richiede la consapevolezza che è la forma a non essere più capace di veicolare senso vivente. Qualcuno ha detto addirittura abbasso i tramonti, ma ovviamente allo stereotipo, non al tramonto in sé. E allora la sfida più impervia, la prova del fuoco diventa parlare del tramonto, nonostante tutto.

Leggi

Archiviato in:Articoli, attualità, Yoga Contrassegnato con: hathayoga, yoga

La posizione da cui non puoi uscire

28 Ottobre 2020 by Francesco Vignotto 2 commenti

Piccola riflessione attuale – al di là del fatto che siamo di nuovo chiusi e che ci dispiace – nata da una postilla all’ultimo post: cosa fare quando si incontra difficoltà in una posizione? Si può valutare un passo indietro. Quando si può…

Ma poi ci abituammo anche a questo. E alla fine quasi tutti imparammo quello che si dovrebbe imparare nascendo, la verità che fa nascere tutte le altre: che a ogni uomo può capitare tranquillamente ogni cosa.

Silvio D’Arzo

E arriva il momento in cui ti trovi in una posizione da cui non puoi uscire. Ad esempio, una crisi mondiale del sistema sanitario che mette in discussione la vita intera fin nei minimi dettagli quotidiani, con tutte le varianti di questa posizione che possono toccare in sorte a ciascuno: ammalarsi e la paura del contagio per sé e per i propri cari; le limitazioni alla libertà; turni di lavoro estenuanti per alcuni e il non poter lavorare affatto per altri; il timore per le sorti materiali e la rabbia per le diseguaglianze con cui la crisi colpisce i singoli.

È proprio in questi momenti che comprendi quanto poco veramente puoi decidere nella vita, che puoi al massimo scegliere in quale corrente nuotare, o perlomeno se opporvi o non opporvi stupidamente resistenza. Ma proprio al cospetto di tanta manifesta impotenza e naufragare di progetti è già intuibile, per chi è ancora disposto a guardare attraverso, l’ombra di una libertà meno triviale dei nomi che le siamo soliti dare. E in questo caso qualche dimestichezza con la dimensione interiore, visto che ancora una volta dobbiamo stare isolati, può fare la differenza.

Stare in posizioni complicate e ascoltare i meccanismi reattivi, respirare, spostare l’attenzione dai ‘pieni’ ai ‘vuoti’ non risolverà certo la crisi sanitaria – sì, certo, migliora il benessere e la salute, come ogni ‘attività motoria’ (ne parleremo a parte) ma non è questo il punto ora: qualcuno, un tantino più lungimirante, ha affermato che lo yoga – e per yoga intenderemo in senso allargato qualsiasi approccio meditativo – è una preparazione al passaggio della morte, altra parola che non si vorrebbe sentire, così come non si vorrebbero vivere momenti come quello che stiamo vivendo. Tutte posizioni che però la vita ci presenta prima o poi, e da cui non è possibile uscire a piacimento con un passo indietro e, a volte, nemmeno con un ‘passo oltre’.

Lo yoga va esercitato in momenti di tranquillità e in ambienti protetti, ma è proprio quando la vita ci spinge in queste acque pericolose che gli anni di pratica dimostrano di avere o non avere eroso le mura interne in cui ci siamo confinati ben prima di qualsiasi lockdown esteriore. Il che potrà rendere non solo un po’ meno traumatico – si impara a morire a ogni espiro – ma persino fruttuoso l’incontro con la sfinge dell’evento incalcolato, quando tutte le risposte che apparivano esatte sono lettera morta, quando ciò che doveva tornare per forza alla normalità sembra invece precipitare sempre più verso un inspiegabile groviglio.

È proprio quando sei nella posizione da cui non puoi uscire, quando realizzi che sei lì e vorresti essere altrove, ma quell’altrove non esiste e probabilmente non è mai esistito – che avviene qualcosa, uno slittamento, e non è la salvezza, non è la soluzione a un intreccio che volge verso il suo esito imparziale, ma come ha descritto Salvatore Iaconesi in un recente articolo:

È la tragedia.
E dalla tragedia si esce solo con l’agnizione: il riconoscere che si è in uno stato di tragedia, e il cambiamento di stato, di condizione seguente.

(Senza dimenticare che la tragedia è una rappresentazione e che è possibile a volte cambiare stato prima di morire) se preferiamo, è un’occasione di cura per quell’ormai consolidata invalidità che è la perdita del senso del sacro, nei cui confronti realizzare che la propria zattera può legittimamente essere spazzata via in qualsiasi momento – e il relativo stupore di essere vivi – sono i primi segnali di guarigione.

L’alternativa è ciò a cui mentalmente, culturalmente e socialmente stiamo assistendo da anni ma che in questi mesi è entrato in fase acuta con una drastica accelerazione: un’umanità costretta a ripiegarsi sempre più su sé stessa, messa all’angolo di sempre più anguste pareti che non riesce nemmeno più a vedere. Agnizione.

Post scriptum

Nelle prossime settimane, o mesi, torneremo a dedicarci alla ‘continuazione dello yoga con altri mezzi‘, attraverso gli strumenti digitali (per chi può e per chi si trova a suo agio nel farlo), in quanto non sarà possibile farlo in forma fisica ‘in presenza’.

Altro discorso sono le difficoltà di cui ci si dovrà fare carico (e pensiamo a tutte le strutture e le attività che dovranno chiudere, oltre a chi si ammalerà, e a chi avrà danni alla salute per mancanza di cure – non ultima la mancanza di attività fisica adeguata – o per le conseguenze psicologiche dell’isolamento).

Questo non è un invito ad accettare (non c’è niente da accettare) o a subire la situazione esistente, rinunciando ad agire: è anzi la premessa indispensabile a qualsiasi azione.

Leggi

Archiviato in:Articoli, attualità, meditazione, Yoga Contrassegnato con: covid-19, hathayoga, yoga Novara

Coronavirus e Teoria del Caos

30 Aprile 2020 by Giorgio Invernizzi Lascia un commento


“Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” fu il titolo della conferenza tenuta da Lorenz nel 1972 che portò un grande contributo a quella che oggi chiamiamo Teoria del Caos o Teoria della Complessità.

La Teoria della Complessità studia il comportamento dei sistemi complessi, così chiamati perché l’insieme dei molteplici elementi e connessioni da cui sono formati descrive una realtà che è superiore alla somma delle sue parti. L’aspetto più interessante dei sistemi complessi è l’adattatività che permette loro di apprendere continuamente con l’esperienza e perciò di evolvere nel tempo.

Lo studio dei CAS (Complex Adaptive Systems) ha prodotto algoritmi non lineari che sono oggi applicati con successo per descrivere le dinamiche di cellule, organismi, animali, uomini, organizzazioni sociali, politiche, economiche, intere civiltà.

E che cosa è questo Caos se non la danza frattale di un unico Sistema Vivente come da tempo immemorabile sostengono le Tradizioni Alchemiche?

E alla fine arrivò la farfalla caotica del coronavirus…

… svegliando col suo leggiadro battito d’ali un mondo rapito nel sogno dell’infinito progresso lineare, in realtà adagiato nel baratro da lui stesso scavato, in termini clinici una vera e propria psicosi.

Degli aspetti strettamente medici sul coronavirus c’è ben poco da dire perché è sotto gli occhi di tutti quanto la scienza medica si sia fatta cogliere impreparata a gestire una pandemia su cui peraltro si chiacchierava da tempo in prestigiosi congressi medici. Le caratteristiche che la pandemia ci mostra di giorno in giorno pongono infinite domande cui la scienza medica dovrà cercare di rispondere.

Comunque pare un dato assodato che l’infezione, anche se contagiosissima, non sia minimamente pericolosa per bambini e donne gravide, riservando ad anziani e persone con fragilità immunitaria i quadri più infausti fino alla morte.

In termini evolutivi per il genere umano non sembra quindi una minaccia ferocemente contraria alla vita e parlandone in linguaggio poetico, sembra più un gelido vento autunnale che una tempesta di primavera che distrugge i teneri germogli.

Da tutte le parti si sente dire che nulla nella nostra vita sarà come prima e forse, vista la catastrofe in atto, è la pura e semplice verità, ma la natura cataclismatica della pandemia si manifesta maggiormente in funzione delle reti sociali in cui si sviluppa, le grandi concentrazioni industriali del mondo civilizzato che qui manifestano tutta la loro fragilità, facendo saltare ogni tipo di bluff.

Peraltro, studiando le Civiltà come sistemi complessi appare chiaro che esse seguano percorsi simili a quelli di ogni vivente tra nascita e morte, vivendo giovinezze vitali e tumultuose, maturità splendenti e vecchiaia fragile e senza forze: l’algoritmo che le descrive è lo stesso dell’essere umano che a sua volta può accettare la sua storia evolutiva, oppure opporsi con ostinazione lineare alle leggi caotiche che la governano.

La differenza tra le due modalità di reazione è segnata da un sigillo cognitivo che trattiene alcuni nella visione lineare dell’infinito progresso materiale e concede ad altri la visione complessa del caos deterministico che è la Danza della Vita.

Le Civiltà generano sempre una visione di ordine sociale sostenibile ma quando in esse prevale l’aspetto dominatore e predatore sempre latente, nasce l’Impero che ha come suo principale obbiettivo la quantità a scapito della qualità, eliminando le contraddizioni e omogeneizzando la diversità umana per il massimo profitto. La visione che sostiene questa strategia è sempre basata su di un pensiero lineare che cerca l’immutabilità nel tempo, l’immortalità materiale: dal punto di vista clinico è una psicosi, dal punto di vista religioso è una idolatria.

Il sogno di eternità materiale dell’Impero si manifesta nel conferimento del nome: Sacro Romano, Britannico, Germanico, Sovietico, Democratico, ecc., rito ingenuo di immortalità che giustifica il termine Impero, in virtù della particolare eccezionalità di un dogma o di una etnia umana che si autoconferisce il privilegio di decidere della vita altrui.

Il fondamento “scientifico” dell’Impero è la visione lineare che gli dà la sicurezza di poter violare la Danza della Vita, le leggi caotiche di nascita e morte, sognando la crescita infinita.

La fase agonica dell’Impero che ha segnato profondamente una Civiltà non è un fenomeno nuovo, almeno nell’arco della storia umana conosciuta. Quando la Danza della Vita sveglia bruscamente il sogno senile dell’Impero, tutto può divenire molto critico: l’assertività può diventare una farsa e il terrore generare solo sberleffi.

Anche la paura di morire affretta la fine del sistema con l’autoinganno che celebra una potenza ormai svanita e con il politically correct che impedisce risposte creative: tutti sentono l’odore del cadavere ma non se ne può parlare e soprattutto non si deve agire.

E se in questo momento la delicata farfalla sbatte le sue ali innocenti…

…allora la tragedia quotidiana già totalmente presente emerge come un tornado svelando ogni bluff lungo tutte le linee di faglia del sistema, condannato dalla cecità culturale a non risorgere dalle proprie ceneri.

E veniamo al nostro tornado nel cortile di casa.

Come è evidente a tutti, l’Impero Occidentale, ingolosito dalla sua avidità lineare (più guadagno, più potere), ha lanciato nella globalizzazione una massa critica di relazioni materiali e immateriali che per un momento ne ha mondializzato la dimensione, rendendolo attore unico e dominante. Questa unicità, grande e clamorosa vittoria (PNAC, Progetto per il Nuovo Secolo Americano) però ha rotto irrimediabilmente l’algoritmo che permetteva all’archetipo imperiale di mantenersi indefinitamente, cioè la compresenza di due o più imperi in lotta fra loro per il posto di etnia dominante, come nella Seconda Guerra Mondiale e nella Guerra Fredda.

Ma questo, per chi lo conosce, è uno dei segreti movimenti del Caos

È la qualità che emerge caoticamente dalla quantità.

Così al culmine della dominanza mondiale l’Impero Occidentale perde definitivamente la sua identità rompendo l’algoritmo che giustifica il dominio: vittorioso nella guerra, travolto dalla vittoria.

L’algoritmo che sostiene l’identità imperiale necessita infatti di un impero antagonista con cui perpetuare il sanguinoso schema lineare di scambio di dominio sugli stessi sudditi, fenomeno che abbiamo visto in azione nell’equilibrio politico mondiale da secoli.

Al culmine della vittoria, imprigionato nella visione quantitativa lineare, l’Impero ha sottovalutato le insidie del caos delocalizzando le imprese in Oriente ed è finito allegramente in fuori-gioco.

Nel frattempo la sua opposizione in Oriente si è organizzata in una reazione caotica non lineare, la cui manifestazione più importante è stata la generazione del progetto Via della Seta, incentrato non sulla conquista di territorio ma sul controllo delle reti di comunicazione, strategia e tattica che ha il suo fondamento nelle radici millenarie della cultura cinese: taoismo, buddhismo, confucianesimo.

Il Dao, la Via, è forse il concetto più pregnante alle radici del pensiero cinese e segnala la complessità delle leggi caotiche non lineari che regolano l’universo macro e microcosmico cui il saggio si adegua con intelligenza, con passione e con disciplina.

L’aspetto forse più significante è la differenza nel concetto di ordine sostenibile legato alle reti (la Via) e non al possesso (l’Impero) e nel metodo di relazioni win-win e non predatore-preda.

Vedremo se la Cina saprà resistere alla tentazione di subentrare nel Grande Gioco con un nuovo Impero Cinese oppure, ritagliandosi il ruolo di fedele custode della Via, accetterà di partecipare alla continua trasformazione caotica dell’evoluzione umana indicando al mondo il destino della fenice rossa taoista che risorge sempre dalle sue ceneri.

E mentre la farfalla innesca il tornado tra Imperi lineari e Vie caotiche perché non approfittare del vortice per guarire un po’ la nostra presente invalidità?

Potremmo cominciare con una riflessione generale: quanta illusione lineare alberga ancora nella nostra vita costruendo continui bluff e anestetizzando il sentire del cuore? Quanto dovremo ancora soffrire prima di riuscire a riabilitare il canale cognitivo con la Vita, la conoscenza esperienziale che ci porta verso il destino della vera immortalità?

Leggi

Archiviato in:Articoli, attualità

Footer

Privacy Policy Cookie Policy

info@zenon.it | tel. 3492462987

Copyright © 2022 – Zénon Associazione Sportiva Dilettantistica via XXIII marzo 1849, 17 28100 Novara C. F. 94088150035 Privacy Policy. Termini e condizioni

Zénon Yoga Novara

Centro di yoga, meditazione, Qi Gong e Taijiquan. Corsi per ogni età e ogni livello.

info@zenon.it
Via Ventiré marzo 17 Novara, 28100
lunedì10:00 – 20:00
martedì, venerdì10:00 – 20:10
mercoledì10:00 – 20:40
giovedì10:00 – 19:00
sabato10:00 – 12:00
+393492462987

Contattaci su Whatsapp