Regolare, ricablare, resettare: come siamo finiti a parlare del nostro sistema nervoso come se fosse un termostato, e delle macchine come se fossero intelligenti?

La grande popolarità della Teoria Polivagale e in generale la scoperta da parte del grande pubblico del nostro sistema servoso autonomo hanno avuto il grande pregio di portare l’attenzione su una parte di noi solitamente considerata inferiore, meccanica o primitiva.
E anche se su diversi aspetti il mondo scientifico è molto meno unanime di quanto appaia negli slogan (in particolare, la summenzionata teoria non se la passa molto bene), è del resto ormai assodato che la nostra parte autonoma non solo è dotata di una forma di intelligenza estremamente raffinata, ma è in grado di determinare il nostro stato di salute psicofisica e persino di influenzarci sul piano cognitivo.
Ci sono alcuni grandi però, in accordo con il principio secondo cui, quando un concetto diventa estremamente popolare, le semplificazioni e le derive proliferano con progressione geometrica, neutralizzando l’effettiva novità e riportandoci agli schemi consueti seppur con un travestimento alla moda.
Social e IA non fanno altro che ridondare (vedi alla voce: camminata Tai Chi per gli over 50), e per ridondare è necessario che i contenuti siano riproducibili in serie, per pillole rapide da somministrare e promettendo altrettanto rapidi frutti. In quest’ottica, la discrepanza con la realtà la discrepanza con la realtà, ovvero l’effettiva efficacia, diventa un dettaglio trascurabile a fronte della gratificazione immediata, non essendoci nemmeno più né il tempo (lontano dagli schermi) né i mezzi per verificarla..
Ed è proprio questo il primo, grande, però: oggi è tutto un rincorrerti per spiegarti come (facciamo attenzione ai verbi) regolare, riattivare, riprogrammare, ricablare o resettare il tuo sistema nervoso o il nervo vago, tanto che questi due termini (senza voler nominare i livelli di cortisolo e l’aggettivo somatico), sono ormai il prezzemolo senza il quale nessun esercizio ginnico, nessuna pratica yogica, nessun trattamento sembrano avere alcun sapore.
Che le parole magiche siano poi scelte con cura tra quelle con lo spettro di applicazione più ampio possibile, potenzialmente a tutto, è il segreto di pulcinella di ogni venditore.
Così, ti può capitare il professionista sanitario che, illustrando i benefici della respirazione a narici alternate, ti assicura che “Non devi più domandarti come ti senti, ti devi solo regolare“. Oppure la divulgatrice del fitness che ti garantisce che, se inserirai la mano sotto l’ascella “avrai attivato il nervo vago, il freno a mano del tuo sistema nervoso”.
“Questo non è stretching, è neurologia” sottolinea con orgoglio un esperto di neuroscienze (o sarà più di uno?) nel somministrare esercizi piuttosto lambiccati, che in una manciata di secondi sbloccano spalle, avvicinano piedi altrimenti irraggiungibili e soffocano sul nascere attacchi d’ansia.
È un dato secondario che queste pratiche siano ormai presentate come se fossero estratte direttamente dal cilindro dei laboratori, senza quasi alcun cenno alla tradizione culturale o religiosa di origine, fatta di esperienze corporee e propriocettive reali e ‘dal basso’, per quanto (e per l’appunto) a volte vantino pedigree divini.
Ed è da immaginare che ciò che viene attribuito in modo così assertivo alla Scienza sia in realtà da ricercare nelle righe di studi pieni di cautele, di condizionali, di “ma il campione è esiguo” e di “sono necessarie ulteriori ricerche”.

(Sia detto tra parentesi: l’allenamento, la meditazione, lo yoga scientifici non esistono, per il semplice fatto che la scienza è descrittiva e non prescrittiva. Esistono al massimo dei protocolli dimostrati sicuri ed efficaci per un vasto numero di persone limitatamente ad alcuni obiettivi circoscritti, che non possono esaurire i motivi per cui gli esseri umani fin dalla notte dei tempi danzano, cantano, meditano e praticano attività corporea, né la varietà di forme in cui lo fanno).
Nondimeno, con tutto il bene che ci può fare apprendere nuovi modi di muoverci (e già ce ne sarebbe per molte esistenze), è abbastanza ovvio che lo sblocco automatico di miracoli promesso da questi contenuti sia probabile quanto il risveglio della Kundalini, per quanto episodicamente possano dare l’impressione di funzionare.
In primo luogo perché, se così fosse, le agende di osteopati e psicologi non sarebbero così stipate. In secondo luogo perché, di contro, se bastassero poche e semplici manovre autoeseguite, rischieremmo di mandare in tilt il nostro sistema nervoso ogni volta che facessimo un movimento inavvertito o che sbattessimo un piede nello spigolo.
Il quale, proprio in quanto sistema, tende a conservare il suo equilibrio consolidato, e anche quando riceve ottimi suggerimenti per funzionare meglio (e per fortuna anche quando riceve scossoni in senso opposto) tende a ritornarvi, per quanto si tratti di una normale amministrazione claudicante e piena di toppe.
E se è vero che la tradizione pullula di asceti e di yogin in grado, fra le altre cose, di arrestare le funzioni vitali a piacimento, cioè, appunto, di assumere il controllo delle funzioni autonome, certo queste facoltà non sono donate gratuitamente, bensì al costo di sacrifici che oggi sarebbero difficilmente accettabili dai più, e al costo di una capacità di concentrazione ben superiore allo span di alcuni secondi su cui le nostre menti si sono ormai regolate, proprio grazie agli strumenti digitali.
Ma senza andare così lontano, lo scopriamo ogni volta che cerchiamo di perdere o acquisire un’abitudine o, ancora, quando, con nostro grande scorno, l’exploit stesso diventa abitudine e cessa di funzionare, e anche se ripetiamo quel trucco appreso da un reel, il dolore cervicale si ripresenta, o si trasferisce altrove.
In effetti, con buona pace dei ri-cablatori in un minuto del nostro sistema nervoso, anche il nostro inconscio è sempre al lavoro per trovare nuovi modi di esprimersi quando le vecchie vie sono precluse, con molta più perizia e conoscenza del campo.

E finché tratteremo le sue espressioni sgradite come sintomi da eliminare il più presto possibile o peggio da evitare, finché considereremo il nostro sistema nervoso alla stregua di un termostato, saremo costretti a esserne regolati, pensando di regolare. Perché la logica con cui vorremmo metterlo in quadro è la stessa che ha creato il problema, la logica di negare o reprimere una parte di realtà solo perché non la possiamo controllare.
E qui veniamo al secondo però, che riguarda quello che definirei una sorta di manicheismo neurologico. “Non facciamo movimenti rapidi, perché questo attiverebbe il sistema nervoso simpatico” avverte una insegnante di yoga che sul proprio sito si definisce con invidiabile modestia “leading authority sui benefici neuroscientifici del movimento lento e consapevole”.
Per ridondare, dicevamo, i contenuti devono essere riproducibili in serie e in pillole. E quale miglior modo – i social ce le hanno tatuate nella carne – della colonna dei buoni e di quella dei cattivi?
Così la natura ci avrebbe dotato di un sistema nervoso autonomo articolato in due rami principali, (orto)simpatico e parasimpatico (anche questa una semplificazione, ma prendiamola per buona), di cui sono descritte sempre e soltanto le due manifestazioni estreme: attacco o fuga da un lato, riposo e digestione dall’altro. In campo retorico, ci troviamo di fronte alla fallacia logica dell’argomento dell’uomo di paglia: si esagera una rappresentazione per attaccarla più facilmente.
Così il ramo (orto)simpatico viene investito del ruolo di ingombrante vestigia di un passato in cui eravamo costretti a fuggire dalle bestie feroci.
Anche in questo caso, come in quello del primo ‘però’, ci inoltriamo in un terreno scivoloso, quello che, pur perorando la causa di una visione olistica, traccia confini invece di favorire una com-prensione e una integrazione anche delle aree apparentemente più oscure e meno piacevoli da frequentare.
(Per inciso: orto- e para- simpatico non agiscono solamente in mutua esclusione, ma più spesso coordinandosi: come ricordano Leslie Kaminoff e Amy Matthews, l’ortosimpatico è necessario ogniqualvolta dobbiamo prestare attenzione, nell’ambiente che ci circonda come nel nostro corpo. Per godere di un riposo vigile come richiesto in alcune pratiche di rilassamento abbiamo bisogno di entrambi i rami del nostro SNA).
E se qualcuno obietterà che noi occidentali siamo per nostra natura più propensi alla sovraeccitazione ortosimpatica, fermiamoci un secondo a riflettere: qual è la reale causa di questa incapacità a far fronte allo stress, nelle condizioni materiali di vita (per ora e così dicono) migliori di ogni tempo, in un periodo di assenza di conflitti (almeno qui e per ora) mai così prolungato?
Naturalmente non è qui la sede per rispondere, ma voler ridurre un paradosso così profondo e istruttivo a un semplice interruttore lasciato acceso è un modo per delegare il senso della vita a una congiuntura tecnica, come se macchine ben regolate cessassero per questo di soffrire.
Sarà forse anche per questo che il nostro voler essere efficienti persino nella gestione delle emozioni rende gli esercizi per la regolazione del nostro sistema nervoso sempre più simili a manifestazioni ossessivo-compulsive più che ad atti di auto-guarigione?

Per la carità, non c’e nulla di male a saltellare, a scuotersi e vocalizzare, a massaggiarsi la mandibola o a picchiettarsi il torace: sono tutte pratiche che hanno una loro utilità, se fatte con criterio. Qualcuno raccomanda pure la recitazione del rosario: ma farlo per abbattere i livelli di cortisolo è un grado di do ut des decisamente troppo sfacciato anche rispetto a chi, pur chiedendo a Dio che il figlio passi l’esame o di guarire, mette sulla bilancia l’obolo della sua devozione.
Anni fa, un Eric Barét particolarmente in forma, rispose, a chi gli chiedeva dei benefici di un pranayama, che piantando un chiodo nel muro con la stessa concentrazione si poteva ottenere lo stesso risultato.
È questo un segreto inconfessabile di qualsiasi pratica psicofisica: la premessa della sua efficacia è in primo luogo che ci permetta almeno per un momento di dimenticarci dell’io e del mio. Certo, ci vuole dell’arte nel piantare chiodi indimenticabili, ma che mondo sarebbe quello prospettato dai lucignoli delle soluzioni veloci, dove tutto ci è dato in automatico?
Per concludere, da un lato abbiamo la divinizzazione del sistema nervoso, che ha quasi del tutto detronizzato la questione della Coscienza, dell’anima e della psiche: il sistema nervoso è un idolo che, rispetto a questi ultimi, presenta il vantaggio di potersi soggiogare, almeno sulla carta, a dinamiche riduzionistiche, e quindi, almeno sulla carta, a poter essere manovrato, dacché il sogno proibito di ogni tecnica, così come di molte nostre nevrosi, è una smodata e insaziabile sete di controllo.
Dall’altro lato è utile ricapitolare la catena semantica con cui si esprime questo controllo: dal più neutro regolare, dicevamo, andiamo a riprogrammare, ripristinare, ricablare o addirittura resettare. Non è curioso che, in un epoca in cui attribuiamo all’Intelligenza Artificiale e alle macchine i connotati dell’intelligenza naturale, tendiamo sempre di più a descrivere quest’ultima in termini informatici e meccanicistici?
E a concedere alle entità artificiali quel libero arbitrio che vediamo sempre di più negato, su basi deterministiche, agli esseri umani?
Libero arbitrio per il quale, sia ben chiaro, non rimaneva molto spazio nemmeno nelle nostre amate filosofie indiane, le quali già qualche millennio addietro descrivevano una mente intrappolata nei suoi meccanismi, tra le latenze derivanti da esperienze passate e il dilemma della ricerca del piacere e dell’evitamento del dolore.
Ma c’è un ultimo però, che apre uno spiraglio in questo congegno apparentemente inespugnabile e ci salva dal triste destino di manopole che cercano di afferrare sé stesse: che in realtà noi non siamo tutto questo. O per lo meno non siamo solo questo.
La questione della coscienza non può essere liquidata identificandola con i contenuti che in essa e che grazie ad essa appaiono: e lo sanno perfettamente le Big Tech, che senza l’apporto incessante di opere dell’ingegno e interazioni umane potrebbero smantellare i loro Leviatani digitali nel giro di poche settimane.
“Dovresti riuscire a sentirti triste senza essere triste” suggerì un Lama a Laurie Anderson all’indomani di un lutto. E forse non c’è miglior consiglio di ur-regolazione né più efficace antidoto a chi ci vorrebbe identificati alla macchina, l’unico modo per attraversare indenni le acque traballanti di questa esistenza.


Lascia un commento