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asana

Ipocondria di uno yogi

5 Ottobre 2015 by Francesco Vignotto 1 commento


Allagare il campo, o fare la pipì a letto

Patanjali paragona l’azione dello Yogi a quella di un contadino che rimuove gli ostacoli, permettendo così che il campo si allaghi. Come abbiamo visto, gli Yoga Sutra attribuiti al saggio indiano non indicano alcuna tecnica – anzi, affermano che qualsiasi tecnica agisce solo indirettamente: “La causa strumentale non determina le diverse tendenze naturali”1Yoga Sutra, 4,3).

Badiamo bene: rimuovere gli ostacoli, non crearli. Liberare, non limitare.

Ebbene, nella mia esperienza ho riscontrato che i soggetti con le maggiori difficoltà a rimuovere gli argini, sono proprio i praticanti – spesso veterani – di yoga e di discipline che si trovano sotto il cappello oggi piuttosto affollato dell’”olismo”.

Ma forse sarebbe meglio dire che i soggetti dediti a tali pratiche siano generalmente convinti – non “più consapevoli” – di avere dei problemi, indipendentemente dal fatto di averli veramente. Ad esempio, di avere problemi posturali o difficoltà respiratorie e che questi difetti siano veri e propri handicap invalidanti.

Questo perché molto spesso l’impostazione della pratica – e forse anche lo zelo dell’insegnante e una certa cultura del perfezionismo psicofisico – porta a enumerare i difetti particolari ma non a risolverli e anzi a esacerbarli sempre di più in una lotta del corpo contro il corpo, più che a sfruttarli invece come leve per ri-armonizzare il complesso.

Insomma, se James Hillman rimproverava alle teorie psicanalitiche la predilezione per i traumi, a volte ho l’impressione che questo Yoga for dummies condivida la stessa tendenza trasferendola non solo alla psiche ma anche al corpo.

Ma nel sutra citato più sopra Patanjali non si riferisce a un traguardo che si raggiungerà solo in corpo perfetto al parossismo della tecnica. Si riferisce all’irrompere, a un certo punto del percorso, di un evento straordinario all’interno di un quadro ordinario. Un evento il cui accadere non si può controllare: si può soltanto preparare il campo in modo tale che possa accoglierlo. Un’eventualità che può ricorrere a numerosi livelli.

Quello che vedo verificarsi molto spesso, invece, è uno stallo di cui la pratica stessa è la principale responsabile o, perlomeno, l’agente collante. Una sorta di ipnosi che, come nel brano che segue, perdura finché un evento straordinario non spezza l’incantesimo.

E allora raccontiamola questa storia.

Storia di P.

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Una delle prime mattine dell’anno duemila-e-qualcosa, il trentenne Paolo A. si svegliò con un versamento e un edema reattivo al ginocchio destro, che divenne una palla di carne dolorante e molto suscettibile agli sforzi.

Paolo non ricordava di aver subito un particolare trauma fisico tale da giustificare il risultato. Risparmiamo qui le dietrologie che dovette subire riguardo al periodo di cambiamento che stava attraversando e sui conflitti irrisolti somatizzati. Stando ai fatti, il referto della risonanza magnetica risultò compatibile con una lesione “a secchio” ai menischi e fu unanimemente consigliato di farlo operare.

Ora, Paolo sapeva che un’artroscopia era ormai un’operazione di routine, ma per lui che non era mai finito sotto i ferri rimaneva una sorta di dramma. Inoltre, il seppur breve periodo di riposo fisico forzato non era compatibile con i suoi impegni lavorativi.

Ma c’era di più: questo infortunio era un affronto, perché Paolo praticava Yoga. Era un affronto perché significava che inconsapevolmente Paolo aveva perseverato in abitudini posturali deleterie che avevano condotto a quel patatrac nella sua articolazione. Si convinse che evidentemente c’era qualcosa che non andava nel modo in cui aveva camminato fino ad allora.

“È naturale quello che ti è successo, gli confermò un osservatore esperto, perché hai sempre avuto un’anca più alta dell’altra”. Quella rivelazione fu come per il protagonista di Uno, nessuno e centomila il difetto al naso fatto notare con nonchalance dalla moglie: tutta la sua vita fino ad allora apparve come una menzogna ovattata.

Camminare divenne allora una complicatissima occasione per assestamenti e ribilanciamenti del peso corporeo, in cerca di una nuova ‘quadra’, con lo stesso tormento di un insonne in cerca del lato giusto per dormire. Ma proprio come l’insonne, con i suoi continui aggiustamenti, allontana il sonno invece di favorirlo, il nostro Paolo A. accumulava sempre più impedimenti alla sua tranquillità posturale. Camminava, letteralmente, sulle uova.

E proprio quando gli sembrava di aver trovato l’assetto corretto, non di rado capitava qualche importuno collega di lavoro si avvicinasse con evidente falsa premura e lo schiaffeggiasse con la domanda: “Ancora male al ginocchio? Vedo che zoppichi di nuovo”. In momenti come quello poteva letteralmente sentire le schegge di cartilagine conficcarsi nella carne.

Per la prima volta in vita sua scoprì cosa significasse avere dolori ovunque e per la prima volta soffrì di mal di schiena, di sciatica e di tutti i problemi che compongono il classico rosario di chi “sta male” ma è un non-so-che di male, una fiacchezza costante, un bordone dissonante che non si disperdeva mai nel silenzio.

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Infine, dopo diversi mesi e all’apice del disagio, Paolo si fece dare il numero di un Luminare dell’ortopedia e si presentò dallo specialista nello stesso stato d’animo in cui un criminale si presenta in questura per costituirsi.

Il medico guardò l’esito della risonanza di alcuni mesi prima e annuì: bisogna operare. Ma quando lo fece salire sul lettino e gli prese la gamba movimentandola in ogni direzione, con enorme sconcerto Paolo udì il Luminare esclamare che non poteva operare il suo ginocchio, perché era completamente sano.

Paolo gli indicò il referto sulla sua scrivania, che fino a un attimo prima provava il contrario: il Luminare fu inamovibile, il ginocchio era sano. Può darsi, commentò, che si fosse mosso durante la risonanza, o semplicemente Paolo era tra i pochi fortunati a cui il menisco guarisce da sé. Citò persino il caso di un oscuro calciatore che tornò a giocare ai massimi livelli dopo un infortunio proprio come il suo che con estrema saggezza dei medici non fu risolto chirurgicamente. “In ogni caso,” concluse “un menisco rotto fa male”.

In quel momento Paolo si accorse che da ormai parecchi mesi non sentiva più alcun dolore: si era arrovellato fino all’impazzire, ma dolore no, non ne aveva sentito se non nelle prime settimane. Si spezzò allora l’incantesimo, che non affliggeva direttamente la sua forma fisica, ma il suo stato di coscienza: l’involucro del malato immaginario si decompose come neve al sole.

Uscì dallo studio libero dal peso che lo aveva accompagnato fino a lì, senza più alcun pensiero di doversi correggere, di volersi riformare. La sua postura poteva dirsi dritta, sì, forse con qualche difetto, ma con una percezione immediata, globale, della propria stabilità, che non aveva bisogno di altre parole. Da allora saltò per molti sassi sulle montagne, e fece molte altre cose che un meniscopatico quale si era creduto fino a quel giorno non potrebbe fare; ma il suo corpo non se lo ricordava e quindi non patì alcun dolore.

Spezzare l’incantesimo

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Avrai letto da qualche parte che in molti casi la sentenza definitiva giunge all’improvviso, per bocca di uno qualsiasi, in un momento qualsiasi.

Franz Kafka, Il processo

Dobbiamo precisare che Paolo A., oltre a tormentarsi molto per trovare di  nuovo il modo corretto di camminare, era anche uno sgobbone, e in quegli stessi mesi si era anche molto impegnato nell’esercizio delle āsana, e questo – oltre a il  suo essere nato sotto una buona stella – probabilmente coadiuvò la sua misteriosa guarigione (naturalmente, quale “effetto collaterale” della pratica stessa).

Tuttavia, il punto cruciale non era risolvere il nodo fisico, ma la sua consapevolezza, e non sempre il momento dello spezzarsi dell’incantesimo arriva. Soprattutto perché il ravvedimento di Paolo A. implicava l’accettazione di un prezzo che non sempre si è disposti a pagare: non solo rinunciare ad essere menomato, ma addirittura rinunciare a esserlo mai stato. 

Molte altre volte, invece, non si esce dallo stallo.

Ogni giorno ho a che fare con praticanti di yoga convinti – a volte da parecchi anni – di non poter eseguire correttamente determinate posizioni a causa della conformazione del bacino o di altri difetti dell’apparato muscolo-scheletrico, martiri delle naturali asimmetrie del proprio corpo; di soffrire di blocchi psicosomatici e problemi respiratori la cui consapevolezza è ormai la causa stessa del problema; di non poter fare a meno di sostegni, mattonelle e tappeti antiscivolo senza i quali non sono in grado di sostenersi sui propri piedi, perché qui nasce anche un mercato di rimedi distribuiti (o meglio rivenduti) con enorme facilità anche ai sani: e, come direbbe Marco Invernizzi, se dài a una persona sana un bastone, dopo qualche tempo userà una stampella; poi due, poi un deambulatore, per finire in carrozzina.

Intendiamoci: tutti questi problemi esistono, a volte, anche come mere cause meccaniche. Ma in molti casi il problema non è tanto avere un problema: il problema è che qualcuno ti ha detto che hai un problema, e la sentenza è in sé stessa invalidante.

Spesso, infatti, la (sotto)cultura del “benessere” – anche perché è un mercato ormai di notevole importanza – tende a ridondare la percezione del difetto, e non del contenitore entro cui il problema va collocato e risolto. Non solo problemi con il corpo, ma anche problemi a non finire con i corpi celesti, il karma, l’anima e persino con parenti e affini di cui non sospettavamo l’esistenza. La logica, spiace dirlo, è quella che spesso i sostenitori di terapie alternative rimproverano alla medicina ufficiale: crea la percezione del problema, offri soluzioni che non curano alla radice, crea la dipendenza. 

Allo stesso modo, sentirsi dire ogni giorno che il proprio corpo è un campo di battaglia che reca la memoria di tutte le carneficine che vi sono state perpetrate dall’alba dei tempi crea più problemi – e il peggiore è l’autocommiserazione – di quanti ne risolva.

Avendo per alcuni anni esercitato la nobile arte dell’agricoltura, da parte mia preferisco continuare a pensarlo come un campo fertile proprio perché la terra accoglie tutto e riassorbe a sé meticolosamente i cadaveri e il sangue sparso, facendone concime, terra fertile.

Naturalmente, occorre la volontà di rimuovere gli ostacoli e le sovrastrutture, non costruirne di nuove. E per questo occorre molto spesso scompaginare gli schemi inveterati della pratica stessa.

Che cosa fa allora lo Yoga? Lo Yoga, in realtà, non ha in sé nulla a che vedere con il raddrizzamento delle spine dorsali. Non ha nulla a che vedere con allineamenti e con schematiche simmetrie del corpo da ripristinare.

Lo Yoga spezza l’incantesimo.

Note[+]

Note
↑1 Yoga Sutra, 4,3
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Lo Yoga in una posizione: la storia improbabile degli āsana

8 Settembre 2015 by Francesco Vignotto 1 commento


La maggior parte delle discipline nascondono effetti negativi, essendo concepite non per liberare, bensì per limitare. Non chiedete “perché?” e siate cauti col “come?”. “Perché?” conduce inesorabilmente al paradosso. “Come?” v’intrappola in un universo di causa ed effetto. Entrambi negano l’infinito.

Gli eretici di Dune, Frank Herbert

L’argomento di questo articolo è la pratica delle posture nello Yoga, ovvero, per chi non lo sapesse, degli āsana.

Per diverse ragioni, gli āsana sono divenuti l’elemento più iconico e rappresentativo dello Yoga, con un certo scorno da parte di chi sostiene che lo Yoga è molto altro ancora. Negli ultimi anni, gli āsana sono anche diventati una sorta di fenomeno di costume, pose da esibire e soggetto prediletto dai praticanti per i propri selfie e per delimitare il proprio territorio di appartenenza sub-culturale.

Oggi gli āsana costituiscono spesso buona parte – se non la totalità – di ciò che nella pratica si fa nei luoghi deputati a questa disciplina. Questo almeno a una visione esterna, se si prescinde naturalmente da ciò che succede nella sfera interiore – oltreché, come vedremo, nelle interiora.

Yogi amanti del Sé o Yogi amanti di sé?
Yogi amanti del Sé o Yogi amanti di sé?

Anche se con un leggero senso di colpa, gli āsana sembrano aver preso tutto. E, a giudicare da quanto mi riferiscono i praticanti che giungono qui a Zénon, è addirittura una rarità che vengano insegnati anche solo i rudimenti di una respirazione consapevole (non dico prāṇāyāma: semplice consapevolezza del respiro). Le “fasi” o dimensioni ulteriori dello yoga vengono rimandate a un secondo o terzo anno che spesso non arriverà mai nemmeno dopo una vita parcheggiati in una palestra.

Eppure, malgrado ci si ripeta che l’āsana è ben più di una semplice postura, la sua odierna predominanza rimane controversa e nasconde in fondo il dubbio e l’insicurezza di molti praticanti e insegnanti: che lo yoga sia degradato a pratica meramente ginnica, tagliando i legami con le sue basi soteriologiche, ovvero abbia perso l’obiettivo – o la capacità – di guidare al di fuori di una situazione indesiderata, ovvero la sofferenza che appare inevitabile compagna all’esistenza umana.

A ciò si aggiunge la consapevolezza oggi crescente, come vedremo, che molte delle pratiche fisiche un tempo introdotte all’Occidente come estremamente antiche, sarebbero in realtà molto più recenti di quanto potessimo pensare, o addirittura moderne. Di più: forse l’elemento che suscita ancora più sconcerto è che l’antichissima scienza dello Yoga sia stata e sia soggetta a mutamenti.

Ma che cosa sono questi āsana e perché dovremmo considerarli diversi da una pratica ginnica? Perché vengono praticati all’interno di una disciplina così strettamente legata alla sfera spirituale? E come andrebbero praticati?

Ci è stato ammonito, all’inizio di questo articolo, di andare cauti con i perché e con i come. Anche per questo, come al solito avverto che quanto segue è del tutto arbitrario nell’esposizione e frammentario. È una spiegazione a cui per necessità si è data una parvenza di forma coerente, nella speranza che possa essere utile, ma non definitiva.

Contenuti

  • Stare seduti
  • Austerità e ardore
  • Alchimia
  • Otto milioni di āsana
  • Capovolgimenti e dissolvimenti
  • Ma allora, che cos’è un āsana?
  • Tempi postmoderni
  • Per concludere

Stare seduti

Tentiamo di rintracciare un seppur tenue filo storico, consapevoli che è impresa ardua e ingrata cercare di tracciare l’indocumentabile.

Assumere posizioni in relazione a particolari stati psichici è un atto con ogni probabilità molto più antico dello stesso yoga, se con questo termine intendiamo “qualcosa” che sia stato sottoposto a un minimo di sistematizzazione.

Ad esempio, alcune terrecotte ritrovate nei siti di Harappa e  di Mohenjo Daro, nell’attuale Pakistan, raffigurano esseri umani in varie posizioni. Le civiltà che hanno prodotto questi manufatti risalgono III millennio a.C. e sono antecedenti alle invasioni indoeuropee:

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Quale osservazione collaterale, noteremo che esistono raffigurazioni anche nell’antico Egitto e diversi manufatti delle civiltà precolombiane che rappresentano posture molto simili gli āsana praticati nello Yoga, ma ciò ci porterebbe molto lontano non solo geograficamente.

Ora però dobbiamo notare che il termine sanscrito āsana significa “stare seduti” e sembra che in principio indicasse le sole posizioni sedute di meditazione. È molto probabile che Patanjali negli Yoga Sutra (III secolo a.C.- IV secolo d.C.) intendesse la parola āsana in questo senso. Nonostante sia quasi unanimemente considerato la massima autorità yogica, Patanjali peraltro non descrive alcuna postura, ma dedica all’āsana tre sutra molto significativi anche nei riguardi della pratica moderna:

La postura deve essere comoda e stabile
Grazie al rilassamento dello sforzo e all’incontro con l’infinito
Così da non esser più colpiti dalla coppia di opposti

Yoga Sutra II, 46-48

Con il senno di poi, da questi sutra ricaviamo alcune informazioni importanti, tra le quali:

  • che l’āsana è inteso per una pratica prolungata e statica (“comoda e stabile”, in modo da non disturbare la pratica), o meglio ancora che l’atteggiamento del praticante debba prescindere da una durata temporale;
  • che non contempla l’impiego della forza fisica, o meglio della contrazione muscolare;
  • che la sua pratica bilancia gli impulsi nervosi, neutralizzando gli effetti dei dvandva (coppie di opposti) sia fisici (caldo/freddo, piacere/dolore) sia mentali (felicità/sofferenza ecc.): in altre parole, la pratica degli āsana sviluppa il controllo sugli impulsi consci e inconsci.

L’āsana, secondo la visione offerta da Patanjali è parte di un quadro sistematico composto da otto membra. L’āsana è il terzo membro, preceduto dalle restrizioni (yama)  e dalle osservanze (nyama) e sono seguite dal prāṇāyāma e dai quattro stadi via via più meditativi: pratyhara (ritrazione dei sensi), dharana (concentrazione su un punto), dhyana (meditazione) e infine samadhi, il completo assorbimento e fusione con l’oggetto di meditazione che è l’obiettivo il senso ultimo della parola Yoga (“unione”) e coincide con la definizione stessa di Yoga formulata da Patanjali, ovvero la “cessazione delle modificazioni della mente”.1Yoga Sutra, I, II

L’āsana, dunque, fornisce il supporto fisico agli stadi successivi, che però sembrano quasi simultanei. Ed è per questo che i sutra precedenti andrebbero letti in prospettiva dei cinque seguenti:

realizzando questo, si ha il prāṇāyāma che è la cessazione del movimento d’inspirazione e d’espirazione.
[Esso] è interno, esterno o stabile; è regolato dallo spazio, dal tempo e dal numero, è prolungato o breve.
Un quarto [stadio] va al di là di quello interno ed esterno.
Grazie ad esso si dissolve lo schermo della luce.
E [si ottiene] la possibilità della concentrazione.

Letti in questo senso, āsana, prāṇāyāma (nelle sue fasi) e la (possibilità della) concentrazione sembrano generarsi uno dall’altro. È da notare che mentre Patanjali tratteggia āsana nelle sue generalità, senza nominarne alcuna, riguardo a prāṇāyāma, pur definendolo nella sua perfezione (la cessazione del movimento di inspirazione e d’espirazione), ne descrive almeno quattro tipi diversi.

Austerità e ardore

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Quando sentiamo affermare che lo yoga vanta origini antichissime, spesso immaginiamo che vi sia una tradizione uniforme tramandata più o meno immutata attraverso migliaia di anni (per poi, magari, accapigliarci su chi detenga la palma della più vicina alla fonte originaria).

In realtà, le sue prassi e i suoi fondamenti filosofici sono molteplici e non sempre istituzionalizzati o sistematizzati in modo coerente. Accanto al mainstream, ci sono stati e ci sono miriadi di rivoli che a volte divergono, altre confluiscono e in alcuni casi colorano indelebilmente la corrente principale.

Così, le prime descrizioni di āsana non seduti nello Yoga risalgono al Medioevo. Ma come James Mallinson ha giustamente osservato, “l’apparizione di descrizioni testuali di pratiche fisiche nello yoga non significa che quelle pratiche fossero state inventate in quel momento”. E in realtà nella letteratura antecedente abbiamo diverse testimonianze di queste posture, ad esempio nel poema epico del Mahabharata (III secolo a.C.- II secolo d.C.) oppure nei purana (II sec. a.C. – X sec. d.C.); tuttavia, queste pratiche non erano considerate āsana e non erano nemmeno contemplate nell’ambito istituzionale dello yoga (nota per i praticanti: le posture nominate nella citazione seguente non corrispondono necessariamente a quelle, omonime, praticate oggi).

… gli asceti sono descritti seduti in virāsana, una non identificata ma scomoda posizione seduta, e utkatāsana, una posizione accovacciata. Si dice inoltre che trascorrano lunghi periodi capovolti, o in piedi su due gambe o su una sola, o con le braccia in aria. Malgrado gli asceti che utilizzassero queste tecniche fossero associati alla pratica dello yoga, le tecniche fisiche in sé non lo erano. Sono tecniche di tapas, di ascetismo, e l’antico haṭhayoga è una codificazione delle pratiche fisiche di questi asceti pratiche il cui principale scopo era di aiutare la sublimazione del bindu, il seme, l’essenza vitale del corpo la cui preservazione era la chiave per coltivare il potere ascetico.2J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body

Il termine tapas, utilizzato sin dall’antichità vedica, significa letteralmente “ardore”. Tale ardore, che si manifesta anche come calore fisico, è sprigionato dall’asceta come sottoprodotto delle enormi energie liberate dal potere purificante dell’austerità, che viene esercitata al di là di ogni senso del limite; e proprio la rinuncia a ogni senso della misura pare essere il principio attivo del tapas. Sembra ad esempio che gli dèi dovettero supplicare Shiva di sposare Paravati, poiché quest’ultima, per guadagnarsi il suo amore, aveva intrapreso la pratica di austerità – tra le quali rimanere su una gamba sola per molti anni – accumulando tremendi poteri.

Straordinari poteri attribuiti alla pratica delle austerità. ndia, Himachal Pradesh, Mandi, 1725–50
Un asceta acquisisce straordinari poteri attraverso la pratica delle austerità. India, Himachal Pradesh, Mandi, 1725–50

Il digiuno è una delle austerità per eccellenza e fu praticato in maniera estrema anche dal Buddha Siddharta prima della realizzazione e prima di scartare gli eccessi delle austerità in favore della “via di mezzo”.

Patanjali, dal canto suo, annoverava il tapas tra i Niyama quale disciplina di autocontrollo, che tuttavia anticipa anche qualcosa che ritroveremo gli āsana nello haṭhayoga, ovvero il principio di purificazione:

Praticando le austerità si distruggono le impurità e sopraggiungono la perfezione nel corpo e negli organi di senso

Yoga Sutra, II, 43

Per chiudere il cerchio sul tapas, è significativo che una delle penitenze di Arjuna, intraprese dall’eroe del poema epico Mahabharata per far sì che Shiva (ancora Shiva) gli concedesse il suo terribile arco, consistesse, manco a dirlo, nello stare su una gamba sola (ancora su una gamba sola) in una tipica posizione che oggi consideriamo parte dello Yoga:

arjuna-one-leg

E, per curiosità, possiamo notare nello stesso altorilievo un gatto che imita la posa di Arjuna, forse in spregio della sua penitenza:

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Alchimia

Come un recipiente di terra non cotta gettato nell’acqua, il corpo va presto in rovina (in questo mondo). Cuocilo bene nel fuoco dello Yoga in modo da fortificare e purificare il corpo.

Gheranda Samhita, 1,8

Quelle che un tempo erano considerate austerità, pratiche immuni da ogni senso della misura, divengono i mezzi per purificare e fortificare il corpo in modo sistematico con l’haṭhayoga.

Il termine sanscrito hatha significa “forza” e alcuni ravvisano un riferimento non tanto all’impegno fisico che le sue tecniche richiedono, quanto all’energia che queste ultime mirano a liberare; un’altra lettura, più esoterica ma probabilmente meno corretta dal punto di vista filologico, scompone il termine nelle sillabe Ha, riferita al Sole, ovvero il principio vitale, e Tha che corrisponde alla Luna, l’energia mentale, due principi che, come abbiamo visto, l’haṭhayoga mira a equilibrare. 3The Meaning of haṭha in Early Haṭhayoga, Jason Birch, Journal of the American Oriental Society ,Vol. 131, No. 4 (October-December 2011) , pp. 527-554 Published by: American Oriental Society Stable URL: http://www.jstor.org/stable/41440511

Mentre lo Yoga di Patanjali è uno dei sei sistemi filosofici ortodossi dell’induismo, i testi dell’haṭhayoga provengono dalla tradizione eterodossa dei Nath, che si considera sorta attorno al VII secolo d.C. Tuttavia, essi non sembrano essere stati i “padri” dell’haṭhayoga, ma sembra che abbiano codificato delle tecniche che erano state tramandate per secoli oralmente in ambito ascetico, offrendole quindi a un pubblico molto più vasto.

I maestri Matsyendra (X secolo) e Goraksha (IX-XII secolo) sono capostipiti dei Nath e ritenuti i fondatori dell’haṭhayoga. Le loro vite sono intrise di leggende ed entrambi sono identificati con Siva. Ad essi sono dedicate due āsana. Delle due, matsyendrāsana è quella oggi più celebre.

L’haṭhayoga ha influenzato fortemente pressoché tutti gli stili di yoga moderno di tipo posturale. Tuttavia, mentre oggi è popolarmente considerato sinonimo di “yoga degli āsana”, nell’haṭhayoga le posture fisiche sono parte di un percorso articolato di tecniche diverse, che oltre agli āsana comprendono anche gli shatkarma (le sei tecniche di purificazione quali il lavaggio dei seni nasali, clisteri ecc.), i prāṇāyāma, i bandha (tecniche di contrazione dell’area pelvica, di quella addominale e della gola) e i mudra (circuiti pischici a cui accenneremo brevemente più avanti).

Intendiamoci: l’obiettivo dell’haṭhayoga è sempre il samadhi (qui chiamato anche stato di unmani, o assenza di mente), comune allo yoga di Patanjali. Tuttavia decadono le restrizioni e le osservanze etico-morali e agli āsana spetta il compito di ‘primo gradino’ nel percorso dello Yoga.

Prima di tutto, gli āsana sono detti la prima parte dell’haṭhayoga. Avendo eseguito le āsana, si ottiene stabilità del corpo e della mente, libertà dalla malattia e leggerezza delle membra

haṭhayoga Pradipika, 1, 17

La pratica degli āsana ha il compito di raffinare il corpo, rimuovendo le impurità e i blocchi energetici che impediscono al prana di circolare. Stabilità, libertà dalla malattia, leggerezza dell membra: qualità già nominate da Patanjali sotto la voce tapas. Tuttavia l‘haṭhayoga affonda le mani nella materia densa, in cui la stabilità della mente è minata da eccessi di muco, malattie e deformità e descrivendo con dettaglio fino ad allora inaudito tecniche pratiche e fisiche.

La meditazione è uno stato a cui è necessario essere preparati fisicamente ed energeticamente. Riplasmare il corpo e regolare i flussi energetici significa fissare la mente. Intendiamoci: lo Yoga di Patanjali e l’haṭhayoga non sono in contrasto e descrivono lo stesso soggetto, solo che gli accenti cadono in punti differenti. Potremmo anche affermare che Patanjali descrive la meta mentre l’haṭhayoga descrive una delle vie.4È del resto suggestiva l’ipotesi secondo cui l’apparire dell’haṭhayoga sarebbe correlato alla decadenza del Buddhismo in India. Il Buddhismo classico, infatti, predilige  un approccio principalmente etico e psicologico alla dimensione spirituale. A questo influsso sembra non sia sfuggito nemmeno Patanjali: “As a result of Buddha’s popularity, meditation became the main form of spiritual practice on the entire subcontinent. However, the preparatory practices were ignored. Ethics and morality were very much overemphasized. It was at this time that the thinkers of India began to reassess Buddha’s system.
Indians believe that meditation is the highest path, but they disagree on one point – that one can start meditation immediately. Instead they believe one has to prepare oneself.[…]
It was at this time that Matsyendranath founded the Nath cult which believed that, before taking to the practices of meditation, you must purify the body and its elements. This is the theme of haṭhayoga.” Swami Muktibodhananda, haṭhayoga Pradipika (introduzione), Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India

L’haṭhayoga, in definitiva, è un’operazione alchemica che procede dal grossolano al sempre più sottile.

Otto milioni di āsana

Un Nath yogi che esegue mayurāsana, dipinto nel tempio di Maha Mandir, Jodpur, XIX secolo (fonte). Mayurāsana sembra del resto essere la più antica āsana non seduta a essere citata in un testo.

Il numero di āsana, per l’haṭhayoga, è sterminato: addirittura 84 lakh, misura che corrisponde a centomila unità. Tale, afferma ad esempio la Gheranda Samitha, è il numero delle creature viventi, in una sorta di percorso che ritraccerebbe l’evoluzione stessa della vita. Il numero delle posizioni descritte o anche solo nominate nei testi è tuttavia molto minore: 84 sono dette quelle più importanti, e la Gheranda Samhita ne descrive 32, mentre l’haṭhayoga Pradipika 16. Il più tardo Hatharatnavali (XVII secolo) elenca le 84 posizioni fondamentali, anche se i nomi spesso si discostano da quelli utilizzati oggi.

Nei testi dell’haṭhayoga, accanto alle posizioni meditative sedute, cominciano ad apparire gli āsana che oggi definiremmo correttivi/educativi, ossia che hanno il compito principale di agire sul tronco e sugli organi interni, ma soprattutto sulla colonna vertebrale, agendo sia al punto di vista strettamente posturale e fisico, sia liberando dalle ostruzioni il canali energetici e in special modo sushumna, che scorre proprio in corrispondenza della spina dorsale. 5La posizione che vanta la più antica attestazione sembra essere mayurāsana, la posizione del pavone, che vedremo più avanti: The peacock posture, mayurāsana, has the oldest heritage. Its description in the Light on Hatha is taken from a thirteenth- or fourteenth-century yoga manual composed in a Vaishnava milieu,
i.e., among followers of the Hindu god Vishnu, but can be traced back through other Vaishnava texts to one from approximately the ninth century.” (J. Mallinson – D. Diamond, “Asana”, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159)

Oltre alla già citata Matsyendrāsana, nomineremo, tra i più celebri āsana oggi, Paschimottanāsana (la distensione in avanti, nota anche come la pinza), Dhanurāsana (l’arco), Gomukāsana (la mucca), Mayurāsana (il pavone), Shalabāsana (la locusta), Bhujangāsana (il cobra), Garudāsana (l’aquila),  Vrikhāsana, e Savāsana (il cadavere). Quest’ultima, tra l’altro, appartiene a un’altra tipologia ancora di āsana oggi praticati, ossia quelle di rilassamento.

Capovolgimenti e dissolvimenti

Qualcuno ha fatto notare che nei testi classici dell’haṭhayoga mancano del tutto le posizioni capovolte, che sono considerate uno dei pilastri dello yoga contemporaneo. Ciò tuttavia non è del tutto esatto. Infatti, se andiamo a osservare sotto la voce “mudra”, noteremo che Viparita Karani (o Viparitakarana) prevede una posizione invertita.

Mettendo la testa sul terreno, che egli stiri le gambe in alto, muovendole a
rotazione. Questo è Viparitkarana, tenuto segreto in tutti i Tantra.

Shiva Samhita, IV,45

Viparita Karani come è comunemente praticata oggi, sia come āsana sia come mudra, da S. Satyananda, Asana, Pranyama Mudra Bandha
Viparita Karani come è comunemente praticata oggi, sia come āsana distinta da Sarvangāsana, sia come mudra, tratto da S. Satyananda, Asana, Pranyama Mudra Bandha

I mudra sono particolari circuiti psichici i cui effetti possono essere molto sottili e coinvolgere a diversi livelli il complesso umano. Questi circuiti possono essere attivati in svariati modi, tra cui anche la postura corporea. In quest’ultimo caso, la differenza tra āsana e mudra può essere molto labile.

In effetti, da Viparita Karani sembrano discendere gli āsana invertiti di Sarvangāsana (la posizione sulle spalle o della candela) e Sirsāsana, la posizione sulla testa, posizioni che Iyengar ha definito “il re e la regina” dello Yoga. Nello yoga moderno gli effetti fisiologici di queste posizioni sono stati analizzati molto in dettaglio. Giusto per rendere un’idea:

Nelle posizioni capovolte, a causa della posizione rovesciata del corpo, i meccanismi riflessi cardiovascolari vengono stimolati, il ritorno al cuore del sangue venoso diviene quindi molto facile, perché non deve vincere la forza di gravità […] Inoltre il cervello viene irrorato di sangue e così i tessuti nervosi ricevono abbondante apporto di sostanze nutritive. Allo scopo di prevenire un afflusso eccessivamente violento di sangue al cervello, si instaura un nuovo tipo di meccanismo riflesso, riguardante la circolazione nell’estremità superiore del corpo. In questo modo non solo viene tenuta sotto controllo l’intensa circolazione cerebrale durante la postura, ma anche la pressione del sangue viene mantenuta al livello ottimale durante l’attività quotidiana.

M.M. Gore, Anatomia e fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli, pp. 77,88

Questa particolareggiata descrizione ci rende edotti non solo di alcuni degli effetti delle posizioni invertite mentre vengono praticate, ma anche su come esse siano in grado di riprogrammare e ricalibrare i meccanismi autonomi ben oltre la durata della pratica.

Posizione capovolta tratta dal Bahr-al-Hayt (Oceano di vita) testo in persiano redatto alla fine del XVI secolo e illustrato all'inizio del secolo successivo. http://www.asia.si.edu/explore/yoga/chapter-4-bahr-al-hayat.asp#one
Posizione capovolta tratta dal Bahr-al-Hayt (Oceano di vita) testo in persiano redatto alla fine del XVI secolo e illustrato all’inizio del secolo successivo. Il testo

Nel linguaggio dell’haṭhayoga, questa inversione è descritta come il capovolgimento del normale rapporto tra il Sole (il principio fuoco situato nell’ombelico, ovvero la forza vitale) e la Luna (la coscienza, situata nel capo), impedendo che la secrezione di quest’ultima, il nettare Amrita, venga bruciato nel fuoco vitale come avviene in condizioni normali. L’inversione di questo processo permetterebbe anche di arrestare il decadimento fisico.

Il caso di Viparita Karani, mudra ‘asanizzato’ è inoltre esemplare di come il termine “āsana”, in realtà, tenda con il tempo ad inglobare pratiche di diversa natura. Del resto, già nei testi sopra citati dell’haṭhayoga, viene annoverata tra gli āsana anche Mritāsana o Savāsana, ovvero la posizione del “cadavere”, che appartiene a una tecnica del Laya Yoga (un altro sistema coevo all’haṭhayoga, che mira dissolvere la mente), oltre a fornire in epoca contemporanea il supporto prediletto per la pratica di rilassamento profondo o sonno yogico dello Yoga Nidra.

Ricordiamo inoltre Maha mudra, praticato oggi quasi unicamente come postura, e come tale presentato ad esempio da Iyengar e ancor prima dal suo maestro Krishnamacharya.

Qual è dunque il confine tra l’āsana, la postura fisica e qualcos’altro ancora? È possibile tracciare una linea definitiva?

Ma allora, che cos’è un āsana?

Il termine Hatha, come abbiamo visto, sembra riferirsi a una certa forza o violenza. Tuttavia, perlomeno nell’haṭhayoga delle origini, ciò non sembra riferirsi alla forza fisica. Ma se oggi lo yoga è identificato – a torto o ragione – con la pratica degli āsana, urge allora comprendere in cosa differisce la pratica degli āsana da altri tipi di esercizio fisico. Ecco alcuni punti che marcano le principali differenze:

  1. Mentre l’attività fisica ha come obiettivo il potenziamento e condizionamento muscolare, gli āsana mirano a produrre effetti sugli organi interni e sulla consapevolezza del corpo, ad esempio modificando la pressione nelle cavità interne del tronco, sviluppando la propriocezione e la viscerocezione, regolando l’attività endocrina.
  2. Lo sforzo e la contrazione muscolare sono parte integrante dell’esercizio fisico in quanto sono la base stessa per il potenziamento; nello yoga invece lo sforzo è contemplato solo in misura limitata durante la fase di apprendimento e di assunzione della posizione, mentre nella fase di mantenimento la muscolatura è rilassata (o meglio, in contrazione isometrica).
  3. Metabolismo e catabolismo sono accelerati nell’esercizio fisico, mentre nella pratica degli āsana sono rallentati, così come il consumo di ossigeno.
  4. Durante l’esercizio fisico l’attenzione può non essere richiesta in maniera esclusiva (ad esempio, parlo con il mio vicino mentre corro sul tapis roulant), oppure è diretta a ciò che ‘fa’ il corpo esternamente o all’interazione con altri; durante la pratica di un āsana la consapevolezza è rivolta all’interno, nell’osservazione del respiro e dei processi mentali, quando non si stia eseguendo una precisa tecnica respiratoria o non si stia dirigendo la concentrazione verso un’area specifica.

Il quadro non è certo esaustivo, ma basta per rendere l’idea di una differenza che oggi non sempre è chiara nemmeno agli addetti ai lavori.6Si veda per approfondimenti M.M. Gore, Anatomia e Fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli e S. Satyananda Saraswati, Asana, Prāṇāyāma, Mudra Bandha, Bihar

Tempi postmoderni

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…non esattamente tapas

Tra la pratica degli āsana nel medioevo e la pratica degli āsana nel ventunesimo secolo sono cambiate molte cose. La madre di tutte le novità è che lo Yoga si è diffuso in tutto il mondo e viene praticato da milioni di persone non solo come disciplina con finalità strettamente spirituali, ma anche e soprattutto per migliorare il benessere, la forma fisica, o come forma di terapia. Discorrere su come e perché ciò sia accaduto sarebbe molto interessante, ma ci porterebbe molto lontano e richiederebbe spazi appositi.

Accontentiamoci per il momento di considerare che è bene esentarsi dall’esprimere giudizi di valore sulle aspirazioni dei suoi praticanti, perché spesso tali aspirazioni non sono quello che sembrano, nel male ma anche e soprattutto nel bene.

Intanto, però, lo yoga è diventato anche un mercato. Più che nuovi sistemi di Yoga, sono sorti innumerevoli ‘stili’, le cui differenze vertono soprattutto sulle modalità di esecuzione degli āsana e sui metodi per arrivare ad eseguirle.

A Trimulai Krishnamacharia si deve gran parte dello yoga contemporaneo, sia per i suoi insegnamenti, sia per essere stato il maestro, tra gli altri, di Patthabi Jois e di B.K.S. Iyengar.
A Tirumalai Krishnamacharya si deve gran parte dello yoga contemporaneo, sia per i suoi insegnamenti, sia per essere stato il maestro, tra gli altri, di Patthabi Jois e di B.K.S. Iyengar.

Si è molto dibattuto negli ultimi vent’anni su quanto la pratica odierna debba a una tradizione yogica “autentica” e quanto invece abbia risentito delle pratiche in uso presso militari, ginnasti e lottatori indiani, oltre che delle pratiche ginniche diffuse in europa e in America tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, le quali condividevano spesso aspirazioni ‘spirituali’. Mark Singleton e il meno noto N.E. Sjoman hanno indagato ampiamente questo argomento, con ricchezza documentale, ma anche questo argomento meriterebbe di essere trattato a parte.7N.E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace, Abhinav Publications, 1996

M. Singleton, The Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, Oxford University Press USA

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Sicuramente, lo Yoga moderno sembra presentare due novità di rilievo rispetto alla pratica degli āsana: la prima è lo sviluppo di diversi āsana rafforzativi, soprattutto a base in piedi; la seconda è l’utilizzo di sequenze in movimento, prima fra tutte il Surya Namaskar (il saluto al Sole), che sarebbe stato inventato nel 1929 dal raja Pratinidhi Pant di Aundh, nell’ambito del suo programma di salute pubblica e di educazione fisica.8S. Reddy, Modern Postural Yoga, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159

E proprio il caso del Surya Namaskar sarebbe emblematico: in seguito all’enorme successo della pubblicazione di Pratinidhi Pant illustrava la sequenza, la pratica del “saluto al sole” non solo è entrata nella routine della pratica yogica, ma in alcune scuole è stata associata a un’antica pratica di venerazione del sole attraverso un complesso sistema di recitazione di mantra che risale veramente all’epoca vedica. 9Ad esempio, nel Satyananda Yoga: http://www.yogamag.net/archives/2006/emay06/sn.shtml Per cui, quando ci sentiamo dire che il saluto al sole affonda le radici nell’antichità, si dice qualcosa di vero e di falso allo stesso tempo.

Ma il fatto che lo Yoga sia soggetto a mutamenti è fuori di discussione ed è un falso problema: come abbiamo visto, lo è sempre stato. Se è quindi vero che lo Yoga contemporaneo, nelle sue forme e nei suoi ibridi più commercializzati, possa degradarsi a forme di fitness poco distinguibili da ‘prodotti’ simili presenti sul mercato, al tempo stesso esiste anche la tendenza inversa, ovvero la capacità di trasformare in Yoga anche le pratiche e gli influssi più eterogenei.

Del resto, vorrei concludere con una citazione dello stesso Sjoman. Una tradizione basata sulla performance piuttosto che sull’ortodossia a dei testi, è per forza di cose dinamica, soggetta a trasformazioni, la cui conoscenza

non insegna un contenuto oggetto, ma un metodo di apprendimento, una guida per correggere il pensiero. Nel caso dello yoga, insegna una risposta fisica. In realtà, gli āsana yoga sembrano essere un tipo di risposta fisica talmente potente che è sopravvissuta e ha prosperato anche attraverso enormi follie. […]
Che dire delle origini storiche di alcuni degli āsana – per esempio la viparitacakrāsana, che sembra non avere alcun fondamento nello yoga, ma è stata presa dalla ginnastica? Dal punto di vista yogico di definizione funzionale, niente ha il diritto di essere chiamato un āsana in sé.
Qualcuno che fa un āsana tradizionalmente accettata può eseguirla nel modo in cui la farebbe un sollevatore di pesi “muscolo-contrattore”, o può farla simbolicamente aspettandosi qualche vantaggio spirituale dall’assumere quella forma particolare.
In nessuno dei casi rientra nel campo di applicazione della definizione – abbandono dello sforzo, equilibrio e trascendenza. Il movimento che in origine era ginnico è compiuto in modo diverso da un ginnasta e diversamente da uno studente di yoga che ha lavorato con il suo corpo, i suoi schemi consci e inconsci di movimento muscolare. 10Sjoman, p.61

Per concludere

Abbiamo visto, in questo lungo articolo, la definizione di Patanjali di un unico āsana che al tempo stesso contiene tutte gli altri āsana che furono introdotte in seguito. Abbiamo accennato alle austerità praticate degli asceti, prima che divenissero āsana anch’esse, e il cedere oltre il senso dei propri confini. Abbiamo visto il principio di trasmutazione dell’haṭhayoga delle origini. E, infine, la capacità di trasformazione dello Yoga stesso, attraverso il contatto con il mondo moderno al di là dei confini entro cui si è sviluppato. In modo non sempre riuscito, certo, ma le assurdità e le contraddizioni hanno sempre un potenziale evolutivo.

Lo Yoga, come principio di unione, è al tempo stesso dentro tutto questo e trascende tutto questo. L‘intero può e deve essere trovato in ogni sua parte e al tempo stesso ogni sua parte, se dissezionata e separata, non contiene nulla dell’intero.

Ritengo che gli āsana, insomma, malgrado tutto quello che oggi sappiamo su di esse anche sotto il profilo scientifico, conservino il principio attivo nella misura in cui conservano lati d’ombra, di enigma.  “La conoscenza di ciò non è mai esistita nel passato né esisterà nel futuro”: sono parole contenute nella Yoga Chudamani Upanishad e riferite al mantra del respiro, proprio il respiro in cui occorrerebbe lasciar assorbire la propria consapevolezza durante durante l’esecuzione di āsana.

Qualcosa che non è mai esistita in passato né esisterà nel futuro, ma è solo ora: quale migliore non-definizione di ciò che si può trovare dello Yoga anche, sì, anche in una semplice postura fisica.

Sivananda Saraswati ha avuto grande influenza nella diffusione dello Yoga al di fuori dell'India nella sua dimensione "posturale".
Sivananda Saraswati ha avuto grande influenza nella diffusione dello Yoga nel mondo intero nella sua dimensione “posturale”.  “Il testo della Divine Life Society Sivananda, Biography of a Modern Sage, contiene alcune interessanti fotografie di Sivananda nell’atto di praticare āsana nell’ultimo periodo della sua vita” scrive Peter Connolli (Il pensiero Yoga, Red) “Nessuna può essere definita ‘perfetta’. Il fatto di eseguirle era, pare, più importante del risultato”.

Note[+]

Note
↑1 Yoga Sutra, I, II
↑2 J. Mallinson, A Response to Mark Singleton’s Yoga Body
↑3 The Meaning of haṭha in Early Haṭhayoga, Jason Birch, Journal of the American Oriental Society ,Vol. 131, No. 4 (October-December 2011) , pp. 527-554 Published by: American Oriental Society Stable URL: http://www.jstor.org/stable/41440511
↑4 È del resto suggestiva l’ipotesi secondo cui l’apparire dell’haṭhayoga sarebbe correlato alla decadenza del Buddhismo in India. Il Buddhismo classico, infatti, predilige  un approccio principalmente etico e psicologico alla dimensione spirituale. A questo influsso sembra non sia sfuggito nemmeno Patanjali: “As a result of Buddha’s popularity, meditation became the main form of spiritual practice on the entire subcontinent. However, the preparatory practices were ignored. Ethics and morality were very much overemphasized. It was at this time that the thinkers of India began to reassess Buddha’s system.
Indians believe that meditation is the highest path, but they disagree on one point – that one can start meditation immediately. Instead they believe one has to prepare oneself.[…]
It was at this time that Matsyendranath founded the Nath cult which believed that, before taking to the practices of meditation, you must purify the body and its elements. This is the theme of haṭhayoga.” Swami Muktibodhananda, haṭhayoga Pradipika (introduzione), Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India
↑5 La posizione che vanta la più antica attestazione sembra essere mayurāsana, la posizione del pavone, che vedremo più avanti: The peacock posture, mayurāsana, has the oldest heritage. Its description in the Light on Hatha is taken from a thirteenth- or fourteenth-century yoga manual composed in a Vaishnava milieu,
i.e., among followers of the Hindu god Vishnu, but can be traced back through other Vaishnava texts to one from approximately the ninth century.” (J. Mallinson – D. Diamond, “Asana”, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159)
↑6 Si veda per approfondimenti M.M. Gore, Anatomia e Fisiologia delle tecniche Yoga, Magnanelli e S. Satyananda Saraswati, Asana, Prāṇāyāma, Mudra Bandha, Bihar
↑7 N.E. Sjoman, The Yoga Tradition of the Mysore Palace, Abhinav Publications, 1996

M. Singleton, The Yoga Body: The Origin of Modern Posture Practice, Oxford University Press USA

↑8 S. Reddy, Modern Postural Yoga, in Yoga, The Art of Transformation, pp. 150-159
↑9 Ad esempio, nel Satyananda Yoga: http://www.yogamag.net/archives/2006/emay06/sn.shtml
↑10 Sjoman, p.61
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