Qualche indicazione che speriamo utile su un problema molto sentito, come dimostra un recente trend virale, tra praticanti e insegnanti di yoga.

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1. Niente
Avere pensieri quando ci si siede a meditare non è un errore di sistema.
È anzi proprio per questo il motivo per cui, almeno all’inizio, ci si dedica a questa pratica: per accorgerci di quanto la nostra mentre è sovraffollata. Allo stesso modo, facciamo una posizione di yoga in primo luogo per accorgerci delle nostre rigidità.
Se avessimo una mente già ferma, perfettamente tranquilla, non ci sarebbe alcun motivo di sedersi a meditare, o meglio: lo si farebbe per altri i motivi, ma non ci sarebbe più molta differenza tra sedersi e occuparsi delle comuni faccende quotidiane.
Anteponiamo quindi il sentire al fare. La contemplazione all’azione. Questo intervallo si tradurrà poi nel resto della vita: magari senza fare rumore, ma inesorabilmente.
2. Osservare
Quando ci sediamo e chiudiamo gli occhi dobbiamo tenere presente che a) ci stiamo accorgendo di processi che sono all’opera costantemente anche quando non ne abbiamo consapevolezza; b) la nostra mente potrebbe aumentare l’attività in via provvisoria (vedi punto 3) proprio perché ci siamo fermati, cosa a cui non abbiamo ancora l’abitudine.
In entrambi i casi, si tratta di buone notizie: la meditazione sta – ci si passi il termine – ‘funzionando’, anche se sulla carta può sembrare un disastro.
Ora domandiamoci: chi sta osservando tutto questo? Non occorre dare una risposta, occorre solo constatare che se possiamo osservare i nostri pensieri, noi non siamo i nostri pensieri.
3. Respirare e rilassare il corpo
Il respiro e il rilascio delle tensioni sono il timone che ci permette di attraversare una sessione di meditazione e, addirittura, di scoprire che si sta bene dove si è, senza bisogno di fare o di pensare qualcosa in particolare.
Ma attenzione: il respiro non sia eccessivamente forzato, come alcune volte accade nella pratica delle posizioni yogiche. Quello che conta è l’attenzione più che il controllo, preferibilmente localizzando respiro e mente nel ventre, nella regione sotto-ombelicale, a meno che la pratica non preveda un altro punto di attenzione.
Un leggero prolungamento verrà naturale con il passare del tempo: non deve però diventare un ‘lavoro’, perché altrimenti il respiro (o meglio l’incapacità di abbandonarne il controllo) si trasformerà nel principale ostacolo alla meditazione.
E, di nuovo, attenzione: quando parliamo di rilascio delle tensioni intendiamo le tensioni in eccesso. Va bene evitare le sofferenze inutili (come stare a lungo in posizioni che ci impediscono una pratica serena), ma ci saranno sempre contrazioni che non riusciremo a rilasciare, e contrazioni che non possiamo evitare. E qui veniamo al punto 4.
4. Accettare e avere pazienza
Le tensioni e i pensieri, come tutto ciò che esiste, hanno sempre un inizio, una fase acuta e una fine. Se persistono, spesso, è perché li stiamo alimentando.
Come? Il più delle volte non accettandoli, cercando cioè di combattere i pensieri con altri pensieri (“devo concentrarmi di più”, “non devo pensare alla serie TV di ieri sera”), o le tensioni con altre tensioni, ovvero cercando di fare qualcosa per smettere di fare qualcosa.
Intendiamoci: a volte va bene anche muoversi, se stare fermi è in quel momento una forma di rigidità. Ma una volta che ci siamo mossi, attendiamo e ascoltiamo la sensazione che quel movimento ha lasciato: in quella scia potremmo trovare un accompagnamento al silenzio.
Meditare significa cessare di cercare la soluzione in qualcos’altro ancora: se ci pensiamo, è il principio opposto a quello su cui sono costruiti i social e che ci viene imposto quotidianamente. Stare con quello che c’è, al di là del piacevole e dello spiacevole, è l’allenamento che ci permetterà di attraversare sulla nostra piccola zattera anche le acque più agitate.
5. Conclusione: ancora niente
Si può dire di meditare (ma non lo diciamo perché sarebbe una contraddizione di termini) quando si rinuncia anche all’idea di meditare, di riuscire nella meditazione.
Tutte le tecniche contemplative portano alla quiete, proprio perché l’accento è sullo stare e non sul fare. E anche quando si tratta di fare, che sia un agire che assomigli a un non agire, con l’accento sugli intervalli, tra un gesto e l’altro, tra un respiro e l’altro, tra un pensiero e l’altro: non bisogna scoraggiarsi per quante volte notiamo le nostre distrazioni, rallegriamoci invece di averle notate.
Le pratiche meditative, in altre parole, devono essere biodegradabili, decomporsi come legno nei boschi: cesseranno da sé, dissolvendosi nel silenzio.
Certo, potrebbero cessare anche per il motivo opposto, ovvero per distrazione. Ma è proprio questa la cifra dei doni più alti: possono vantare innumerevoli imitazioni di cui ci potremmo anche compiacere, ma se abbiamo fatto esperienza almeno una volta del sapore originale, la sua autenticità non potrà più essere messa in dubbio.
Post scriptum
La meditazione formale seduta, a cui ci siamo riferiti in questo articolo, non è per tutti. In alcuni casi è più appropriato dedicarsi ad attività psicofisiche, oppure ad esercitare l’attenzione consapevole nelle attività di tutti i giorni (pratiche del resto raccomandabili anche a chi si dedica alla meditazione formale). Non è, perlomeno non sempre, una questione di essere o non essere pronti: il confronto tra la dimensione ‘interiore’ e quella ‘esteriore’ non può in ogni caso essere evitato, in qualunque ordine si configurino i termini.


Questi articoli di Vignotto mi riconciliano sempre un po’ con un mondo che si presenta sempre più dogmatico ed iniziatico.
Grazie.