Ovvero l’arte di prendere una direzione, dimenticando la meta. Un estratto da una passata edizione di Yogasana su tema che sarà centrale nella prossima edizione di questo autunno, in cui scopriamo anche perché Eric Barét, raccomandando di entrare nella posizione senza intenzione, intende la stessa cosa con parole diverse.

L’antica Cina distingueva l’intenzione (Yi, che ha sede nella milza), ovvero la capacità di orientare l’energia, dalla volontà (Zhi, nel rene), ovvero la spinta vitale che la realizza. Ma che cos’è, essenzialmente, l’intenzione e cosa significa all’atto pratico muoversi a partire dall’intenzione?
Ebbene, sebbene il termine Yi sia a volte tradotto anche con “mente”, in realtà per intenzione dobbiamo intendere in primo luogo il sentire. Quando ad esempio io parto dal sentire (sentire, non pensare!) le mie articolazioni e come la pulsazione del respiro le abiti, senza lasciare che la volontà si precipiti verso il risultato, posso sperimentare come il movimento parta ‘da molto prima’ rispetto alla consueta meccanicità, come se si facesse da sé.
Ma non solo: ciò a cui l’intenzione ha dato inizio va anche molto oltre l’estensione fisica del movimento, che non è necessariamente rilevante.
Così, nelle arti marziali, quando ricevo un colpo che parte dall’intenzione potrei avere la sensazione di essermi trovato sulla traiettoria di un treno, ovvero qualcosa che arriva da molto lontano, diretto verso una destinazione molto lontana.
In realtà, il treno non aveva alcuna volontà di colpire proprio me: semplicemente mi sono trovato sulla sua traiettoria.
Ed è qui il punto: quando parliamo di intenzione, dell’intenzione cioè che muove l’energia vitale, stiamo parlando di un principio che non ha niente di personale.
Domanda: come mai Eric Barét, nella riformulazione moderna dello Yoga del Kashmir, sostiene invece che occorre entrare nell’āsana senza intenzione?
Risposta: perché le parole possono avere diverse accezioni, e Barét afferma la stessa cosa in termini diversi. Intenzione qui è intesa come volontà dell’ego, identificato nel corpo e in un risultato.
Per Eric Barét, come per tutti gli allievi di Jean Klein, è essenziale muoversi nell’āsana a partire dal corpo energetico e non dalla forza muscolare del corpo fisico. La capacità di percepire il corpo energetico nasce anche in questo caso essenzialmente dalla sensibilità, dall’ascolto.
Se è questa sensazione a guidare il movimento nell’āsana e a prendersi in carico il corpo, è esattamente ciò che è espresso nel Taijiquan con il principio: “Muoversi a partire dall’intenzione e non dalla forza muscolare”.
Last but not least: muoversi a partire dall’intenzione/consapevolezza/corpo energetico è il vero principio attivo dello yoga come di ogni pratica psicocorporea, che permette allo straordinario di entrare anche nei movimenti più ordinari e a volte di compiere senza alcun danno anche ciò che sulla carta non sarebbe possibile.
Muoversi a partire dalla volontà, cercare di mettere in squadra il corpo a partire dal corpo, di conformarlo a un’idea di allineamento conduce sempre al fallimento, ovvero allo scontro con una realtà che si cerca di piegare al proprio volere, oltre che con le forze inconsce che ci saboteranno.
Muoversi a partire dall’intenzione è la capacità di prendere una direzione, dimenticando la meta.
Questo implica una drastica revisione dei nostri obiettivi, l’abbandono di ciò che è pretesa egoica, un allineamento più funzionale con la realtà delle cose, nella consapevolezza che non possiamo governare le maree, ma spesso possiamo scegliere in quale corrente nuotare.
La tradizione taoista e quella indiana hanno entrambi espresso questo principio in modi molto simili e altrettanto paradossali, rispettivamente nel Daodejing e nella Bhagavadgītā:
- wei wu wei, ossia ‘agire non agire’ o ‘praticare il non agire’;
- e karma-phala-tyāgaḥ, ossia la rinuncia ai frutti dell’azione.
Al centro di entrambi i testi c’è il complesso tema dell’azione, un’azione a cui non ci possiamo sottrarre che però rischia di imprigionarci nelle sue conseguenze, negli infiniti e imprevedibili rivoli degli effetti collaterali.
In entrambi i testi, il punto non è fare il bene piuttosto che il male, quanto seguire una virtù che risiede, appunto, nell’intenzione con cui si compie ogni azione. Un’azione che assomiglia alla non azione, ma che governa assecondando, che dirige rinunciando.
Così, possiamo concludere con Lao Tsu (Laozi) nel capitolo X del Daodejing:
Genera e alleva, alleva senza possedere
agisci senza contare sui risultati
coltiva senza impadronirti:
questa è detta “la virtù nascosta”
A cui fa eco Krishna nel suo celeberrimo dialogo con Arjuna, nel IV capitolo della Bhagavadgītā:
Colui che vede l’inazione nell’azione e l’azione nell’inazione, è, tra gli uomini, un savio, uno, dicono, che compie interamente ogni azione.


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