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Tibet

Marpa, Milarepa, la grandine e le ortiche: viaggio in un Tibet dimenticato

2 Marzo 2016 by Marco Invernizzi 2 commenti


Milarepa fu mago, poeta ed eremita. Lo fu successivamente ed in modo così completo che i Tibetani fanno fatica a non separare questi tre personaggi e, a seconda del loro punto di vista di maghi, di laici o di religiosi, Milarepa è il loro più grande mago, poeta o santo. Questo essere singolare visse nell’undicesimo secolo della nostra era e la sua memoria è ancora viva nel Tibet come fosse di una personalità da poco scomparsa.

Jacques Bacot – Vita di Milarepa

Introduzione

Il Tibet da sempre mi ha affascinato. Sarà per la sua inaccessibilità, sarà per le montagne,  il “tetto” del mondo, o sarà per l’alone di misticismo che lo avvolge. Forse, più probabilmente, ciò che mi ha sempre attratto è l’unicità della sua tradizione e di ciò che si è venuto a creare in questo luogo: un crogiolo di culture, tradizioni, religioni e misticismo che ha dato vita ad un qualcosa che viene etichettato sotto il nome di Buddhismo Tibetano ma che in realtà comprende appunto aspetti e tradizioni molto diverse, riorganizzate, metabolizzate ed integrate in un corpus originale che difficilmente trova pari al mondo, e di cui appunto non è facile cogliere le radici profonde in cui affonda.

Citipati
I Citipati sono divinità protettrici del Dharma (termine sanscrito che indica la dottrina, intesa come dovere/destino sia individuale che collettivo, ma anche come il corpus degli insegnamenti del Buddha) raffigurate come due scheletri – di uomo e di donna – danzanti in un cimitero. La loro danza ha il compito di ricordare l’impermanenza dei fenomeni sensibili, l’incessante danza della morte e la presa di consapevolezza su tutto ciò. Esistono diverse leggende riguardo alla loro origine, tutte tipicamente tibetane. Secondo una di esse,i Citipati erano in origine una coppia di monaci talmente assorti nella propria danza estatica in profonda meditazione, che non si accorsero di essere stati uccisi da due ladri che li avevano sorpresi, ma continuarono a danzare.

Un qualcosa di unico che poteva probabilmente svilupparsi solo e soltanto in un luogo così estremo; una terra, come ho già evidenziato in questo altro articolo, dove i contrasti più aspri e gli assoluti sono di casa e dove la spiritualità e la ricerca interiore sono stati per tempo immemore la massima aspirazione a cui dedicare la propria esistenza. Tuttavia, più volte mi è sembrato di percepire che in Occidente ne sia stata tramandata e idealizzata una versione edulcorata, mentre questa tradizione al contrario poggia anche su aspetti tutt’altro che docili e amorevoli. E la storia di Milarepa ne è un esempio a mio parere lampante.

Marpa e Milarepa

Milarepa3
Marpa, discepolo di Naropa,  dedicò molti anni alla traduzione delle copie manoscritte dagli insegnamenti tantrici che aveva ricevuto in India.  Fu un maestro particolarmente difficile, noto sia per i suoi scatti d’ira che per la sua generosità e il suo buon umore. Dopo aver posto saldamente le basi per lo sviluppo della tradizione Kagyu in Tibet, egli lasciò il suo corpo nel 1097, all’età di 85 anni.

Come emerge dal breve estratto nell’incipit di questo articolo, Milarepa è il personaggio più singolare e poliedrico della tradizione tibetana. La “Vita di Milarepa” è un resoconto dettagliato non solo del cammino di redenzione di Milarepa, ma anche del percorso interiore e del rapporto intenso col suo maestro Marpa, che lo hanno condotto alla Bodhi, cioè alla realizzazione spirituale, in una sola vita.

Al di là degli aspetti più pittoreschi e a tratti divertenti riguardo la cultura Tibetana che traspaiono in ogni pagina, a “Vita di Milarepa” va riconosciuta una grande qualità. Infatti riesce a mio parere a trasmettere un qualcosa di unico e complesso e cioè quella tensione, costante e a tratti estrema, che produce la volontà focalizzata, indispensabile anche solo per avvicinarsi ad un qualunque serio percorso di Ricerca.

A maggior ragione, questa qualità  doveva essere espressa ancora maggiormente in un personaggio come Milarepa che, dovendo liberarsi dal fardello karmico enorme legato alle azioni deplorevoli e criminali commesse in giovane età, si ritrovava a percorrere un cammino ancora più arduo e in salita di quanto già non sia in condizioni normali. E sarebbe stato impossibile appunto percorrerlo senza avere dalla propria una volontà assoluta, disposto a sacrificare qualunque cosa, inclusa la propria vita, per il raggiungimento del proprio fine, cioè la Bodhi.

In questo risulta molto istruttivo e illuminante, come abbiamo detto, il rapporto tra Milarepa e il suo Maestro Marpa, capostipite del lingnaggio Kagyupa – ancora oggi esistente – e detentore della dottrina dei Quattro Supremi Tantra che a sua volta aveva ottenuto dal suo maestro Naropa (Naro) durante i suoi viaggi in India.

“Per purificarti dalle tenebre del peccato, ti ho caricato del lavoro via via più terribile delle torri. Tuttavia ogni volta che ti scacciavo crudelmente dal numero degli ascoltatori e che ti colmavo di dolore, tu non avevi pensieri cattivi contro di me.”

Bhutanese_painted_thanka_of_Milarepa_(1052-1135),_Late_19th-early_20th_Century,_Dhodeydrag_Gonpa,_Thimphu,_Bhutan
Milarepa (1051 – 1135) esponente del lignaggio Kagyu Tibetano che discende da Tilopa, Naropa e Marpa, il suo maestro appunto.

Così dice Marpa infine, prima di concedere a Milarepa i tanto agognati insegnamenti, dopo averlo sottoposto a qualunque tipo di prova e di angheria (tra cui la costruzione di una torre più volte fatta edificare e quindi demolire), portandolo all’estremo esaurimento fisico e mentale, fino a fargli sfiorare la disperazione più buia e addirittura l’idea del suicidio.

Durante tutto questo calvario, l’unico aiuto che Milarepa riceve viene dalla moglie del suo Maestro Marpa che, oltre a sostentarlo fisicamente, lo rincuora e lo sostiene, dopo ogni episodio in cui Marpa ha deciso di mettere alla prova la sua reale dedizione e motivazione. E difficilmente Milarepa avrebbe resistito senza questo prezioso sostegno, a tratti materno, a tratti a sua volta iniziatico, in quanto anche la “padrona” (così è chiamata spesso nel libro oltre che “madre”) elargisce insegnamenti preziosi a Milarepa, a volte iniziandolo lei stessa a pratiche legate in particolar modo alle divinità tibetane tantriche femminili. E in questo tradisce il suo ruolo non solo di consorte fisica di Marpa ma anche di consorte tantrica, esprimente una qualità complementare a quella veicolata dal marito.

Le prove terribili a cui Marpa sottopone Milarepa hanno quindi un duplice senso: da una parte esaurire tutte le conseguenze dalle terribili azioni commesse in gioventù e dall’altra testarne e accrescerne in potenza quella volontà e risoluzione indispensabili a procedere sul sentiero verso la realizzazione. E Milarepa stesso esprime perfettamente in questo dialogo con sua sorella quanto appunto debba essere “terribile” e “assoluta” tale risoluzione :

Il lama Marpa della Roccia del Sud mi ha dato questo precetto: 

“Tu rinuncerai al rumore e all’agitazione che governano il mondo. Povero, rinuncerai al cibo, alle vesti e alla parola. Ti ritirerai in qualche luogo solitario e prima di ogni altra cosa porterai a compimento la terribile risoluzione di meditare per tutta la vita.”

È quest’ordine che io adempio… e volendo io ottenere la Bodhi in questa vita, con ardore io mi sono consacrato alla meditazione.

lo strumento più importante, oltre agli insegnamenti orali segreti che Marpa dona a Milarepa è la tecnica del fuoco interiore (Tummo) che gli permette, oltre a penetrare stati meditativi profondissimi, di vivere nelle grotte himalayane coperto solo da qualche povera e stracciata veste di cotone.

Marpa pensò: “Bisogna che dia ad ognuno dei miei discepoli la sua legge particolare e il suo dovere da compiere”. A me diede la legge eminente del calore mistico (Tummo), simile ad un fuoco di legna ben ordinata”

Ydam, Grandine e ortiche

Un commento completo sulla “Vita di Milarepa” richiederebbe non un articolo ma un trattato di una tale lunghezza e complessità che è ben al di là della mia portata e sulla cui reale utilità ci sarebbe da discutere.

Trulkhor tummo
il Fuoco Interiore (Tummo)

Preferisco invece considerare questo libro come uno di quei testi da “rileggere” ogni tanto, proprio perché, come altri, racchiude in se diversi livelli di significato che possono essere penetrati soltanto a seconda di quanto noi stessi mutiamo nel tempo e la “rilettura” appunto ci permette di cogliere aspetti e insegnamenti che  in un altro momento della nostra vita non ci erano completamente accessibili. O semplicemente non volevamo o potevamo coglierli.

Tutta la vita di Milarepa è caratterizzata da eccessi, un tema tra l’altro molto caro al tantrismo. Milarepa nella sua vita passa da un eccesso all’altro: prima una vita votata alla magia nera, alla vendetta e ai crimini, successivamente un cammino di ‘recupero’ durissimo ed estenuante, seguito da un periodo di ascetismo e rinuncia totale a qualunque cosa, persino il proprio corpo.

E in questo ultimo periodo si colloca l’evento che è riportato anche nel titolo di questo articolo, in cui Milarepa, dopo lungo tempo passato a meditare in una grotta nutrendosi soltanto di ortiche, esasperatamente magro, assume il colore verde nella pelle e nei peli del corpo. La sua figura risultava talmente orribile e agghiacciante che alcuni viandanti lo scambiarono per uno spettro. Da qui l’abitudine a rappresentare Milarepa nudo, a volte di colore verde, coperto soltanto di una piccola misera veste di cotone.

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Heruka Chakrasamvara – Ydam che compare più volte nel testo, considerato la radice del Tantra

E gli eccessi caratterizzano anche i luoghi  e la cultura del Tibet in cui si svolge la narrazione. Ci troviamo in un mondo, decida il lettore se crederci o meno, in cui esistono delle forze terribili, in parte evocabili dall’uomo, che possono influire sugli eventi sia in maniera positiva che estremamente negativa. Gli Ydam, o protettori del Dharma, possono essere ad un tempo feroci custodi delle dottrine dalle insidie che le possono minacciare, oppure tremendi dispensatori di catastrofi. E la variabile che decide la loro polarità è sempre l’uomo, a testimonianza, come già descritto qui, che non può esistere un qualcosa che è sempre benefico a prescindere, a meno che il suo reale beneficio sia illusorio.

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Hayagriva – un altro Ydam che compare nel testo

Gli Ydam appunto ricorrono in tutto il racconto, sia quando Milarepa ottiene dal suo mentore di magia nera le formule per lanciare la grandine sui raccolti a piacimento e portare distruzione nel suo villaggio natale, sia quando Marpa officia rituali e dispensa ai discepoli le iniziazioni tantriche agli Ydam  che sono appunto i custodi di particolari dottrine e rivelazioni divine.

Non lasciamoci ingannare da quella che solo in superficie è la storia di una “redenzione”, ma è in realtà la presa di coscienza estrema dell’impermanenza del mondo dei sensi, presa di coscienza che al tempo stesso richiede che tale mondo sia attraversato in ogni suo aspetto, oltre il bene e il male. Proprio per questo, nella dimensione tibetana il bianco e il nero sono molto più sfumati di quello che sembra e coesistono in un rapporto di tolleranza, e può sembrare assurdo che siano considerati lama sia i praticanti di magia nera che esseri illuminati e ‘positivi’ come Marpa.

Ma è proprio in questo che si nasconde uno dei messaggi più importanti di questa cultura e di questo libro: la luce e la sua assenza sono semplicemente due aspetti complementari di un qualcosa che è Unico ma necessità della dualità per manifestarsi ed essere percepito. E non a caso una delle vette più alte se non la più alta del buddhismo tantrico tibetano è il raggiungimento della non-dualità. E il passare di Milarepa da un eccesso all’altro è probabilmente il suo modo di realizzare il proprio cammino verso la Bodhi, attraversando la dualità e superandola, in maniera ovviamente assoluta e terribile.

Conclusione

Assoluti, contrasti feroci ed esperienze al confine dell’incredibile e soprattutto improponibili per la nostra cultura e visione del mondo: tutto ciò può sembrare assurdo e a tratti ridicolo, tuttavia è proprio Milarepa, col suo percorso poco “umano”, a mostrarci come la Via sia potenzialmente percorribile da ogni essere umano e la sua storia di miseria, disperazione, crimini terribili a cui seguono, forse proprio grazie ad essi, le più alte vette spirituali, simboleggia anche come, se si è sul sentiero giusto, a prescindere da dove si parta, si abbia sempre la possibilità di raggiungere la realizzazione, anche in una vita.

Non per sé ma per il bene di tutti gli esseri.

Mi sono inflitto la privazione di cibo, di vesti e di parola. Ho fortificato la mia anima. E senza preoccuparmi delle prove imposte al mio corpo andai a meditare nelle montagne deserte. Allora si manifestò la virtù dello stato di spiritualità. Anche voi seguite il mio esempio con tutto il vostro cuore.

Jetsun Milarepa

L’immagine di copertina di questo articolo è di Socrates Geens.

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Archiviato in:Tibet

Alla ricerca di Zhang Zhung: alle radici del Bön Tibetano

16 Aprile 2015 by Marco Invernizzi 2 commenti


Si sa molto poco del Tibet prima dell’introduzione del Buddhismo. Questo evento viene fatto risalire alla figura di Padmasambhava nel 786 d.c. che dalla regione dell’Uddhiana in India si mosse verso il Tibet, introducendo in questa regione i precetti Buddhisti e sancendo uno sconvolgimento molto profondo, non solo religioso, ma anche politico in tutta la zona himalayana e sub-himalayana.

Tuttavia tutta la regione del Tibet precedentemente a questi eventi era già sede di importanti movimenti spirituali e regni anche molto vasti di cui oggi rimangono solo alcune rare tracce.

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Padmasambhava, meglio conosciuto in Tibet come Guru Rinpoche (Guru prezioso) ritenuto il fondatore del Buddhismo Tibetano

Nell’ottica di una ricerca delle radici profonde culturali e spirituali del Tibet pre-buddhista si colloca il documentario “In Search of Zhang Zhung “ (alla ricerca di Zhang Zhung), viaggio alla ricerca del mitico regno di Zhang Zhung scomparso in seguito alla conquista da parte del regno del Tibet nell’VIII secolo e di cui ad oggi restano pochissime testimonianze scritte.

Trovate il documentario alla fine di questo post in versione integrale (in lingua inglese, ma piuttosto ben comprensibile). Ma prima, vogliamo approfondire alcuni aspetti del tema trattato dal documentario come introduzione anche per chi non mastica l’inglese.

Contenuti

  • Zhang Zhung
  • Il Bön
  • Il Viaggio
  • Il Monte Kailash
  • La Fine del Viaggio
  • Alcune immagini dai luoghi del documentario

Zhang Zhung

Secondo le poche testimonianze superstiti, questo regno nei primi secoli dopo Cristo si estendeva su una superficie pari a gran parte del Tibet, e alcune aree dell’attuale Afghanistan India e Pakistan, coprendo una superficie notevolmente vasta di tutta quell’area chiamata Asia Centrale.

Indissolubilmente legato alla religione Bön di cui parleremo più avanti, pare che questo regno nei suoi periodi di massimo splendore fosse costituito da almeno 18 diversi regni riuniti in un’unica forma di governo. Ritrovamenti  archeologici confermano la presenza di una civiltà con le caratteristiche compatibili con il regno di Zhang Zhung databile nel periodo dell’età del ferro, anche se altri ritrovamenti suggeriscono come questo altopiano fosse già abitato in periodo paleolitico.

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Il Bön

Indissolubilmente legata al regno di Zhang Zhung è la  la religione Bön appunto, preesistente al buddismo Tibetano e che quest’ultimo ha in parte incorporato in alcuni aspetti e rituali.

Il Bön (tibetano: བོན་), diffuso non solo in Tibet ma anche in Nepal, India, Bhutan e Cina, è una religione fortemente legata allo sciamanesimo e all’animismo. Il suo fondatore è considerato Tönpa Shenrab Miwoche, una figura simile al Buddha nelle fattezze e negli insegnamenti, proveniente secondo la tradizione dalla “terra di Olmo Lungring”, probabilmente nell’attuale Iran.

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I praticanti della religione Bön (Bönpos) sostengono che gli insegnamenti di Shenrab Miwoche siano collocabili cronologicamente circa 18000
anni fa, e che influenzarono in maniera molto profonda tutta la cultura e la religione del sub-continente Indiano, generando in parte anche la religione Vedica.

A tal proposito il monte Kailash, al centro di questo documentario e centrale per il Bön e il regno di Zhang Zhung, è anche la montagna più sacra per gli Induisti.

Quale delle due Tradizioni abbia realmente preceduto l’altra è tuttavia difficile da stabilire. Come spesso accade, ogni religione giustifica i punti di contatto rivendicando il primato cronologico sull’altra. Siccome molto spesso la verità sta nel mezzo, preferiamo propendere salomonicamente per l’ipotesi dell’influenza reciproca o di una radice comune anteriore ad entrambe.

Tuttavia, viste le scarse e frammentate notizie, i numerosi fraintendimenti e pregiudizi, questo documentario è stato pensato appunto per presentare una più corretta e completa visione dei Bönpos e della loro Tradizione spirituale.

Il Viaggio

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il viaggio dei protagonisti del documentario da Katmandu fino al lago Manasarovar e al monte Kailash

Sullo sfondo quindi del maestoso e surreale paesaggio dell’altopiano del Tibet si svolge un viaggio descritto attraverso due punti di vista: quello di un fotografo americano e quello sicuramente più interessante di Gelek, un monaco Bön, che, ispirato dal suo Maestro, parte dal suo monastero a Kathmandu alla scoperta dell’antico regno di Zhang Zhung, centro originario della sua religione, il Bön appunto.

Il suo è sì un viaggio in senso fisico, anzi, un pellegrinaggio, ma è anche un interessante Viaggio Interiore. Infatti, alla ricerca di luoghi mitici e spirituali, questo lungo pellegrinaggio tocca diverse tappe come il lago Manasarovar e il sacro Monte Kailash nel profondo Tibet occidentale.

E lungo la strada si incontrano ostacoli, sciamani ed insoliti personaggi, e, osservando le diverse sfaccettature di questa religione antica ma un po’ trascurata, emerge come essa sia fortemente radicata in molti aspetti della vita quotidiana delle popolazioni di quell’area.

Una religione in cui i confini tra sciamanesimo e pratiche codificate sono molto labili e che, coltivando un forte legame con la natura, tuttavia ben si adatta alle condizioni estreme che caratterizzano quella regione. E via via che il viaggio prosegue Gelek affronta sempre più dubbi e perplessità e anche piacevoli scoperte riguardo a quella che è la sua Tradizione.

In particolare è divertente per tutto il viaggio osservare il suo rapporto nei confronti degli sciamani che lo accompagnano, perché, se inizialmente vengono da lui considerati l’opposto della propria figura in termini spirituali e di canone religioso, col passare del tempo ne coglie invece la complementarietà, tramite un rapporto più spontaneo, diretto e genuino alla realtà, mostrandogli da un punto di vista opposto al suo l’aderenza profonda a quello stesso canone Bön di cui in teoria lui solo sarebbe il detentore.

Il Monte Kailash

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il monte Kailash, con la sua forma unica a piramide

Alto seimilaseicentotrentotto metri sul livello del mare, il monte Kailash è poco lontano da due grandi laghi, il Manasarovar, che appare anche nel documentario e il Rakshastal. Dalle sue cime originano alcuni dei fiumi più lunghi e importanti dell’Asia come l’Indo, il Sutlejm il Brahmaputra e il Karnali (affluente del Gange).

Oltre alla sua importanza per questi aspetti questa montagna è considerata sacra all’Induismo, in quanto residenza del Dio Shiva, al Buddhismo Tibetano, alla religione Bön e al Gianismo e per questo non è mai stata scalata da nessuno.

Proprio a causa della sua sacralità e importanza per diverse religioni molto diffuse nella regione Indiana e Hymalayana, in diverse Tradizioni si ritiene che nella vita si debba compiere almeno una volta un pellegrinaggio presso il monte Kailash, esattamente come fatto da Gelek nel documentario.

La Fine del Viaggio

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Tutto il documentario è un insieme di esperienze fuori dal comune e apparenti contrasti tra diversi modi di concepire la realtà come ad esempio la scelta complicata e sofferta del protagonista di seguire il pellegrinaggio intorno al monte Kailash in senso orario (secondo il canone buddista) e non antiorario (secondo il canone Bön).

Tutti spunti che nel percorso interiore di Gelek lo porteranno a concludere come gli opposti in realtà non sono altro che il rovescio della stessa medaglia e che la sua ricerca  lo ha portato a realizzare che non sono tanto i luoghi i depositari della sua Tradizione ma che la sua Tradizione stessa vive e vivrà fino a quando ne saranno preservate tramite il lignaggio la Conoscenza e l’Insegnamento.

Il cui fine, come nel Buddhismo, è la liberazione della mente dall’Illusione; e la chiara e limpida mente è simboleggiata in una delle scene finali, dallo specchio d’argento che riflette i raggi del sole.

Esperienze simili accadono spesso in Tibet… da sempre crogiolo spirituale, con una memoria stratificata che affonda in epoche antichissime che da sempre lo rendono una “terra di maghi, sciamani e santi uomini…”.

Alcune immagini dai luoghi del documentario

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